Enzo Tortora Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enzo-tortora/ un blog di approfondimento culturale Sun, 25 Apr 2021 07:14:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Enzo Tortora Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/enzo-tortora/ 32 32 Un progetto tenero https://minimaetmoralia.it/attualita/progetto-tortora-pandemia-liberazione/ https://minimaetmoralia.it/attualita/progetto-tortora-pandemia-liberazione/#respond Sun, 25 Apr 2021 07:13:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48479 Un anno passato in casa si dice, un anno con gli occhi attaccati a statistiche e previsioni e a nuove norme medico legali da osservare. Un anno e più con un solo pensiero in testa e tutto il resto lasciato di lato oppure sullo sfondo. Ogni tanto qualche rigurgito: il lavoro prima di tutto, ma […]

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Un anno passato in casa si dice, un anno con gli occhi attaccati a statistiche e previsioni e a nuove norme medico legali da osservare. Un anno e più con un solo pensiero in testa e tutto il resto lasciato di lato oppure sullo sfondo. Ogni tanto qualche rigurgito: il lavoro prima di tutto, ma anche l’amore quello giovanile come quello di tutti. Un anno in cui le lacrime ci sono pesate tantissimo sugli occhi e fin sulle braccia: abbiamo pianto gli amici e i parenti che non ci sono più, ma abbiamo pianto e spesso tantissimo anche noi stessi. Le nostre già magre occasioni di festa, quelle intime come quelle pubbliche. Ci sono mancati tantissimo persino lo zio e il cognato a Natale, per non dire dell’amante a Pasqua o di quel tizio o quella tizia conosciuti il giorno prima ad un convegno o in un viaggio tra un caffè e un appuntamento che pensavamo solo di lavoro.

Quello che non ci è mai mancato è invece il ricordo, ma non più nella forma di piacevole brezza a cui eravamo abituati prima – da sempre -, ma nella più temibile e inedita apparenza di un’ombra incombente, di una mancanza assurda e mai più recuperabile.

Abbiamo riempito i giorni di passate Caterine sopra i tetti di Firenze e tenuto in vita propositi esausti e ormai svuotati: chi doveva scrivere un libro, chi fare una gita al mare e chi comprarsi una moto. Chi era pronto a tornare giovane a quarant’anni e chi a venti non vedeva l’ora di buttarsi in piscina. Per oltre un anno abbiamo aspettato che qualcuno ci riportasse il pallone finito al di là del cancello, come bambini sudati siamo rimasti in attesa che ci venisse restituito fino a dimenticarci chi è che doveva battere? Chi stava in porta?

E così in questo tentativo di riapertura, in questi giorni in cui la luce del mattino ispira una possibilità di mare mi ritorna in mente una frase semplice, sicuramente una frase che anticipa ancora di troppo i tempi. E mi viene in mente anche se non c’entra nulla e quindi c’entra.

Il 20 febbraio del 1987 è stato un giorno centrale per la televisione e anche per la democrazia di questo paese. Di tutto quello che era avvenuto prima e per anni si era fatto carico un uomo solo, un’eroe che non voleva certo essere tale e non per mancanza di coraggio, ma di prove che non stava a lui recuperare. Era un uomo colto e raffinato, ma non privo di verve. Un uomo per certi versi apparentemente antipatico e quindi profondamente simpatico. Quel giorno, quell’uomo, Enzo Tortora si presentò – anzi si ripresentò – dopo una gogna giudiziaria, carceraria e mediatica nuovamente in televisione a condurre Portobello, il suo programma. Tortora pronunciò una semplice domanda iniziale: «Dunque, dove eravamo rimasti?». Ricordo il tono di voce, la fatica mista all’emozione, la lucidità (bellissima e rara oggi da vedere) scintillante dell’intelligenza che non si fa offendere. Porre quella domanda era già tutto e riguardava tutti.

Quel Dunque, dove eravamo rimasti? mi ritorna così in testa con quel medesimo tono di voce da giorni e mi sembra già la buona parte del programma che ci aspetta, ma anche l’angoscia di uno strapiombo che chissà se sapremo per davvero evitare. Vorremmo tutti ripartire da dove eravamo e come eravamo, ma là non ci siamo più e nemmeno noi – è quasi sicuro – siamo più quelli là di un anno e passa fa.

La retorica che segue la pandemia è la ricostruzione e già fa fatica anche solo immaginarla: queste date minacciose di crescita che si protraggono per anni. Il tentativo scarso di restituire una visione, una qual certa passione per Il futuro. Peccato che quelle date coincidano con l’incubo del cambiamento climatico con tutto quello che ne consegue. Si dirà, ma è proprio qui che si gioca la qualità della ricostruzione e avanti con tutti i nuovi sinonimi di resilienza ormai ridotta come una ciabatta vecchia, al punto che viene usata solo nelle provincie del centro nord a proposito dell’arredo urbano.

Dunque, dove eravamo rimasti? pretende una risposta migliore di quella che può dare un capo del governo, una commissione europea o un esame di maturità (che poi sono all’incirca sempre la stessa cosa). Questa domanda posta in termini cordiali – ricordiamo il tono di Tortora, è centrale – riporta a qualcosa che sta più nel sole e nel mare, nella sterpaglia e in quell’impossibilità dell’amore che è il prezzo e il senso dell’amore stesso (avverte un Cesare Pavese giovanissimo, ma meno inesperto del mondo di quanto lui stesso immaginasse), e non ci porta invece a ragionare di esiti e di scadenze perché esiti e scadenze non sono mai l’uscita dalla malattia, ma sono ancora la malattia. E dopo la parodia bellica, non sarà certo la parodia post bellica a salvarci.

Inutile fare l’elenco delle possibilità che abbiamo tra le nostre mani perché se c’è una cosa che non va fatta ora è fare progetti, ma non per impedirci di farli come siamo stati costretti dalla pandemia, ma per tenerci liberi di non farli. Perché quello che conta ora o fra qualche mese (si spera) sarà proprio avere le mani libere, non occupate e ancora meno pulite. Provare finalmente a fare con le proprie mani per citare chi come Enzo Mari sapere cosa voleva dire usarle con grazia e senso.

Nel 1953 Albert Camus scrive in un appunto le dieci parole per lui più importanti: le monde, la douleur, la terre, la mere, les home, le désert, l’honneur, la misere, l’été, la mer. Un elenco che disarciona – proprio per la loro messa in elenco – ogni possibile retorica, ma di quella lista incuriosisce l’ultima parola, il mare che giustamente Franco Cassano mette al centro del suo libro più famoso Il pensiero meridiano (un pensiero che oggi sarebbe salutare).

Il mare allora potrebbe essere la risposta alla domanda che tutti noi ci porremo e porremo al prossimo, il mare inteso come quel luogo in cui è possibile salvarsi e conoscersi: là dove il mondo non finisce mai e a suo modo anche il tempo si prende una pausa. Del resto tutto quello che sta accadendo in questi anni in mare non è che l’effetto dei nostri progetti e delle nostre ottuse scadenze e dei nostri pretesi e ambiziosi traguardi idioti.

Al mare sarebbe bene quindi farci un salto, andare a vedere con i nostri occhi dove eravamo rimasti. Non avremo di che rallegrarci di certo per quello che abbiamo fatto e per quello che ci siamo fatti. Le mani libere ci serviranno per pensare, sarà una gran fatica non serrare i pugni per chi afferra da una vita il vuoto, come per chi la notte è sommerso dagli incubi dei ricordi. E sarà difficile superare quell’invidia fraterna che già Pasolini individuava nella società post bellica italiana priva di padri, tutto sommato all’incirca come capiterà oggi per lutto o perché i tempi in questa serrata generale sono cambiati troppo velocemente per offrirci ancora una volta una spalla più adulta su cui poggiarci (e di cui lamentarci).

Dovremo tornare a farci delle storie, delle storie vere e quindi capaci di letteratura che ci portino così dove non sappiamo andare. Risponderemo in ultimo che dovremo cominciare come facevamo esattamente una volta come dice infine quel 20 febbraio del 1987 Enzo Tortora. Come una volta, non come prima, partire da quella volta, dall’incanto del C’era una volta che aggira da sempre i monotoni elementi dell’infelicità – sempre uguali ad ogni cambio di stagione – e ci offre uno spazio ulteriore, la possibilità di quello che Alessandro Mendini – per certi versi all’opposto di Enzo Mari e quindi fondamentale quanto lui – avrebbe definito un progetto tenero. L’unico modo per tenere a mente quello che è stato e per rimettere insieme i pezzi voluti, perduti o anche solo sognati come fossero finalmente elementi intercambiabili della nostra realtà.

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Immagine da un lavoro di Izabela Plucinska

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Ribaltare i luoghi comuni. I “saggi sparsi” di Leonardo Sciascia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ribaltare-i-luoghi-comuni-i-saggi-sparsi-di-leonardo-sciascia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ribaltare-i-luoghi-comuni-i-saggi-sparsi-di-leonardo-sciascia/#comments Thu, 18 Feb 2016 06:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29993 Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l'autore e la testata (fonte immagine).

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

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sciascia

Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

Il secondo elemento di cui è fatta Regalpetra è il piombo. Quando Sciascia nacque (1921) Racalmuto era il Far West: «Una lite per confini o trazzere fa presto a passare dal perito catastale a quello balistico». Poi c’era la mafia. E infine, ricorda il biografo di Sciascia, Matteo Collura, «le campagne erano un brulicare di doppiette», per via della caccia. Lo stesso Sciascia era stato uno sniper: «Con un fuciletto ad aria compressa, a dieci metri, colpivo la capocchia di uno spillo». L’inchiostro, infine. «Ne ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto». Ed è l’inchiostro della scrittura ad aver trasformato la Racalmuto reale in Regalpetra la fantastica, ad aver trasmutato il piombo in zolfo, e poi lo zolfo in oro.

Le Parrocchie di Regalpetra, l’esordio che nel 1956 trasformò un comune insegnante in Sciascia, compie sessant’anni. A undici dalla pubblicazione spiegò: «È stato detto che nelle Parrocchie sono contenuti tutti i temi che ho poi, in altri libri, variamente svolto. E l’ho detto anch’io. Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno».

Sciascia, dunque, ha scritto un solo libro, sempre dedicato a quel «gomitolo di vicoli» che dista 16 miglia dal mar africano e 68 da Palermo, che ricapitola tutto l’universo. Lo scrittore, nel ‘79, aggiungerà: «La Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani, ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo».

Un anno prima Sciascia aveva ultimato un saggio. Lo aveva titolato Fine del carabiniere a cavallo. Il saggio apre il volume di scritti sparsi che Adelphi (con questo stesso titolo) va a pubblicare. Il curatore dell’opera, Paolo Squillacioti, avverte: «Raccogliere tutto Sciascia è molto difficile. Sono infatti quasi 1400 gli scritti dispersi». Eppure serviranno tutti, per conoscere quell’unica storia che Sciascia per tutta la vita scrisse ed ampliò. In un illuminante ritratto di Alberto Savinio, contenuto in questa raccolta, lo scrittore sottolinea: «Sono riuscito a mettere insieme tutti i suoi libri. Ma tutti i suoi libri non fanno “tutto Savinio”: bisognerà raccogliere tutti i saggi, gli articoli e rendersi conto che si tratta, dopo Pirandello, del più grande scrittore italiano di questo secolo».

Ribaltare luoghi comuni, spazzare via pregiudizi: questo, per lo scrittore siciliano, significa pubblicare l’opera omnia di un «irregolare». Per credere, sfogliate questo ultimo Sciascia adelphiano. In apparenza parla di letteratura, in realtà riscrive la storia. La prima immagine (i carabinieri a cavallo che caricano le folle) è per lui la metafora dell’italianissimo «richiamo all’ordine». Verrà poi Vittorini e il suo Conversazioni in Sicilia a spazzare via quel simbolo e riavvicinare le nostre lettere alla realtà.

Nel saggio La sesta giornata fotografa le radici dell’eterno fascismo italiano. La guerra civile in Spagna, dice, ci dette una sveglia. Garcia Lorca ci ricordò la nostra smemoratezza: cosa furono per noi Dante, Alfieri, Foscolo, Carducci. E non fu per caso neppure la fucilazione del poeta spagnolo: «Ogni forma di fascismo si realizza attraverso la collera degli imbecilli». Ma, nonostante le nostre tradizioni letterarie, solo Spagna e Francia avranno «una poetica della Resistenza». L’Italia no. Gli italiani confusero Fascismo e Patria (Croce compreso), scelsero come figura da emulare Don Abbondio e cantarono «la poesia della sesta giornata»: a Milano chiamavano «eroi della sesta giornata» coloro che, passata la tempesta delle Cinque Giornate, solo alla sesta uscirono da casa armati e incoccardati. È il nostro eterno trasformismo.

Infine la provocazione: sono più vicini allo spirito della Resistenza molti giovani dell’esercito di Salò. E ancora, recensendo Marcuse, Sciascia previde che la contestazione in Italia sarebbe finita in anni di piombo. Ancora, vide avanzare a grandi passi l’antipolitica: l’immagine mussoliniana dell’aula «sorda e grigia ha influenzato due generazioni. Anch’io, da deputato, ho provato le stesse sensazioni, osservando una sorda e grigia umanità: di condannati che si considerano eletti».

Incroci maledetti. Quest’anno, al pari del sessantennale di Regalpetra, cade anche il trentennale del Maxiprocesso di Palermo a Cosa Nostra. Ricordiamo tutti le polemiche, mai sopite, che seguirono l’articolo del 10 gennaio dell’87 sui professionisti dell’antimafia. Ma la prima freccia contro i giudici di Palermo, documenta il volume Adelphi, venne scoccata già nell’ottobre del 1986, sull’Espresso. Qui Sciascia cita una poesia di Giuseppe Gioacchino Belli e sostiene che il poeta vide «in allegoria, in metafora, il dissociarsi e il pentirsi oggi di brigatisti, camorristi e mafiosi».

Ma c’è di più. L’incomprensione tra Sciascia e il pool antimafia di Palermo, nella persona del giudice Giovanni Falcone, risale già al 1982. Quell’anno lo scrittore venne convocato, di notte e in gran segreto, nel bunker dell’ufficio istruzione di Palermo. Nelle intercettazioni relative all’inchiesta su uno dei grandi misteri d’Italia, il falso rapimento in Sicilia di Michele Sindona del 1979, era saltato fuori il nome dello scrittore. Gli intercettati avanzavano una ipotesi: avvicinare Sciascia per spingerlo a un intervento «garantista» in favore di Sindona. Sciascia, seduto faccia a faccia con Falcone, non nascose la sua indignazione per essere stato convocato, e lo trattò ruvidamente. «Come si può anche solo pensare che io abbia a che fare con tali personaggi?», si indignò. Falcone, a sua volta, uscì dall’incontro molto risentito. E nel ‘92 rievocò quelle circostanze all’inviata del palermitano L’Ora e poi di Panorama Bianca Stancanelli (il 25 febbraio Stancanelli uscirà per Marsilio con una inchiesta sul delitto dell’88 del sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, un omicidio che proprio Sciascia definì degno del Raccolto rosso di Dashiell Hammett).

Sciascia incrociò spesso i sentieri impervi della storia italiana. Nel 1978 il suo L’affaire Moro per Sellerio fu un best seller. Tuttavia, nell’84, Sciascia firma un contratto con Bompiani. Vi pubblica i due volumi che raccolsero le sue opere principali e, nell’86,  La strega e il capitano, sull’onda del caso Tortora. Ma poi, alla fine di quell’anno, sceglie Adelphi. Perché? Sciascia era un nomade editoriale. Nella sua vita ha pubblicato per Laterza, Einaudi, Sellerio, Bompiani, Adelphi.  E amava collaborare con gli editori. «Provava la felicità di fare libri» spiega Giorgio Pinotti, editor in chief di Adelphi «per lui era un prolungamento della scrittura. Del resto, è quel che per anni ha fatto con Sellerio».

Un rapporto quasi ventennale, quello con l’editrice siciliana fondata nel ‘69 da Enzo ed Elvira, iniziato nel ‘70 (quando Sciascia da Caltanissetta si trasferì a Palermo). Sellerio divenne la sua terza casa, dopo l’appartamento palermitano di Villa Sperlinga e il buen retiro di campagna in contrada Noce. Con Sellerio Sciascia pubblica i suoi scritti, lancia la collana La Memoria e passa i pomeriggi sul divanetto della stanza di Elvira. Negli anni successivi (Sciascia è nel frattempo deputato radicale) il rapporto si dirada. Donna Elvira dichiarerà: «Prima era sempre da noi, poi ha avuto la parentesi politica, la casa editrice nel frattempo aumentava, e si è un po’ allontanato, dice che qui si confonde, troppi telefoni che squillano, troppa gente. Prima eravamo una specie di salotto».

Si parla di «una fuga al nord». Lo scrittore si ritira in campagna. Il cancello della villetta di contrada Noce viene varcato dal «cerchio magico» (i familiari, gli scrittori Bufalino e Consolo, il fotografo Scianna, i professori Nino Buttitta e Natale Tedesco). Riceverà anche Enzo Biagi, offrendogli spaghetti artigianali conditi con pomodori freschi, salsicce, formaggio di capra e fichidindia. Ma prediligerà la solitudine.

Il 12 luglio dell’86 scrive, da Racalmuto, a Roberto Calasso, il patron di Adelphi, inviandogli la sua «piccola divagazione sul 1913». «Veda lei se è il caso di farne un libretto Adelphi». Quattro mesi dopo 1912+1 sarà in libreria. Si tratta del libro che apre la meditazione sulla morte. Seguiranno Il cavaliere e la morte (contrassegnato dall’incisione di Durer, che per lui si opponeva al Trionfo della morte di Palermo), Porte aperte e Una storia semplice. Dentro ci sono gli ingredienti tradizionali: intrighi, traffici d’armi, delitti, potenti corrotti. C’è il giallo secondo Simenon (Sciascia e il padre di Maigret moriranno nello stesso anno): comprensione e non persecuzione, vocabolario da ottocento parole, alla Racine. Ma c’è anche la ricerca di una ars moriendi (come sostiene lo sciasciano Giuseppe Traina). Le riflessioni su delitto e giustizia travalicano i confini dell’impegno civile, la Storia diventa il Tempo, la morte non un destino ma (lo lesse così il filosofo Manlio Sgalambro) un «omicidio del cosmo». L’arco dello scrittore è teso allo spasmo. In brevi frasi fa esplodere lo gnommero gaddiano che ha arrovellato l’uomo dai presocratici in poi. Nel frattempo si occupa anche di liberare i libri precedenti, perché Adelphi possa pubblicare l’intera opera (o l’unico libro che essa è).

Ricorda Giorgio Pinotti: «A partire dal biennio 87-88 comincia a svincolare i suoi libri e chiede, addirittura per volontà testamentaria, che vengano radunati da Adelphi». Sciascia si fonde nel catalogo della casa milanese quando, giunto alla fine del sentiero, deve affrontare la morte non letteraria ma concreta (per mieloma micromolecolare, un tumore al midollo osseo che offenderà anche i reni). Nella tetralogia adelphiana non scantona mai nella conversione religiosa e non sposa la «scienza come religione», secondo l’approccio alla malattia di Susan Sontag. Si interroga, piuttosto, come fece Wilhelm Reich, su cosa possa mai «infettarsi» tra corpo e spirito.

Batte la strada di Borges, quel «teologo ateo» che (nel ritratto contenuto in questo libro) erge a «segno più alto della contraddizione in cui viviamo». Pinotti rievoca: «Ha del miracoloso che Sciascia si rallegrasse dei nostri libri e di Borges, come fosse già nostro autore. In realtà, noi lo pubblicammo nel ‘97. Ma lui lo associava a noi, per ragioni di congenialità. Per lui era un autore adelphiano a tutti gli effetti».

Sciascia, dunque, si premura di «farsi ereditare», a futura memoria, attraverso quel catalogo che ama, legge e condivide. E la sua opera, effettivamente, non resterà dispersa ma (come sta avvenendo) verrà interamente raccolta, così come lui stesso si era preoccupato di fare per Bompiani con gli scritti di Savinio. C’è il male e c’è la speranza della cura. Questo è, per Sciascia, lo stendhaliano Savinio, che auspicò una «civiltà della conversazione», in luogo di quella che ci vede divisi in «parrocchie e parrocchiette» (su cui Sciascia ironizzò nel suo primo Regalpetra). Inoltre, con Adelphi, appaga l’aspirazione a essere non «scrittore siciliano» (critica sempre mossa ai Verga e ai Pirandello) ma scrittore italiano che conosce bene la Sicilia (come metafora) e autore di portata europea.

Infine, l’epitaffio tombale. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». Un haiku di Villiers de l’Isle-Adam, autore ottocentesco, del quale Sciascia conservava una stampina funeraria acquistata a Parigi. A Isle-Adam Borges aveva dedicato il volume 23 della Biblioteca di Babele, che curava per Franco Maria Ricci. Il libretto era uscito nell’80, l’anno in cui Sciascia e Borges si conobbero a Roma. Isle-Adam, discendente del primo Gran Maestro dei Cavalieri di Malta, amico di Wagner, frequentatore di Enrico V, era un aristocratico quasi indigente. Borges lo considerava uno specialista in «orrori morali». Aveva scritto della pietra filosofale, il sogno sapienziale degli alchimisti. Non si esclude che si fosse trattato di un composto chimico derivante da zolfo, piombo e inchiostro. Gli stessi elementi della leggendaria Regalpetra.

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Teorie, apostrofi e ippocentauri: i matti da inventare https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-mattoidi-italiani-paolo-albani/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-mattoidi-italiani-paolo-albani/#respond Tue, 27 Nov 2012 09:44:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11728 Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

Gli attori di tutto ciò – gli autori dell’opera – sono perfetti allevatori di solitudini, coltivatori di sterminati isolamenti. E sono miti, silenziosamente febbrili, ordinariamente imprevedibili: sono i mattoidi. Coloro che inventano lingue universali, immaginano nuove religioni, escogitano cure mediche, approntano macchinari maestosamente incapaci di funzionare. Uno dei loro ultimi avvistamenti ufficiali, tra fine anni ’70 e primi anni ’80, risale a Portobello. Ogni settimana figure strabilianti per serietà e ostinazione affermavano, davanti a un Enzo Tortora sobriamente ironico, la necessità improcrastinabile della loro nuova scoperta.

Ad aggiornare quello scenario – o meglio a conferirgli articolazione e struttura – è Paolo Albani che con I mattoidi italiani (Quodlibet) ci consente prima di tutto un cambiamento prospettico. Da un repertorio che si incarica di ricomporre in forma unitaria la scena frantumata di centinaia di pensatori che si sono confrontati con diversi territori del sapere (senza la rete di salvataggio di una preparazione adeguata, da kamikaze della conoscenza) potremmo infatti attenderci l’indulgere continuo nell’ammiccamento complice tra compilatore e lettori. Albani invece non sottolinea una differenza antropologica tra lo sciagurato intelletto mattoide e il nostro, privilegiato, che quell’intelletto stravagante riconosce e giudica; non si rifugia, proteggendoci, nel noi e loro, risolvendo il suo lavoro in un catalogo di bizzarrie: semmai, procedendo tassonomico e senza commenti (consapevole che la sostanza tragicomica di questo inventario emergerà strutturalmente attraverso la mera elencazione), ci mette nelle condizioni di pensare che noi è loro, noi siamo loro, intuendo che in ognuno di noi – quelli intelligenti, i sagaci, i brillanti – è sempre presente e vigile un lampo di acuta limpidissima ottusità.

Al contempo, registrando l’esistenza di microcorrenti di pensiero (raramente condiviso da qualcuno al di là del loro creatore) che, sviluppandosi tra il secondo ’800 e gli anni ’60 del ventesimo secolo, vanno dall’armonismo al tu-sei-me-ismo, dall’usiologia al misticateismo, dall’agerasia al filopresentaneismo, Albani compone un catalogo delle diverse possibili declinazioni del registro apodittico. Al mattoide è del tutto estranea qualsiasi forma di esitazione; l’acribia è il suo endoscheletro, la concentrazione il suo destino. Del resto, quando ci si cimenta con la teoria secondo cui è nodale, nella produzione linguistica, ridurre tutto al minimo rinunciando alle consonanti doppie, omettendo alcune vocali laddove non indispensabili e ricorrendo all’apostrofo per risparmiare sillabe (Carlo Cetti, Teoria del brevismo, 1946), oppure si postula la possibilità, scientificamente dimostrata, di generare un ippocentauro facendo accoppiare un uomo con una giumenta (Achille Casanova, Dottrina delle razze, 1861), o ancora si chiarisce come compiere il giro del mondo in un giorno (Quinto Ogliotti, Nuovo progetto per fare il giro del mondo in 24 ore, 1897), la voce non potrà che essere monomaniacalmente seria e ogni frase risplendere come una sentenza.

Leggendo le evoluzioni del pensiero di questi «figli del limo» – per citare Raymond Queneau, uno dei numi tutelari del libro di Albani – possono venire in mente le antimacchine dello scultore svizzero Jean Tinguely, per esempio quelle che si scuotono sgangherate nella Fontana Stravinskij accanto al Centre Pompidou di Parigi. Improduttive, tragiche, ridicole: puro moto irrelato da una funzione e da un senso. Qualcosa di simile a certi movimenti delle nostre gambe che si producono semi-inconsapevoli mentre stiamo leggendo o conversando. Dinamismi anomali, frammenti cinetici, ripetizioni motorie. Perché la vita mattoide alligna in ogni corpo; se non si manifesta in forma di discorso, se non si trasforma nel progetto di avvolgere una gallina in una salvietta per suggere dal suo interno, tramite una cannula, il contenuto nutritivo dell’uovo che contiene (un «eroico ricostituente» a detta di Francesco Becherucci, Memoria, 1887), allora il nostro indistruttibile bisogno di sperpero diventa movimento.

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