era digitale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/era-digitale/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 14:22:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg era digitale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/era-digitale/ 32 32 Italia amore: rivelazioni https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-rivelazioni/ https://minimaetmoralia.it/interventi/italia-amore-rivelazioni/#comments Fri, 09 Mar 2012 10:20:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6914 La consueta rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su «Rolling Stone». Finita l'era psichedelica che per un po' ci ha fatto credere di poter scassinare le porte della percezione, finita quella del postmodernismo che ci ha resi cinici e disgregati, e ora che anche il neoliberismo pare essere al collasso, quali strumenti ci restano per comprendere il mondo in cui viviamo?

Marco Mancassola >> Una delle tipiche esperienze di chi prende un acido o altre sostanze psichedeliche per la prima volta, è la sensazione che la realtà complicata, frammentata, dispersiva in cui ha vissuto finora diventi di colpo leggibile. All'improvviso tutto combacia. Tutto si rivela coerente. Posso intuire ciò che tiene ogni cosa insieme: ho capito, ho capito! Il disordine del mondo era soltanto illusione. Un po' come la “teoria del tutto” cercata dalla fisica teorica, quella che sarebbe in grado di connettere le diverse teorie sulla natura della realtà.

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La consueta rubrica di Christian Raimo e Marco Mancassola che esce ogni mese su «Rolling Stone». Finita l’era psichedelica che per un po’ ci ha fatto credere di poter scassinare le porte della percezione, finita quella del postmodernismo che ci ha resi cinici e disgregati, e ora che anche il neoliberismo pare essere al collasso, quali strumenti ci restano per comprendere il mondo in cui viviamo?

Marco Mancassola >> Una delle tipiche esperienze di chi prende un acido o altre sostanze psichedeliche per la prima volta, è la sensazione che la realtà complicata, frammentata, dispersiva in cui ha vissuto finora diventi di colpo leggibile. All’improvviso tutto combacia. Tutto si rivela coerente. Posso intuire ciò che tiene ogni cosa insieme: ho capito, ho capito! Il disordine del mondo era soltanto illusione. Un po’ come la “teoria del tutto” cercata dalla fisica teorica, quella che sarebbe in grado di connettere le diverse teorie sulla natura della realtà.
Ci fu un tempo in cui migliaia, milioni di persone sperimentavano in contemporanea tale sensazione. Quella hippy-psichedelica fu davvero una rivoluzione. Anzi una rivelazione. Un intuire collettivo che la realtà non era solo quella che appariva. Allora, cosa impedì agli hippy degli anni Sessanta, ai Cary Grant e ai Ken Kesey di diventare un popolo di illuminati e di decisivi profeti? Cosa li trattenne dal cambiare le sorti del pianeta? Forse la rivelazione psichedelica era sì sconvolgente, ma anche troppo sfuggente. Non si poteva comunicare a parole. Non era traducibile in un’effettiva politica. Mica facile mettere insieme Le porte della percezione e le curve dell’economia mondiale.
La cultura psichedelica ha lasciato delle eredità. Non solo la scena del viaggio in 2001 Odissea nello spazio o i pezzi migliori dei Beatles. Ha lasciato ad esempio i semi della cultura informatica-digitale in cui oggi viviamo immersi, germogliata proprio dalla California psichedelica. Steve Jobs non nascose mai l’aiuto dato dall’LSD all’ideazione dei primi Mac.
Ma nella nostra vita individuale e collettiva continuano a non esserci teorie del tutto. Una volta c’erano le ideologie. Poi, giusto mentre la cultura hippy si ritirava, trionfò il postmoderno con la celebrazione del molteplice, del disgregato, del centrifugo, il suo ironico distacco dall’idea di una narrazione unitaria, di un senso compatto del mondo. E infine trionfò il neoliberismo. Il mercato totale. L’idea che a tenere insieme ogni cosa bastasse questo, la potenza inclusiva e quasi mistica del mercato.
Ora che il neoliberismo naufraga, e il postmoderno ci ha resi così cinici e alienati da spingerci a un passo dal suicidio collettivo, ci scuotiamo e ci accorgiamo di essere in un’altra era. Il postmoderno è finito da un pezzo. Evaporato come un banco di nebbia. Ovunque è voglia di reincanto, di nuova fede, di “new sincerity”, di ritrovare la capacità di credere in qualcosa. Ma non è così facile. La verità di chi è nato nell’assenza di verità, non è a sua volta una forma di messa in scena? Come esco dall’ossessione dell’autoconsapevolezza, dal gioco di specchi interiori, dall’infinito “so di sapere di sapere?” Uno scrittore come David Foster Wallace ha scritto migliaia di pagine cercando questa via di uscita. Si impiccò nel patio di casa.

Christian Raimo >> Ho trentasei anni. L’imperativo che ha accompagnato la mia crescita era quello attribuito, a seconda della tradizione, a Socrate o a Talete: Conosci te stesso. Avevo quattordici anni nel 1989, quando stava per cadere il Muro, e quando gente come Gianni Vattimo o Hans Georg Gadamer aveva gioco facile nel riassumere il Novecento come il “secolo ermeneutico”: un secolo dell’interpretazione, segnato fin dalla nascita da quei “maestri del sospetto” (Nietzsche, Freud, Marx) che sembrava avessero fornito, per chi voleva, un insuperabile modello critico di conoscenza del mondo. C’era un filo rosso che collegava la storia: conoscere voleva dire storcere il naso, non accontentarsi, mettere e mettersi in discussione. La parola crisi non aveva il significato di disastro ma di passaggio cruciale. Dall’Atene del V secolo avanti Cristo, dal conosci te stesso, quest’approccio non era molto cambiato, se ci veniva ribadito 1) che la scienza non ci mostra la verità ultima sulle cose (Nietzsche), 2) che noi non siamo mai trasparenti a noi stessi (Freud), 3) che la società nasconde nella politica i suoi meccanismi più profondi – quelli del potere economico (Marx).
Se oggi, in questo paesaggio pervasivo della crisi, devo pensare a qual è l’imperativo con cui crescono i ragazzi con cui ho a che fare, me ne viene in mente uno che ha una forza, potrei dire una violenta perentorietà, che per me allora quattordicenne sarebbe stata inimmaginabile. Sii te stesso: è questa un’intimazione che gli e ci viene ripetuta ogni istante. L’idea che la nostra vita sia una ricerca continua e mai risolta, che la nostra personalità sia non solo mutevole ma mai in definitiva conoscibile, l’idea che quello che siamo ci rimanga sempre in parte oscuro perché dipende così poco da noi, tutto questo diventa un ostacolo di fronte al diktat della società a cui apparteniamo: occorre essere immediati. Spontanei, diretti, senza filtri. Bisogna essere sempre pronti a fare un acting out di quello che si prova. Esprimiti. Scrivi prima degli altri che “ti piace” è quello a cui invita Facebook quando mette un’iconcina a fine pagina di un articolo, spronando verso un’assurda gara ansiogena a dover comunicare subito,senza doverci pensare neanche un secondo, l’effetto della realtà sui nostri sensi.
Ma cosa vuol dire essere se stessi, se neanche ci serve riflettere su cosa siamo? Significa che possiamo fare a meno degli altri. Che possiamo ritenere che noi siamo l’universo. E questo – non so come la vediate voi – ci può fare sentire meno soli. Ma anche molto più soli. O anche semplicemente un po’ stupidi.
La promessa di non dover essere dei conformisti sociali si rivolta nel suo opposto: si rischia di diventare dei conformisti del proprio sé. Fedeli ai nostri impulsi ciechi, schiavi di una sincerità che altro non è che indifferenza al mondo, inchiodati a un’immagine di noi che somiglia, più che a un’anima, a un book fotografico. O a un tamagotchi con il nostro stesso sorriso spento. A un angry bird che come Sisifo tutto il giorno continua a lanciarsi nel vuoto sperando di schiantarsi contro delle casse di frutta.

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