Eraldo Affinati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eraldo-affinati/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Oct 2019 23:24:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Eraldo Affinati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eraldo-affinati/ 32 32 Stregati: la cinquina https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-cinquina/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-la-cinquina/#respond Thu, 16 Jun 2016 13:59:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31310 E così, "abbiamo la cinquina". In ordine di preferenze, i libri finalisti al Premio Strega sono La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati, L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati, Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli. Di seguito riproponiamo i pezzi che abbiamo ospitato nelle settimane scorse, ringraziando nuovamente gli autori e le testate (fonte immagine).

La scuola cattolica — recensione di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti comeMaggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

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E così, “abbiamo la cinquina”. In ordine di preferenze, i libri finalisti al Premio Strega sono La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati, L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati, Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli. Di seguito riproponiamo i pezzi che abbiamo ospitato nelle settimane scorse, ringraziando nuovamente gli autori e le testate (fonte immagine).

La scuola cattolica — recensione di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti comeMaggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

Spesso, degli autori basta mette in fila i libri che hanno scritto per concludere che il grande romanzo lo hanno scritto così, una puntata alla volta, durante l’arco di una carriera. Albinati, invece, partendo da un’esperienza anche banale perché affrontata da tutti gli esseri umani, gli anni della scuola, fa germogliare il mondo intero, facendo partire una quantità di racconti e temi  e riflessioni e collegamenti impressionanti.

La scuola è il San Leone Magno intorno alla via Nomentana; l’obiettivo dove il romanzo punta è il delitto del Circeo, uno dei primi più appassionanti e feroci della cronaca nera (legato a giovani che hanno frequentato quella scuola). Ma i temi sono innumerevoli, e sembra riduttivo elencarne solo alcuni: la formazione del maschio, l’educazione cattolica, la famiglia, la borghesia, il sesso, la violenza come risultato spesso poco sotterraneo delle frustrazioni che creano tutte queste cose insieme. Ma mentre scrivo questo elenco di massima, i temi, i ragionamenti, le storie che affiorano sono tante e tante ancora. E sarebbe uno sforzo inutile cercare di riassumere qui.

Albinati macina pagine e pagine in modo del tutto consapevole, dialogando a volte con i lettori e l’argomento è proprio quello della ponderosità, o comunque della necessità: “Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora qualche riga, se non ci ragionassi sopra con calma, i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine su grandi fogli bianchi.” A volte invece concede al lettore, se non gli va di approfondire un capitolo, di saltare avanti. Altre volte si scusa, fa un sunto dei capitoli che state per affrontare, casomai non dovessero interessare.

Ecco, la questione è che non soltanto questo libro è importante, a volte grandioso, non soltanto necessita di tutte queste pagine, ma grazie a questo tempo che si prende, a questo spazio che si prende, genera un tipo di narrazione assolutamente originale che, insomma, può rimanere un punto fermo degli anni letterari che stiamo vivendo.

Il protagonista si chiama Edoardo, e probabilmente è anche letteralmente il romanzo della vita di Albinati, per quanto possa esserlo un romanzo, cioè mai; ma è soprattutto un libro molto ambizioso; non perché il nucleo sostanziale sia originale o potente, ma quasi al contrario: perché è un romanzo contenitore, e contiene il tentativo, lo sforzo meraviglioso di mettere in gioco tutti i tasselli che la vita ti ha messo davanti, raccoglierli tutti, tutti, uno per volta, e cercare, avendoli messi insieme, di capire la propria esistenza, quella della propria scuola, del quartiere (il quartiere Trieste); per cercare di comprendere le radici o la follia di un delitto spaventoso, e quindi i modi in cui un Paese intero li accoglie, li digerisce e alla fine cerca in qualche modo di espellerli.

Prende tutta questa materia e cerca pian piano, appassionatamente, un modo per attraversare il mondo con un senso, avendoci capito qualcosa, e soprattutto provando a pensare che alla fine poi un modo di stare al mondo si trova.

Quindi il racconto si prende tutto il tempo, tutta la libertà che vuole. E in questo consiste la sua specialità (e quindi le sue 1300 pagine ne costituiscono quasi la ragione principale della sua forza). È proprio questo il dialogo con il lettore: io lo devo fare, devo andare per la mia strada, ho rotto gli argini del tempo e dello spazio da occupare, se li ho rotti vado dove voglio per quanto tempo voglio. Puoi seguirmi o no, per un tratto o disordinatamente. Ma io vado. E in questa formula di libertà, si concede praticamente tutto. E in questo concedersi tutto sta praticamente la potenza espressa al massimo della sua scrittura, ma anche della letteratura in sé.

In definitiva: un libro di 1300 pagine, allora, vuol dire che è già per questo un libro importante? La risposta è no. Per quanto riguarda invece questo libro, la risposta invece è: decisamente sì. Un libro importante. Questo è quello che bisogna, in fondo, dire. Perché si finisce dentro un mondo e una vita e non si ha nessuna fretta di uscirne, e intanto che si gode l’alternanza tra racconto e ragionamento (ma non è questa la vita? Vivere e ragionare su come si vive?) si prova un’enorme ammirazione e un morboso piacere.

Insomma, le recensioni non lo dicono quasi mai, per una forma di pudore, ma stavolta vale la pena farlo: La scuola cattolica è un grande libro, Edoardo Albinati è un grande scrittore.

L’uomo del futuro — recensione di Gabriele Santoro

Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

Affinati ci illustra ancora una volta la propria idea di letteratura che vive sull’esperienza e in cui la scrittura rappresenta l’elaborazione, il momento ultimo. Come credi possibile che una terza persona, per di più esterna, quale sei tu, possa riuscire a percepire, se non a raccogliere un lascito incredibile?, si domanda. E risponde: «D’istinto quasi schiacci il pulsante interiore dei tuoi vent’anni: la letteratura serve a questo, altrimenti non avrebbe senso né leggere, né scrivere».

Stavolta la traccia è un’esistenza che non è scomparsa. Ridefinisce la sconcertante attualità del carisma pedagogico di don Milani: «Non vuoi ammettere che ogni cosa finisce in polvere? No, altrimenti non potresti trovare la forza di scrivere». Ritroviamo la sintassi di Romoletto, lo spirito primigenio de La città dei ragazzi e quell’urgenza di paternità mai sopita. La solitudine della propria adolescenza, che ancora interroga, quella dello scrittore, impastate nella coralità vivificata dalla scuola di Barbiana. Il lavoro che più lo appassiona, ce lo ripete: «Cercare i rapporti, ricucire gli strappi; mettere in relazione libri e destini».

Questo testo, che non percorre la scorciatoia del romanzo, commuove dopo la lettura non solo Aldo Bozzolini, il più piccolo fra gli allievi del priore, ma chiunque sia nato o abbia deciso di rinunciare al privilegio per condividere il cammino sul lato polveroso della strada, della vita. Il maestro, scrittore, politico, educatore; prete ribelle e rispettosissimo rinunciò innanzitutto ai privilegi della propria estrazione sociale alto borghese, senza sostituire l’aristocrazia materiale con quella morale. Lacerare i tessuti, rovesciare i banchi del tempio: è la necessità per immaginare di poter guardare chi non è come te, per guardare dentro a Il quartiere di Vasco Pratolini.

«Certe fotografie del piccolo Lorenzo fanno impressione: le camicette immacolate, le scarpette bianche, i capelli ben pettinati. Egli, sin dalla più tenera età, sentì tutto questo come una zavorra insopportabile, altrimenti non avrebbe chiesto al fattore di Montespertoli, dove la sua famiglia aveva una lussuosa residenza, di far entrare in quel giardino dorato i bambini poveri», racconta Affinati. Non fu dunque una conversione sulla via di Damasco, ma già percepibile nelle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Visitando la Tenuta La Gigliola, casa di campagna della famiglia Milani, distante dieci chilometri da Firenze, si sofferma sul campo da tennis posto accanto alla villa padronale, dove Lorenzo pare che spingesse a giocare a pallone i suoi amici. Qui evoca un confronto con Giorgio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini: «Sì, mi ha procurato una serie di risonanze emotive e culturali sulle quali ho lavorato. Insomma la rivoluzione bisogna farla prima dentro noi stessi: ecco cosa ci dice il priore».

Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela, scrisse Milani alla madre. Per essere veramente liberi s’incarna un limite, quale nucleo di ogni vera tensione pedagogica. Andare oltre l’efficacia; a scuola si cerca l’efficacia prima della giustizia.

Quando anche la vostra rivoluzione avrà trionfato, scrive nella lettera a Pipetta, il comunista di San Donato di Calenzano, il mio posto sarà sempre al fianco degli assetati e degli affamati della giustizia. Il senso della sconfitta storicizzata del mito novecentesco dell’uguaglianza non è ragione sufficiente per smettere di essere una spina nel fianco del privilegio che fa scandalo.

Lo scrittore insegnante non imbalsama colui che chiama profeta. La perfezione inaridisce, l’elogio dell’errore come quello del ripetente alimenta i don Milani inconsapevoli sparsi per il mondo. I beni non spesi perdono valore. Affinati scrive quel che sa, quello che sperimenta alla Scuola Penny Wirton con i ragazzini egiziani sperduti, che nella lingua rincorrono un orientamento. Gettarsi nella mischia, ferirsi, prima dei registri, prima dei voti. «La scuola ha un problema. I ragazzi che perde», argomentava Milani. Respiriamo a polmoni aperti, sottraendoci alla logica binaria scuola od officina.

La rivoluzione è aspettare i ritardatari: un’utopia? Andare a cercarsi i ragazzi uno per uno, far scattare una scintilla, essere autentici, fare sul serio: non salverà il mondo, ma dona vite. «C’è un punto in cui l’educatore accetta la propria impotenza, esce dal tribunale della storia e torna alla lavagna chinando il capo. Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso. Non significa forse questo essere padri?»

Dall’ateismo al seminario, dall’agiatezza alla povertà. Consacrato sacerdote nell’ottobre 1947 a San Donato di Calenzano, capire don Milani significa anche contestualizzare l’unicità nel clima del cattolicesimo fiorentino pre e post conciliare di padre Ernesto Balducci, don Giulio Facibeni e Giorgio La Pira. Conciliarista ante litteram, Milani, come asserisce Affinati, getta scompiglio nel rapporto con le istituzioni ecclesiastiche senza tradire un solo principio sul quale si fondava la comunità. Nella Lettera ai Giudici, sulla quale torneremo più avanti, conosciuta anche come L’obbedienza non è più una virtù, Milani risalta proprio una delle conquiste conciliari, rispetto alla non violenza che non era ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa: «Il Concilio invita i legislatori ad avere rispetto per coloro i quali o per testimoniare della mitezza cristiana, o per riverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra».

Monsignor Mario Tirapani, insegnante di Sacre scritture al seminario, nelle vesti di vicario generale dell’arcidiocesi, lo fece trasferire nella chiesetta sperduta di Sant’Andrea a Barbiana. La periferia avrebbe dovuto condannare all’oblio anche quel “pretino di famiglia mezza ebrea” dallo spirito indipendente, dal gran temperamento che non si lasciava certo irretire dall’indecisione. Inconsapevolmente il monsignore gli aveva aperto una distanza strepitosa da coprire, al contempo minima e sterminata, fra la cupola del Brunelleschi, fra una capitale della cultura e il terzo mondo della collina di Barbiana senza strade, luce, acqua e telefono. Il sottoproletariato agricolo destinato a estinguersi nell’agglomerato indistinto della città rivelò invece tutte le potenzialità inespresse.

È interessante, in questo senso, la recensione di Luciano Bianciardi su Esperienze pastorali citata nel testo: «Un moralismo che noi non accettiamo nei suoi fondamenti dottrinari, ma che tuttavia auspichiamo di veder emergere fra chi accetta la dottrina cristiana, e con il quale siamo certi di poter discutere con reciproco frutto». All’epoca la Congregazione all’Arcivescovo di Firenze suggerì di ritirare dal commercio per ragioni di prudenza, di non ristampare o tradurre il libro di don Milani, scritto nel 1954 e pubblicato nel 1957. Le parole di Ernesto Balducci ne sintetizzano la portata: «Venuto dal di fuori aveva colto subito il punto di inerzia che intercettava e falsificava i contatti tra chiesa e mondo e ne fece un’analisi spregiudicata nel suo primo libro, Esperienze pastorali». Balducci lo definisce radicalismo illuministico: «La qualità di quelle pagine mette allo scoperto gli assunti di un apparato in cui le intenzioni ideali e le pratiche reali riuscivano a convivere in tranquillissima contraddizione». Discorso e testimonianza coincidono in Milani, che si considerava «parte viva della Chiesa, anzi suo ministro», malgrado l’incomprensione di quest’ultima.

Incarnare un limite, oggi più che mai questo aspetto dello spirito milaniano potrebbe esserci utile di fronte alla deflagrazione del desiderio cui assistiamo, dice Affinati. «Esperienze pastorali è un’inchiesta straordinaria su un paese, l’Italia, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il “miracolo economico”. Non ha niente da invidiare a nessuna inchiesta sociologica contemporanea e successiva. Ha il vantaggio di una necessità che viene dagli scopi che l’autore si proponeva: di conoscenza e riflessioni attive finalizzate a un intervento religioso e sociale. È probabilmente l’opera più ricca del suo autore piena di indicazioni la cui attualità è andata crescendo. È esplosa nella nostra società che ha fatto dello spettacolo, del divertimento, del tempo libero il proprio fulcro ideologico e, attraverso i media, il principale strumento in mano alle classi dirigenti per la propria perpetuazione e per il controllo delle coscienze», scrive Goffredo Fofi (La Ricreazione, e/o). Giuseppe D’Avack elogiò l’utilizzo della statistica da parte di don Milani, che caratterizzerà anche Lettera a una professoressa.

A quasi cinquant’anni dalla morte di don Milani, Affinati ci ricorda il fuoco espressivo delle sue lettere. Un patrimonio straordinario del quale si nutre L’uomo del futuro: «Come si fa a negare valore letterario, per fare un solo esempio, alla Lettera ai Giudici? Solo un pregiudizio di marca crociana potrebbe impedirci di collocare Milani fra i più notevoli scrittori del suo tempo, di stampo epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana. Con una differenza essenziale: che lui, non ricopiando in bella, gettava un’ombra lunga sull’autonomia dell’opera, conferendole valore intoccabile. Anche in questo senso è stato un profeta. Uno fra i più misteriosi scrittori italiani fra quelli che si sono nascosti dietro il proprio talento per cause di forza maggiore, ha negato sé stesso con pervicacia degna dell’ultimo Tolstòj».

Sull’altura del Mamajev Kurgan, dove si riuniscono i soldati russi in licenza dalla Cecenia, Affinati ha incontrato Ivan, che ha smarrito le ragioni, l’euforia della scelta di arruolarsi. Lo scempio di Groznyj, che Anna Politkovskaya ci raccontava, l’ha reso antimilitarista. L’obiettore Ivan affronterà la cella. Si appellerà all’articolo 59.3 della Costituzione. Un taccuino di viaggio che ci rivela ancora l’attualità di don Milani. Il 12 febbraio del 1965 una minoranza, autoproclamatasi maggioranza, dei Cappellani militari in congedo della Toscana redasse un comunicato, diffuso poi da La Nazione, nel quale sostanzialmente si associò l’obiezione di coscienza a un insulto alla patria. Né le autorità religiose, né quelle civili avevano reagito al testo. Circa venti giorni più tardi Milani pubblicò una lettera di risposta, stampata in mille copie, e successivamente, nel mese di marzo, ripresa da Rinascita.

Reclamò, tra l’altro, contro l’uso distorto del concetto di patria: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri».

A Barbiana giunsero insulti e minacce di stampo fascista. Un gruppo di ex combattenti denunciò Milani e la rivista per apologia di reato. Impossibilitato a recarsi in tribunale, a causa della malattia che poi lo spense, preparò una Lettera ai giudici, che sta lì dove stanno le stelle da rimirare. In che modo un cittadino può reagire all’ingiustizia?

«È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Lui a scuola aveva esclusivamente figlioli di contadini e di operai. Lo Stato la luce elettrica a Barbiana l’aveva appena portata, ma le cartoline di precetto arrivavano a domicilio fin dal 1861. Ai giudici scrive che si è impegnato, si è sforzato nel cercare sui libri di storia la categoria di guerra giusta, tuttavia non l’ha trovata in regola con l’articolo 11 della Costituzione italiana:

«Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei trentuno ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato, era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Ma è poi reato? L’assemblea costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta costituzionale “al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali”. Una di queste conquiste è l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

Noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora. A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi».

Se avessero — recensione di Cristina Taglietti

Lo definisce «opera ultima», Vittorio Sermonti, il romanzo autobiografico intitolato Se avessero (Garzanti). A 86 anni, questo attore, traduttore, dantista, drammaturgo, romanziere che, nella scrittura come nella pratica culturale, ha attraversato tutti i generi mantenendo sempre integra e riconoscibile la sua voce, fa i conti con se stesso senza rinunciare, ancora una volta, a sperimentare. Il vizio di scrivere si intitolava il volume uscito lo scorso anno da Rizzoli con cui Sermonti riordinava tutte le declinazioni del suo ingegno, che fossero libretti d’opera, versi, lezioni di metrica, o interviste a Giulio Cesare. Con Se avessero siamo decisamente nel regno del memoir e non dell’ucronia come potrebbe far pensare il titolo che, fin dalla prima pagina, viene svolto chiaramente: se tre giovani partigiani entrati con il mitra nel vano d’ingresso del villino al numero 41 di via Domenichino (zona Fiera) di Milano, i primi di maggio 1945 avessero sparato a mio fratello…

Sermonti non immagina realmente un’altra possibilità, anche perché, come conclude nelle ultime righe, quella svolta eventuale avrebbe potuto cambiare il mondo ma nessuno se ne sarebbe accorto. L’episodio assomiglia di più al bandolo di un gomitolo che serve per srotolare i ricordi «in un disordine fazioso e devastato», soggetto agli intermittenti «soprusi della memoria» e l’episodio che riguarda il fratello maggiore, frater maximus (FM nel libro) è una specie di ricorrenza che torna ogni volta che le vie del ricordo sembrano frantumarsi nei tanti sentieri narrativi in cui solo apparentemente lo scrittore si perde.

Si comincia da quella casa in zona Fiera dove la famiglia di nove persone (padre, madre, tre sorelle, quattro fratelli) è sfollata, lasciando la casa di Roma con tanto di tre piani, tennis («anche se da ultimo parzialmente adibito a orticello di guerra»), garage, mimosa e parapetti di roselline dove si insedia la Croce Rossa australiana. FM, bello, biondo, affascinante, ex sottotenente di un reparto regolare parafascista, risponde ai tre partigiani: non so se ammazzarmi vi conviene poi tanto. Il 25 aprile ha appena rimescolato tutte le carte: prima di quel giorno, scrive Sermonti, «c’erano in giro per l’Italia poco meno di 45 milioni di fascisti», poi la schiera si assottiglia.

Sermonti attraversa quei giorni (e quegli anni) concitati e drammatici mentre il filo della matassa lo riporta sul lago di Como dove va a trovare la prima ragazza («piccola, con le scarpe ortopediche e stracarina»). Evoca scene perfettamente dipinte che danno corpo e vita alle figure famigliari, quelle del «privilegiato ceppo» materno siciliano, enclave di antifascismo, e del più umile ceppo paterno. La nonna quasi analfabeta che lo chiama Vitorrio e lo dota di «un bel campionario di ipercorrettismi» molto prima che sapesse come si chiamavano; il nonno materno, onorevole, avvocato penalista, il primo a farsi uscire di bocca in un tribunale del Regno la parola mafia.

Gli amici: Groucho (che in realtà si chiama Giulio) con cui una mattina del febbraio 1945 si presenta in una scuola adibita a caserma della X Mas nell’intento di lasciarsi arruolare (ma non ha ancora 16 anni); il torinese Saverio, con cui studia il russo, che ancora oggi è il suo migliore amico, anche se è morto tre anni fa «indignato da quell’obbligo di morire»; Cesare (Garboli ndr) che con Saverio condividerà sempre sentimenti di reciproca ostilità.

È soprattutto la figura del padre, che così spesso allora trovava goffo e vanitoso e imbarazzante, a prendere, anche emotivamente, la scena. Pisano, orfano di un doganiere, capofamiglia a 13 anni, fascista minoritario nella grande famiglia borghese antifascista della moglie (il nonno paterno a un certo punto cominciò a riferirsi a Mussolini col perentorio appellativo «il porco») muore nel ‘73 «senza lasciarci una lira o un metro quadrato di proprietà, e di questo lo amo per sempre», scrive Sermonti. È lui, con il suo cattivo tedesco, che vuole accanto a sé, nello studio, il quattordicenne Vittorio per tradurre insieme il Faust e nel ‘40 va a piedi da Civitavecchia a Siena «con una microscopica Divina Commedia 5X4 Barbera editore» e «di tempo in tempo si metteva a sedere su un muricciolo, cacciava il librettino dalla tasca della sahariana, apriva a caso, accendeva una Macedonia, si alzava gli occhiali sulla fronte come un ciclista al giro e solfeggiava piano piano un canto, mezzo canto, tre terzine». La madre appare soltanto a pagina 170: un essere inesplorato, una prigioniera che avrebbe voluto essere una suora, che il padre teneva «fuori dalla portata mentale dei suoi figli».

Sermonti racconta azioni e passioni: dall’adesione giovanile al fascismo a una sorta di «metacomunismo tragico», dopo una breve iscrizione al Pci a ridosso dei fatti di Ungheria; ricorda l’ostilità di Pier Paolo Pasolini che non gli passava mai la palla nelle partite a calcio tra filologi filosofi poeti e critici cinematografici contro ragazzini di borgata; ripercorre l’accensione per la lettura e la letteratura, per il teatro, per Praga, «città sconosciuta e fatale come un primissimo amore a quindici anni» dove lo scrittore vive per quindici mesi. Guarda alla sua vita in un dopoguerra infinito con gli occhi di quel quindici-sedicenne che è stato e con la scrittura di oggi, raffinata, ricca di digressioni, con frequenti rimandi a pagine precedenti, capace di mescolare la lingua aulica del letterato al lessico del ragazzino di allora, di trovare la giusta distanza, la misura perfetta, tra emozione e distacco.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance — recensione di Giorgio Vasta

Un giorno Apperbohr, «una massa che i secoli hanno plasmato a forma di cinghiale», aggirandosi nelle campagne tra Toscana e Umbria – gli zoccoli che scavano nella torba, le mele rubate e mangiate – si ritrova su una sua personale via di Damasco: la luce che lo abbaglia non lo redime ma lo precipita nel baratro del linguaggio. Perché il presentimento della lingua – la possibilità che i suoni significhino e che in ogni loro miscuglio ci sia l’ambizione (se non la tracotanza) di estrarre dal mondo qualcosa di comprensibile – non potrà che essere per lui gloria e tormento, ciò che suo malgrado lo separa da tutti, siano essi cinghiali o umani, costringendolo in un punto intermedio, a metà del guado, uno spazio-tempo minuscolo e insieme smisurato in cui non può stare nessuno se non lo stesso Apperbohr e la sua esperienza delle parole.

A rendere ancora più struggente questa solitudine sarà l’innamoramento per una sua – ormai non più – simile («“Llhjoo-wrahh, amore mio”, è questo e solo questo che vorrebbe dirle»), il tempo in cui le parole «non hanno significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì»; al posto delle parole c’è solo l’inadeguatezza, e l’unico senso che emerge è un’invocazione originaria e impronunciabile: «non mi lasciare solo».

Non sappiamo da quale polla dell’immaginazione di Giordano Meacci sia scaturito Apperbohr – personaggio epifanico di una tenerezza fiera, l’inscalfibile messo in scena nella sua maestosa vulnerabilità –, e non sappiamo in che modo, appena nato, questo cinghiale sia riuscito a fare irruzione nel capolavoro di John Ford del 1962 (un film in cui leggendario e reale si incrociano rivelando l’epica western nella sua costitutiva ambiguità) fino a incastonarsi nel suo titolo; non sappiamo neppure quale sia l’embrione di Corsignano, «addormentata e sola sulle colline da cui nasce», il piccolo centro apparentemente immoto in realtà febbrile dove si svolgono i fatti narrati, un frammento di provincia tra Toscana e Umbria (uno spazio corale che esiste con la stessa intensità di Winesburg e di Yoknapatawpha, di Macondo e di Brigadoon) – le c aspirate e gli armaioli, il corteo funebre e il derby contro l’A.S. Torracchio, il bar, le confidenze e i tradimenti, l’abitacolo in orgasmo di una Panda, le adolescenze timide e impetuose, i fantasmi etruschi: «tutti i riferimenti minimi e puntuali di cui sono fatte le vite di ogni paese dacché gli uomini esistono».

Ciò che sappiamo è che Il cinghiale che uccise Liberty Valance, il romanzo d’esordio di Giordano Meacci – già autore della raccolta di racconti Tutto quello che posso e di Improvviso il Novecento. Pasolini professore – appena pubblicato da minimum fax, è un libro che non lascia scampo.

Nell’arco di quattrocentocinquanta pagine che smontano e riannodano tra loro una serie di vicende avvenute tra il 1999 e il 2000 (ma in realtà nel Cinghiale il tempo non se ne sta mai fermo – freme si inarca si comprime e si dilata come la sintassi che gli fa da scheletro), la scrittura di Meacci accumula una materia espressiva multiforme, dalle percezioni sensoriali («la parabola di graffio le frigge con l’intensità liminare delle bruciature improprie: le sfioràte di carta tagliente sul polpastrello, o i patimenti d’amore quando si è ragazzi») alle consapevolezze teologiche (per esempio a proposito del «Dio raccogliticcio che immaginiamo sul bordo dell’infinito, quasi fosse un inquilino del piano di sopra cui s’è smurato il soffitto») alle intuizioni su che cos’è l’anticipazione («può essere che ci sia qualcuno in grado di vedere prima – un segno labile nel tempo, un accento, un apostrofo luminoso, una particella di azoto, un coriandolo fucsia a passeggio per la ionosfera – il momento di passaggio tra un tempo e l’altro»), e in questo modo dà forma a una narrazione sbalorditiva fondata su un continuo irrefrenabile esondare (e se il rischio che corre è la dissipazione, ben venga, ma soprattutto grazie, perché il romanzo di Giordano Meacci rassicura sul fatto che esistono ancora immaginazioni letterarie per le quali tra il patrimonio e la sua dilapidazione non ci sono differenze).

Affetto da quella che Peirce chiamava semiosi illimitata – l’impulso a una significazione percussiva, il testo come luogo di rispondenze interne tra le parole, di vincoli, rime, allusioni, parentele – Meacci trasforma la sua patologia in una forma di splendore: osservando il progressivo fabbricarsi del linguaggio sotto la fronte del cinghiale, ci rendiamo conto che il romanzo è il luogo in cui si dà la parola a ogni fenomeno, anche al più negletto e infinitesimale, soprattutto al più negletto e infinitesimale (compresi i versi degli animali e i rumori delle cose); raccontare, del resto,vuol dire battezzare ancora nuove parole, ancora nuove particelle di realtà.

Il tutto in una tonalità fastosa e assorta, seria e cialtrona, ribalda e commossa, tra il Decameron e leBeatitudini, il Tristram Shandy e il Cantico delle creature: in Meacci la furfanteria suprema di chi nel salto nasconde la mano che toccherà il pallone deviandolo in rete coesiste con l’estro di chi un attimo dopo, le nocche ancora rosse dell’urto contro la sfera, si inoltra in qualcosa che a calcio è guizzo dribbling serpentina e in letteratura è l’avventura della lingua, la luccicanza delle frasi, certi passaggi di punteggiatura prodigiosa, le parole che sciamano attraverso la pagina come stelle in una galassia.

Sulla falsariga di Robert Bresson, che nel 1966 aveva fatto dello sguardo di un asino il punto di vista tramite cui rivelare l’umano a se stesso (e non a caso Balthazar è il nome con il quale a un certo punto il cinghiale verrà battezzato), ciò che terminata la lettura del romanzo di Meacci resiste indelebile è il grifo cupo e misericordioso di Apperbohr che – cosciente dell’impossibilità di ogni linguaggio – ci guarda, e nei suoi occhi c’è quell’unico infinito rimpianto che domina Il cinghiale che uccise Liberty Valance: «Se si potesse dire amore in cinghialese: se si potesse dire amore in qualsiasi lingua».

La femmina nuda — recensione di Annalena Benini

Le storie d’amore non finiscono, nemmeno quando finiscono. Non ci si libera di una scheggia nel cuore, né della sensazione, che arriva come un lampo in un pomeriggio qualunque, di quanto era caldo quel corpo sdraiato accanto. Il caldo di un modo di stare insieme che aveva la pretesa di essere l’unico possibile. Le cose sceme che ci dicevamo, il reciproco incanto, inspiegabile, non basato sulla condivisione di niente: la condivisione arriva dopo, forse, l’incanto basato solo sull’incanto del cuore e dei corpi: stare sdraiati su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle come in quel film, “Se mi lasci ti cancello”.

Le storie d’amore non finiscono, ma quando quell’incanto finisce, quando lui risponde “no” al telefono, e riaggancia, ed è infastidito, aggressivo, e forse sta scaldando un’altra, adesso, perché qui davanti a lui fa invece un freddo cane, allora questa fine fa qualcosa, sempre, alle persone. Le ferisce, a volte le cambia. Toglie via uno strato, sgretola parti che prima erano salde.

Costringe a scendere più in basso, a guardarsi là dove non ci si era mai guardati, dove lo specchio rimanda una faccia banale, un po’ meschina, sofferente, gelosa e priva di forza. La fine di un amore non toglie solo l’amore, strappa via altre cose che giuravamo essere la nostra identità. La mia intelligenza, ad esempio. Il mio distacco. Il mio uso di mondo. Io che non sono una spiona. Io che non leggo i messaggi sul telefono di nascosto perché lo trovo ripugnante. Io che lo so, che ci si innamora di altri, si prova disagio, si mente sempre più spesso, si va via non riuscendo ad andare via davvero. Ci si trasforma, mentre si sente quel freddo cane, mentre si grida al telefono, mentre ci si inginocchia sul marciapiede per il male che fa.

Elena Stancanelli ha raccontato con semplicità ed esattezza, in questo romanzo appena uscito per La nave di Teseo (la casa editrice di Elisabetta Sgarbi) e già candidato al premio Strega da Silvia Ronchey e Francesco Piccolo, la femmina nuda, che è anche il titolo del romanzo. Nuda perché spogliata di tutto per impossibilità di opporsi all’impazzimento amoroso. Nuda perché Anna, la protagonista di “La femmina nuda”, non riesce a tenersi addosso la dignità.

Le è scivolata via, nell’ostinazione di restare comunque aggrappata alla fine di quell’amore, se l’è tolta per inseguire l’altra donna e attribuirle una potenza che forse nemmeno ha (ma l’altra donna è comunque potente perché vince senza nemmeno combattere, senza essere migliore, vince fregandosene di vincere). Eppure Anna aveva pensato sempre: io no. Io non sono Madame Bovary, io non sono Anna Karenina, non sono nemmeno la moglie abbandonata di Elena Ferrante, ne “I giorni dell’abbandono”, non sono quella pazza miliardaria di Anabel, la ex moglie in “Purity” di Jonathan Franzen, che continua a telefonare al marito, a spogliarsi davanti a lui, a sdraiarsi sotto di lui, a inginocchiarsi e tirare fuori un coltellino e pugnalare tutti i preservativi.

Eppure. Anna credeva di trovarsi nella parte giusta dell’umanità, la parte razionale, intelligente, leale, forse anche un po’ eroica. Credeva in un’idea cinica e presuntuosa: che davvero l’umanità si divida in due, gli intelligenti e gli stupidi. E ha sentito, nettamente, di scivolare nella parte stupida. “Dove non ti raccapezzi, dove non sei altro che una cosa tremante e sperduta”. Una che fruga nel cellulare dell’uomo che non la ama più, che indovina le password di Facebook, resta incantata dalle foto senza mutande dell’altra donna, proprio da quella zona senza mutande e depilata. Una donna adulta, indipendente, sicura, che non mangia più, non vive più, anche mentre finge di vivere e di mangiare, anche mentre si toglie il trucco che il pianto ha sciolto e si trucca di nuovo.

Perdi una sola persona e tutto il mondo si spopola, magari è davvero stupido ma succede. Il dolore si mescola alla vergogna e allora il compito di uno scrittore è stanare la vergogna, illuminarla e mostrarla a tutti, indagarla negli angoli più indicibili, non avere paura di tirare fuori il peggio.

Spiegare qual è il cammino attraverso cui si entra in una piccola storia ignobile e si impara almeno a sciogliere la durezza nei confronti dell’umanità, a perdere l’arroganza. Ad avere pietà dei gesti miseri, delle tattiche penose, della cartellina che Anna tiene sulla scrivania del computer, con dentro una decina di lettere che ha scritto all’altra donna, immaginando di diventare sua amica e di riceverne la solidarietà, fantasticando sulla possibilità che l’altra donna (ha un soprannome significativo, lo troverete già nella prima pagina di questo libro) le chieda scusa, vinta dalla superiorità di Anna, dall’importanza della sua storia d’amore.

Elena Stancanelli ha trovato le parole e la chiarezza per entrare nella profondità dell’annientamento di sé, attraverso la voce di Anna, con una specie di fierezza molto netta, un’assunzione di responsabilità, senza mai indietreggiare o nascondersi, senza lasciare la presa attorno alle conseguenze del dolore: agli esseri umani accadono anche queste cose, che non li migliorano ma li rivelano, li rendono nudi e folli.

Non serve essere vittime per lasciarsi dominare dall’ossessione e infilarsi laggiù, in un buco nero fatto di comportamenti miseri e sofferenti, sapendo benissimo che stiamo precipitando, ma con il bisogno furioso di farlo ancora e ancora: siamo noi i responsabili della discesa agli inferi, e scopriamo di non essere in grado nemmeno di sceglierci una sofferenza adeguata al senso alto che abbiamo di noi stessi. Anna racconta il proprio impazzimento a un’altra donna, l’amica, e lo fa per ringraziarla di averle salvato la vita, standole accanto e di fronte giorno dopo giorno, senza chiederle nulla, senza darle consigli, senza giudicarla, anche solo guardandola piangere al ristorante.

Anna scrive all’amica, prima di cominciare un flusso di coscienza limpido e spaventoso: se non mi fossi vergognata così tanto, se avessi avuto il coraggio di pronunciare il mio dolore e di dirti: lo sto spiando, mi sto comportando in questo modo ignobile e non riesco a smettere, forse mi sarei fermata. Ma forse proprio per questo Anna tiene nascoste le miserie del suo dolore, per non fermarsi. Se tieni coperta quella vergogna, se nessuno la vede oltre a voi due, allora puoi continuare a entrare nella pagina Facebook per spiare i messaggi privati e poi cancellare l’avviso di ingresso dall’account di posta elettronica

Descrive una condizione simile Jonathan Franzen in “Purity”, l’ultimo romanzo appena uscito in Italia per Einaudi. Nel mostrare la fine dell’amore per Isabel, e la fine infinita della loro relazione, dentro il sesso, le recriminazioni, gli incontri, l’incapacità di staccarsi, parla di “umiliazione”. “Era umiliante fare l’albero delle decisioni con lei. Umiliante la prontezza con cui le contestavo ogni minimo punto, umiliante che continuassi a farlo dopo l’infernale quantità di volte in cui lo avevo fatto negli ultimi dodici anni. Era come contemplare la mia dipendenza da una sostanza che non mi dava più un briciolo di piacere. Ed era per questo che i nostri incontri dovevano svolgersi nella massima segretezza. In qualunque posto tranne che in mezzo ai boschi ci saremmo troppo vergognati di noi stessi”. La dipendenza dall’abbrutimento è così attraente, ha una voluttà, giura di non lasciarti andare, di tenerti aggrappato ancora alle macerie di quell’amore, e la cosa che ti riprometti di non abbassarti mai a fare è proprio quella che finirai per fare. Nel romanzo di Franzen loro due litigano e fanno l’amore in mezzo ai boschi, in modo disperato e ostile.

Nel romanzo di Elena Stancanelli, Anna, in ginocchio sul marciapiede, si augura di morire, che lui la strattoni più forte, facendole sbattere la testa per terra. E poi grappa e Xanax, tutto insieme. Rannicchiarsi sul pavimento. Pensare perfino: è necessario che io la uccida. Che uccida l’altra donna prima che lei uccida me. Così loro due non si siederanno mai più a bere vino dove potrei incontrarli, lei non lo chiamerà più, non manderà più messaggi, non manderà mai più “nessuna foto della sua fica”. Mai più quel sentimento fra il suo ex compagno e l’altra donna che dentro l’ossessione non è una storia qualunque ma l’idea di un amore assoluto, inedito, mai visto da nessuno sulla terra.

Elena Stancanelli rivela quello che possiamo diventare, e sono pensieri così vicini, anche quando sono brutti, disperati, tremanti, paranoici, impazziti, che bisogna riconoscerli e accoglierli. Avere il coraggio di dire: sono io, potrei essere io. Perché l’umanità è anche questo, sono le ombre e la debolezza e il dolore insensato che ci agguanta e noi che non vogliamo davvero liberarcene e anzi restiamo lì a farci cullare, a scivolare un po’ più giù. E ciò che rende importante un libro è il racconto di una verità, qualcosa di autentico e mai preoccupato di sembrare perbene.

Questo romanzo non è perbene, e contiene una verità che ci riguarda, racconta senza reticenza anche la paura che provoca il confronto con un’altra donna: forse succede la stessa cosa anche agli uomini, può darsi, ma in questo romanzo c’è la descrizione precisa dell’ossessione verso un’altra donna, e dentro l’ossessione c’è il corpo, il sesso, l’audacia: cosa faceva lei che io non sapevo e non avrei mai saputo fare? “Ecco. quando arrivavo lì ero al centro perfetto del dolore. Lì faceva male come nessun’altra cosa. Potevo solo sfiorarlo, quel pensiero. Poi dovevo abbandonarlo, in fretta. Centellinarlo. Solo un po’, fin quando non crollavo”.

Le persone intorno continuano la vita sempre allo stesso modo, il cielo è identico, qualcuno dice: stai bene, sei dimagrita. Qualcun altro pensa che sia tutto a posto, forse gli manca un pezzo di cervello e allora dice: l’ho visto, il tuo ex, era con una, non brutta. Così il mondo può crollare di nuovo, e il corpo ritornare molle, quel dolore allo stomaco, tutto ancora uno schifo, un’umiliazione che non finisce mai. L’umiliazione però non è soltanto un peggioramento di sé, la rivelazione di un baratro in cui si potrà cadere ancora. L’umiliazione ha ancora dentro l’amore, e quello che resta della tenerezza, e il bisogno, forse malato chi se ne importa, di restare ancora vicini. Il pallino blu, allora, il pallino blu dell’applicazione “Trova il mio iPhone”, che Anna tiene sempre accanto per vedere dov’è Davide, almeno fino a quando lui non lo scopre e cambia la password di iTunes, fa tenerezza, è commovente.

È umiliante, certo, sedersi al ristorante con il telefono appoggiato sopra la borsa, in modo da vederlo solo voltando la testa e sfiorando lo schermo. Guardare la pallina blu prima di dormire, prima di parlare con le persone, prima di lavorare.

È umiliante passare le notti a guardare la pallina blu muoversi, o peggio vederla stare ferma sempre nello stesso posto, in quella zona, in quel grumo di strade. La casa dell’altra. Più la pallina restava ferma in quel posto più Anna si disperava. “Ogni volta che la pallina scivolava via dal quartiere di merda prendevo fiato”. È   un’umiliazione così estrema, così vicina ad altre possibilità ancora più estreme di distruzione, eppure in fondo così innocua (una pallina blu su uno schermo per fingere di essere ancora insieme, pensando: come farò a sopravvivere quando non saprò più dove si trova lui in ogni momento?), che una cosa minuscola, spiona, ridicola, acquista grandezza, diventa, più dell’uomo che indica, la testimonianza dell’amore. Dell’abbandono totale, dell’intimità che Anna ha offerto, e per un po’ ricevuto, con fiducia. Delle cose sceme che era bellissimo fare insieme.

Dell’idea che solo con l’uomo della pallina blu si sarebbe divertita a stare sdraiata su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle, come nel film con Kate Winslet e Jim Carrey. Soltanto con lui al mondo. Allora, adesso, mai più con nessuno. Anche fuori dal dolore pazzo, rinsavita, di nuovo dignitosa e in salvo, guarita: mai più con nessuno.

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Stregati: “L’uomo del futuro” di Eraldo Affinati https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-luomo-del-futuro-di-eraldo-affinati/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/stregati-luomo-del-futuro-di-eraldo-affinati/#comments Mon, 30 May 2016 05:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31119 Per la serie dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega, ripubblichiamo un pezzo di Gabriele Santoro sul libro L'uomo del futuro di Eraldo Affinati (Mondadori).

Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

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Per la serie dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega, ripubblichiamo un pezzo di Gabriele Santoro sul libro L’uomo del futuro di Eraldo Affinati (Mondadori).

Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

Affinati ci illustra ancora una volta la propria idea di letteratura che vive sull’esperienza e in cui la scrittura rappresenta l’elaborazione, il momento ultimo. Come credi possibile che una terza persona, per di più esterna, quale sei tu, possa riuscire a percepire, se non a raccogliere un lascito incredibile?, si domanda. E risponde: «D’istinto quasi schiacci il pulsante interiore dei tuoi vent’anni: la letteratura serve a questo, altrimenti non avrebbe senso né leggere, né scrivere».

Stavolta la traccia è un’esistenza che non è scomparsa. Ridefinisce la sconcertante attualità del carisma pedagogico di don Milani: «Non vuoi ammettere che ogni cosa finisce in polvere? No, altrimenti non potresti trovare la forza di scrivere». Ritroviamo la sintassi di Romoletto, lo spirito primigenio de La città dei ragazzi e quell’urgenza di paternità mai sopita. La solitudine della propria adolescenza, che ancora interroga, quella dello scrittore, impastate nella coralità vivificata dalla scuola di Barbiana. Il lavoro che più lo appassiona, ce lo ripete: «Cercare i rapporti, ricucire gli strappi; mettere in relazione libri e destini».

Questo testo, che non percorre la scorciatoia del romanzo, commuove dopo la lettura non solo Aldo Bozzolini, il più piccolo fra gli allievi del priore, ma chiunque sia nato o abbia deciso di rinunciare al privilegio per condividere il cammino sul lato polveroso della strada, della vita. Il maestro, scrittore, politico, educatore; prete ribelle e rispettosissimo rinunciò innanzitutto ai privilegi della propria estrazione sociale alto borghese, senza sostituire l’aristocrazia materiale con quella morale. Lacerare i tessuti, rovesciare i banchi del tempio: è la necessità per immaginare di poter guardare chi non è come te, per guardare dentro a Il quartiere di Vasco Pratolini.

«Certe fotografie del piccolo Lorenzo fanno impressione: le camicette immacolate, le scarpette bianche, i capelli ben pettinati. Egli, sin dalla più tenera età, sentì tutto questo come una zavorra insopportabile, altrimenti non avrebbe chiesto al fattore di Montespertoli, dove la sua famiglia aveva una lussuosa residenza, di far entrare in quel giardino dorato i bambini poveri», racconta Affinati. Non fu dunque una conversione sulla via di Damasco, ma già percepibile nelle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Visitando la Tenuta La Gigliola, casa di campagna della famiglia Milani, distante dieci chilometri da Firenze, si sofferma sul campo da tennis posto accanto alla villa padronale, dove Lorenzo pare che spingesse a giocare a pallone i suoi amici. Qui evoca un confronto con Giorgio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini: «Sì, mi ha procurato una serie di risonanze emotive e culturali sulle quali ho lavorato. Insomma la rivoluzione bisogna farla prima dentro noi stessi: ecco cosa ci dice il priore».

Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela, scrisse Milani alla madre. Per essere veramente liberi s’incarna un limite, quale nucleo di ogni vera tensione pedagogica. Andare oltre l’efficacia; a scuola si cerca l’efficacia prima della giustizia.

Quando anche la vostra rivoluzione avrà trionfato, scrive nella lettera a Pipetta, il comunista di San Donato di Calenzano, il mio posto sarà sempre al fianco degli assetati e degli affamati della giustizia. Il senso della sconfitta storicizzata del mito novecentesco dell’uguaglianza non è ragione sufficiente per smettere di essere una spina nel fianco del privilegio che fa scandalo.

Ci emancipa dallo stereotipo di don Camillo e Peppone. Nella prefazione di Esperienze spiritualil’Arcivescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack, evidenzia come: «La doverosa e urgente difesa dai pericoli del comunismo ateo ha trascinato molti nella politica in senso tecnico, o addirittura in senso deteriore. Talvolta ci si è convinti che oggi la cosa a cui occorre dare ogni energia, a cui occorre tutto coordinare e subordinare e perfino sacrificare, è la questione elettorale, e la politica; e per far questo efficacemente è necessario – si dice – prendere le difese del governo e della DC e del suo operato, e dei suoi uomini. E Lei ci dice che tutto questo occorre abbandonarlo!» Affinati riporta una frase di don Milani: «Abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi congressi eucaristici di Franco».

La pretesa di giustizia milaniana si realizza nel qui e ora, nell’insegnamento della lingua, nel farsi carico dello sguardo dell’altro e nel far entrare nella Storia gli esclusi, rompendo il conformismo didattico. Il priore considerava povertà la mancanza di parole indispensabili per sciogliere i nodi dell’esistenza: «Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi, mentre loro mi hanno insegnato a vivere». Fare scuola ai diseredati vuol dire raddrizzare le strade storte. A Barbiana la scuola riguadagnava il senso del tempo. Dodici ore al giorno, 365 giorni all’anno. Nella nota Lettera ai Giudici leggiamo:

«La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola. Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell’orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico. La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapete che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme. Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme». Tutto si legava dentro la vita del maestro e dei suoi allievi, piccoli montanari da non tradire. Era un modo nuovo di vivere. Stare giù in basso, alla maniera di Simone Weil quando lavorava nelle officine Renault di Boulogne Billancourt, scrive Affinati.

 Un’alleanza senza confondere i ruoli. «Quella non è una scuola, è una pubblica piazza. Ognuno tira per la sua strada disinteressandosi del prossimo. Vi siete forse illusi di poter fare una scuola democratica? È un errore. La scuola deve essere monarchica assolutista ed è democratica solo nel fine, in quanto il monarca che la guida costruisce nei ragazzi i mezzi della democrazia». Così Milani si rivolse al professore Marcello Inghilesi, che aveva organizzato una proiezione di Roma città aperta, invitando gli allievi di Barbiana. Non gli era piaciuto il rumore di sottofondo degli studenti delle medie.

 Lo scrittore insegnante non imbalsama colui che chiama profeta. La perfezione inaridisce, l’elogio dell’errore come quello del ripetente alimenta i don Milani inconsapevoli sparsi per il mondo. I beni non spesi perdono valore. Affinati scrive quel che sa, quello che sperimenta alla Scuola Penny Wirton con i ragazzini egiziani sperduti, che nella lingua rincorrono un orientamento. Gettarsi nella mischia, ferirsi, prima dei registri, prima dei voti. «La scuola ha un problema. I ragazzi che perde», argomentava Milani. Respiriamo a polmoni aperti, sottraendoci alla logica binaria scuola od officina.

La rivoluzione è aspettare i ritardatari: un’utopia? Andare a cercarsi i ragazzi uno per uno, far scattare una scintilla, essere autentici, fare sul serio: non salverà il mondo, ma dona vite. «C’è un punto in cui l’educatore accetta la propria impotenza, esce dal tribunale della storia e torna alla lavagna chinando il capo. Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso. Non significa forse questo essere padri?»

Illuminano in questo senso gli appunti del viaggio nei bassifondi dell’ex Berlino est. All’Arca di Marzahn l’incontro tra lo scrittore, in visita presso la struttura fondata da un pastore metodista per adolescenti feriti, e Manfred, dipendente dalla droga, figlio di una prostituta, senza padre, si conclude con un emozionante: «Adios papa».

Nell’ottobre del 1941 Lorenzo aveva fatto domanda d’iscrizione all’Accademia di Brera. Si sottrasse alla condizione dell’artista isolato per un’opera collettiva. Affinati percorrendo le pagine di Lettera a una professoressa aggredisce i nodi tuttora irrisolti. Il babbo di Gianni a 12 anni andò a lavorare da un fabbro e non finì neanche la quarta. A 19 anni andò partigiano. Non capì bene quello che faceva. Ma certo lo capì meglio di voi. Sperava in un mondo più giusto che gli facesse eguale almeno Gianni. Gli ostacoli che l’articolo tre dovrebbe rimuovere lui ce li ha addosso.

Poi c’è Pierino, l’alter ego del priore. Il dottore e sua moglie sono gente in gamba. Leggono, viaggiano, ricevono gli amici, giocano col bambino, hanno il tempo di stargli dietro. La casa è piena di libri e di cultura. A cinque anni Gianni maneggia la pala con maestria. Pierino il lapis. «Pierino non veniva mai respinto. Passava sempre, anche senza studiare. Sarebbe dovuto diventare un professore. Questo era, ed è ancora oggi, il destino di tutti i Milani, in senso lato: cattedratici, scienziati, eruditi, mantenuti dai loro stessi inservienti. Gente che non si sporca le mani. Quelli che prima lavorano gratis, raffinato sistema per escludere chi non se lo può permettere, poi salgono in cattedra, come se fosse un podio, quindi si sposano e tirano su altri figli uguali a loro. Più Pierini che mai.» Chi spezza il circolo dell’esclusione?

Dall’ateismo al seminario, dall’agiatezza alla povertà. Consacrato sacerdote nell’ottobre 1947 a San Donato di Calenzano, capire don Milani significa anche contestualizzare l’unicità nel clima del cattolicesimo fiorentino pre e post conciliare di padre Ernesto Balducci, don Giulio Facibeni e Giorgio La Pira. Conciliarista ante litteram, Milani, come asserisce Affinati, getta scompiglio nel rapporto con le istituzioni ecclesiastiche senza tradire un solo principio sul quale si fondava la comunità. NellaLettera ai Giudici, sulla quale torneremo più avanti, conosciuta anche come L’obbedienza non è più una virtù, Milani risalta proprio una delle conquiste conciliari, rispetto alla non violenza che non era ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa: «Il Concilio invita i legislatori ad avere rispetto per coloro i quali o per testimoniare della mitezza cristiana, o per riverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra».

Monsignor Mario Tirapani, insegnante di Sacre scritture al seminario, nelle vesti di vicario generale dell’arcidiocesi, lo fece trasferire nella chiesetta sperduta di Sant’Andrea a Barbiana. La periferia avrebbe dovuto condannare all’oblio anche quel “pretino di famiglia mezza ebrea” dallo spirito indipendente, dal gran temperamento che non si lasciava certo irretire dall’indecisione. Inconsapevolmente il monsignore gli aveva aperto una distanza strepitosa da coprire, al contempo minima e sterminata, fra la cupola del Brunelleschi, fra una capitale della cultura e il terzo mondo della collina di Barbiana senza strade, luce, acqua e telefono. Il sottoproletariato agricolo destinato a estinguersi nell’agglomerato indistinto della città rivelò invece tutte le potenzialità inespresse.

È interessante, in questo senso, la recensione di Luciano Bianciardi su Esperienze pastorali citata nel testo: «Un moralismo che noi non accettiamo nei suoi fondamenti dottrinari, ma che tuttavia auspichiamo di veder emergere fra chi accetta la dottrina cristiana, e con il quale siamo certi di poter discutere con reciproco frutto». All’epoca la Congregazione all’Arcivescovo di Firenze suggerì di ritirare dal commercio per ragioni di prudenza, di non ristampare o tradurre il libro di don Milani, scritto nel 1954 e pubblicato nel 1957. Le parole di Ernesto Balducci ne sintetizzano la portata: «Venuto dal di fuori aveva colto subito il punto di inerzia che intercettava e falsificava i contatti tra chiesa e mondo e ne fece un’analisi spregiudicata nel suo primo libro, Esperienze pastorali». Balducci lo definisce radicalismo illuministico: «La qualità di quelle pagine mette allo scoperto gli assunti di un apparato in cui le intenzioni ideali e le pratiche reali riuscivano a convivere in tranquillissima contraddizione». Discorso e testimonianza coincidono in Milani, che si considerava «parte viva della Chiesa, anzi suo ministro», malgrado l’incomprensione di quest’ultima.

Incarnare un limite, oggi più che mai questo aspetto dello spirito milaniano potrebbe esserci utile di fronte alla deflagrazione del desiderio cui assistiamo, dice Affinati. «Esperienze pastorali è un’inchiesta straordinaria su un paese, l’Italia, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il “miracolo economico”. Non ha niente da invidiare a nessuna inchiesta sociologica contemporanea e successiva. Ha il vantaggio di una necessità che viene dagli scopi che l’autore si proponeva: di conoscenza e riflessioni attive finalizzate a un intervento religioso e sociale. È probabilmente l’opera più ricca del suo autore piena di indicazioni la cui attualità è andata crescendo. È esplosa nella nostra società che ha fatto dello spettacolo, del divertimento, del tempo libero il proprio fulcro ideologico e, attraverso i media, il principale strumento in mano alle classi dirigenti per la propria perpetuazione e per il controllo delle coscienze», scrive Goffredo Fofi (La Ricreazione, e/o). Giuseppe D’Avack elogiò l’utilizzo della statistica da parte di don Milani, che caratterizzerà anche Lettera a una professoressa.

Solo nel 2014 è stato tolto dalla Chiesa il veto alla ristampa di Esperienze pastorali: «Torna a diventare un patrimonio del cattolicesimo italiano e in particolare della Chiesa fiorentina, un contributo alla riflessione ecclesiale da riprendere in mano e su cui confrontarsi. La valorizzazione della persona e dell’opera di don Milani è iniziata nella Chiesa da tempo, e un particolare ruolo lo ha svolto quella stessa Civiltà cattolica da cui era uscita la voce più critica subito dopo la pubblicazione di Esperienze pastorali. Sull’Osservatore Romano è apparso un articolo di grande evidenza nel quale si esaltava la figura di don Lorenzo Milani quasi a contraltare dell’articolo che invece nel 1958 metteva in guardia dalla lettura di Esperienze pastorali», ha dichiarato nell’aprile 2014 il cardinale Betori a Toscana Oggi.

A quasi cinquant’anni dalla morte di don Milani, Affinati ci ricorda il fuoco espressivo delle sue lettere. Un patrimonio straordinario del quale si nutre L’uomo del futuro: «Come si fa a negare valore letterario, per fare un solo esempio, alla Lettera ai Giudici? Solo un pregiudizio di marca crociana potrebbe impedirci di collocare Milani fra i più notevoli scrittori del suo tempo, di stampo epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana. Con una differenza essenziale: che lui, non ricopiando in bella, gettava un’ombra lunga sull’autonomia dell’opera, conferendole valore intoccabile. Anche in questo senso è stato un profeta. Uno fra i più misteriosi scrittori italiani fra quelli che si sono nascosti dietro il proprio talento per cause di forza maggiore, ha negato sé stesso con pervicacia degna dell’ultimo Tolstòj».

Sull’altura del Mamajev Kurgan, dove si riuniscono i soldati russi in licenza dalla Cecenia, Affinati ha incontrato Ivan, che ha smarrito le ragioni, l’euforia della scelta di arruolarsi. Lo scempio di Groznyj, che Anna Politkovskaya ci raccontava, l’ha reso antimilitarista. L’obiettore Ivan affronterà la cella. Si appellerà all’articolo 59.3 della Costituzione. Un taccuino di viaggio che ci rivela ancora l’attualità di don Milani. Il 12 febbraio del 1965 una minoranza, autoproclamatasi maggioranza, dei Cappellani militari in congedo della Toscana redasse un comunicato, diffuso poi da La Nazione, nel quale sostanzialmente si associò l’obiezione di coscienza a un insulto alla patria. Né le autorità religiose, né quelle civili avevano reagito al testo. Circa venti giorni più tardi Milani pubblicò una lettera di risposta, stampata in mille copie, e successivamente, nel mese di marzo, ripresa da Rinascita.

Reclamò, tra l’altro, contro l’uso distorto del concetto di patria: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri».

A Barbiana giunsero insulti e minacce di stampo fascista. Un gruppo di ex combattenti denunciò Milani e la rivista per apologia di reato. Impossibilitato a recarsi in tribunale, a causa della malattia che poi lo spense, preparò una Lettera ai giudici, che sta lì dove stanno le stelle da rimirare. In che modo un cittadino può reagire all’ingiustizia?

«È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Lui a scuola aveva esclusivamente figlioli di contadini e di operai. Lo Stato la luce elettrica a Barbiana l’aveva appena portata, ma le cartoline di precetto arrivavano a domicilio fin dal 1861. Ai giudici scrive che si è impegnato, si è sforzato nel cercare sui libri di storia la categoria di guerra giusta, tuttavia non l’ha trovata in regola con l’articolo 11 della Costituzione italiana:

«Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei trentuno ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato, era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Ma è poi reato? L’assemblea costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta costituzionale “al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali”. Una di queste conquiste è l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

Noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora. A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi».

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I nuovi ragazzi di Don Milani sono migranti https://minimaetmoralia.it/libri/i-nuovi-ragazzi-di-don-milani-sono-migranti/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-nuovi-ragazzi-di-don-milani-sono-migranti/#comments Tue, 22 Mar 2016 13:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30341 Riprendiamo questo pezzo uscito su Corriere.it, ringraziando la testata.

Terminato di leggere «L’uomo del futuro. Sulle strade di Don Lorenzo Milani»(Mondadori), viene subito voglia di parlare con il suo autore, Eraldo Affinati, che non è soltanto un insegnante, o «maestro di strada», come alcuni amano definirlo.

Affinati è uno scrittore che si racconta attraverso i battiti di una vita vissuta ogni giorno seguendo obiettivi concreti, come descrivono altri suoi libri e sue iniziative, la più importante delle quali può considerarsi la fondazione della scuola Penny Wirton, animata dai corsi di italiano per stranieri. Appena concluso un incontro insieme ai suoi studenti con un liceo romano, riusciamo a scambiare qualche battuta al telefono. Al solito, le parole arrivano d’impatto al cuore dell’argomento.

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Riprendiamo questo pezzo uscito su Corriere.it, ringraziando la testata.

Terminato di leggere «L’uomo del futuro. Sulle strade di Don Lorenzo Milani»(Mondadori), viene subito voglia di parlare con il suo autore, Eraldo Affinati, che non è soltanto un insegnante, o «maestro di strada», come alcuni amano definirlo.

Affinati è uno scrittore che si racconta attraverso i battiti di una vita vissuta ogni giorno seguendo obiettivi concreti, come descrivono altri suoi libri e sue iniziative, la più importante delle quali può considerarsi la fondazione della scuola Penny Wirton, animata dai corsi di italiano per stranieri. Appena concluso un incontro insieme ai suoi studenti con un liceo romano, riusciamo a scambiare qualche battuta al telefono. Al solito, le parole arrivano d’impatto al cuore dell’argomento.

«L’uomo del futuro è un libro autobiografico, costruito sulle tracce di questo grande profeta, di questo grande maestro, di questo sacerdote, non so neanche come chiamarlo… È difficile definirlo, perché Don Lorenzo Milani aveva una personalità propulsiva poliedrica. Così sono andato nei luoghi della sua vita: a Firenze, dove è nato e morto; a Barbiana, a San Donato di Cavenzano, dove sono sorte le sue prime scuole. Poi però sono andato anche in tutto il mondo, in Africa, in Cina, in Giappone, per cercare e incontrare i Don Milani di oggi, quei maestri di frontiera, quegli educatori isolati che non conobbero certo mai Don Milani, ma che però ne mettono in pratica ogni giorno lo spirito. Quindi è un libro in cui ho cercato di superare i confini del genere romanzesco, per raccontare anche qualcosa di me stesso, della mia vita quotidiana di insegnante, rivolto soprattutto agli immigrati, a questi ragazzi che arrivano da noi senza punti di riferimento, e che per me sono i ragazzi di Barbiana di oggi».

Inevitabile chiedere perché il nome di Don Lorenzo Milani venga legato al concetto di futuro. «Secondo me perché dobbiamo recuperare lo stimolo etico che Don Milani ci dà, perché stiamo vivendo una crisi etica profonda. Allora credo che ritornare all’esperienza straordinaria e rivoluzionaria di Don Lorenzo Milani possa essere utile non per ieri, ma per oggi, e anche per domani».

Ma i metodi di ieri possono funzionare anche nella scuola di oggi? Tra nuove tecnologie, perdita di riferimenti e… «Don Lorenzo Milani non ci ha lasciato un metodo da praticare, ma uno spirito da vivere. Se vogliamo recuperare questo spirito dobbiamo guardare in faccia i nostri studenti, rompendo la finzione pedagogica e i conformismi didattici, uscendo dal “mansionario”. Non possiamo limitarci a mettere i voti, a spiegare il programma e basta. Dobbiamo conoscere i nostri studenti, e per fare questo dobbiamo metterci in gioco, ritrovando quell’autenticità del rapporto umano che è la condizione fondamentale per riuscire a trasmettere una nozione. Per questo penso che la scuola sia l’ultimo angolo etico rimasto, e il lavoro dell’insegnante è determinante e decisivo, oggi più di ieri, perché oggi viviamo una rivoluzione digitale in cui tutto sembra uguale a tutto; invece, grazie anche a Don Milani, dobbiamo ritrovare le gerarchie di valore anche all’interno del mare magnum del web. Quindi ecco la ragione per cui fare scuola significa oggi guardare negli occhi i nostri ragazzi ed assumerci la responsabilità del loro sguardo: quindi significa qualcosa di profondo che chiama in causa anche i nostri fantasmi interiori. Si tratta di un lavoro forte e potente, che ci chiama in causa direttamente per essere credibili, per riuscire a incarnare il limite. Anche questo ci ha spiegato Don Lorenzo».

La scuola Penny Wirton, naturalmente, tenta di realizzare tutto questo. «La nostra Penny Wirton è una scuola gratuita di italiano per immigrati, che si basa sull’uno a uno, sul rapporto diretto docente-studente: niente classi, ma tanti ragazzi con altrettanti professori e professoresse. In più abbiamo anche i liceali italiani, studenti italiani che con il metodo peer to peer insegnano l’italiano ai loro coetanei immigrati. E anche tutto questo significa recuperare Don Milani. Lo scenario diventa così quello di uno spettacolo antropologico unico, in cui un giovane italiano parla e insegna il verbo essere e avere a un giovane di origini straniere che viene da un centro di pronta accoglienza. Ecco, in questi momenti mi rendo conto fino a che punto Don Milani sia ancora vivo. Però dobbiamo lavorare per questo, perché non è facile superare i pregiudizi e gli stereotipi, smettendo di credere che la nostra identità sia una cassaforte chiusa a riccio. C’è bisogno di un lavoro umano da compiere: ma se non facciamo questo, delegando tutti ai politici, la società non va avanti. Non possiamo delegare tutto alla classe politica: loro devono scrivere i regolamenti, d’accordo, ma noi poi dobbiamo vivere, dobbiamo impastarci con queste persone».

Ascoltando queste ultime riflessioni di Eraldo Affinati torna alla mente un passaggio del suo libro, laddove l’autore, in uno tra i numerosi viaggi descritti, racconta degli emigranti italiani che all’inizio del Novecento sbarcavano a New York senza conoscere la lingua inglese, e iniziavano poi a studiare nelle anguste aule-magazzino del Lower East Side.

Nel 2010 Affinati arriva ad Ellis Island, luogo-simbolo dell’emigrazione italiana nella Grande Mela, e fotografa un vecchio cartellone scritto in un italiano ancora incerto: «Il governo degli Stati Uniti e le scuole pubbliche aiutano i nostri Amici Stranieri che fanno applicazione per ottenere CITTADINANZA AMERICANA ed imparare la nostra lingua ed i principi del nostro Governo per prepararsi a essere buoni cittadini. Il Governo fornisce gratis i libri di testo. Iscrivetevi subito. Venite a scuola!»

Ecco come il passato richiama il nostro presente; ecco perché, per un insegnante come Eraldo Affinati, Don Lorenzo Milani non possa esser altro che “l’uomo del futuro”.

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L’uomo del futuro: Eraldo Affinati sulle strade di don Milani https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luomo-del-futuro-eraldo-affinati-sulle-strade-di-don-milani/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luomo-del-futuro-eraldo-affinati-sulle-strade-di-don-milani/#comments Fri, 19 Feb 2016 08:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30021 Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un'intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un'opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L'inquietudine che c'è prima dell'azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

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Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

Affinati ci illustra ancora una volta la propria idea di letteratura che vive sull’esperienza e in cui la scrittura rappresenta l’elaborazione, il momento ultimo. Come credi possibile che una terza persona, per di più esterna, quale sei tu, possa riuscire a percepire, se non a raccogliere un lascito incredibile?, si domanda. E risponde: «D’istinto quasi schiacci il pulsante interiore dei tuoi vent’anni: la letteratura serve a questo, altrimenti non avrebbe senso né leggere, né scrivere».

Stavolta la traccia è un’esistenza che non è scomparsa. Ridefinisce la sconcertante attualità del carisma pedagogico di don Milani: «Non vuoi ammettere che ogni cosa finisce in polvere? No, altrimenti non potresti trovare la forza di scrivere». Ritroviamo la sintassi di Romoletto, lo spirito primigenio de La città dei ragazzi e quell’urgenza di paternità mai sopita. La solitudine della propria adolescenza, che ancora interroga, quella dello scrittore, impastate nella coralità vivificata dalla scuola di Barbiana. Il lavoro che più lo appassiona, ce lo ripete: «Cercare i rapporti, ricucire gli strappi; mettere in relazione libri e destini».

Questo testo, che non percorre la scorciatoia del romanzo, commuove dopo la lettura non solo Aldo Bozzolini, il più piccolo fra gli allievi del priore, ma chiunque sia nato o abbia deciso di rinunciare al privilegio per condividere il cammino sul lato polveroso della strada, della vita. Il maestro, scrittore, politico, educatore; prete ribelle e rispettosissimo rinunciò innanzitutto ai privilegi della propria estrazione sociale alto borghese, senza sostituire l’aristocrazia materiale con quella morale. Lacerare i tessuti, rovesciare i banchi del tempio: è la necessità per immaginare di poter guardare chi non è come te, per guardare dentro a Il quartiere di Vasco Pratolini.

«Certe fotografie del piccolo Lorenzo fanno impressione: le camicette immacolate, le scarpette bianche, i capelli ben pettinati. Egli, sin dalla più tenera età, sentì tutto questo come una zavorra insopportabile, altrimenti non avrebbe chiesto al fattore di Montespertoli, dove la sua famiglia aveva una lussuosa residenza, di far entrare in quel giardino dorato i bambini poveri», racconta Affinati. Non fu dunque una conversione sulla via di Damasco, ma già percepibile nelle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Visitando la Tenuta La Gigliola, casa di campagna della famiglia Milani, distante dieci chilometri da Firenze, si sofferma sul campo da tennis posto accanto alla villa padronale, dove Lorenzo pare che spingesse a giocare a pallone i suoi amici. Qui evoca un confronto con Giorgio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini: «Sì, mi ha procurato una serie di risonanze emotive e culturali sulle quali ho lavorato. Insomma la rivoluzione bisogna farla prima dentro noi stessi: ecco cosa ci dice il priore».

Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela, scrisse Milani alla madre. Per essere veramente liberi s’incarna un limite, quale nucleo di ogni vera tensione pedagogica. Andare oltre l’efficacia; a scuola si cerca l’efficacia prima della giustizia.

Quando anche la vostra rivoluzione avrà trionfato, scrive nella lettera a Pipetta, il comunista di San Donato di Calenzano, il mio posto sarà sempre al fianco degli assetati e degli affamati della giustizia. Il senso della sconfitta storicizzata del mito novecentesco dell’uguaglianza non è ragione sufficiente per smettere di essere una spina nel fianco del privilegio che fa scandalo.

Ci emancipa dallo stereotipo di don Camillo e Peppone. Nella prefazione di Esperienze spirituali l’Arcivescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack, evidenzia come: «La doverosa e urgente difesa dai pericoli del comunismo ateo ha trascinato molti nella politica in senso tecnico, o addirittura in senso deteriore. Talvolta ci si è convinti che oggi la cosa a cui occorre dare ogni energia, a cui occorre tutto coordinare e subordinare e perfino sacrificare, è la questione elettorale, e la politica; e per far questo efficacemente è necessario – si dice – prendere le difese del governo e della DC e del suo operato, e dei suoi uomini. E Lei ci dice che tutto questo occorre abbandonarlo!» Affinati riporta una frase di don Milani: «Abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi congressi eucaristici di Franco».

 La pretesa di giustizia milaniana si realizza nel qui e ora, nell’insegnamento della lingua, nel farsi carico dello sguardo dell’altro e nel far entrare nella Storia gli esclusi, rompendo il conformismo didattico. Il priore considerava povertà la mancanza di parole indispensabili per sciogliere i nodi dell’esistenza: «Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi, mentre loro mi hanno insegnato a vivere». Fare scuola ai diseredati vuol dire raddrizzare le strade storte. A Barbiana la scuola riguadagnava il senso del tempo. Dodici ore al giorno, 365 giorni all’anno. Nella nota Lettera ai Giudici leggiamo:

«La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola. Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell’orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico. La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapete che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme. Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme». Tutto si legava dentro la vita del maestro e dei suoi allievi, piccoli montanari da non tradire. Era un modo nuovo di vivere. Stare giù in basso, alla maniera di Simone Weil quando lavorava nelle officine Renault di Boulogne Billancourt, scrive Affinati.

 Un’alleanza senza confondere i ruoli. «Quella non è una scuola, è una pubblica piazza. Ognuno tira per la sua strada disinteressandosi del prossimo. Vi siete forse illusi di poter fare una scuola democratica? È un errore. La scuola deve essere monarchica assolutista ed è democratica solo nel fine, in quanto il monarca che la guida costruisce nei ragazzi i mezzi della democrazia». Così Milani si rivolse al professore Marcello Inghilesi, che aveva organizzato una proiezione di Roma città aperta, invitando gli allievi di Barbiana. Non gli era piaciuto il rumore di sottofondo degli studenti delle medie.

 Lo scrittore insegnante non imbalsama colui che chiama profeta. La perfezione inaridisce, l’elogio dell’errore come quello del ripetente alimenta i don Milani inconsapevoli sparsi per il mondo. I beni non spesi perdono valore. Affinati scrive quel che sa, quello che sperimenta alla Scuola Penny Wirton con i ragazzini egiziani sperduti, che nella lingua rincorrono un orientamento. Gettarsi nella mischia, ferirsi, prima dei registri, prima dei voti. «La scuola ha un problema. I ragazzi che perde», argomentava Milani. Respiriamo a polmoni aperti, sottraendoci alla logica binaria scuola od officina.

La rivoluzione è aspettare i ritardatari: un’utopia? Andare a cercarsi i ragazzi uno per uno, far scattare una scintilla, essere autentici, fare sul serio: non salverà il mondo, ma dona vite. «C’è un punto in cui l’educatore accetta la propria impotenza, esce dal tribunale della storia e torna alla lavagna chinando il capo. Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso. Non significa forse questo essere padri?»

Illuminano in questo senso gli appunti del viaggio nei bassifondi dell’ex Berlino est. All’Arca di Marzahn l’incontro tra lo scrittore, in visita presso la struttura fondata da un pastore metodista per adolescenti feriti, e Manfred, dipendente dalla droga, figlio di una prostituta, senza padre, si conclude con un emozionante: «Adios papa».

Nell’ottobre del 1941 Lorenzo aveva fatto domanda d’iscrizione all’Accademia di Brera. Si sottrasse alla condizione dell’artista isolato per un’opera collettiva. Affinati percorrendo le pagine di Lettera a una professoressa aggredisce i nodi tuttora irrisolti. Il babbo di Gianni a 12 anni andò a lavorare da un fabbro e non finì neanche la quarta. A 19 anni andò partigiano. Non capì bene quello che faceva. Ma certo lo capì meglio di voi. Sperava in un mondo più giusto che gli facesse eguale almeno Gianni. Gli ostacoli che l’articolo tre dovrebbe rimuovere lui ce li ha addosso.

Poi c’è Pierino, l’alter ego del priore. Il dottore e sua moglie sono gente in gamba. Leggono, viaggiano, ricevono gli amici, giocano col bambino, hanno il tempo di stargli dietro. La casa è piena di libri e di cultura. A cinque anni Gianni maneggia la pala con maestria. Pierino il lapis. «Pierino non veniva mai respinto. Passava sempre, anche senza studiare. Sarebbe dovuto diventare un professore. Questo era, ed è ancora oggi, il destino di tutti i Milani, in senso lato: cattedratici, scienziati, eruditi, mantenuti dai loro stessi inservienti. Gente che non si sporca le mani. Quelli che prima lavorano gratis, raffinato sistema per escludere chi non se lo può permettere, poi salgono in cattedra, come se fosse un podio, quindi si sposano e tirano su altri figli uguali a loro. Più Pierini che mai.» Chi spezza il circolo dell’esclusione?

Dall’ateismo al seminario, dall’agiatezza alla povertà. Consacrato sacerdote nell’ottobre 1947 a San Donato di Calenzano, capire don Milani significa anche contestualizzare l’unicità nel clima del cattolicesimo fiorentino pre e post conciliare di padre Ernesto Balducci, don Giulio Facibeni e Giorgio La Pira. Conciliarista ante litteram, Milani, come asserisce Affinati, getta scompiglio nel rapporto con le istituzioni ecclesiastiche senza tradire un solo principio sul quale si fondava la comunità. Nella Lettera ai Giudici, sulla quale torneremo più avanti, conosciuta anche come L’obbedienza non è più una virtù, Milani risalta proprio una delle conquiste conciliari, rispetto alla non violenza che non era ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa: «Il Concilio invita i legislatori ad avere rispetto per coloro i quali o per testimoniare della mitezza cristiana, o per riverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra».

Monsignor Mario Tirapani, insegnante di Sacre scritture al seminario, nelle vesti di vicario generale dell’arcidiocesi, lo fece trasferire nella chiesetta sperduta di Sant’Andrea a Barbiana. La periferia avrebbe dovuto condannare all’oblio anche quel “pretino di famiglia mezza ebrea” dallo spirito indipendente, dal gran temperamento che non si lasciava certo irretire dall’indecisione. Inconsapevolmente il monsignore gli aveva aperto una distanza strepitosa da coprire, al contempo minima e sterminata, fra la cupola del Brunelleschi, fra una capitale della cultura e il terzo mondo della collina di Barbiana senza strade, luce, acqua e telefono. Il sottoproletariato agricolo destinato a estinguersi nell’agglomerato indistinto della città rivelò invece tutte le potenzialità inespresse.

È interessante, in questo senso, la recensione di Luciano Bianciardi su Esperienze pastorali citata nel testo: «Un moralismo che noi non accettiamo nei suoi fondamenti dottrinari, ma che tuttavia auspichiamo di veder emergere fra chi accetta la dottrina cristiana, e con il quale siamo certi di poter discutere con reciproco frutto». All’epoca la Congregazione all’Arcivescovo di Firenze suggerì di ritirare dal commercio per ragioni di prudenza, di non ristampare o tradurre il libro di don Milani, scritto nel 1954 e pubblicato nel 1957. Le parole di Ernesto Balducci ne sintetizzano la portata: «Venuto dal di fuori aveva colto subito il punto di inerzia che intercettava e falsificava i contatti tra chiesa e mondo e ne fece un’analisi spregiudicata nel suo primo libro, Esperienze pastorali». Balducci lo definisce radicalismo illuministico: «La qualità di quelle pagine mette allo scoperto gli assunti di un apparato in cui le intenzioni ideali e le pratiche reali riuscivano a convivere in tranquillissima contraddizione». Discorso e testimonianza coincidono in Milani, che si considerava «parte viva della Chiesa, anzi suo ministro», malgrado l’incomprensione di quest’ultima.

Incarnare un limite, oggi più che mai questo aspetto dello spirito milaniano potrebbe esserci utile di fronte alla deflagrazione del desiderio cui assistiamo, dice Affinati. «Esperienze pastorali è un’inchiesta straordinaria su un paese, l’Italia, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il “miracolo economico”. Non ha niente da invidiare a nessuna inchiesta sociologica contemporanea e successiva. Ha il vantaggio di una necessità che viene dagli scopi che l’autore si proponeva: di conoscenza e riflessioni attive finalizzate a un intervento religioso e sociale. È probabilmente l’opera più ricca del suo autore piena di indicazioni la cui attualità è andata crescendo. È esplosa nella nostra società che ha fatto dello spettacolo, del divertimento, del tempo libero il proprio fulcro ideologico e, attraverso i media, il principale strumento in mano alle classi dirigenti per la propria perpetuazione e per il controllo delle coscienze», scrive Goffredo Fofi (La Ricreazione, e/o). Giuseppe D’Avack elogiò l’utilizzo della statistica da parte di don Milani, che caratterizzerà anche Lettera a una professoressa.

Solo nel 2014 è stato tolto dalla Chiesa il veto alla ristampa di Esperienze pastorali: «Torna a diventare un patrimonio del cattolicesimo italiano e in particolare della Chiesa fiorentina, un contributo alla riflessione ecclesiale da riprendere in mano e su cui confrontarsi. La valorizzazione della persona e dell’opera di don Milani è iniziata nella Chiesa da tempo, e un particolare ruolo lo ha svolto quella stessa Civiltà cattolica da cui era uscita la voce più critica subito dopo la pubblicazione di Esperienze pastorali. Sull’Osservatore Romano è apparso un articolo di grande evidenza nel quale si esaltava la figura di don Lorenzo Milani quasi a contraltare dell’articolo che invece nel 1958 metteva in guardia dalla lettura di Esperienze pastorali», ha dichiarato nell’aprile 2014 il cardinale Betori a Toscana Oggi.

A quasi cinquant’anni dalla morte di don Milani, Affinati ci ricorda il fuoco espressivo delle sue lettere. Un patrimonio straordinario del quale si nutre L’uomo del futuro: «Come si fa a negare valore letterario, per fare un solo esempio, alla Lettera ai Giudici? Solo un pregiudizio di marca crociana potrebbe impedirci di collocare Milani fra i più notevoli scrittori del suo tempo, di stampo epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana. Con una differenza essenziale: che lui, non ricopiando in bella, gettava un’ombra lunga sull’autonomia dell’opera, conferendole valore intoccabile. Anche in questo senso è stato un profeta. Uno fra i più misteriosi scrittori italiani fra quelli che si sono nascosti dietro il proprio talento per cause di forza maggiore, ha negato sé stesso con pervicacia degna dell’ultimo Tolstòj».

Sull’altura del Mamajev Kurgan, dove si riuniscono i soldati russi in licenza dalla Cecenia, Affinati ha incontrato Ivan, che ha smarrito le ragioni, l’euforia della scelta di arruolarsi. Lo scempio di Groznyj, che Anna Politkovskaya ci raccontava, l’ha reso antimilitarista. L’obiettore Ivan affronterà la cella. Si appellerà all’articolo 59.3 della Costituzione. Un taccuino di viaggio che ci rivela ancora l’attualità di don Milani. Il 12 febbraio del 1965 una minoranza, autoproclamatasi maggioranza, dei Cappellani militari in congedo della Toscana redasse un comunicato, diffuso poi da La Nazione, nel quale sostanzialmente si associò l’obiezione di coscienza a un insulto alla patria. Né le autorità religiose, né quelle civili avevano reagito al testo. Circa venti giorni più tardi Milani pubblicò una lettera di risposta, stampata in mille copie, e successivamente, nel mese di marzo, ripresa da Rinascita.

Reclamò, tra l’altro, contro l’uso distorto del concetto di patria: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri».

A Barbiana giunsero insulti e minacce di stampo fascista. Un gruppo di ex combattenti denunciò Milani e la rivista per apologia di reato. Impossibilitato a recarsi in tribunale, a causa della malattia che poi lo spense, preparò una Lettera ai giudici, che sta lì dove stanno le stelle da rimirare. In che modo un cittadino può reagire all’ingiustizia?

«È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Lui a scuola aveva esclusivamente figlioli di contadini e di operai. Lo Stato la luce elettrica a Barbiana l’aveva appena portata, ma le cartoline di precetto arrivavano a domicilio fin dal 1861. Ai giudici scrive che si è impegnato, si è sforzato nel cercare sui libri di storia la categoria di guerra giusta, tuttavia non l’ha trovata in regola con l’articolo 11 della Costituzione italiana:

«Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei trentuno ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato, era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Ma è poi reato? L’assemblea costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta costituzionale “al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali”. Una di queste conquiste è l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

Noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora. A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi».

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Signori, ecco un insegnante! https://minimaetmoralia.it/interventi/un-altra-scuola-giovanni-accardo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/un-altra-scuola-giovanni-accardo/#respond Thu, 07 May 2015 13:50:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26630 Oggi esce per Ediesse Un'altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico di Giovanni Accardo, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti. A seguire la prefazione di Eraldo Affinati.

di Eraldo Affinati

Conosco Giovanni Accardo da tanti anni. Mi ha sempre colpito la sua profonda dimensione etica che in questo diario scolastico assomiglia a un diamante prezioso. Lo scenario rappresenta una cellula di vibrante passione partecipativa: un liceo di Bolzano. Un luogo dove si consegna il testimone della tradizione, si formano le coscienze dei futuri cittadini e, se possibile, si impara a diventare adulti.

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È in libreria per Ediesse Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico di Giovanni Accardo, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti. A seguire la prefazione di Eraldo Affinati.

di Eraldo Affinati

Conosco Giovanni Accardo da tanti anni. Mi ha sempre colpito la sua profonda dimensione etica che in questo diario scolastico assomiglia a un diamante prezioso. Lo scenario rappresenta una cellula di vibrante passione partecipativa: un liceo di Bolzano. Un luogo dove si consegna il testimone della tradizione, si formano le coscienze dei futuri cittadini e, se possibile, si impara a diventare adulti.

Leggendo queste pagine avrei voluto esclamare: signori, ecco un insegnante! Lasciate stare i ritratti agrodolci che troppo spesso se ne fanno sulle gazzette e sugli schermi, grandi e piccoli, compreso il film di cui si narra nel testo. Dimenticate le visioni precostituite. Stiamo parlando di un uomo che non si accontenta di osservare la partita restando seduto in tribuna a prendere appunti, scattare fotografie o fare battute. Vuole che gli ingranaggi funzionino. Cerca di riparare quelli rotti. Non tiene le mani in tasca. Entra in azione, notte e giorno, ora per ora. Coinvolge persone e istituzioni. Intreccia rapporti. Crea una vegetazione culturale. E voi pensate che sia incoraggiato? Che venga premiato? Che rappresenti un modello virtuoso di sperimentazione didattica? Il testo da lui scritto purtroppo dimostra il contrario.

Il professore si impegna allo spasimo con il risultato di farsi male. Ruba il tempo alla famiglia. Non riesce a dormire. Insomma lascia sul campo qualcosa di se stesso. Però alla fine scopre, dentro di sé, una segreta letizia, assai difficile da comunicare, non distante da quella, dico io, che il muratore di Primo Levi provava persino all’interno del lager nei confronti del lavoro ben svolto.

“Cosa posso fare per gli studenti che non hanno voglia di studiare? Per gli studenti che vengono a scuola completamente disinteressati? Non è troppo facile limitarsi a dirgli di cambiare scuola? Possiamo limitarci a riempirli di insufficienze e poi bocciarli?”

Tutto parte da qui: da queste domande inevase, dall’ansia che le determina, dall’insoddisfazione di chi se le pone. Nel 1938, non proprio ieri, John Dewey, forse il più grande filosofo dell’educazione del Novecento, aveva dato le risposte giuste: bisogna innanzitutto motivare i ragazzi, cioè renderli protagonisti dell’azione didattica, al punto tale che il docente, senza mettersi in posizione dominante, come colui che dispensa l’erudizione, diventa “il direttore di attività associate”. Invece di incarnare la figura del distributore di traffico concettuale,  realizza “un’impresa cooperativa” favorendo la partecipazione degli studenti a un processo di cui loro stessi sono elemento imprescindibile.

Sembra il ritratto del protagonista di questo libro, un racconto sulla scuola com’è, con tutte le sue storture, e, allo stesso tempo, per implicito contrappunto, come dovrebbe essere. L’alter ego del narratore non si limita certo a fare l’appello, spiegare il programma e mettere i voti. Il suo obiettivo è molto più alto: nella consapevolezza anche etimologica della professione che ha scelto, vuole lasciare il segno in chi lo segue. Invita scrittori, divide il tempo con gli scolari, li guida nelle gite, sfida la sorte consigliando capolavori, prende sempre posizione, soprattutto quando scopre la fragilità dei più deboli. Alcuni scorci del libro, un’autobiografia stilizzata, sono impietosi: la ragazza che cerca di scappare di casa e non sa con chi confidarsi; quella che viene dileggiata in Rete; i ricatti fra i giovani scoperti per caso; le assenze degli studenti che rivelano lo sfacelo dei mondi sociali nei quali essi crescono.

Il professore raccoglie i cocci delle famiglie smembrate, litiga coi colleghi, organizza eventi conoscitivi. Tutto ciò senza fare l’eccentrico, restando ben dentro il solco tracciato dalle norme e dai precetti che troppo spesso mortificano le sue iniziative, al punto che perfino uno come lui, un’eccellenza secondo la più recente terminologia ministeriale, non può evitare che il presidente di commissione agli Esami di Stato definisca “non sempre adeguata” la preparazione dei candidati nell’analisi dei testi di letteratura.

Molte parti di Un’altra scuola dovrebbero essere lette da chi voglia davvero comprendere cosa accade ogni giorno all’interno di un’aula: quelle sui famigerati test Invalsi, ad esempio, concepite come una lettera aperta a coloro che li hanno escogitati, sono decisive perché, nel timbro provocatorio, scoprono lo scarto lancinante fra chi ha in mente solo il risultato e chi conosce il modo in cui questo si ottiene:

“La vostra idea di scuola non prevede gli originali, quelli che guardano lontano, i visionari, i sognatori, ma nemmeno i lenti, quelli che hanno bisogno di più tempo. Voi amate il conformismo, le regole grammaticali, l’obbedienza, forse credete nei vaccini e nella prevenzione, vi piacciono gli studenti noiosi e perciò fate di tutto per annoiarli.”

Si parla tanto di “qualità scolastica”. Provate a definirla voi, tenendo presente, prima dei traguardi finali, le posizioni di partenza, sia di chi siede sui banchi sia di chi sta in cattedra. Vi renderete conto di quanto sia arduo identificarla. Come sia sbagliato isolare la scuola dal mondo, giudicandola dall’esterno. I brani che riportano i colloqui fra professori e genitori nelle “udienze”, così vengono chiamati in Alto Adige i ricevimenti per famiglie, ci fanno toccare con mano la crisi morale del nostro Paese. I momenti di sconforto del protagonista, teso a mettere in campo tutta la sua energia pur di contrastare la protervia, l’abulia e l’indifferenza di numerosi adulti coi quali si trova a contatto, fuori e dentro le pareti dell’aula, dovrebbero indurre a riflettere quanti credono che fare il professore sia un mestiere semplice.

Giovanni Accardo, siciliano della provincia di Agrigento, ha scritto un libro politico, come si diceva una volta, nel senso più nobile del termine. E tuttavia nella spinta emotiva da cui ricava alimento il ritmo della narrazione, filtra l’inquietudine esistenziale di chi non riesce ad accettare a cuor leggero gli inevitabili compromessi del patto sociale. Forse per questo nel suo diario, dove la cronaca del calendario scolastico punteggia e sostiene l’interrogazione interiore, prima ancora del piglio civile di Leonardo Sciascia, a me piace sentire il paradosso drammatico di Luigi Pirandello.

 

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“Chi spezza er pane dell’istruzione”. Intervista a Eraldo Affinati https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-eraldo-affinati/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-eraldo-affinati/#respond Wed, 29 Oct 2014 15:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24076 La scuola d'italiano per migranti Penny Wirton, che ha trovato la nuova sede romana presso l’Acrobax, è il luogo ideale dove incontrare Eraldo Affinati. I figli dell'emigrazione arrivano lì da tutta la città per prendere in mano libri e penna. Lo scrittore e i tanti volontari, che animano la struttura, riescono ad attirare l'attenzione di fanciulli esuberanti, fiori di campo sradicati dalla propria terra, e la lezione può cominciare. Il vulcano interiore di questi adolescenti feriti costituisce il corpus della letteratura di Affinati. Nel romanzo Vita di Vita (Mondadori, 168 pagine, 16 euro) si spinge fino in Gambia per non tradire la necessità del proprio studente Khaliq, che intende ritrovare la relazione primigenia con la madre. «A professo', che cce vai a ffà! Lì so' tutti negri e so' pure poveracci!», incalza Kenan, alunno congolese di Acilia.

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affinati-copertina-700x600(Fonte immagine)

La scuola d’italiano per migranti Penny Wirton, che ha trovato la nuova sede romana presso l’Acrobax, è il luogo ideale dove incontrare Eraldo Affinati. I figli dell’emigrazione arrivano lì da tutta la città per prendere in mano libri e penna. Lo scrittore e i tanti volontari, che animano la struttura, riescono ad attirare l’attenzione di fanciulli esuberanti, fiori di campo sradicati dalla propria terra, e la lezione può cominciare. Il vulcano interiore di questi adolescenti feriti costituisce il corpus della letteratura di Affinati. Nel romanzo Vita di Vita (Mondadori, 168 pagine, 16 euro) si spinge fino in Gambia per non tradire la necessità del proprio studente Khaliq, che intende ritrovare la relazione primigenia con la madre. «A professo’, che cce vai a ffà! Lì so’ tutti negri e so’ pure poveracci!», incalza Kenan, alunno congolese di Acilia. Nel viaggio il professore mette in gioco anche il proprio vissuto, fa i conti con la memoria quale opportunità di conoscenza. Rivela nell’atto concreto e vitale della scrittura le motivazioni che l’hanno avvicinato al mestiere. Nel testo, come osserva l’autore, si rimescolano paternità, maternità, libero arbitrio, pedagogia, bene e male, i sogni perduti e rinati nella voglia di esistere e resistere di Khaliq. Il profugo, originario della Sierra Leone, oggi è diventato un eccellente barista. La strada polverosa non ha scalfito la sua innocenza. «Vita compra vita, vita costa troppo, vita bela, no devi butare via», dice il giovane.

Affinati, questo romanzo, che trae valore dall’essenzialità, è una promessa mantenuta. Ha portato a ulteriore maturazione la sua esigenza letteraria e sociale di autenticità, di ricerca delle radici. Ci presenta Khaliq?
«L’avevo incontrato sui banchi di scuola, alla Città dei Ragazzi. Quando leggevo Jack London in classe, lui alzava i suoi occhioni grandi, stupefatto nel sentire le avventure del cane Buck. A un certo punto mi disse: “Porof, quel cane sono io! Però non ho conosciuto i ghiacci dell’Alaska, ma la sabbia del deserto!” Siamo diventati amici, come può esserlo chi, come me, è figlio di due orfani e fa l’insegnante e chi, come lui, fu costretto ad abbandonare sua madre a soli sette anni e del padre conserva soltanto un debole ricordo. Veniva dalla Sierra Leone. Era sopravvissuto a esperienze estreme. Stava imparando l’italiano. Non sapeva se sua madre fosse ancora viva. Decidemmo insieme che, se lui l’avesse ritrovata, io sarei andato a conoscerla. E così è stato».

Lei stravolge le regole della scena dialettica. Reinventa la distanza pedagogica maestro-allievo. È un equilibrio che, tra successi e sconfitte, chiede di essere costruito e decostruito di volta in volta?
«Credo sia proprio così. Ogni rapporto umano è un evento nuovo, perché entrano in gioco le nostre sensibilità. Storie che non appartengono soltanto a noi stessi, ma di cui noi siamo il frutto. In particolare nell’incontro fra maestro e allievo viene chiamata in causa la tradizione culturale, il senso che dobbiamo attribuire al passato. È come se tutta la storia umana tornasse a rivivere ogni volta che un professore parla coi suoi scolari. Si attraversano mondi: prati fioriti e paludi infestate».

I registri linguistici adottati e la struttura del testo ci consentono di entrare con intimo rispetto nell’esistenza complessa dei suoi studenti.
«In questo romanzo ce ne sono tre: la lingua sporca di Khaliq, il dialetto romanesco dei miei alunni italiani che mi telefonavano durante il viaggio africano e la lingua, diciamo letteraria, alla quale affido il diario e la riflessione. Era una scelta obbligata, perché non avrei mai potuto trasformare la potenza del racconto orale di Khaliq in un belletto, in una cosmesi. Dovevo lasciare il suo resoconto così come lui me lo aveva consegnato: alla medesima stregua di un diamante grezzo».

Già in passato si era preso la briga di narrare la spaventosa libertà degli orfani. In Vita di vita intravediamo un esplicito atto di denuncia della condizione dell’infanzia contemporanea, a cominciare da quella delle migliaia dei giovani migranti in fuga. L’indignazione consapevole per le iniquità non è dunque passata di moda?
«Hemingway diceva che la campana del morto suona sempre per tutti noi. Di fronte a quello che sta succedendo nel Mar Mediterraneo è difficile non sentirsi coinvolti. Per un Khaliq che è riuscito non solo a salvarsi, ma a capire il senso di quello che gli è accaduto, quanti ragazzi, morti lungo il cammino, distrattamente dimentichiamo?»

Via Tasso, le Fosse Ardeatine: la Roma resistente e il Novecento penetrano nella pelle di Khaliq e degli altri. Quale legame, tra il disagio dei ragazzi di allora e di oggi, saldano le lettere dal fronte e dalle prigioni nazifasciste che ha scelto di inserire nella narrazione?
«L’insegnante protagonista del romanzo, prima di partire per il viaggio in Gambia, insieme a lui e a Gerry, l’amico avvocato che si era prodigato per ritrovare la madre del ragazzo, aveva assegnato ai suoi scolari italiani una serie di letture sui giovani martiri della Prima e della Seconda guerra mondiale: adolescenti morti per la causa della democrazia. Queste lettere tornano come un refrain durante l’avventura africana: secoli di gioventù, per usare un altro mio titolo. Gli scolari, secondo le intenzioni del loro insegnante, sarebbero dovuti andare da soli alle Fosse Ardeatine (e a via Tasso, alla stazione Tiburtina). Ma loro aspettano che lui torni dall’Africa. E così ci vanno tutti insieme, compreso Khaliq. Come se il cielo sopra l’ingiustizia, la morte, ma anche la voglia di riscatto delle nuove generazioni, fosse sempre lo stesso».

Ha mai avvertito il rischio di raffigurare la consueta Africa con il cappello in mano?
«Ho cercato di superare gli stereotipi, concentrando lo sguardo sui dettagli, senza visioni precostituite».

La destinazione del viaggio per entrambi i protagonisti si vivifica nella scrittura?
«Sì, rappresenta la stazione finale di tutti i miei viaggi. Soltanto scrivendo si dà senso all’esperienza. E questa penso sia anche la ragione profonda per cui Khaliq ha voluto che andassi in Africa: per rendere vera la sua vita. Ai suoi occhi dovevo essere colui che ripristina la fede nella realtà nell’unico modo possibile: raccontando ad altri ciò che gli era capitato. Scrivere è certificare la verità. Apporre il timbro di conferma. I giovani, non è la prima volta che lo scopro, sono molto più tradizionalisti dei loro padri. Vogliono certezze. Hanno bisogno di punti saldi. Altrimenti non potrebbero andare avanti».

La bestemmia di Santino ricorda quelle di Peppino nella Città dei ragazzi. La potente drammaturgia della bocciatura manifesta un fallimento, che chiama in causa tutti a raccogliere i cocci con una visione più lungimirante.
«Quella bestemmia finale richiama il senso del prologo. Mia nonna Rosina diceva che bisogna vivere a fondo perduto. Così anche l’insegnante, ma riguarda tutti noi, deve riuscire a poter fare a meno del riscontro, perlomeno immediato, della sua azione. Lo so che è difficile, ma chi ce la fa alla fine vive meglio. Agire senza pensare al beneficio che potremmo ottenere. E soprattutto bisogna restare con le tasche vuote. Senza conservare neppure uno spicciolo».

Nelle scorse settimane le cronache giornalistiche, riguardanti l’ennesima riforma della scuola, hanno abusato spesso della parola rivoluzione, di carta almeno per il momento. Lei sostanzia una rifondazione possibile del patto educativo. «Chi spezza er pane dell’istruzione», per dirla alla Kenan?
«È vero: se riuscissimo a rifondare il patto educativo, avremmo fatto la vera rivoluzione. Cosa significa in concreto? Ci sono una serie di passaggi che, nell’Italia di oggi, assomigliano a cerchi di fuoco: ridare entusiasmo ai docenti, fiducia ai genitori, nuovi stimoli agli studenti. Si dice spesso che mancano i soldi. Ma per spezzare il pane dell’istruzione bisogna prima accendere le passioni».

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Intervista a Eraldo Affinati https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-eraldo-affinati/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-eraldo-affinati/#comments Fri, 16 Oct 2009 08:12:59 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=911 Da Veglia d’armi al recente Berlin, l’opera di Eraldo Affinati mostra una compattezza e una coerenza che ne fanno, piuttosto che una collezione di libri indipendenti, un campo di ricerca poetica, etica e politica in continuo movimento. Invece di fermarmi sulle soste obbligate, sui tagli che il momento della pubblicazione rappresenta all’interno della continuità di questo già lungo percorso letterario, nella mia intervista ho preferito osservare il disegno complessivo. Quello che mi è parso più interessante, nel lavoro di Affinati, è il modo in cui esigenze e pulsioni apparentemente contraddittorie si affrontano, confliggono e agitano una scrittura tra le più originali e stimolanti della nostra attuale scena letteraria. Il tema del meticciato, dell’ibridazione, dell’intersezione dei modi e delle misure antropologiche, culturali e stilistiche, è forse il tratto più caratteristico di una visione che dal piano delle forme letterarie si riflette in una viva volontà di scommettere, nonostante tutto e senza rinunciare a sciogliere i grovigli più inquietanti, sul futuro del mondo e della globalizzazione. La vocazione pedagogica di Affinati, la sua esperienza d’insegnamento alla Città dei ragazzi e alla scuola Penny Wirton, da lui recentemente fondata nella capitale, riassume e rilancia la «promessa di felicità» che riconosciamo nei suoi libri. Forse per questo, oltre che per la ancora recente pubblicazione del romanzo, La città dei ragazzi è il libro al quale nell’intervista lo scrittore si rivolge con più frequenza, premura e fiducia. Non soltanto è uno dei suoi libri migliori, è anche quello dove «le ragioni del ritorno» si presentano con più chiarezza, più calore e con la fermezza che soltanto la coscienza di un’esperienza assolutamente necessaria può donare alla parola scritta.

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Da Veglia d’armi al recente Berlin, l’opera di Eraldo Affinati mostra una compattezza e una coerenza che ne fanno, piuttosto che una collezione di libri indipendenti, un campo di ricerca poetica, etica e politica in continuo movimento. Invece di fermarmi sulle soste obbligate, sui tagli che il momento della pubblicazione rappresenta all’interno della continuità di questo già lungo percorso letterario, nella mia intervista ho preferito osservare il disegno complessivo. Quello che mi è parso più interessante, nel lavoro di Affinati, è il modo in cui esigenze e pulsioni apparentemente contraddittorie si affrontano, confliggono e agitano una scrittura tra le più originali e stimolanti della nostra attuale scena letteraria. Il tema del meticciato, dell’ibridazione, dell’intersezione dei modi e delle misure antropologiche, culturali e stilistiche, è forse il tratto più caratteristico di una visione che dal piano delle forme letterarie si riflette in una viva volontà di scommettere, nonostante tutto e senza rinunciare a sciogliere i grovigli più inquietanti, sul futuro del mondo e della globalizzazione. La vocazione pedagogica di Affinati, la sua esperienza d’insegnamento alla Città dei ragazzi e alla scuola Penny Wirton, da lui recentemente fondata nella capitale, riassume e rilancia la «promessa di felicità» che riconosciamo nei suoi libri. Forse per questo, oltre che per la ancora recente pubblicazione del romanzo, La città dei ragazzi è il libro al quale nell’intervista lo scrittore si rivolge con più frequenza, premura e fiducia. Non soltanto è uno dei suoi libri migliori, è anche quello dove «le ragioni del ritorno» si presentano con più chiarezza, più calore e con la fermezza che soltanto la coscienza di un’esperienza assolutamente necessaria può donare alla parola scritta.

Questa intervista è stata realizzata da Carlo Mazza Galanti e pubblicata, in una forma più breve, sullo Straniero n. 109 (luglio 2009).

Dai tuoi libri emerge un’immagine autoriale molto marcata, come se fosse sempre presente l’esigenza di una personalità forte che sostenga il testo, è così?
Più che una personalità forte direi una personalità autentica, che possa rendere credibile, nella scrittura, l’esperienza vissuta. Per me la scrittura è l’ultima stazione del viaggio di conoscenza. Tutti i miei libri partono da un’esperienza: può essere l’esperienza manicomiale che ho fatto andando in un ospedale psichiatrico, per documentarmi, e da cui è nato Bandiera Bianca; può essere la storia di un viaggio a piedi ad Auschwitz (Campo del Sangue ndr); può essere la storia del mio insegnamento quotidiano alla Città dei ragazzi. Eccetera. Prima viene un’esperienza, poi una riflessione e infine la scrittura, che è l’ultima stazione e il momento della verità, il momento in cui capisco l’esperienza che ho fatto. La mia scrittura ha bisogno dell’esperienza, altrimenti avrei l’impressione che possa essere sterile. Però l’esperienza da sola potrebbe apparirmi cieca, muta, sorda. È come se io vivessi in modo tale da poter poi scrivere, quindi mi vado a cercare delle esperienze, esperienze che io sento a me congeniali.

Mi sembra di notare un aspetto molto positivo, «costruttivo» per così dire, nella tua scrittura. Nei tuoi libri, che sono tutti molto diversi fra loro, ricorrono tuttavia dei temi, come degli indizi, o pezzi di puzzle. In Secoli di gioventù hai scritto che è un classico della cultura occidentale seguire le tracce di qualcuno. La lettura di Affinati è un po’ seguire le sue tracce, ricostruire un percorso umano, e forse anche per te scrivere è seguire le tue tracce.
Scrivere per me è seguire tracce, ma non mie, di altri e cercare di appropriarmi di quelli che sostanzialmente sono dei fantasmi. Quando vado a Berlino a cercare Bonhoeffer vedo delle targhe, delle croste, così come quando vado ad Auschwitz o a Hiroshima o a Nagasaki, a Ohama beach in Normandia, a Volgograd, come oggi si chiama Stalingrado, nei luoghi di battaglia della seconda guerra mondiale. Vado in questi posti e seguo delle tracce che però sono tracce presenti anche dentro di me. In qualche modo sono figlio della seconda guerra mondiale: se mia madre non fosse riuscita a sfuggire ai nazisti né io né mio fratello saremmo nati. Avverto il peso di chi ci precede, e avverto il senso di una radice, intesa come una certificazione d’identità. Se scopro da dove viene chi mi precede capisco chi sono. Inoltre, toccando una radice dietro di me, capisco che questa radice s’intreccia a molte altre, esco dalla solitudine dello scrittore e spero di poter raggiungere un sentimento corale. Questa è la ragione che mi spinge a seguire le tracce. Non voglio perdermi, non sono legato alla cultura novecentesca dello smarrimento, è vero quello che dici, che c’è un aspetto positivo nella mia scrittura. Io voglio ritrovare le ragioni del ritorno, come dico spesso, non credo che l’artista possa accedere a una visione esclusiva e privilegiata del mondo, penso che sia un uomo comune con una predisposizione verbale che lo porta a parlare in nome di chi non può farlo.Come disse Albert Camus nei discorsi di Svezia, quando gli chiesero perché scrivesse: «io scrivo a nome di chi non può farlo», così rispose. Fin da ragazzo ho sentito la forza di questa affermazione. Seguire le tracce significa trovare la stazione della mia partenza e quindi il senso della vita. Ricucire le ferite. Guarire, non ammalarsi.

Quando ti chiedevo delle tracce pensavo anche alle tue ossessioni biografiche, a quelli che con un tecnicismo accademico si definirebbero autobiografemi: temi, elementi che ritornano sempre nella tua scrittura, come tracce della tua persona appunto.
È vero, in me ricorrono delle costanti relative al mio carattere, alla mia sensibilità, come penso in ogni scrittore. Per esempio c’è sempre un luogo chiuso nei miei libri: l’ospedale psichiatrico, il lager, la classe scolastica. Perché? È difficile da spiegare, potremmo darne una spiegazione biografica: forse perché la mia infanzia e la mia adolescenza sono state molto solitarie, perché sono cresciuto in luoghi che ho avvertito come coercitivi.

Dove sei cresciuto?
Sono cresciuto a Roma, nel quartiere esquilino. Io dico che l’esquilino è stato per me come l’isola Diego Garcia nell’oceano indiano, un atollo isolato… e se non avessi avuto la letteratura non so che fine avrei fatto.

Però hai cominciato a scrivere piuttosto tardi, tutto sommato.
Ho cominciato a pubblicare tardi, ho cominciato a scrivere fin da bambino. Ma per me più che la scrittura da ragazzo è stata importante la lettura. Mi sono creato subito, fin da ragazzo, una famiglia estetica ideale di scrittori, di interlocutori privilegiati.

Me ne puoi dire qualcuno?
Heminghway è stato il primo autore che ho letto, dopo Verne e i libri da bambino, in particolare i Quarantanove racconti e Fiesta, gli altri sono venuti dopo. Da Hemingway sono passato alla letteratura russa, quindi Dostoevskj, Tolstoj, Puskjn, Gogol, Saltjkov-Scedrin, Čechov, poi ancora americani, Melville, i grandi autori francesi, soprattutto Stendhal, più di Flaubert. Per quanto riguarda la letteratura italiana, mi sono laureato su Silvio d’Arzo e da lui sono arrivato a Fenoglio, che è stato per me molto importante quando ancora non era considerato tale, vent’anni fa, quando era visto soltanto come un episodio del neorealismo. Adesso è percepito come uno dei maggiori scrittori del novecento italiano. Un mio canone novecentesco più dettagliato lo puoi trovare in Compagni segreti (Fandango libri). Ma questi sono stati sostanzialmente i miei riferimenti, da giovane.

E Rigoni Stern?
Rigoni Stern è stato recentissimo, nel 2003 ho curato il meridiano a lui dedicato perché avevo scritto un’introduzione al Sergente nella neve per Einaudi. Mario, siccome gli piacque molto la mia introduzione, decise di affidarmi la cura dell’intero meridiano. L’incontro con Mario Rigoni Stern è stato molto importante, siamo diventati amici, siamo andati insieme ad Asiago, mi ha portato sulle trincee dell’Ortigara, mi ha fatto conoscere il territorio. Ma questo quando ormai i giochi erano fatti, Rigoni Stern non ha fatto parte della mia formazione.

Torniamo alle tracce, ai temi che ricorrono nella tua opera, lo sport ad esempio. Ne Il nemico negli occhi hai scritto che un atleta è «colui che, in gara, replica la tensione presente nell’esistenza», puoi spiegare meglio quello che provi rispetto allo sport?
Da ragazzo ho praticato degli sport. Nella corsa, nei 400 metri in particolare, a diciassette anni ero diventato un campioncino. Poi ho fatto calcio, rugby, e altri sport. Ma cos’è che mi affascina anche adesso nello sport? Intanto il fatto che ci debba essere in chi lo fa una costanza applicativa e quindi anche un ordine da seguire, una scansione dei tempi della giornata, un’organizzazione dell’allenamento, per incanalare l’energia. Questo mi ha sempre colpito, questa dedizione esistenziale ad un’attività scandita e ordinata nel tempo. La disciplina morale anche. Se un ragazzo decide di intraprendere uno sport non basta il talento, ci vuole una scelta, e quindi un elemento etico. Chi trionfa non è soltanto quello naturalmente dotato ma è quello che ha deciso di diventare quella cosa piuttosto che un’altra cosa. Ed è questo l’aspetto che mi interessa di più nello sport.

Mi pare che lo sport abbia qualcosa a che fare anche con un’altra tua «ossessione», cioè la guerra. La disciplina sportiva e l’esperienza bellica hanno qualcosa in comune?
La mia attrazione per il mondo militare va intesa in senso etico, non in senso politico. Anche nell’esercito c’è una scansione nel tempo e un’organizzazione come nello sport, e per questo mi affascina. La guerra è un altro discorso. L’idea è che si possano rivelare in guerra degli elementi antropologici presenti nell’uomo che in una condizione ordinaria non emergerebbero mai. È la stessa cosa per cui mi attira il lager, come studio. Nelle situazioni estreme l’uomo rivela a se stesso qualcosa che nelle situazioni normali non mostra: attitudini pericolose, ferine. L’esercito e la guerra per me sono degli osservatori antropologici, e credo anche per tutti i grandi scrittori di guerra.

Quello che scrivi si muove in modo strano tra due posizioni quasi antitetiche, tra quella dell’ordine razionale, della dedizione e della disciplina e una dimensione più nera, irrazionale, quella dell’estremismo, dell’immediatezza assoluta.
C’è un groviglio nell’animo umano e io sono affascinato da questo groviglio, non in senso estetico, ma conoscitivo. Sono spinto da un istinto di conoscenza. Ad un certo punto in Campo del sangue dico che voglio accendere la luce nello scantinato dell’uomo, nel bosco biologico, nel cervello rettile dell’uomo. Voglio accendere le luci. E come fare? Bisogna andare in un ospedale psichiatrico, in una trincea di guerra, in un lager, e così via.

Ma il bosco biologico, come dici tu, e il principio etico e pedagogico della disciplina, della scelta, della costruzione, sono due poli opposti o si possono anche conciliare?
Prima c’è il bosco biologico e dopo c’è l’avvenimento dell’ordine. Devi cercare di uscire dal bosco biologico perché il bosco biologico è il caos, è la perdizione. C’è la necessità di un recupero dell’umanità, di emanciparsi dalla bestialità, consapevoli però di quella zona grigia di cui ci parlava Primo Levi e che comunque esiste una dimensione che unisce il bene e il male, la vittima e il carnefice. Io esploro queste zone grigie perché voglio superarle, voglio conoscere la vera radice dell’agire umano, positivo o negativo, quali sono le direttrici che portano un uomo a diventare un criminale e un altro a diventare un pedagogo, qual è il rapporto tra dato e acquisito, tra natura e cultura. La città dei ragazzi e Campo del sangue sono due libri molto legati, perché faccio in entrambi un’opera di arretramento, di discesa: attraverso la storia di mia madre e quella di mio padre vado a vedere tutto quello che abbiamo detto adesso. Mio padre non ha mai conosciuto suo padre e ha visto morire sua madre quando aveva 12 anni. Mia madre ha visto morire suo padre, partigiano comunista, fucilato dai nazisti, quando lei era diciassettenne. Qual è il margine di movimento che abbiamo, che ci è dato? Fino a che punto mio padre poteva agire? E fino a che punto è stato invece condizionato?

E però sembra che spesso nei tuoi personaggi l’essere umano che raggiunge il massimo, che esprime al massimo se stesso, sia invece incondizionato. C’è una fascinazione da parte tua per l’individualità radicale, per la vita nuda e cruda, senza costruzioni?
Sì, perché io avrei la speranza che possa esistere davvero un momento di libertà in cui l’uomo esce dai condizionamenti che l’hanno imprigionato e che lo determinano e che riveli infine la nudità della sua natura.

E la guerra secondo te è uno di questi momenti?
Può esserlo in senso negativo, attraverso un trauma. Io vorrei invece che questo auspicio si realizzasse nel rapporto umano quotidiano, e credo che si possa realizzare: nella scuola ad esempio, nel rapporto pedagogico con i ragazzi con cui lavoro sento che si può realizzare l’unica vera rivoluzione tra tutte quelle fallite nel sangue del novecento, quello che io chiamo «la presa in carico dello sguardo altrui». In quel momento, quando l’adulto credibile e l’adolescente difficile si guardano meglio occhi e sono senza schermi, in quel momento in una condizione di reciproco aiuto entrambi possono realizzare questo rapporto immediato umano a 360 gradi.

L’immagine pedagogica che emerge dalle tue opere non è quella della pedagogia diciamo progressista, c’è un recupero di certi valori… sembra quasi, a volte, che tu sia uno scrittore di destra, anche se so bene che non è così. Così anche la tua pedagogia non è per forza egualitaria, il sapere non è «trasmesso», c’è un rapporto dialettico forte, quasi gerarchico. Non tanto il professore quanto il maestro. E con l’allievo c’è anche spazio per la sfida, per la lotta.
La sfida, la lotta ci deve essere perché se togli la scena dialettica dall’educazione fai un errore. Il ragazzo che cresce ha bisogno di un nemico con cui confrontarsi. Se gli togli il nemico lo spiazzi, gli togli l’antitesi, il confronto, l’occasione di crescita. Lo fai nascere nel vuoto perché lo lasci senza limiti. Quello che dici riguardo alla destra me lo dicono in tanti, ed è vero, ma non riguarda me, riguarda l’insufficienza dell’ideologia, perché destra e sinistra sono categorie del tutto obsolete, insufficiente e incongrue, oggi più che mai. Per esempio il concetto di gerarchia viene considerato un concetto di destra, in realtà non è né di destra né di sinistra, è un concetto conoscitivo indispensabile: se non impari a distinguere, a stabilire gerarchie, rischi di non avere nessun sentiero conoscitivo davanti a te, rischi di essere invaso dalla marea informativa. In questo senso è necessaria la gerarchia, non in senso coercitivo. Ognuno ha i suoi valori a cui deve adeguarsi nella crescita e che deve conquistare attraverso una lotta. Non può ricevere così, acriticamente, i valori di giustizia, di fratellanza, di onestà, di solidarietà.

Mi sembra che la tua scrittura debba molto a questo concetto di «scena dialettica», quello di una dialettica non conciliata, senza sintesi. In questo io ti sento tendenzialmente antimoderno, non diciamo di destra.
Antimoderno lo accetto anche se è un po’ tranchant. Io cerco un fondamento, non voglio sganciarmi, per questo sono antimoderno. La modernità ci ha illusi di poter fare a meno dei fondamenti, invece io credo alle radici e ai fondamenti, credo che ognuno di noi debba conoscere bene la sua posizione di partenza e quindi che ognuno di noi debba essere sicuro della propria – adesso dico una parola ad alto tasso di fraintendimento – della propria identità. Ma non come un fortilizio chiuso, piuttosto come una certificazione di se stesso: essere sicuro di se stesso e allora poter parlare agli altri, confrontarsi con gli altri. Se invece siamo deboli e confusi abbiamo paura del confronto e rischiamo di diventare razzisti, ad esempio, di chiuderci in un fortilizio. Alla Città dei ragazzi vedi giovani afgani mussulmani che parlano con ragazzi ortodossi moldavi o con animisti africani o con cristiani italiani: da otto anni che sto là non ho mai visto un episodio d’intolleranza religiosa. Allora ti chiedi: ma perché gli stati tra di loro si bastonano e questi ragazzi che magari litigano nei loro paese qua si guardano negli occhi, si trattano come esseri umani? C’è una misura universale nei rapporti umani che va oltre tutte le diversità di tipo nazionale o religioso o politico. Però senza annacquarle. Ecco il punto. Ecco perché ho parlato di identità. Alla città dei ragazzi le identità sono fortissime, nessuno rinuncia alla propria identità e proprio per questo possono parlare fra di loro. Bisogna accettare l’identità altrui nel confronto paritario, è su questo che si gioca secondo me la scommessa della nostra epoca.

Recentemente oltre che nella Città dei ragazzi, operi anche in un’altra scuola per giovani stranieri, che hai aperto tu stesso.
Sì, da quando vado in giro in Italia a presentare la Città dei ragazzi, molti insegnanti mi hanno offerto la loro disponibilità a fare del volontariato come ho fatto io. Allora ho creato a Roma, nella chiesa di San Saba, uno spazio pomeridiano dove insegnare ai ragazzi stranieri. Li andiamo a prendere al centro di prima accoglienza poco distante e li portiamo direttamente nei locali che la chiesa ci ha messo a disposizione, dove insegnamo italiano e storia a vari livelli. Vorrei creare altri spazi di questo tipo e quindi sto cercando un appoggio sia a livello di spazi che di disponibilità di persone. Sento che c’è molta voglia di fare questo genere di lavori. L’immagine che noi abbiamo oggi della scuola è molto lontana dalla realtà. Io vedo una scuola sana, vera che non compare né in televisione né sui giornali. Presentando questo libro a Brescia, Milano a Reggio Calabria ho visto delle sperimentazioni davvero notevoli anche se nessuno dice niente di queste cose. La scuola italiana è molto più avanti rispetto all’immagine che ne danno i media. Dicevo quindi che sto cercando di ingrandire questa scuola, che ha anche un nome: Penny Wirton, è il nome di una famosa favola scritta da Silvio d’Arzo, la storia di un orfano.

Nella tua opera è molto presente anche la religione, potresti dirmi qualcosa sul tuo rapporto con la religione?
Diciamo che in me c’è un cristianesimo di tipo militante, alla Bonhoeffer per intenderci, questo grande teologo che decise di mettersi a disposizione per uccidere Hitler. Gli chiesero: ma tu come fai, dichiarandoti cristiano pacifista, a renderti disponibile a uccidere Hitler? E lui rispose dicendo: vedete, se io vedessi un autista pazzo alla guida di un mezzo che uccide i passanti, la mia prima preoccupazione di pastore prima ancora di soccorrere i feriti dovrebbe essere quella di strappare il conducente dal mezzo, poi mi rimetterei, in quanto credente, alla misericordia di Dio, però dovrei entrare nella Storia e quindi sporcarmi le mani con la Storia. È anche la mia posizione, quella di chi preferisce una militanza attiva piuttosto che conservare una coscienza immacolata. Quando sono andato ad Auschwitz nel ’95, quello fu per me un percorso importante di maturazione anche di tipo religioso: nel luogo dove la speranza sembrerebbe scomparsa, io ho sentito la presenza di una necessità operativa. È questo lo stimolo che sento, quello di una religiosità operativa, concreta.

Nel tuo continuo rivolgerti agli aspetti oscuri, pericolosi della vita, dell’esistenza umana, non temi mai una tentazione che ha toccato molti letterati e artisti del novecento: la fascinazione per il male?
No, perché io non creo dei plot narrativi, delle confezioni, io mi pongo sempre in una prospettiva conoscitiva: voglio conoscere l’uomo, e l’uomo è un impasto di bene e di male. Vorrei conoscere al di là delle facili catalogazioni. Per esempio, quando mi sono messo di fronte ai temi tragici dello sterminio novecentesco ero più interessato ai carnefici che alle vittime. Tanti studi ci hanno dimostrato che non erano dei mostri, e siccome erano persone ordinarie che hanno aperto e chiuso una parentesi nella loro vita, significa che c’è nella natura umana qualcosa che in certe circostanze storiche potrebbe venire fuori, l’elemento che io ho chiamato del cervello rettile. Questo aspetto m’interessa molto, voglio conoscerlo per controllarlo, capirlo, incanalarlo.

Spesso usi metafore come il bosco biologico, il cervello rettile, o altre di tipo biologico o genetico, per esprimere concetti non per forza negativi, per indicare una dimensione essenziale, fondativa. Mi viene in mente il libro che hai scritto su Milo de Angelis, dove spesso parli della sua poesia in questi termini. C’è un ontologismo, in qualche modo, nel tuo pensiero? Lo rivendichi?
No, c’è solo la volontà di conoscere, e allore per conoscere non bisogna temere, bisogna andare a toccare con mano, non bisogna rimuovere, occultare, dire non mi riguarda. Dove sta il cervello rettile? È in me? E in che modo? In questo senso la mia domanda non è ontologica perché è pratica, pragmatica. Io non sono interessato al male, ma all’individuo specifico che compie il male. Mi interessano gli individui, non le categorie. E capire in che senso io posso esserne fuori, dal male. Nelle mie opere c’è poi un’evoluzione, arrivo alla Città dei ragazzi dove l’intento è quello ricostruttivo, quello di uscir fuori dalla paura e dal torbido e andare verso una soluzione, una speranza, una crescita.

Mentre per esempio all’inizio, in Bandiera bianca, indugiavi molto più nel torbido… e poi proponevi una rivolta…
Però se ti ricordi il finale uno dei due fuggiaschi, il coprofago, fugge nel torbido, mentre l’altro, il comandante, torna ed accetta quel limite di cui dicevamo sopra, accetta di essere come gli altri. Quando una troupe televisiva lo intervista, alla fine, nel momento in cui dà risposte alla televisione, diventa personaggio, quello che avrebbe voluto non essere, fuggendo, cercando una sua impossibile unicità.

E la parabola di un’integrazione infelice?
È in qualche modo la parabola dell’accettazione del proprio limite, quindi una tappa dell’evoluzione spirituale, della maturazione. È l’idea di una libertà non assoluta, ma relativa, da conquistare ogni giorno, col frutto del tuo lavoro, non una libertà categoriale, astratta. Tutti i miei libri sono così, c’è sempre stato questo desiderio di ricomposizione, di unità, a partire ad esempio dalla scelta di Tolstoj su Dostoevskij (Affinati si riferisce a Veglia d’armi, l’uomo di Tolstoj, saggio pubblicato nel 1998 da Mondadori, ndr), Tolstoj che è, quasi manualisticamente, il maestro dell’unità e della ricomposizione. Questo aspetto c’è sempre stato in me, ma negli ultimi libri mi pare che stia emergendo con più forza perché si aggiunge l’elemento pedagogico, il mio lavoro di insegnamento che mi porta verso questa ricerca di un’ancora.

Il tuo paradigma di ricostruzione è spesso quello storiografico. Anche il tuo romanzo fantascientifico, Il Nemico negli occhi, è una ricostruzione storica di un futuro immaginario.
Certo, lì è evidentissimo il fatto della ricostruzione, quando Maria Rosalba Falanga manda in rete, alla fine, un file con tutta la sua verità, quello è anche il mio percorso, cercare un senso e superare il caos. La storia è un’altra delle mie ossessioni. L’interrogazione sulla storia, sul passato, significa riflettere sull’evoluzioni degli uomini: cosa s’impara o non si impara dal passato, in che senso ogni generazione ricomincia sempre da capo, ripete il percorso della storia. Molti mie libri sono anche libri di storia, Campo del sangue o Un teologo contro Hitler sono libri in cui sono stato obbligato a un confronto diretto con la storia.

Però tu non sei mai stato uno storico in senso stretto.
No, mai stato storico di professione e nemmeno un esperto o un erudito, però ogni volta mi sono documentato su nuclei tematici importanti: la seconda guerra mondiale, il lager, il gulag, etc.

Nel tuo modo di avvicinarti alla storia mi pare ci sia un conflitto, una polarità tra la storia progressiva e una concezione ciclica della storia. Come nello sport, ad esempio nella guerra sono prevalenti gli elementi che ricorrono, che si ripetono, non l’evoluzione, non la successione ma la ripetizione. Mi pare che da parte tua ci sia un tentativo di osservare con un occhio la storia lineare, e con l’altro la storia che si ripete, sempre identica.
Diciamo che ci sono degli elementi costitutivi della natura umana che si ripetono e che mi piace rivedere nel corso del processo storico, e sono quei nuclei di natura, di umanità che attirano la mia riflessione di scrittore. In questo senso la guerra ritorna, perché la guerra è un elemento presente nella natura umana. Torno spesso su questi nuclei, che sono anche legati al mio carattere, alla mia sensibilità. Le figure che uso fanno parte di un immaginario personale: la guerra, il maestro, eccetera. Residui umani nel progresso della storia, che possono essere positivi o negativi: atti di onestà o di belligeranza. Questi nuclei profondi mi sembrano passare senza soluzione di continuità da una storia all’altra. Sono sempre stati presenti, perciò mi interessano.

Forse è proprio questo che può capire lo scrittore di storie e di storia, piuttosto che lo storico di professione.
Sicuramente lo scrittore può darci qualcosa che lo storico non può darci. Quanti libri sulla resistenza abbiamo letto? Però se leggiamo Fenoglio vediamo veramente la resistenza cosa è stata. Pavone è stato bravo ma il partigiano Johnny ci dà qualcosa che Pavone non sa darci. Quando ci descrive il fazzoletto azzurro dei badogliani, quello rosso dei garibaldini, le condizioni di vita reali, il brodo che mangiavano i partigiani, la loro fragilità, la loro forza, la loro voglia di cambiare il mondo, le casualità che determinavano certi eroismi e che invece lo storico tende a neutralizzare. La ricchezza umana delle persone è il fatto che non si possa distinguere chiaramente tra bianchi e neri ma che ci siano delle cose che sono presenti in entrambi gli schieramenti. Pavese te lo spiega, quando nella Casa in collina ti descrive per esempio i cadaveri dei giovani di Salò ti dà un’integralità dello sguardo che è ben lontana da ogni definizione. Prima abbiamo il giudizio storico che dev’essere sicuro, limpido: c’è chi ha sbagliato e chi aveva ragione. I paletti vanno tenuti, contro ogni revisionismo. Ma se noi ci accontentassimo di questo avremmo ridotto di moltissimo la nostra possibilità di comprensione. La letteratura ci fa scendere nei mondi umani. Può essere inquietante, perché ti può dare anche delle risposte che non coincidono con la ragione storica.
Così ci possono essere dei grandi scrittori che da un punto di vista storico sono stati dalla parte del torto. E si può essere nel torto anche all’interno stesso della letteratura, rimanendo dei grandi scrittori. Céline era antisemita, ma non nella letteratura. Dostoevskj invece per esempio era confuso, era sgangherato da un punto di vista letterario, ma era proprio quello sbilanciamento, quello squilibrio a dare forza ai suoi racconti. Oppure, restando sulla politica in senso stretto, La Rochelle era un collaboratore filo-nazista ma nei suoi diari si trova una potenza lirica e umana che se non fosse stato filo-nazista forse non avremmo avuto.

È come quando tu vai a cercare nel ragazzino neonazista il suo nucleo umano (Secoli di gioventù)?
Sì, ma nel caso dello scrittore è ancora più interessante perchè nell’adolescente è un semplice istinto, sbagliato, mentre nello scrittore c’è una conoscenza sofisticata che ti fa capire davvero che nella letteratura ci sono delle carte in più rispetto alla storiografia.

Un altro tema importante nella tua letteratura è quello della responsabilità, legato da una parte alla storia – la responsabilità nei confronti della storia – dall’altra alla pedagogia, la responsabilità nei confronti dei giovani.
A partire dalla riflessione sui campi ho capito che la responsabilità giuridica non è sufficiente ad evitare le peggiori nefandezze, perché tutti i carnefici si difesero sostenendo di avere eseguito degli ordini. La responsabilità giuridica nei campi non fu disattesa. Non è quella la responsabilità a cui penso io, neppure penso ad una responsabilità di tipo sociale, essere responsabili rispetto alle consuetudini, alle abitudini sociali e nemmeno ad una responsabilità di tipo morale, cioè sentirsi responsabile rispetto alle proprie convinzioni e idee. La responsabilità a cui penso io è quella di Dostoevskj quando disse: «Io mi sento responsabile non appena un uomo posa il suo sguardo su di me». Questo tipo di responsabilità fu disattesa ad Auschwitz ed è ancora oggi disattesa da molti di noi, perché quel tipo responsabilità che io chiamerei assoluta è pre-sociale, pre-morale, pre-giuridica, viene prima di tutti i sistemi e distingue l’uomo dall’animale. L’insegnante e lo scrittore hanno proprio questa responsabilità, la responsabilità della parola per esempio. Quando l’insegnante entra in aula sa che quello che dice potrà incidersi profondamente nella coscienza dell’adolescente che ha di fronte e così anche lo scrittore sa che quando sbaglia una virgola commette un errore importante. In Campo del sangue citando Ivan Illich dico che sarebbe un’assurdità se noi tutti volessimo essere responsabili del male del mondo, e infatti non è questo il punto. Proviamo a pensare se ognuno di noi, nella sua realtà quotidiana, non si limitasse ad eseguire il mansionario ma si ritenesse responsabile dei contesti nei quali opera. Non l’Afghanista, l’Iraq, ma il proprio contesto: fare bene il proprio lavoro, intervenire quando si vede una cosa specifica, molto specifica, organizzare la propria rete di affetti e di amicizie, tutto questo lo possiamo fare, la scuola può insegnare a fare questo. Questo è il tipo di responsabilità a cui penso.

Quindi questa responsabilità pre-morale e pre-giuridica non mette secondo te in discussione la responsabilità morale e giuridica, ma la completa?
La completa, però il momento della completezza è decisivo. Senza questa completezza si potrebbe essere perfetti e carnefici allo stesso tempo. È una banalità, storicamente, ma è così: quelli che portavano i treni per i campi dicevano: io dovevo solo portare i treni; i medici di Birkenau dissero al processo che loro dovevano solo dividere i sani dai malati, quelli che timbravano i fogli di consegna ad Auschwitz dicevano di essere responsabili solo di questo, e addirittura in un libro di Gitta Sereny, pubblicato da Adelphi e intitolato In quelle tenebre si racconta di come alcuni sottoufficiali nazisti che misero lo zyklon b sulla graticole rifiutarono di sentirsi responsabili d’altro che dell’ordine eseguito. Eppure ci si poteva rifiutare di farlo, Cristopher Browning in Uomini Comuni parla di alcuni fucilatori che si rifiutarono, e non furono uccisi. La stessa cosa può succedere anche oggi: nell’eseguire gli ordini c’è sempre un margine di libertà, e in quel margine ti giochi tutto, come dico anche nel racconto su mio nonno («Garofani rossi», in Questo terribile intricato mondo, Einaudi, ndr). Lì veramente puoi essere un ingranaggio globale, o affermare la tua individualità. La scrittura è questo, esercitare la responsabilità premorale e pregiuridica, trovare la parola giusta per te, intesa come opera, non come lessico: l’opera giusta. Cercare qual è la nostra opera, questo è il lavoro della vita.

Ne La città dei ragazzi ma anche altrove parli di «altri mondi», mondi che ci arrivano attraverso le vite degli immigranti, ma anche mondi ai quali tu vai viaggiando, come l’India di Secoli di gioventù, a proposito della quali hai parlato di «un irresistibile pugno di un altro mondo sferrato contro gli enigmi del nostro». Mi puoi parlare di questo incontro-scontro con gli altri mondi?
C’è sempre stato questo tema nei miei libri, un tema che esplode nella Città dei ragazzi. Ormai c’è una simultaneità dell’esperienza per cui una cosa che accade in India ci riguarda. I ragazzi che vengono qui diventano subito come noi, passano da una società medievale all’mp3 nel giro di due mesi. C’è una reciprocità: loro hanno bisogno di noi ma noi abbiamo molto bisogno di loro. Non solo i deboli hanno bisogno dei forti ma anche viceversa. A me interessa la promiscuità, l’eterogeneità, il meticciato, in questo come vedi non ho nulla di destra, anzi.

Perché noi abbiamo bisogno di loro?
Perché loro ci danno un’energia molto forte, una sensibilità nuova. Io sento che c’è bisogno di una linfa nuova.

E credi che la loro linfa possa sopravvivere all’mp3?
Ci sarà un terzo tipo, che non sarà né noi né loro, un terzo tipo che è il figlio del mio studente Noruz, che nella Città dei ragazzi si chiama Said ed è quello che scrive le poesie. Lui si è sposato da poco, ha avuto un figlio da una ragazza italiana e l’ha chiamato Francesco (come Totti, non come il santo!). Francesco è il frutto di questo innesto di nuove energie. Lui sarà nuovo, non noi. Obama è il simbolo planetario di tutto questo.

Credi che in paesi come la Francia, dove l’immigrazione è più vecchia, sia nato questo terzo tipo?
Lì forse non c’è stato veramente questo meticciato. Nel film La classe c’è un momento in cui il professore conquista finalmente il favore del suo studente del Mali, quello difficile, quando lo fa sentire gratificato per il suo lavoro artistico. Quel momento è un’occasione persa per il professore, perché rimane fermo, non sfonda quella porta intravista e alla fine perde il ragazzo, che viene espulso. Quello sarebbe dovuto essere il momento simbolico del meticciato, in cui uscire dal ruolo dell’insegnante nel quale il professore è costretto dal sistema scolastico. Nella Città dei ragazzi c’è la possibilità di fare questo lavoro di conoscenza più diretta. In questo senso tendo a dire che anche in Francia c’è ancora molto da lavorare. La stessa cultura che ci ha dato la rivoluzione francese ci ha dato anche una successiva incrostazione burocratica di tipo napoleonico per cui forse oggi noi, che abbiamo una cultura democratica più fragile e recente, paradossalmente abbiamo più possibilità di loro.

Cambiamo argomento: cosa ne pensi della letteratura italiana contemporanea?
Ci sono scrittori significativi, ma il problema sta a monte: la percezione letteraria sta subendo un forte degrado perché non ci sono più i luoghi della critica letteraria. Un tempo erano le riviste letterarie ad esempio, oppure le terze pagine dei quotidiani o anche l’Università, che aveva una funzione importante in questo senso. Oggi le terze pagine dei giornali sono spesso dedicate al costume letterario, l’università è una cittadella un po’ chiusa e autoreferenziale, le riviste letterarie non incidono o non ci sono più. C’è la rete, dalla quale però ancora non emerge granché. I critici ci sono ancora, quelli della mia generazione e anche più giovani, ma non hanno più luoghi di espressione e non incidono più. Oggi ha trionfato la legge dei grandi numeri, lo dico con tristezza. Aggiungo però anche, a mia parziale consolazione, che la letteratura è stata sempre minoritaria. Leopardi è morto come un barbone a Napoli, Foscolo poverissimo a Londra, Montale vendeva ottocento copie delle Occasioni, e così via.

Non so se sei d’accordo, ma a me pare che nella generazione dei più giovani oggi manchi la capacità di lavorare con l’immaginazione: è come se ormai si faticasse a vedere altro che la realtà oggettiva, spoglia, nuda.
Questo però credo che non dipenda da una diminuzione di talenti, ma dal fatto che la rivoluzione informatica sta producendo un cambiamento dell’esperienza, del valore dell’esperienza. Si ha l’impressione di perdere l’esperienza, allora tutti vanno a cercarsela questa esperienza, rinunciando all’immaginario, come dici tu. C’è una nuova urgenza: su internet puoi sapere tutto, fare esperienze fino a poco tempo fa inimmaginabili, però questo rende fragile il tuo rapporto con la realtà e allora la letteratura sente l’esigenza di recuperare il regno dell’esperienza piuttosto che di creare un immaginario nuovo.

E secondo te la letteratura può vivere di questa urgenza, può rinunciare all’elaborazione fantastica?
No, non può. Infatti questo è solo un momento di riposizionamento e ci saranno forme letterarie nuove. Sicuramente già adesso la letteratura sta recuperando la sua specificità, anche se magari non ce ne accorgiamo, inventandosi forme ibride. Il romanzo si sta trasformando, portando dentro se stesso elementi saggistici, lirici, diaristici, sviluppando altre forme. Anch’io nel mio piccolo partecipo di questa ricerca. Sento che quello che un tempo ti poteva dare il romanzo oggi te lo possono dare altre fonti informative. Se nell’ottocento volevi sapere cosa erano i mercati di les Halles, Zola te lo diceva. Adesso non c’è più bisogno di leggere Zola, te lo dice il cinema, la televisione, internet. La rivoluzione informatica sta cambiando anche il nostro stile di scrivere: quegli elementi di contrazione stilistica che ci ha dato la rete, nel modo di pensare, di scrivere. Lo vedo anche come insegnante: i ragazzi oggi non ragionano più in modo deduttivo ma in modo associativo. Questo significa un cambiamento epocale della testa della gente. È difficile dire in che modo questo stia influenzando sotto i nostri occhi la letteratura, ma c’è un’evoluzione, questo è certo.

Quindi tu sei ottimista, tutto sommato.
Sì, io sono ottimista sul genere umano. Perché vedo sotto i miei occhi dei ragazzi che hanno fatto a piedi da Ghazni a Roma, che sono stati nei carceri turchi insieme ad altri uomini adulti, ottanta persone dentro una cella, che hanno visto morire i loro genitori torturati sotto i loro occhi, che hanno avuto esperienze pazzesche a dodici, tredici, quattordici anni e che ricrescono davanti a noi, nella nostra lingua, nell’italiano, che per la prima volta consente loro di rielaborare la loro vita. Vedere questo è quasi come vedere un miracolo.

Quindi credi anche nell’occidente come possibilità di riscatto per i popoli oppressi?
Io credo che l’occidente abbia una funzione ortopedica oggi. L’italiano è una lingua ortopedica per loro: si sono spezzati le gambe e le rimettono insieme nella nostra lingua. Tu sai che la lingua non è solo un mezzo di comunicazione, è la casa del pensiero. Se il tuo pensiero è fragile e instabile anche la tua lingua sarà così. Io vedo che questi ragazzi scoprono nella nostra lingua quello che hanno fatto. Il pensiero è verbale: quando loro scoprono una lingua nuova scoprono anche degli angoli di realtà che credevano sepolti, perduti per sempre. Questo è affascinante. Ecco perché nella Città dei ragazzi ho voluto tenere i loro temi, i loro scritti con i loro errori. Ho voluto far vedere questa ricomposizione.

Riflettendo sulla contemporaneità e sulla lingua molti studiosi e pensatori hanno sostenuto che la rivoluzione informatica stia omogeneizzando il linguaggio, riducendolo a semplice mezzo di comunicazione, senza spessore. Il contrario della «casa del pensiero»…
Sì, ma la letteratura fa resistenza a questa erosione, e in questa resistenza, in questo scarto stilistico si misurano i valori. De Lillo, Richard Ford, Kenzaburo Oe e tanti altri scrittori sono capaci di questo scarto.

Nel tuo caso questa resistenza si manifesta spesso come una tensione alla poesia, a spaccare la prosa, anche graficamente, e a far emergere la poesia. Hai mai scritto poesie vere e proprie?
Ho sempre scritto poesie fin da ragazzo senza pubblicarle, però questo mi ha dato l’impronta lirica che tu hai notato, una tensione molto analitica verso la parola, soprattutto nella descrizione dei paesaggi. Quanto all’aspetto grafico, alle parole che s’incolonnano, quello è anche un fatto ritmico, non esclusivamente poetico, ma anche cinematografico. Questo mi crea anche dei problemi, infatti più che un narratore io sono uno scrittore. Il romanzo mi provoca insofferenza, vorrei subito andare al dunque della scrittura, vorrei subito dare una forte immagine. È come se avessi bruciato il patrimonio lirico nella prosa e continuassi a farlo ancora oggi.

Hai scritto tanti libri, anche molto diversi tra loro, da dove viene questa diversità? ti piace esplorare i generi?
In realtà per me non c’è una differenza di genere tra Campo del Sangue, per esempio, e Il nemico negli occhi. Uno sembra un romanzo e l’altra un saggio, in realtà io cerco sempre un libro integrale che possa passare dal diario al saggio e al romanzo. Cerco di superare la catalogazione per generi. Sento la convenzionalità del genere romanzesco, che quindi mi lascia un po’ insofferente, ma anche il saggio da solo non mi soddisferebbe perché sarebbe troppo razionale e freddo. Il diario da solo sposterebbe troppo l’attenzione su di me. A me piace mischiare, anche quando prevale un genere. Ma tutti miei libri nascono da un unico impulso, c’è una forte continuità, ci sono molti nessi, è quasi un unico libro: Veglia d’armi è un breviario interiore su Tolstoj, Soldati nel ‘56 è il mio primo romanzo autobiografico e il primo tomo di una trilogia che comprende Bandiera bianca e Il nemico negli occhi, poi c’è una linea saggistica: Campo del Sangue, Il teologo contro Hitler e Berlin, il mio ultimo libro. Berlin è un saggio ma un saggio particolare: sono sette giorni, dal lunedì alla domenica. Ogni giorno è diviso per ventiquattro ore e ogni giorno è dedicato a un pronome personale. Lunedì è il giorno dell’io, martedì del tu, e così via fino a domenica, il giorno del loro. Parlano le pietre, le vie, le piazze, le persone di Berlino, ogni ora c’è qualcosa. È un frammentazione che però tende all’unità, alla ricomposizione, il tema di cui parlavamo prima. C’è la Berlino della guerra ma c’è anche la Berlino di oggi, dei giovani che vanno a Berlino e anche degli scrittori che sono andati a Berlino, Da Nabokov a Isherwood, Kafka, Celan eccetera. Sono spesso stato a Berlino, scrivendo su Bonhoeffer, studiando la Shoa, e in questi anni ho l’vista cambiare molto. Berlino mi sembrava il luogo di elezione per me più forte, per questo l’ho scelta per il mio libro. La vera sconfitta di Hitler è la Berlino di oggi, la città più multietnica che io conosca, e poi una città camaleontica, che non sta ferma un attimo, cambia sempre, ma sapendo conservare le ferite del passato. Oggi sta diventando un po’ una città vetrina ma come ti allontani dal centro immediatamente trovi un autenticità che certo a kurfüsterdamm non c’è più ma altrove sì. Ci sono degli spazi vuoti per esempio, non ricostruiti dal tempo della guerra, dove senti ancora il novecento come in nessun’altra parte d’Europa. A Berlino ci sono tutti frantumi delle ideologia e anche la nuova Europa. E poi c’è la frontiera dell’Asia. Ci sono tanti elementi nuovi che mi affascinano.

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