Erdogan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/erdogan/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Jan 2017 10:31:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Erdogan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/erdogan/ 32 32 Quello che succede in Turchia. Intervista a Pinar Selek https://minimaetmoralia.it/interviste/quello-succede-turchia-intervista-pinar-selek/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quello-succede-turchia-intervista-pinar-selek/#comments Tue, 17 Jan 2017 07:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33390 «Quando, ogni lunedì mattina e ogni venerdì pomeriggio, ci mettono in riga come soldati, mi rifiuto di cantare l'inno nazionale piegando ostentatamente le ginocchia. Stringo le labbra mentre i miei compagni cantano a squarciagola: “Che la mia esistenza sia dedita alla nazione. Felice chi si dice turco!”. Rifiuto tutto ciò che mi ricorda l'uniforme. Sono i militari ad aver arrestato mio padre. Ed è lo Stato che ha sbattuto in prigione tutti quelli che amavo», scrive Pinar Selek nel memoir La maschera della verità (Fandango libri, 96 pagine, 13.50 euro), che irride la negazione del genocidio armeno.

Come si può raccontare che si è soli al mondo? Selek, sociologa e scrittrice, ha sempre vissuto difendendo mediante lo studio e la scrittura la ricchezza transculturale delle minoranze in Turchia: «Io, anche solo a sentire la parola “armeno”, ho paura. Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l'unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c'è stato».

L'articolo Quello che succede in Turchia. Intervista a Pinar Selek proviene da Minima et Moralia.

]]>
pinarselek

«Quando, ogni lunedì mattina e ogni venerdì pomeriggio, ci mettono in riga come soldati, mi rifiuto di cantare l’inno nazionale piegando ostentatamente le ginocchia. Stringo le labbra mentre i miei compagni cantano a squarciagola: “Che la mia esistenza sia dedita alla nazione. Felice chi si dice turco!”. Rifiuto tutto ciò che mi ricorda l’uniforme. Sono i militari ad aver arrestato mio padre. Ed è lo Stato che ha sbattuto in prigione tutti quelli che amavo», scrive Pinar Selek nel memoir La maschera della verità (Fandango libri, 96 pagine, 13.50 euro), che irride la negazione del genocidio armeno.

Come si può raccontare che si è soli al mondo? Selek, sociologa e scrittrice, ha sempre vissuto difendendo mediante lo studio e la scrittura la ricchezza transculturale delle minoranze in Turchia: «Io, anche solo a sentire la parola “armeno”, ho paura. Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l’unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c’è stato».

All’età di 9 anni il colpo di stato del 12 settembre 1980 le ha sottratto il padre, arrestato insieme a centinaia di migliaia di oppositori, che trascorse cinque anni in carcere. Nell’ambito delle sue ricerche sulla questione curda le è toccata la stessa sorte, poiché Selek realizzò alla fine degli anni Novanta una sessantina di interviste in Kurdistan, Francia e Germania. L’11 luglio 1998 è arrestata dalla polizia a Istanbul, accusata di complicità col PKK, e dopo il sequestro del materiale attinente alla ricerca, torturata affinché confessasse i nomi dei propri contatti. Mantenne, tutelò la segretezza delle fonti, e nella prigione Ümraniye venne a sapere dalla televisione dell’accusa di essere associata all’attentato terroristico dello Spice Bazaar, avvenuto un mese e mezzo prima. Il processo non è chiuso, malgrado le tre assoluzioni pronunciate. Selek è costretta di vivere in esilio dal 2009, ora in Francia.

Negli ultimi mesi è stata in prima fila nel chiedere la liberazione dell’amica scrittrice Asli Erdoğan, alla quale è stato ritirato fisicamente il passaporto, che a sua volta si era esposta pubblicamente per Selek. La prossima udienza del processo che vede imputata Erdoğan, insieme ad altre dieci persone, si terrà il 14 marzo. Uscita dal penitenziario femminile di Bakirköy, a Istanbul, dove era reclusa dallo scorso agosto, beneficia dal 29 dicembre del regime di libertà provvisoria.

«Nella mia vita ora c’è una grossa macchia nera e l’unico modo per affrontarla è la scrittura – dice Asli Erdoğan, intervenuta via Skype all’anteprima milanese di Tempo di libri –. Viviamo in un momento in cui bisogna chiedersi cosa significhino le parole reato, diritto, colpa, condanna, libertà, innocenza; tutte parole che in Turchia sono rimesse in discussione. Mi hanno pesato moltissimo l’incriminazione e la carcerazione del tutto ingiuste e infondate, fuori dal diritto, legate a una mia manifestazione di solidarietà e a motivi politici».

Erdoğan non crede che la nuova udienza sarà l’epilogo della vicenda giudiziaria. Dei capi d’imputazione contestati permane quello di propaganda terroristica. È sostanzialmente accusata per aver espresso la propria solidarietà al giornale filo-curdo Özgür Gündem, col quale in passato ha collaborato la stessa Selek.

Nel mese di marzo a Milano nella grande area verde del Monte Stella, dove è situato il giardino dei Giusti di tutto il mondo, verrà piantato un albero col nome di Selek. Nel giardino ogni anno vengono piantati nuovi alberi per onorare gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, testimoniato contro i tentativi di negare i crimini perpetrati.

Selek, è possibile comparare la sua complessa vicenda giudiziaria con quella che coinvolge Erdoğan?

«Non è la stessa cosa, ma ci sono dei punti in comune senza dubbi. Vogliono punire gli intellettuali che si impegnano nella dimensione pubblica, civile. Le punizioni sono varie e non riservate solamente alle personalità più esposte come me e Asli. Il processo penale a mio carico viene reiterato di assoluzione in assoluzione da 18 anni, ed è divenuto un caso internazionale solo dopo che ho lasciato la Turchia. Prima ero una delle tante e dei tanti perseguiti per la libera manifestazione del proprio pensiero. I libri di Asli sono tradotti in francese e italiano, dunque la si legge e conosce. Moltissime persone come noi sono in prigione, torturate o uccise e fuori dal paese nessuno sa il loro nome. In fondo siamo due piccoli punti noti in quadro repressivo purtroppo vasto».

In che modo il processo è stato protratto per diciotto anni?

«La mia esperienza è stata un po’ particolare e ancora non è finita, si protrae da tanto tempo. Il processo è difficile perché sono stata accusata di aver compiuto un attentato, sbattuta con questa incriminazione infamante in prima pagina dalla stampa. Dopo l’arresto mi hanno torturata, ho trascorso due anni e mezzo in prigione senza che la pubblica autorità ammettesse che era a causa del mio lavoro accademico, universitario di ricercatrice, ma adducevano altre ragioni in tutta evidenza fittizie. Il processo può andare così a lungo, perché perdura e si riproduce la medesima struttura di potere che lo anima. Risulto sempre assolta, tuttavia la necessità è di non archiviare il caso. Quando diventi veramente un simbolo come me, non lo possono permettere. L’essere conosciuta a livello mediatico ti protegge e al contempo assumi tuo malgrado il ruolo dell’icona, che influisce in modo negativo ai fini della risoluzione».

Lei scriveva per il giornale Özgür Gündem, perché quelle pagine, le cronache sono così temute?

«È un giornale che fornisce notizie sulla situazione dei curdi. Non bisogna mai dimenticare che la Turchia è in guerra, e su entrambe i fronti quotidianamente ci sono dei morti. È un contesto di violenza assoluta e fino a quando non c’è la pace con la volontà bilaterale di risoluzione del conflitto, questa repressione straordinaria appare normale in un contesto bellico. Senza la discussione, la circolazione delle idee non c’è alcuna possibilità di stabilità e convivenza pacifica. Fino a qualche anno fa coltivavamo questa speranza in Turchia, perché con la violenza nulla si risolve. Ora il paese sta sprofondando in una spirale mediorientale e non solo per i curdi, per i siriani e poi gli iracheni. In questo momento non sussistono le condizioni per poter affrontare nel dibattito pubblico la questione curda».

Che cosa ricorda del giorno nel quale l’arrestarono?

«È stato l’inizio di un incubo e della resistenza. Ciò che non dimenticherò mai è la tortura, colpa delle scariche elettriche che mi hanno inflitto. Appena arrestata hanno perpetrato queste pratiche insieme alle botte, in assenza della mia volontà di delazione delle fonti intervistate per le mie ricerche e pubblicazioni. Hanno atteso non più di mezz’ora prima di torturarmi a livello fisico e psicologico. Resistenza perché non immaginavo giungessero a quel punto. Credevo potessero imprigionarmi a lungo. In Turchia, dopo la mia infanzia, tutti i principali sociologi, scrittori coscienti hanno provato la solitudine del carcere. Mio padre vi ha trascorso cinque anni. Non ritenevo di poter essere mai etichettata come una terrorista e di subire quel tipo di violenza».

L’esilio è l’unica cura efficace contro l’oppressione?

«Non penso, dipende dalle esperienze individuali. Non c’è una ricetta unica, ciascuno può decidere solo insieme alla propria coscienza. Se si cercava la giustizia in Turchia, bisognava esiliarsi, o rassegnarsi alla prigione, o ancora morire. Io non sono voluta fuggire. Ho resistito a lungo fino al 2009 pur di non lasciare la Turchia, dopo essere uscita dalla prigione nel 2002. In questo periodo ho lottato insieme a Hrant Dink, agli altri militanti, affermando che occorreva restare in Turchia. Tuttavia davanti al rischio dell’ergastolo ho maturato l’idea di partire. Non credo alle frontiere, sono immaginarie, non credo al concetto di Stato-nazione. Sono femminista, antimilitarista, libertaria e sento di appartenere a movimenti transnazionali: le lotte sono universali».

Nel libro La maschera della verità ricorda come il suo professore di lettere a scuola affermasse che le parole terrorista e armeno avessero una radice comune. È cambiato qualcosa?

«Terrorista è chi utilizza la violenza per terrorizzare l’altro e incutere la paura allo scopo di imporre le proprie idee e politiche. Anche gli Stati lo fanno. Spesso si fa un uso improprio di questa parola per squalificare dal dibattito pubblico chi contesta senza commettere delitti. Il pericolo più grave che corriamo è la legittimazione della violenza da una parte e dall’altra del fronte».

Lo Stato turco potrebbe sopravvivere al riconoscimento dei drammi e violenze del passato novecentesco?

«Il riconoscimento dei crimini commessi nel passato non ha indebolito la Germania. Al contrario dà la forza per l’avvenire. I potenti necessitano del negazionismo quanto della paura per dominare. Hanno paura della giustizia e dei suoi riflessi sul potere. Il negazionismo è decisivo per comprendere la continuità del sistema repressivo, della struttura politica repressiva in Turchia. Niente di nuovo, tutti immaginano che sia cominciato ora con Recep Tayyip Erdoğan e con le sue mire neoimperiali. Sono stata torturata diciotto anni fa e in precedenza la stessa sorte è toccata a mio padre. Bisogna capire la continuità del nazionalismo turco, la struttura nazionalista dello Stato, basandosi sul genocidio degli armeni rimosso e poi sul massacro dei curdi, sull’esclusione dei greci. Ripeto il genocidio è fondamentale per interpretare l’odierna struttura politica».

La dimensione multiculturale negata della società turca è stata distrutta senza ritorno?

«Ritengo sia già distrutta e non si possa tornare indietro, tuttavia si può creare qualcosa di nuovo, nuove ricomposizioni, il passato però non torna».

Il movimento femminista turco ha toccato già tre secoli. Qual è la condizione attuale?

«È una storia lunga, ma in realtà il movimento femminista è emerso con forza in Turchia negli anni Ottanta. Ai tempi dell’Impero Ottomano esisteva un movimento profemminista soprattutto armeno e greco, che ha perso di consistenza e peso politico dopo il genocidio. Con il Kemalismo alle donne non è stato permesso di organizzarsi, esclusa la possibilità di creazione di formazioni politiche autonome in favore di una sorta di femminismo di Stato, un’eguaglianza formale che nulla aveva a che fare con la libertà. Molte donne si dichiaravano già salve, emancipate. Il movimento femminista ha dovuto lottare contro il nazionalismo, il militarismo per dire che il femminismo era un’altra storia, che includeva tutti i rapporti sociali, la sessualità. Il movimento è emerso battendosi contro le distorsioni proprie del nazionalismo. La questione chiave è che il movimento con le sue critiche ha aperto in Turchia la strada ad altri movimenti sociali, prendendo il posto della sinistra rivoluzionaria degli anni Ottanta. Ora c’è una regressione forte, ma il movimento è diffuso, impiantato ovunque e ha sviluppato un adattamento tattico, talvolta invisibile, che definirei un radicalismo pragmatico. Sono certa che resisteremo».

La sua famiglia ha sognato il cambiamento, pagando un prezzo alto. Crede ancora alla parola rivoluzione?

«Nel mio romanzo, già tradotto in tedesco e francese che probabilmente verrà pubblicato in Italia, parlo di una mezza speranza che rende più attivi e cito sempre Gramsci: “Bisogna unire il pessimismo dell’intelligenza all’ottimismo della volontà”».

L'articolo Quello che succede in Turchia. Intervista a Pinar Selek proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/quello-succede-turchia-intervista-pinar-selek/feed/ 2
Le due Istanbul di Burhan Sönmez https://minimaetmoralia.it/interviste/le-due-istanbul-di-burhan-sonmez/ https://minimaetmoralia.it/interviste/le-due-istanbul-di-burhan-sonmez/#respond Fri, 16 Sep 2016 06:30:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31987 Sabato pomeriggio, all'interno di Pordenone legge, Burhan Sönmez presenterà Istanbul Istanbul (nottetempo) con Marco Ansaldo. Di seguito un'intervista realizzata da Gabriele Santoro.

«Gli scrittori credono nell'osservazione e nella contemplazione, mentre i governi confidano nella sorveglianza. E noi, scrittori, osserviamo tutto, inclusi i governanti quando sono impegnati a mantenerci sotto sorveglianza», dice Burhan Sönmez. A Istanbul il pane e la libertà erano due desideri che richiedevano di essere l'uno schiavo dell'altro. «Si sacrificava la libertà per il pane o si rinunciava al pane per la libertà», ammette uno dei quattro personaggi che animano i dieci capitoli di Istanbul Istanbul (nottetempo, 299 pagine, 17 euro, traduzione di Anna Valerio).

In questo romanzo Sönmez mette insieme quattro uomini: un dottore, un barbiere, uno studente e un vecchio rivoluzionario incarcerati in una stanza sotterranea, sottoposti a interrogatori e a torture indicibili. I quattro si raccontano storie, facendo risplendere le stelle nell'oscurità che opprime Istanbul. Coltivano la possibilità che la Istanbul di sopra non li dimentichi, in fondo «il cambiamento e la bellezza della città dipendevano dal potere delle persone di cambiare e diventare più belle».

L'articolo Le due Istanbul di Burhan Sönmez proviene da Minima et Moralia.

]]>
burhan-sonmez-istanbul-istanbul-egoistokur-1

Sabato pomeriggio, all’interno di Pordenone legge, Burhan Sönmez presenterà Istanbul Istanbul (nottetempo) con Marco Ansaldo. Di seguito un’intervista realizzata da Gabriele Santoro.

«Gli scrittori credono nell’osservazione e nella contemplazione, mentre i governi confidano nella sorveglianza. E noi, scrittori, osserviamo tutto, inclusi i governanti quando sono impegnati a mantenerci sotto sorveglianza», dice Burhan Sönmez. A Istanbul il pane e la libertà erano due desideri che richiedevano di essere l’uno schiavo dell’altro. «Si sacrificava la libertà per il pane o si rinunciava al pane per la libertà», ammette uno dei quattro personaggi che animano i dieci capitoli di Istanbul Istanbul (nottetempo, 299 pagine, 17 euro, traduzione di Anna Valerio).

In questo romanzo Sönmez mette insieme quattro uomini: un dottore, un barbiere, uno studente e un vecchio rivoluzionario incarcerati in una stanza sotterranea, sottoposti a interrogatori e a torture indicibili. I quattro si raccontano storie, facendo risplendere le stelle nell’oscurità che opprime Istanbul. Coltivano la possibilità che la Istanbul di sopra non li dimentichi, in fondo «il cambiamento e la bellezza della città dipendevano dal potere delle persone di cambiare e diventare più belle».

L’autore, classe 1965, figlio dell’Anatolia di origine curda, è un insegnante di letteratura all’Università Odtü di Ankara e un avvocato specializzato in diritti umani che vive tra Cambridge e Istanbul, dove è tornato dopo un periodo di esilio. Ha partecipato ai moti di piazza Taksim dei quali è stato tra i protagonisti e narratori.

Già nel cuore degli anni Novanta Sönmez ha sperimentato sulla propria pelle la violenza delle forze di sicurezza turche. In seguito a uno scontro fisico restò gravemente ferito, in pericolo di vita. È stato curato in Inghilterra con il sostegno della fondazione Freedom from torture – Medical Foundation for the Care of Victims of Torture. «Confinato a letto per molti mesi – ha raccontato –, le uniche cose che potevo fare erano guardare la televisione e scrivere appunti su qualsiasi cosa immaginassi. Appunti che poi si sono aggrovigliati in storie. Ho realizzato che avrei dovuto scrivere, e ho iniziato a credere alle cose belle che possono scaturire da un brutto incidente».

Sönmez, le sue due Istanbul, quella di sotto, che insegue l’anelito di giustizia e libertà, e quella di sopra, distratta e frenetica, possono costruire un linguaggio comune?

«Dipende dalle condizioni sociali e politiche. Avvenne in Francia durante l’Affaire Dreyfus. Oggi pensiamo che questo sia possibile più di ieri, perché viviamo nell’epoca della comunicazione digitale e tutto sembra aperto a tutti. Ma non funziona così. È la pornografia della verità. È come se ci fossero due mari in uno solo. L’abisso è per chi lotta, l’altro mare in superficie è invece per la maggioranza dei vivi che scruta l’orizzonte senza mai coltivare la profondità dello sguardo».

La tortura è un’epidemia che non debelliamo.

«Uso le parole di uno dei miei personaggi: “Vogliono che io soccomba al dolore, che rinunci al mio amore. Vogliono che smetta di credere in me stesso e a Istanbul e che diventi come loro. Fanno a pezzi il mio corpo perché vogliono che la mia anima assomigli alla loro. Non si accorgono che la mia fiducia in questa città diventa sempre più forte”».

La sua interpretazione del tempo nel romanzo è molto interessante. Quale valore assegnano i personaggi al passato, presente e al futuro?

«Questo è l’obiettivo del mio romanzo: mostrare che un flusso diverso del tempo potrebbe essere possibile dividendo lo spazio orizzontale, cosicché il tempo possa muoversi dal sottosuolo verso la superficie e viceversa. Non è più come un fiume che fluisce dalla sorgente al delta. La necessità vitale consiste nel riappropriarsi del tempo uscito dalla storia per entrare in quello della cella».

Qual è l’intreccio tra letteratura e politica nella sua vita?

«Non rappresento la figura idealizzata del letterato. Sono sempre stato immerso totalmente nella politica. Quando nasci in un paese come la Turchia e hai un residuo di coscienza non puoi rinunciare a litigare, a schierarti contro realtà ingiuste. Terry Eagleton una volta disse: “Se sei un irlandese e vuoi essere uno scrittore ma non hai avuto un’infanzia tribolata non hai alcuna possibilità”. È così, lo stesso. Qui tutte le volte che cominci a discorrere di letteratura, arte poi la conversazione finisce necessariamente con la politica. Ho il sogno che un giorno ogni dibattito politico scivoli verso la letteratura».

Lei oggi in Turchia è un uomo libero di esprimere le proprie opinioni?

«Al momento più di cento giornalisti sono reclusi in prigione. Una scrittrice illustre come Asli Erdogan è stata arrestata per aver scritto sul giornale pro-curdo Ozgur Gundem. La nostra principale linguista, settantenne, Necmiye Alpay è stata arrestata per aver scritto e domandato una soluzione pacifica per la questione curda. È una persona garbata, sincera e pacifica con cui ho lavorato per due anni al Peace Council. Se lei non è al sicuro credo che nessuno possa sentirsi tale in questo paese. Ciò non significa che dovremmo arretrare. Dobbiamo stare in piedi più forti di prima per mantenere l’onorabilità del nostro intelletto».

Nel suo libro urbanistica e felicità appaiono questioni inseparabili. Che cosa è successo a Istanbul nell’ultimo ventennio monocolore?

«L’attuale maggioranza di governo della città è in carica dal 1994. L’unica cosa che amano è costruire grattacieli e centri commerciali sempre più grandi. Con un piano urbanistico all’insegna della gentrification stanno distruggendo i quartieri dei cittadini ordinari per dare i luoghi alla classe islamica capitalista. Questa è la strada per creare la loro classe elitaria. Istanbul è una delle più grandi città al mondo ma non ci sono spazi comuni, pubblici per il tempo libero.

La protesta di Gezi Park scaturiva proprio a causa di queste politiche. Nel cuore della città non sono rimaste aree verdi eccetto una piccola parte di Gezi Park. Questo palesa la mentalità del governo. La bellezza della città e il pubblico interesse non contano. Loro si preoccupano solo del denaro e del profitto».

Può descrivere Gecekondular?

«“Gecekondu” è una parola composta: gece, notte, e kondu, possidente. Letteralmente significa posseduta in una notte. È entrata nell’uso popolare negli anni Sessanta. Le persone che si spostavano dalla campagna a Istanbul per ragioni economiche non avevano un rifugio. Nottetempo iniziarono a costruire case piccole e semplici nei sobborghi della città in collina nella parte asiatica. Da allora sono aumentati a dismisura gli slum “gecekondu” nelle grandi città. È l’habitat delle persone povere che restano sospese nella fessura che divide la campagna dall’agglomerato urbano».

In che modo ha vissuto il sistema simbolico, educativo turco?

«Il sistema educativo turco ha fallito da lungo tempo. Ogni decade hanno rivoltato i curricula. Non c’è mai stata una continuità virtuosa. Il sistema scolastico dalla Costituzione del 1982, creata dai generali dell’esercito e dalla giunta militare del 1980, è vigente ed è peggiorato. La Costituzione ha reso obbligatorio l’insegnamento della religione, influenzando il sentimento delle nuove generazioni. E la lingua curda è stata bandita dalla scuola. Da allora ci sono circa venti milioni di curdi in Turchia ai quali a scuola insegnano solo il turco. È un problema gravissimo per l’educazione».

Che cosa è successo la notte del 15 luglio?

«Quella notte si sono scontrati due poteri, quello del governo islamista e l’altro, un movimento organizzato da una setta islamica. Questi due poteri si assomigliano. Entrambi hanno un sostrato ideologico religioso. Sono intolleranti a qualsiasi forma di dissenso. La cosa curiosa è che le due facce della medaglia sono state alleate per un decennio. Hanno creato e sfruttato, tenendosi per mano, la “Nuova Turchia”. Immaginavano lo stesso futuro per noi: al momento abbiamo lo Stato di emergenza con migliaia di arrestati. Il periodo di detenzione era di due giorni e ora è stato allungato fino ai trenta. La Turchia ha sospeso la Convenzione europea sui diritti umani. Università, banche e ospedali sono stati chiusi con il licenziamento di centinaia di migliaia di persone».

La censura delle rappresentazioni teatrali ha scosso Istanbul?

«Sì, c’è una reazione. Il problema è più grande qui ed è cominciato prima del 15 luglio, ma dopo quel giorno c’è stata un’escalation. Attori, attrici e registi critici con le politiche del governo vengono licenziati dai teatri statali. La scorsa settimana il primo ministro ha annunciato che la nuova stagione aprirà solo con opere scritte da turchi. Grazie a questa misura i turchi ameranno di più la madrepatria, sostengono. Non capiscono che se chiudi il proscenio, il cuore e i tuoi occhi a Shakespeare, Sofocle o allo stesso Dario Fo l’unico prodotto sarà avere orizzonti mentali sempre più ristretti».

Lei è stata una delle anime della rivolta resistenziale di Gezi Park. Qual è, se c’è, il lascito politico di quelle giornate?

«Talvolta devi pensare in “via-negativa” che è un metodo utile in filosofia e talvolta in teologia. Il 15 luglio è accaduto un tentativo di colpo di Stato, nel quale il presidente Erdogan è fortunosamente scampato alla sconfitta e ha vinto una battaglia molto critica contro il suo rivale più potente. Appena due giorni dopo il golpe tentato, Erdogan ha dato il suo primo discorso a piazza Taksim, nei pressi di Gezi Park, giurando di liberarsi dello stesso per costruire al suo posto una caserma militare e un centro commerciale. Neanche 48 ore prima il parlamento era stato bombardato dai caccia e più di duecento persone sono state uccise. Malgrado tutte queste atrocità lui non poteva dimenticare Gezi Park, e ancora lo ripete come monito a sé stesso, ciò significa che nessuno ha scordato quello che è avvenuto lì».

L'articolo Le due Istanbul di Burhan Sönmez proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/le-due-istanbul-di-burhan-sonmez/feed/ 0
Cronache dall’Asia 3 https://minimaetmoralia.it/arte/cronache-dallasia-3/ Wed, 19 Jun 2013 09:17:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14682 Qui le puntate precedenti.

Cronache dall'Asia 3 - 55a Biennale di Venezia: viaggio verso l'arte contemporanea asiatica

Il Palazzo Enciclopedico, titolo dato dal curatore Massimiliano Gioni alla 55a Biennale d'Arte di Venezia, mostra dettagli della storia dell'esistere umano: espone e celebra l'individuo espressivo, la manifestazione dell'essere oltre ogni spinta e necessità a esplorare, catalogare, esaurire. È la libertà della conoscenza oltre la pretesa scientifica, è il rispetto della differenza nella sua unicità, è ascolto senza gerarchie. La mostra di Gioni, i padiglioni nazionali e gli eventi collaterali della Biennale ospitano una strada che dall'Italia può portare fino all'Estremo Oriente, raccontando la storia e la contemporaneità di un mondo sempre più penetrabile e raggiungibile, con più voce, più legittimità globale. Ho cercato di percorrere questra strada attraverso il personale filtro elaborato nei mesi trascorsi in Asia.

L'articolo Cronache dall’Asia 3 proviene da Minima et Moralia.

]]>
foto 1intestazione

Qui le puntate precedenti.

Cronache dall’Asia 3 – 55a Biennale di Venezia: viaggio verso l’arte contemporanea asiatica

Il Palazzo Enciclopedico, titolo dato dal curatore Massimiliano Gioni alla 55a Biennale d’Arte di Venezia, mostra dettagli della storia dell’esistere umano: espone e celebra l’individuo espressivo, la manifestazione dell’essere oltre ogni spinta e necessità a esplorare, catalogare, esaurire. È la libertà della conoscenza oltre la pretesa scientifica, è il rispetto della differenza nella sua unicità, è ascolto senza gerarchie. La mostra di Gioni, i padiglioni nazionali e gli eventi collaterali della Biennale ospitano una strada che dall’Italia può portare fino all’Estremo Oriente, raccontando la storia e la contemporaneità di un mondo sempre più penetrabile e raggiungibile, con più voce, più legittimità globale. Ho cercato di percorrere questra strada attraverso il personale filtro elaborato nei mesi trascorsi in Asia.

foto 2 venezia

Parto da Venezia.

Venezia, Venezia è un’opera sulla cultura della resistenza e sulla capacità della cultura di resistere. Alfredo Jaar evoca la capacità delle idee a resistere oltre il disastro della guerra, ritratta in una fotografia in cui Lucio Fontana esce da una fenditura tra le macerie del suo studio bombardato di Milano.

Con gli equilibri del mondo da riassestare in nuovi equilibri sempre mutevoli, i Giardini della Biennale di Jaar (riprodotti in scala, per essere un microcosmo che lo spettatore può osservare dall’alto, mentre emerge e affonda in un vascone pieno di acqua verde salmastra) raccontano di un vecchio mondo che scompare, portandosi sotto i flutti il ruolo dello stato-nazione e l’egemonia occidentale. Quegli stessi Giardini riemergono, come dopo cataclismi naturali o rivoluzioni umane, e riprendono forma, offrono di nuovo una presenza, un’idea.

foto 3 mappa

Il mio viaggio di ritorno a Est continua attraverso quella che consideriamo la soglia d’Oriente, la Turchia. Nel padiglione nazionale è proposta una serie di video intitolata proprio Resistance. Mentre in Piazza Taksim la dialettica tra conservatorismo islamico e secolarismo democratico si scatena in manifestazioni di protesta contro il governo di Erdogan, Ali Kazma propone un lavoro che rende protagonista il corpo, nella sua matericità e forza resistente contro l’astrazione della realtà contemporanea.

A nord est della Turchia, al confine estremo dell’Arsenale, una costruzione in sottile legno crepato riproduce una tipica forma di resistenza architettonica georgiana: la loggia kamikaze, ampliamento di edifici sovietici, un prolungamento parassitario dell’abitazione, spesso usato da artisti come studio. Nel catalogo la Georgia viene definita come “l’Italia se fosse diventata Marxista”, considerandone il clima del Mar Nero, la viticoltura, il regime patriarcale, l’atteggiamento mentale comunitario e la vocazione ad autogestirsi della sua gente. Circa duemilaseicento km allontanano Tbilisi da Venezia e, nonostante l’alfabeto georgiano abbia forme suadenti ed esteticamente ben poco occidentali (le sue linee tondeggianti sono sorprendentemente simili all’alfabeto birmano, ma si riconoscono anche lettere del greco antico, pur non essendoci nessuna associazione tra segni e fonemi), nel padiglione c’è un costante rimando all’Europa, come in Euroremont di Nikoloz Lutidze, che adotta come titolo un neologismo indicante la ristrutturazione di una tipica abitazione sovietica secondo standard europei. Qui si evidenzia la fragilità del sogno occidentale, oggi rappresentato da oggetti di arredamento in stile europeo made in China.

Identità e confini, est e ovest assumono forme che si dissolvono e ricompongono in maniere tradizionali o nuove. I linguaggi e le forme dell’indagine artistica sono al servizio delle dinamiche nazionali e individuali in relazione alle proprie radici e al mix culturale indotto dai cambiamenti negli equilibri economici del mondo. Agisce anche il caso, input il cui potere oggi è amplificato dal numero infinitamente maggiore di comunicazioni in corso di svolgimento costante a livello quasi globale. Il fortuito associa e pone a confronto elementi di culture che eravamo (siamo ancora forse) abituati a considerare distanti. Incontri forzati inducono ad aprire lunghe discussioni per scoprire nuovi linguaggi comuni: questo è il tema centrale della ricerca di Post Autonomy, progetto di David Goldenberg, presentato a Palazzo Bembo. In un corridoio del palazzo, Baku (Azerbaijan) è l’interlocutore live di una chiamata Skype iniziata il 28 maggio, giorno dell’inaugurazione, e destinata a durare fino al 24 novembre, giorno di chiusura della Biennale. Questo intervento è parte di un più ampio programma di dibattiti on-line e di attività volte a ripensare l’arte contemporanea, sostanzialmente eurocentrica e in una fase di stallo. Tramite la chiamata Skype, il pubblico è invitato a discutere di participating cultures con chi è di fronte al computer a Baku (allestito in un museo pubblico), per immaginare nuove pratiche, nuove idee, sconosciute, da inventare.

foto 4 goldenberg bis

Dall’Azerbaijan parte un deserto artistico di paesi, terre e popoli esclusi. Qui alla Biennale non trovo rappresentati molti paesi dalla storia recente violenta e controversa. In questa lunga traversata senza tappe, ricordo l’Afghanistan a Documenta13.

Addirittura l’India quest’anno non ha un padiglione (la sua prima partecipazione risale a due soli anni fa) e, come riporta Valentina Tani su Artribune, vi è una sola artista indiana (Prabhavathi Meppayil) nella mostra curata da Gioni. Un’altra, Dayanita Singh, la troviamo nel padiglione tedesco che quest’anno è ospite del padiglione francese. Germania e Francia hanno infatti deciso di scambiarsi i padiglioni e la Germania ha deciso di proporre un solo artista tedesco (con una biografia cosmopolita): oltre all’artista indiana presentano Ai Weiwei (Cina) e Santu Mofokeng (Sud Africa). Segnali che in Europa qualcuno inizia a intuire che gli equilibri mondiali sono in trasformazione, anche a livello culturale.

Mi sposto nel grande spazio ricco di installazioni e video del Bangladesh, presentato da Francesco Elisei e Fabio Anselmi, che propongono il lavoro di otto artisti all’interno dell’Officina delle Zattere; intanto cerco il Myanmar, che naturalmente non è presente. A Yangon, una scena artistica ha resistito ai decenni di dittatura, con alcuni spazi indipendenti gestiti da artisti impavidi, ma il passato di isolamento dal mondo e l’insicurezza economica impediscono per ora la realizzazione di grossi progetti internazionali. Compaiono però elementi birmani nel lavoro di AES+F, incluso nella mostra Silk Map del padiglione Venezia. In Arrival of the Golden Boat, una light box appartenente al progetto The Feast of Trimalchio, vediamo raffigurata la golden boat attraccata nel Kandawgyi Lake di Yangon e alcune donne in abito tradizionale birmano. Il collettivo russo ha cercato l’equivalente del terzo millennio della cena di Trimalcione e l’ha individuato nei paradisi temporanei offerti dagli hotel di lusso. Hanno quindi creato ambienti lussuosi ed esotici in video e still, dove spiccano tra servi e ospiti molte persone asiatiche. “Abbiamo voluto rappresentare l’ascesa del continente asiatico nel futuro, usando il nostro tipico linguaggio allegorico“, mi riferisce Evgeny Svyatsky.

foto-5-myanmar

A poche centinaia di kilometri da Yangon si può superare via terra il confine tra Myanmar e Thailandia, che quest’anno a Venezia presenta il lavoro di due artisti, cui il Ministero dei Beni Culturali ha chiesto di sviluppare il tema dell’arte culinaria.

Wasinburee Supanichvoraparch usa un gioco di parole che rimanda a un’immagine semplicissima ed efficace per trasmettere un’idea che gli è cara e alla quale dedica il suo lavoro quotidiano di artista: Poperomia, il titolo del suo lavoro, combina il pop, inteso come cultura commerciale, alla peperomia, una pianta acquatica con un altissimo livello di assorbimento di liquidi. Questa pianta, anche quando immersa in una soluzione di acqua e china, per metterne alla prova la reazione, assorbe il liquido velocemente e muta aspetto superficialmente, ma la sua struttura rimane la stessa, non si innescano mutazioni di alcun genere. Wasinburee Supanichvoraparch, con raffinatezza e delicatezza estetica caratteristiche thailandesi, ha allestito per la Biennale una stanza il cui pavimento è ricoperto di mattoni in terracotta avvolti in fili di lana colorati, richiamo alla cultura tradizionale del mattone fatto a mano (ed effettivamente realizzato dall’artista insieme agli abitanti della sua comunità nella regione Ratchaburi, a circa cento km da Bangkok), ricoperto di apparenza effimera. Ancora più eloquenti le statue di buddha, dove la lana ricopre il basamento come un’edera rampicante che piano piano nasconda l’oro e la millenaria storia spirituale dell’antico Siam.

Penso che l’artista non debba mai rinunciare ad assumere un ruolo sociale. Per questo motivo ho deciso che la mia galleria a Ratchaburi dovesse spalancarsi, per entrare direttamente nei luoghi dove la gente vive e lavora. Molti thailandesi sono spaventati dall’arte, credono di non essere all’altezza e spesso non vengono in galleria per timore di non capire e così perdere la faccia. Nell’ultimo anno ho allestito settantacinque opere nella mia città: mostre sulle pareti interne dei ponti in muratura, dentro i ristorantini all’aperto, sugli autobus, sui tetti dei tuk tuk, ho cercato di arrivare a tutti. Quando la proprietaria e cuoca di uno di questi locali mi ha detto di non avere alcun rapporto con l’arte, le ho indicato il tempietto che lei personalmente ha allestito di fianco ai fuochi della cucina: la scelta di come posizionare il tavolino, l’altare e le offerte deriva da una scelta estetica. Volevo che si sentisse inclusa e sembra aver apprezzato.

Chiunque sia stato in Thailandia avrà osservato l’impetuosità con cui il consumismo sembra divorare la vita locale. Eppure questo convive con un fortissimo orgoglio nazionale e la resistenza, almeno apparente, di molte abitudini tradizionali, dalle rituali offerte quotidiane al tempio, alla convinzione che gli spiriti del passato si aggirino nel nostro mondo. Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, di Apichatpong Weerasethakul e vincitore della Palma d’Oro a Cannes nel 2010, è interamente dedicato agli spiriti, alla morte e alle sue conseguenze sulla vita.

Arin Rungjang prende invece alla lettera la richiesta del Ministero, proponendo un lavoro basato sulla storia dell’antica ricetta dei thong yod (dolcetti a base d’uovo), e se ne appropria da artista-narratore, costruendo un video di circa trenta minuti in cui accompagna lo spettatore nelle vicissitudini legate al commercio di zucchero di canna durante il dominio coloniale portoghese a Puerto Rico e nel sud-est asiatico, richiamando la tratta degli schiavi del Congo e le vicende di un avventuriero greco diventato consigliere del re di Ayutthaya, giungendo alla ricetta portata in Thailandia da una suora cattolica e adattata al gusto Thai da una donna di origini giapponesi, portoghesi e bengali.

Questo lavoro di ricostruzione storica non pretende di riportare i fatti fedelmente, anche considerando la mancanza di archivi in Thailandia e nel sud-est asiatico. Arin si è basato principalmente su racconti orali, andando alla ricerca di tracce di questa storia direttamente nei villaggi dove erano passati i portoghesi. La sua ricerca artistica personale, caratterizzata dall’interesse per la ricostruzione, si è sviluppata in seguito alla morte del padre, avvenuta a causa della violenza razzista subita mentre lavorava come ingegnere navale in Germania. Un gruppo di neonazisti, così riferì il padre alla madre dell’artista, gli provocò ferite interne tali che, dopo sei mesi dal suo ritorno in Thailandia, non sopravvisse. Arin aggiunge che “lui ha parlato di neonazisti, ma io non posso sapere se questo fosse esatto o no, da questa incertezza e dalla riflessione provocata dal conflitto tra le vicende del singolo a confronto con le ideologie e la Storia parte la mia spinta a indagare, scavare, ricostruire.

Ormai siamo nel mezzo del sud-est asiatico e anche il padiglione indonesiano riflette sulla dimensione soprannaturale (Sakti), sullo spirito che tiene insieme la dispersa nazione indonesiana con le sue diciassettemila isole. L’identità indonesiana è molteplice e ciò che raggiunge il pubblico internazionale è per lo più espresso dagli artisti residenti a Java, l’isola principale dove si trovano la capitale Jakarta e le altre due città artistiche, Bandung e Yogyakarta.

In Indonesia è in corso una profonda trasformazione politica ed economica e Sakti, la forza simbolica scelta come tema dai curatori, Carla Bianpoen e Rifky Effendy, sembra evocare la necessità di fare riferimento a un’energia primordiale e sacra, perché anche la cultura si possa trasformare e rielaborare, ma in modo giusto e consapevole. L’arte contemporanea indonesiana è molto spesso politica e lo è chiaramente anche nel padiglione teatrale e magico presentato a Venezia quest’anno.

foto-7-indo

Nella penombra si accede a una pedana che corre lungo una parete con feritoie, sbirciando si intravedono la testa di una bizzarra creatura con il becco e dei fiori rosa al posto del pelo e degli stupa in miniatura in ceramica. La composizione di Rahayu Supanggah risuona nell’aria mentre ci si avvicina all’opera di Entang Wiharso, The Indonesian: No Time To Hide: si tratta di un’elaborata composizione scultorea in resina-grafite, formata da due armadietti che contengono delle teste umane, diverse figure sedute intorno a un tavolo, sul quale un uomo è riverso e al cui fianco una donna in piedi sembra invocare risposte. Si possono riconoscere i volti di politici indonesiani, deformati come fossero di gomma e un pugno li avesse colpiti. Una cancellata dello stesso materiale separa la scena dal resto del padiglione.

Gli altri lavori esposti sono ugualmente spettacolari, in un modo che si può dire tipico dell’arte contemporanea indonesiana: opere di grandi dimensioni, spesso scultoree, con richiami alla storia e alla tradizione culturale del paese, emblematiche e talvolta ambigue, sospese tra codici espressivi talmente realistici da lasciare lo spettatore avvolto in una sensazione di mistero. Torna Sakti.

Titarubi propone una riflessione sul peso della conoscenza, intesa come sinonimo di civiltà, ma rappresentata tramite giganteschi quadri tagliati a metà, come le pareti non fossero sufficientemente ampie per contenere tanta cultura. Su alcuni banchi di scuola carbonizzati sono appoggiati dei libri con così tante pagine che è impossibile chiuderli.

Il labirinto di stupa di Albert Yonathan Setyawan e il teatro delle ombre con i tradizionali wayang di dimensioni umane di Sri Astari Rasjid richiamano nuovamente una dimensione spirituale, mentre la scultura di Eko Nugroho, con i suoi esseri fantastici e ibridi, uomini-animali-oggetti, racconta di un mondo in cui mancano coesione sociale e pratiche collaborative. 

foto-8-indo

La dialettica tra occidente e oriente non si risolve nell’assunzione dei “nostri” codici, della “nostra” storia espressiva da parte dei nuovi artisti orientali. Entrambi i mondi, la cui relazione inizieremo a considerare in maniera più cosciente ed elaborata, stanno affrontando la trasformazione culturale innescata da fattori economici e politici travolgenti come la crisi europea, la potenza cinese e la digitalizzazione dell’informazione.

Ci vorrebbe un altro articolo intero per raccontare la presenza massiccia e altamente variegata della Cina a questa Biennale. Dalle scelte e dalle domande poste da alcuni lavori incontrati in questa selezione, sembra che l’arte possa favorire una convergenza. Le conseguenze di questi incontri si riconosceranno quando la portata aggregata di queste scene artistiche arriverà a influenzare l’universo dei significati a livello globale. 

Turchia: Resistance

Georgia: Kamikaze Loggia

Azerbaijan: David Goldenberg

Bangladesh: Supernatural

Myanmar: AES+F

Thailandia: Poperomia + Golden Teardrop

Indonesia: Sakti

Germania: Deutscher Pavillion

Crediti fotografie

Foto 1 di Kornkrit Jianpinidnan

Foto 2 (Venezia, Venezia) di Agostino Osio

Foto 4 (David Goldenberg) di Glenda Cinquegrana: the Studio

Tutte le altre immagini sono di Ilaria Benini

L'articolo Cronache dall’Asia 3 proviene da Minima et Moralia.

]]>