Ermanno Olmi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ermanno-olmi/ un blog di approfondimento culturale Mon, 07 May 2018 22:49:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ermanno Olmi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ermanno-olmi/ 32 32 Milano ’83: il capolavoro dimenticato di Ermanno Olmi https://minimaetmoralia.it/cinema/milano-ermanno-olmi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/milano-ermanno-olmi/#comments Tue, 08 May 2018 06:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37149 di Giulia Cavaliere

Un’ora per 1.500 inquadrature in totale, mantenendo una media di 23 al minuto. Milano ’83 è il documentario senza voci realizzato da Ermanno Olmi all’interno del progetto “Le capitali culturali d’Europa”, che incluse – oltre al ritratto di Milano – anche quello della Lisbona di Manoel de Oliveira, di Atene vista con gli occhi di Theo Angelopoulos e della Varsavia di Krzysztof Zanussi. Il soggetto di Olmi è la Milano a cavallo tra la fine del 1982 e l’inizio del 1983, vista nell’arco di due giornate ideali che comprimono la quotidianità della città e dei suoi abitanti osservati da mattina a sera.

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Ieri è venuto a mancare Ermanno Olmi, regista e scrittore a cui dobbiamo moltissimo. Lo ricordiamo con un pezzo apparso tempo fa su The Towner, firmato da Giulia Cavaliere, che ringraziamo.

di Giulia Cavaliere

Un’ora per 1.500 inquadrature in totale, mantenendo una media di 23 al minuto. Milano ’83 è il documentario senza voci realizzato da Ermanno Olmi all’interno del progetto “Le capitali culturali d’Europa”, che incluse – oltre al ritratto di Milano – anche quello della Lisbona di Manoel de Oliveira, di Atene vista con gli occhi di Theo Angelopoulos e della Varsavia di Krzysztof Zanussi. Il soggetto di Olmi è la Milano a cavallo tra la fine del 1982 e l’inizio del 1983, vista nell’arco di due giornate ideali che comprimono la quotidianità della città e dei suoi abitanti osservati da mattina a sera.

In piena ascesa del mondo paninaro e della Milano da bere, Olmi disegna con rarissima precisione l’anatomia quotidiana della vita milanese partendo da una serata al Teatro La Scala, osservata dall’interno, cioè dagli occhi di uno speciale spettatore, e poi subito dall’esterno, dove chi lavora nel teatro sta attendendo la fine dello spettacolo. Un incipit che ci mostra immediatamente quella che sarà la tendenza narrativa del regista: offrire per ogni tema centrale di questo documentario non solo la prima prospettiva ma, altresì, quella più decentrata, discostata dall’immaginario, nascosta, ma non per questa ragione meno adatta a illustrare le tipicità più profonde della città.

Procedendo in questo modo Olmi affonda i propri occhi dentro il reticolato sociale di Milano raccontando il lavoro, la scuola e i momenti di svago in modo del tutto anticonvenzionale, scegliendo di soffermarsi su dettagli precisi e sulle azioni, che diremmo meccaniche, della ritualità quotidiana. In questo modo osserviamo i vagoni dei treni del mattino con i pendolari di ogni età che guardano fuori dai finestrini, vediamo le mamme e i papà svestire i figli e prepararli con la divisa per l’asilo, vediamo gli anziani camminare verso la spesa la mattina presto e assisteremo all’allestimento di vetrine natalizie e alla Rinascente gremita il giorno della Vigilia.

La radiografia di Olmi, al di là dello scandagliare perfettamente lo scorrere delle ore, non ha però nulla di scientifico. Ciò che viene utilizzato è, piuttosto, una lente romantica ed emotiva. In questo risulta perfetta, agli occhi di chi guarda, la scelta di far parlare solo la città, di lasciare uno spazio minimo di parola solo ai cittadini che pronunciano il loro nome guardando in camera e di far sdraiare la pellicola su un commento sonoro, del tutto contemporaneo, felicemente capace di risultare insieme straniante e naturalmente connesso alle immagini. Ascolteremo Mike Oldfield e gli accenni new wave e synth pop accompagnare gli sguardi sperduti dei bambini che tolgono i passamontagna nello spogliatoio della scuola materna e ascolteremo “Vacanze romane” dei Matia Bazar mentre vedremo gli addetti alla pulizia notturna delle strade evitare un senzatetto accasciato a terra e, più avanti, i commessi del Burghy di piazza San Babila servire patatine durante la pausa pranzo. Nei suoni sentiremo voci radiofoniche decantare l’oroscopo di almeno tre segni zodiacali del giorno appena arrivato, leggerci annunci di case, annunci di lavoro, annunci sentimentali, mentre i chiromanti offrono le proprie prestazioni (anche per smettere di fumare!).

Vedremo piccioni, cani, cartelloni pubblicitari, la lezione di ballo in una scuola di danza, baci nei parchi, baci sui tram, ruspe in azione nei nuovi quartieri in costruzione.

Con Milano ’83 Olmi esplora un modo di osservare Milano, sua città d’adozione, già utilizzato per raccontare altre tra le sue storie; è facile riconoscere qua quello che già era stato il suo speciale sguardo ne Il posto, ne I fidanzati e ne La cotta. Scrivendo a proposito di Ascolto il tuo cuore, città, il pastichedel 1979 scritto da Alberto Savinio (ateniese ma milanese acquisito), Giorgio Manganelli dice “chiacchiera, ma non sembra avere argomento fermo nella mente, discorre, trascorre, ciancia, allude, gli viene in mente che, si dimentica, cita, ricorda, inventa, affabula, sussurra, bofonchia, talora flauteggia, talora dà sull’arrochito, eccolo che borbotta ma mai lo udirete alzare la voce, ammonire, accusare, vilipendere”. Mai e poi mai in Milano ’83 esiste l’espressione di un giudizio e se un ingresso manzoniano di Olmi si ha, in questa pellicola, questo arriva leggero, ironico, già postmoderno attraverso l’audio che al cuore della città si sovrappone.

Le dirigenze socialiste osteggiarono e non amarono mai questo film, ritenendolo – verrebbe da pensare – troppo poco allineato alla volontà di raccontare le esplosioni del secondo boom e della rinascita degli anni 80.

Dopo anni di difficile reperibilità, oggi Milano ’83 si può godere in ogni casa, attraverso YouTube dove periodicamente viene ricaricato integralmente, con buona pace per i poco poetici socialisti da bere.

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Andare al cuore delle cose. Gli scritti politici di Elvio Fachinelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/elvio-fachinelli-scritti-politici/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/elvio-fachinelli-scritti-politici/#respond Fri, 10 Jun 2016 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31242 Curato con grande precisione filologica da Dario Borso, la raccolta di scritti politici di Elvio Fachinelli Al cuore delle cose è un insieme prezioso di scritti dello psicoanalista di Luserna, che ha la grande importanza di mettere insieme per la prima volta testi apparsi su riviste e quotidiani, la cui gran parte era divenuta, oggi, praticamente introvabile.

I saggi sono stati scritti tra il 1967 e il 1989, anno della morte di Fachinelli, ed è allora naturale intuire l'importanza di tale raccolta per addentrarsi nel pensiero di un dei più importanti psicoanalisti italiani, tanto importante da essere indicato, non a caso, da Lacan come suo miglior erede (investitura che, a titolo di cronaca, Fachinelli rifiutò). Il sottotitolo Scritti politici non deve però trarre in inganno: non si tratta di articoli che avevano un ruolo comprimario rispetto alla sua produzione psicoanalitica, ma si tratta invece, come sottolinea Borso nella sua prefazione, di testi importanti per indagare l'analisi più difficile di Fachinelli, quella condotta su un paziente imprevedibile e molto complesso, l'Italia.

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Curato con grande precisione filologica da Dario Borso, la raccolta di scritti politici di Elvio Fachinelli Al cuore delle cose è un insieme prezioso di scritti dello psicoanalista di Luserna, che ha la grande importanza di mettere insieme per la prima volta testi apparsi su riviste e quotidiani, la cui gran parte era divenuta, oggi, praticamente introvabile.

I saggi sono stati scritti tra il 1967 e il 1989, anno della morte di Fachinelli, ed è allora naturale intuire l’importanza di tale raccolta per addentrarsi nel pensiero di un dei più importanti psicoanalisti italiani, tanto importante da essere indicato, non a caso, da Lacan come suo miglior erede (investitura che, a titolo di cronaca, Fachinelli rifiutò). Il sottotitolo Scritti politici non deve però trarre in inganno: non si tratta di articoli che avevano un ruolo comprimario rispetto alla sua produzione psicoanalitica, ma si tratta invece, come sottolinea Borso nella sua prefazione, di testi importanti per indagare l’analisi più difficile di Fachinelli, quella condotta su un paziente imprevedibile e molto complesso, l’Italia.

Lo sforzo gnoseologico dello psicoanalista di Luserna che si respira nel gran numero di articoli riportati ne è testimonianza lampante. Si tratta di interventi anche lunghi, di veloci articoli o di veri e propri saggi, che hanno la caratteristica di essere sempre legati all’attualità e alle vicende che Fachinelli ha sempre conosciuto da vicino, apparsi per la maggior parte sulla rivista da lui fondata (con Luisa Muraro e Lea Melandri) L’erba voglio, sui Quaderni Piacentini e su L’espresso.

Il titolo semplice e diretto dato a questa raccolta, racconta il suo significato più autentico e profondo, nonché la natura di tutta la vicenda di Fachinelli: un’analisi che mai si è fermata all’apparenza o si è adagiata nella comodità, quanto piuttosto un’interrogazione perpetua che si smarcasse anche dal panorama speculativo a lui contemporaneo perché, come scrive Borso nella prefazione, Fachinelli «di Musatti, ergo di Freud, adottò lo sguardo obliquo, lo scarto del cavallo che spiazzato sa spiazzare». Nei saggi di Fachinelli si parla di tutti, senza distinzioni di classe o di genere: si incontrano così i ricchi e i poveri, gli intellettuali e gli operai ma soprattutto l’attenzione è verso le minoranze e verso i bambini, simbolo di quello sforzo pedagogico che ha sempre accompagnato la sua attività.

Non è infatti un caso né se il nome che più spesso si incontra tra le pagine è quello di don Lorenzo Milani, né se il testo che apre la raccolta è una recensione del libro scritto da don Milani e i suoi studenti Lettera a una professoressa, «il primo testo cinese  del nostro paese» come lo definisce Fachinelli. Leggendo questa recensione, apparsa nel luglio 1967, quindi immediatamente dopo l’uscita del libro, e da noi cronologicamente lontana, sui Quaderni Piacentini, si trovano in nuce molte delle idee che guideranno le altre analisi raccolte nel libro. Innanzitutto quando Fachinelli si concentra sul punto di vista da cui muove l’analisi della società, quello del «ragazzo contadino, e anche operaio, bocciato a scuola»: lo sguardo di Fachinelli ha sempre avuto questo carattere, quello, come detto, di andare al cuore delle cose partendo dal basso e mai, a differenza anche di profeti moderni, di appiccicare etichette che mai completano definizioni ed analisi.

Inoltre, prendendo ad esempio Gianni e Pierino del libro di Don Milani, e quindi il bambino in difficoltà e quello privilegiato, Fachinelli fa un’analisi estremamente precisa che illustra anche i processi culturali contemporanei: «La Cultura dunque, come Scuola e Istituzione, possiede una funzione di schermo morale in una doppia direzione, tale da mascherare il processo di selezione reale cui pure partecipa: Gianni vive come colpa la sua eliminazione, Pierino come qualità, come dote, la sua promozione».

Non è difficile intendere l’errore intrinseco nel processo di selezione dovuto a questo stato di cose, un errore che ancora oggi miete le sue incolpevoli vittime: l’escluso Gianni, che non può non considerare avvenuta la sua ferita, nutrirà sempre un «impacciato rispetto» verso la cultura dei Pierini che, nello stesso tempo, per rimuovere l’altro e quindi le deformità del loro valore, tenterà di fare come se l’altro non ci fosse e quindi di ergersi a Sacerdote e Mago della Cultura.

Se questi sono i processi della storia della cultura che ancora oggi incontriamo, tale storia si ripete quindi nella vita di ogni giorno e l’importanza di Lettera a una professoressa, suggerisce Fachinelli in anticipo rispetto a ben più censori lettori, è quella di essere un libro di base, per tutti, non solo per insegnanti e bambini, ma per ognuno di noi.

Altrettanto importanti, soprattutto per la sua capacità di leggere il fenomeno, sono le pagine dedicate alle rivoluzioni del 1968, che costituiscono un nucleo fondamentale sia all’interno del libro, che in tutte le riflessioni di Fachinelli. Nel lungo articolo Il desiderio dissidente, non a caso apparso sui Quaderni piacentini, rivista ancora oggi tutta da riscoprire per la sua importanza, l’analisi di Fachinelli si concentra soprattutto sui giovani contestatori, tentando di intendere da cosa sono mossi, e ignorando intelligentemente tutto il resto: rileggere oggi queste pagine rende evidente quanto il tempo stia dando ragione a questo peculiare tipo di lettura.

L’intuizione di Fachinelli che lo smarca dalle spesso sterili analisi del tempo (e questo articolo esce quasi in contemporanea rispetto alla lotta), è il tentativo di non assimilare la rivolta ad uno sforzo per liberarsi dalla repressione e dall’autoritarismo paterno, ma di leggere invece, attraverso una chiava lacaniana, e quindi sulla scorta della distinzione tra desiderio e bisogno, il desiderio che muove i gruppi di giovani, cioè la spinta a mantenersi in un continuo stato di desiderio, mai placato e soprattutto uguale per tutti, che porta ad eliminare la figura del leader e a porsi obiettivi sempre più ambiziosi: un desiderio di desiderio dissidente, sempre proseguendo con una terminologia lacaniana.

Ma a distanza di venti anni, in un’intervista del 1988, le conclusioni a cui arriva Fachinelli rileggendo il fenomeno sono amare, e soprattutto sono ben individuabili nelle dinamiche delle nostre società di oggi: il gruppo aperto senza leader non è riuscito ad imporsi su quello chiuso ed elitario e quindi, il processo di accomunamento della società si è di nuovo assopito, rinviando, questo il termine utilizzato da Fachinelli, la rivoluzione.

Questa lettura della società, non ancora metabolizzata perché poco letta e considerata, imperniata sulla definizione di desiderio dissidente torna più volte nel libro che è, lo si sarà inteso, come «un mosaico, o più ancora un puzzle», nelle riflessioni sulla cronaca, non snobisticamente ignorata, ma indagata perché nella sfera pubblica ha spazio «chi lacrima e chi sanguina» (nell’intervento Ritorno all’ordine Fachinelli scrive: «L’incubo è reale, questa volta, ed è qui la sua importanza collettiva»), sulla scuola (con i riferimenti per esempio alla sua pedagogia non autoritaria, estrinsecatasi ad esempio con la creazione del progetto dell’asilo autogestito in Porta Ticinese a Milano), sull’educazione, sulla produzione culturale (mirabili le pagine che Fachinelli dedica alla critica di L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi) o sulla figura degli intellettuali (straordinario e molto divertente il brevissimo intervento Da abolire, dedicato all’intellettuale, «Che l’intellettuale, nell’uso comune, sia il simbolo di comuni impotenze? Un punto di incrocio di speranze e delusioni? Un capro espiatorio? Propongo: per dieci anni nessuno usi più questa parola»), individuandone sempre elementi distintivi, siano essi positivi o negativi, e mai fermandosi all’apparenza delle cose.

La chiusura del volume è occupata da un testo abbastanza impenetrabile, scritto nell’anno della morte dell’autore, che si intitola curiosamente Don Abbondio, il vittorioso in cui Fachinelli procede ad un’arguta interpretazione del comportamento del curato, prendendo in considerazione anche La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, mostrando così anche una lungimiranza critica non di poco conto. L’analisi del personaggio nella posizione di «vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro», l’indagine della natura delle sue paure e dei suoi comportamenti, viene utilizzata da Fachinelli per mettere in luce un carattere che torna ciclicamente anche nella vita quotidiana contemporanea.

Se infatti Don Abbondio, nei due episodi analizzati, cioè l’incontro con i bravi e la predica del cardinale Borromeo, mostra da un lato la sua paura (simbolizzata dalla sua celebre frase «disposto… disposto sempre all’ubbidienza») e dall’altro la lontananza verso una fede che non gli appartiene, e che gli fa avvertire quindi estranee le parole del cardinale, santo uomo, tali comportamenti, riassumibili nella prudenza, sono anche rintracciabili nella chiusura del romanzo e nelle ultime battute di Renzo, simbolo di una critica all’estremismo (ciò che Renzo dice di aver imparato di questa storia).

Ma la chiusura di Lucia sulla fiducia in Dio rappresenta l’eco delle parole del cardinale, nonché l’unica differenza rispetto alla vita di Don Abbondio. Ecco perché la morale negativa dell’opera di Manzoni non è sconfitta, ma solo attenuata dalla fede in Dio che, paradossalmente però, non può fare miracoli. E allora attenzione perché «se Don Abbondio è personaggio universale, non è però difficile rincontrarlo, vivo, presente, inattaccabile, insieme ai bravi e a diverse specie di conte zio, anche nella nostra comune vita quotidiana».

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Due giorni all’Expo: un reportage di Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/reportage/due-giorni-allexpo-un-reportage-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/reportage/due-giorni-allexpo-un-reportage-di-gianni-mura/#comments Wed, 03 Jun 2015 04:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27141 Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l'autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c'è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

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Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c’è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

Me, mi hanno. Perché da bambino andavo alla Fiera di Milano. Era in città, la sentivamo nostra, altroché una costosa escrescenza dalle parti di Rho, di Baranzate, tra svincoli autostradali e superstrade, dove spesso si perdono anche i tassisti. Alla Fiera davano un sacco di assaggi e nel dubbio arraffavo tutta la documentazione possibile, pieghevoli o semplici volantini, un paio di borsoni che poi avrei vuotato un po’ alla volta, leggendo tutto, dalla réclame del ferro da stiro a quella del Filamar Groppi. All’Expo di assaggi gratis non c’è l’ombra. A parte l’acqua, si paga tutto. E nemmeno si può fare scorta di volantini, l’argomento è troppo serio. Ho deciso di raccontare un viaggio, senza essere Alice nel paese delle Meraviglie né Chatwin né Gulliver. Ho deciso di non chiedermi mai «che ci faccio qui». Effetto-spugna, come al Tour. Full immersion, e vi andare. Andare, all’Expo, significa camminare parecchio e salire una quantità infinita di scale. Il mio viaggio di due giorni dura 21 ore, calcolando solo quelle all’interno dell’Expo, e se uno mi chiedesse la sensazione più forte gli direi che mi fanno male i piedi, ma anche la produzione di acido lattico degli arti inferiori non è disprezzabile. Bello il padiglione dell’Italia, ma quattro piani a piedi non ispirano simpatia. Gli ascensori ci sarebbero, ma riservati non ho capito a chi.

Accento brianzolo, una coppia. Lei: «Gino, stavolta non mi puoi dire no, voglio vedere la cerimonia del tè». Lui: «Ma dài, è una menata che durerà due ore. Fa’ come vuoi, io mi cerco una degustazione di vini italiani». Probabile ci sia andata anche lei. Nel padiglione giapponese, in giornata, non è in programma la cerimonia del tè. E un carrello avverte che la visita dura 50 minuti. Ripassare. Spagna, colori allegri, un patio ricreato all’interno, con gli aranci e il bar a tapas. Ora, non è che io pretenda un sottofondo di Segovia, ma questa musica da discoteca, a palla, cosa c’entra? Ah, guarda, in quell’angolo affettano, ovviamente a mano, il jamòn de bellota. Buono, sarebbe meglio il pane invece di questi stupidi similgrissini. Buono, ma anche il costo si fa ricorda. Un etto, 40 euro. E 8 due bicchieri di Tempranillo, alla giusta temperatura. Vuoi cavartela più a buon mercato? Una bella salsiccia dell’angolo slovacco, 8 euro, con la canonica salsa al rafano che fa lacrimare gli occhi. E un boccale di birra chiara da mezzo litro, 8 euro.

Le impressioni (impressioni, non certezze) si sovrappongono. Dopo due giorni ne restano tre. La prima è che ci sia un largo spazio in cui si sfrenano le idee degli architetti. Un raduno di archistar. Ci sono padiglioni davvero belli. Altri così così. più il Paese è famoso, più c’è coda. In quello degli Usa ho molto apprezzato le scale mobili, in quello dell’Estonia, tutto legno, le altalene che producono energie: gli estoni hanno ricreato un minibosco di betulle e garantiscono che da loro il wifi funziona anche nei boschi. Fuori dal padiglione del Brasile c’è la coda, ma per accedere a una rete di corda su cui tutti si sentono Indiana Jones. Un cocktail di frutta, niente alcol, 7 euro. L’acqua gratis è una bella idea: il decumano è lungo 1500 metri, il cardo 350. bella idea anche gli 80 mila metri quadri di teli che coprono il decumano. Proteggono dalla pioggia e forse eviteranno di stramazzare sotto il sole d’agosto, di cadere come corpo morto cade. Il richiamo dantesco m’è arrivato davanti al padiglione della Polonia. Molto legno anche qui, e una scritta accanto all’ingresso: «Abbiate una speranza, voi che entrate».

Un’altra impressione, che chiamerò 1/bis. È che nell’Expo convivono almeno due anime: una classica e una ultra-moderna. La prima è nei rimandi culturali. Prendiamo il famoso Albero della vita, che svetta su vegetali magrolini e vagamente malinconici e fa pensare alla vita degli alberi. La sua sommità è una stella a 12 punte che riproduce il disegno di Michelangelo quando ideò la piazza del Campidoglio. Visto di giorno, la prima volta, sembra il palo della cuccagna alla sagra di Cuernavaca. Ma col buio si mette l’abito di gala, si anima di luci, di scoppi, di brividi: seduta in cerchio la gente assiste come fosse a teatro, applaude le mutazioni più spiazzanti e veloci, insomma si gode lo spettacolo. Realizzato nel Bresciano, destinato al mondo (Dubai, si dice, ma non è sicuro). L’emozione più forte è stata l’ingresso nel padiglione Zero, Divinus Halitus Terrae c’è scritto sulla facciata. Ripercorre la nostra storia, nostra di esseri umani, partendo dalle caverne.

L’archivio della memoria, l’insieme delle conoscenze si può definire una stupenda cattedrale lignea, con centinaia di cassetti aperti e chiusi. Vien da pensare a una biblioteca borgesiana. E sulla parte di fronte senza sosta vengono proiettati filmati di lavoratori della terra e del mare, pastori, pescatori e contadini, può essere Salento come Uzbekistan, cambiano i volti, ma non la sacralità e la fatica dei gesti. Dovessi indicare una cosa da non perdere, direi questa. Ma anche il documentario breve (12 minuti) girato da Ermanno Olmi, che ogni giorno è mostrato nella zona di Slow Food. Nessuna parola, solo un accompagnamento musicale su immagini che solo un regista-poeta (quanto tempo è passato dall’Albero degli zoccoli?) dal grande senso civile poteva assemblare. Vedere l’effetto che fa una goccia di petrolio in un contenitore pieno d’acqua crea più coscienza ecologica in due secondi di cinque conferenze di due ore. Non a caso il titolo di Olmi è Il Pianeta che ci ospita. Per dire che non è nostra e possiamo fare quello che ci pare, ma l’abbiamo ricevuta e la dobbiamo trasmettere.

La seconda impressione mi riporta a scuola, quando la maestra scriveva fuori tema. Giudizio meno pesante di un’insufficienza, ma negativo per la sua parte. Tema di Expo: Nutrire il Pianeta. Energia per la vita. Qualcuno l’ha centrato. Per esempio Oman, uno dei posti dove piove di meno, illustra come non sciupare, anzi tesaurizzare, le riserve d’acqua. E Israele, con una serie di filmati molto coinvolgenti. E l’Angola, con una realizzazione ultramoderna che paragona la forza delle donne al baobab. Qu mi danno un depliant ma è scritto in tedesco, poi ne rimedio uno che mi fa scoprire Cuanda Cubango. Per il resto, parlano di biodiversità. Paesi seminati a ogm, ma insomma, come si dice a Milano, se la va la g’ha i gamb. Quasi tutti puntano sui vegetali: alberelli, fiori di tutti i tipi, veri orti. Come la Francia, al termine della prima sera li ho maledetti in lingua originale perché dal decumano all’ingresso ci saranno stati 30 metri, ma diventavano circa 200 con il passaggio obbligato, come nei labirinti, tra pomodori e melanzane, rosmarino e peperoncino. Un orto didattico anche a Slow Food. Già che c’ero, degustazione di quattro formaggi 8 euro, con bicchiere di vino 10. formaggi: Bitto, Castelmegno, Vastedda del Belice e, mai essere sciovinisti, Bleau d’Auvergne. Ora, in questi mesi di Expo so che ci saranno cose (eventi) più mirati. Ma, più che nutrire il Pianeta, Expo mostra come ci nutriamo in Italia, in Russia, in Uruguay, in Giappone.

Finita sui giornali la ricevuta di una signora che, bevendo acqua, per una cena giapponese ha speso 115 euro. Allo stand iraniano, assai piacevole, si spende molto di più comprando caviale, e al chiosco Franciacorta il caviale targato bs (Calvisano, per la precisione). La parte del Pianeta che Expo nutre è quella che va ad Expo e decide, secondo curiosità e abitudini, cosa vuol mangiare. Il ristorante più affollato è Mc Donald’s. Preciso di non aver provato la linea Eataly, un po’ perché le cucine regionali le conosco tutte, un po’ perché mi ero deciso per la Basilicata, regione lontana da dove vivo, ma non dal mio cuore. Vedo che è accoppiata alla Calabria, la giudico operazione arbitraria e rinuncio. Mi avevano detto: prova l’Iran. Lo provo. M’informo sulla presenza di teste d’aglio sottaceto. La spedizione è partita, ma deve arrivare. Colazione Milano-Teheran: riso Basmati allo zafferano con ossobuco (ma d’agnello), gelato allo zafferano. Servizio in guanti bianchi, piatti di porcellana. Una quarantina d’euro in due.

La fame nel mondo all’Expo è fuori dai cancelli. La si può trovare, ma bisogna cercarla. Nel padiglione del Vaticano, all’esterno coperto da scritte sul pane quotidiano, filmati sulla difficoltà di vivere. Visto uno, molto bello, su una famiglia di Guayaquil. Commento all’esterno, di un tipo sulla quarantina: «È costato tre milioni di euro, era meglio se li davano ai poveri». So già per chi vota. Ogni tanto mi ricordo di essere un giornalista e chiedo a una signora cinese: «È venuta dalla Cina?». «No, abito a Milano in via Nicolini». I giorno dopo chiedo a un signore cinese: «È di Milano?». «No, di Pechino». Mi riprometto di non fare più domande ai cinesi.
Ci sono molti stranieri, e molti non abitano a Milano. Due anziane inglesi si scattano selfie davanti a un enorme barattolo di Nutella. Davanti all’Albero della vita ci sono poltroncine rosse a forma di trottola. Un gruppo di ragazzi ondeggia come i dervisci danzanti e rotea sempre più in basso e sempre scattando selfie. Spero che cadano senza farsi male, ma non cadono.

L’Olanda va sulla sagra: l’ingresso pare quello di un sex shop, all’esterno furgoncini folcloristici vendono patatine fritte (4,50 al cartoccio), salsicce, birra. In questo ramo, direbbero a Genova, abbiamo già dato. L’Austria è una boccata d’aria fresca: un bosco vero. Anche qui c’è la coda. Il padiglione cinese ha un bel tetto e una bella mostra di sculture in terracotta. Purtroppo non sono in vendita: mi piaceva un bambino grasso con un’oca in braccio. Invece le solite cineserie, come le matrioske nel padiglione russo. Si consuma, qui dentro. La lotta contro la fame si trova dove la fanno sul serio, e tutti i giorni: alla Don Bosco, alla Caritas, a Save the Children, nel suo villaggetto di legno, tante idee in poco spazio. Un bambino, mettiamo, di 8 anni gioca al computer che gli chiede età, famiglia, scuola, insomma vita, e poi gli chiede: vuoi vedere come vive un bambino della tua età che non è nato in Italia? C’è da scegliere: Etiopia, Siria, Liberia, India, altre ancora. Il gioco di scambio, che non è un gioco, continua: ora che ti sei scambiato con lui, cosa faresti se scoppiasse una guerra? E se morissero la capra e le due galline che assicuravano un minimo di cibo? Ogni giorno muoiono di fame e malnutrizione 17 mila bambini sotto i cinque anni. Nella classifica dei Paesi in cui è più facile essere mamme è in testa la Norvegia, segue in blocco la Scandinavia, l’Italia ben piazzata (gradino 12), davanti a Francia (23) e Usa (33). In coda Haiti e Sierra Leone.

Come nelle antologie, viene spontaneo per l’Expo guardare chi c’è e chi non c’è. Non c’è la Norvegia, e con lei tutti i Paesi scandinavi. Ci sono Paesi minuscoli e non il Canada, l’Australia, l’India, le Filippine, la Nuova Zelanda. Sagarianamente attratto dai Paesi minuscoli o poco frequentati, vado alla ricerca di Sao Tomé e Principe, Vanuatu, Benin, Gambia, Zambia, Isole Salomone. Non ci sono ancora, sono inseriti nei cluster (chiedo scusa, ma l’inglese è la lingua ufficiale all’Expo: il decumano si chiama World Avenue). Sono raggruppamenti tematici (il cacao, i tuberi, il riso), che raccolgono rappresentanze non in grado di andare da sole. Povere, diciamolo. Lo spazio di un monolocale con due o tre poster turistici, un filmato ben che vada, qualche oggettino d’artigianato in vendita: questo ho visto nei pochi già aperti. I ritardo non è colpa loro, sarebbe il caso di dargli una mano perché possano raccontarsi.

Ho visto una copia della Madonnina esposta ad altezza d’uomo. Meglio ad altezza Duomo. Ho visto l’uccello portafortuna fuori dal padiglione ceco. Creatura inquietante, perché la parte posteriore è un cofano d’auto e un’ala si prolunga come quella di un aereo e spande acqua. È la sintesi di natura e tecnologia, ha spiegato il suo ideatore, Lukàs Rittstein. Ci guardiamo per un po’, con la creatura (Kafka passeggia sullo sfondo) e dico al cortese accompagnatore: non credo che tutti gli uccelli portino buono. Cos’è questo, di preciso? Serie di telefonate, temo di essere scambiato per un pazzo, un ornitologo o un ornitologo pazzo. Vado a festeggiare in Inghiterra, bel giardino fiorito e l’alveare come idea ispiratrice: un enorme gomitolo metallico dove si sente i ronzìo, anzi il rombo, delle api. Nel padiglione turco ho chiesto un caffè turco. Ma avevano solo tè. Mi è andata meglio da Illy, e vorrei vedere: un euro, come al bar sotto casa, a dimostrare che non tutti ci marciano.

Terza impressione: ero preparato al peggio e non l’ho trovato. Un paragone con Gardaland, o Disneyland, in parte ci sta. Ma da questa megaesposizione organizzata dall’Italia esco meno pessimista di quando ci sono entrato. Ho trovato: buone maniere, tanti sorrisi, servizi igienici più che dignitosi. E moltissime possibilità di sedersi a riposare senza dover consumare. Questo si è stupefacente, per Milano e per il resto dell’Italia. Ho immaginato: i lavoro massacrante per costruire, dopo i ritardi e le ruberie che sappiamo a memoria. E quello di ogni notte, per le pulizie, i rifornimenti, la sorveglianza. Ho visto: gente che aveva voglia di mangiare, ma anche di sapere. Tantissime le scolaresche, dalle elementari ai licei, tutti dotati di telefonino e contenti di confrontarsi con tecnologie avanzatissime che Guido Fuà, il fotografo, ha cercato di spiegarmi, specialmente nei padiglioni di Giappone e Corea del Sud. Qui, se tu scarichi l’app dell’Expo e infili il cellulare lì, puoi catturare le immagini di cibo che vedi su quel cono di luce e inserirle nel cellulare. Gli ho detto che non era il caso. Prima di uscire, un cocktail allo zenzero (5 euro) nello spazio amanita. E una certezza: Expo non è il raccolto, è la semina. Qualcuno si ricorderà qualcosa: un flash, un filmato, una percentuale, un colore, un sapore, una faccia, una goccia di petrolio. E si documenterà, studierà, penserà a cosa può fare. Qualcuno o molti.

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Le stelle di Tommaso nel magazzino di Pietro https://minimaetmoralia.it/libri/tommaso-sa-le-stelle-giovanni-montanaro/ https://minimaetmoralia.it/libri/tommaso-sa-le-stelle-giovanni-montanaro/#comments Fri, 21 Nov 2014 16:19:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24321 di Giacomo Giossi

Esistono luoghi diversi, altri, dentro cui spesso accadono storie imprevedibili, impensabili. Sono luoghi del disordine e dell’accumulo, in cui la densità del caos affronta vis a vis l’imponderabilità del caso. Caos e caso sono due movimenti cari a Giovanni Montanaro e già presenti nel suo precedente romanzo Tutti i colori del mondo (Feltrinelli, 2010), e che in Tommaso sa le stelle (Feltrinelli, 2014) vengono dischiusi dall’autore all’interno di un racconto dolce e disincantato, i cui confini lambiscono l’ordalia contemporanea come un retropalco obbligato al silenzio dalla messa in scena in corso.

Pietro è il custode di un magazzino giudiziario e lì, sulle sponde del Po, trascorre la propria burbera solitudine. Il magazzino è il luogo degli oggetti sottratti e dimenticati, un accumulo della burocrazia utile a togliere l’errore, l’inghippo dal discorso quotidiano. Pietro si occupa di sorvegliarne l’arrivo e di garantirne, come un’attrezzista in un set cinematografico, la disponibilità alla bisogna. Pietro è ai margini del Po come della società, evita incontri e relazioni. Ogni tanto l’arrivo dell’ufficiale giudiziario, ogni tanto un po’ di amore alla bell’e meglio. La sua vita è un'ostinato ascolto del tempo che passa, dei sussurri degli oggetti e degli scricchioli emotivi provenienti dal passato.

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(Immagine: una scena di Miracolo a Le Havre Idrissa (Blondin Miguel)

di Giacomo Giossi

Esistono luoghi diversi, altri, dentro cui spesso accadono storie imprevedibili, impensabili. Sono luoghi del disordine e dell’accumulo, in cui la densità del caos affronta vis a vis l’imponderabilità del caso. Caos e caso sono due movimenti cari a Giovanni Montanaro e già presenti nel suo precedente romanzo Tutti i colori del mondo (Feltrinelli, 2010), e che in Tommaso sa le stelle (Feltrinelli, 2014) vengono dischiusi dall’autore all’interno di un racconto dolce e disincantato, i cui confini lambiscono l’ordalia contemporanea come un retropalco obbligato al silenzio dalla messa in scena in corso.

Pietro è il custode di un magazzino giudiziario e lì, sulle sponde del Po, trascorre la propria burbera solitudine. Il magazzino è il luogo degli oggetti sottratti e dimenticati, un accumulo della burocrazia utile a togliere l’errore, l’inghippo dal discorso quotidiano. Pietro si occupa di sorvegliarne l’arrivo e di garantirne, come un’attrezzista in un set cinematografico, la disponibilità alla bisogna. Pietro è ai margini del Po come della società, evita incontri e relazioni. Ogni tanto l’arrivo dell’ufficiale giudiziario, ogni tanto un po’ di amore alla bell’e meglio. La sua vita è un’ostinato ascolto del tempo che passa, dei sussurri degli oggetti e degli scricchioli emotivi provenienti dal passato.

Un imprevisto arresta però il soliloquio di Pietro, l’incontro con Tommaso (da lui così chiamato), un ragazzino in fuga, probabilmente clandestino che incrocia la sua casa e finisce per essere  accudito e protetto dall’uomo.

Giovanni Montanaro tiene in equilibrio una narrazione che potrebbe facilmente scivolare nel retorico come nel patetico, lo fa con la semplicità di una scrittura che non necessita di iperboli o futili voli pindarici. Racconta l’universalità di un incontro casuale quanto rivitalizzante, tenendosi ben alla larga dalla mitologia del migrante.

Non si tratta di un rifiuto del contemporaneo, anzi, nonostante quanto viene recitato sulla fascetta promozionale dall’editore, la narrazione di Montanaro poco c’entra con una favola, piuttosto prova ad elevare lo sguardo per restituire fiato a un tempo fortemente e follemente schiacciato su se stesso. Lo sguardo è quello di Tommaso, il ragazzino che conosce i nomi delle stelle, eroe in perenne fuga e sempre in viaggio. Tommaso sa le stelle è una parentesi, l’estratto di una vicenda molto più complessa che ci riguarda da vicino ogni giorno, e che ogni giorno dovrebbe portare se non a un confronto con la diversità come occasione di scambio e di arricchimento, almeno all’accettazione del caos come dato di fatto, come unico mare possibile in cui navigare.

Montanaro sceglie una storia esile, fragile, ma sorretta da una scrittura priva di epica come di sciatteria: si tratta di precisione e puntualità, qualità obbligatorie e necessarie oggi che l’informazione avanza pretese di narrazione diventando l’accesso principale alla conoscenza per una società sempre più persa alla rincorsa di sempre nuovi eventi, uno in sostituzione del successivo. Un ciclo perverso in cui la memoria non sedimenta e non può così mai costruire consapevolezza.

La storia su cui Montanaro fa posare l’occhio al lettore è una barchetta in mezzo al Po capace di navigare ostinatamente senza mai ribaltarsi, trovando occasioni di rassicurazione e di divertimento anche nel carattere scontroso e selvaggio del grande fiume.

Tommaso sa le stelle ricorda a volte l’ingenua, ma efficace e poetica retorica contadina di Ermanno Olmi, a volte la leggerezza surreale e sorridente di Aki Kaurismaki, Miracolo a Le Havre viene subito alla mente. La costruzione per brevi capitoli del romanzo sembra già predisporre a una fortunata trascrizione cinematografica con i tratti un po’ nostalgici di quell’estesa provincia che è il nord est italiano, che da sempre obbliga a fare i conti con confini tanto infiniti quanto tragicamente stretti e soffocanti.

Dispiace solo che un romanzo che avrebbe bisogno di cura e attenzione venga proposto dall’editore con una copertina tanto furba oltre che priva di ogni riferimento con il testo, ma un buon custode e  un buon lettore sanno che non è il caso di fermarsi a questi particolari.

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Giobbe alla grande guerra. Il nuovo film di Ermanno Olmi https://minimaetmoralia.it/cinema/olmi-torneranno-i-prati/ https://minimaetmoralia.it/cinema/olmi-torneranno-i-prati/#comments Thu, 06 Nov 2014 06:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24187 Pubblichiamo un articolo di Alessandro Zaccuri su Torneranno i prati, il nuovo film di Ermanno Olmi (nelle sale dal 6 novembre), uscito su Avvenire. Ringraziamo l'autore e la testata  (nella foto, Claudia Santamaria in una scena del film. Fonte immagine)

di Alessandro Zaccuri

Anche nel Mestiere delle armi c’era una trincea. Era quella verso la quale nel 1526 cavalcava spavaldo Giovanni dalle Bande Nere prima di essere raggiunto alla gamba da un colpo di cannone. La ferita,  l’infezione, la morte e infine l’auspicanza, puntualmente registrata da Pietro Aretino, «affinché mai più venisse usata contro l’uomo la potente arma da fuoco». Nobile proposito, ma purtroppo nobilmente inutile. Per il suo nuovo film, che arriva a tredici anni di distanza dal Mestiere delle armi  (in mezzo ci sono stati Cantando dietro i paraventi, Centochiodi, Il villaggio di cartone), Ermanno Olmi sceglie un’altra guerra, un’altra trincea. Dalla quale, questa volta, lo spettatore non esce mai, prigioniero della notte e della paura come il Delirante, il Soldato Topino, il Dimenticato e gli altri militari senza nome protagonisti di Torneranno i prati, nelle sale da giovedì 6 novembre. Un film contro la guerra, certo, come Il mestiere delle armi, e anche un apologo sul perdono, come già Cantando dietro i paraventi.

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santamaria1Pubblichiamo un articolo di Alessandro Zaccuri su Torneranno i prati, il nuovo film di Ermanno Olmi (nelle sale dal 6 novembre), uscito su Avvenire. Ringraziamo l’autore e la testata.  (Nella foto, Claudia Santamaria in una scena del film)

di Alessandro Zaccuri

Anche nel Mestiere delle armi c’era una trincea. Era quella verso la quale nel 1526 cavalcava spavaldo Giovanni dalle Bande Nere prima di essere raggiunto alla gamba da un colpo di cannone. La ferita,  l’infezione, la morte e infine l’auspicanza, puntualmente registrata da Pietro Aretino, «affinché mai più venisse usata contro l’uomo la potente arma da fuoco». Nobile proposito, ma purtroppo nobilmente inutile. Per il suo nuovo film, che arriva a tredici anni di distanza dal Mestiere delle armi  (in mezzo ci sono stati Cantando dietro i paraventi, Centochiodi, Il villaggio di cartone), Ermanno Olmi sceglie un’altra guerra, un’altra trincea. Dalla quale, questa volta, lo spettatore non esce mai, prigioniero della notte e della paura come il Delirante, il Soldato Topino, il Dimenticato e gli altri militari senza nome protagonisti di Torneranno i prati, nelle sale da giovedì 6 novembre. Un film contro la guerra, certo, come Il mestiere delle armi, e anche un apologo sul perdono, come già Cantando dietro i paraventi. C’è, inoltre, la memoria dell’Italia dialettale e contadina che Olmi aveva celebrato nell’Albero degli zoccoli.

Ma se nel capolavoro del 1978 l’orizzonte del racconto coincideva quasi perfettamente con un manzoniano abbandono alla Provvidenza, oggi lo sguardo di Olmi si sposta verso il giaciglio su cui patisce Giobbe e che nel frattempo si è trasformato nelle brande in cui i soldati dormono con un occhio solo. Da dove verrà la morte?, si domandano. Dalla fessura fra le travi, su nel soffitto, oppure dal ronzio nella roccia, segno inequivocabile del fatto che gli austriaci stanno minando la postazione? Come Giobbe, anche i soldati ingaggiano contesa con l’Altissimo, lo accusano di essersi dimenticato di loro («Non ha ascoltato suo Figlio sulla croce, vuoi che ascolti noialtri?»), non trattengono una bestemmia davanti alla carneficina, ma intanto lasciano che il Cappellano, uno di loro, assolva e benedica. Giobbe grida. Per essere perdonato, se possibile. Perché la sua pena non sia dimenticata.

La trama, essenziale, si svolge in tempo reale. Inverno del 1917, un avamposto italiano in quota sul fronte nordorientale, sull’Altopiano di Asiago caro a Mario Rigoni Stern (presenza riconoscibilissima nel clima del film) e che la fotografia curata da Fabio Olmi, figlio del regista, restituisce in tutta la sua dolente bellezza. Una notte arriva il Maggiore (Claudio Santamaria), al quale è stato affidato il compito di far eseguire un ordine impossibile. Lo sanno tutti, che sotto il tiro dei cecchini non si possono coprire i dieci passi che separano la trincea dal rudere indicato dagli Alti Comandi. Qualcuno ci prova, qualcun altro, piuttosto che farsi impallinare, prende il moschetto e si ammazza da solo. È lo stesso spunto della Paura, la novella di Federico De Roberto (1921) che di recente è stata rielaborata da un altro regista italiano, Leonardo di Costanzo, per uno degli episodi del collettivo I ponti di Sarajevo. Il resto viene dai racconti di guerra del padre di Olmi, al quale il film è dedicato. Il resto, anzi, è un commento alla frase di Toni Lunardi, l’attore-pastore che il regista volle protagonista dei Recuperanti nel lontano 1970: «La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai». Il Maggiore torna a valle con il Capitano (Francesco Formichetti) che ha rinunciato al grado pur di non mandare più i suoi uomini a morire. Il comando passa al Tenentino appena arrivato (un intenso Alessandro Sperduti), più a suo agio tra le astrazioni della filosofia che tra lo spavento e il sangue dei combattimenti. C’è un Sergente (Domenico Benetti) che prova a tenere botta quando gli austriaci bombardano la prima volta, ma arriva la seconda tornata e in trincea i morti sono più dei vivi. Solo allora viene notificato l’ordine di ripiegare da una postazione che, pochi minuti prima, era considerata irrinunciabile. Scorrono le immagini di repertorio di una guerra ormai vinta e già entrata nel mito, e tocca all’Attendente (Camillo Grassi) tirare le fila: quando tutto sarà finito, dice, quando anche qui torneranno i prati, della nostra pena non resterà più niente, neppure il ricordo. Solo in questo momento lo spettatore si rende conto di un dettaglio. Gli oggetti di scena non sono, in effetti, oggetti di scena. Lettere e fotografie, lampade e gavette, gli stessi fucili sono cimeli della Grande Guerra, reperti di una memoria non ancora smarrita. E che il cinema, con un film come questo, riesce a rendere indelebile.

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I pranzi della domenica – la vera storia di un networking culturale. Intervista a Antonio Monda https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/#comments Mon, 14 Apr 2014 16:19:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19797 Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013.

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

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Antonio+Monda+Convention+Un+Regno+Unito+Intorno+1-RFHWok81Hl

Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013. (Fonte immagine)

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

Antonio Monda: Frequento gli Stati Uniti dal ‘79, anno in cui mia madre mi regalò un viaggio dopo la maturità. C’era il presidente Carter. Ho passato due mesi: un mese e venticinque giorni in California, che non apprezzai affatto, e gli ultimi cinque giorni a New York, che mi hanno folgorato. Sono arrivato qui in un albergo che non c’è più che ora è diventato il Peninsula, un pomeriggio nei primi di ottobre, il tempo perfetto, al tramonto ma erano già accesi i grattacieli quindi c’era quella combinazione che qui chiamano magic hours, e io rimasi incantato e un tassista che mi portava dall’aeroporto all’albergo capì la mia emozione e mi disse: “Benvenuto nel cuore del mondo”. Poi sono tornato l’anno successivo, già ero studente universitario, con due miei amici, e passammo altri due mesi. Studiavo legge. Io sono laureato in legge, perché io sono figlio di un avvocato. Ho perso mio padre quando avevo quindici anni e l’unica promessa che mi fece fare mia madre era di prendere una laurea possibilmente in quella direzione lì. Mi sono laureato abbastanza mediocremente, 100 su 110, già lavoravo come assistente alla regia nel cinema e mi ricordo che di notte giravo un film come assistente e di giorno andai a laurearmi.

Mentre studiavo ritornai per due mesi, un altro viaggio, non più regalo ma sempre finanziato da mia madre. Dopo due settimane finii tutti i soldi e cominciai a fare dei lavoretti, e questa è stata una caratteristica che mi son portato tanto nella vita, improvvisare lavori. Ho fatto l’imbianchino, per esempio. L’imbianchino è stato il più catastroficamente comico perché mi hanno licenziato dopo tre giorni, non ero capace, però questo mi ha insegnato che in America si possono trovare lavori. Andavo strada per strada, negozio per negozio e chiedevo “Avete un lavoro per me”. E un signore francese che aveva una boutique su Madison Avenue, che non esiste più, disse “Io devo dipingere tutto il mio basement”. Mi ha detto “prendi e fai”. Io ho mentito, ovviamente: mi hanno detto “Sai farlo?”, e io “Certo che lo so fare”. Poi dopo un po’ mi hanno detto “Se ne vada”, mi hanno pagato… Poi ho trovato lavoro in un negozio di scarpe che era due volte più avanti rispetto a questi, io andavo sempre in zone buone, Madison Avenue…

Di chi eri ospite?

La questione dove abitavo è legata a un capitolo importante che ti voglio raccontare. Trovai un lavoro come stock boy – ovvero quel ragazzino che nei negozi di scarpe o in questo tipo di negozi prende la mercanzia dallo scantinato e la porta al superiore di grado che è quello che mette le scarpe al cliente – e io dovevo fare decine di volte al giorno dal piano di sotto al piano di sopra a portare delle scarpe, siccome ero negato anche in questo, nonostante non fosse un lavoro altamente intellettuale, il padrone del negozio, che si chiamava Baku ed era un indiano, quando sentiva che io nelle scale facevo cadere diciotto scatole, diceva, io lo sentivo dal piano di sotto, “povero povero Baku”, di se stesso che aveva assunto questo sciagurato che faceva quel disastro… E lì ho avuto un piccolo glimpse, come si dice qua… Già ero innamorato di New York, ci volevo restare, ma una volta ebbi un glimpse delle star, del glamour, perché in quel negozio entrarono Ingrid Bergman e David Bowie a comprare delle scarpe…

Insieme, spero.

No no, in momenti successivi. David Bowie credo per la moglie, una bellissima donna; Ingrid Bergman invece per sé: io andai tutto emozionato a portarle queste scarpe. Mi hai chiesto dove alloggiavo. Un amico carissimo, che era un collega di mio padre, nello studio legale di mio padre, un importante avvocato di Roma, era proprietario di un palazzo che aveva degli appartamenti vuoti e lui mi fece abitare lì. Ci ho vissuto per due anni. Poi io dal ’79-80 fino al novantaquattro, anno in cui mi trasferisco a vivere a New York, sono venuto quasi ogni anno perché innamorato della città. Nell’ottantacinque conosco quella che è diventata mia moglie, la mamma di tre figli, girando documentari… Ogni volta m’inventavo lavori da fare…

E quanto stavi ogni anno?

Dall’uno ai tre mesi. In questo periodo quella casa non era più nella mia vita perché andavo dove capitava, da amici eccetera, però poi nel novantaquattro, quando ormai ero sposato con le prime due figlie, e mi trasferisco a New York perché non mi piaceva più stare in Italia, perché era un momento difficilissimo, non molto diverso da quello che stiamo vivendo adesso, con gli attentati mafiosi, tangentopoli, anni terribili, io me ne vado anche perché avevo l’opportunità di avere la Green Card.

Come ce l’avevi l’opportunità?

Perché avevo sposato un’americana… Jacquie è giamaicana però ha il passaporto americano, quindi quando ci siamo sposati ho fatto il passaporto americano. Non avevo una lira. Io nel novanta faccio un film che si chiama Dicembre, il film viene presentato a Venezia alla settimana della critica, ottiene delle buone, a volte anche delle ottime recensioni e un pessimo risultato al box office, incassa poche decine di milioni, un disastro, nonostante un buon riconoscimento. Io cerco a quel punto di fare un altro film.

Il tuo sogno a quel punto era di fare cinema?

Era proprio il mio progetto, quello che credevo sarebbe diventata la mia vita. Io sono da sempre stato innamorato della cultura ebraica, tant’è che nell’ottantacinque, ottantasette, è in quell’occasione che conosco Jacquie, faccio un documentario sulla cultura ebraica per Rai Tre. Oltre New York. Viaggio nella cultura ebraica americana. Intervisto tante persone che negli anni mi sono diventate amiche o conoscenti: Philip Roth, che rifiuta l’intervista però lo conosco quella volta, Saul Bellow mi dà l’intervista, Arthur Miller, di tutti questi quello di cui sono diventato forse – amico è un po’ troppo, ma veniva a cena… Li conosco tutti in questa occasione e tra questi intervisto Isaac Singer, forse il più grande di tutti questi, gigante vero, io mi innamoro di un suo racconto che opziono, trovo un produttore, che oggi è diventato presidente di Cinecittà, Roberto Ciccutto, e cerco di convincerlo a fare il film in America. Vengo qui per fare sto film, già con due figlie di un anno, io e Jacquie non avevamo un lavoro, non avevamo una lira, Jacquie si impiega all’Italian Trade Commission, l’Istituto del Commercio Estero, io cerco lavoro all’università, dove mi vedi in questo momento… Vengo a fare un’interview qui alla NY University e mi prendono come Adjunct Assistant, l’ultima ruota del carro…

Sulla base di cosa?

Avevo girato un film, avevo fatto vedere molte pubblicazioni, mi hanno detto: “Li faresti dei corsi?” Questo è come funziona l’America. Ovviamente devi saperti molto presentare, devi far vedere la tua mercanzia: io ho fatto vedere tutte le recensioni, ho detto quanto potevo portare di buono… Bisogna fare lobbying a favore di se stessi. Comunque ci credono e mi danno questa opportunità e io l’ho presa.

Quindi da allora stai qui?

Dal novantaquattro. Che cosa succede? Non avevamo una lira perché il mio primo contratto qui era 600 o 700 dollari al mese, il contratto di Jacquie era meno di 2000, 1600-1700, insomma in due avevamo 2500 ed eravamo in quattro, anzi avevamo pure la donna di servizio di mia madre che era venuta da noi a fare la nanny pagata dall’Italia da lei perché non ce la potevamo permettere, quindi così vivevamo… al che cosa abbiamo fatto?

Oddio, questo miscuglio di borghesia e lastrico…

Sì, totale, ah ah… Allora io mi ricordo della famosa casa di quattordici anni prima: richiamo questo signore il quale si rivela ancora l’amico straordinario che era stato, mi dice “Antonio, io ti do una casa e puoi stare lì fin quando ne hai bisogno”. Dopo due mesi però la casa era molto… la casa era in un posto bellissimo… sessantatré tra Madison e Park, il cuore della città, East Side, però era anche piccolissima: un salotto con un bagnetto e un angolo cucina e noi vivevamo in cinque…

In Italia dove vivevate?

Ai Parioli, da mia madre. Da sposati avevamo una casa in affitto in Via del Boschetto, ma vengo da quel mondo lì, dai Parioli. Succede che gli ultimi mesi prima di trasferirci in America viviamo quasi un anno da mia madre e poi siamo venuti qua. Dopo pochi mesi io non riesco a sopravvivere in queste condizioni, a vivere tutti in una stanza, al che io vado dal mio amico e gli faccio questa proposta, gli dico “Senti mi dai un secondo di appartamento? In cambio io lavoro, ti faccio da super”, che è una via di mezzo tra il portiere e il factotum. Perché lui era proprietario del palazzo ed era andato via. Era un palazzo piccolo di dieci appartamenti più uno studio medico, quindi avevo dieci persone da gestire, anzi nove perché poi mi ha dato due appartamenti. Qual era la cosa buffa? Che io avevo l’appartamento che mi aveva dato all’inizio che avevo trasformato nella zona living, e un altro appartamento due piani più sopra, quindi non collegato, dove andavamo a dormire. Quindi la zona living dove vivevamo di giorno e facevamo le cene…

Visto che siamo arrivati alle prime cene: come avevi conosciuto gli artisti e scrittori che invitavi? A questo punto avevi già una rete?

Te lo racconto, ma ti faccio una piccola chiusura sulla storia dell’appartamento: io questo lavoro da super l’ho fatto per quasi cinque anni, dal ‘94 al ’99, dai trentatré ai trentotto anni. Ho lavato le scale, pulito le caldaie, riscosso gli affitti. La cosa più noiosa era la riscossione degli affitti con tutti quelli che prendono tempo e devi fare a volte il muso duro. E pulire le scale è la parte più umiliante.

Ma era moquette?

C’era la moquette sulle scale. Le caldaie… lì ero terrorizzato di far esplodere mezzo quartiere, allora che cosa facevo: la cameriera di mia madre, diventata babysitter delle nostre figlie, si era innamorata del super della porta accanto – era giovane, è morta molto giovane di un tumore che l’ha stroncata in pochi mesi. Questo qui era il mio sotto-super: io gli davo mance, faceva il super su cose che per me erano impossibili, come la caldaia guasta.

Dalla caldaia guasta come arriviamo al network?

Allora, mi chiedi dei rapporti. In parte me li sono costruiti quando ho fatto i documentari: quello sulla cultura ebraica ma anche un altro sulle minoranze etniche a New York, sempre per Rai Tre. Io intervistavo questa gente, e poi tenevo i rapporti. Per esempio, la prima persona che mi ha accolto con simpatia e della quale sono ancora amico è Gay Talese, un’amicizia dall’80 a oggi. Siccome mi prendevano in simpatia – l’italiano quando è un minimo presentabile e ha un minimo di cultura è considerato immediatamente per default qui dicono charming – lui mi ha molto inserito, mi ha invitato una volta a cena da lui, ho conosciuto Charlie Rose, mi ha presentato Nick Pileggi, quello che ha scritto Goodfellas e Casino, Nick Pileggi e Talese sono cugini. Conosco Scorsese… È tutto così, insomma, se uno si sa presentare, ha delle idee e soprattutto non chiede e dà l’impressione di essere lì non per interesse ma per sincera curiosità e ha qualcosina da dire è molto più facile. Apprezzano molto le persone che hanno delle idee che vogliono essere realizzate, quindi l’ambizione…

Questo network nasce così. Insomma comincio a costruirmi una carriera che nel 2003 diventa una cattedra. Dopo otto anni puoi fare il concorso. Il concorso non è come quello italiano. Prima devi rispettare dei criteri minimi: non fare cazzate, fare tutte le lezioni bene… devi avere un setaccio iniziale in cui hai avuto voti sempre molto buoni nelle evaluation degli studenti. Poi però devi dimostrare di essere qualcosa di più perché l’università ti prende a vita: la tenure è l’unico esempio nella cultura americana di contratto a vita. È una difesa della tua libertà intellettuale. Io ho presentato le pubblicazioni dei miei libri, nel 2003 avevo già cominciato a scrivere i miei articoli… le cose che avevo girato… Poi devi fare una serie di interview, ti interrogano, vengono a vedere in classe come insegni e poi chiedono delle evaluation esterne che sollecitano loro e delle evaluation che puoi sollecitare tu, devi portare delle lettere a garanzia. Io le ho chieste a chi conoscevo: alla Sontag, a Ermanno Olmi, Gillo Pontecorvo e Martin Scorsese.

Nel frattempo cominciavo a fare il lavoro dell’organizzatore culturale, mi sono inventato dei festival…

Quando è iniziato?

Nel novantasei, novantasette. Sono andato con molta faccia tosta, con il biglietto da visita con cancellato Adjunct Professor, al MoMa dicendo che ero un professore e che volevo organizzare delle mostre. E lì ha aiutato molto Gillo Pontecorvo che non solo ha scritto la lettera per me, perché all’epoca era presidente di Cinecittà e lui mi diede carta bianca per organizzare delle mostre sul cinema italiano per valorizzare il cinema italiano. Non avevo un contratto, mi davano dei compensi forfettari ogni volta che c’era una mostra. La mia idea è mettere insieme il passato e il presente, cioè facciamo una retrospettiva, dico per dire, di Visconti, però cerchiamo di vedere chi sono oggi i nuovi Visconti se ci sono. Ne ho fatte decine. La mia strategia da sempre, anche nei libri che faccio, quando faccio i libri con le interviste ai “grandi”, è partire sempre dal più forte. Quando ho fatto il dialogo sulla fede [Tu credi?, Fazi 2006] sono partito da Saul Bellow, per un motivo molto banale: avevo il privilegio di conoscerlo e ho pensato: “Se c’è Saul Bellow gli altri mi diranno tutti sì”. Stavolta con le interviste per il libro appena uscito [Il paradiso dei lettori innamorati, Mondadori 2013] sono partito da Roth.

Io andavo dal MoMa e gli dicevo: “Gillo Pontecorvo mi dà le copie quindi state tranquilli che le copie ce le avete, io voglio curarlo”. E dico: “Io a parlare di Visconti vi porto Micheal Cimino, che è un grande appassionato di Visconti…” A NYU poi dicevo “Io domani c’ho la mostra al Lincoln Center, venite”. È tutto collegato: quando dici network… questo è l’elemento nobile del network. Cosa faccio: io conosco i fratelli Cohen e li ho invitati qui a lezione a parlare con gli studenti e ovviamente gli studenti sono tutti felici, poi li ho invitati a Roma al Festival del Cinema di Roma.

Allora qual è il meccanismo? Prima devi farti conoscere e devi saper conquistare il tuo interlocutore e lo conquisti con la sincerità: ho capito che in America ti perdonano tutto ma non la menzogna, devi essere sincero e devi essere affidabile, tu dici una cosa e la mantieni, la professionalità quindi, e poi costruire con delle idee. Io ho costruito grandi retrospettive. Ho fatto la prima retrospettiva di Fellini al Guggenheim al decennale della sua morte nel 2003; Anna Magnani; molto cinema italiano… Insieme a Richard Peña, che per venticinque anni ha diretto il New York Film Festival, abbiamo fatto la più importante rassegna di cinema italiano che c’è in America, Open Roads New Italian Cinema. Un anno è venuto Scorsese a dare il benvenuto, un anno è venuto Jonathan Demme, un anno Arthur Penn; alle volte degli attori, John Turturro, Marisa Tomei.

Sentendo tutta la storia si vede la tua voglia fortissima di un posto al sole, o forse pure un posto al vento, un posto dove passano tante cose, persone, si possono prendere cose…

Questa è una cosa che ho fortemente voluto, ho voluto cercare un posto dove l’alito vitale mi facesse crescere. Io dico sempre che innanzitutto l’emigrazione è un’esperienza di dolore, non è un’esperienza facile anche quando uno ha successo (metti molte virgolette se no sembra che…). Comunque è un’esperienza dolorosa perché si tronca con un momento della propria vita. Dico però che l’esperienza di ognuno, tanto più se è un emigrante, è simile a quella della pianta. La pianta può e deve muoversi cercando l’acqua o il sole che gli dà la vita, ma guai se perde le radici perché muore subito.

Ho voluto esser qui perché New York è sempre quella che mi ha raccontato quel tassista che mi ha detto “benvenuto nel cuore del mondo”. Io da diciannove anni ci vivo e non c’è un giorno in cui non senta, anche nei momenti di stanchezza, nei momenti di depressione che ovviamente ci sono e anche i momenti di dolore, che non senta di stare al centro di una cosa. E sai perché siamo al centro di una cosa? Perché questo è il paese che ha nel porto la Statua della Libertà, e questa è una cosa che senti, è una città di mare, una città aperta a tutti, una città in cui c’è la religione della libertà e in più siamo in un paese dove nella dichiarazione di indipendenza c’è the pursuit of happiness, che è una follia che ci sia nella dichiarazione di indipendenza la ricerca della felicità…

Io mi sentivo, nella mia amatissima Italia che mi manca – mi sentivo di non poter fiorire. Onestamente pensi che se io fossi andato in una qualunque università mandando i curriculum avrei ottenuto qualcosa? E poi dopo otto anni, regolare concorso, mi hanno esaminato… Mi ricordo quando ho vinto la tenure eravamo due candidati, ce ne era un altro nel dipartimento di animazione, qui abbiamo un grande dipartimento di animazione, hanno vinto l’Oscar insomma. L’altro, che era bravo, non ce l’ha fatta. Mi sono sempre chiesto perché: non aveva lettere così forti, il suo curriculum, non lo so. Però ricordo l’orrore del suo volto quando gli hanno detto “non ce l’hai fatta”, lo sai come funziona qui.

Ma puoi riprovare?

No! Ti licenziano!

Passiamo ai tuoi pranzi della domenica. Quando hai iniziato a invitare a casa? È stata una cosa naturale? Una cosa che nella tua famiglia si è sempre fatta?

Ho iniziato quasi subito, sì sì, è proprio una tradizione familiare. Mio padre, mio zio [Riccardo Misasi, politico DC], mia madre… Quando è morto mio padre, mia madre mi ha incoraggiato a ricevere a casa… un po’ per proteggermi, aveva paura che da ragazzino, che potessi sbandare, è anche normale, una madre giovane che vede i suoi quattro figli adolescenti, non riusciva a controllarci totalmente, quindi diceva “io vi metto a disposizione la casa sia a Roma sia a Maratea”, noi abbiamo una casa a Maratea, al mare, bella grande, dove ci siamo riuniti dal settanta… “Fai quello che vuoi ma fallo da noi, invita invita”. Io facevo sempre queste tavolate da quindici venti persone… A New York, all’inizio l’ho fatta in quella casa, anche quando facevo il super, magari io finivo di lavare, mi vergognavo con i miei ospiti che non sapevano che facevo il super, e ora mi vergogno di essermene vergognato… Però ricevevo, una volta mi ricordo che venne Giovanna Melandri, non so se era ministro ma comunque aveva un ruolo molto importante, e io ero pure ragazzino avevo trentaquattro trentacinque anni ed ero un po’ emozionato e avevo finito di lavare e pensavo “magari arriva e mi trova ancora per le scale che sto così”…

Mi ricordo che mi capitava di ricevere personaggi importanti ma non mi potevo permettere di fare niente e lo facevo lo stesso: magari facevamo i debiti però dovevamo rispettare l’etichetta. Jacquie è bravissima in cucina, fa delle ricerche, ogni domenica sperimenta una cosa nuova, lei ha proprio il culto e la passione e il talento della cucina… Comunque sia in quel periodo che poi quando nel novantanove siamo andati in una casa più nobile, più ricca, più grossa, una bella casa signorile a Central Park West… La tradizione della domenica nasceva quasi solo per gli italiani perché era un modo, vivendo in un’altra città, di fare un po’ l’Italia la domenica… È durato poco perché mi annoiavo e non perché mi annoiano gli italiani, per carità, ma perché poi si finiva a parlare della politica italiana, dello sport… Quindi prima li ho ibridati, cominciando a invitare anche ospiti stranieri, e poi adesso quasi il contrario, cioè la norma sono il novanta percento stranieri e poi c’è qualche amico italiano, tutta questa cosa si è un po’ ingigantita, c’è gente che dice “Sono a NY” e si aspetta di essere chiamato, anche capire chi ci può trovare, che è un po’ ridicolo se ci pensi…

Io ci trovai Dante Ferretti e Wes Anderson… E quando hai affittato questa casa in che situazione economica eravate? Migliorata, immagino.

Sì sì, la mia situazione economica si sblocca nel novantasei perché divento full time Professor, che è il gradino per diventare Tenure, e l’attività curatoriale, Repubblica, i primi libri… Ho trovato una casa molto bella ma che mi posso permettere perché ho l’affitto bloccato, se no dovrei andarmene dopodomani…

Bloccato per quanto tempo?

Adesso per altri due anni però io mi tengo molto buono il mio padrone di casa ah ah perché mo’ non voglio entrare nella cifra ma pago circa la metà di quello che vale, se no non potrei mai permettermelo… Secondo piano, all’italiana. È un affare pazzesco. Però il palazzo non è tenuto come altri palazzi…

Ah, quindi c’è ancora questo elemento quasi da cinema: non dico vendersi di più per quello che si è, ma dico mettersi nella luce giusta…

No no, ma questo per me è fondamentale. Non è uno status symbol, però facendo dell’incontro, dello scambio, una parte centrale di quello che faccio, io devo poter ricevere in un posto dignitoso o addirittura bello, dove poi noi diamo il calore eccetera eccetera. Noi l’abbiamo fatto anche quando il posto non era bello, però… Poi ci piace avere tanta gente quindi ci serve un posto caldo.

Lì a Central Park West le finestre fanno tutto…

Sì sì è sul parco, per di più hai notato che ha i soffitti alti, è calda la casa, sembra un po’ europea. Nel 2006 insieme a Davide Azzolini creiamo il festival di Capri [Le Conversazioni] e questa cosa nasce da casa nostra. Davide, che mi era venuto a trovare due, tre anni prima per fare delle cose che poi abbiamo fatto insieme in America, viene una sera a cena da me e non ricordo bene chi c’era, sicuramente c’era Paul Auster e Richard Ford, ma c’era anche qualche altro scrittore importante, questi due li do per certi, con relative signore… Alla fine si stava tra amici a cena, solo che erano anche famosi e bravi scrittori… Davide mi dice “Senti ma ci hai mai pensato di farle in pubblico ste cose? Fare una cosa di conversazione…” Gli ho detto “Lo faccio a condizione che sia nel più bel posto del mondo”. Allora abbiamo individuato Capri.

Capri è bella, gli scrittori sanno che vengono a fare una cosa di qualità. Quest’anno abbiamo un Nobel, cinque premi Pulitzer.

Volevo chiederti: tu ricevi la domenica, di base, a pranzo. A proposito di Never never never quit: ricevere a pranzo tutte le domeniche è complesso, come si gestisce?

No, innanzitutto un tempo era veramente religiosa ogni domenica, adesso un po’ di meno, un po’ perché è economicamente impegnativo e un po’ perché sai crescendo uno tende a vedere solo le persone che uno vuole vedere, perché c’è stato un momento in cui arrivavano telefonate dall’Italia… Perché poi qual è la mentalità: “Vado lì perché incontro…” E questo noi non lo amiamo più di tanto. Se funziona questa cosa e non è un salotto nel senso peggiore del termine è perché è fatto con piacere… Se vuoi ti dico un po’ di rituali: sono io che vado a fare la spesa sempre, scelgo tutto. C’è una differenza di compiti totale, ovviamente la regina è Jacquie, non solo ai fornelli ma nell’organizzazione della bellezza della casa; però io faccio la manovalanza, io vado a fare la spesa un po’ perché mi diverte, mi distrae…

Quindi sai cucinare?

Mi dà lei la lista e poi io telefono e chiedo “Ma che significa questa… Corn Starch…? Oppure zucchine le vuoi così o così, i pomodori vuoi quelli gialli…?” Io ogni sabato mattina vado alle nove nove e mezza da Fairway oppure Citarella per il pesce o la carne… Settantaquattro West Side e Broadway… Passo un’ora e mezza del sabato mattina, è una cosa che mi piace moltissimo. E poi faccio io la tavola.

Decidi chi si siede e dove?

Questo lo negoziamo io e Jacquie, però la preparo io.

Ma ti rilassa o è perché sei ansioso?

È un rito.

E per combinare gli ospiti come fai?

Questo è un divertimento. Cerco sempre di evitare le cose più scontate… stupire, far trovare la superstar no, deve essere sempre cercare la naturalezza. Ovviamente eviti le idiosincrasie, le rivalità: ci sono amici che tra di loro non si amano, questa è una regola che chiunque riceve sa. Mi è successo un paio di volte non sapendo di mettere delle persone vicine e non è stato piacevole… Oppure se succede lo faccio solo quando abbiamo una grande festa: su ottanta persone ci possono essere pure due che non si amano, insomma.

E hai un numero più o meno ideale di invitati a pranzo?

Dodici. Siamo sempre dodici.

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Nel tempo di mezzo https://minimaetmoralia.it/libri/nel-tempo-di-mezzo/ https://minimaetmoralia.it/libri/nel-tempo-di-mezzo/#comments Tue, 03 Apr 2012 09:17:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7318 La recensione di Giorgio Vasta all'ultimo libro di Marcello Fois, «Nel tempo di mezzo», uscita per «Repubblica».

Nell’incipit del nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo (Einaudi 2012), il protagonista, appena arrivato a Cagliari dal Friuli dove è nato e ha vissuto in orfanotrofio fino all’età di ventisette anni, rivolgendosi all’impiegato di un ufficio della capitaneria di porto non riesce a pronunciare per intero il suo nome: Vincenzo, riesce a dire, ma il cognome – Chironi – non viene fuori.
Marcello Fois sa che gli uomini sono strutturalmente fratti, spezzati in varie parti che di rado e sempre a fatica riescono a tenere insieme. Sa che per ricucire tra loro i pezzi di un’esistenza ci vogliono anni da attraversare in lungo e in largo, e che spesso una vita sola non basta perché per provare a dare consistenza alle cose servono intere generazioni e servono i racconti che a quelle generazioni danno la parola.
Fois sa dunque che a causa di questa loro natura frantumata la parola degli uomini è incompleta e che tra il nome proprio – ciò che ci individua e ci sostanzia – e il cognome – ciò che ci collega a una storia familiare ma ancora di più alle epoche, al tempo irrisolvibile – c’è un luogo che è una cesura, qualcosa che rischia di essere un vuoto e che ambisce, se qualcuno se ne prenderà cura, a trasformarsi in una trama.

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La recensione di Giorgio Vasta all’ultimo libro di Marcello Fois, «Nel tempo di mezzo», uscita per «Repubblica».

Nell’incipit del nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo (Einaudi 2012), il protagonista, appena arrivato a Cagliari dal Friuli dove è nato e ha vissuto in orfanotrofio fino all’età di ventisette anni, rivolgendosi all’impiegato di un ufficio della capitaneria di porto non riesce a pronunciare per intero il suo nome: Vincenzo, riesce a dire, ma il cognome – Chironi – non viene fuori.
Marcello Fois sa che gli uomini sono strutturalmente fratti, spezzati in varie parti che di rado e sempre a fatica riescono a tenere insieme. Sa che per ricucire tra loro i pezzi di un’esistenza ci vogliono anni da attraversare in lungo e in largo, e che spesso una vita sola non basta perché per provare a dare consistenza alle cose servono intere generazioni e servono i racconti che a quelle generazioni danno la parola.
Fois sa dunque che a causa di questa loro natura frantumata la parola degli uomini è incompleta e che tra il nome proprio – ciò che ci individua e ci sostanzia – e il cognome – ciò che ci collega a una storia familiare ma ancora di più alle epoche, al tempo irrisolvibile – c’è un luogo che è una cesura, qualcosa che rischia di essere un vuoto e che ambisce, se qualcuno se ne prenderà cura, a trasformarsi in una trama.

Nel tempo di mezzo – che segue di tre anni Stirpe, il romanzo in cui il destino ramificato della famiglia Chironi conosce la sua prima messinscena – racconta l’apprendistato alla vita di Vincenzo a partire dal 1943, dunque al centro della seconda guerra mondiale, tenendo però conto del fatto che in Sardegna la guerra è un rumore attutito (“come ascoltare dei vicini che litigano, che rompono i piatti”), perché quell’isola – quel miocardio piantato nel Mediterraneo – è sistole e diastole, trattiene e allontana la percezione del mondo. È un altrove che resta irraggiungibile non soltanto per chi arriva da fuori ma persino per i sardi stessi.
Vincenzo – uno che della solitudine sa tutto –, guidato da un cieco che si fa a sua volta guidare da un capro, raggiunge Nuoro (anzi, e non è semplicemente una questione di accenti ma di concezione del mondo, Nùoro). Lì incontrerà due sconosciuti indispensabili: suo nonno Michele Angelo, il fabbro che ha cercato di torcere il mondo con le mani, e Marianna, la zia che parla con i vivi e con i morti. E mentre la guerra finisce, dal cielo spariscono i Messerschmitt tedeschi, si sceglie tra monarchia e repubblica e sulle strade compare una Guzzi 500 Falcone, Vincenzo, sempre estraneo, se ne va a combattere contro gli insetti bruciando legioni di cavallette, disinfestando nubi di zanzare: per tenere lo spazio pulito, conficcare lo sguardo nella materia del tempo e scorgere, sulla linea dell’orizzonte dove se ne sta accampato il futuro, la forma della sua origine.
Il matrimonio con Cecilia sarà infatti per Vincenzo una condivisione tanto inaspettata quanto arcaica, una conoscenza delle cose che potrebbe essere il bene, che sta per essere il bene, ma che – come spesso accade – si trasforma nel suo opposto.
Il 24 dicembre 1959 si compone il diagramma della fine di un amore – l’inerzia, lo stillicidio, il gelo cupo, tutto il patrimonio di parole che si risolve in insulti, in rabbia, in strappi; la coscienza imprecisa e insostenibile che quanto è stato acqua adesso è sete. A risaltare, ora, è una consapevolezza: che la direzione verso la quale Vincenzo ostinatamente si è mosso, e che solo Cecilia comprende e gli concede, consiste di cinque lettere in stampatello maiuscolo: la parola (o meglio l’azione) padre.
E dunque, tra genitori introvabili e figli impossibili, le generazioni continuano a materializzarsi, la stirpe si allunga ferrosa e la scrittura – che in Fois, nel dare luogo a un racconto, interroga se stessa, la propria morfologia, il proprio senso – si modifica facendo suo un impulso polifonico e poi un’improvvisa intensissima prima persona che conduce fino al 1978.

Come il protagonista di Durante l’estate di Olmi, l’appassionato di araldica che regala passato alla gente incontrata per strada inventando genealogie immaginarie, Fois si fa carico di qualcosa che oggi, nella vita fratta, ha le proporzioni della sfida: dare forma a un epos, prendere l’umano e cantarlo, conferire esistenza agli individui e alla loro storia attraverso le parole. Non per gioco o per caso ma per fare, delle proprie percezioni, qualcosa di buono. Perché, scrive Fois: “La maledizione è percepire. Peggio che sapere. Peggio che ignorare.”
Per percorrere il tempo di mezzo in cui ognuno di noi è immerso e riuscire a collegare finalmente il nome al cognome, dunque per evadere dal nulla e penetrare nel mondo, continua a servirci quel ponte di corda che chiamiamo letteratura. Il ponte costruito da Fois con questo romanzo è una struttura salda e oscillante, integra e vibratile. Ha in sé una selvatichezza animale e una misura vitruviana: la qualità sostanziale che appartiene a chi sa pensare il mondo in forma di frasi, a chi si prende cura del vuoto e lo trasforma in trama.

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Shall we doc? https://minimaetmoralia.it/interventi/shall-we-doc/ https://minimaetmoralia.it/interventi/shall-we-doc/#comments Tue, 10 Jan 2012 09:36:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6169 Sul blog Le parole e le cose abbiamo pescato questo interessante articolo di Daniela Brogi dove vengono elencate cinque semplici mosse per fare più spazio al cinema documentario in Italia. Ve lo riproponiamo perché ci è sembrato molto interessante e completo, e ringraziamo l’autrice e il blog per la condivisione.

di Daniela Brogi

1.

Uscire dall’abbraccio dello specialismo.

Assumere che l’arte contemporanea vive, oltre che attraverso i generi più tradizionalmente frequentati (letteratura, musica, pittura, teatro, danza, architettura, cinema…)

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Sul blog Le parole e le cose abbiamo pescato questo interessante articolo di Daniela Brogi dove vengono elencate cinque semplici mosse per fare più spazio al cinema documentario in Italia. Ve lo riproponiamo perché ci è sembrato molto interessante e completo, e ringraziamo l’autrice e il blog per la condivisione.

di Daniela Brogi

1.

Uscire dall’abbraccio dello specialismo.

Assumere che l’arte contemporanea vive, oltre che attraverso i generi più tradizionalmente frequentati (letteratura, musica, pittura, teatro, danza, architettura, cinema…), dentro forme spurie e diverse come la musica pop, la fotografia, la videoarte, il graphic novel, le serie tv, il documentario d’autore. Pur trattandosi di una situazione familiare a tutti, questa pluralità rimane spesso frammentaria, schiacciata sulla dimensione empirica e contingente.
Ragionare di più allora sulla trasversalità: farsene spaventare meno, smettere di appiattirla sulla temporalità casuale dell’intrattenimento di sottofondo; trasformarla in possibilità di confronto con linguaggi che, anche a causa di queste divisioni, faticano a oltrepassare la cerchia degli addetti, degli esperti, dei cultori. Considerare che i problemi, gli aspetti affrontati dal cinema documentario valgono non solo di per sé, ma riguardano, per esempio, anche chi arriva da altre discipline, come la letteratura.
Uscire dalla sindrome dell’incoerenza, dalla randomness. Provare a pensare che tra l’eclettismo selvaggio e lo sprofondamento autoreferenziale in uno specifico campo di interessi possa esistere una via di mezzo, capace di mettere in dialogo mondi che solo le pratiche discorsive più conformiste (autoritarismo e ribellismo fanno lo stesso gioco) tengono separati.
Provare a farlo con serietà – perché la vita è seria, come raccontano i documentari.

2.

Il punto è che non esistono soltanto i lavori di Michael Moore.

Può trattarsi – pescando campioni da un territorio molto vario – di Darwin’s nightmare (Hubert Sauper2004:http://www.youtube.com/watch?v=qJhHLUbdUjg ), dove si parlava di disastri ecologici provocati dall’ottusità umana; o di Whores’Glory  di Michael Glawogger (http://www.youtube.com/watch?v=HN63eTIIY38) – premio speciale della giuria nella sezione Orizzonti dell’edizione 2011 del Festival di Venezia – che racconta la prostituzione attraverso i quartieri a luci rosse di tre luoghi del mondo; o di El Sicario – Room 164(Gianfranco Rosi, 2010: http://www.youtube.com/watch?v=Ux8rrbCn1KA), dove per ottanta minuti la telecamera imprigiona lo spettatore in una stanza di motel che rapidamente diventa una sorta di camera della tortura, via via che si ascolta un ex sicario dei narcos messicani che, con la calma fredda di un esperto professore di criminalità, ci spiega i meccanismi feroci con cui ha sequestrato, seviziato e ucciso centinaia di persone; o può trattarsi di Armand 15 ans l’été (Blaise Harrison, 2011: http://www.youtube.com/watch?v=FMxGb3DkIqM), doc sull’adolescenza, premiato come miglior documentario al Festival dei Popoli; o Catching hell (Alex Gibney, 2011:http://www.youtube.com/watch?v=mY-b45iocU0), passato dal Festival di Roma,  dove si racconta l’assurdo destino dell’uomo più odiato di  Chicago: i Chicago  Cubs erano lì lì per vincere il campionato di baseball, la National League del 2003, quando dal pubblico la mano di Steve Bartman si tende e sfiorando la palla devìa la traiettoria compromettendo la vittoria; o, ancora, c’è La bocca del lupo (Pietro Marcello, 2009: http://www.youtube.com/watch?v=Je9oRJ2PyqU), ambientato a Genova, dove tra i carrugi, il porto, la Sopraelevata, la ferrovia, si svolge l’amore di due irregolari, Enzo e Mary; e poi il pugile protagonista di Corde (Marcello Sannino, 2009: http://www.youtube.com/user/marcellosannino?blend=10&ob=5#p/a/f/0/H-JpJ2Kfljw premiato a Torino e a Salina) e che si affaccia anche in Cadenza d’inganno (Leonardo Costanzo, 2011: http://www.youtube.com/watch?v=rT_z0x91YI8, passato da Nyon e dal Festival dei popoli); In Purgatorio (Giovanni Cioni, 2009: http://www.youtube.com/watch?v=I-R8EQt0Ano) che racconta il culto napoletano dei morti scavando tra le esistenze sottotraccia delle voci in campo; Iraq: war, love, God e madness (Mohamed Al-Daradji, 2010: http://www.youtube.com/watch?v=bfXv9Q2YgWo), che mostra cosa significhi realizzare un film in Iraq;  Altra Europa (Rossella Schillaci, 2011:http://www.youtube.com/watch?v=XzMOJGB3Amw) ambientato a Torino, in un edificio di un quartiere storico operaio occupato da trecento rifugiati extracomunitari, e che racconta l’immigrazione uscendo dalle inquadrature e dalle soluzioni narrative più usate di solito per questo tema – l’emergenza, lo sbarco –, per parlarci piuttosto dei conflitti legati all’integrazione («Noi vogliamo essere come voi!» grida con rabbia una donna somala verso la fine del doc); sono vicende vicine alle storie raccontate da Simone Amendola in Alisya nel paese delle meraviglie (2010: http://www.youtube.com/watch?v=1Ge1fzPc01E) o in Ferrhotel (Mariangela Barbanente, 2011: http://www.youtube.com/watch?v=qmmi_kQ8lGk); invece Tahrir (Stefano Savona, 2011:http://www.youtube.com/watch?v=E16VQ1eJrj8) è il racconto in tempo reale della rivolta egiziana; Entrée du personnel (Manuela Fresil, 2011: http://www.youtube.com/watch?v=_rUuQnwseQ8) è l’ultimo vincitore a Marsiglia, ed è dedicato alla vita degli operai in catena di montaggio di una macelleria industriale; Marathon boy  (Gemma Atwal http://www.youtube.com/watch?v=Z2jKxThsmxQ) girato tra il 2005 e il 2010, racconta la feroce storia del bambino indiano che dai quattro anni in poi è diventato un campione di maratone; Alda, (Viera Cákanyová, 2010), passato da Visions du Réel 2010 e vincitore 2010 a Kassel, è il racconto dell’Alzheimer, dove  la trovata più  bella è l’alternanza nell’uso della macchina da presa: ora gestita dalla regista, ora dalla malata stessa che dunque, a distanza di tempo, nell’arco del doc (che dura cinquanta minuti circa), riprende magari anche oggetti che non riconosce più; Carne que recuerda (Dalia Huerta Cano, 2009: http://www.dailymotion.com/video/xb5rh3_carne-que-recuerda_creation) è un’opera ai confini tra il documentario e la videoistallazione, dove si raccontano, nell’arco di un anno, le storie di persone che hanno scelto o subito mutamenti radicali del proprio corpo; i documentari di Alina Marrazzi (Un’ora sola ti vorrei,2002: http://www.youtube.com/watch?v=md6Wb1JXZvE) e di Giovanna Taviani (Fughe e approdi, 2010:http://www.youtube.com/watch?v=CEd8Z-NrV4I) dove l’uso del doc per scavare nella memoria privata e documentaria rielaborando una vicenda di allontanamento e di perdita diventa strategia formale attraverso ilfound-footage, ovvero il riuso di girato preesistente.

3.

Cosa si intende, dunque, quando si parla di cinema documentario?

Rispondere è difficile; soprattutto è difficile fissare costanti capaci di raccogliere una produzione così ricca. Tuttavia, trattandosi di una delle forme artistiche in questo momento più interessanti e originali nel paesaggio italiano; trattandosi di produzioni che, al contrario di quanto sta accadendo all’estero, faticano ancora a uscire dalla cerchia dei festival, vale la pena di tentare di creare discorsi condivisi sul documentario. Si proverà a farlo: indicando prima cosa di solito non è il documentario di cui si parla qui; e passando poi a tre primi aspetti che mi sembrano tre risorse forti del genere doc.
Anzitutto, il documentario d’autore – o cinema documentario, come si propone di chiamarlo – non è quello che per molto tempo si è genericamente inteso con il sostantivo “documentario” (e che per esempio il canale sky documentari continua a far credere), ovvero un filmato di argomento per lo più scientifico e geografico  usato a scopo didattico-divulgativo. Si potrebbe semmai recuperare l’espressione usata per la sezione documentari al Festival di Roma (http://www.romacinemafest.it/ecm/web/fcr/online/home/altro-cinema-extra): il documentario è cioè “Altro Cinema”: altro come modo altro di fare cinema, ma altro pure come racconto, spesso, di vite ai bordi (compreso il caso, molto ricorrente ultimamente, delle memorie dimenticate).
E neppure il doc è da intendersi semplicemente come restituzione della realtà, pur facendo grande uso dell’effetto dal vivo e dei codici di racconto dal vero – l’oralità in cima a tutti. Il linguaggio del documentario, difatti, non è un linguaggio per così dire neutro. L’autore, a titolo di intermediario, svolge, almeno nei migliori casi, la funzione di un dio tanto nascosto quanto importante, e non solo – se ne riparlerà più avanti –  perché orienta il testo secondo una precisa tensione narrativa e drammaturgica. (Da questo punto di vista, vale la pena di osservare che la grande fortuna dei reality show, che a detta di molti avrebbe avvantaggiato il genere documentario, semmai ha contribuito a sdoganare un concetto molto rozzo di cinema; detto in modo più diretto: il successo del digitale ha fatto non pochi guai, perché tante persone si sono convinte che qualsiasi materiale girato sia di per sé stesso guardabile e esteticamente fruibile; o, peggio ancora, che basta rovistare nella vita altrui per realizzare un doc).
Anche se in molti casi il documentario percorre i medesimi territori del reportage, il genere di cui si sta parlando non va inteso come l’equivalente di un’inchiesta giornalistica, o di una ricerca etnografica, perché l’intenzionalità espressiva non ha soltanto una funzione strumentale. Ed è proprio svolgendo questo punto che si entra in un campo complicato, dall’interno del quale tuttavia si possono fissare tre aspetti centrali del racconto documentario.

Primo: il rapporto tra finzione e realtà (una questione decisiva, per esempio, anche nella narrativa contemporanea). In un certo senso, si può dire che la storia che racconta un doc prima non esisteva, come nella finzione pura; d’altra parte, nel caso del documentario non si tratta mai di una pura questione di finzione, cioè non si tratta mai di intendere il racconto come puro serbatoio dei narrabili. Così, se io leggo una storia in cui un signore svegliandosi è diventato uno scarafaggio, vado dietro all’illusio del testo – attuo quella che in narratologia è chiamata sospensione del’incredulità. L’istanza di verità non è compromessa, pur passando attraverso la metafora: è trascorso quasi un secolo, ma la storia di Gregor Samsa è uno dei racconti più visionari e più realistici mai scritti. Nel cinema doc di solito la situazione è diversa: la realtà in quanto stato di cose resta una traccia più inaggirabile, non spostabile.

Secondo: il documentario porta in primo piano, cioè trasforma in prospettiva di discorso privilegiata, il fatto che tra la rappresentazione – parola/immagine – e la realtà c’è – resiste – l’esperienza di cui si rende conto. Il cinema diventa messa in scena fisica dell’esperienza («luce e contatto»: questo è il documentario secondo le parole di uno dei suoi grandi autori, Johan van der Keuken). Lo spettatore fa esperienza di quella vita di cui si racconta e di cui però si chiede di rispettare la distanza. La storia lascia che i suoi protagonisti restinopersone, ovvero esseri sociali, senza trasformarsi o ridursi in personaggi. La soggettività d’autore, in questo senso, diventa fondativa in quanto atto di disposizione consapevole: come scelta stilistica che rende possibile non l’esistenza di quella storia, ma il suo ingresso nel mondo sociale: consente infatti che altri esseri umani pensino che quegli individui esistano.

Terzo aspetto cruciale del cinema documentario: il contratto tra chi racconta e chi ascolta  guardando – e viceversa. L’aspetto performativo e poietico resiste e si rilancia, anche nel documentario: è costitutivo della sua genesi come della sua struttura. Rispetto alle opere di finzione, è diverso però il patto narrativo, perché gli spettatori accettano di guardare qualcosa che per statuto non è fiction, sanno che non è fiction: l’immagine si sottrae alla funzione che più le è stata attaccatta addosso dalla società mediatica, cessa di essere puro  espediente spettacolare, per recuperare, attraverso il cinema movimento, una dimensione riflessiva e sociale. Il cinema riconquista, anche attraverso il documentario, una prassi di sguardo sulla realtà intesa anche come atto civile.

4.

Fare spazio al documentario significa partecipare di più al nostro tempo.

Per tutto quanto si è detto sin qui, infatti, una delle pratiche di racconto più significative della contemporaneità è proprio il documentario: che, annoverando tra i nomi più noti Flaherty, Dziga Vertov, Ivens, Rossellini, Antonioni, Olmi, Kubrick, Herzog, e il grande De Seta scomparso pochi giorni fa, arriva da una lunga tradizione di cinema sperimentale che solo uno sguardo puramente contenutistico potrebbe schiacciare sul Neorealismo (e farebbe torto ad entrambi).
Genere ibrido e trasversale, il documentario fa di questa trasversalità, piuttosto che l’occasione di una contaminazione alla moda, argomento di recupero del mondo esterno e delle esperienze reali che lo abitano. Oltre che per le ragioni discusse sopra, perché proprio l’uso dell’immagine documentaria fa vedere,rende nuovamente manifesto il mondo dell’esperienza anziché visualizzarlo: ci rimette in contatto con la possibilità che quelle cose che incontriamo attraverso sguardo e ascolto riluttino alle verità già pronunciate o già sapute su quegli oggetti. Le parole, le cose e le immagini, dunque.
Viviamo nell’epoca della riproducibilità tecnica della memoria: sempre di più il passato diventa, attraverso il digitale, non tanto “memoria”, “archivio”, ma “discarica” affollata di dati. La scelta autoriale dell’oggetto di cui si racconta, scavando nella memoria sociale e individuale della vita umana, aiuta a ritrovare uno sguardo attento, rovescia l’attitudine all’accumulo indifferenziato e compulsivo che in misura minore o maggiore minaccia qualunque mente connessa alla rete.

5.

Come muoversi dunque?

Guardare più documentari. Aderire alle iniziative a favore della proiezione di documentari nelle sale e negli spazi televisivi. Un veloce esempio della sconcertante gravità della situazione italiana si può avere cliccando nella sezione documentari del portale cinemaitaliano.info (http://www.cinemaitaliano.info/ricercafilm.php?tipo=anno&anno=2011&sub=doc) dove appare la lista dei doc realizzati quest’anno, quasi tutti accompagnati dall’indicazione “senza distribuzione”.
Entrare più in contatto anche con le esperienze di studio e di formazione legate al doc: per esempio la Zelig, a Bolzano (http://www.zeligfilm.it/), e la Scuola di Cinema Documentario Zavattini (http://www.scuolazavattini.it/).
Gli strumenti maggiori per saperne di più arrivano dal lavoro in rete. Si può vedere: EDN European Documentary Network: http://www.edn.dk/edn/; il link http://www.documentaristi.it/index2.htmldell’Associazione Documentaristi Italiani, riconosciuta in Italia ed all’estero come l’ente di rappresentanza ufficiale dei produttori e degli autori del documentario italiano, promuove la cultura del documentario (quest’anno è alla seconda edizione, in corso, del DOC/IT PROFESSIONAL AWARD); ITALIANDOC è un network di professionisti, società e festival interamente dedicato al documentario italiano: http://www.italiandoc.it/;http://www.ildocumentario.it/ è il portale sul cinema doc e alla sezione festival aggiorna mese per mese gli appuntamenti più importanti: http://www.ildocumentario.it/festival.htm); la sezione sui doc dihttp://www.sentieriselvaggi.it/260/DOCUMENTARIO.htmhttp://www.cinemadocumentario.it/: un progetto che si propone di sostenere e promuovere la cultura documentaria. E ancora: http://www.onthedocks.it/: primo network internazionale di distribuzione di documentari on line; onlinefilm (http://www.onlinefilm.org)una piattaforma nata qualche anno fa in Germania per facilitare la circolazione e la distribuzione dei documentarid. Ogni giovedì alle 14 Federico Raponi conduce un’eroica trasmissione dedicata ai doc: “Visionari”, che si può ascoltare in streaming su radio onda rossa (http://www.ondarossa.info/).
Alcune indicazioni bibliografiche sul documentario scelte tra le pubblicazioni più recenti: M. Balsamo – G. Pannone, L’officina del reale. Fare un documentario: dalla progettazione al film, CDG – Centro Documentazione Giornalistica, Roma 2010; G.  Gauthier, Storia e pratiche del documentario, Lindau, Torino 2008; M. Bertozzi,Storia del documentario italiano. Immagini e culture dell’altro cinema, Marsilio, Venezia 2008; P. Ward,Documentary: The Margins of Reality, Wallflower, London – New York, 2005; J. Breschand, Il documentario. L’altra faccia del cinema [2002], Lindau, Torino 2005; A. Aprà, voce “Documentario”, in Enciclopedia del Cinema Treccani, vol. II, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2003; C. A. Pinelli, L’ABC del documentario, Audino Editore, Roma 2001; A. Medici, La mediazione più corta. Appunti sul video documentario italiano, inElettroshock. 30 anni di video in Italia 1971-2001, a cura di B. Di Marino e L. Nicoli, Castelvecchi, Roma 2001; R. Nepoti, Storia del documentario, Patron, Bologna 1988; Il cinema allo specchio. Appunti per una storia del documentario, a cura di G. Bernagozzi, Quaderni di documentazione cinematografica, 5, Patron, Bologna 1985; E. Barnouw, Documentary: A History of Non-fiction film, Oxford University Press, New York, 1981.

Sono riuscita a pensare meglio agli aspetti qui discussi anche grazie a Maurizio Ferraris, Documentalità. Perché è necessario lasciar tracce, Feltrinelli, Milano 2009.

Infine, si indicano di seguito alcuni dei Festival del Documentario più importanti: il Festival dei Popoli, patria storica del documentarismo internazionale:  http://www.festivaldeipopoli.org; Torino Film Festival http://www.torinofilmfest.org; Salinadocfest: http://www.salinadocfest.it/; la sezione Orizzonti della mostra internazionale cinematografica di Venezia (http://www.labiennale.org/it/cinema/index.html); Bellaria Film Festival: http://www.bellariafilmfestival.org); IDFA-International Documentary Film Festival Amsterdam:http://www.idfa.nl; FIDMarseille: http://www.fidmarseille.org/dynamic/; Cinéma du réel – Festival international de films documentaires, Paris: http://www.cinemadureel.org/; Documenta Madrid Festival internacional dedicado en exclusiva al cine documental: http://www.documentamadrid.com/; la sezione Eurodoc del Sevilla European Film Festival (http://www.festivaldesevilla.com/); Internationales Dokumentarfilmfestival München: http://www.dokfest-muenchen.de/; la selezione dei Documentari della settimana della critica al Festival di Locarno: http://www.pardo.ch/jahia/Jahia/home/lang/it;  Das Kasseler Dokumentarfilm und Videofest: http://www.filmladen.de/dokfest/; DocsBarcelona:http://www.docsbarcelona.com/; Internationales Leipziger Festival Für Dokumentar und Animationsfilm:http://www.dok-leipzig.de/; la sezione Documentary Film Award dell’Internationales Film Festival Innsbruck:http://www.iffi.at/en/; LIDF – The London International Documentary Festival in association with the London Review of Books www.lidf.co.uk; Doclisboa International film festival:http://www.doclisboa.org/2011/en/home; Zurich Film Festival (sezione: International Documentary Film):http://www.zurichfilmfestival.org/en/home/; FIDADOC Festival International de Documentaire à Agadir:http://www.fidadoc.org/index.php; Annecy Cinéma Italien (sezione Competizione Documentari):http://www.annecycinemaitalien.com/index-ital.htm; Documentary Film Festival, Vancouver, Canada:http://doxafestival.ca/; EBS – International Documentary Film Festival di Seul:http://www.eidf.org/2011/index.php; Buenos Aires: http://www.bafici.gov.ar/home/web/es/index.html; RIDM-Rencontres Internationales du Documentaire de Montreal: http://www.ridm.qc.ca/fr.

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