Ernesto Che Guevara Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ernesto-che-guevara/ un blog di approfondimento culturale Sun, 18 Sep 2016 22:23:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ernesto Che Guevara Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ernesto-che-guevara/ 32 32 La libertà di leggere secondo Paco Ignacio Taibo II https://minimaetmoralia.it/interviste/la-liberta-di-leggere-secondo-paco-ignacio-taibo-ii/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-liberta-di-leggere-secondo-paco-ignacio-taibo-ii/#comments Mon, 19 Sep 2016 05:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31999 Paco Ignacìo Taibo II è tra gli scrittori più popolari al mondo in lingua spagnola. Antifascista nel DNA (la sua famiglia dovette scappare dalla Spagna franchista nel ’58 per rifarsi una vita in Messico), Paco, come si fa chiamare con grande affabilità, è autore feticcio per la sinistra nostrana. Oltre alla sua vastissima produzione storica (celebre la sua biografia di Che Guevara Senza perdere la tenerezza), il suo nome è legato alla fortunata serie di gialli che hanno per protagonista l'investigatore Héctor Belascoarán Shayne.

Ma c'è un motivo ulteriore per il quale lo scrittore è divenuto un punto di riferimento ineludibile dei  lettori progressisti: il concreto impegno sociale. Paco Ignacio Taibo II ha dedicato gli ultimi cinque anni della sua vita a un grande progetto culturale: la Brigada para leer en libertad, la Brigata per leggere in libertà. Un'avventura straordinaria, nata per passione, in grado di raggiungere una diffusione maestosa e capillare, che ha presentato in Italia un anno fa in un incontro alla Casetta Rossa della Garbatella, a Roma.

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Paco Ignacìo Taibo II è tra gli scrittori più popolari al mondo in lingua spagnola. Antifascista nel DNA (la sua famiglia dovette scappare dalla Spagna franchista nel ’58 per rifarsi una vita in Messico), Paco, come si fa chiamare con grande affabilità, è autore feticcio per la sinistra nostrana. Oltre alla sua vastissima produzione storica (celebre la sua biografia di Che Guevara Senza perdere la tenerezza), il suo nome è legato alla fortunata serie di gialli che hanno per protagonista l’investigatore Héctor Belascoarán Shayne.

Ma c’è un motivo ulteriore per il quale lo scrittore è divenuto un punto di riferimento ineludibile dei  lettori progressisti: il concreto impegno sociale. Paco Ignacio Taibo II ha dedicato gli ultimi cinque anni della sua vita a un grande progetto culturale: la Brigada para leer en libertad, la Brigata per leggere in libertà. Un’avventura straordinaria, nata per passione, in grado di raggiungere una diffusione maestosa e capillare, che ha presentato in Italia un anno fa in un incontro alla Casetta Rossa della Garbatella, a Roma.

Ora Paco è tornato in Italia per un tour di presentazione della ristampa del libro La bicicletta di Leonardo (originariamente del 1993) ad opera de La Nuova Frontiera.

Un libro che prende le mosse dall’immensa figura di Leonardo Da Vinci per poi condurre il lettore in una rocambolesca vicenda sospesa tra cronaca nera e ricostruzione di una storia negata, giocato su diversi piani narrativi, tra l’Italia del Rinascimento, la Barcellona degli anni Venti e il Messico contemporaneo.

Tema centrale, non solo di questo testo, ma anche del precedente A Quattro Mani, ripubblicato a Maggio, è la manipolazione mediatica.

Perché hai sentito l’esigenza di riproporre proprio ora La bicicletta di Leonardo?

Perché sento che nella mia produzione letteraria ci siano dei cicli narrativi che ritornano e la attraversano. E credo che sia giusto a volte ritornare alle radici di quelle narrazioni, per riprendere un contatto con i lettori.

Uno dei temi portanti del libro è la manipolazione dell’informazione operata dai media.

Un tema urgente, attuale più che mai.

Trovi che la situazione sia cambiata rispetto alla stesura originale del libro?

Adesso più che la censura e l’occultamento c’è un sovraccarico di informazione, o meglio di disinformazione, una sorta di rumore mediatico costante che copre la vera informazione, sviando e distraendo coloro che vorrebbero essere informati.

Rimangono solo frammenti di notizie, distorte e mescolate alla falsità. Ad esempio, in Messico il governo applica sistematicamente la disinformazione per ingannare i cittadini.

Cosa pensi della discussa considerazione di Umberto Eco sui social network che” danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino (…) mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”?

Questo accade quando c’è la democrazia! Se uno vuole la democrazia lo accetta. Certo, in  una monarchia non avverrebbe. D’altro canto, i social network sono proprio il luogo in cui c’è il massimo eccesso di rumore mediatico. Le teorie dei qualunquisti nascono metà per la disinformazione dei governi, metà per la pigrizia di chi non vuole approfondire le notizie.

Secondo te qual è l’alternativa possibile?

Diffondere informazione dal basso, invitando ad approfondire, ad andare oltre la superficie, contestualizzando, analizzando le notizie, decostruendo la disinformazione dei media ufficiali.

Questo è il motivo per cui è nata la “brigata per leggere in libertà”?

Viviamo in una società in cui il potere è in mano ad alfabeti funzionali. Non parlo solo di presidenti, deputati e senatori. No, parlo anche di coloro che gestiscono gli apparati culturali.

Come si è sviluppata l’iniziativa?

Abbiamo iniziato in tredici persone. Solo tredici persone. Abbiamo cominciato a organizzare piccoli bazar dove vendere libri. Pensavamo che dopo poco tempo dovesse finire tutto. Al contrario, il progetto si è diffuso spontaneamente a macchia d’olio: allo stato attuale, ogni anno facciamo otto fiere internazionali con più di 100 case editrici. Inoltre, ogni mese allestiamo due o tre piccole fiere locali. Portiamo libri dove in piccoli villaggi, fuori la periferia delle grandi città, luoghi dove non ci sono librerie, né biblioteche.

Quali sono i risultati raggiunti finora?

Abbiamo pubblicato 110 libri, che regaliamo, stampandone oltre 500.000 mila copie.  Inoltre, abbiamo chiesto alle case editrici che collaborano con noi di vendere in queste occasioni i libri con un forte sconto. Il progetto in 5 anni ha distribuito 6-7 milioni di libri a prezzo ribassato. Sono state create più di 60 biblioteche. Facciamo quasi un evento al giorno: una fiera del libro, una tavola rotonda, una presentazione.

Avete potuto contare sull’appoggio della classe intellettuale messicana?

Noi siamo in polemica con la cultura ufficiale. Si lamentano sempre che il popolo messicano non legge. E io rispondo che spesso le copie che distribuiamo non sono abbastanza per le persone che accorrono. Abbiamo iniziato a distribuire un libro solo per famiglia. Una signora è arrivata a mordermi per averne due!

Qual è stata la reazione, invece, dei tuoi colleghi scrittori?

Molto positiva. Un grande supporto. Settanta autori hanno regalato i loro diritti d’autore. Autori campioni d’incasso hanno accettato di venire a presentare i loro libri gratuitamente. Al contrario, autori che hanno scritto libri molto dotti hanno venduto più nelle periferie che in tutta la loro carriera.

Dunque, non avete avuto nessun contributo statale?

(Scoppia a ridere) Noi siamo fieramente antigovernativi! Il Governo vuole che la gente sia ignorante! Il dato straordinario è che dietro a questa gigantesca opera di diffusione non c’è nessun finanziamento, men che mai statale: è tutto costruito su base volontaria, dal contributo di decine di scrittori, operatori culturali, editori e sostenitori che hanno sposato il progetto.

C’è qualche aneddoto in particolare che ti ha colpito durante questi anni di esperienza della Brigada?

Visto che siamo in Italia, voglio raccontarvi questo episodio. Spesso nelle nostre manifestazioni allestiamo degli stendini sui quali appendiamo, come lenzuola, delle poesie per la strada, così ognuno può prenderle e portarsele a casa, come fossero un poster. Una signora, praticamente semianalfabeta, con la busta della spesa, stava camminando su e giù, leggendole tutte, finché finalmente ne scelse una sola: era “M’illumino d’immenso” di Ungaretti. Le chiesi perché l’avesse scelta, immaginando scherzosamente che il motivo fosse la brevità. Mi rispose con grande dignità: “perché mi piace molto”. Mi commuovo a pensarci ancora adesso. Un’esperienza che nasce come politica, tramite la poesia, diventa commozione”. Ma per i militanti della Brigada, il progetto rimane potentemente politico, poiché  “Un cittadino che legge è un cittadino più libero, che non può essere fregato dalla televisione”.

 Nel 2011 fosti costretto a smentire una falsa lettera a suo nome riportata maldestramente da Avvenire, in cui avresti dichiarato di commuoversi  per il successo fra i giovani di un incontro di Ratzinger a Madrid.

Si. E conclusi: “…finchè il Vaticano non distribuirà i suoi tesori fra i poveri e non permetterà che si possa fumare nelle chiese, non ho nessun interesse nella figura papale”.

Qual è la situazione della democrazia in Messico?

In Messico non c’è una vera democrazia, basti pensare ai brogli elettorali. Ma la nostra non è una società passiva. Abbiamo avuto anche manifestazioni con 300.000 persone in piazza contro il governo. Con la Brigada creiamo intensi dibattiti sulla verità storica, contro il sapere accademico, per riappropriarci a testa alta della nostra storia. La Storia è una grande costruttrice di modelli, di proiezioni ideali. Un terzo delle attività della Brigada sono conferenze  sulla storia del Messico.

Dunque, tu credi che la letteratura possa influenzare positivamente la società?

Nonostante questa barbarie dominante, io credo ancora fortemente nel potere della parola scritta. La letteratura è la trincea della civilizzazione contro la barbarie. Io credo che si possa sempre cambiare il mondo. E se non è possibile, comunque bisogna provarci.

Insomma, il gramsciano “ottimismo della volontà”.

Bisogna essere ottimisti. L’unica differenza tra pessimisti e ottimisti è che gli ottimisti soffrono solo alla fine, mentre i pessimisti soffrono tutto il tempo. Bisogna resistere. E vincere. Sono convinto che la civiltà trionferà contro il capitalismo selvaggio.

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Ricordo di Eduardo Galeano che non ha mai smesso di abitare né di scrivere dalle parti del cuore https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-eduardo-galeano-di-gianni-mura/#comments Wed, 15 Apr 2015 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26225 «Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell'ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov'era nato il 3 settembre 1940, dov'era vissuto prima e dopo i lunghi anni d'esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell'America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

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eduardo-galeano-1Questo ricordo di Gianni Mura è uscito ieri su La Repubblica. (Fonte immagine)

«Non ho un dio. Se lo avessi, gli chiederei di non farmi arrivare alla morte. Ho ancora molto da camminare. Ci sono lune alle quali non ho ancora abbaiato e soli che non mi hanno ancora acceso». Con o senza un dio, è arrivato un tumore al polmone e così è morto Eduardo Galeano, ieri mattina, nella stanza 503 dell’ospedale del Sindacato Medico di Montevideo. Dov’era nato il 3 settembre 1940, dov’era vissuto prima e dopo i lunghi anni d’esilio. Gli ultimi anni nel quartiere Malvin. Cenava spesso in un ristorante italiano, ai muri foto che lo ritraevano con Saramago, Skármeta, con il cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Il suo libro più famoso, Le vene aperte dell’America Latina , lo scrisse a 31 anni. Era un appassionato e documentato grido anticolonialista, partiva dal periodo precolombiano e arrivava alle multinazionali del petrolio e delle banane, a tutti quelli che avevano sfruttato le ricchezze di un continente lasciandolo sempre più povero, analfabeta, schiavo.

Non è questo il momento migliore per stilare una classifica di grandezza degli scrittori sudamericani e cercare un posto a Galeano nella lista dei Borges, Coloane, Benedetti, Cortázar, Rulfo, García Márquez, Mutis. Li ha incrociati, frequentati, anche impaginati. Quando si dice la vocazione: a 21 anni dirigeva la rivista Marcha , cui collaboravano, tra gli altri, Mario Benedetti e Mario Vargas Llosa. Poi diresse Epoca , altra testata di sinistra. Nel ‘73, quando i militari presero il potere, fu incarcerato, poi riparò in Argentina. Ancora militari al potere (Videla) e molto sbrigativi nei confronti dell’opposizione. Il nome di Galeano figura nella lista nera dei condannati dagli “squadroni della morte”. Altro esilio, in Spagna, e di nuovo in Uruguay nel 1985, con il ritorno della democrazia.

Tra le sue opere: la trilogia di Memoria del fuoco, La conquista che non scoprì l’America, Splendori e miserie del gioco del calcio, Un incerto stato di grazia (con Sebastião Salgado e Fred Ritchin), Specchi, Le parole in cammino, Il libro degli abbracci, Giorni e notti d’amore e di guerra, Le labbra del tempo, I figli dei giorni (pubblicati in Italia da Sperling & Kupfer). Nel 2009 Hugo Chavez, presidente del Venezuela, regalò a Obama l’edizione inglese di Le vene aperte, dicendogli che si trattava di un’opera fondamentale per capire l’America Latina. Non è dato sapere se Obama l’abbia letto. Si sa però che Galeano ha preso le distanze dal suo libro più famoso, che quel giorno del duetto Chavez-Obama ebbe una prodigiosa impennata nelle classifiche di Amazon: era oltre la sessantamillesima posizione e risale nelle prime dieci.

«Non ho voglia di rileggerlo», disse Galeano, criticando la sua relativa ignoranza in fatto di economia. Fondamentalmente, Galeano si è sempre considerato un giornalista. Non uno storico, non un economista, non un romanziere, non un poeta. Uno «che ha imparato a raccontare nei vecchi caffè di Montevideo». Uno che si definiva «uno scrittore ossessionato dalla memoria». E come si diventa scrittori? «Guardando e ascoltando. Per questo abbiamo due occhi, due orecchie una sola bocca». Già, parliamo di parole. «Uso soltanto quelle che possono migliorare il silenzio».

Ne ha usate tante e ha migliorato un silenzio sinonimo di indifferenza, ignoranza, stanchezza, rassegnazione. Tra le frasi più citate, dal diario degli adolescenti ai propositi dei vecchi combattenti, quella sull’utopia: «È come l’orizzonte, cammino due passi e si allontana di due passi. Cammino dieci passi e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. Allora, a cosa serve l’utopia? Serve per continuare a camminare ». Nelle sue pagine la critica ha scorto parentele con Faulkner e Dos Passos, Lorca e Pasolini. È stato certamente uno scrittore militante, ai tempi s’era candidato con Pepe Mujica nel Frente Amplio. Da ossessionato della memoria, era legato a Che Guevara: «Aveva capito che la vita è darsi, e si è dato». Spesso Galeano usa una prosa che, salgarianamente, vien da definire lussureggiante. Dentro ci sono i colori dei mercati guatemaltechi, il calore delle passioni e degli sguardi, la malinconia di chi è nato in un Paese di emigranti che confina con altri Paesi di emigranti. Aveva radici gallesi, Galeano (il secondo cognome è Hughes) e forse, da parte dei bisnonni paterni, venete. Aveva anche un modo brechtiano di descrivere il Sistema: «I funzionari non funzionano. I politici parlano ma non dicono. Gli elettori votano ma non scelgono, I mezzi d’informazione disinformano. I centri d’insegnamento insegnano a non imparare. I giudici condannano le vittime. I militari sono in guerra contro i loro compatrioti. I poliziotti non combattono i delitti perché sono troppo occupati a commetterli. I fallimenti si socializzano, gli utili si privatizzano. È più libero il denaro che la gente. Le persone sono al servizio delle cose».

Gli piaceva il calcio, tanto da dedicargli un libro intero, anche se la sua storia è triste «perché passa dal piacere al dovere». Non gli piaceva la sinistra che snobba il calcio in quanto oppio dei popoli (qui evidente la vicinanza con Pasolini). Si definiva «mendicante di bellezza» e si specchiava solo in Messi. Però sapeva a memoria la formazione tipo dell’Inter del Mago (Sarti, Burgnich, Facchetti ecc). Con Osvaldo Soriano, Galeano è la stella (uruguayana) nel cielo dei giornalisti sportivi che non vivono di solo 4-3-3. Ha scritto: «Come tutti gli uruguagi avrei voluto essere calciatore. Giocavo benissimo ma solo di notte, mentre dormivo. Durante il giorno ero il peggiore scarpone mai apparso sui campetti del mio Paese». Ma anche: «Se non ci fosse il diritto di sognare tutti gli altri diritti morirebbero di sete». Ci teneva agli etimi: «Democrazia, parola che significa potere del popolo, è stata umiliata fino a ridursi al contrario di giustizia». E ancora: «Ricordare deriva da re-cor, significa ripassare dalle parti del cuore». Non faceva sconti: «La carità è verticale, va dall’alto al basso. Non mi piace. La solidarietà invece è orizzontale, ha rispetto degli altri». Si era appuntato un cartello degli Indignados spagnoli: «Se non ci farete sognare, non vi faremo dormire». Credeva nella grandiosità delle piccole cose. Dalle parti del cuore non ha mai smesso di abitare né di scrivere. Mi piace immaginarlo come un ambulante di generi un po’ così, la dignità e la speranza. A cosa serve, in definitiva, leggere Eduardo Galeano? A non smettere di sognare, di lottare e di stare, per quanto è dato, dalle parti del cuore.

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