Ernesto De Martino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ernesto-de-martino/ un blog di approfondimento culturale Fri, 18 Sep 2015 10:17:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ernesto De Martino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ernesto-de-martino/ 32 32 La crisi della taranta https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-crisi-della-taranta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-crisi-della-taranta/#respond Fri, 18 Sep 2015 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28475 Fanno discutere le dimissioni di Sergio Blasi dalla «Notte della Taranta», cioè dal Consiglio di amministrazione dell’omonima Fondazione che ne governa le attività al culmine nel grande concerto del 22 agosto. Blasi rappresentava nel CdA la Regione Puglia, socio «di riferimento» in virtù dei cospicui fondi che essa impegna attingendo a risorse europee (quest’anno un milione di euro). Blasi, oggi consigliere regionale del Pd, è stato due volte sindaco di Melpignano, il piccolo comune della Grecìa salentina divenuto l’epicentro della tellurica e sonora estate pugliese.

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ataranta1Questo articolo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Fanno discutere le dimissioni di Sergio Blasi dalla «Notte della Taranta», cioè dal Consiglio di amministrazione dell’omonima Fondazione che ne governa le attività al culmine nel grande concerto del 22 agosto. Blasi rappresentava nel CdA la Regione Puglia, socio «di riferimento» in virtù dei cospicui fondi che essa impegna attingendo a risorse europee (quest’anno un milione di euro). Blasi, oggi consigliere regionale del Pd, è stato due volte sindaco di Melpignano, il piccolo comune della Grecìa salentina divenuto l’epicentro della tellurica e sonora estate pugliese.

Della Grecìa, dove ancora si parla il «Griko» che mescola neo-ellenico e leccese, fa parte anche Sternatia di cui è sindaco Massimo Manera, presidente della Fondazione. Da giovane e lungimirante amministratore, Blasi nel 1998 fu tra coloro – con gli studiosi Maurizio Agamennone, Gianfranco Salvatore e pochi altri – che dettero il la al recupero, alla valorizzazione e all’«aggiornamento» post-moderno dell’arcaico fenomeno popolare del tarantismo. In sintesi estrema, era il complesso rituale ovvero l’esorcismo femminile attraverso la danza ossessiva, analizzato nel dopoguerra dall’antropologo Ernesto De Martino in La terra del rimorso e altri saggi o inchieste sul campo del Sud «magico».

Insomma, la «Notte della Taranta» è una creatura di Blasi. Allora perché se ne va? «Backstage politicamente affollato» e oblio del cinquantenario della morte di De Martino, sono due dei motivi addotti. Il secondo appare più grave del primo (i politici si sono sempre pavoneggiati con la Taranta), considerando che lo spirito originario dell’iniziativa contemplava gli studi al fianco dei concerti. D’altronde a fine agosto il primo a dimettersi è stato l’antropologo Eugenio Imbriani, membro del comitato scientifico della Fondazione, denunciando il tradimento di quella genuina e feconda matrice culturale da parte della «Notte» divenuta sì una kermesse affollata da 200.000 spettatori, ma indifferente o insofferente alle critiche. I numeri trionfali non autorizzerebbero i distinguo, stando a una logica televisiva – e politica – che giudica solo in base all’«auditel».

Ecco il punto, di là dal polemico addio di Blasi. La Puglia negli ultimi anni ha cercato di diventare un brand, un marchio turistico servendosi in parte dell’impatto mediatico della Notte della Taranta. Al tempo stesso, questamission affidata ai comunicatori non lasciava spazio alle riflessioni sul passato, alle ricognizioni del presente e, da un certo punto in avanti, alle aspettative di cambiamento. Persino la Puglia degli intellettuali di sinistra, tradizionalmente «eretici» dall’école barisienne al «pensiero meridiano», ha smesso di esprimersi in preda a improvvisa afasia o, forse, per non disturbare il manovratore/governatore (Vendola). Il dissenso, incluso quello relativo all’enfasi posta sulla Taranta, ha assunto via via le forme innocue della parodia o dello ius murmurandi, il mugugno magari su Facebook.  Non ricordiamo, invece, un autentico dibattito sulle politiche culturali e tanto meno sulle culture politiche nella Macondo rossa e dionisiaca, nella Puglia dove la Taranta un paio di anni fa venne esportata persino a Taranto, con la speranza – fallace – che il ritmo potesse stemperare il dramma della città.

Ma la reticenza alla lunga non giova. Per esempio, l’eco internazionale della Notte della Taranta è innegabile, tuttavia i suoi benefici territoriali sollevano dubbi nel Salento che mostra sintomi di snaturamento, somigliando qua e là a una Ibiza tardiva. Mentre resta incredibile l’assenza di pubblico confronto sulla Puglia dei milioni di euro del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) affidati alle Fondazioni culturali, trasformate di fatto in «agenzie» e quindi ben poco indipendenti.

Perciò la crisi in atto nella Notte della Taranta è simbolicamente un frutto di «fine stagione», il portato di un capitolo politico che si chiude. Per il prossimo che dovesse aprirsi, facciamo gli esorcismi: «ballare coi ragni» non basta a cambiare davvero le cose.

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Biglietto lasciato prima di non andare via* https://minimaetmoralia.it/interventi/biglietto-lasciato-prima-di-non-andare-via/ https://minimaetmoralia.it/interventi/biglietto-lasciato-prima-di-non-andare-via/#comments Thu, 10 Sep 2015 14:59:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28251 di Mario Fillioley

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

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di Mario Fillioley

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

Quel periodo di assenza, durato poco meno di un decennio, un’esperienza (lunga) che troverei sano fosse imposta a chiunque, come un tempo lo era il servizio militare, l’ho anche benedetto, se non altro perché era servito a farmi scoprire che un cardine c’era, o ci poteva essere, e che incardinarsi, pur non essendo l’unica via per cominciare a guardare al futuro, era un buon punto di partenza da cui mettere in ordine il presente: prima vediamo dove abitare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto.

So bene, perché l’ho visto fare ai miei amici, che anche procedere lungo l’altra direttrice (prima che lavoro fare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto) avrebbe portato alla stabilità e alla maturazione: delle due, al bivio, ho scelto con naturalezza la strada che più mi si confaceva, non ho dovuto starci a pensare.

C’è una cosa però che forse a una parte d’Italia (sul continente direbbe mia nonna) sfugge: per quanto la mia decisione a quel bivio fosse stata presa con naturalezza, e per quanto con altrettanta naturalezza i miei amici ne imboccarono l’altro ramo, quel bivio c’era, era lì, esisteva, e andava affrontato.

Nascere, crescere, e quindi in qualche modo legarsi affettivamente, a una cittadina del profondo sud, comportava (e comporta ancora) il fatto di doversi trovare, a un certo punto della propria vita, a un bivio di fronte al quale operare una scelta, la scelta tra abitare dove si è nati, facendo qualunque lavoro si riesca a trovare, o andare ad abitare altrove, a fare il lavoro che ci si è preparati a fare.

Non credo sia per forza un male. Anzi forse è perfino una scorciatoia verso la maturità. Presto, magari già dal momento in cui deciderai che è meglio andare a fare l’università fuori, sarai obbligato a elaborare una specie di lutto: il lutto per la realizzazione professionale cui forse rinunci rimanendo, o quello per la perdita della tua città, cui rinunci andandotene.

Lutto è un parolone, un’iperbole di quelle che mi piacerebbe sapere evitare, e lo è ancora di più perché quella è un’età in cui i lutti sono eventi lontanissimi, considerati alla pari di eventi inesistenti, un’età in cui a tutto sembra esserci rimedio, per ogni cosa sembra esserci a disposizione un tempo infinito, una seconda opportunità, di ripensamento o di svolta dietro ogni l’angolo che giri. Potrei quindi forse chiamarlo un lutticino, l’equivalente della morte del pesce rosso, ma resta il fatto che ci sono cittadini di questa nazione a cui il pesce rosso non muore mai, o meglio non è detto che debba morire per forza, e altri cittadini a cui invece muore di sicuro e anche presto, e che quindi presto devono cominciare a fare i conti con l’acquario vuoto.

Lo dico con sincerità, e non solo con l’intento di scacciare via l’enfasi da queste righe: io ho affrontato questo bivio a cuore molto leggero. Ci ho pensato soltanto anni dopo a cosa avevo fatto e perché. Sul momento invece, ho solo fatto la cosa che mi faceva stare meglio: ero stufo di provare il desiderio di essere qua ogni volta che ero là e quello di essere là ogni volta che ero qua. Stufo dei treni stracolmi a Natale e dei biglietti aerei da prenotare con mesi di anticipo, dei traghetti alle cinque di mattina e delle colazioni con l’arancino del Caronte che no, non è affatto il più buono di tutta la Sicilia e sì, è unto da fare schifo.

Ho pensato che questo scisma perenne andasse risolto una volta per tutte: casa e lavoro dovevano coincidere, e siccome la casa era qua, nel senso che qua erano la mia famiglia e i miei amici, e soprattutto qua erano i luoghi di cui avevo vera conoscenza e vera intelligenza, e dunque vero affetto, (e i luoghi al momento è ancora impossibile trasportarli altrove), l’unica cosa sensata era trovare qua un lavoro. Sapevo che un lavoro significava qualunque lavoro, e la cosa non mi spaventava affatto. Anzi, anche dire che non mi spaventava è un’espressione debole, imprecisa, falsa addirittura, perché la paura non c’entrava niente, per avere paura bisogna valutare, e a me valutare non interessava, non sapevo neanche che fosse tramite una valutazione che si fanno le scelte.

Non posso quindi vantare un periodo di drammi esistenziali risolti per mezzo di sacrifici e decisioni sofferte, e questo non so dire perché non sia accaduto: posso solo ricondurlo alla mia indole personale, al fatto che dentro di me ho vaste zone di superficialità e grandi praterie di facili entusiasmi, e dove anche solo intravedo una soluzione subito mi sembra già raggiunta, e smetto di vedere i problemi che le pre-esistono, e li do per risolti, e anzi forse per nemmeno mai esistiti.

Perciò niente mi è pesato in questi anni, nessuno di quelli che oggi, a quasi quarantadue anni, posso definire (senza volerne fare spregio, non esistono lavori di cui fare spregio) lavoretti, nel senso di poco stabili, o stagionali, o tipici dei ragazzi, degli studenti, dei principianti, insomma poco consoni a un uomo della mia età. Li ho fatti per anni, li ho fatti tutti, e con un certo buon umore (i lavoretti hanno tanti difetti, ma spesso sono divertenti), ho sorriso di fronte a quelli in nero, a quelli mal pagati (tutti, indistintamente, qualificati o meno che fossero) e anche a quelli mai pagati (molti).

Questo era il posto dove avevo scelto di vivere, e, in questo posto, queste erano le usanze, questa era la vita: questa è lacqua, diceva lo scrittore, nel senso che un pesce non lo sa cos’è l’acqua, ed è così che secondo me si vive quando si vive con naturalezza dentro qualcosa, perché la naturalezza, se è vera naturalezza, ti ingloba e non devi dartene spiegazione.

Non provavo depressione, sentimento cui spesso ci si riferisce citando quel titolo di Foster Wallace, e credo non fosse neanche rassegnazione. Credo, ma non ne sono sicuro, perché ho sempre fatto molta fatica a distinguere la rassegnazione dalla consapevolezza, e mi viene difficile anche adesso, quindi non lo so cos’è che provavo di preciso: di sicuro sapere che questa è lacqua non mi ha mai fatto desiderare di vivere sulla terraferma.

Questa assenza di smania, questo avere smesso di desiderare altro, me lo dico adesso che sto per affrontare un secondo bivio (adesso che so un po’ meglio chi ero e un po’ peggio chi sarò) penso mi sia servito a evitarla, la rassegnazione: forse è stato un antidoto che avevo in dotazione solo io, forse era solo con me che poteva funzionare, fatto sta che finché doveva funzionare ha funzionato, ed è stata tutt’uno con la naturalezza, con l’acqua, oppure, se vogliamo ancora una volta accogliere la suggestione della cultura fatalista tipica del meridione, era proprio da là che veniva, dall’acqua.

Mi rendo conto di avere appena fatto la caricatura di un monaco zen o di un mistico, o forse meglio ancora di un atarassico, cosa che non è, che non è stata, che non poteva essere.

Non sono stati affatto anni sereni, più che a un anacoreta somigliavo all’anziano pastore raccontato da Ernesto De Martino ne La fine del mondo, quello che mentre gli davano un passaggio in macchina, man mano che il campanile di Marcellinara scompariva dal finestrino, gli veniva un attacco di panico e dovevano tornare subito indietro per rassicurarlo.

La serenità c’entra molto poco. Tutto è stato sempre in discussione, la scelta stessa, quella originaria, quella presa con disinvoltura di fronte a quel bivio, è tornata, mi sono rivisto più volte fermo a quell’incrocio, in sogno o in pieno giorno, in un giorno difficile, di quelli in cui ti penti, o in uno felice, di quelli in cui le possibilità cui si è rinunciato, le potenze irrealizzate si affacciavano, balenando di nuovo come per dire che forse quello era il momento giusto, quello in cui finalmente sarebbero diventate atto.

Eppure ogni volta che questo pensiero è comparso, ogni volta che la tentazione di un meglio, di un di più, della terraferma, è venuto a visitarmi sott’acqua io mi sono confermato nella mia scelta, ho sentito con distinzione di essere nient’altro che un pesce, e che non solo quest’era l’acqua, ma anche che sulla terraferma, nel giro di niente, sarei finito di nuovo a panza all’aria, a dibattermi tra il me di là e il me di qua, e quindi no, grazie, sono lusingato ma rimango dove sono.

Invece è arrivato questo agosto del 2015, e io che tutta la vita ho cercato modi per rimanere, lavoretti per rimanere, pezze di appoggio, aggrappi anche minuscoli per non allontanarmi dallo scoglio, da un momento all’altro potrei vedermi offerta una cattedra, un posto fisso, la conclusione felice di anni di attesa, il lieto fine, il tutto e subito: da zero a di ruolo in un secondo solo. A patto di andarmene da qua.

Mi infastidisce la parola deportazione, ho provato a scrivere di me stesso senza usare esagerazioni di questo tipo, e mi piacerebbe che si sforzassero di farlo un po’ tutti quelli che intendono riferire le proprie condizioni di vita, perché io di vite tragiche non ne ho mai viste, se non a teatro, e secondo me le vite, quando sono vere, più vogliono sembrare tragiche e più finisce che sembrano ridicole. Però ho letto su un quotidiano nazionale di un marito e una moglie, tutti e due insegnanti e con due figli. Ho letto che dovranno spostarsi, probabilmente il marito in una regione e la moglie in un’altra, e pagarsi due case, e due affitti, e decidere con chi andranno a stare i figli, magari dividendoseli uno per ciascuno, e stabilire chi dei due si terrà la macchina e chi invece il motorino, chi il cassettone del soggiorno e chi invece la camera da letto, proprio come se stessero divorziando. Doloroso, molto. Forse non è materiale da tragedia, però è anche vero che nella sorte c’è tanta ironia, e questa ironia può essere potente, fare ridere come fare piangere.

Per questo ora mi sembra pura cattiveria ricordare la costituzione. La costituzione è un po’ cattiva di suo, solo che non ce ne accorgiamo: la usiamo sempre quando c’è da rivendicare un diritto, però difficilmente ce ne ricordiamo quando fa da ammonimento ai doveri. E invece ecco l’articolo 98, infame, a dire che I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione. Dice così: della nazione. In pratica dice che l’insegnante di una scuola pubblica è come un bersagliere, va dove c’è bisogno di lui, è al servizio dell’Italia intera e non della regione o della provincia dove è residente, è soggetto alla stessa logica di un militare, s’è scelto un mestiere che prevede spostamenti, dislocazioni più che deportazioni, cioè spostamenti dettati da esigenze logistiche, a volte anche pressanti, come quelle che fecero sentire a Danilo Dolci l’urgenza di lasciare il nord Italia e venire a fare l’educatore a Partinico, spontaneamente, perché era là che c’era più bisogno di lui e delle sue pratiche.

Dovesse capitare a me, e potrebbe capitarmi presto, dovessi scegliere di accettare il ruolo (solo quegli italiani che hanno provato a fare l’insegnante possono comprendere appieno il significato di cui si carica la parola ruolo quando la scrivi o quando la pronunci), non credo riuscirei a viverla come una deportazione. Non credo che dover abbandonare il luogo che mi è più caro al mondo e che più ho cercato di tenermi stretto mi farà piangere. Non lo credo perché non so farlo: l’ironia della sorte a me di solito fa ridere e basta, ridere come si ride di un amico nei guai, ridere di empatia, ridere di tenerezza verso me stesso e verso tutti quelli che vivendo vicende simili, saranno miei compagni.

Così è. Lotti una vita per restare in un posto, pensi di avere ormai trovato il tuo anfratto di scoglio, il luogo in cui restare tappato a ogni mareggiata, poi arriva un’onda così forte che nessun bollettino poteva prevederla, e ti scaglia lontano. Chissà dov’è che ti ha catapultato, non ti raccapezzi più, allora ti fai uscire le bollicine dalla bocca per renderti conto di qual è il sopra qual è il sotto, poi fai i primi giri di esplorazione, nuoti, nuoti e nuoti, e dopo un po’ capisci che niente: questa è lacqua.

 

* Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

(Giorgio Caproni)

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Tu non conosci il Sud: le foto di Ferdinando Scianna a Otranto https://minimaetmoralia.it/fotografia/tu-non-conosci-il-sud-le-foto-di-ferdinando-scianna-a-otranto/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/tu-non-conosci-il-sud-le-foto-di-ferdinando-scianna-a-otranto/#comments Tue, 23 Jun 2015 15:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27483 “Il Sud e le Donne” è la mostra fotografica di Ferdinando Scianna che sarà allestita nel Castello Aragonese di Otranto dal 23 giugno al 30 settembre 2015. La mostra è prodotta dall’associazione “Veluvre – Visioni culturali” ed è una delle iniziative della rassegna culturale itinerante “Tu non conosci il Sud”, a cura di Oscar Iarussi. Le immagini sono state scelte personalmente da Scianna e sono introdotte da testi critici dell’anglista Vito Amoruso e dello stesso Iarussi.

“Tu non conosci il Sud” prende il nome da un verso dello scrittore Vittorio Bodini (1914-1970) che fu sodale di Leonardo Sciascia, l’autore decisivo nella formazione di Scianna. La rassegna sinora ha fatto tappa a Bari e a Matera designata capitale europea della cultura 2019.

Info: www.comune.otranto.le.it www.tunonconoscilsud.it

di Oscar Iarussi

“Tu non conosci il Sud” è un lampo del poeta pugliese Vittorio Bodini (1914-1970). La sua luce orienta il cammino di un’iniziativa culturale che sta provando a stimolare incontri, a smuovere pensieri e a sprigionare emozioni. Ve n’è bisogno nel Mezzogiorno spesso rappresentato come una galleria di macchiette grottesche o criminali, che non mancano, ma attengono all’Italia tutta. Immagini stereotipate da fiction televisiva non di prim’ordine sminuiscono e mortificano la complessità e le potenzialità di intere regioni.

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Scianna Bellucci

“Il Sud e le Donne” è la mostra fotografica di Ferdinando Scianna che sarà allestita nel Castello Aragonese di Otranto dal 23 giugno al 30 settembre 2015. La mostra è prodotta dall’associazione “Veluvre – Visioni culturali” ed è una delle iniziative della rassegna culturale itinerante “Tu non conosci il Sud”, a cura di Oscar Iarussi. Le immagini sono state scelte personalmente da Scianna e sono introdotte da testi critici dell’anglista Vito Amoruso e dello stesso Iarussi.

“Tu non conosci il Sud” prende il nome da un verso dello scrittore Vittorio Bodini (1914-1970) che fu sodale di Leonardo Sciascia, l’autore decisivo nella formazione di Scianna. La rassegna sinora ha fatto tappa a Bari e a Matera designata capitale europea della cultura 2019.

Info: www.comune.otranto.le.it www.tunonconoscilsud.it

di Oscar Iarussi

“Tu non conosci il Sud” è un lampo del poeta pugliese Vittorio Bodini (1914-1970). La sua luce orienta il cammino di un’iniziativa culturale che sta provando a stimolare incontri, a smuovere pensieri e a sprigionare emozioni. Ve n’è bisogno nel Mezzogiorno spesso rappresentato come una galleria di macchiette grottesche o criminali, che non mancano, ma attengono all’Italia tutta. Immagini stereotipate da fiction televisiva non di prim’ordine sminuiscono e mortificano la complessità e le potenzialità di intere regioni.

La politica in primis appare da tempo indifferente al Sud o talora punta a trasformarlo in un brand. Come se la terra – l’avete toccata questa terra? – potesse mai essere questione di marketing e non di scelte e di cuore e di coraggio. “Tu non conosci il Sud”, appunto, perché qui non c’è Gomorra a ogni angolo né si balla la pizzica tutto l’anno. “Tu non conosci il Sud” perché non è “un paradiso abitato da diavoli”, il luogo comune – nonché l’alibi – che maggiormente appaga e tranquillizza l’opinione pubblica, persino quella meridionale.

Di tale iniziativa culturale, nata a Bari qualche mese fa, la mostra fotografica “Il Sud e le donne” di Ferdinando Scianna è parte integrante e finora ne è stata anche il generoso “messaggero”. Dopo il foyer del teatro Petruzzelli nel capoluogo pugliese e la Casa Cava nei Sassi di Matera nominata Capitale europea della cultura per il 2019, è adesso il Castello Aragonese di Otranto a ospitare le magnifiche immagini di un fotografo italiano tra i più apprezzati in ogni dove, un maestro anticonvenzionale e molto amato. I volti femminili in mostra non sono icone, ma esercizi di realtà, della sua rapinosa bellezza.

D’altronde, la formula di “Tu non conosci il Sud” chiama a raccolta discipline e linguaggi diversi fra loro che fraternizzano in un proposito comune: contribuire all’onore e alla concretezza simbolica del Mezzogiorno. Per il giovane fotoreporter siciliano Scianna fu decisivo l’incontro con Leonardo Sciascia, lo scrittore rivelatosi grazie a Le parrocchie di Regalpetra (Bari, 1956) apparso negli innovativi “Libri del tempo” dell’editore Vito Laterza. È la medesima collana in cui trovò posto Contadini del Sud di Rocco Scotellaro, poeta e intellettuale modernissimo, forse più “giovane” oggi che nel 1953 in cui scomparve trentenne e incompreso (Scotellaro è uno dei numi tutelari di Matera 2019).

Sciascia e Bodini si scambiarono lettere, idee e vagheggiarono una raccolta mediterranea di testi antichi e moderni. Voci lontane, sempre presenti che – a prestar orecchio – echeggiano nella fortezza di Otranto. La sua struttura originaria risale a quasi mille anni fa e presto ne sarà completato il restauro che potrebbe farla rinascere quale contenitore culturale. Così adocchia il futuro un’antica imago urbis che comprende la Cattedrale dei Martiri e il mare, una città davvero posta “tra l’acqua benedetta e l’acqua  salata”, per dirla con la felice definizione del regno di Napoli coniata da Ernesto de Martino.

“Tu non conosci il Sud, le case di calce / da cui uscivamo al sole come numeri / dalla faccia d’un dado”. Versi che suonano come un azzardo, una vertigine. C’è il segno di una condizione che conosciamo nell’essere “numeri”, per esempio precari nel lavoro. Perciò ricominciare dal Sud e nel Sud si può. L’essenza stessa di Otranto lo testimonia: frontiera dell’alba, tenace levante, mediterranea senza retorica, semplicemente destinata agli inizi.

di Vito Amoruso

Ho sempre pensato che l’inconfondibile cifra espressiva di Ferdinando Scianna risieda in una straordinaria capacità di conferire alla realtà osservata, o meglio alla sua immagine riflessa nello scatto fotografico, una qualità visionaria, ben oltre la sua natura apparente di “oggetto” da riprodurre.

Immagini e  ritratti – rappresentino essi persone, cose, paesaggi, luci, ombre, chiaroscuri, tempo e stagioni della vita che Scianna sempre raccorda fino a fonderli fra di loro – sono sottoposti alla reinvenzione di uno sguardo che individua un loro “oltre”, una essenza segreta che viene intravista, o, si potrebbe dire, leopardianamente “si finge”.

L’affinità con i tratti distintivi della lingua della poesia è resa evidente da una qualità antirealistica dello sguardo di Scianna, che aggiunge a ciò che viene fissato nell’istante di uno scatto, una sua estrema verità o, forse, la radice ultima di una sua suprema illusione. Di qui a me pare discenda una ulteriore sua cifra distintiva, cioè la natura di scena teatrale delle sue immagini e dei suoi ritratti: il suo sguardo “espone” la scena insieme eterna e cangiante delle nostre vite, la loro strutturale recita.

Nulla lo dimostra meglio di queste foto di “donne del Sud” esposte a Bari: l’ostensione stilisticamente accentuata delle loro pose e dei gesti, sullo sfondo e nella cornice arcaica o modernamente surreale che li racchiude, non rappresenta una verità documentaria e tanto meno antropologica, ma il loro esatto contrario. Sono ritratti di donne, note o sconosciute, tutte di conturbante bellezza, colte nel loro transito, velate da una tenda o incorniciate dentro il riquadro di un rustico o fra volti di anziani a loro appaiati. Donne eccentriche nel loro abbigliarsi: il nero totale che le trasforma in steli, gli arabeschi screziati che ramificano le loro vesti o le gonne aperte a ventaglio come corolle di un fiore.

Sono, queste donne, anche volti di fanciulle che fissano l’obiettivo a viso aperto, ma non per questo meno impenetrabile, occhi bruni che osservano diritti o di sbieco, incorniciati da una ghirlanda rustica che sembra evocare un lontano oriente o completamente di spalle, oppure sullo sfondo aperto di uno sfuggente orizzonte marino al quale paiono appartenere.

Sono visionarie immagini del cuore, accarezzate ombre della propria fantasia che fissano il mistero di un universo femminile insieme familiare e straniero.

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Matera 2019. Da Carlo Levi a Twitter: il «futuro aperto» nasce tra i Sassi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matera-2019-da-carlo-levi-a-twitter-il-futuro-aperto-nasce-tra-i-sassi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matera-2019-da-carlo-levi-a-twitter-il-futuro-aperto-nasce-tra-i-sassi/#comments Sat, 18 Oct 2014 10:35:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23897 Questo pezzo è uscito su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Oscar Iarussi Era ora. Una volta tanto vince il Sud e sarà Matera la capitale europea della cultura nel 2019, in coppia con la città bulgara di Plovdiv. L’annuncio poco dopo le 17 di ieri, a las cinco de la tarde sul meridiano della poesia […]

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Questo pezzo è uscito su “La Gazzetta del Mezzogiorno”

di Oscar Iarussi

Era ora. Una volta tanto vince il Sud e sarà Matera la capitale europea della cultura nel 2019, in coppia con la città bulgara di Plovdiv. L’annuncio poco dopo le 17 di ieri, a las cinco de la tarde sul meridiano della poesia caro a García Lorca e all’ispanico-materano Rafael Alberti. Un moto di entusiasmo ha salutato la notizia nella città lucana e sui social network. Su Twitter nel giro di pochi minuti #Matera2019 è diventato l’hashtag più «cinguettato», festeggiato e affettuosamente parodiato. «La solita scelta sassista» o «Sasso pigliatutto», ha scherzato il giornalista leccese Pierpaolo Lala.

Già, Lecce. È una delle cinque città deluse nel torneo finale per la capitale culturale europea. Il Salento della pizzica e delle masserie, dei creativi e delle mine vaganti al cinema, ci aveva molto creduto, forse più di Cagliari, Siena, Perugia e Ravenna. Ed è giusto rendere l’onore delle armi all’impegno del sindaco Perrone e dell’intero staff di «Lecce 2019», come ieri ha fatto per primo il presidente pugliese Vendola.

La Puglia «perde» il titolo, ma può e deve guardare con fiducia all’orizzonte europeo del 2019. Matera non ha l’aeroporto, né una stazione connessa alla rete ferroviaria nazionale, né strutture alberghiere bastevoli ad accogliere i tanti turisti che, si spera, visiteranno nei prossimi anni la capitale culturale designata. Matera dista soltanto una sessantina di chilometri da Bari, cui è collegata da una strada in via di (lento) miglioramento: nel giro di un’ora al massimo condurrà dallo scalo di Palese o dal porto del capoluogo fino ai Sassi, con evidente reciproco vantaggio.

Soprattutto, il dossier di candidatura di Matera 2019 è stato presentato in nome di un’area più larga della sola città e persino della regione: dal Cilento all’Alta Murgia, al Pollino. Un dossier che ha persuaso i tredici commissari europei incaricati della decisione, visto che ben sette di loro hanno votato per Matera.

Insomma, è una buona notizia. Una delle pochissime per il Mezzogiorno che negli ultimi tempi si è quasi «estinto» nel discorso pubblico, tranne quando si parla di criminalità, come se «Gomorra» non fosse un mostro dalle mille teste, voraci nel Settentrione almeno quanto da noi. Perciò va reso merito al Comitato di Matera 2019 capitanato dal sindaco Salvatore Adduce e dal direttore Paolo Verri (un piemontese, mutatis mutandis, tanti anni dopo Carlo Levi di Cristo si è fermato a Eboli), affiancati dal presidente della Regione Marcello Pittella, dai curatori artistici Joseph Grima, Chris Torch e Agostino Riitano. Ancora, ecco Rossella Tarantino per le relazioni internazionali e un comitato scientifico «forte» in cui figurano Raffaello De Ruggieri, fondatore del Circolo «La Scaletta», Alberto Versace, Pietro Laureano, Franco Bianchini e Marta Ragozzino, soprintendente per i beni storici e artistici. Per non parlare dei numerosi volontari e agit-prop attivissimi su Facebook e Twitter.

Matera ha fatto un gran lavoro ed è partita in anticipo rispetto a Lecce e alle altre, puntando su uno slogan coraggioso, «Open Future», non in ostaggio del bellissimo cuore arcaico nei Sassi patrimonio dell’Unesco. Un «futuro aperto» che dovrebbe bloccare l’emorragia dei giovani in fuga dalla Basilicata, nonostante il buon profilo della sua Università appena trentennale. Le parole chiave del dossier lucano sono «passione», «cura», «frugalità», «ruralità», «silenzio» e «lentezza». Nel lessico e nei progetti cruciali (l’archivio etno-antropologico e la scuola di design) si coglie uno spirito «meridiano» che attinge dai classici Levi, Scotellaro, De Martino, Pasolini. Ma echeggiano anche i recenti studi di Laureano, Cassano e Arminio, o, per altri versi, la Basilicata coast to coast di Rocco Papaleo.

Matera come mediazione tra crescita e decrescita alla Latouche, fra città sostenibile e campagna rigenerata. Una scelta sapiente considerando il paesaggio e l’antropologia culturale, sebbene – abbiamo annotato qualche giorno fa – appaia leggermente «retrodatata» a fine anni ‘90-primi anni Zero. Tuttavia l’Europa in crisi profonda deve essersi fatta persuadere da una possibile «alternativa» lucana.

Che cosa comporta diventare una capitale della cultura? Di sicuro visibilità internazionale e, s’è detto, turismo dall’Italia e dall’estero. Poi infrastrutture materiali e digitali, restauri, interventi urbani etc, realizzati con risorse statali e degli enti locali. Matera prevede un budget di circa trenta milioni di euro articolati in un «Accordo di programma quadro», che potrebbe lievitare fino a raddoppiarsi. Mentre i proventi della «capitale» non si possono certo calcolare a priori.

Ma sarebbe un grave errore considerare la magnifica avventura della cultura «al servizio» del turismo e dell’economia, come non di rado è accaduto altrove (Puglia inclusa). Quel che conta per l’Unione europea è il tragitto di una comunità e quindi i processi che la designazione innesca. Nell’ottica di Bruxelles, pur con i suoi tristi anglicismi e i tic burocratici, la cultura è un’esperienza collettiva, non solo fatturato dell’indotto o consenso politico. In effetti Matera configura il paradigma di una «capitale umana» rinata nel dopoguerra, dopo secoli di miseria, grazie al risanamento dei Sassi.

Erano gli anni Cinquanta in cui l’economista Manlio Rossi Doria scriveva della «polpa» e dell’«osso» del Sud: da una parte le pianure e le coste fertili; dall’altra le aree interne e montane minacciata dal nulla, come l’ossificata Lucania. E se oggi invece provassimo a pensare che la polpa è l’osso? È fallito «lo sviluppo senza progresso» (Pasolini) e l’Europa pare cercare nelle distese lunari e nello sguardo nitido di Matera un’ipotesi di domani, un Open future, un suo perché. Vedremo.

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La “pizzica” è finita. Il Sud è in grazia di Dio https://minimaetmoralia.it/cinema/in-grazia-di-dio-edoardo-winspeare/ https://minimaetmoralia.it/cinema/in-grazia-di-dio-edoardo-winspeare/#comments Sat, 22 Mar 2014 08:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19447 Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (La foto è di Cosimo Cortese)

La pizzica è finita, gli amici se ne vanno... Per il nuovo film di Edoardo Winspeare, In grazia di Dio, si potrebbe parafrasare il celebre brano di Umberto Bindi. Non sono da meno, anzi, i versi di Vittorio Bodini: «Qui non vorrei vivere dove vivere / mi tocca, mio paese / così sgradito da doverti amare» (da La luna dei Borboni, 1952). Risuonano sullo schermo come una spina nel cuore della trama, recitati dal personaggio di un’aspirante attrice. Siamo ancora una volta nel Salento terragno e metafisico caro al nostro regista. E ancora una volta, a dispetto dei cantori dell’«attrattività territoriale», non si tratta di una piccola patria sottratta al mondo e consegnata alla nostalgia. Macché! Nel cinema di Winspeare la Puglia del Tacco è una concrezione/rarefazione della Storia, pervasa puntualmente dai fattacci della cronaca (il crimine, i migranti), sebbene sia sospesa fra il verde degli ulivi e un’«azzurra lontananza» alla Hesse.

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Questo pezzo è uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (La foto è di Cosimo Cortese)

La pizzica è finita, gli amici se ne vanno… Per il nuovo film di Edoardo Winspeare, In grazia di Dio, si potrebbe parafrasare il celebre brano di Umberto Bindi. Non sono da meno, anzi, i versi di Vittorio Bodini: «Qui non vorrei vivere dove vivere / mi tocca, mio paese / così sgradito da doverti amare» (da La luna dei Borboni, 1952). Risuonano sullo schermo come una spina nel cuore della trama, recitati dal personaggio di un’aspirante attrice. Siamo ancora una volta nel Salento terragno e metafisico caro al nostro regista. E ancora una volta, a dispetto dei cantori dell’«attrattività territoriale», non si tratta di una piccola patria sottratta al mondo e consegnata alla nostalgia. Macché! Nel cinema di Winspeare la Puglia del Tacco è una concrezione/rarefazione della Storia, pervasa puntualmente dai fattacci della cronaca (il crimine, i migranti), sebbene sia sospesa fra il verde degli ulivi e un’«azzurra lontananza» alla Hesse.

Stavolta gli orti sul mare della perduta civiltà contadina tornano a essere una promessa contro la miseria. La terra scongiura la recessione in atto. Addirittura si rivede il baratto: frutta e verdura in cambio di benzina, galline e uova per ottenere altri generi alimentari, lezioni private offerte per simpatia o per amore.

La stessa realizzazione «a chilometro zero» del film – girato tra Giuliano, Castrignano del Capo e Tricase – si è avvalsa di sponsor locali che vi hanno contribuito «in natura». In grazia di Dio è una produzione di Rai Cinema e della «Saietta Film» allestita dal regista con Alessandro Contessa e Gustavo Caputo (quest’ultimo anche attore nel ruolo dell’impiegato buono di Equitalia), con il sostegno della Apulia Film Commission e dell’assessorato regionale alle Politiche agricole. Il film arriverà nelle sale il 27 marzo  forte dei consensi ricevuti all’anteprima nel «Panorama» del festival di Berlino, distribuito dalla «Good Films» dei fratelli Ginevra e Lapo Elkann.

L’antropologia culturale meridiana cara a Ernesto De Martino, Franco Pinna, Diego Carpitella, poi rinnovellata nel corso del tempo dai Barbano, Durante, Spedicato, Rosaleva e da Winspeare medesimo, resta l’orizzonte delle elegie di questo autore alle soglie dei cinquanta. Nato a Klagenfurt nel 1965, rampollo di una famiglia nobile per metà inglese e per metà austroungarica, Edoardo lu figghiu te lu barone è cresciuto e continua a vivere nel castello di famiglia in quel di Depressa (Tricase). È un esempio di artista che più glocal non si potrebbe: ispirazione locale, afflato globale, in opere  come Sangue vivoIl miracolo e Galantuomini. Stavolta di scena ci sono le storie quotidiane di  quattro donne di tre generazioni differenti. In grazia di Dio è quasi del tutto  recitato in dialetto leccese, con sottotitoli in italiano. I possibili modelli? Diremmo Ermanno Olmi e Abbas Kiarostami, ovvero il cinema delle pause, degli sguardi, delle immagini nitide e delle parole autentiche.

Ma la vera «notizia» è la fine dell’energia espansiva della pizzica o taranta che proprio Winspeare – una sorta di giovane Zorba il Salentino – contribuì a lanciare quasi vent’anni fa con il film d’esordio, Pizzicata (autocitato in In grazia di Dio), e fondando l’Officina Zoè. Rito ancestrale e danza bellicosa o erotica,trance ed esorcismo, la pizzica è ormai un ramo dionisiaco della World Music all’apice ogni agosto nella «Notte della taranta» di Melpignano. Il fenomeno, come sappiamo, si presta a incarnare extra moenia una Puglia «mitica» che nella musica nasconde o edulcora i suoi conflitti e le sue ferite. Per esempio il dramma dell’Ilva di Taranto, dove l’estate scorsa si tenne una fallimentare anteprima della «Notte della Taranta». Ebbene, di tale «narrazione» o  ideologia della pizzica non v’è traccia nel nuovo Winspeare: i personaggi magari cantano, però non ballano. Niente tamburelli scatenati e catarsi sudaticcia. Quando si affaccia, l’allegria è intima, non esibita, assai pudica.

Così il profondo Sud prova di nuovo a essere un Sud profondo, pensoso e amareggiato fino all’ira come la corrusca protagonista Adele (Celeste Casciaro, nella vita moglie di Edoardo). C’è lei al centro della trama matriarcale: separata da un uomo simpatico e canagliesco di nome Crocifisso, abita con la madre vedova sessantacinquenne innamorata di un fattore (le sequenze più intense e sobrie nelle due ore e passa della storia), con la sorella aspirante attrice che – appunto – declama Bodini e manca a un provino leccese per Ozpetek, con la figlia adolescente ribelle e ignorante destinata a un bel guaio…

Adele era titolare di una minuscolo laboratorio tessile chiuso per colpa della concorrenza cinese, insieme al fratello che perciò è emigrato in Svizzera. Costretta a svendere la casa pur di ripianare parte dei debiti verso Equitalia, con le altre si trasferisce in campagna, in un pezzo di terra di residua proprietà. Vanno avanti fra molti problemi e qualche aiuto in un tugurio senza elettricità, che tuttavia presto emana e riflette una vaga luminosa speranza, più poetica che politica, senza traccia retorica – per fortuna – della «decrescita felice» di Latouche e compagni. Magari ricominciare è possibile «nel sud del sud dei santi» (Carmelo Bene) mai in grazia di Dio. Magari.

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