Ernesto Ferrero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ernesto-ferrero/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:23:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ernesto Ferrero Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ernesto-ferrero/ 32 32 Il Salone di Torino a Milano e altre sfide al buon senso. L’intervento di Giuseppe Laterza. https://minimaetmoralia.it/editoria/lintervento-di-giuseppe-laterza-allassemblea-degli-editori/ https://minimaetmoralia.it/editoria/lintervento-di-giuseppe-laterza-allassemblea-degli-editori/#comments Sat, 10 Sep 2016 06:00:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31942 Pubblichiamo, ringraziando l'autore, il testo dell'intervento tenuto da Giuseppe Laterza all'assemblea degli editori dell'8 settembre presso il Circolo dei Lettori di Torino a proposito del Salone del Libro di Torino e della Fiera del Libro di Milano.

di Giuseppe Laterza

Come credo tutti voi, sono preoccupato dall'esito più probabile della vicenda che contrappone l'AIE al Salone del Libro di Torino.

Non solo per il motivo che Sandro Ferri stamattina espone sinteticamente sul Corriere – due 'saloncini' non ne fanno uno – in fondo, si potrebbe dire che è 'parva materia' e preoccuparsi di cose ben più gravi, come lo strapotere di Mondadori o Amazon...

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore, il testo dell’intervento tenuto da Giuseppe Laterza all’assemblea degli editori dell’8 settembre presso il Circolo dei Lettori di Torino a proposito del Salone del Libro di Torino e della Fiera del Libro di Milano.

di Giuseppe Laterza

Come credo tutti voi, sono preoccupato dall’esito più probabile della vicenda che contrappone l’AIE al Salone del Libro di Torino.

Non solo per il motivo che Sandro Ferri stamattina espone sinteticamente sul Corriere – due ‘saloncini’ non ne fanno uno – in fondo, si potrebbe dire che è ‘parva materia’ e preoccuparsi di cose ben più gravi, come lo strapotere di Mondadori o Amazon…

Il problema è che la polemica che si è generata in queste settimane è la spia di una questione assai più generale e profonda: una frattura tra le diverse componenti della filiera del libro, che non nasce oggi e che dipende da molte diverse ragioni. Ed è questa frattura che dovrebbe soprattutto allarmarci perché ha a che fare con la promozione della lettura nel nostro paese.

Un compito che un tempo molti pensavano fosse di esclusiva pertinenza della scuola. Oggi, per fortuna, non è più così: grazie anche all’attività di alcuni editori, nell’ultimo decennio sono nate iniziative originali che hanno visto collaborare strettamente il mondo della scuola e quello dell’editoria, i bibliotecari con i librai.

Per quanto ci riguarda, insieme ad alcuni colleghi pugliesi nel 2001 abbiamo fondato l’associazione Presidi del libro, che oggi conta più di sessanta gruppi di lettori in Puglia e altrettanti in giro per l’Italia, con una forte presenza di insegnanti e bibliotecari. Nel 2004 i Presidi hanno dato vita al Forum del libro, la prima manifestazione del nostro paese in cui si sono ritrovati a parlare di promozione della lettura i titolari di esperienze innovative in ogni angolo del nostro paese, associazioni, biblioteche scolastiche, circoli di lettura insieme a istituzioni pubbliche e aziende private, premi letterari e…il Salone del Libro, rappresentato in quella occasione da Ernesto Ferrero. Mi ricordo che Ernesto in quella occasione fece un intervento entusiastico, definendo quell’incontro tra i più diversi operatori al Teatro Petruzzelli di Bari, un evento storico, come il giuramento della Pallacorda…

Ricordo questa esperienza – ma altre ce ne sono state, promosse anche da alcuni editori e librai presenti a questa riunione – perché il danno più grave che la vicenda di cui oggi discutiamo rischia di produrre è quello di farci fare un grande salto all’indietro, ai tempi in cui si pensava che ciascuno potesse fare per conto suo…Peggio ancora, si rischia di produrre una divisione profonda non solo tra editori e mondo delle biblioteche o della scuola ma anche tra gli stessi editori, in base a categorie sempre più stereotipate e rituali (piccoli e grandi oppure indipendenti e asserviti o magari intellettuali e commercianti…).

Il nostro paese, come ben sappiamo condivide con la Grecia e il Portogallo il primato negativo dei consumi culturali in Europa, non solo nei libri, ma anche nel cinema come nel teatro, nella frequenza ai musei come nella musica. Per rimontare questa situazione (che non è slegata da altri indici negativi, come il calo della produttività e dell’occupazione, la corruzione e la scarsa mobilità sociale), occorre un grande progetto nazionale di promozione della lettura. Un progetto che ancora non si vede, nonostante l’impegno di tanti. Un progetto che richiede competenze, primariamente sviluppate nel mondo della scuola e delle biblioteche.

Come può l’AIE ignorare questo dato essenziale? E se si ritiene che il Salone non sia una occasione solo commerciale, come può pensare che la gestiscano gli editori da soli? Nell’intervista di stamattina sul Corriere della Sera il presidente dell’AIE dice la stessa cosa che aveva già scritto, sempre sul Corriere, in risposta a mio cugino e a me: che consulterà tutti…Ma qui non è questione di “consultare”: occorre progettare e gestire insieme ai bibliotecari, agli insegnanti, ai librai se si riconosce loro la stessa capacità professionale e una competenza diversa ma di pari livello degli editori. E dunque occorre che nel consiglio di amministrazione di un Salone del Libro siedano i rappresentanti di queste categorie.

Forse una delle ragioni di questo errore solipsistico dell’AIE sta in una idea sbagliata su cosa voglia dire promuovere la lettura. Forse è lo stesso incredibile errore concettuale che portò tanti nostri colleghi a concepire la prima edizione di ‘Io leggo perché ‘ come imperniata solo sui romanzi, come se la motivazione alla lettura potesse scaturire dalla lettura di Madame Bovary e non anche da una biografia di Marilyn Monroe, da un incontro con Alessandro Baricco e non anche con Carlo Rovelli o Gian Antonio Stella…

Ecco perché sono preoccupato da questa fuga in avanti che vedo nell’annunciare prima ancora di discutere. Oggi Motta rimprovera alle istituzioni torinesi una mancanza di attenzione, una indisponibilità al dialogo nei mesi trascorsi. Credo che abbia ragione. Ma doveva denunciarlo prima, non solo nelle riunioni dell’Associazione ma anche in pubblico, sui giornali come fa adesso, perché’ questa di cui parliamo è appunto una materia pubblica, che interessa tutti i cittadini italiani.

E Motta ha anche ragione nel lamentare una grave carenza gestionale per molti anni, se no non ci sarebbe stato un così drastico ribasso delle tariffe di utilizzo del Lingotto al primo incontro con il nuovo sindaco di Torino. Ma anche su questo sarebbe stata molto più forte ed efficace una richiesta pubblica di trasparenza, magari chiedendo precise garanzie e minacciando di andarsene, se non si fossero ottenute. Se l’AIE desiderava un ruolo di leadership poteva chiederlo espressamente e pubblicamente, perché credo che sia sbagliato pensare di fare da soli, ma sia invece giusto praticare una leadership condivisa.

Queste riflessioni oggi rischiano di apparire pleonastiche: siamo ormai da tempo sul campo di battaglia, con gli eserciti schierati tra sventolio di vessilli e rullare di tamburi. Peccato che la città da conquistare rischia di essere vuota.

Cosa possiamo fare? Io credo che la soluzione non solo esiste ma dovrebbe apparire ovvia a qualunque persona di buon senso. La si può riassumere semplicemente così: 1) mantenere Torino come sede del Salone del Libro, per non disperdere le tante esperienze maturate negli anni, ma a condizione che si rifondi la sua governance, con una partecipazione maggioritaria degli editori; 2) creare a Milano una nuova grande manifestazione, che non sottragga nulla a Torino ma aggiunga occasioni per tutti: a me piacerebbe ad esempio una Fiera dell’innovazione editoriale, questa sì con una forte caratterizzazione internazionale, un vero punto di incontro tra operatori di tutto il mondo sulle sperimentazioni e le frontiere della editoria digitale e in rete.

Ma ciò che sembra ovvio, applicando la logica e la razionalità, spesso non fa la storia, quando prevalgono rivendicazioni identitarie e aspirazioni di potere a breve termine. Purtroppo questo è il nostro caso oggi. Da quanto dichiara Motta avremo l’incredibile circostanza del presidente di una associazione di categoria che in un colpo solo riuscirà a contraddire e scontentare due ministri, titolari degli ambiti operativi più importanti per gli editori rappresentati…C’è di che stropicciarsi gli occhi!

Occorre, infine, chiedersi quanto sia oggi conveniente creare un’altra associazione degli editori sull’onda della vicenda torinese. Io credo che proprio per le ragioni esposte, proprio per non alimentare gli stereotipi che hanno riempito i giornali in questi mesi, oggi dobbiamo parlare con i colleghi dell’AIE e convincerli che l’Associazione deve cambiare rotta. Ciascuno lo farà con chi può e come può. Io l’ho fatto in questo periodo con tanti colleghi che stimo: domattina ad esempio incontrerò Renata Gorgani, da poco designata presidente della ‘Fabbrica del libro’.

Certo i tempi sono stretti. Ma non possiamo aderire a iniziative discutibili e malfatte solo perché non c’è il tempo. A chi in questi giorni ha chiesto a mio cugino Alessandro e a me se nel 2017 parteciperemo a Torino o a Milano, abbiamo risposto che non sappiamo e che non è da escludersi che non andremo a nessuna delle due…

Ma io continuo a sperare e – con tutti i miei limiti a operare –  perché prevalga la ragione.

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Il meglio di Pagina3: settimana dall’11 al 15 marzo 2013 https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-11-15-marzo-2013/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-11-15-marzo-2013/#respond Fri, 15 Mar 2013 15:41:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13445 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Fernando Pessoa.)
Lunedì 11 marzo:

• Julian Barbour, l’uomo che ammazzato il tempo”. Articolo di Claudio Gallo, La Stampa

 “Libertà e diritti non sono negoziabili”. Intervista a Stefano Rodotà a cura di Rossella Guadagnini, MicroMega rivista online

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Fernando Pessoa.)

Lunedì 11 marzo:

• Julian Barbour, l’uomo che ammazzato il tempo”. Articolo di Claudio Gallo, La Stampa

 “Libertà e diritti non sono negoziabili”. Intervista a Stefano Rodotà a cura di Rossella Guadagnini, MicroMega rivista online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è  Becoming, un brano del 1962, tratto dall’album The New Tristano, eseguito e composto da Lennie Tristano

 

Martedì 12 marzo:

 “Ma quale realismo magico?. Intervista a Carlos Fuentes a cura di Massimo Rizzante, 2011, la Repubblica, p. 52-53 (ora ripubblicata dalla rivista Nuovi Argomenti)

 Conversazione con Antonio Tabucchi a cura di Fabio Gambaro, Magazine Litteraire, 2004  (Feltrinelli editore)

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Bound for the beauty of the south, un brano del 2001, dall’album, Strange place for snow, eseguito dallo Esbjorn Svensson Trio

 

Mercoledì 13 marzo:

 “Essere Pessoa”. Nota di Paolo Collo, Giulio Einaudi Editori online

 “La via, la Verità e Twitter”. Articolo di Gianfranco Ravasi, La Stampa, p. 28

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Blue Sphere, un brano del 1971, eseguito e composto da Thelonious Monk

 

Giovedì 14 marzo:

 “Cerati, il san Francesco dei librai”. Novant’anni del presidente custode dell’anima Einaudi. Articolodi Ernesto Ferrero, La Stampa, p. 39

 “Buon compleanno Mr. Roth”. Articolo di Antonio Monda, la Repubblica, p. 63

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Ancient Cape, un brano eseguito e composto da Abdullah Ibrahim; dall’album del 1991 Desert Flowers

 

Venerdì 15 marzo:

• 50 anni di Adelphi. Roberto Calasso: fare libri nell’età dell’inconsistenza”. Articolo di Antonio Gnoli, la Repubblica, p. 52-53

 “Prima del rap c’era Francesco De Gregori”. Articolo di Francesco Pacifico, IL magazine del Il Sole 24 Ore, p. 111 e ss

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano del giorno è Swive, del 1994, tratto dall’album, Loopholes, eseguito dai Piano Circus

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Scaricando la mia biblioteca https://minimaetmoralia.it/editoria/scaricando-la-mia-biblioteca/ https://minimaetmoralia.it/editoria/scaricando-la-mia-biblioteca/#comments Thu, 14 Mar 2013 10:22:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13495 (Immagine: Holland Park Library, Londra, 1940.)

di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.

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(Immagine: Holland Park Library, Londra, 1940.)

di Diego Bertelli

Nel 1931 un trasloco fornì a Walter Benjamin l’occasione per un breve scritto intitolato Ich packe meine Bibliothek aus. Eine Rede über das Sammeln (Spacchettando la mia bilioteca. Un Discorso sul collezionare). Si tratta di un brano che invita il lettore a condividere «lo stato d’animo, niente affatto elegiaco, teso e ansioso piuttosto» che i libri «suscitano in un autentico collezionista»; l’apertura della scatole contenenti i volumi, la gioia segreta di un ritrovamento, «la lieve noia dell’ordine» che a breve seguirà: sono tutte sensazioni rivelatrici di un legame più che mai intimo tra il soggetto e l’oggetto in questione.

Benjamin non lo nasconde: una riflessione sul collezionismo è, prima di tutto, autobiografia; anzi, l’«esame delle diverse modalità di acquisizione dei libri» diviene il solo modo di razionalizzare le emozioni e fa da «argine contro la piena dei ricordi che si riversa su qualsiasi collezionista quando si occupi dei suoi tesori». Da un tale atteggiamento «teso e ansioso» emerge allora un piacere assimilabile a quello di un erotismo sottile, palpitante, che coinvolge l’esistenza del collezionista e indulge a «un rapporto oltremodo enigmatico con la proprietà». Che si tratti di un corpo o di un libro, l’oggetto di un vero desiderio rimane oscuro e incomprensibile a colui che tenta di esercitare un controllo su di esso.

Collezionare, infatti, riduce ogni acquisizione a un feticismo delle forme: dei libri, dice Benjamin, citando Anatole France, «la sola conoscenza certa è quella dell’anno di pubblicazione e della forma […]». Anche l’incompresione più profonda sembra però avere un senso; esso, per quanto radicale, si rivela soltanto alla fine o, sarebbe meglio dire, con la fine: di fronte alla scomparsa di colui che ha desiderato. Solo allora sarà possible comprendere la necessità di un possesso altrimenti incomprensibile: nei libri che sopravvivono al collezionista rinvenire la sua intera esistenza.

È certo che oggi, a poco più di ottant’anni di distanza dalle considerazioni di Benjamin, il collezionismo potrebbe davvero assumere significati sempre più radicali, specie di fronte alla paura che sia il libro a scomparire, soppiantato da una nuova forma di fruibilità dei contenuti: quella della pagina elettronica, con la sua natura virtuale e intangibile. Siamo così di fronte a una prospettiva completamente antitetica: alla necessaria scomparsa del collezionista si è sostituito adesso il presentimento che sia il libro a dover affrontare questo destino prima ancora di essere posseduto. La diffusione su ampia scala di Internet e lo sviluppo di connessioni sempre più veloci nel trasporto di una mole impressionante di dati stanno trasformando radicalmente il senso del possesso materiale dei libri, ridefinendo completamente anche un più sobrio concetto di conservazione.

È stata la lettura casuale di un articolo di Federico Guerrini del 14 settembre 2011 su La Stampa a determinare il click: sembra che i designer di Ikea abbiano deciso di ridimensionare «Billy», la loro storica libreria. Il titolo dell’articolo ha un che di apocalittico: L’Ikea si prepara alla fine del libro (di carta). La ragione è che «Billy», la più venduta e più tradizionale libreria del colosso scandinavo, non servirà più soltanto da contenitore di libri, ma come luogo di esposizione. In buona sostanza, quello che si era già iniziato a vedere da tempo sulle riviste di design e arredamento ha infine raggiunto il suo stadio più compiuto di massificazione. È allora vero che ci saranno più soprammobili e meno libri. Che la decisione di Ikea sia davvero imputabile alla rivoluzione del libro elettronico resta una questione aperta, ma nonostante le librerie si siano fatte un lifting dimensionale, ci saranno ancora tanto i libri che si comprano quanto i libri che si scaricano, così come ci saranno soluzioni ibride e marcatamente pleonastiche: i libri che si «mostrano», comprati magari dopo averli letti in formato elettronico, a conferma di un carattere sempre più vintage delle vecchie edizioni cartacee. Perché un fatto è certo: gli e-Book non stanno di necessità uccidendo il libro tradizionale.

Un caso molto significativo, riportato da Ernesto Ferrero in un intervento apparso sul Corriere delle sera del 16 giugno 2012, riguarda il collettivo bolognese Wu Ming, «i quali ormai da dieci anni sostengono che la disponibilità in Rete dei loro romanzi non solo non ha danneggiato le vendite in libreria dei medesimi titoli, ma le ha semmai favorite». Difficile dunque stabilire un trend: per adesso l’andamento conosce fluttuazioni continue perché la rivoluzione è appena avvenuta; anzi, sta ancora avvenendo: a un calo di acquisti materiali di un titolo o di un autore non corrisponde necessariamente l’aumento proporzionale dei loro download. La decisione di acquistare un libro piuttosto che un e-Reader è, in questa circostanza, una questione di scelta, di gusti, di punti di vista, del modo di essere di ognuno. Un fatto: grazie ai formati sempre più “leggeri” del materiale scaricabile, questi “lettori elettronici” contengono già in parte e conterranno sempre più in memoria il corrispettivo di intere biblioteche. Stiamo parlando di banche dati virtuali, in cui la questione dei contenuti si farà sempre più radicale; ma alla versatile capacità di immagazzinare informazioni corrisponderà il rischio, altrettanto concreto, di perderli. Ironia della sorte, il problema che si pone ai database odierni, nonostante sistemi sempre più sicuri ed efficienti di back-up, è ancora quello delle biblioteche del passato.

Oggi però, anche nel caso degli e-Reader, il rischio della scomparsa del libro, cartaceo o elettronico che sia, coincide paradossalmente con una sua sovrapproduzione, la stessa di cui si era già preoccupato, con incredibile acume, Giacomo Leopardi in alcune lucidissime pagine dello Zibaldone e che ha portato, non più tardi di trent’anni fa, alle prime discariche di libri a Lipsia, in Germania. E non è ancora tutto: in un recente volume di Robert Darnton, intitolato Il futuro del libro, apprendiamo che le biblioteche stesse sono da tempo costrette a una logica darwiniana di autoselezione, nel migliore dei casi cedendo e, nel peggiore, distruggendo ciclicamente i libri conservati sino a quel momento. Arriveremo allora allo sviluppo di una funzione di «discarica» degli e-Book? Una considerazione sulla produzione eccessiva o sulla presenza eccessiva di dati risulta più che mai significativa in un mondo «informato», oggi come mai prima, da tutta una serie di «economie del superfluo». Così la «riproducibilità» benjaminiana si fa acquisizione nostalgica di fronte al bisogno di una più moderna «riciclicità» dell’opera d’arte.

È facile capire che a mancare dalle librerie, ma non a scomparire, saranno le edizioni con note e apparati, le curatele di studiosi che hanno passato la vita a cogliere il senso di un singolo autore o di una singola opera. Vi saranno allora vie preferenziali di acquisizione di versioni cartacee per biblioteche e istituti di ricerca. Ad aumentare in libreria saranno invece le edizioni fatte per essere abbandonate non appena lette, se non addirittura nel mentre; edizioni a basso prezzo, messe insieme con un po’ di colla e carta riciclata. Il libro si consumerà quindi a mo’ di fast book: un morso e via, tutto nel cestino. Ma come stanno reagendo i vecchi editori a questi nuovi “lettori”? Da parte loro, le grande case editrici, proprio attraverso i punti vendita deputati al cartaceo, non possono non sostenere la convenienza di una scelta a favore degli e-Book, specie se non vogliono fare una brutta fine. Basta ricordare la notizia riportata dal Wall Street Journal il 20 luglio 2011 sul fallimento della seconda catena di librerie più grande degli Stati Uniti, la Borders Group Inc.

Alcune delle osservazioni riportate in quell’articolo sono significative. Come chiarisce Lorraine Shanley, consulente per Market Partners International, seppure in libreria gli spazi riservati al libro si stiano sempre più riducendo a favore degli e-Reader, «bookstores are needed to create excitement even though the final transaction may be digital». Possiamo inferire che la scomparsa del libro potrà esser scongiurata dal semplice fatto che esso rappresenta uno stimolo per il compratore, dal suo utilizzo come libro-manichino, dato che l’abito di sfogliare pagine in libreria, pur senza acquisto, è da considerarsi un costume sociale. Di contro, la diminuzione del numero di volumi da stampare o da “tenere” in libreria ha già avuto un impatto sulla produzione di nuovi libri e dunque sugli autori, i quali stanno perdendo uno spazio che apparteneva loro, non soltanto in termini di promozione. Sembra davvero un circolo ostinatamente vizioso, al quale si aggiunge il fatto che la vendita del libro cartaceo è “osteggiata” oggi, se così si può dire, dalla concorrenza di siti come Amazon o eBay, in cui anche i privati rimettono in circolazione i propri acquisti in modo conveniente. E i piccoli librai? Diventeranno sempre e soltanto più piccoli? Intorno a loro si organizzeranno gruppi di nostalgici bibliofili, con tutto il carico delle loro “perversioni” post-benjaminiane? Questa previsione potrebbe rivelarsi sbagliata. La verità è che risulta davvero difficile confrontare la situazione del libro di oggi a quelle del passato. Se pensiamo ad alcuni precedenti importanti, il pericolo della scomparsa del libro c’è già stato, o almeno c’è stato il clamore intorno alla sua possible scomparsa. Mi viene in mente il lancio degli audiobook, che hanno avuto un discreto seguito, specie tra dottorandi e joggers americani, negli anni Ottanta e Novanta, e che qualcuno ancora adesso usa. Anche allora si è temuta la fine del cartaceo.

Oggi pare quasi incredibile ricordarlo. Col senno di poi possiamo concludere facilmente che l’ausilio di un mangiacassette o di un lettore compact disc non ha mai assunto in passato quel grado di dipendenza avuto dai laptop e dai tablet odierni. Eppure, ancora ignari di quello che Internet sarebbe diventato, la paura di allora sembrava del tutto motivata. Siamo sinceri: di scomparsa del libro si è parlato ancora e spesso, se non da sempre. Retrocediamo con calma. Imputati principali del Novecento: TV, cinema, carta stampata. Agli esordi del secolo scorso si discusse ampiamente dello stesso problema. Era l’epoca della Cronaca bizantina e della diffusione dei primi giornali. Allora la domanda era la seguente: il giornale ucciderà il libro? La pagina elettronica ha determinato una rivoluzione diversa da quelle precedenti per via dell’importanza assunta da Internet nella vita di tutti i giorni: scaricare un libro viene naturale come leggere una e-mail. La necessità di una connessione costante ha imposto alla lettura nuove strategie. Lo scambio odierno di dati scaricabili non è paragonabile a niente altro: anche i giornali e la musica sono finiti a vorticare nello stesso, identico maelstrom. La verità è che non siamo più di fronte a supporti diversi di uno stesso contenuto. Il libro è in questo caso sempre un libro: abbiamo ancora caratteri alfabetici che compongono titoli, paragrafi, capitoli; abbiamo pagine e numeri di pagine: abbiamo, dunque, “il libro.” È un po’ come aver “attraversato lo specchio.”

Le cose sembrano quelle di prima, ma non si comportano più come prima. Lo spazio ora è quello dello screen, la cadenza quella del touchpad, col contorno di application che caratterizza gli e-Reader, da Kindle a Nook, all’iPad: tutti sempre più sottili e portatili, efficienti e leggibili, belli e fragili, proprio come un libro. Parlando non troppo tempo fa con un amico di un mio lungo viaggio in auto nel sudovest degli Stati Uniti mi sono ritrovato ad ascoltare una storia che pareva uscita da una qualche pagina beatnik: per le strade del Colorado, poco più di dieci anni fa, un gruppo di roadtripper che su un furgone getta libri lungo il bordo della strada. Motivo? Alleggerire il carico, come su una mongolfiera, per via di una salita resa impossibile dal peso di cinque persone e da tutto il loro bagaglio. La zavorra? I libri: fu la prima cosa a cui pensarono. Quando chiesi al mio amico perché, lui alzò le spalle e sorrise: I don’t know, I guess they were not real books. Ecco il punto: i libri veri. Al di là del numero di volumi presenti su quel furgone e del loro impatto effettivo sul suo peso, l’immagine resta efficace. Se si fosse trattato dei libri veri ciò non sarebbe accaduto. Penso allora a quei libri gettati: edizioni paragonabili ai piatti di plastica con cui si fanno i rinfreschi, disse lui. Penso a certi libri di cui anch’io mi sono liberato, appartenenti alla famiglia dei disposable book. Mi rassicuro. Credo davvero che la scomparsa dei libri, come la comparsa degli e-Book, sia una questione del tutto virtuale.

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#DirettaSalone – Lunedì 14 maggio https://minimaetmoralia.it/editoria/direttasalone-lunedi-14-maggio-2/ https://minimaetmoralia.it/editoria/direttasalone-lunedi-14-maggio-2/#respond Tue, 15 May 2012 13:00:34 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7895 Aspettando Alex - sala gialla - ore 18
di Daniele Manusia

La Sala Gialla (Padiglione 3) dove fuori programma è stato deciso di presentare il nuovo libro dell'ormai ex-capitano bianconero Del Piero (dal paradossale titolo: Giochiamo ancora, Mondadori), era piena già un'ora prima dell'inizio dell'evento. Quando arrivo io la porta è chiusa, ma intorno a me c'è ancora la speranza che lascino entrare qualcuno.

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Aspettando Alex – sala gialla – ore 18
di Daniele Manusia

La Sala Gialla (Padiglione 3) dove fuori programma è stato deciso di presentare il nuovo libro dell’ormai ex-capitano bianconero Del Piero (dal paradossale titolo: Giochiamo ancora, Mondadori), era piena già un’ora prima dell’inizio dell’evento. Quando arrivo io la porta è chiusa, ma intorno a me c’è ancora la speranza che lascino entrare qualcuno. Così la gente in fila tiene il libro sulla testa, o in mano sporgendosi sulle spalle di quelli davanti, con l’illusione che aver acquistato il libro possa influire su un eventuale criterio di selezione all’ingresso. È impossibile quantificare il numero di persone presenti. Una dozzina di metri quadri densissimi di adolescenti sudati e preadolescenti con le scarpe con le rotelle, adulti paonazzi e donne con la maglia della Juve firmata, cappellini rosa e marsupi in diagonale. Accenti piemontesi che, almeno a me, sembrano sardi.
Il malinteso dipende da un cartello affisso sulla porta gialla: “SOLO FIRMA LIBRO”. Un tipo magro e rosso di capelli, con le bretelle nere e la camicia bianca sposta prima le transenne (“Mia mamma voleva facessi l’avvocato”) e poi comunica che la sala è piena e molto probabilmente non potrà far entrare nessuno neanche dopo la presentazione. Neanche solo per farsi firmare il libro. Resta lì un po’, prova a a fare il simpatico : “Se volete restare per il piacere di restare bene, sennò l’evento sarà trasmesso in diretta su Sky e Mediaset e sui televisori lungo il corridoio”. Quindi accende un televisore di fianco a lui, l’inquadratura del palco vuoto e una gigantografia della copertina del libro. L’immagine di Del Piero sembra sottrarsi anche lì, arretrando nell’oscurità, piuttosto che uscendone fuori.

Dei carabinieri in assetto anti-sommossa (oggi è stato presentato un libro sul Tav, credo) appiccicano col nastro da pacchi un nuovo cartello: “SALA ESAURITA”. Ci sono due buttafuori davanti alla porta, un torinese col naso schiacciato e la sommità della testa piatta come un tavolino, e un romano con le Hogan e i capelli bianchi. Il tipo con le bretelle prova a spiegare alle persone che non ci può fare niente, che se la sala è piena significa che ci sono persone venute prima di loro (“E io cosa gli dico a quelle sei/settecento persone che si sono messe in fila all’una?”), poi si innervosisce, capisce che non c’è dialogo e se ne va col buttafuori torinese, lasciando solo il romano con le Hogan.

Seguono gli appunti che sono riuscito a prendere di una lunga conversazione tra il buttafuori romano e il pubblico che non ci sta a non vedere il proprio idolo da vicino e portarsi a casa la sua firma su un libro che prima o poi marcirà, ma sempre dopo di loro:

“Io sono cinque anni che faccio ‘sto mestiere. Vuoi con Carofiglio, vuoi con Saviano, vuoi con Del Piero, ci sono sempre problemi. E i problemi lo sai chi li crea? Il pubblico. Giustamente. Con Ligabue era pure peggio di così. Io mi sono fatto pure Umberto Eco.”

“Vabbé ma perché loro sì e noi no?”

(dalla cassa sotto al televisore arriva l’annuncio ripetuto, rivolto alla gente già dentro la sala, che chi non ha comprato il libro può farlo alla destra del palco)

“Perché avete fatto entrare gente senza libro?”
“In che senso, scusa? Allora pure agli altri eventi faccio entrare solo gente con il libro? Ti pare giusto? No.”
“Vabbé ma è logico. Io mi son comprata il biglietto della metro e il libro apposta per farmelo firmare da lui.”
“Ma chi t’ha detto di comprare il libro. Ti ha costretto qualcuno?”

(passa un altro annuncio rivolto a quelli in sala: “Dovete andare in fondo. In fondo. Del Piero ha già detto che se vede qualcuno che si vuole far firmare una maglietta o un pallone, si alza e se va. Firmerà solo il libro. E niente foto. Niente foto con lui”.)

“Qui subentra un problema di ordine pubblico. Sai cos’è la 6-6-2?
(il buttafuori in risposta a una richiesta che non ho sentito)

“Fate entrare almeno lei che è il suo compleanno!”

“È una truffa.”
“Signora non dica, scusi la parolaccia, cazzate.”

“Può anche fare due presentazioni, no? Perché non viene un po’ incontro alla gente?”

“Ne puoi far entrare uno solo?”, dice un uomo sulla quarantina in quinta fila, sorridendo. Quell’uno solo, ovviamente, sarebbe dovuto essere lui.

Quando la pressione si fa troppo forte il buttafuori dice: “No comment”. E se ne va anche lui. Dei ragazzi arrivati da poco pensano che Del Piero stia per uscire da un momento all’altro, e tengono il telefonino il più in alto possibile puntato sulla porta gialla. Qualcuno ogni tanto scatta una foto, alla porta gialla.

Si fanno le sei. Del Piero non è ancora arrivato. Una ragazza in prima fila, la più disperata di tutte, con degli orecchini coi colori della bandiera americana (ma con una forma astratta che non rappresenta nulla, forse una macchia d’inchiostro ma non avrebbe senso), dice alla porta: “E quella davanti a me è entrata pure senza libro!”. Tiene in mano, sospeso oltre le transenne il libro dalla parte della quarta di copertina: “Mi chiamo Alessandro Del Piero e gioco a calcio. Tutti i miei sogni di bambino si sono avverati. Non penso che a un uomo possa toccare una sorte migliore”.

Quando una professoressa viene a richiamare dei ragazzi dietro di me il cui pullman partiva alle sei, me ne vado anch’io. Perché va bene avere dei sogni, ma se a un certo punto non si sono avverati tanto vale andarsi a mangiare una rustichella all’Autogrill.

Giornalismo e nuove tecnologie – Un cambiamento radicale nel modo di comunicare – A cura dell’Accademia della Crusca – Sala Azzurra, ore 16.30

di Marta Ciccolari Micaldi

Non si poteva sperare in una maggiore profondità critica e in una così ricca esperienza sul campo per concludere il dibattito sui new media che ha animato, nelle sue forme più diverse, l’intera 25esima edizione del Salone del Libro. La Sala Azzurra ospita una tavola rotonda d’alto livello: moderate con eleganza da Ugo Cardinale (“il dotto” docente di Linguistica), si alternano le opinioni di Enzo Golino (“il saggio” dell’Espresso), Anna Masera (“la super social” de La Stampa), Giovanni Santambrogio (“l’economo” de Il Sole 24 ore), Giorgia Garberoglio (“la giovane” di Leggo) e Ilaria Bonomi (“la prof” dell’Accademia della Crusca). L’incontro si apre alla Columbia di New York, che, nelle parole di Cardinale, rappresenta la fucina critica più brillante a proposito di giornalismo e new media, in primis perché quest’anno il Premio Pulitzer compie 100 anni. La domanda che dalla Columbia arriva oggi a Torino è: che tipo di giornalismo sopravvivrà? Quello specializzato, digitalizzato e socializzato, spiega Cardinale, anche se non si risparmia di paragonare la sorti del giornalismo alla trama di un libro giallo. Il finale è ancora misterioso.

La parola passa poi agli ospiti, orchestrati a seconda del loro lavoro e delle loro conoscenze: Golino incanta con l’aneddotica e la saggezza del grande professionista in pensione (che però ancora scrive, e come!), il quale tuttavia sostiene a gran voce che le nuove tecnologie non sono il diavolo e che è necessario aver cura della “cucina giornalistica” come lo si faceva una volta, solo con strumenti diversi (il controllo delle fonti, ad esempio); la Masera interroga il giovane pubblico sull’uso di Facebook, lo stuzzica sollecitando alzate di mano e ponendo una domanda tanto materiale quanto urgente: “lo stipendio chi ce lo paga se volete l’informazione gratis?”; mentre la collega de La Stampa, dopo il suo intervento, si dedica ad interagire con i suoi follower Twitter dall’iPad direttamente dal tavolo dei relatori, Santambrogio si occupa proprio di analizzare l’aspetto economico dell’informazione citando Debenedetti : “il giornale cartaceo costerà di più e diventerà uno strumento di approfondimento per forgiare idee proprie!”; veloce e conciso l’intervento della Garberoglio che evidenzia una somiglianza diretta tra linguaggio del free press cartaceo e linguaggio dei new media: entrambi puntano alla brevità e sono nelle mani dei giovani: infine la Bonomi analizza l’aspetto linguistico del nuovo giornalismo, sostenendo come l’atteggiamento verso la parola scritta sia diventato più informale e meno timido, più creativo (è da qui che arrivano i neologismi, non più dalla letteratura) e meno lontano dal parlato.

Dal pubblico arriva una nota dolente: dov’è finito il correttore di bozze che ci eviterebbe di notare così tanti refusi nella stampa online? È stato mandato via, dice Golino, e il testo spesso passa dal pc del giornalista alla pagina web e i giornalisti dovrebbero fare più attenzione. È senz’altro vero, ma dopo quest’incontro così denso di idee ragionate, qualcosa alla categoria glielo possiamo ancora perdonare!

Nota in defensa de Fernando Arrabal

(pubblicata sul Corriere nazionale)

di Francesco Forlani

… autre arrabalesque: “Dis-moi, cher arbre, pourquoi toi qui as tant de branches accueilles-tu si bien le “desterrado” dans tes bras? (Dime, querido árbol ¿por qué tù, que tantas ramas tienes, acoges tan bien al desterrado entre tus brazos?)

Oggi, al Salone del Libro, volevo sentire Alessandra Terni leggere qualcosa. Leggere qualcosa che non fosse una pagina di un’opera condivisa. Alessandra è un’amica incredibile. Risponde presente ogni volta che c’è da fare letteratura. Così volevo sentirla leggere qualcosa che non conoscessi, qualcosa che gli era stato detto di leggere in tanto che reader ufficiale al Salone. Ecco perché sono andato all’incontro con Ricardo Menèndez Salmon, moderato dall’eccellente Saverio Simonelli. Appena sono arrivato ho ritrovato la mia amica Ornella e per la prima volta ho potuto incontrare Ernesto Ferrero al salone. Gli ho detto dell’Azione Atzeni, di cui avevamo parlato a una conferenza fatta insieme su Cendrars e Céline, e dei quattro incontri. Gli ho detto di di come fossero andate bene le cose, e non tanto inspiegabilmente, visto che c’era la passione di tutti in gioco. Ernesto Ferrero è stato davvero un amico dello scrittore sardo, e mi ha detto poche frasi a conferma del sentimento autentico che lo legava a lui.

Mi sono seduto. Mi sono seduto e abbandonato in una quinta fila mentre echeggiavano ancora le parole dette all’incontro di oggi con Quinta di Copertina, sull’abbonamento all’autore. Qualcuno di voi si starà certamente chiedendo dove voglia andare a parare questa nota. Bene. Ricapitoliamo. Salone del libro, l’amicizia, l’amore per la letteratura, lo scrittore che genera un’opera che trova, senza cercarlo veramente, un pubblico non all’altezza. Un pubblico che vuole dire, editori, scrittori, lettori, e quant’altro.

Così dopo che Alessandra aveva letto dei passaggi, e l’interprete tradotto, e il moderatore accomodato per i presenti in sala, il discorso si è allontanato sul finale dallo specifico del libro, appena pubblicato da Marcos y Marcos, per affrontare questioni più generali. La Spagna d’oggi, la Spagna di ieri, la crisi, la tristezza.

Così Ricardo Menèndez Salmon ci dice, a un certo punto, che la Spagna è oggi un paese triste. Lui ha l’aria allegra e in più d’uno ci prende un moto di non accettazione. Non siamo indignados, però. E allora davvero curioso di sapere cosa lo scrittore pensasse di una cosa che avevo scoperto al mattino, gli chiedo di sta cosa.

Sta cosa è che vagando per la piazza di Spagna così si chiama lo spazio dedicato a uno dei due paesi ospiti del salone, lungo la curvilinea libreria del grande stand, ho notato che mancava una voce. Nel grande dizionario della letteratura ti accorgi da subito se manca una voce come quando alle superiori nel fare una versione, prima ancora di aprire il dizionario bastava notare la pagina strappata di sguincio per prevedere che la parola in questione fosse proprio su quella. Per sicurezza ho chiesto a un addetto, ma gli addetti si sa che non dicono più di quanto non si veda, e un’altra persona, più responsabile mi ha confermato l’assenza. Tra tutte le voci mancava, e di certo non la sola, quella di Fernando Arrabal. Que pasa? Nada de nada, mi dice, di Arrabal. Pas d’Arrabal, come un passo di danza. Così chiedo allo scrittore spagnolo di cui Alessandra ha appena finito di leggere una pagina, cosa ne pensa di Fernando Arrabal. Lui fa una smorfia come di stizza, manco gli avessi chiesto dei mondiali di calcio di Spagna e poi testualmente dice:

“Fernando Arrabal non è uno scrittore spagnolo. Ha vissuto tutta la vita in Francia e si è imbevuto di quella cultura. Da noi si sa poco di lui, e l’immagine il fotogramma che galleggia da noi (qui vale la licenza poetica) rimasto impresso nell’immaginario collettivo degli spagnoli è di una trasmissione televisiva in cui era ubriaco”. Rimango senza parole. la ragazza con il microfono gelato di sala mi sorride, vorrebbe porgermelo per una replica ma le faccio segno di no. Tengo a mente ancor prima di averlo appreso, l’insegnamento di un mio carissimo amico torinese sul cosa fare in questi casi. Il suo papà gli diceva infatti che in casi come quelli perfino il silenzio si dimostrava insufficiente a stabilire un ordine nel disordine della mediocrità.

Certo ci stava un beau geste alla Michele Mari che schiaffeggiò un noto critico che aveva pisciato fuori dal vaso, o un pamphlet seduta stante sulla falsa riga di quello bellissimo di Pasquale Panella rivolto a Gianni Boncompagni. Gianni Boncompagni che poco dopo la morte di Lucio Battisti aveva detto: ” Dio li fa e poi li accoppa”. E Pasquale Panella, ultimo collaboratore ai testi di Battisti, gli aveva risposto :«Permettetemi di essere il teppista che sono (…) Vieni fuori, che facciamo un po’ di letteratura con le mani… Ballerinette cionche dei miei coglioni che non siete altro… State mettendo un popolo di spettatori sotto le spiritosaggini dei vostri livori». Una cosa così.

Invece rimanevo in silenzio basito, pensando a Fernando Arrabal, al panico, patafisico, straordinario autore di opere memorabili. Letterarie, di narrativa e poesia, teatrali, cinematografiche, Su wikipedia è scritto:

” l’unico ad aver collaborato con tutte quelle che sono le tre icone dell’arte contemporanea: André Breton per il Surrealismo; Tristan Tzara per il Dadaismo e Andy Warhol per la Pop art.

“L’opera completa del suo teatro, edita nelle principali lingue, è stata pubblicata in due volumi di più di duemila pagine nella collezione Clásicos Castellanos (Classici Spagnoli) della casa editrice Espasa nel 1997 e aggiornata nel 2009.”

“Ancora vigente la dittatura franchista, nel 1967 Arrabal fu portato in giudizio e condannato alla detenzione, nonostante le proteste e le dimostrazioni di solidarietà della maggior parte degli scrittori dell’epoca, da François Mauriac a Arthur Miller, a cui si aggiunse l’esortazione del drammaturgo irlandese Samuel Beckett, che dichiarò: «Se una colpa c’è, che venga giudicata alla luce del grande merito di ieri e della grande promessa di domani e venga quindi perdonata».

Voce che si conclude così:

La morte del Generale Franco ha finalmente permesso di riconoscere l’importanza dell’opera di Arrabal anche nel suo Paese natale. Alcune pièce hanno goduto di un’accoglienza costante negli anni, come per esempio Carta de amor con María Jesús Valdés portata in scena nel Teatro Nacional”

Io di Fernando ho un’opera dedicata, La pierre de la folie” e quando vado a Parigi mi capita di andare da lui ad incontrare altri spiriti liberi. Ho pubblicato e in alcuni casi tradotto alcune cose sue per nazione Indiana, la rivista Sud, e recentemente insieme a Riccardo De Gennaro un suo omaggio a Jarry su “Il reportage”.

Il tipo, sì lo scrittore ha detto che Fernando Arrabal non è uno scrittore spagnolo.

E così, di getto, facendomi prestare una penna da Ornella e il foglio da Alessandra ho scritto questo:

TAMBIEN (por Fernando Arrabal)

Beckett non è Irlandese

Nabokov non è Russo

Ionesco non è Rumeno

e Cioran tambien

Kristof non è Ungherese

Savinio non è Italiano

Kafka non è Ceco

e Kundera tambien

Picasso non è Spagnolo

e Buñuel tambien

ma poi chi cazzo è

dice il mio amico Enrico

Ricardo Menéndez Salmón

di lui sappiamo solo che è spagnolo

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