eroina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eroina/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:31:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg eroina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eroina/ 32 32 “Tu te lo sei fottuto?” Lou Reed e Lester Bangs https://minimaetmoralia.it/giornalismo/tu-te-lo-sei-fottuto-lou-reed-e-lester-bangs/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/tu-te-lo-sei-fottuto-lou-reed-e-lester-bangs/#comments Mon, 28 Oct 2013 07:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16105 Ieri Lou Reed è morto.

Non esiste un paradiso rock'n'roll. Ma se esistesse, appena congedato il ragazzo dell'ascensore, Reed avrebbe trovato ad accoglierlo il rompiscatole di sempre. Lester Bangs. Eccola, la celebre (la moneta vera e falsa del rock tradurrebbe: leggendaria) intervista uscita su «Creem» nel 1975 e pubblicata da minimum fax in Guida ragionevole al frastuono più atroce.

La traduzione è di Anna Mioni. In neretto le risposte di Lou Reed.

Lou ha cominciato con un complimento sarcastico che a metà strada si è trasformato in un insulto complimentoso: "Sai che sostanzialmente mi stai simpatico, anche se non vorrei. Il buonsenso mi porta a credere che tu sia un idiota, ma chissà come le uscite epistemologiche che fai ogni tanto tradiscono il fatto che sei un po' onomatopeico, in modo viscido e sotteraneo".

LB "Dio Bono Lou, sembri proprio Allen Ginsberg!". Ho detto io entusiasta.

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Ieri Lou Reed è morto.

Non esiste un paradiso rock’n’roll. Ma se esistesse, appena congedato il ragazzo dell’ascensore, Reed avrebbe trovato ad accoglierlo il rompiscatole di sempre. Lester Bangs. Eccola, la celebre (la moneta vera e falsa del rock tradurrebbe: leggendaria) intervista uscita su «Creem» nel 1975 e pubblicata da minimum fax in Guida ragionevole al frastuono più atroce.

La traduzione è di Anna Mioni. In neretto le risposte di Lou Reed.

Lou ha cominciato con un complimento sarcastico che a metà strada si è trasformato in un insulto complimentoso: “Sai che sostanzialmente mi stai simpatico, anche se non vorrei. Il buonsenso mi porta a credere che tu sia un idiota, ma chissà come le uscite epistemologiche che fai ogni tanto tradiscono il fatto che sei un po’ onomatopeico, in modo viscido e sotteraneo”.

LB “Dio Bono Lou, sembri proprio Allen Ginsberg!”. Ho detto io entusiasta.

 LR “E tu sembri proprio suo padre. Dovresti fare come Peter Orlovsky e andare a fare l’elettroshock. Non ne capisci niente di più di quando hai iniziato. Sei come un cane che si morde la coda”.

Accidenti, ha messo a segno il primo gancio sinistro prima di me.

“Stavo per dirti la stessa cosa! Non ti senti mai una caricatura di te stesso?”

 “No. Mi ci sentirei se dessi retta a voi stronzi. Siete dei fumetti”.

“Va bene, non mi dà fastidio essere un fumetto”, esclamo io, sorpreso, perdendo terreno sempre di più, “TRANSFORMER era un fumetto che ha superato se stesso”.

Mi ha detto di chiudere il becco e ce ne siamo stati lì seduti a fissarci come due vecchiacci davanti a una sputacchiera.

Ho chiamato a raccolta la mia spacconeria e glio ho detto: “Ok, ora decidiamo se vogliamo parlare di te o di me”.

 “Di te”.

“Va Bene. Comincia tu”.

 “Ok… mmm… secondo te chi vince il campionato di baseball?”

Io non so un cazzo di sport. “Ho visto Bowie l’altra sera”, ho detto.

 “Buon per te. Io credo sia una cosa penosa”.

“Ovviamente ti ha fregato tutti i riff”.

Speravo che questo scatenasse la competizione, anche se in realtà volevo dire ben di più di quello che ho detto. Andate a prendere la vostra copia di ROCK DREAMS e lo vedrete proprio là, il Mito: Lou Reed che sembra più giovane, innocente, che si tormenta il labbro con gli occhi sgranati immerso nelle nebbie del Quaalude, mentre Bowie sta appostato dietro di lui, in puro stile Lugosi, con gli occhi lucidi pronto a colpire.

Lou non ha abboccato: “Tutti fregano i riff. Anche tu li freghi. David ha scritto canzoni bellissime”.

“Ma daai”, ho gridato io con tutto il fiato che avevo in corpo, “sono capaci tutti di scrivere canzoni bellissime! Sam The Sham scriveva delle canzoni bellissime! David ha mai scritto niente di meglio di ‘Wooly Bully?'”

 “Hai mai sentito THE BEWLAY BROTHERS testa di cazzo?”

“Sì, stronzo, li ho ascoltati quei cazzo di testi, bastardo”.

 “Citami un pezzo del testo di quella canzone”.

“Non l’ho ascoltata l’ho solo sentita… ma quello che vorremmo sapere di Bowie io e milioni di fan in tutto il mondo è: prima te, poi Jagger, poi Iggy. Ma cosa diavolo ha di speciale?”

 “Jagger e Iggy?”

“Sì lo sai che si fotte tutti nel giro del rock. È una groupie più scatenata di Jann Wenner!”

Lui resta impassibile. “Ma è lui che si fa fottere”.

“Tu te lo sei fottuto?”

Tutta spacconeria. Ma è come fare una corrida su un campo da pallamano.

 “Lui si sta fottendo con le sue stesse mani. Ma non lo sa”.

Pari e patta. Un sordo ronzio vibrante.

Ho pensato che forse era meglio cambiare argomento. Dietro il letto di Lou c’era un registratore da cui usciva un flusso incessante di quella musicaccia funky noiosa a base di sintetizzatori che fa Herbie Hancock.

“Ehi Lou, perché non spegni quella robaccia jazz?”

 “Non è robaccia jazz, e comunque tu non ci capisci niente”.

“Ti dico che…”

 “Non lo sai non l’hai mai ascoltata”.

“…che Bowie”, e qui mi sono messo a cantare con forte voce baritonale alla Ezio Pinza, “ha fregato tutta la sua roba decente a voi, a te e a Iggy!”

 “E Iggy cosa c’entra?”

“Eravate voi gli originali!”

 “Quali originali?”

Ho continuato con Iggy e Bowie, e lui mi ha sorpreso con una critica a Pop del tutto inaspettata:

“David ha cercato di aiutarlo. David ha talento e Iggy è… stupido. È dolcissimo ma è stupidissimo. Se avesse dato retta a me o a David, se ci avesse chiesto consigli qualche volta… Gli avrei detto: ‘Basta che fai un passaggio di prima-quinta e il resto te lo metto su io. Puoi prenderti tutto il merito. È semplicissimo, ma se lo fai come adesso fai la figura dell’idiota. E succederà sempre più spesso’. Non gli riesce bene neanche di imitare Jim Morrison al suo peggio, e già lui non era proprio un granché…”

Iggy un idiota. Detto dall’uomo che ha fatto ridere i polli in due interi continenti per due anni con TRANSFORMER e BERLIN.

Ho deciso che ne avevo abbastanza di quelle cazzate, così ho continuato come un bulldozer: “Ti sei fatto una pera di anfetamine stasera prima di salire sul palco?”

Lui ha finto di essere sinceramente sorpreso…

“Se mi sono fatto una pera di anfetamine? No. Le anfetamine ti uccidono. Non mi faccio di anfetamine”.

E questo ha scatenato sostanzialmente lo stesso discorso che Lou mi ha fatto una volta con i Velvet al Whisky nel 1969… ma ora è passato ai dettagli clinici.

“Sarebbe meglio se definissi i termini che usi. Che tipo di anfetamina ti fai: metedrina idrocloride, anfetamina idrocloride, quanti milligrammi…?”

Il predicozzo farmaceutico aveva preso l’abbrivio, e io potevo solo ridacchiare, sarcastico.

“Cazzo, amico, io mi facevo le pere di Obetrol!”

“Col cazzo che ti facevi le pere di Obetrol!”

Lou ora stava andando su di giri, si stava infervorando su quell’argomento. Voleva sferrare il colpo decisivo. Ora ti smaschero pischello che non sei altro.

“Saresti morto, ti saresti ucciso. Forse come un deficiente non le hai nemmeno fatte passare attraverso il cotone. Potevi beccarti una cancrena in quel modo…”

Poi mi ha incalzato di nuovo, giocando sporco: “Cos’è un Obetrol?”

E io mi sono incazzato di nuovo: “È tipo il Desoxyn, o giu’ di là. Sai benissimo cos’è un Obetrol, bugiardo sacco di merda! È la quarta volta che ti intervisto e ogni volta hai mentito! La prima volta…”

“Cos’è il Desoxyn?”

L’aveva appena ripetuto, nello stesso modo monotono, per la quindicesima volta. E durante la mia tirata mi aveva interrotto ogni due parole, freddo e insistente, sicuro di sé, col tono viscido e definitivo di un tecnico di laboratorio che conosce il suo territorio a occhi chiusi.

Ma io ho mantenuto la calma: “È un derivato della metedrina”.

A colpo sicuro: “Sono 15 milligrammi di pura metanfetamina idrocloride con dell’impasto per tenerli insieme”.

Come un vecchio schedario che si chiude d’un colpo: “Se prendi davvero le anfetamine, sei un buon esempio del perché chi si fa di anfetamina ha una cattiva reputazione. Ci sono quelli fatti di anfetamine e ci sono quelli che abusano di anfetamine…

Il Desoxyn è 15 milligrammi di pura metanfetamina idrocloride tenuti insieme da un impasto, l’Obetrol è 15 milligrammi di…”

“Ehi Lou, hai qualcosa da bere?”

“No… non sai il fatto tuo, non hai fatto ricerche. Fai un piacere a tutti noi togliendo la merdaccia dal mercato. E poi sei povero. E anche se non fossi povero, non sapresti comunque quello che compri. Non sapresti come dosarla, non conosci il tuo metabolismo, non conosci il tuo quoziente di sonno, non sai quando mangiare e quando no, non sai niente dell’elettricità…”

“Le cose essenziali sono i soldi, il potere, l’ego”, ho detto citando chissà perché una vecchia rubrica di R.J.Gleason. Mi stavo annebbiando un po’.

“No, sta tutto nell’elettricità e nella natura della cellula…”

Ho deciso di mutare di nuovo di rotta: “Lou, dobbiamo fare le cose per bene. Io mi tolgo gli occhiali da sole se te li togli anche tu”.

Se li è tolti. L’ho fatto anch’io.

Zoom su un corpo avvizzito stravaccato sul letto di fronte a me con “La Cosa” ( Rachel) dietro di lui che guardava gli alveari sulla luna; la pelle giallastra di Lou era di un giallo biancastro quasi uguale ai suoi capelli, il viso e il corpo erano così straordinariamente emaciati che sembrava davvero un insetto. Aveva gli occhi scoloriti, come due monete di rame rimaste sotto il sole tutto il giorno nella sabbia del deserto con dei fili del telefono che gli ronzavano sopra, ma mi guardava dritto negli occhi. Forse mi vedeva attraverso. Ad ogni modo, forse era in giornata buona. L’ultima volta che l’avevo visto, la pupilla sinistra continuava a cadergli da un lato, e non era un trucchetto da salotto.

Comunque, ero pronto a fargli la mia Domandona, quella su cui rimuginavo da mesi.

“Ti capita mai di avercela con la gente per come tu, per interposta persona, hai messo in atto al posto loro, nella tua musica o nella tua vita, quello che forse vedono come il lato oscuro della loro vita?”

Sembrava che non avesse la piu’ pallida idea di quello che stavo dicendo, ha scosso la testa.

“Per esempio”, ho insistito,”se ascolto i tuoi dischi, ecco qua: pere di eroina, pere di anfetamine, suicidi…”

“È il tre per cento su cento canzoni”.

“E poi tutta la faccenda della decadenza e del glam, se non fosse per te non sarebbe mai venuta fuori, eppure mi chiedo se tu…”

“Io non ho avuto nulla a che fare con quello”.

“Cazzate, sei stato tu a farlo cominciare, cantando di eroina, di travestiti e via dicendo”.

“E cosa c’è di decadente in tutto questo?”

“Ok, definiamo la decadenza. Dimmi cosa credi che sia la decadenza?”

“Tu. Perché una volta sapevi scrivere e ora dici solo stronzate. Non stai dietro alla musica, non hai il controllo di quello che succede, non conosci i musicisti e chi fa cosa. Sono tutte chiacchere, stai diventando molto egocentrico”.

Ho lasciato correre. Il vero artista non si abbassa a rispondere pari pari alle frecciate di un vecchio imbroglione. E poi aveva ragione, almeno a metà. Ma non riuscivo proprio a credere che potesse sconfessare con tanta noncuranza tutto quello che aveva divulgato, anzi no, tutto quello che aveva rappresentato e sfruttato per tutti quegli anni. Era come vedere un dinosauro che si ritirava in una caverna di ghiaccio. L’aveva già fatto altre volte. Nell’ultima intervista aveva semplicemente negato ogni legame con il movimento gay, col quele davvero non ha nulla a cche fare. Ma ora, dopo Sally Can’t Dance e apparentemente pronto a ripulire l’esoscheletro della sua esibizione da tutto quello che serviva a sfondare sul serio, lui liquidava tutto quanto con un gesto, come la forfora dalla sua maglietta nera da bullo di strada.

“La decadenza l’ho liquidata quando ho fatto The Murder Mystery”.

Affermazioni ambiziose e radicali come questa sono le cazzate a cui è particolarmente incline questo divo del pop. Come tutti gli altri credo.

“Cazzate amico, quando hai fatto TRANSFORMER suonavi per una pseudodecadenza, per un pubblico che voleva comprare una forma rielaborata di decadenza”.

Barbara ci ha interrotti: ” LOU… SI FA TARDI!”

Improvvisamente il tono di tutta la scena era cambiata. Lui era un bambino capriccioso, che era rimasto alzato dopo l’ora di andare a letto, non proprio piagniucoloso ma sempre con l’aria da insetto, ma anche viziato, blandito, curato, tenuto al guinzaglio, accudito, controllato in modo palese, finché non decideva di fare una scenata e forse di perdere la calma.

“Ma è divertente discutere con Lester”.

“SI, PERO’ DOMATTINA TI DEVI ALZARE PER ANDARE A DAYTON”, ha insistito lei.

“Ah, sopravviverò”.

E poi aveva altre idee per la testa. Voleva farmi ascoltare dei dischi. L’Artista voleva davvero sottoporre qualcosa a me, il Critico, perché la considerassi ed emettessi un verdetto! Ero onorato. E allora cosa voleva sottopormi? Il disco solista di Ron Wood.

Cristo. Se c’è una cosa che odio sentire dai musicisti sono i discorsi sulla musica. È la cosa piu’ noiosa del mondo. Specialmente perché, se avessi dovuto dire quale fosse l’unico album più insignificante di quella roba di Herbie Hancock che avevamo sentito prima, mi veniva in mente proprio quello di Ron Wood. Insipido come pochi.

Gli ho gridato di spegnerlo: “Ma io l’ho già sentita ‘sta cacata!”

Ma lui era già ripartito in quarta, con un altro argomento che interessava “a lui”, quel bastardo egoista, e non mi ascoltava proprio.

 “Quel George Benson anni fa suonava il basso e inventò l’amplificatore Benson, del tutto privo di distorsione, un suono totalmente puro e pulito. È interessante quello che sta facendo Hancock con l’Arp”.

Si metteva male. Lui era stato paziente con me, ma io cominciavo ad avere visioni di dischi futuri di Lou Reed: gli incrollabili Andy Newmark e Willie Weeks, che ultimamente sono comparsi in tutti i dischi di tutti i divi del pop dimenticati, a suonare con Lou Reed, così il seguito di Sally Can’t Dance suonerà come il disco di Ron Wood come DARK HORSE di George Harrison come tutti quegli altri Lp anonimi col merdoso trucchetto dei turnisti tecnicamente impeccabili. E per soprammercato un Moog Funky di Herbie Hancock che sgambetta qua e la’ come un ragno, e davanti c’è Lou che borbotta le sue solite cose con quella voce farfugliata e sostanzialmente aritmica:”Siete tuuuutti fottuti… Faccio quello che mi pare… stroncatura,stroncatura… anfetamine, anfetamine, New York, New York…”

“Odio Herbie Hancock” ho detto io.

 “Ho qualcosa qui, è questa la roba che voglio fare, parlavo di questo quando parlavo di Heavy Metal. Ho dovuto aspettare un paio di anni per procurarmi i macchinari, ora ce li ho e l’ho finito. Avrei potuto venderlo come musica classica elettronica, ma quello che ho finito ora è heavy metal, c’è poco da scherzare”.

Ero troppo ubriaco per essere in grado di ascoltarlo, ma poco male, perché lui ha riacceso il registratore ed era… il disco di Ron Wood!

Gliel’ho fatto spegnere e lui ha continuato: “Io Hendrix l’avrei potuto stendere. Hendrix era uno dei chitarristi più grandi, ma io sono stato più bravo. Ma è solo perché volevo fare una certa cosa e la cosa che volevo fare, che lo mandava fuori di testa, è quella cosa che finalmente ho finito e che uscirà per la RCA quando avrò sistemato la roba Rock. La gente è in grado di sopportarne al massimo cinque minuti”.

Sembrava promettente, ma a me interessava di più parlare di opinioni che non di musica, e poi Lou è un bugiardo fatto e finito da tanto di quel tempo che l’ho interrotto: “Secondo me la maggior parte della gente crede che sei morto. Perché li hai incoraggiati a farlo”.

Non gli interessava.

Mi sono ricordato della sera che ho comprato BERLIN (lo portai al compleanno di un amico e chiunque arrivava voleva ascoltarlo, così finimmo per sentirlo tutto una venticinquina di volte in una sera. La festa si concluse con una stanza piena di sconosciuti che si dicevano cattiverie l’un l’altro. Ma di quel disco avevamo riso tutti, quindi…) e gli ho chiesto:

“Quando hai inciso BERLIN, pensavi che la gente avrebbe riso di quel disco?”

Lou si è afferrato il naso e poi ha preso una noce di cocco…

 “Me ne strafrego”.

“Sai Lou una cosa che mi ha un po’ offeso a proposito di BERLIN è che non dai mai il punto di vista della donna. Era un disco molto egocentrico”.

“Ti picchio, stronza”. “Sei morta,stronza”.

 “Se la faceva con uno spacciatore”.

Sperando di estorcere a Lou qualche lurido dettaglio autobiografico (di cui consta buona parte di BERLIN), gli ho chiesto di Betty, la sua ex moglie, e ho ricevuto una risposta tipicamente esuberante:

“Mi ha fatto da segretaria, all’epoca me ne serviva una”.

Era una bambinaia, ma, d’altra parte, pare che molta gente vicina a Lou si ritrovi a svolgere quel ruolo. Abbiamo discusso un po’ sul contenuto autobiografico delle sue canzoni e Lou ha affermato, guarda caso, che le sue non erano canzoni autobiografiche ma esistevano in una zona tutta loro e inoltre potevano essere comprese solo da un determinato pubblico di élite. Gli ho detto che a mio avviso la maggior parte dei suoi lavori solisti risentivano di una certa ovvietà, che tutta la sottigliezza era sparita secoli prima e che lui era solo un vecchio guitto che si allevava un aspide in seno; gli ho chiesto, se tutte le sue canzoni avevano significati elitari, di spiegarmi per favore il significato segreto di di Animal Language ( su Sally), altimenti nota come la Canzone del Bau Bau (un cane morto incontra un gatto, cercano di scopare, non ci riescono, si fanno una pera col sudore di un ciccione… un esempio delle putrefazione cerebrale al suo meglio direi).

“Animal Language non è ovvia. Chi credi siano gli animali? Credi siano un cane e un gatto? Quale cane, quale gatto, quale animale è talmente suonato da doversi fare una pera col sudore di qualcuno per eccitarsi?”

Non lo so Lou, sei tu che devi dirmelo. Ci sono otto milioni di persone nella Città Nuda…

“Una cosa che mi piace di te”, ho esclamato, “è che non hai paura di umiliarti. Per esempio, New York Stars. Credevo ti stessi umiliando a schizzare il tuo malumore da battitore libero su tutta quella gente come i Dolls e altri gruppettini stupidi, ma poi ho capito che erano anni che ti umiliavi”.

La sua stoccata di ritorno: “Sei davvero uno stronzo. Anzi, hai oltrepassato la zona degli stronzi per arrivare a una specie di tratto urinario. La prossima volta che riesci a trovare una frase bella come CURTAINS LACED WITH DIAMONDS DEAR FOR YOU invece di tutte quelle cazzate di Detroit fammelo sapere”.

“Naturalmente quello che ora vendi a nome tuo è decadenza pastorizzata. Ai vecchi tempi eri veramente cazzuto, Lou, ma ora è tutto pastorizzato”.

Mi ha detto che ero un dissoluto.

“Ti sei costruito una carriera sulla tua degenerazione”, ho detto, “e dovresti confessarlo. Non ti sei distinto come musicista eccelso; anche se hai tirato fuori dei riff fantastici, e non so perché continui a volermi far sentire quella stronzata di musica high-tech, dato che sostanzialmente sei uno sballato. Nei tuoi momenti peggiori ti si potrebbe considerare una cattiva imitazione di Tennessee Williams”.

 “È come dire che nei tuoi peggiori momenti ti si potrebbe considerare una cattiva imitazione di te stesso”.

“Non ti senti mai vittima di te stesso?”

 “No”

Barbara mi ha sussurrato: “CREDI DAVVERO CHE LE COSE MIGLIORERANNO?”

“Certo”, le ho risposto, e mi sono rivolto a Lou: “in che modo pensi che il senso di colpa manifestato nella maggior parte delle tue canzoni abbia a che fare con il fatto che sei ebreo?”

 “Non conosco nessum ebreo”.

Barbara ha comiciato a fare pressione sul serio: “LOU, SONO LE TRE E MEZZO”.

“Si, è vero, sono le tre e mezzo. E con questo? Cosa vorresti che facessi, che chiudessi la porta, mi appendessi a testa in giù dal soffitto e ascoltassi mezzo canale del mio stereo?”

“Sì”, ha detto lei.

 “Il tipo vuole parlare”, ha borbottato Lou, “Secondo me hai torto. Dennis ha detto che se volevo, potevo parlarci. Io ho detto d’accordo. Ordini superiori. Dai, telefonagli pure. Telefonagli”.

Barbara ha detto di no, brontolando. Non riuscivo a credere che quell’uomo stesse davvero chiedendo a quella donna di telefonare al suo manager e tirarlo giù dal letto alle tre e mezzo di notte per chiedergli se poteva stare alzato un altro po’ a parlare con me. E naturalmente la cosa non aveva niente a che fare con me. Si trattava di un bambino capriccioso, ma d’altra parte una grossa fetta del fascino mitico di Lou Reed è sempre stata il suo completo infantilismo. Ora era pronto a parlare tutta la notte, anche se nessuno di noi due aveva ascoltato per niente l’altro:

“Secondo me siete stati troppo severi con questo ragazzo. Ti dico, davvero, mi interessano alcune cose che ha da dire, anche se penso che sia un idiota”.

“Abbiamo la stessa opinione l’uno dell’altro”, ho suggerito.

Mi stavo scocciando.

 È volgare e credo che ci si debba godere la volgarità finché si può”.

“MA LO STAI FACENDO DA QUASI DUE ORE”, ha insistito Barbara.

“Be’, me ne voglio sorbire ancora un po’. C’è della roba che voglio fargli sentire, contro la sua volontà”.

Si è girato verso di me.

“Quel George Benson ha inventato il basso elettrico hollow body che non andava mai in distorsione…”

“Senti Lou, Barbara ha ragione. Anche noi dobbiamo andare. Se no potremmo andare avanti in eterno”.

Ho raccolto le mie cose e mi sono avviato verso la porta. Mentre uscivo sentivo la sua voce alle mie spalle, un basso sordo, battutine stronze e trite che svolazzavano polverizzandosi:

“Voi di Seattle siete tutti uguali… a 200… cornflakes…”

Non mi è mai capitato che, dopo averlo conosciuto, un eroe non mi piacesse. Ma d’altra parte, non ho mai conosciuto un eroe. Ma d’altra parte, forse non ero alla ricerca di un eroe.

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La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini https://minimaetmoralia.it/fumetto/la-delegazione-arrivo-a-massa-senza-troppi-casini/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/la-delegazione-arrivo-a-massa-senza-troppi-casini/#comments Fri, 28 Oct 2011 11:04:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5559 di Duccio Battistrada Lo dico subito. Io Pazienza non l’ho mai conosciuto. Sfiorato sempre, visto mai. Ci sono dei posti di Roma dove passo e dico: ecco, qui è quella volta che non l’ho incontrato. Perché non ho voluto incontrarlo. Come la biblioteca in Via della Gatta. Non andai all’inaugurazione della mostra, ci andai dopo […]

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di Duccio Battistrada

Lo dico subito. Io Pazienza non l’ho mai conosciuto. Sfiorato sempre, visto mai. Ci sono dei posti di Roma dove passo e dico: ecco, qui è quella volta che non l’ho incontrato. Perché non ho voluto incontrarlo. Come la biblioteca in Via della Gatta. Non andai all’inaugurazione della mostra, ci andai dopo e ancora bestemmio gesucristo di non essere stato uno dalla corsa facile e dal piglio disinvolto, per fregare – un attimo ci voleva, un attimo! – da quelle salette uno degli originali di Francesco Stella, una storia a colori su Frigidaire, colorata da lui, non dalla moglie o da chissà chi per far sembrare nuove storie concepite in un bianco e nero gelido e perfetto. La tavola con Betty Curtiss, due esse, figlio del popolo. Con i capelli disegnati uno a uno, mentre si accende una sigaretta. Da prendere Benjamin, W. per la collottola e sbatterglici la faccia contro a ripetizione come qualcuno fa coi gatti che cacano in salotto: allora, neanche qua c’è l’aura secondo te, eh? EH?

Mai voluto incontrarlo: perché. C’era chi si riconosceva nelle sue storie. Per me il discorso è diverso. Quelli come me, piccoloborghesi senza possibilità di redenzione,  borghesi che per paura di essere troppo borghesi si chiudono in una borghesissima paralisi (sembra un meccanismo elementare, ma c’è chi non si è mai ripreso), sfogliavano ogni sua pagina con gli stessi occhi sognanti, la stessa sospirosa trepidazione delle servette degli anni Cinquanta quando leggevano i fotoromanzi (chiamati all’epoca fumetti), spinti da un’identica pulsione: avere accesso a un mondo che a loro era, e sarà sempre, precluso, perché di fronte a un ago svengono, di fronte a una ragazza scappano e di fronte alla vita è meglio non guardarli, ci si vergognerebbe troppo per loro. Quindi incontrarlo non aveva nessun senso. Cosa avrebbe potuto fare una tremula domestica di fronte a un Gregory Peck incontrato per caso se non svenirgli davanti? Ecco. Ma già da subito ti trovi ad avere una posizione da difendere se non ti vuoi sputtanare, mi si diceva che disegnavo bene, ma perché non cerchi di conoscerlo, tiene anche dei corsi. E così dovevo fare finta di rincorrerlo. Ma appena uscivo trafelato da casa il passo rallentava, cominciavo a osservare le vetrine, guardavo l’autobus allontanarsi dalla fermata dov’ero in attesa, sapevo che non dovevo arrivare. Iniziavo a elaborare una labile scusa se qualcuno avesse chiesto notizie, be’, quel corso? E così la città ha per me l’aspetto principale di sottofondo logistico di una rete di incontri mancati con l’Autore, alla quale fa da parzialissimo contraltare, anche se su scala più ampia, una serie di incontri con le Opere, inseguendo quello che la vita è stata e riducendo l’esistere a un continuo rimpianto, facendo finta che sia ancora possibile usarle per accendere una luce dentro se stessi.

Dietro piazza Navona c’è uno dei pochi palazzi di Roma con la facciata affrescata. Figure monocrome su uno sfondo nero, non so se per lo smog o perché era già così in origine. Lì c’era una libreria dalle larghe e spesse porte di legno, dove Apaz insegnava. Mi presentai apposta all’ultimo giorno, per sentirmi rispondere che i corsi erano al completo. E leggendo Pompeo tanti anni dopo, quando parla dei suoi allievi, non me ne sono mai pentito. Tanto per far vedere, andai a una delle tante scuole di fumetto che c’erano all’epoca, vicino piazza San Giovanni, lo stesso portone del Mago Zufus. Versai un acconto. Mi ritelefonarono dopo qualche giorno: vietti a riprendere i soldi, non siete abbastanza per fare il corso. Chiusero poco dopo. Il Mago Zufus credo sia ancora lì. Forse non a livello conscio, ma era palese l’inaffrontabilità dell’incognita x di un’equazione parisiana così concepita: se addirittura dietro ai sillabari c’è l’odore del sangue, quando il punto di partenza è l’odore del sangue dietro ci deve essere qualcosa che non si può sostenere. Quel misto di Rembrandt e Abatantuono, Troisi e Caravaggio, era inavvicinabile. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, come dice Pavese. Chi ama brucia, come dicono i Pavesini. In un tempo in cui non solo si mandavano lettere imbustate e francobollate alle riviste ma addirittura, seppure con aria di superiorità, qualcuno leggeva queste lettere, un lettore di Linus nato nel mio stesso anno scriveva della sua vita, del fatto che ora faceva un lavoro (chiaramente: insoddisfacente, anche se con soldi e tutto), aveva gente che dipendeva da lui eccecc. Ma riparlava di quando era piccolo. Del 77. E diceva: “Cominciavamo a sognare la vita e il nostro sogno era già morto”.

La prima volta che vidi i suoi disegni fu su Alter. Con arrancanti rapidograph provai a copiare a china qualche figura, devo avere ancora Gigi che dice a Pentothal nel pezzo nel deserto, il più à la Moebius, strascicando il passo e facendo una nuvoletta con la punta del piede: “tienilo, vado a prendere la pistola”. Pochi mesi dopo, a carnevale, a una festa delle medie dalle parti di piazza Pio XI di un compagno di classe già fascista con fratello maggiore fascistissimo collezionatore di elmetti e gagliardetti e proiettili e medaglie, andai dodicenne col jeans strappato, scarpe da tennis di tela, camicia bianca e gilè, in testa un foulard di mia madre. Bianco a pallettoni rossi. Vestito da indiano metropolitano. Sembrava davvero il corso naturale delle cose. A volte faccio finta che tutta la merda del dopo non sia mai arrivata, ma non è semplice.

Rileggendolo cerco di capire quali righe e quali citazioni con il passare degli anni avranno bisogno della nota. Per esempio: nel Partigiano un personaggio fugge paulistando, cioè fa: oiaiaiaiooie!, un verso ben preciso della pubblicità del caffè Paulista (Carmencita sei già mia, chiudi il gas e vieni via), già fuori portata per un venti-trentenne che non sia appassionato di vecchi caroselli. Meno considerabile come criptica ma credo in serio pericolo di oblio, non so, non ho più il polso dei ragazzini: “bene, disse Uccio, non mangerò più per giorni sette – nove ore dopo lo raccoglievano che ancora respirava”: primo incontro con la decontesualizzazione o ricontestualizzazione, questo è il Guccini della Locomotiva, conosciuto all’epoca dal 91,7 per cento di chi aveva dai 12 anni in su anche se solo il 28,3 era in grado di mettere bene in fila le strofe al momento di cantarla – perché, sì, si cantava, col sopracciglio corrugato, hai voglia a scherzare sul fatto che era una palla. Un cambio clamoroso di segno invece cita il dimenticatissimo Minus, il fumetto più orrendo del mondo, e lo cita perché con Jori, che lo disegnava, la sua Betta – chi non ne era innamorato, specialmente dopo aver visto il suo ritratto – lo tradì. Ma questo ancora non si sapeva.

Andai a comprare il primo numero di Frigidaire dal solito giornalaio sulla Gregorio VII. L’avevano rimandato indietro al distributore una volta visto l’inserto che riportava una serie di foto di “morti in pratiche autoerotiche”. La biondina figlia del giornalaio da quel giorno non mi sorrise più come prima.

A vicolo della Penitenza, vicino Regina Coeli, c’era la sede di Frigidaire. Decido di abbonarmi, mi pare 10.000 lire o 16, promettevano anche l’originale di un autore (mai arrivato). Sfrutto una mattina che usciamo prima da scuola, è proprio là davanti, mentre mi avvicino spara il cannone del Gianicolo, apro la porta a vetri  col cuore che batte ma c’è solo un riccetto, gli dò i soldi, mi scrive su un piccolo bloc notes a quadretti la ricevuta. Passano i mesi. Non arriva niente. Vado là incazzato, quanto può esserlo un mortale con gli dei dell’Olimpo, ma incazzato. C’è Sparagna. Gli dico così e così, “ma a chi li hai dati i soldi”, gli faccio vedere il foglio con la firma, “aaahhh sì beh scusa sai, fai così, ridammi i dati, non ti preoccupare, tu sei…?”. Da allora Frigidaire arriva. Mi arriva già letto: in casa mia non c’è il portiere e non sia mai che per mettere nella microscopica cassetta della posta la Sacra Rivista la pieghino in quattro, o peggio se la freghino direttamente dato che la cassetta dà sulla strada. Così lo faccio arrivare a casa di Paolo, dove il portiere c’è. Paolo me lo porta in classe senza il cellophane e con i suoi commenti del cazzo, pure giusti magari, ma fatti solo per far pesare l’anticipo. Oh, cazzo, sono IO che mi sono abbonato. Magari ci si è pure fatto qualche pippa. Il riccetto poi non l’ho perso. Oggi me lo ritrovo piazzato bene in alto in una miliardarissima rivista di gastronomia paracula, e imparo che dalle diecimila solate ai sedicenni si può arrivare lontano. Ma è tardi.

Ognuno ha il suo legame speciale con Andrea Fa Senza, questi i miei: in una tavola di Pentothal appare la data dell’8 aprile, giorno del mio compleanno. Un’altra cosa me la tengo per la fine. Ma soprattutto: la mia residenza è in via Zanardi (ancora, anche se ormai non ci abito più), dove mi trasferii l’estate che Frigidaire aveva in copertina la ragazza sullo squalo e che uscì Aficionados (“possederlo denuncia il vostro statos”).

A casa ho uno Zanardi su sfondo nero. Ottenuto grazie alla mia testa di ricci alla Battisti che oggi non si potrebbe ricostruire neanche al computer e al faccino dolce che riuscivo a fare. Lo vendevano a una mostra al Palazzo delle Esposizioni ma era rimasto solo quello appeso all’ingresso, tutto dipendeva dalla ragazza vicino al tavolo dei biglietti, una mora di almeno vent’anni, un’enormità per me che ancora dovevo dare il mio primo romantico bacio (sarei stato acchiappato ALMENO un anno dopo, a tradimento su un davanzale del liceo, da una di quelle del quarto che appena arrivate erano già molto più scafate di me all’ultimo anno – ero, credo, l’ultimo a mancare alla sua collezione). Invitai l’elegante responsabile vestita di nero a pochi passi di un discretissimo a parte con parole di grande dolcezza e toni quasi di seduzione, finché urlò da lontano alle ragazze della biglietteria: “che dite, glie lo diamo il manifesto a questo bel ricciolino? Massì, diamoglielo, è così carino…”, guance rosse per la presa per il culo ma era fatta.

C’era anche, paginone appeso al muro, un’intervista a Rinascita che non ho visto citata mai più da nessuna parte. Niente di così nuovo rispetto a quello che si sa, ma articolava bene il fatto di disegnare con la pancia, con le viscere. Fuori, sulla destra, partiva la scala a fianco della quale Keith Haring durante una sua mostra cominciò a dipingere sul muro del Palazzo delle Esposizioni. Come a Pazienza non servivano le matite, Haring non aveva bisogno di tracce da seguire: aveva tutto in testa, e qualsiasi fosse lo spazio da riempire lo faceva con precisione al primo colpo. Ma Roma non apprezzò: qualcuno chiamò i vigili a fermare tutto. E più tardi la parte di muro già dipinta fu cancellata.

Via della Maddalena è la strada che decine di migliaia di romani percorrono e hanno percorso quando dal Pantheon dicono: “Gelato?” e si avviano verso Giolitti. In quella direzione, sulla sinistra, c’era un enorme negozio Fiorucci. Anni Ottanta allo stato puro. E’ lì che presentò il suo libro della Glamour Book Assenza Perenza. Come al solito passai qualche giorno dopo ad annusare l’aria in un tripudio di rosa shocking. Comprando il libro, autografato a matita, rimasi un po’ male per la scarsa congruità della firma, probabilmente scarabocchiata in fretta insieme ad altre cento e poco simile alle mille che si conoscevano.

Anni e anni di attesa per il manifesto della Città delle donne, distribuito in poche copie all’entrata dei cinema dove proiettavano il film. La sera della prima la grafica con la quale lavoravo ne aveva presi due, di quei manifesti. Uno ce l’aveva alla testa del letto. L’altro, chissà… finché la sostituii per una settimana quando aveva da fare non so cosa, e il lunedì tornò con l’agognato rotolino e un gran sorriso. Convinzioni estetiche: la mia passione per le donne dai capelli scuri e ricci, anzi, un po’ ondulati, viene da qui.

Poi un 70×100 fatto per Legambiente, rimediato dopo un concerto al Villaggio Globale taaanti anni fa. Uno in genere fa follie per amore, per una donna, per una causa nobile: si trasforma, trascende il suo essere, si trova a compiere azioni delle quali non si credeva capace. Io è in occasioni come queste che riesco a diventare un altro. Sono uno buono, sempre fatto la tessera sull’autobus, rarissime canne, quasi sempre avvisato se mi davano del resto in più. Ma al diniego dell’obiettore allo stand di Legambiente – no, il poster non è in vendita, mi dispiace – tutte le mie percezioni si acuiscono: questa situazione va risolta. Riesco a leggergli da una piega della bocca che a lui non frega più di tanto. Penso poi al mio, di servizio civile, e a quelle poche lire che prendevo, alcune delle quali alla voce “effetti letterecci”, lo stato che ti risarciva delle lenzuola che non gli consumavi in caserma. E poco dopo, studiata una frase corta e discreta da buttare là, torno alla carica e in un momento di distrazione degli altri dello stand gli faccio cascare là che lo pago. Se trova il modo di, ventimila per lui. Mi guarda fisso per un po’, scuote la testa come a dire “che mi fai fare”, poi: “Passa tra poco”. Ci accordiamo. Altra attesa fino all’appuntamento delle due, quando è rimasto solo con un amico, in una delle tante zone buie che per fortuna non mancano, “vai via subito però!”. Nell’oscurità guadagno l’uscita a saltelloni abbrancato al picoglass, cercando di non scivolare nel fango.

Tante le mostre in giro per l’Italia. Al Forte Prenestino un altro furto mancato: inaspettatissima, la copertina di Cannibale Golf, il teppista in attesa con la mazza, in una delle prime stanze in quella fuga di incredibili locali sotterranei. A Siena, ai Magazzini del Sale (anzi, Magazzeni, bah) dopo un viaggio in treno interminabile, ascoltando la prima delle C90 ska e altro degli anni ‘80 che mi ero appena fatto per mettermi nel mood giusto, iniziava con Beat Crazy di Joe Jackson. Sul vagone, senza scompartimenti, tre ragazze francesi, sedute accanto a me. sull’altro lato. Mentre parlavano disegnai la più carina, capelli chiari di seta con la coda di cavallo. Prima di scendere le diedi il disegno con la scritta “bon voyage”, lo accettò con un bellissimo sorriso ringraziando addirittura, non come un’altra a Parigi che non si era neanche degnata di mandarmi affanculo. Nelle due ore di attesa a Chiusi s’impose l’acquisto di una serie di cartoline della città sul tipo di quelle che ora sono raccolte e catalogate in costosi volumi intitolati “Ugly postcards”, dove l’apoteosi di squallore dei luoghi raggiunge una tale intensità da travalicare qualsiasi categoria estetica. A Siena vidi per la prima volta il falco nella pioggia e le sagome di Zanardi Colasanti e Petrilli fatte per Energie che solo pochi anni prima avevo visto nelle vetrine di via del Corso.

A Palazzo Re Enzo di Bologna con un amico, ci volevano chiudere fuori proprio appena arrivati davanti all’ingresso dopo una fila lunghissima, più di tanta gente non poteva entrare, ho dovuto tirare fuori il romanesco che non uso mai: dai semo venuti io da Roma lui da Bbbari… : e faccio un gesto come a passare la parola a Giuseppe, che comprovi con accenti adeguati la sua pugliesità. Ma non serve, è bastata la minaccia: ci fanno passare. Gli acquarelli del padre. Qualche disegno di quelli seminati per il mondo, mandato via fax o fotocopiato da chi aveva aderito all’invito di spedire gli inediti in suo possesso. I resti di un’enorme figura a cavallo salvata dalla discarica dopo la chiusura della manifestazione per la quale era stata fatta.

Nella Fortezza Vanvitelliana di Ancona: buste per negozi, della maglietta in vendita c’è solo una taglia che mi va stretta, lo so che me la metterò e mi darà fastidio alle ascelle e mi farà ingrossare le ghiandole e mi farà venire il dubbio di avere chissà quale bel male, la compro lo stesso.

Ma è stato alla Triennale di Milano che ho cominciato a realizzare una cosa: molti disegni, tutti i disegni colorati a pennarello, stavano scomparendo. Il colore svaniva e perdeva forza, addirittura qualche nero stemperava nel marrone o nel blu a seconda del tipo di pennarello. Quanti anni ancora?

Sarebbero da ritrovare le versioni integrali delle interviste su Teleroma 56, allora la televisione dei radicali, fatte da Carlo Romeo, che diceva che voleva chiamare la figlia Alfa. Quella in uno studio buio subito dopo la morte di Tamburini insieme a Scozzari, a un certo punto lui quasi piangendo di rabbia dopo una osservazione caustica di uno Scozzari per niente commosso,  rivolgendosi all’intervistatore: “no, Filippo è una viperha, in realtà…” e dice non so cos’altro. Quella dove si riconosce Villa Pamphili. L’altra dove lui disegna in diretta. Lunghissime. Romeo, da dati presi su Internet, è entrato alla Rai. Val d’Aosta, poi Servizi Sociali. Ma nessun recapito.

Bisognerebbe anche rintracciare, forse è più facile, il “losco mercante d’arte a nome D’Emilio” che servì da modello, inspiegabilmente nessuno lo ha mai fotografato, vorrei andarlo a conoscere per vedere Zanardi da vecchio.

Si leggeva anche altro: Metal Hurlant, edizione francese prima che arrivassero Totem e l’edizione italiana, comprato soprattutto in quel negozio nella piazza dei filetti di baccalà con il tedesco silenzioso dalla coda di cavallo lunga e bionda. A volte lasciava sfogliare, a volte veniva a rimproverarti perché gli sgualcivi le pagine e poi non vendeva più. Si sarebbe rivisto anni dopo, il viso affilato scomposto nel bianco e nero dei puntini tipografici in un trafiletto di cronaca romana, arrestato insieme a un amico per violenza carnale.

In fondo al lungomare di San Benedetto del Tronto, nel verde di una bella pineta, c’è una piccola costruzione dipinta di azzurro pastello: è la Palazzina Azzurra. Di fronte alla palazzina versi di Campana sono diventati una scultura di metallo, lettere coloratissime una sopra all’altra: “Lavorare lavorare lavorare preferisco il rumore del mare”, l’ha fatta Nespolo cambiando l’infinito. Stavolta poche le cose esposte; alcuni bei quadri. In una minuscola saletta proiezioni un video, con “Letters from home” di Pat Metheny in sottofondo, lo fa vedere mentre disegna alla Mostra d’Oltremare a Napoli.

Assistiamo in cinque o sei, una coppia da una parte, una signora piccolina che a un certo punto con voce dolce dice a nessuno, nel vuoto: “Mi ricordo, la sera poi andammo al ristorante e dipinse un sacco di piatti…”. Gli altri indifferenti, io capisco e ho un formicolìo alle orecchie, si staranno facendo rosse. LA MAMMA. E’ uscito da lì. Aspetto che si alzi lei e rispettoso la abbordo, le dico che ovunque lui sia in mostra io ci sono, mi ripaga accompagnandomi lentamente davanti ai quadri, sempre sorridente, chiacchierando, “mentre disegnava nella sua stanza lo sentivo ridere…”. Davanti a un autoritratto, indica con un sorriso e uno sguardo complice la scritta: “La mia miniera”. Arriva lungo e esitante il padre, lei mi presenta sorridendo ancora: “è un amico di Andrea”.

Diciamocelo chiaramente: Astarte, l’ultima cosa, non si capiva che roba fosse, disegni a volte alla Magnus, che senso hanno? E poi su Comic Art, rivista discutibile per noi rompipalle che vogliamo sempre e solo chissà quale purezza… non si fece in tempo a rifletterci sopra.

A via del Mascherino c’è una galleria d’arte. Il gallerista è molto amico di Pablo Echaurren, vende le sue cose a prezzi che dice di favore. Ha esposto diverse volte Roberto Lerici, a.k.a. Professor Bad Trip. Interpellato sul gallerista a una fiera del fumetto, il Professor Bad Trip non ha avuto parole gentili: iniquità e sottrazione di denaro i suoi principali argomenti. Ma il gallerista ha degli amici, a un’inaugurazione mi dice “ci saranno certi che conoscevano Pazienza, cioè, più amici della moglie però”. Arrivano, inchiodo al muro il più interessante, il più vecchio, una sessantina d’anni. Amico della famiglia della moglie, mi racconta: 1) il Matrimonio di Paz, un accenno, arrivarono completamente fatti tutti e due – come fatti, avevano fumato?, vorrei chiedere ma intanto il discorso si è spostato su: 2) la Morte di Paz. Rientra nella sua casa poco fuori Montepulciano facendo urli di gioia e lanciando banconote in aria: ha venduto una tavola per un pacco di soldi. Bisogna festeggiare!, dice, e poi: Scendo un attimo in paese. Rientra. Poco dopo la moglie lo sente andare in bagno. Passa del tempo. La moglie bussa alla porta del bagno. Continua a bussare.

Morì il 16 giugno, ricordo mio padre che lo aveva sentito al telegiornale e quando rientrai a casa disse hai visto è morto quel disegnatore che piace a te, quello dei fumetti, ma chi, chi, chiedo con il sorriso benevolo verso generazioni che non possono capire le cose di noiggiòvani, questo? no, quello? no, e al nome più incredibile: “eh, sì”. Salii in camera e sentii suonare un sassofono, strumento che già gli anni Ottanta mi avevano fatto odiare. Si esercitava pazientemente infilando scale su scale nell’ovatta dell’aria vicino all’Aniene.

Ognuno nella vita ha delle piccole certezze alle quali aggrapparsi nei momenti difficili. Una delle mie riguarda un disegno di Pazienza dove c’è una cosa della quale, voglio esserne certo altrimenti la mia vita perderebbe di senso, mi sono accorto io e io soltanto. Un’ombreggiatura. Quello che sembra un’ombreggiatura, una delle sue, quei perfetti segni serpentini che si incastonano l’uno nell’altro con equidistanze matematiche. Beh, NON è un’ombreggiatura. E’ una SCRITTA. C’è scritto, con lettere distorte e vorticanti: “La delegazione arrivò a Massa senza troppi casini”. Più o meno dice così, è tanto che non la vado a riguardare. Forse c’è un aggettivo anche: infortunata. Se lo avete già scoperto, buon per voi, perché io non vi dirò mai dov’è. E una volta che uno lo sa poi fa ah sì, ma si vede benissimo. Sissì.



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