Essere maschi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/essere-maschi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 18:48:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Essere maschi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/essere-maschi/ 32 32 Essere se stessi con un po’ meno di fatica https://minimaetmoralia.it/interventi/essere-se-stessi-con-un-po-meno-di-fatica/ https://minimaetmoralia.it/interventi/essere-se-stessi-con-un-po-meno-di-fatica/#comments Fri, 27 May 2011 16:23:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4443 di Christian Raimo Ci sono degli eventi che hanno delle somiglianze. L’arresto per stupro di Strauss-Kahn, la vicenda di Don Seppia, la tragedia del padre di Teramo che lascia la figlia sotto il sole. Tre persone – tre maschi, diciamolo subito – che pensavamo affidabili, molto affidabili, si rivelano un disastro. Addirittura dei mostri per […]

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di Christian Raimo

Ci sono degli eventi che hanno delle somiglianze. L’arresto per stupro di Strauss-Kahn, la vicenda di Don Seppia, la tragedia del padre di Teramo che lascia la figlia sotto il sole. Tre persone – tre maschi, diciamolo subito – che pensavamo affidabili, molto affidabili, si rivelano un disastro. Addirittura dei mostri per alcuni, indifendibili per la maggior parte (tranne le mogli – notiamo subito anche questo – nei casi di DSK e del padre). Eppure, evidentemente non sono tre episodi isolati. Voglio dire: 1) il Time della settimana scorsa ci ha addirittura fatto la copertina sugli uomini di potere che si comportano come maiali; Strauss-Kahn, Schwarzenegger, Tiger Woods, John Edwards, Charlie Sheen… sono soltanto l’ultima avanguardia di un esercito ben in forze; 2) la questione della pedofilia nella chiesa è diventata di rilevanza sociologica (tanto che l’associazione prete-pedofilo è purtroppo una di quelle che facciamo sempre più spesso, quasi un luogo comune); 3) queste tragedie dei bambini dimenticati in macchina sotto il sole si ripetono ogni tanto (due negli ultimi dieci giorni, Teramo, Perugia), e sono probabilmente l’emersione più tragica di una “distrazione di massa” – è una cosa che poteva capitare a chiunque, come ha detto non senza verità la moglie difendendo in lacrime il padre della piccola Elena.

Ma se il disastro di queste persone non ha un carattere di eccezionalità, forse possiamo farci qualche domanda da dove scaturiscano queste ferite sociali. Altrimenti restiamo un po’ sgomenti, ci facciamo prendere dalla rabbia o dalla pena, finiamo per pensare che tutto questo non ci riguardi, non ce ne capacitiamo. Del resto, c’è da chiedersi, perché un uomo ricco, colto, fascinoso, gli viene di violentare una cameriera africana in una camera d’hotel? Perché a un prete può saltare in mente di chiamare un suo amico relegato al ruolo di procacciatore di bambini e chiedergli di trovargliene sempre di più piccoli, con madri tossiche e bisognose? Come fa un padre a scordarsi sua figlia di nemmeno due anni in macchina sotto il sole per ore e andare a lavoro?

Di fronte all’inconcepibilità di queste azioni, siamo disposti a considerare ogni genere di spiegazione, e quindi appellarci alla dietrologia, al complotto, alla follia momentanea, a mettere finanche in discussione le regole della struttura sociale, le istituzioni pubbliche, la Chiesa, addirittura la paternità. Qualcuno, come i parrocchiani di Don Seppia a Genova ha persino pensato di costituirsi in una class action per ottenere l’invalidazione del sacramento dei battesimi che il prete pedofilo aveva celebrato. E l’operato dell’FMI? Forse sarà il caso di sostituire l’impresentabile DSK con un altro maschio, un altro europeo? E siamo sicuri che non sia colpa sua il default dei pigs europei? E al padre distratto la vogliamo lasciare la patria potestà dell’altro figlio che gli sta nascendo ora?

Insomma una volta riconosciuta la colpa, anzi una volta stigmatizzato il colpevole (con le manette a telecamere spiegate, l’ignominia sociale e l’isolamento carcerario, la penosa considerazione di come farà quel padre a sopravvivere a una cosa del genere?), siamo punto daccapo; perché è probabile, come è provato che un evento simile riaccadrà, con una modalità magari simile, lasciandoci ancora una volta sconcertati e dubbiosi: perché ci siamo fidati ancora? Che farne di questi altri disastri?

Sarebbe forse interessante allora, collettivamente, discutere non il dramma personale, la responsabilità o il carattere; né in un certo le istituzioni colpite: ma i ruoli. Abbiamo un’idea di affidabilità che è evidentemente slegata dalla reale capacità di sostenerla. Perché Don Seppia, come molti altri preti non ammette di avere un problema con la castità? Perché un pedofilo non riconosce di avere un problema con la sessualità? Perché quel padre evidentemente stressato non ha cercato un po’ di sollievo mentale? Perché Strauss-Kahn ha immaginato che il suo menage sessuale fatto di amanti occasionali, prostitute, e in mancanza, ragazze da violentare, fosse in un certo senso plausibile e consentito anche per una figura di cosa alto profilo pubblico come lui? Cosa cercano questi uomini? Veramente il potere indiscutibile e ferino della infallibilità: quella che fa dire ancora alla moglie di Teramo che ha sposato “un buon padre”? O che fa scrivere a un Bernard Henry-Levy editoriale in difesa dell’amico Strauss-Kahn?

O forse, invece, magari, qualcuno che li sollevi dalla pesantezza di questi ruoli prima che sia troppo tardi, prima che la loro inadeguatezza per manifestarsi debba arrivare al punto di rottura? Come dire: qualcuno che gli dia la possibilità di fallire in modo meno disastroso per loro, e meno distruttivo, tragicamente distruttivo per gli altri.

Per questo niente è così necessario oggi più che mai un elogio del fallimento, come l’ha definito Massimo Recalcati nel suo ultimo Cosa resta del padre: indispensabile forse per non lasciarsi paralizzare da una patologia principe dell’epoca contemporanea, la “fatica di essere se stessi”, volendo rideclinare la definizione di qualche anno fa di Alain Ehrenberg. Perché la fatica di essere un se stessi – attenzione – che qualcun altro ci ha disegnato, vuol dire produrre a livello sociale un’ansia da prestazione diffusa e pervasiva. Che sia elogio del fallimento, allora, soprattutto del fallimento di un maschile in così evidente ansia da prestazione. Che altri modelli comincino a sostituire quelli inservibili e dannosi.

Riconosciamoli, approfondiamone la complessità emotiva. Prendiamo la qualità di alcune figure cinematografiche, come quella del padre malato nell’ultimo film di Inarritu, Biutiful, o del “padre debole” nell’ultimo film di Susanne Bier In un mondo migliore, ma anche il papa di Moretti che decide di rinunciare al soglio pontificio: forse più che segnare una sconfitta di una società incapace di produrre figure-guida, di garantire un’affidabilità costante, ci indicano proprio una possibilità. La conoscenza del limite invece della determinazione cieca. Un’ammissione di inadeguatezza invece dell’afasia rabbiosa e costernata che ci sale in petto dopo tragedie come quella dello stupro di DSK, delle violenze sui bambini di Don Seppia, della morte di una piccola di 22 mesi per insolazione.

 

 

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Essere maschi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/essere-maschi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/essere-maschi/#comments Wed, 22 Dec 2010 09:39:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3483 Vorrei dare qualche consiglio per i regali di Natale alla famiglia o agli amici di Bruno Vespa, dopo aver letto Il cuore e la spada. È eloquente che il suo libro-panettone, che campeggia a mucchi nei bookstore, dedicato alla storia dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia tra pubblico e privato, faccia una precisa scelta di campo: le donne per Vespa non esistono.

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di Christian Raimo

Vorrei dare qualche consiglio per i regali di Natale alla famiglia o agli amici di Bruno Vespa, dopo aver letto Il cuore e la spada. È eloquente che il suo libro-panettone, che campeggia a mucchi nei bookstore, dedicato alla storia dei centocinquant’anni dell’unità d’Italia tra pubblico e privato, faccia una precisa scelta di campo: le donne per Vespa non esistono. Ossia esistono come compagne, come mogli, come amanti; ma non come personaggi politici, non come portatrici di idee. Esiste Elisabetta Tulliani, Claretta Petacci, Eleonora Moro, a cui sono dedicate varie pagine. Non esistono Rosy Bindi, Emma Bonino, Anna Kuliscioff, Nilde Iotti: citate appena.
Il primo consiglio che quindi vorrei dargli è quasi scontato, ed è Il secolo breve di Eric Hobsbawn. Proprio all’inizio di quello che forse è il più celebre libro di storia del Novecento, Hobsbawn riconosce che la trasformazione più importante che ha avuto luogo nel secolo appena passato è la rivoluzione femminile: una rivoluzione magari inavvertita perché si è svolta in un lungo processo, ma certo difficile da non riconoscere nemmeno oggi. Se Vespa ci è riuscito, forse ha qualche deficit nella sua biblioteca personale che potrebbe essere colmato.
Ma questo consiglio potrebbe rivelarsi utile anche per altri lettori che non sono Bruno Vespa. È interessante notare un elemento significativo nelle classifiche della saggistica italiana (ma non solo) degli ultimi anni: sono praticamente scomparsi dai primi posti nelle vendite i libri di teoria, i testi universitari, i saggi veri e propri; sostituiti da libri di divulgazione, da libri di pseudo-varia, da raccolte di articoli giornalistici. Nella settimana che va dal 15 al 21 novembre, per fare un esempio campione, nei primi venticinque posti, non c’è un solo titolo straniero, c’è solo un titolo scritto da una donna, e praticamente non c’è un solo libro che abbia un profilo accademico tout-court. Ai linguisti si sono sostituiti Zagrebelski e Carofiglio; ai professori di letteratura Citati e Augias; agli storici Aprile, Bruno Guerri, Pansa, Gramellini, Vespa… Attraverso i loro libri possiamo conoscere la figura di Garibaldi, le questioni della lingua italiana, la vita di Leopardi: sono testi più o meno affascinanti, discutibili, autorevoli, ma sono scritti con il brio e lo zelo di gente che di mestiere fa altro. Non potrebbe essere auspicabile che i dibattiti sulla storia, sulla lingua, sulla letteratura, insomma la nostra formazione culturale ricominciasse ad avvenire anche per esempio a partire da testi di studiosi di professione?
Passiamo al secondo consiglio, per Vespa e per chi vuole, ed è anche questa non è una novità, ma un libro del 2009: Essere maschi di Stefano Ciccone, uscito un po’ in sordina per una lodevole, storica casa editrice torinese, Rosenberg & Sellier. Mentre intorno a noi vediamo apparire nuove figure sociali (padri separati che creano associazioni per aver riconosciuti pari diritti nella tutela dei minori, gruppi di autocoscienza maschile che si formano in tutta Italia, padri che con sempre maggiore frequenza chiedono un congedo parentale alla nascita dei figli, un’embrionale ma costante diffusione dei men’s studies in tutta Italia…), c’è qualcuno come Ciccone e il suo collettivo maschileplurale che pone in modo molto intelligente e autocritico la priorità di una “questione maschile” all’ordine del giorno dell’agenda politica italiana. In un paese come il nostro anche qui non proprio all’avanguardia negli studi di genere – dove il femminismo è considerato una reliquia culturale se non un passatempo per sessantenni livorose e nostalgiche, dove intellettuali come Judith Butler o Luce Irigaray o Julia Kristeva sono trattate se va bene come figure di nicchia, dove insomma l’elaborazione del lutto della società patriarcale non sembra essere ancora cominciata – Ciccone sostiene invece che per gli uomini è finalmente venuto il tempo di riflettere su se stessi, di mettersi in crisi, di raccontarsi. Ci sono stati recentemente i libri di Elisabetta Ruspini (Mascolinità all’italiana, 2007 e Uomini e corpi, 2009), Raffaele Mantegazza (Per fare un uomo, 2008) di Gianni Biondillo, (Nel nome del padre, 2009), di Duccio Demetrio (L’interiorità maschile, 2010); ma il libro di Ciccone è sicuramente il libro di riferimento per i men’s studies in Italia. Perché? Perché raccoglie un enorme materiale empirico da cui partire: quello ricavato dai gruppi di autocoscienza di maschile plurale, da letture incrociate, e dalle esperienze estere. Perché si confronta con le varie impasse della elaborazione politica italiana degli ultimi trent’anni, prendendo il la da quella che viene chiamata la “vendetta patriarcale”, ossia l’idea che alla crisi del modello di un maschio forte, di una famiglia mono-reddito, si risponda in pratica e anche in teoria con un recupero di questo modello sotto mentite spoglie (è il lavoro che fanno vari pensatori di area cattolica soprattutto come Claudio Risè e il suo sito Maschi Selvatici, ma anche i gruppi di terapia dell’omosessualità come il Narth di Joseph Nicolosi). Perché propone una diversa lettura della riflessione sul corpo maschile: portandoci a comprendere quanto sia importante un percorso di autocoscienza che parta da un corpo debole, un corpo sofferente, da un corpo limitato, da un corpo impotente. Perché comincia a colmare un vuoto enorme che il femminismo italiano ha sempre provato a riempire in un modo un po’ goffo, abbozzando una solitaria riflessione sul genere in vece di quei maschi renitenti a farla (le idee dei modelli maschili che si ricavano dai libri di Rosi Braidotti o di Marina Terragni, viste dalla parte di chi quei modelli dovrebbe averli a riferimento, sono quanto meno ingenue se non risibili). Mentre, per dire, per la prima volta nella nostra storia italiana, a capo della Confindustria e del più importante sindacato ci sono due donne, Essere maschi mette in luce in fondo un’evidenza che rappresenta molto più di tanti altri dati, il valore della crisi del nostro paese: la mancata autoriflessione sui modelli maschili e su quelli femminili ci ha portato ovviamente a un’assoluta incapacità di confronto di questi modelli. Ed è forse giunto il momento di cominciare questo processo, questo percorso dialettico, questa relazione, questa politica. Magari il Bruno Vespa del 2161 racconterà proprio questa storia nel trecentesimo anniversario dell’unità d’Italia.

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