Esther Williams Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/esther-williams/ un blog di approfondimento culturale Thu, 17 Jul 2014 14:13:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Esther Williams Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/esther-williams/ 32 32 Quando il tuffo in piscina è un capolavoro https://minimaetmoralia.it/libri/quando-il-tuffo-in-piscina-e-un-capolavoro/ https://minimaetmoralia.it/libri/quando-il-tuffo-in-piscina-e-un-capolavoro/#comments Thu, 17 Jul 2014 14:13:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22271 Questo pezzo è uscito su la Repubblica.

Se ne stanno all’aperto così come nei seminterrati, nelle polisportive o nelle ville nascoste da muri di cinta. Sono depressioni scavate nella terra e foderate di cemento, oppure prefabbricate e sopraelevate, catini di poliestere e metallo collocati nel cortile posteriore di una casetta a schiera. Rettangolari, ovali, a forma di quadrifoglio o di pianoforte, di chitarra o di piede; addirittura, generando un cortocircuito tra morfologia e funzione, di goccia. Nella maggior parte dei casi, se il sole splende o se l’illuminazione indoor è adeguata, generano una tonalità cromatica – un turchese in cui oscillano i pallori del celeste e il vigore intenso dell’azzurro – che non ha equivalenti in natura. È un colore artificiale che si declina in tremolii e in riverberi, in una costellazione di gore disseminate lungo la piastrellatura a quadratini. È lo spettacolo della trasparenza, la liquefazione di un cristallo. Davanti a quel colore magnetico ci rendiamo conto che, per la sua natura di superficie abissale, una piscina è uno spazio di desiderio. In quanto tale convoca percezioni, sollecita racconto.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Fonte immagine)

Se ne stanno all’aperto così come nei seminterrati, nelle polisportive o nelle ville nascoste da muri di cinta. Sono depressioni scavate nella terra e foderate di cemento, oppure prefabbricate e sopraelevate, catini di poliestere e metallo collocati nel cortile posteriore di una casetta a schiera. Rettangolari, ovali, a forma di quadrifoglio o di pianoforte, di chitarra o di piede; addirittura, generando un cortocircuito tra morfologia e funzione, di goccia. Nella maggior parte dei casi, se il sole splende o se l’illuminazione indoor è adeguata, generano una tonalità cromatica – un turchese in cui oscillano i pallori del celeste e il vigore intenso dell’azzurro – che non ha equivalenti in natura. È un colore artificiale che si declina in tremolii e in riverberi, in una costellazione di gore disseminate lungo la piastrellatura a quadratini. È lo spettacolo della trasparenza, la liquefazione di un cristallo. Davanti a quel colore magnetico ci rendiamo conto che, per la sua natura di superficie abissale, una piscina è uno spazio di desiderio. In quanto tale convoca percezioni, sollecita racconto.

In I nuotatori (Codice Edizioni, traduzione di Paola Tomasinelli) lo scrittore spagnolo Joaquín Pérez Azaústre lavora sul contrasto tra la rarefazione di una città che si va progressivamente svuotando e un unico spazio superstite – una paradossale isola d’acqua – che coincide con la piscina olimpionica dove, una bracciata dopo l’altra, è possibile procurarsi una specie di personale salvezza. Per Jonás, il fotografo protagonista del romanzo, la piscina è prima di tutto il conforto di un rituale concreto: cambiarsi negli spogliatoi, inserire una moneta nella serratura dell’armadietto, ciabattare «con quel passo lento da papera attonita e goffa» fino al bordo della vasca, scegliere la corsia giusta e solo a quel punto consegnarsi all’acqua, nuotare a rana calibrando il movimento mentre la testa si svuota, il corpo retrocede a organismo, la coscienza della propria biografia si attenua e poi scompare e al suo posto si materializza «una successione di immagini assopite che allora, solo allora, al contatto furtivo con l’acqua, si svegliano e aderiscono a un significato, si succedono in sequenza e guadagnano lucidità».

Già Charles Sprawson in L’ombra del Massaggiatore Nero chiariva che nuotare è un ipnotico naturale in grado di stimolare concentrazione e nostalgia: «Il nuoto, come l’oppio, può causare un senso di distacco dalla vita quotidiana; i ricordi, in particolar modo quelli dell’infanzia, riemergono con sorprendente vigore, ricchi di particolari vividi e precisi». La piscina non è dunque solo il luogo dell’armonia plastica dei corpi gloriosi di Esther Williams e di Johnny Weissmuller, ma anche un perimetro di meditazione, a volte sereno a volte perturbante (persino, altre volte ancora, la sostanza da cui i morti prendono la parola, come in Sunset Boulevard di Billy Wilder e in Maps to the Stars di David Cronenberg).

Percorrendo avanti e indietro la sua corsia, ricomponendo i pezzi di una storia personale sempre più incerta, Jonás scopre che nuotare è una tecnica di comprensione di meccanismi che fuori dall’acqua, quando si dispiegano su una superficie solida, risultano incomprensibili. Soprattutto, la piscina è lo spazio attraverso cui non solo si misura il tempo ma se ne ripristina il funzionamento, un orologio sui generis che al posto delle lancette prevede il moto uniforme di un corpo orizzontale che solca il liquido, una costante laddove tutto si disgrega.

Il nesso tra piscina ed esperienza temporale è al centro anche di Il nuotatore, il capolavoro di John Cheever di cui, apparso per la prima volta sul New Yorker il 16 luglio 1964, ricorre il cinquantesimo anniversario. Quando durante un party in casa di amici decide di tornare a casa nuotando attraverso le piscine che si succedono una dopo l’altra nelle ville dei dintorni, Ned non sa che quel percorso corrisponderà a un progressivo implacabile sfaldarsi del tempo, alla crisi, al caos; allo smarrimento del passato e alla scoperta di un presente disabitato.

Ma nonostante tutto il nuotatore procede perché solo in piscina, come racconta Azaústre, riesce a guardare il suo futuro. E dunque quando il turno è finito e si dovrebbe uscire dall’acqua Jonás si rende conto che potrebbe continuare, «perché se la respirazione è buona e la circolazione pulsa briosa nel sangue può nuotare tutto il giorno, né veloce né lento, fino al tramonto e ancora oltre». La piscina si trasforma in una dipendenza.

Qualcosa di simile alle meravigliose contemplazioni zenitali della fotografa americana Julia Blackmon, dove la piscina è ciò che non si può smettere di guardare, o alla splendida mania di David Hockney per i rettangoli d’acqua californiani. Nel loro essere pura materia, legame tra il fluido e il solido, le piscine sono al contempo la scena di un cambiamento impercettibile, una miriade di microscopiche metamorfosi inscritte in una cornice minerale: qualcosa di simile alla descrizione di una vita umana («Nulla cambia forma più dell’acqua di una piscina», sosteneva il pittore inglese).

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In A Bigger Splash (1966) Hockney fa coincidere la piscina con l’enigma. Riconosciamo, obliquo, un trampolino, sullo sfondo la facciata di una villa, una sedia vuota e in primo piano l’acqua che esplode in spruzzi, un corpo sconosciuto appena sparito sotto la superficie.

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Nel 1979 Bill Viola mette in scena un altro tuffo e un’altra sparizione. In The Reflecting Pool, tra i lavori più noti del videoartista newyorkese, il freezing interviene nell’istante in cui un uomo si tuffa. Il suo corpo non romperà mai la superficie ma resterà sospeso fino a scomparire; ciò che resta è solo il tempo che accade, il mormorio sottile dei suoni intorno.

Apparentemente acquattate miti nell’altrettanto apparente serenità del nostro tempo libero, le piscine ci osservano e ci interrogano. Ci domandano chi siamo, che cosa possiamo ancora essere, seducendoci con l’allusione a una vita finalmente fluida. In piedi sull’orlo non sappiamo che cosa rispondere. Sappiamo solo che la piscina è desiderio. E allora, come Jonás, stiamo zitti e saltiamo.

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Il guastatore https://minimaetmoralia.it/non-fiction/il-guastatore/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/il-guastatore/#respond Sun, 14 Jun 2009 09:45:10 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=59 Il nome di Franco è composto da due spigoli consonantici che riflettono il suo carattere brusco e diretto. Rivolgersi a lui è il primo passo per “affrancarsi” dall’asservimento alla contemporaneità, per emanciparsi dai falsi bisogni indotti che ci bersagliano ogni momento. Franco ha 46 anni e vive e lavora a Turro, un quartiere periferico nella […]

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Il nome di Franco è composto da due spigoli consonantici che riflettono il suo carattere brusco e diretto. Rivolgersi a lui è il primo passo per “affrancarsi” dall’asservimento alla contemporaneità, per emanciparsi dai falsi bisogni indotti che ci bersagliano ogni momento. Franco ha 46 anni e vive e lavora a Turro, un quartiere periferico nella parte nord-orientale di Milano. Lo conobbi lo scorso dicembre, quando andai a un reading poetico che si svolgeva in un circolo ARCI della stessa zona. Il ciclo di incontri settimanali prevedeva la presenza dei maggiori poeti del momento: le donne rigorosamente col doppio cognome e gli uomini con la doppia residenza, i nuovi quarti di nobiltà.


Quel pomeriggio era dedicato a un poeta argentino che vive tra Milano e Parigi, poco presente in libreria ma sempre in prima fila nel rilasciare interviste vibrate e nel firmare gli appelli giusti su tutti i temi di scottante attualità. All’interno del locale, in una saletta perlinata con le lampade al neon perimetrali, una mezza dozzina di spettatori seguiva con tediosa attenzione i versi impegnati dell’intellettuale sudamericano. Al momento fatidico delle domande del pubblico, un’anziana signora osò dire che quei versi, che a me ricordavano il rosolio, a lei facevano venire in mente “il grande Borges”; al che lui replicò stizzito che non considerava un maestro “quel fascistone” autore della più bieca letteratura reazionaria del suo paese. Avrei voluto contestargli che la letteratura reazionaria è quella che blandisce il lettore, lo conferma nei pregiudizi, lo consola, come per esempio la sua, ma mi imposi di tacere.

Terminato il reading uscii con sollievo dal locale e, cercando l’auto, scorsi la piccola bottega di riparazioni di Franco, un sottoscala che pareva un bunker con tanto di finestrella-feritoia sulla strada. Sulla porta un cartellino avvisava che l’orario di apertura e chiusura variava a seconda del tempo e dell’umore del titolare. L’interno era stipato di vari elettrodomestici: vecchi televisori, radiosveglie, forni a microonde e fotocopiatrici ammassati disordinatamente, una specie di Salon des refusés della modernità. Era il posto che cercavo per far aggiustare un registratore portatile regalatomi anni fa da mio padre. Comprarlo nuovo mi sarebbe costato lo stesso o quasi, ma per motivi affettivi preferivo farlo mettere a posto. Lo prese subito in mano e lo smontò rapidamente. Per chi, come me, ha un rapporto conflittuale con la fisicità, vedere qualcuno dotato di grande abilità manuale risulta sempre molto affascinante, lui è uno di quelli che “col cacciavite in mano fa miracoli”.

Cercai di scambiarci due parole ma rispondeva a monosillabi, forse perché abituato a parlare con le mani. Aspettai allora in silenzio il responso e mi guardai intorno: sulle pareti spoglie c’erano soltanto un paio di poster all’apparenza incongrui. Una foto di Esther Williams in costume da bagno davanti a una piscina e la riproduzione del ritratto dei Coniugi Arnolfini di Van Eyck. Poco dopo mi disse che il guasto era una fesseria e mi suggerì di tornare fra un’ora che il registratore sarebbe stato pronto.

Feci un giro per i negozi di viale Monza. Le luminarie natalizie che in quei giorni facevano da pergolato alla grande arteria di traffico sembravano celebrare il ramadam dell’intelligenza. Il flusso banausico scorreva più nervoso e singhiozzante del solito, confluendo nell’imbuto dell’ora di punta sia gli impiegati di ritorno a casa che i forzati dei regali. A poca distanza dalla bottega di Franco prosperavano le grandi catene del pensiero unico come Expert, Mediaworld ed Euronics, dove il nuovo costa talmente poco che il vecchio, ai primi guasti, conviene buttarlo. Viale Monza è una di quelle zone della città in cui è più evidente il carattere orografico dei milanesi, il loro uniforme appiattimento nei confronti dello stile di vita imperante, ed è pure un quartiere così desolatamente grigio da costringerti all’accattonaggio visivo, ma ha almeno il merito di infischiarsene delle critiche e di tirar dritto per la propria strada.

Tornai in anticipo da Franco e mi sedetti nel bar di fronte ad aspettare. In questo modo vidi che entravano non solo extracomunitari squattrinati come pensavo, ma pure un bizzarro seguace del grande Lebowski e un paio di trentenni all’apparenza facoltosi e con coscienza ecologica, magari consapevoli del fatto che le politiche estere aggressive sono anche il frutto di un tenore di vita alto e irresponsabile. Senza contare che la brama del possesso è in fondo una schiavitù di segno opposto, perché ciò che possediamo a sua volta ci possiede e ci ricatta, come spiegò bene Cortázar nella prosa sull’orologio tratta da Storie di Cronopios e di Famas.

In questo senso, sia Franco che il poeta argentino erano entrambi portatori di un’ideologia critica e intransigente verso il modello di sviluppo delle opulente società occidentali, tuttavia mentre il secondo aveva congelato quella denuncia e i suoi valori in una difesa formale e conservatrice, il primo la misurava concretamente in una rigorosa scelta di vita. Lì compresi il reale significato dei poster così apparentemente incongrui che decoravano la bottega di Franco.

Forse la cenestesi natatoria di Esther Williams intendeva testimoniare la struggente aspirazione dell’uomo a sublimarsi fino alla grazia e all’innocenza dell’inorganico, sebbene la vera esistenza mineralizzata appartenesse più ai liberi consumatori tecnologici che non agli spartani ed anacronistici riparatori; in fondo il desiderio è sempre condizionato dall’esterno, mentre l’aspirazione è qualcosa dettata da dentro. La soluzione del capolavoro di Van Eyck risiedeva invece nella lettura che ne aveva fatto Tano Festa, che individuava il vero protagonista della scena nel “lampadario”, visto come “qualcosa che sta a misurare la durata e quindi il limite delle vite” dei coniugi lucchesi, che “da tutta quella scena sarebbero stati i primi ad uscire, mentre gli oggetti sarebbero rimasti ancora per lungo tempo al loro posto, testimoni muti e impassibili delle loro esistenze”. L’ha notato di recente pure Saviano, in un articolo uscito su Repubblica a proposito della sua visita ai terremotati abruzzesi. Fra le macerie delle case distrutte e i morti sepolti l’elemento ricorrente per lui era sempre il lampadario.

Tornai quindi a riprendermi il registratore. La riparazione costò 20 euro. Gli chiesi se c’era un motivo particolare per la presenza di quei manifesti ma rispose negativamente. Ce li aveva messi solo perché gli piacevano le immagini. Allontanandomi pensai che il suo mestiere fosse una missione necessaria e coraggiosa, perché Franco è un riparatore che in realtà fa il guastatore del consumismo, sabota i centri nevralgici del nemico, punta a rompere lo status quo. E se il consumismo sfrenato è la nostra vendetta verso gli oggetti e la loro superiore ed invidiabile resilienza, allora il suo lavoro può essere inteso come una sorta di pietoso risarcimento nei loro confronti.

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