Etgar Keret Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/etgar-keret/ un blog di approfondimento culturale Mon, 16 Sep 2019 22:29:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Etgar Keret Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/etgar-keret/ 32 32 Cercare, sempre, l’umanità: intervista a Etgar Keret https://minimaetmoralia.it/interviste/cercare-sempre-lumanita-intervista-a-etgar-keret/ https://minimaetmoralia.it/interviste/cercare-sempre-lumanita-intervista-a-etgar-keret/#comments Wed, 08 Jun 2016 12:30:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31187 Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo. Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio […]

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Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio magistralis:
”Amo molto venire in Italia, questa volta prima di venire a Firenze sono stato a Torino, Ancona, Lucca… Mi sento a casa perché il clima è simile a Israele ma allo stesso tempo vivo esperienze nuove. Così ho accettato subito l’invito a fare questo intervento, anche perché partendo dalla mia esperienza forse posso dire qualcosa sul ruolo che la lettura e la scrittura, e più in generale le storie, possono avere sulla vita di una persona.’’

‘‘La mia famiglia è composta da sopravvissuti all’Olocausto: i miei genitori erano ragazzini durante l’avvento del nazismo e poi durante la guerra e non avevano libri – erano sempre in fuga – così i loro genitori gli raccontavano delle storie. Allo stesso modo loro le hanno raccontate a noi figli. Mia madre ce ne raccontava sempre una nuova prima di metterci a letto. Quando però lavorava, o era malata, noi la storia la volevamo lo stesso, così toccava a nostro padre.’’

‘‘Solo che lui non aveva quel talento, non gli venivano proprio. Propose di leggercele dai libri ma ci rifiutammo categoricamente. Alla fine l’unico modo che ebbe per cavarsela fu di raccontare storie che gli erano capitate veramente. Si trattava di storie con personaggi loschi: mafiosi, prostitute e alcolisti, gente che faceva cose anche sbagliate, ma che aveva le sue ragioni profonde e una sua umanità. Mi chiederai: come mai storie del genere? Perché quando la guerra era appena finita, mio padre finì a Reggio Calabria a comprare armi per conto degli alleati e quindi ebbe a che fare con il sottobosco criminale di allora. Un sottobosco che però, rispetto ai nazisti da cui aveva dovuto fuggire fino a quel momento, era un panorama umano fantastico. Gente per bene, anzi straordinaria!’’

‘‘Questo però ai tempi non lo sapevo, e mio padre edulcorava un po’ tutto, proprio perché ero piccolo: quando chiedevo cos’era un alcolista, mi diceva ‘un tizio che per un problema fisiologico più liquidi beve, più è felice’; quando chiedevo cos’era una prostituta, mi diceva ‘una signora che si fa pagare per ascoltare i problemi altrui’; un mafiosSette-anni-di-felicitao diventava ‘uno che riscuote l’affitto anche per case non sue’… Così il mio sogno diventò quello di fare il mafioso, o di prostituirmi o diventare un alcolista, o le tre cose insieme…”

‘‘Quando diventai grande e capii, ne chiesi conto a mio padre: ‘perché mi hai raccontato cose così poco adatte a un bambino?’ Sai cosa mi rispose? Disse: ‘Come sai, io non sono bravo a inventare. Allora dovevo raccontarti cose mie. Ma la mia infanzia era troppo orribile: potevo forse raccontarti di quando per salvarmi la vita dovetti rimanere nascosto in un buco in terra per due anni, o di quando torturarono a morte mia sorella? Così ti ho raccontato del primo periodo in vita mia in cui ho incontrato dell’umanità.’ È per questo che non mi piace scrivere storie nichiliste o che giocano con la misantropia. Credo che si debba, sempre, cercare l’umanità che sta in fondo a tutte le vicende. Un’altra volta, mio padre mi raccontò che la cosa di cui andava più orgoglioso era di aver partecipato a varie guerre ma essere riuscito a non far mai male a nessuno. Lì per lì rimasi un po’ deluso: come, vai a fare la guerra e poi non ammazzi nessuno? Anche la bellezza di quella lezione ci ho messo diversi anni a comprenderla, ma oggi la porto con me e cerco, nel mio piccolo, di applicarla alla mia attività di scrittore.”

”Dalle storie di mia madre e di mio padre ho avuto anche le prime lezioni su fiction e non fiction. Mia madre era la prima, mio padre la seconda: per questo forse per me la fiction è sempre qualcosa di molto reale. Pensa che quando proposi i miei primi racconti a un editor, quello mi disse ‘mi piacciono, sono grotteschi’ e io mi infuriai moltissimo: erano storie su di me, la mia famiglia e la mia fidanzata! Ti piacerebbe se ti dicessi che tua moglie è grottesca? Ai tempi neanche realizzavo quanto in realtà la mia scrittura fosse allegorica, a me sembrava tutto vero.’’

”La mkeretia scrittura è anche generalmente percepita come basata sullo humour, e mi va bene essere considerato uno scrittore umoristico – di fatto lo sono – ma è essenziale ribadire che ci sono due tipi di humor. Uno è quello che ti vuole far ridere. Come dice mio figlio, è qualcosa di molto simile al solletico sotto le ascelle. Ridere, fa ridere: ma è una reazione meccanica. L’altro, e più interessante, è quello in cui le risate sono un effetto secondario. Il paracadute che ti impedisce di diventare bilioso o troppo amaro o troppo triste, o magari addirittura cattivo. A volte il miglior humor si manifesta quando ti arriva addosso un momento abbastanza intenso da essere travolgente, e allora si ride per salvarsi. La forma breve è particolarmente adatta a creare situazioni di entrambi i tipi, ma io preferisco senz’altro la seconda.’’

”So che in Italia i racconti sono una categoria editorialmente un po’ negletta, e gli autori che lavorano con la forma breve faticano di più a pubblicare, ma, ti dirò, è una situazione non è dissimile da quella israeliana, e anche americana, nonostante siano paesi con una grande tradizione nel racconto. Il pregiudizio è universale. Pensa a un dato: di solito negli USA il primo libro di tutti gli autori è di racconti, perché cominciano a pubblicare sulle riviste e poi raccolgono in volume tale produzione. Poi fanno tutti un romanzo. A quel punto, se hanno successo, non tornano mai indietro. Sempre e solo romanzi. È un peccato. Il racconto è una cosa diversa dal romanzo quanto lo è la poesia, e non è meno grande: vogliamo dire che i racconti di Kafka sono peggio di Moby Dick? Si è diffusa l’idea che i libri di racconti vendono meno, ma la verità è che il mondo editoriale, a lungo andare, ha sviluppato una sorta di profezia che si autoavvera: non ci punta molto, non li manda ai premi, ne tira meno copie, e il risultato è che i romanzi diventano per forza più preminenti e quindi quello che la gente di talento punta più spesso a fare. Il cambiamento deve arrivare dal mondo editoriale.’’

[qui l’intervista a Etgar Keret sul suo metodo di scrittura]

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Discorsi sul metodo – II: Vásquez, Egan, McGrath, Greer https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-2/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-2/#comments Mon, 01 Jul 2013 08:50:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14823 Continuano i “discorsi sul metodo” di Vanni Santoni con gli ospiti del premio Von Rezzori Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín.
Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotá nel 1973; il suo ultimo romanzo edito in Italia è Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie 2012)
Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Alterno periodi in cui scrivo a periodi in cui non scrivo. Quando lavoro a un romanzo in genere faccio 8-10 ore al giorno. In quelle ore cerco di fare almeno due pagine, diciamo tremila battute, il più perfette possibile, e in ogni caso mai più di tre pagine. Quando ho fatto le mie due pagine mi fermo a metà di una frase, come consigliava di fare Hemingway, e riprendo il giorno dopo.

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Qui la prima parte, con le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín.

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Juan Gabriel Vásquez è nato a Bogotá nel 1973; il suo ultimo romanzo edito in Italia è Il rumore delle cose che cadono (Ponte alle Grazie 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Alterno periodi in cui scrivo a periodi in cui non scrivo. Quando lavoro a un romanzo in genere faccio 8-10 ore al giorno. In quelle ore cerco di fare almeno due pagine, diciamo tremila battute, il più perfette possibile, e in ogni caso mai più di tre pagine. Quando ho fatto le mie due pagine mi fermo a metà di una frase, come consigliava di fare Hemingway, e riprendo il giorno dopo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho bisogno di posti privatissimi ma posso scrivere ovunque nel mondo se sono in una stanza silenziosa, non c’è nessuno in giro e ho il caffè. Di solito scrivo di mattina, mi sembra che la notte sia adatta a scrittori più “astratti” di me, che non badano troppo alla struttura o almeno che non la mettono al centro della loro poetica. Per me la struttura è tutto, sono ossessionato dall’architettura interna, e quindi ho bisogno della massima lucidità possibile.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Non faccio grafici o schemi, ma faccio molta preproduzione nel senso di ricerca giornalistica, che poi è indispensabile per il tipo di romanzi che scrivo. Faccio interviste e molta osservazione dei luoghi dell’ambientazione, per trovare un “senso del luogo”.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Come dicevo tendo a riscrivere poco, ogni giorno faccio solo le mie due pagine ma cerco di farle nel modo più compiuto possibile. Quindi cesello da subito. Anzi, lo faccio così tanto che a differenza di molti scrittori, che in revisione tagliano, io aggiungo. Per me la revisione è un momento per aggiungere pagine e frasi e dare più respiro alle parti troppo serrate e cesellate.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo solo un libro per volta, ma ho molti progetti in testa. In genere un progetto per un futuro romanzo ci mette qualche anno, a volte anche cinque o sei, per coagularsi; a quel punto faccio le mie ricerche e mi metto a scriverlo.

Carta o computer?

Scrivo direttamente su computer. Solo a volte, se sono incagliatissimo su un passaggio, su una frase, “risolvo” su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

“Accordo” ogni libro tenendo sul tavolo un altro paio di libri, di solito molto diversi ma col “tono” che voglio ottenere: li tengo lì, li sfoglio, ne leggo parti a caso. Per l’ultimo libro che ho scritto, ho usato come diapason Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald e La vita breve di Juan Carlos Onetti.

Come hai esordito?

Ho esordito presto, a ventitré anni, ma il libro ebbe diversi rifiuti prima di trovare un editore. All’inizio è facile scrivere e difficile pubblicare. Poi via via che procedi con la carriera, pubblicare diventa facile, ma scrivere qualcosa che ti sembri effettivamente degno della pubblicazione diventa sempre più difficile.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Quando ho cominciato seguivo i consigli di Vargas Llosa secondo cui devi sapere tutto quello che succede nel libro prima di scrivere. Andando avanti però ho capito che questo metodo non corrisponde al mio temperamento: in realtà l’ideale per me quando comincio un romanzo è avere idee precise sulla struttura interna, ma non sui personaggi e sui fatti, che preferisco sviluppare via via.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

I romanzi di Joseph Conrad su tutto e tutti. Poi Mario Vargas Llosa, Philip Roth, John Banville, Marcel Proust.

“Esisti” online?

Ho una rubrica settimanale su un giornale online, ma non ho Twitter né Facebook. Non è che non mi piacciono, è che ho paura del tempo che possono consumare.

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Jennifer Egan è nata a Chicago nel 1962. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Guardami (minimum fax 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando alla prima bozza o sto facendo revisione. Quando scrivo difficilmente faccio più di un’ora e mezza di scrittura al giorno. Quando invece edito, allora lavoro per periodi molto più lunghi, in genere sei o sette ore al giorno. Non mi piace spremermi troppo perché poi anche se a volte ottieni una giornata favolosa, poi il giorno successivo ti ritrovi a fare molto meno. C’è anche il fatto che ho due bambini e quindi in pratica lavoro part-time. In genere non lavoro nel fine settimana a parte quei casi in cui so che avrò un’oretta completamente “pura”, e allora la sfrutto.
Per quanto riguarda la quantità, cinque pagine – scrivendo a mano su carta sono più o meno quattromila battute – al giorno è il minimo assoluto. Ovviamente se ne faccio di più sono felice, ma cerco di non andare mai oltre le diecimila, o sento che rovinerei il giorno successivo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo a casa e preferibilmente al mattino, meglio ancora subito dopo essermi alzata da letto, se comincio a pensare alle cose pratiche sono rovinata. Periodicamente penso che sarebbe bello alzarsi alle 5:30 e fare due ore subito, ma in realtà non l’ho mai fatto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto. Faccio schemi e diagrammi da dopo la prima bozza, a quel punto ne faccio tantissimi, ma la prima bozza la butto giù senza programmare niente, non è granché ma la finisco, solo a quel punto si pongono questioni di struttura e geometria interna. Anche dopo la seconda bozza c’è un’altra fase di schemi piuttosto importante, da lì in poi raggiungo un certo equilibrio e lavoro per lo più sullo stile.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Direi in media quattro “bozzoni” davvero molto diversi tra loro, anche se poi capita di fare riscritture aggiuntive e separate per i capitoli che funzionano meno. Se contiamo anche le stesure con piccoli cambiamenti, o quelle che rifaccio dopo un giro di riletture abbiamo una trentina di versioni; se contiamo come versioni diverse anche quelle in cui cambia solo un capitolo perché ha avuto riscritture aggiuntive, una settantina.
La prima bozza è tutta istintiva, butto giù tutto senza neanche sapere cosa sarà, il giorno dopo rileggo e mi “accorgo” di cosa stavo scrivendo, a volte cambiano pure i nomi dei personaggi perché ai primi giri di scrittura non li ricordo mai.

Scrivi più libri in contemporanea?

Normalmente no, anche se ora lo sto facendo perché sono due anni che faccio solo presentazioni e sono indietro con la scrittura. Mi sento una venditrice e voglio tornare a essere una scrittrice. Va detto però che magari riesco a farlo solo perché uno è un romanzo e l’altro è un libro di nonfiction.

Carta o computer?

Scrivo su carta e faccio su carta anche le riscritture. Se vedo il testo scritto con caratteri di stampa, come avviene sullo schermo di un computer, mi sembra finito, mentre le bozza deve essere solo su carta – le sorprese, le svolte, mi vengono solo così.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Mi piace la luce naturale, posso farne a meno ma è molto meglio se c’è, poi  ovviamente il silenzio. Prima bevevo molto caffè, ora meno (a parte quando sono in Italia) perché mi rende incazzosa e mi ritrovavo a fare sfuriate ingiuste ai miei figli, così ho smesso. I gatti pure mi aiutano a concentrarmi, dato che sono presenti e senzienti ma hanno il pregio di non parlare.

Come hai esordito?

Il primo romanzo che ho scritto era orrendo, dunque è normale, credo, che sia stato difficilissimo anche solo farlo leggere a qualcuno. Poi lo riscrissi completamente, tenendo solo le idee portanti, e dopo qualche anno riuscii a pubblicarlo; in ogni caso è stato un debutto modesto, ci sono scrittori che partono forte ma non è stato il mio caso.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Come dicevo, il primo libro che ho provato a scrivere era pessimo, e lo era soprattutto perché lo scrissi senza editarlo minimamente e lo inviai subito in giro: ero ingenua e non mi rendevo conto che per fare un libro ci possono volere anche anni di lavoro, non importa quanto velocemente hai buttato giù la prima bozza. Il cambiamento sta tutto lì: ho realizzato quanto sono importanti le riscritture.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Innanzitutto Sfida senza paura di Ken Kesey, perché fa cose incredibili a livello di struttura; poi Underworld di Don DeLillo, quando l’ho letto scrivevo già, ma mi ha ricordato che razza di cose grandiose può fare un romanzo, o ancora Il taccuino d’oro di Doris Lessing, insomma tutti quei libri che hanno una storia buona e solida organizzata però in modo bizzarro. In questo senso anche il film Pulp fiction fu importantissimo per me, perché mi mostrò che  le linee temporali si possono usare anche per causare differenti effetti emotivi.

“Esisti” online?

Per niente, ho provato a twittare ma non mi ci trovavo: non mi piace leggere le recensioni o gli articoli su di me, figuriamoci autorappresentarmi. Ho un bel sito perché “legava” con Il tempo è un bastardo, ma a parte questo non mi trovo bene su Internet, la rappresentazione “real time” non mi piace, magari un domani se voglio parlare di me stessa o rappresentarmi in qualche modo mi metto a scrivere  un memoir, ma deve essere mediato, l’autorappresentazione in tempo reale non è divertente.

* * *

Patrick McGrath è nato a Londra nel 1950. Il suo ultimo libro edito in Italia è L’estranea (Bompiani 2012).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho limiti di tempo, ma ho una regola fissa. Devo fare mille parole, quindi scrivendo in inglese cinquemila battute. Solo se arrivo a mille parole mi sento uno che ha fatto il suo dovere. A volte ci vuole un’ora, a volte tutto il giorno.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo al mattino, il più presto possibile, devo essere a mente vuota. A casa ho una scrivania che cerco di tenere solo per la scrittura e non per il resto, non ci metto mai la posta, le bollette o i giornali.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Non faccio molta preproduzione, in genere parto da una singola immagine o scena, e la ricerca la faccio mentre vado avanti. Faccio anche schemi e grafici, ma sempre durante i lavori, mai prima.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Decine, a volte centinaia. Tengo in parallelo moltissimi file, butto via centinaia di pagine, a volte riscrivo intere parti.
Tendenzialmente cerco di andare subito verso la chiusura, di getto scrivo subito almeno un centinaio di pagine. Quando sento che è abbastanza mi fermo, leggo quello che ho fatto e vedo se andare avanti oppure cambiare tutto e ripartire, sempre con l’obiettivo di chiudere la bozza. Solo a quel punto passo alla revisione.

Scrivi più libri in contemporanea?

Solitamente scrivo un solo romanzo alla volta.

Carta o computer?

Scrivo a mano su carta, poi la copio al computer e mentre lo faccio opero una prima revisione. Da lì in poi, tutte le riscritture le faccio su file.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non credo nella scaramanzia, sto a sedere e scrivo. Anzi a pensarci bene qualcosa faccio, per ogni romanzo compro un quaderno nuovo e dei lapis nuovi, e ripulisco completamente la scrivania dalle tracce del libro precedente. Poi mi metto sotto.

Come hai esordito?

Il mio primo libro era una raccolta di racconti ed esordire fu molto difficile perché nel mondo anglosassone per farlo devi trovare un agente – se non arrivano da un’agenzia letteraria le case editrici difficilmente leggono i manoscritti – e non è una cosa semplice.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono più lento. L’approccio al testo non è cambiato molto ma sono più lento, perché scrivere è diventato più difficile. Quando cominciai a scrivere avevo tantissime idee per romanzi, pensavo che sarei stato occupato tutta la vita con quelle idee, invece è andata a finire che le ho usate tutte da tempo e ora quindi è più difficile trovarne di nuove e buone, tocca scavare sempre più profondamente.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Sicuramente Daniel Martin di John Fowles. Quando l’ho letto, qualcosa nella natura di quel libro mi ha fatto scattare una molla dentro, per la prima volta ho pensato “questo libro avrei voluto averlo scritto io”, e allora ho deciso inderogabilmente che di mestiere avrei scritto libri.

“Esisti” online?

Non tanto, ma ci provo. Il fatto è che non sono pratico del medium e sono troppo pigro per imparare a usarlo in modo adeguato. Ho comprato il dominio però!

* * *

Andrew Sean Greer è nato a Washington D.C. nel 1970. Il suo ultimo libro edito in Italia è La storia di un matrimonio (Adelphi 2008)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Devo fare tre pagine. Sono circa mille parole, in inglese cinquemila battute. Non faccio di più, ma se le faccio mi sento a posto, una persona per bene. La cosa curiosa è che se quel giorno ho impegni e sono a stretto coi tempi le faccio subito, se invece so di avere tutto il giorno, finisce sempre che per arrivare a tre pagine mi ci vogliono sette o otto ore.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Nell’ultimo anno e mezzo ho viaggiato molto ed è andato tutto a puttane; prima la mia regola era fare una pagina prima di pranzo, una subito dopo pranzo e una nel tardo pomeriggio e se proprio ero ispirato una quarta pagina dopo cena. Ma anche ora che questi ritmi sono saltati, la regola delle tre pagine la rispetto rigorosamente.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dipende dai libri. In alcuni casi faccio tantissimi schemi e creo dei piccoli dossier, per il mio ultimo libro ho passato otto mesi in biblioteca prima di cominciare a scrivere, ora invece ho attaccato subito e vado a diritto per vedere cosa succede. Viene da pensare che c’entri il credere sempre di più nel mio istinto, ma è possibile che per qualche libro futuro torni a fare molta preproduzione.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Tantissime, anzi a dire il vero le cose buone escono tutte in revisione. Il lavoro sulla revisione è fondamentale, tengo anche varie bozze diverse in parallelo e lavoro su più di esse, alla fine un mio libro “definitivo” non ha mai visto meno di venti riscritture, anche se quando mi metto a scrivere provo comunque a farlo bene, soprattutto per un discorso di autostima: se alla fine della giornata non ho scritto nulla che mi sembra buono, tutto diventa vuoto e  deprimente. Le gratificazioni sono importanti, non posso mica affidarmi solo a quella che si ha quando esce il libro, capita solo ogni tot anni, troppo di rado. Poi però il testo della prima bozza non è mai veramente buono, e infatti edito tutto e soprattutto taglio; in media ogni mio romanzo ammonta a un terzo del testo scritto originariamente.

Scrivi più libri in contemporanea?

Normalmente scrivo un libro per volta, ma in questo momento sto lavorando a due libri insieme, credo sia perché sono due lavori molto diversi, e devo dire che non è male perché quando mi spendo troppo dietro a uno e mi sento un po’ esaurito, mi butto sull’altro e ritrovo qualche energia. È la prima volta che lo faccio, vedremo se diventerà una prassi.

Carta o computer?

Mai su carta, solo su computer. Ho sempre scritto su computer e mi fa un effetto strano scrivere su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Bere? Seriamente: cerco di evitare i rituali perché danno dipendenza, la magia è micidiale, se ti affidi ai riti dopo se non li hai non ti concentri più. Di certo però ho bisogno del mio specifico computer e anche dei libri in giro, per ogni libro che scrivo mi tengo intorno alcuni testi, non necessariamente legati, che stanno lì a ispirarmi e confortarmi. A volte quando scrivo ascolto musica, ma deve essere solo musica, niente parole, l’elettronica va bene, se ci sono le parole poi mi metto a pensare a quello che dicono e mi distraggo. E poi ovviamente Internet è il nemico, e non ci deve essere gente in giro. La cosa peggiore di tutte è quando qualcuno ti dice che forse passa a trovarti: sto li a chiedermi se passerà o no e la giornata di lavoro è rovinata.

Come hai esordito?

Ho scritto un bel po’ di romanzi che hanno incontrato solo rifiuti e non sono mai stati pubblicati. Poi ho scritto un libro di racconti, a quel punto ero disperato e non avevo piu una lira e insomma questo libro dovevo trovare da pubblicarlo oppure mettermi a fare altro, e il destino mi ha sorriso. La cosa triste è che rispetto ad allora è diventato sempre più difficile scrivere, prima avevo mille idee, ora pondero molto di più.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare dai tempi del tuo primo libro?

Sono diventato molto molto più regolare, non sto dietro all’ispirazione, oggi voglio solo fare le mie tre pagine tutti i giorni. Da giovane andavo a Red Bull e facevo nottata, ma oggi trovo che sono più produttivo così.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Penso soprattutto a due libri: Le ore di Michael Cunningham – quando l’ho letto ho capito che puoi scrivere un libro (o volerlo leggere) anche solo per la bellezza della lingua, ed è stato molto rassicurante. E poi Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon, è un romanzo che parla di fumetti, l’ho letto e ho visto un autore a cui piaceva raccontare e non gli fregava niente di chiedersi se l’argomento era “degno” della letteratura o meno, e questo mi ha fatto pensare “Non ci sono regole! Bello!”

“Esisti” online?

Sì, ho sia Twitter che Facebook e ci scrivo continuamente, è bello vedere che la gente ti sta dietro: compensa quei momenti in cui ti sembra di non avere in mano niente.

 

[II – qui la prima parte]

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Discorsi sul metodo – I: Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-1/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-1/#comments Thu, 27 Jun 2013 13:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14756 In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer. * * * Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani […]

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In questa prima parte, le risposte di Michael Cunningham, Etgar Keret, Jeannette Winterson e Colm Tóibín. Nella prossima, quelle di Juan Gabriel Vásquez, Jennifer Egan, Patrick McGrath e Andrew Sean Greer.

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Michael Cunningham è nato a Cincinnati nel 1952. Il suo ultimo libro edito in Italia è Al limite della notte (Bompiani 2010).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non mi confronto con quanto scrivo ma con quante ore faccio. Scrivo minimo quattro ore al giorno e massimo sei; la quantità di pagine prodotte varia a seconda dei periodi. Capita che ci siano giorni molto improduttivi in termini di pagine scritte e non è mai bello, ma non voglio forzarmi a scrivere cose che non voglio. Dopo sei ore stacco anche se ho prodotto pochissimo.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo sempre e solo la mattina, devo passare dal sonno e dai sogni alla scrittura, immediatamente, mantenere il mio mondo mentale e le mie credenze più profonde e trasferirli in un mondo inventato. La mia scrittura sta tutta lì, se mi faccio troppe ore nel mondo reale e poi scrivo, mi ritrovo corrotto, a volte pure offensivo: devo necessariamente stare nel mio mondo di fantasia.
Scrivo sempre nel mio studio a New York, è un posticino che mi sono preso, a venti minuti dal mio appartamento: ogni mattina vado lì a timbrare il cartellino e mi sento come uno che ha un vero lavoro.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

In genere parto con una singola idea, una scena, e poi la seguo, cerco di capire dove vuole andare e obbligo i personaggi a condurla. In effetti per me i personaggi sono come impiegati, il cui mestiere è portare in fondo la storia. Quindi lavoro molto su di loro e poi lascio che la storia proceda.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Tantissime riscritture, magari non nell’ordine delle centinaia, ma sicuramente delle svariate decine. Visto che invento via via che vado avanti, mi trovo sempre a dover riscrivere intere parti, ogni volta che un personaggio o una linea narrativa prendono un’altra forma. All’inizio è tutto un casino, poi via via che questa o quella cosa si coagula, porta con sé modifiche da fare anche su quanto è scritto in precedenza; allora torno indietro e riscrivo. Nonostante decida molte cose in corso d’opera, ogni tot pagine devo sentire che sto ottenendo risultati almeno decenti prima di poter andare avanti, quindi ogni tanto mi fermo, edito in modo profondo un blocco di cento o duecento pagine, rimetto tutto a posto e poi riparto con le cose nuove; se non lo facessi avrei la sensazione di costruire una baracca tutta storta.

Scrivi più libri in contemporanea?

Scrivo solo un libro alla volta. Mi piacerebbe fare diversamente, ma non ci riesco.

Carta o computer?

Sempre e solo computer. È essenziale per me scrivere sul computer, finché esistono solo su schermo, le storie e i personaggi sono come sogni che ancora non si sono solidificati. Se vanno su carta per me è come se diventassero più veri, non potrei mai fare bozze su carta.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Quando comincio a scrivere metto della musica per muovere l’aria dello studio, altrimenti è ferma e non mi ispira. Ma appena attacco a lavorare la spengo. Poi ho questo muro, di fronte al mio computer (la finestra sta sul lato): a ogni romanzo che scrivo ci appiccico foto, appunti, oggetti… Cose che mi causano associazioni mentali, anche abbastanza distanti. In questo momento per esempio ci sono un uccello imbalsamato su un ramo, un disegnino fatto da un mio amico e delle piume colorate.

Come hai esordito?

È stato difficilissimo, ci sono voluti anni, mi rifutavano tutto, romanzi, racconti, ci voleva una vita a ricevere una risposta e poi era sempre negativa. Poi finalmente mi accettarono un capitolo di un romanzo come racconto per il New Yorker e da lì è cominiciato tutto.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato molto, da sempre faccio le mie ore ogni mattino, sono disciplinato di natura e non ho problemi a trovare il tempo. Vengo da una famiglia interamente composta da gente molto disciplinata.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Madame Bovary e poi ancora Madame Bovary. E tutto Denis Johnson.

“Esisti” online?

Non molto, sono su Facebook ma è una pagina gestita da altri, preferisco non guardare me stesso attraverso questi filtri – perché poi è quello che accade sempre, sono sempre rappresentazioni di te –, credo sia meglio per la mia sanità mentale.

* * *

 
Etgar Keret
è nato a Ramat Gan nel 1967. Il suo ultimo libro edito in Italia è All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli 2012).

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non scrivo tutti i giorni. A volte posso non scrivere anche per due mesi consecutivi. Quando scrivo, però, faccio circa dieci ore al giorno, senza stare dietro al numero di battute, anche perché se ragionassi in termini di quantità sarei sempre depresso, essendo tutto il mio lavoro composto di testi brevi o brevissimi.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Per tutta la vita ho scritto di notte, dal dopocena alle cinque di mattina, ma da quando è nata mia figlia, sette anni fa, lei ogni mattina si alza e mi sveglia – non sveglia sua madre, sveglia solo me – e se sei andato a letto da un paio d’ore è una cosa terribile, così ho dovuto cambiare metodo e cominciare a scrivere di pomeriggio.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivendo quasi esclusivamente racconti brevi devo sapere esattamente come va la storia. La penso prima per intero, magari faccio qualche schema, dopodiché la scrivo di getto.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Faccio moltissime riscritture. Spesso scrivo una storia e poi la butto e la riscrivo per intero finché non trovo il passo e il tono giusto.

Scrivi più libri in contemporanea?

Lavoro a tantissimi racconti in parallelo, che tendono a finire in libri diversi. È fondamentale per me fare così, perché se mi pianto su una cosa mi butto subito su un’altra e non smetto di scrivere.

Carta o computer?

Computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Posso scrivere ovunque, l’importante è che non ci sia nessuno in giro. Quando scrivo parlo da solo quindi non ci deve essere nessuno o vado in imbarazzo.

Come hai esordito?

È una storia strana, e fortunata: non ho mai proposto in giro i miei testi per farne un libro, furono altri a chiedermelo. Il libro ebbe buone recensioni ma vendette pochissimo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Scrivo molto meno. Sono molto più duro con me stesso quindi sottoproduco; prima scrivevo e via, ora mi chiedo sempre di più se quello che sto scrivendo sia buono, originale, sensato, e questo mi rallenta. Vorrei smettere di pormi questi problemi ma temo sia impossibile.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Lo scrittore che mi fece credere nella scrittura fu Kafka. La tradizione letteraria israeliana presenta sempre gli scrittori come profeti o insegnanti; Kafka invece mi mostrò che si può scrivere da una posizione di debolezza.

“Esisti” online?

Sono molto molto attivo su Facebook e ho un sito, anche se è un po’ morto. A volte pubblico contenuti originali online, ma sono sempre cose che normalmente non metterei in un libro, non proprio scarti ma comunque cose che possono interessare solo chi ti segue già molto.

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Jeannette Winterson è nata a Manchester nel 1959. Il suo ultimo libro edito in Italia è Perché essere felice quando puoi essere normale? (Mondadori 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non c’è una media. A volte non scrivo niente, altre non mi stacco dal tavolo neanche per dormire. Quando faccio giornalismo sono rigorosa, rispetto i tempi e le consegne e vado avanti regolare col pezzo, ma per i romanzi divento più caotica, alterno giorni di appunti a caso ad altri in cui sto al computer anche dodici ore di fila.
Non ho limiti minimi o massimi di testo da scrivere, scrivo, butto via, a volte faccio tantissime pagine e poi le butto via o le metto da parte, se vieni nel mio studio vedrai pagine in giro ovunque, questo avviene perché non scrivo in sequenza, scrivo pagine sparse e solo dopo metto tutto insieme e trovo un ordine, dunque non avrebbe troppo senso darmi limiti.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo in uno studio che è di fatto una casupola a qualche decina di metri dalla mia casa, la quale è in mezzo al bosco. Fino a qualche anno fa scrivevo tutta la notte, ora invece tendo a svegliarmi presto, alzarmi e lavorare subito, poi mangiare, dormire un po’, e al pomeriggio e alla sera stare dietro alle mail e a tutto il resto.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Nello studio ho una lavagna enorme, ci faccio diagrammi e schemi, a volte scrivo frasi o parole che mi ispirano, ma è più un sistema di evocazione e guida che una vera preproduzione – se domani morissi e un tizio guardasse quella lavagna non ci capirebbe niente, sono come frammenti di un linguaggio dei segni che è completamente privato.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Cambia molto da libro a libro, a volte nessuna, a volte centinaia. Se mi sembra che un testo funzioni lo lascio stare finché non arrivo in fondo, e magari va pure bene da subito. Altre volte è da rifare completamente, o da ricomporre, o da rileggere un paio di volte. Non c’è un metodo vero e proprio con cui stabilisco il livello di intervento necessario, è più una questione di intuizione. Dopo ventisette anni che scrivo dovrei saperlo spiegare ma non è così semplice, è una cosa che si “sente” e basta.

Scrivi più libri in contemporanea?

No, anche se lavoro in modo sparso e non cronologico faccio sempre e solo un libro per volta.

Carta o computer?

Uso entrambi e in modo caotico; a volte, se ho bisogno di vedere un testo in modo più “fisico”, uso anche una macchina da scrivere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Vivo in Inghilterra e fa freddo. Quando comincio a scrivere accendo la stufa a legna. La accendo anche in estate. Poi mentre scrivo parlo ad alta voce. Dico anche cose che non c’entrano niente con quello che scrivo. E alla fine della giornata leggo ad alta voce quello che ho scritto. Credo che questo spieghi anche perché mi isolo per scrivere.

Come hai esordito?

È stato facilissimo, vendetti subito il romanzo e a partire solo da qualche pagina – a quei tempi poteva succedere.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Non è cambiato, è sempre sparso. Non cambia neanche a seconda di cosa scrivo: se è fiction, che siano romanzi o sceneggiature o racconti, è sempre il solito casino. Scrivo pagine sparse, pagine del finale, pagine dell’inizio, pagine centrali, e poi rimetto tutto in ordine.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

La Bibbia.

“Esisti” online?

Sono su Twitter. Ho anche un sito dove pubblico contenuti, ma solo cose già uscite altrove, con l’eccezione del Natale: ogni Natale scrivo una nuova storia di Natale e la pubblico sul sito.

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Colm Tóibín è nato a Enniscorthy nel 1955. Il suo ultimo libro edito in Italia è La famiglia vuota (Bompiani 2012)

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

A volte non lavoro. Insegno, viaggio, organizzo eventi. Poi ogni tanto mi metto sotto e scrivo. Quando lo faccio, faccio solo quello, lavoro tutto il giorno, mai e poi mai meno di dodici ore. Lavoro durissimo, soffro come un cane, finisco il libro e poi per un altro periodo, anche lungo, non scrivo niente. A livello di battute, non saprei. Quando non scrivo, sempre zero, non sono tipo da appunti. Quando scrivo, invece, davvero tantissime, pacchi di pagine ogni giorno.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Ho una casa sui Pirenei. Quando decido che scriverò, vado lì per un mese con una cassa di whisky e scrivo tutto il giorno, tutti i giorni.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Si può dire che faccia molta preproduzione, ma non posso provarlo dato che è solo mentale, è un lavoro mentale che prende diverse settimane, a volte anche mesi, prima di cominciare un libro.

Quante riscritture fai? Tendi a buttare giù prima tutto o cesellare passo per passo?

Dato che quando scrivo vivo sempre la cosa come un’emergenza, tendo a cercare di fare subito il massimo anche a livello qualitativo, come se fosse l’ultima possibilità per farlo. Poi però mi trovo sempre a riscrivere, taglio e aggiungo moltissimo. Lo schema base è questo: scrivo sulla pagina destra di un quaderno. Quando il quaderno è finito, riscrivo tutto completamente sulla sinistra, facendo cambi anche radicali. Poi lo batto al computer e lì cambio di nuovo tutto. Dalla quarta versione passo a un editing più leggero, tutto su file, che comunque si protrae per una dozzina di riletture.

Scrivi più libri in contemporanea?

Spesso scrivo degli “inizi di qualcosa”, a volte anche lunghetti, e li mollo lì, salvo poi riprenderli – a volte anche dopo diversi anni. Quindi, sì, in qualunque momento ho molti libri “aperti”.

Carta o computer?

Carta e penna per le prime due versioni, computer dalla terza in poi.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

L’alcol aiuta moltissimo. A volte anche la musica. Per il resto non ho rituali particolari a parte le condizioni di totale isolamento da qualunque altra faccenda che mi impongo quando decido di mettermi al lavoro su un libro.

Come hai esordito?

Il mio primo romanzo non fu facile da pubblicare, gli ci vollero due anni e due mesi per trovare un editore, ma poteva andar peggio, poteva non trovarne.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Ogni libro è una specie di emergenza, se non ti metti in testa che lo devi finire disperatamente non lo finisci mai, ti ritrovi a trascinarlo. È sempre più così. Sempre più devo dirmi “ok, devi farlo”, come se fosse qualcosa di terribile che mi devo togliere di dosso, e sempre più mi forzo a finirlo prima possibile.

Le opere che ti hanno più influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Fiesta di Hemingway. Ritratto di signora di Henry James. Sta tutto lì.

“Esisti” online?

Ho un sito, ma non metto mai testi lì, tengo tutto per i libri.

 

[I – continua]

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