Ettore Capriolo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ettore-capriolo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 05 May 2020 14:25:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ettore Capriolo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ettore-capriolo/ 32 32 Nel mezzo dell’America: “Gli assassini” di Elia Kazan https://minimaetmoralia.it/libri/nel-mezzo-dellamerica-gli-assassini-elia-kazan/ https://minimaetmoralia.it/libri/nel-mezzo-dellamerica-gli-assassini-elia-kazan/#respond Thu, 01 Aug 2019 06:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40848 di Eugenio Giannetta

C'è un'America rivoluzionaria, sovversiva, eccitata, e un'America nostalgica, sentimentale, incompresa. Non si tratta di una vecchia o di una nuova America, poiché il nuovo presuppone consapevolezza. È solo un'altra America, diversa, e in cerca di ispirazione. In mezzo c'è uno scarto generazionale e una presa di coscienza. La visione, di fatto, di una società impegnata a incollare frammenti e concetti in contrapposizione tra loro. Libertà e prigionia, ad esempio, presi in mezzo da una tenaglia con un preciso dovere morale, che implicitamente impone anche una presa di posizione, soprattutto politica.

Nel 1972, anno in cui esce Gli assassini, terzo romanzo del regista premio Pulitzer Elia Kazan, pubblicato in Italia nel 1973 per il Club degli Editori e ora portato in libreria da Centauria (pagine 382, euro 18), nella traduzione originale di Ettore Capriolo, questo stato delle cose era una conditio sine qua non, ma poi molto è andato perdendosi, fino ai giorni nostri, in cui si comincia a sentire di nuovo l'esigenza di rompere con il passato e destarsi dal torpore, ricominciare quindi a interessarsi alla politica, alla sua attualità e alle sue emergenze.

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C’è un’America rivoluzionaria, sovversiva, eccitata, e un’America nostalgica, sentimentale, incompresa. Non si tratta di una vecchia o di una nuova America, poiché il nuovo presuppone consapevolezza. È solo un’altra America, diversa, e in cerca di ispirazione. In mezzo c’è uno scarto generazionale e una presa di coscienza. La visione, di fatto, di una società impegnata a incollare frammenti e concetti in contrapposizione tra loro. Libertà e prigionia, ad esempio, presi in mezzo da una tenaglia con un preciso dovere morale, che implicitamente impone anche una presa di posizione, soprattutto politica.

Nel 1972, anno in cui esce Gli assassini, terzo romanzo del regista premio Pulitzer Elia Kazan, pubblicato in Italia nel 1973 per il Club degli Editori e ora portato in libreria da Centauria (pagine 382, euro 18), nella traduzione originale di Ettore Capriolo, questo stato delle cose era una conditio sine qua non, ma poi molto è andato perdendosi, fino ai giorni nostri, in cui si comincia a sentire di nuovo l’esigenza di rompere con il passato e destarsi dal torpore, ricominciare quindi a interessarsi alla politica, alla sua attualità e alle sue emergenze.

Questo lungo preambolo per dire che, allora come ora, ciclicamente ritornano certi argomenti, certi temi, alcuni dei quali sembravano essere stati superati, mentre si erano invece solamente assopiti nella nostra parte più profonda e pigra: l’elemento razziale, ad esempio, il pregiudizio, un concetto ampio e variegato come la giustizia (giustizialismo o garantismo?), e infine la sottile linea di demarcazione esistente tra bene e male, una zona grigia da cui è difficile venir fuori incolumi, una volta dentro. Tutto questo e molto altro è al centro della scrittura di Kazan, che inspira l’America e le sue atmosfere e le sbuffa fuori nel disegno del suo spaccato, e delle contraddizioni che si porta dietro.

La trama de Gli assassini prende le mosse da una cittadina di provincia, due omicidi e un caso giudiziario. Al centro della narrazione c’è il protagonista della vicenda, Cesario Flores, messicano di Sonora e sergente dell’areonautica, colpevole dell’omicidio di Vinnie, hippy, spacciatore e ragazzo della figlia Juana, ucciso insieme a un amico. Juana era stata raggiunta da Flores dopo essere fuggita per andare a vivere in una comune, a distanza di sicurezza da una società a sua volta considerata assassina, corrotta, giudicante, arrivista e passiva. Una società in cui si può finire a tifare per i buoni o per i cattivi, senza davvero rendersi conto di chi siano gli uni e chi gli altri.

Nella lettura di Kazan si avvertono molti echi, rimandi, richiami e riferimenti, tanto letterari quanto cinematografici, da Pastorale americana ai film di Clint Eastwood, passando per Jonathan Franzen e Fronte del porto. Da una parte la narrazione degli sconfitti, dall’altra la tipica famiglia americana, la convivialità della comunità di appartenenza, includente e ghetto al tempo stesso. Ne Gli assassini i personaggi passano, ronzano come mosche, si fermano e vanno via. Come una camera in pianosequenza che passi da un viso a un altro, muovendo con essa l’asse dell’intera storia; i personaggi sono in primo piano, oppure sfocati, a volte fanno da sfondo, poi si tratteggiano e diventano secondari, semplici comparse senza battuta, messi da parte in attesa che accada qualcosa, qualsiasi cosa.

I dialoghi sono l’altro grande pilastro su cui si regge il libro, anche durante i capitoli processuali, nei quali l’opinione pubblica è chiamata a prendere posizione, così come il lettore, che si domanda e ridomanda: giusto o sbagliato? Kazan è ambizioso e sfida la resa di un’oralità alternata tra un campo e un controcampo, mettendo tutte le parole nero su bianco. Non ha paura, azzarda e prova a trasmettere l’emotività di certe situazioni senza aggiunte alle descrizioni, lavorando sul ritmo e giocando sull’effetto sorpresa, su battute argute, sull’incidentalità dell’animo umano, incoerente per sua stessa natura.

Il libro, poi, ha in sé anche una sorta di visione antropologica, che sembra dire: si può vivere in modo diverso da quello che ci viene raccontato. E ancora: vivi nella malinconia e muori sentendoti fuori luogo: «Erano gli altri modi di vivere le cose che volevo veramente imparare». Questi personaggi somigliano a noi, come quando ci alimentiamo di sensi di colpa per un’azione che sentiamo essere sbagliata. Tuttavia, non si tratta quasi mai di un errore netto, e talvolta si avvalora delle cause per cui viene commesso. Se si tratta di amore, poi, tutto viene perdonato o giustificato? «Cesario era ormai un uomo amareggiato, e tutto a causa dell’incostanza della specie umana», perché «nel comportamento umano c’è quasi sempre un mistero». L’estremismo è figlio anche di questo pericolante via libera, di una legittimazione che però, a ben guardare, non avrebbe senso di esistere: «Ma sì, anche lei, signor giudice, è sotto processo. Sarete tutti giudicati e sarete puniti. E poiché il solo suono che siete in grado di sentire è quello di un’arma, sarà questo il suono che sentirete».

Ci sono tempi in cui si è creduto che il tempo avrebbe sistemato le cose e tempi che invece sono di piena urgenza, e gridano giustizia, sbraitano di aggiustare le cose, si parla alla pancia delle persone e si agisce d’istinto: «Non c’era paura nel suo sorriso, che era quello di un martire frainteso, convinto che il tempo finirà per dargli ragione». In questo libro di Kazan, questo equilibrio è appeso a un filo sottilissimo, perché è fortissima l’urgenza familiare, tra un padre, Flores, e una figlia, Juana; il resto è rumore, che sporca la superficie delle cose, annebbia i dati di fatto e confonde la mente. E qui si potrebbe spendere un riferimento per Matthew Weiner, che quegli anni li ha sempre raccontati come tempi sporchi, senza morale, con famiglie in bilico tra volere e potere, amare e dovere: «Nella vita c’è una salita e una discesa, e se tu – uomo o nazione – non ti difendi, ti accorgerai di trovarti nella discesa molto tempo prima del necessario. Perciò devi difendere quello che è tuo».

Nella scrittura di Kazan c’è un grande senso di realismo, con le contraddizioni che l’Occidente si porta dietro, insieme al senso di appartenenza e alla legge presa sul serio, come crocevia di discorsi più alti, puri, morali, o forse solo più opportunistici. Michael, un hippy che crede ciecamente (ingenuamente) nella legalità, è un personaggio che esprime questi temi senza schieramenti, come se davvero la legge potesse essere al di sopra di ogni cosa. E la coscienza è giocoforza chiamata a rispondere e a prendere posizione, perché «ciascuno è continuamente sottoposto a una prova». Durante quasi tutta la lettura de Gli assassini è facile cadere vittime di un giochino psicologico molto ben congegnato: ci si immedesima in un personaggio, piuttosto che nell’altro, e si finisce a stare da una parte all’altra della sbarra del tribunale, schierandosi con un testimone, con la giuria o con Flores, Juana, Michael.

È un lavoro, questo di Kazan, che ha quasi certamente radici nell’Actors Studio, di cui Kazan è stato fondatore. L’Actors Studio si basava sulla ricerca di una prova attoriale che realizzasse il massimo della resa con il massimo del realismo. Con il Metodo Stanislavskij, tutto questo era possibile con l’espressione dei sentimenti in scena (quasi) come nella vita, chiaramente in seguito a un complesso processo di elaborazione interiore e personificazione. Chi guarda, chi legge, sente che tutte quelle parole sono lì apposta, proprio per chi guarda e chi legge, e per nessun altro. Alla fine, poi, si fanno i conti con quella domanda penosa, che metterebbe a nudo la dignità di chiunque: ucciderei anche io per mia figlia?, dove figlia è sostituibile con madre, padre, fratello, sorella, nipote. Lo farei davvero? E se lo facessi per una giusta causa, quale sarebbe il mio grado di colpevolezza? Si gioca su questi sottili meccanismi di psicologia umana l’attuale situazione politica nazionale e internazionale; per questo abbiamo bisogno di un libro così, che su un piano di lettura diverso da quello con cui è nato anni fa, mette in contatto noi stessi con le nostre paure, ma soprattutto con le nostre colpe, reali o pensate.

Vale infine la pena fare ancora un passo indietro sull’autore, tra i più importanti registi americani di cinema e teatro, vincitore di tre Oscar, direttore di Marlon Brando e James Dean, e di capolavori come La valle dell’Eden e Un tram che si chiama desiderio. Oltre a Gli assassini, anche autore di altri due romanzi: America America e Il compromesso. Kazan è morto nel 2003. Ricordarlo oggi, rianima antiche sensazioni, di cui non dovremmo fare a meno troppo a lungo: «Pensa a te stesso. Puoi vivere guardando avanti o morire guardandoti indietro. […] Le cose cambiano quando cambiano le idee. Prima che ci sia un vero cambiamento c’è sempre qualcuno che dice qualcosa, un artista, un filosofo, un pensatore, anche un uomo politico. È l’idea la cosa più forte». Vale anche per un regista, e uno scrittore.

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Rushdie a Tirana https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/#comments Tue, 08 May 2012 09:10:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7719 Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l'autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d'espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell'islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda... Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell'opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell'ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L'incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l’autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d’espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell’islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda… Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell’opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell’ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L’incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

La reazione islamica, in quello che fino a vent’anni fa era costituzionalmente l’unico stato ateo al mondo, non si è fatta attendere.

Ermir Gjinishi, leader della comunità islamica albanese, ha subito detto che la pubblicazione del libro è una provocazione inaccettabile per il mondo musulmano: “Offende il profeta e il corano, e creerebbe inutili tensioni in Albania”. Su posizioni più radicali Roald Hysa del Forum musulmano: “Salman Rushdie è uno scrittore mediocre che ha scritto cose molto offensive”: A suo dire Dudaj intende solo commercializzare tali offese: “Non è possibile calpestarci in questo modo. Noi siamo contrari al rogo dei libri, non siamo certo l’Inquisizione. Tuttavia non possiamo escludere che qualche credente possa sentirsi autorizzato a compiere atti estremi. Non garantiamo nulla.”

L’intuizione di Hitchens sembra materializzarsi davvero. Vent’anni sono passati invano. Nel luglio del 1991 Ettore Capriolo, traduttore del libro in italiano, venne pugnalato nella sua casa milanese. Fortunatamente sopravvisse all’attentato, a differenza del  traduttore giapponese, Hitoshi Igarashi, che venne ucciso a Tokyo pochi giorni dopo. L’editore norvegese William Nygaard venne invece ferito a colpi d’arma da fuoco nell’ottobre del ’93.

Oggi come ieri, le intimidazioni contro editori e traduttori di Rushdie partono immediatamente al solo annuncio della pubblicazione, mesi prima dell’uscita effettiva in libreria, creando una condizione di tensione crescente. Ma oggi più di ieri l’odio e gli insulti si moltiplicano in rete, nei commenti anonimi intrisi di offese maschiliste contro l’editrice “blasfema”. Arlinda Dudaj afferma molto lucidamente: “Il problema non è l’islam, ma l’islamismo politico che pretende di governare ogni aspetto della vita, e di ridurre l’intera società alla sua interpretazione. Invece ogni autorità (religiosa, politica, culturale, economica) deve poter essere criticata. È questo il senso di una società moderna, libera da autoritarismi. E se vogliamo farne parte, dobbiamo tenerne conto.”

Sullo sfondo si delinea uno scontro culturale tra due Albanie: una colta, laica, cosmopolita e una avvitata intorno alle sue tradizioni, a presunte “radici” riscoperte negli anni del post-comunismo. Ma il caso-Rushdie funziona anche come cartina al tornasole delle trasformazioni interne all’Islam albanese, nell’unico paese europeo in cui il 70% della popolazione si definisce musulmano. Chiaramente si sta delineando una frattura. Da una parte c’è un islam tradizionale, blandamente conservatore, di derivazione ottomana. Dall’altra ci sono alcune nuove moschee finanziate dagli stati del Golfo. Sono queste il luogo di ritrovo dei filo-arabi, tendenzialmente più giovani, e potenzialmente sedotti dalla retorica radicale. In un paese in rapida trasformazione sociale e culturale, il caso-Rushdie (di cui ormai si parla in tutte le tv e su tutti i giornali) li sta facendo uscire allo scoperto.

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