Eugenio Giannetta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eugenio-giannetta/ un blog di approfondimento culturale Wed, 02 Jun 2021 09:40:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Eugenio Giannetta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/eugenio-giannetta/ 32 32 Disegnare per resistere. Intervista a Zehra Doğan https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-zehra-dogan/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-zehra-dogan/#respond Wed, 02 Jun 2021 09:38:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48817   Zehra Doğan è un’artista, attivista e giornalista curda. Nel 2016 condannata a tre anni di reclusione dalle autorità turche per un disegno raffigurante la città curda di Nusaybin, situata al confine con la Siria, dopo il bombardamento dell’esercito turco. Il disegno –postato su Twitter – fa il giro del mondo e la sentenza di […]

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Zehra Doğan è un’artista, attivista e giornalista curda. Nel 2016 condannata a tre anni di reclusione dalle autorità turche per un disegno raffigurante la città curda di Nusaybin, situata al confine con la Siria, dopo il bombardamento dell’esercito turco. Il disegno –postato su Twitter – fa il giro del mondo e la sentenza di propaganda terroristica non tarda ad arrivare. Per quasi tre anni Zehra rimane in carcere, nella prigione numero 5 di Diyarbakir. Una prigione inscritta nella storia del Paese come luogo di persecuzione, ma anche di resistenza. Nonostante la mancanza di materiale, sfidando muri e divieti, continua a disegnare facendo uscire i suoi lavori dal carcere in modo clandestino. Per realizzarli utilizza materiali di fortuna: avanzi di cibo, capelli, tè, caffè e sangue mestruale. Prigione numero 5 (Becco Giallo, pagine 128, euro 20) è quindi un diario dal carcere, un pezzo di poesia, una forma di resistenza, una risposta alla rabbia. È la sua testimonianza, unica e tragica.

Questo libro per lei è il risultato di un lavoro che ha trasformato quasi tre anni di reclusione, resistenza e lotta, in testimonianza. Come è nato?

Durante il periodo in cui le città curde erano assediate, nel 2016, ho realizzato un primo fumetto. Disegnavo su tablet e mandavo le tavole a un amico perché le conservasse, poi le cancellavo, per non averle in caso di arresto, perché i pochi giornalisti rimasti lì rischiavano di essere arrestati in qualsiasi momento. Alcuni di questi disegni sono stati condivisi sui social e alla fine non sono riuscita a finire il progetto, perché sono stata arrestata e imprigionata. È nato così. Si trattava di rappresentare ciò a cui ho assistito. L’ho fatto sul retro delle lettere del mio amico Naz Oke, che su mia richiesta mi scriveva su carta kraft, lasciando il retro dei fogli vuoto. La natura, la storia del luogo e il modo in cui operiamo nella nostra vita quotidiana, la nostra vita insieme, sono stati lamia fonte di ispirazione.

La voglia di disegnare – scrive nel libro – non l’ha mai abbandonata. Cosa rappresenta per lei il disegno?

Il disegno è il mio modo di esprimermi. Spesso, per trasmettere un pensiero, registrare un evento nell’archivio della storia, coinvolgere il pubblico, informarlo, renderlo consapevole, un semplice disegno è più efficace delle sole parole. Ci sono anche riflessioni o testimonianze profonde e dolorose per le quali sentiamo un’urgenza, un bisogno di espressione, ma di fronte alla loro natura abominevole, le parole rimangono del tutto insufficienti, mentre il pennello può ritrarle.

Durante la reclusione il materiale artistico era proibito: come ha realizzato i disegni?

Il materiale “di intrattenimento”, compreso quello artistico, era proibito. Fin dai primi giorni ho sentito un forte desiderio di creare, così ho cercato mezzi alternativi. Molto rapidamente ho capito che avevo tutto ciò di cui avevo bisogno a portata di mano, dovevo solo essere creativa e trasformare i materiali di tutti i giorni in materie prime. Ho messo le mani nella spazzatura, ho usato come supporto scatole da imballaggio, pagine di giornale, lenzuola, federe, vecchi vestiti, tessuti che mia madre mi portava, ma anche il retro delle lettere, che è appunto il caso del libro. Tutto ciò che poteva fornirmi i colori è diventato vernice, dalla salsa dei piatti, al caffè, alla curcuma, al succo di bucce di melograno. Anche il sangue mestruale.

Nel libro parla dei tanti giorni con la loro «buona dose di disgrazie». Se tornasse indietro c’è qualcosa che farebbe in modo diverso?

Continuo a ripetermi che avrei dovuto disegnare e dire di più. Avrei dovuto parlare di più, ad esempio, dei bambini imprigionati con la madre, dei prigionieri malati, descrivendo altri momenti della vita quotidiana o della storia. Ma queste tavole sono state realizzate di nascosto, e molto rapidamente, per poterle far uscire dalla prigione il più rapidamente possibile. Quando oggi guardo il libro finito, ho l’impressione che nell’insieme questo aspetto si percepisca e rispecchi quindi una realtà, un’urgenza.

Com’è la situazione oggi in Turchia? Anche rispetto alla libertà di stampa.

In Turchia viene messa la museruola non solo al giornalismo d’opposizione, ma anche alle espressioni individuali, con intimidazioni, minacce, procedimenti penali, arresti, incarcerazioni. Una singola frase, a volte estrapolata dal contesto, può essere usata contro di te. Centinaia di giornalisti vengono incarcerati e arrestati dietro il pretesto delle accuse di terrorismo, e migliaia di persone sono perseguite per i loro commenti sui social network. Ciò rende estremamente difficile il lavoro dei pochi media dell’opposizione, che stanno lottando per sopravvivere e cercano di continuare a funzionare. Di fronte a minacce di chiusura, multe e sanzioni, a volte si tratta di autocensura. I giornalisti vengono arrestati, rilasciati, arrestati di nuovo, all’infinito. Ma queste donne e uomini determinati continuano nonostante tutto, instancabilmente.

In passato ha anche ricevuto premi internazionali come segno della lotta e dell’impegno nella lotta per l’emancipazione femminile. Com’è la situazione su questo fronte?

Il destino delle donne è simile in tutto il mondo. Sono nel mirino del sistema. Il mondo patriarcale vomita le sue guerre su di noi, impone le sue discriminazioni di genere, sociali ed economiche. La guerra che sta conducendo contro di noi non è una semplice guerra dei sessi, di dominio, è anche una guerra ideologica, che detta ancora regole sul modo di comportarsi, di vestirsi, di essere belli, di praticare il sesso, di procreare. Ma le donne lottano. Sono, in diversi angoli del mondo, su più fronti, ma è una lotta. Dobbiamo porre fine al dominio perpetuato dal capitalismo, oltre che dal patriarcato. In Kurdistan il posto delle donne è molto diverso. Perché c’è una resistenza come quella del Rojava, e sono le donne che stanno in prima linea. È la prima volta in Medio Oriente che una rivoluzione è guidata dalle donne. Anche in Turchia, in particolare dagli anni ’90, c’è stata una resistenza molto significativa da parte delle donne. Cito esempi dalla mia terra, ma ci sono casi simili dappertutto. Non è solo una lotta per l’identità. Contemporaneamente alla lotta per l’identità, le donne conducono una lotta di genere. Questo incontra quasi sistematicamente una risposta violenta da parte degli stati, perché la lotta delle donne è vista come una minaccia, perché tutte le leggi sono principalmente patriarcali e maschiliste. E il campo dell’arte non fa eccezione. Sono ancora tante le conquiste da fare, anche tra noi donne. Il potere maschile ha avuto origine con la civiltà e risale a milioni di anni fa. Quando a volte parlo di “estirpare il maschile in noi”, penso a questo dettame considerato naturale, come una norma, che è presente negli uomini come nelle donne, ma penso che le donne – con la loro lotta – stanno marcando questa epoca e che saranno loro a cambiare il mondo.

C’è un pensiero positivo che l’ha guidata durante la prigionia?

“Avremo anche buone giornate”. E conservo in me questa convinzione, anche oggi.

Una delle parti più commoventi del libro è il racconto delle azioni più semplici e quotidiane, come la sveglia, i pasti, i turni delle pulizie: come è riuscita a raggiungere il giusto distacco per raccontare quella routine che trasmette in maniera così lucida un senso di oppressione?

Oltre al resoconto di quei giorni c’è una consistente parte di racconto che riguarda il passato. Quanto è importante conoscere il passato per comprendere ciò che è accaduto?

Le radici del presente si estendono nel passato. Per capire oggi, è estremamente importante conoscere ieri. La storia viene riscritta dai vincitori e le verità vengono cancellate. La storia delle donne, degli oppressi, è parte di questo procedimento. Per costruire il futuro, un mondo migliore, dobbiamo affrontare la realtà e dobbiamo integrarla con tutti i suoi aspetti con coerenza, perché è una questione di continuità. La memoria storica collettiva si costruisce attraverso la trasmissione.

Che cos’è stata la Prigione N° 5?

“Prigione N° 5”, dal suo sinistro nome “La galera d’Amed” (Amed: Diyarbakır in curdo), fu creata nella sua forma attuale dopo il colpo di stato del 12 settembre 1980. Gli anni ’80 e ’90 furono i periodi più brutali, quando gli oppositori politici, per lo più militanti socialisti e curdi, subirono torture sistematiche. Ma ogni persecuzione e oppressione provoca come reazione una propria resistenza. Questo luogo è quindi anche la culla di una grande resistenza che ha segnato la storia.

Una domanda che nel libro lascia aperta: che cos’è la libertà?

La libertà per me non è “fare quello che vuoi”, ma essere in grado di dire “no”, essere sé stessi. E questo, indipendentemente dalle condizioni, in prigione o nel bel mezzo della guerra.

L’ultima pagina, quella con il timbro della commissione di censura, è una pagina di poesia. Quanto è stata importante la poesia, anche quella delle piccole cose, per resistere?

Tra i Curdi, la poesia ha una grande importanza popolare. Le nostre serate, con amici e famiglia, sono sempre poetiche. Ma soprattutto, la poesia è un’arma. Riunisce tutte le metafore in una parola. Vale a dire che non è necessario dire molte cose, la poesia può esprimere tutto in un colpo solo. Non c’è bisogno di pagine intere piene, né di lunghi discorsi politici. È come un dipinto. Si concentra su quello scatto e lo realizza sempre in modo sincero. È perché è sincera che è forte. Nella poesia c’è sincerità e sentimento. Penso che l’arte plastica e la poesia procedano di pari passo. Nei miei disegni, ciò che orientava e canalizzava le mie emozioni era la poesia. Questo è il motivo per cui le poesie di Ahmed Arif, Didem Madak, Nilgün Marmara, Forough Farrokhzad sono importanti per me. Mi hanno sostenuta. E per esempio due miei amici, mentre guardavano, scrivevano poesie, ispirandosi ai disegni che facevo. Uno è stato tenuto nella prigione di Tarso, l’altro nella prigione di Diyarbakir. Sono stata felice che un disegno che avevo realizzato ha risvegliato in loro un’altra ispirazione. Magari leggendo le loro poesie, un’altra persona, con altre emozioni, scriverebbe un articolo, o un racconto, o un testo letterario. Vale a dire che tutto fa nascere qualcos’altro e si autoalimenta. Questa è la bellezza dell’arte. Produci disegni, poesie, scritti, crei e rimani in piedi. E diventa un modo per resistere. È così, soprattutto in prigione.

 

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La mia lotta. La musica in Karl Ove Knausgård https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-mia-lotta-la-musica-karl-ove-knausgard/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-mia-lotta-la-musica-karl-ove-knausgard/#comments Thu, 14 May 2020 12:53:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43308 di Eugenio Giannetta e Luca Momblano

E – Ho scritto più volte queste parole nella mia testa, come nella brutta copia di una lettera d’amore mai spedita, poi mi sono arreso. Ho guardato in un angolo immaginario della mia mente e ci ho visto una montagna di carta sbagliata appallottolata di fianco a un cestino.

In ognuno di quei fogli l’incipit rispondeva a una domanda da tema delle scuole medie: dopo l’uscita del sesto e ultimo libro de La mia battaglia, “Fine” (Feltrinelli), fai un bilancio di cosa rappresenta Karl Ove Knausgård per te.

Dopo svariati tentativi e altrettanti fallimenti, l’epifania. Knausgård è il mio Miles Davis, come si fa a spiegarlo? In quel momento ho capito che avrei voluto raccontare il mio personalissimo Knausgård non solo attraverso le 4.115 pagine e i sei anni che abbiamo passato assieme, ma attraverso la sua musica.

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di Eugenio Giannetta e Luca Momblano

E – Ho scritto più volte queste parole nella mia testa, come nella brutta copia di una lettera d’amore mai spedita, poi mi sono arreso. Ho guardato in un angolo immaginario della mia mente e ci ho visto una montagna di carta sbagliata appallottolata di fianco a un cestino.

In ognuno di quei fogli l’incipit rispondeva a una domanda da tema delle scuole medie: dopo l’uscita del sesto e ultimo libro de La mia battaglia, “Fine” (Feltrinelli), fai un bilancio di cosa rappresenta Karl Ove Knausgård per te.

Dopo svariati tentativi e altrettanti fallimenti, l’epifania. Knausgård è il mio Miles Davis, come si fa a spiegarlo? In quel momento ho capito che avrei voluto raccontare il mio personalissimo Knausgård non solo attraverso le 4.115 pagine e i sei anni che abbiamo passato assieme, ma attraverso la sua musica. Ho cominciato a cercare – pagina dopo pagina – ogni passaggio in cui fosse stata citata una band o una canzone. Senza pretese di esaustività, perché potrei essermi sbagliato, come accade ogni qualvolta si stili una lista così vasta, in un mare aperto in tempesta: alla fine ho contato 103 artisti.

Ho creato una playlist su Spotify e per ognuna delle band o dei singoli musicisti chiamati in causa ho inserito in lista il brano più ascoltato. Poi ho aggiunto le singole canzoni citate sparse qua e là ed è saltato fuori un viaggio musicale lungo nove ore e ventuno minuti, diviso in 132 brani. Ho ascoltato la playlist per alcuni giorni di seguito, cercando di coglierne il senso e interpretarne il filo conduttore, ma nulla. Era come fissare per ore le DrawingHands di Escher o perdersi nei dettagli della Torre di Babele di Bruegel. Un’operazione che in matematica algebrica equivarrebbe alla Lemniscata di Bernoulli, simbolicamente rappresentata da un otto sdraiato.

Il paradosso di questo lavoro di ricerca, però, è stato non riconoscermi più in nessuna delle singole sottolineature, orecchie alle pagine, segni o appunti presi a matita sull’interno delle diverse quarte di copertina che si sono susseguite. Ci sono due colpevoli: da una parte il tempo trascorso, dall’altra l’elemento umano, che come spiega lo stesso Knausgård nel suo ultimo volume, possiede un limite interiore e uno esteriore e “tra di essi si trova la cultura, che rappresenta ciò in cui appaiamo noi stessi”.

In Knausgård – mi ha detto una volta una persona – tutto sembra essere davvero importante, e insieme niente lo è così tanto: “Era come se io esistessi su più livelli – scrive Knausgård – che di colpo si erano messi a funzionare in contemporanea”.

Ecco come si può spiegare il fatto che la letteratura, in qualche caso, sia più importante della vita stessa, e come si giustifica che ricordi vaghi raggiungano talvolta una forma di verosimiglianza, pur mancando di autenticità. Ma ha davvero importanza – nel complesso – questa sorta di “inaffidabilità” narrativa? Io direi di no, anche perché di fatto il mondo non “è qualcosa di diverso dalle rappresentazioni che noi abbiamo di esso?”. La risposta, credo, sta tutta qui: “Il compito della letteratura non è l’esaustività, è la costruzione dell’inesauribile, perlomeno quando riguarda quella letteratura che ha come meta di rappresentare la realtà, e la nostra reazione costantemente mutevole e fluttuante a questo”.

Al termine di questo lungo ciclo di riflessioni e domande senza risposta, ho infine deciso di chiedere l’aiuto di un amico del cui giudizio musicale mi fido più di ogni altro. Gli ho fornito la lista completa della musica presente nei sei volumi e gli ho chiesto di scegliere sei musicisti, band, artisti, con un criterio che si potesse distinguere nel marasma, fosse anche la casualità. Sei come i libri, e per ognuno di essi un incontro o uno scontro, un momento o un ricordo, una sottolineatura o una macchia di caffè, per raccontare quanto tutto ciò che abbiamo fatto insieme io e il mio personalissimo Knausgård, “in fondo non era nulla, eppure era tutto”.

L – I bulimici in consumo musicale si dividono in due categorie: gli eternamente insoddisfatti che riflettono su una delle sfere della cultura pop – come probabilmente su altro – la ricerca di un possesso che non è mai abbastanza e gli enciclopedici per i quali è la conoscenza a non essere mai abbastanza. Una delle sottocartelle di questa seconda schiera include a pie’ pari autonarcisisti e eteronarcisisti (estremità opposta degli insoddisfatti cronici, i quali spingono loro stessi costantemente al ribasso).

Dunque lo scrivo subito: non conosco ancora la sciolina nelle pagine delle opere – o è un’opera unica? – di Karl Ove Knausgård, ma conosco gli occhi e le parole di chi ne è rimasto ammaliato e intrappolato. Ho d’istinto preteso la lista delle musiche citate nei vari volumi, perché mi viene così, perché ci casco sempre. Ho ricevuto in cambio una pioggia di nomi, una selva che effettivamente è una vita, e non ancora tutta. Perché se è vero che nessuno cambia, le nostre colonne sonore – anche incidentalmente, da esseri umani – cambiano continuamente. Knausgård non è Dio e quindi la lista di cui sopra racconta chiaramente un processo, consapevoli che sono poi le fotografie sonore cucite sul testo, tanto più in un racconto che riguarda sé stessi, a fare da elemento decisivo circa l’atmosfera, in particolare l’atmosfera emotiva.

Non potendo al momento fare io diversamente che riceverlo asciutto e senza azioni di contorno, l’elenco ha fatto breccia, ha fatto anzi da onda, costringendomi all’angolo man mano che scorrevo i nomi degli artisti e dei gruppi, alcuni scritti due o tre volte. Ogni nome andava subito ricollocato. E ne sono combattuto. Da una parte icone di genere e di scene, punti di riferimento per filoni e scuole, in molti casi maestri superati (per successo e in qualche caso anche per livello) da taluni dei loro allievi culturali. Li ho inseriti nella seconda colonna lasciandone una libera, perché qualcosa mi diceva che non fosse la scelta giusta per questa introduzione: Wall of Voodoo, Leftfield, Happy Mondays, Mercury Rev, Pixies, Beastie Boys. Probabilmente avrei voluto scrivere di questi, ma questo errore non mi era concesso. Io dovevo scrivere di un uomo che non conoscevo e che – oltre a non essere il sottoscritto – non è neanche un critico musicale che forgia per mestiere giudizi storici sull’arte più penetrante, se parliamo di tessuto sociale, del Secondo Dopoguerra.

Sei, come i volumi fino a Fine. Dai Black Sabbath a JoshRouse, c’era totale varietà, forti spigoli e poco mainstream. Ma sei dovevano essere. E non dovevano essere casuali: gli ascolti definiscono l’individuo. Due minuti più tardi avevo completato la prima colonna, quella probabilmente giusta: David Bowie, Prince, The Doors, Bjork, The Smashing Pumpkins, Roxy Music. Il primo minuto l’ho speso a ricontrollare se ricordavo bene a proposito dei Roxy Music del dandy numero uno Bryan Ferry. Al che ho sostituito gli Smiths, perché il narcisismo era la mia chiave nascosta per Knausgård, l’avevo focalizzata nitidamente. Con voracità. E Morrissey ammiccava a Dorian Gray più di quanto lo facessero le sue parole e la musica della sua band. Non era abbastanza, in questo caso: è successo di rado nella vita artistica di Moz, non se la prenderà per una premessa votata a parlare di qualcun altro.

Gli altri nomi annotati erano senza volerlo un puzzle già completo: con La Morte del Padre è subito The End declamata dall’esibizionismo di Jim Morrison; il soggetto di Un Uomo Innamorato possono essere tutte le maschere di Bowie e l’eccentricità resa pubblica per amarsi ed essere amati; con L’Isola dell’Infanzia si finisce dritti sulla forza individualista e femminile di Bjork; Ballando al Buio è come quando hai ascoltato la prima volta 1979 degli Smashing e volevi muoverti esattamente come lo spirito di Billy Corgan, che tanto nel gruppo fa tutto lui; La Pioggia Deve Cadere è per forza viola ed è per forza quella di un uomo solo al comando del suo io, fino a togliersi il nome (e anche il nome d’arte) come accaduto a Prince (e non dimentichiamo che, come spiega lo stesso Knausgård in un’intervista rilasciata a 7 del Corriere qualche tempo fa, il suo cognome dovrebbe essere Pedersen: una lunga storia…). Infine c’è Fine. Il tramonto. Che tanto poi il sole – fin che si è vivi – tornerà. La Avalon dei Roxy Music.

E tutto quadrava come ancora tutto quadra. E tutto ci porta a chi ammira sé stesso e le proprie conquiste musicali con compiacimento. Alla categoria dei bulimici enciclopedici che vogliono vivere di sapere, di modelli, di idoli e di sfide irraggiungibili. Quindi, probabilmente, dentro le case di uno scrittore che si chiama Karl Ove Knausgård.

E – La morte del padre | “Quando la comprensione del mondo aumenta, non solo diminuisce il dolore da esso causato, ma anche il senso”. Questa breve riflessione, posta a poche pagine dall’inizio del primo dei sei volumi di Knausgård, ne definisce tutta o quasi la poetica. L’infanzia e l’adolescenza passate a fissare la giusta distanza dalle cose e poi l’età matura, nella quale il tempo fluisce più rapidamente. E poi ci sono la paura, la rabbia, le ossessioni, l’insicurezza e la vergogna, che accompagnano l’io dell’autore e di ognuno di noi. Infine c’è un padre, nocciolo di ogni cosa, che si piega alla forma, perché “lo scrivere riguarda più il distruggere che il creare”.

L – La fine di qualcuno che nelle nostre esistenze è sempre esistito implica ogni volta, inderogabilmente, almeno un interrogativo. Il lutto – qualunque sia la nostra età e qualsiasi sia la qualità del legame – spinge e persino obbliga a crescere nonché a confrontarci con un contesto aggiornato, se non totalmente nuovo. “Driver, where you taking us?” è la domanda nella fine recitata da Jim Morrison e dai Doors ai loro esordi. Ultima traccia del primo e omonimo album del 1967 – non a caso verrebbe da dire – che di fatto segna il passaggio dal sogno del ragazzo rampante alla realizzazione dell’età adulta, con tutto ciò che ne comporta. Anche artisticamente è poi stato così.

Un passaggio quasi iconoclasta, come da aspirazione di milioni di giovani ascoltatori, e qui per Knausgård la scelta si fa piuttosto convenzionale, se non fosse che pare in perfetta simbiosi con la capacità rara di saper distruggere attraverso la scrittura. Che può, nel parallelo, corrispondere all’immersione emozionale estraniante dei mantra musicali più provocanti ed espressivi. “Father – Yes, son – I want to killyou”. Uccidere tutto, distruggere tutto, sputare fuori tutto. Per poi capire che in fin dei conti si tratta di una lotta contro sé stessi. D’altronde, anche l’esibizionismo lo è.

E – Un uomo innamorato | L’amore è un tema centrale in Knausgård: Tonje, che in qualche modo rappresenta la Norvegia e la prima parte della sua vita; Linda, la poetessa che lo incanta e da cui ha tre figli: Vanja, Heidi e John; Hanne, l’amore del liceo, la cui risata risuona identica anche molti anni dopo. In alcune teorie psicologiche esiste un modello di polarità definito ‘semantiche’. In modo spicciolo, Knausgård potrebbe essere ‘incasellato’ nella semantica della libertà. Da una parte un forte desiderio di appartenenza familiare, dall’altra un bisogno di evadere. Un’altalena, insomma, in cui però sia lui a dettare tempi del volo e della spinta. Ma Linda è una luce, un bagliore capace di rendere tutto “più evidente, più facile, più leggero, più vivo”.

L – L’amore è trasformista, che ci piaccia ammetterlo o meno. Nasconde la stragrande maggioranza dei nostri segreti. E se tutte le facce che proviamo nelle diverse generazioni dell’amore fossero immagini del nostro cambiamento esteriore, saremmo il carnevale rappresentato nel corso degli anni – senza scrupoli e senza troppo pudore – da David Bowie. Addirittura, quelle maschere possono arrivare a far tendenza. Ma sono “solo” volti, espressioni. E qui subentra il loro opposto, l’estetica di ogni uomo innamorato, un’estetica interiore che può chiamarsi amore dell’anima: Soul Love, in uno dei capolavori firmati dal Duca Bianco, il quale trasla sé stesso nel corpo di Ziggy Stardust. Ogni amore è un mondo diverso, è un modo diverso. L’estetica del cuore che batte – e batte forte quello di Knausgård – è ineluttabile: sta nella realtà in cui siamo cresciuti, la madrepatria; sta nella poesia; sta nei gesti naturali, minimi, portentosi, della persona della quale in quell’istante dell’esistenza si è follemente innamorati. O si è convinti di esserlo.

Bowie è perfetto e confusivo allo stesso tempo, un po’ come le righe di ogni autobiografia che non voglia provare a nascondere le verità della natura umana: “All i have is my love of love, and love is not loving”. Ovvero l’egocentrismo che mira ad avere tutto: l’amore di cui si ha bisogno, ma soltanto quando ne si ha bisogno.

E – L’isola dell’infanzia | Il terzo libro è emblematico da un punto di vista narrativo, soprattutto per uno scrittore di post-fiction. Inizia nel 1969 e Knausgård è nato nel 1968. Dopo alcune pagine, la dichiarazione: “Ovviamente io non ricordo niente di quel periodo”. Eppure in quel periodo c’è un germe di quel che sarà: le prime letture voraci, la scuola, la famiglia, il rapporto con la natura e con Yngve, suo fratello. E poi c’è questo: il momento in cui appena dopo un tema la maestra spiega a Karl Ove che non tutto ciò che sappiamo degli altri lo possiamo raccontare. E lui allora scrive così: “I sentimenti sono sentimenti, a sette come a settant’anni. Sono sempre importanti”, mentre “la memoria non è affatto una misura affidabile e responsabile di una vita”. La chiave, infine, sono le sensazioni. Nel passato di ieri e per sempre.

L – “There is definitely no logic to human behaviour / but yet so, so irresistible” canta candidamente (e innocentemente) la giovane stella di Bjork. Non lei, proprio la sua stella. Ma cosa avrà potuto mai vedere e capire nella sua giovinezza relegata ai confini obbligati dell’Islanda? Come fa a dirlo? Come fa già a saperlo? Probabile che in realtà lei non ricordi nulla di così preciso e razionale dei suoi primi 17 anni di vita. Eppure lo grida al mondo, e il mondo si convince che quell’isola dell’infanzia ha prodotto un nuovo modo di essere donna di successo. Il germe pare essere il medesimo di Knausgård – e non perché il freddo norvegese somigli a quello islandese – ovvero un essere umano capace di esprimere precocemente i propri sentimenti, così come escono e soprattutto così come arrivano all’adulto. A undici anni l’una era già un piccolo fenomeno in patria, l’altro lavorava (senza coscienza?) per diventarlo: “And there’s no map / And the compass wouldn’t help at all”. Insomma, succede non così di rado che non siano gli strumenti canonici a indicare la via per la consacrazione. Ci si arriva un po’ da soli, un po’ perché non ci si fa condizionare e un po’ (tanto) perché c’è qualcuno che ci ascolta. O che ci legge.

E – Ballando al buio | Ballando al buio è il libro più duro, ricolmo di tristezza e solitudine. Diciottenne, appena uscito dal liceo, Knausgård va a vivere nel nord della Norvegia per iniziare la sua carriera di scrittore. Lascia un mondo conosciuto per diventare adulto. È un libro spartiacque, che insegna quanto difficile possa essere conciliare vita e scrittura, e quanto il buio (non solo metaforico nel villaggio di pescatori di Fjordgård) possa avvolgere e confondere ogni cosa. Tante persone che scrivono si chiedono: quand’è che posso definirmi uno scrittore? Quando pubblico? Quando, semplicemente, scrivo? Quando lo faccio per mestiere? Io, credo, quando scrivendo si fallisce. E nonostante tutto si continua a farlo.

L – L’animo errante sfocia giocoforza nella solitudine. Si parte dal soffocamento delle metropoli, si attraversano strade, paesi, campi e orizzonti. Si cerca, senza averlo chiaro, il proprio spazio. E infatti corrisponde sovente a uno spazio occluso, autobloccante, dove si fanno i conti con ciò che si desidera e la possibilità concreta di ottenerlo. Ma dove si andrà a parare, chi lo sa. È una dimensione fantasmagorica e orrorifica allo stesso tempo, che fonde creatività e autocritica, paura di spiccare il volo e paura di non farcela. È tutta una dicotomia: “With the headlights pointed at dawn / we were sure we’d never see an end to it all”, a denti stretti, come Billy Corgan, come gli SmashingPumpkins che entrano nelle tv e nelle vite senza focus delle camerette di fine millennio scorso. Un brano che è tutto un andare a zonzo, senza notte e senza giorno. Ci sarà mai un vero punto di arrivo? E se sì, comunque “…noi non sapremo mai dove riposeranno le nostre ossa / nella sabbia, credo / dimenticate e assorbite dalla terra sottostante”. Nel mondo di Knausgård a un certo punto le parole e le risposte non soffiano più nel vento che fu di Bob Dylan, bensì penetrano. E diventano inscalfibili. È forse questo il momento nel quale ci si può definire scrittori?

E – La pioggia deve cadere | In tre parole: rock and roll. La scrittura può essere tanto soddisfacente quanto deludente e a vent’anni anche le cose più piccole diventano immense, teatrali, epiche, fondamentali, uniche e totalizzanti: “Quando scrivo voglio che sia una questione di vita o di morte”. Tuttavia, essere una rockstar (proprio come in scrittura) significa fare i conti e scendere a patti con i demoni interiori, con gli scheletri nell’armadio, con i tanti irrisolti dell’infanzia che così profondamente può influenzare, con i suoi ricordi distorti, l’intera narrazione di una vita. Si può entrare in contatto con sé stessi e soffrire, si può ignorare ogni cosa e soffrire, si può osservare con finto disinteresse e chiudersi, abusare di alcol, trasformare il quotidiano in un dramma continuo. E alla fine, soffrire, ancora soffrire. Knausgård sceglie quest’ultima via. Il minimo comune denominatore è la sofferenza, finché non arriva un momento in cui bene e male trovano un loro equilibrio. E tutto (o quasi) trova pace.

L – “Ciò che sappiamo concretamente è che a ridosso dei 30 anni era ormai estraniato, esausto e in qualche modo ormai psicotico. Scrive anche una sorta di manifesto che è una ego-bomba circa sé stesso, un uomo di mezza età che reclama disperatamente di essere il migliore, non proprio la cosa più dolce e convincente che si potesse fare. Ma allo stesso tempo vale anche l’effetto contrario, macho, teatrale, trionfale: più insisti sull’unicità e su una possibile invulnerabilità, più sembra che tu in realtà stia combattendo” [citazione liberamente tratta da “It Gets Me Home, Thi sCurving Track” di IanPenman]. Lui non è Knausgård, ma Prince Rogers Nelson che esibisce il brano My Name is Prince. Più autoreferenziali di così non si può, una volta giunti allo zenit di un dramma artistico che si misura infine con la metafora della pioggia, addirittura viola. Di rabbia, di abbandono e di desideri che non si possono nemmeno sfiorare: “You say you want a leader / but you can’t seem to make up your mind / I think you better close it / and let me guide you”. Lascia che ti guidi nella pioggia viola. È questo il patto con il diavolo del rock, il diavolo della cultura popolare: se non siamo amanti, e non siamo amici, e non siamo più niente, cosa siamo se non l’idea che si sono fatti gli altri, migliaia, milioni, di noi? Per non soccombere nel giudizio si è costretti a non distinguere – almeno per un attimo – tra bene e male, giusto e sbagliato.

E – Fine | Il libro della maturità. Knausgård si specchia. Sta per essere pubblicato il primo volume e riceve i pareri e i commenti delle persone coinvolte. Tutto diventa quasi come un metaromanzo. Un po’ come quando Bastian, ne La storia infinita, si rende conto di essere parte di quello che sta leggendo. Fine è un libro colto, denso, ricco di rimandi letterari e riflessioni, da Paul Celan ad Ayn Rand, passando per Peter Handke e per una lunga dissertazione sul MeinKampf; non bisogna dimenticare che il titolo originale de La mia battaglia, in inglese poi tradotto My struggle, in norvegese era invece Min Kamp. Da una parte il male assoluto, dall’altra il mettersi in condizione di affrontarlo, in un confine spesso labilissimo. Dice bene la traduttrice Margherita Podestà Heir, nella sua nota finale: “Tradurre Fine è stato come scalare una montagna. Mi sono serviti pazienza, dedizione, coraggio, umiltà. Poi, mentre procedevo, mi sono resa conto che un quinto elemento era altrettanto necessario: la libertà”.

L – Quando finisce un viaggio. E il punto di partenza non corrisponde al punto di arrivo. O per meglio dire: quando si finisce un percorso. Ci si eleva. Ci si guarda intorno e ci si guarda dentro, con qualcosa nel bagaglio che si fa pesante: “Now the party’s over / i’m so tired”. Ci va una certa eleganza per spiegare che si è diventati in qualche modo migliori, per di più se i luoghi sono non-luoghi e comunque sempre secondari all’indice di fatica. Ci andrebbero un divano e un papillon, la voce come quella di Bryan Ferry “when the samba takes you / out of nowhere / and the background’s fading / out of focus” per godersi la scena di un Knausgård finalmente svuotato che ha raggiunto la sua Avalon. La copertina poi: un elmo medievale, diciamo un vichingo, e un falco. E un lago. E la nube a filo d’acqua. E la terra all’orizzonte. “Yes the picture’s changing / every moment / and your destination / you don’t know it”. E lo sguardo rivolto al tramonto, che potrebbe anche essere l’alba di un saggio e torbido secondo inizio.

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Il pianeta rosso: utopia marziana e dintorni https://minimaetmoralia.it/libri/pianeta-rosso-utopia-marziana-dintorni/ https://minimaetmoralia.it/libri/pianeta-rosso-utopia-marziana-dintorni/#respond Wed, 06 May 2020 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43198 Photo by Nicolas Lobos on Unsplash

Tutto ebbe inizio alla fine del XIX secolo, quando l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli scoprì la presunta esistenza su Marte di “canali” apparentemente scavati da forme di vita intelligenti, ovvero una serie di linee diagonali che sembravano intrecciarsi e tessere un reticolato regolare sulla superficie del pianeta.

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Tutto ebbe inizio alla fine del XIX secolo, quando l’astronomo italiano Giovanni Schiaparelli scoprì la presunta esistenza su Marte di “canali” apparentemente scavati da forme di vita intelligenti, ovvero una serie di linee diagonali che sembravano intrecciarsi e tessere un reticolato regolare sulla superficie del pianeta.

Gli scritti di Schiaparelli (1835-1910) furono «il punto di partenza della costruzione di una vera e propria mitologia marziana», scrive Daniele Porretta, storico dell’architettura e dell’urbanistica alla School of Design and Engineering dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona. Lo scrive nell’introduzione al libricino La vita su Marte 1893-1909, di Giovanni Schiaparelli, uscito per i tipi di Luiss Press in tiratura limitata,ma anche estratto delsuo libro: L’altra Terra. L’utopia di Marte dall’età vittoriana alla New Space Economy (Luiss Press), dove Porretta mostra come l’idea della vita su Marte sia stata negli ultimi due secoli tante cose tra cui sogno, racconto di fantascienza e business, ma non sia mai davvero uscita dalla mente dell’uomo.

Mai come oggi, in un periodo di isolamento forzato e con la minaccia di un pianeta sempre più affollato e destinato a diventare inabitabile per via del cambiamento climatico e del progressivo esaurimento delle risorse terrestri, l’ipotesi di una possibile “altra” vita su Marte diventa allora quanto mai realistica. Per raccontare questa possibilità Porretta parte dalla cronaca; poi, attraverso letteratura, cinema, storia e critica culturale mostra come quella che per anni è stata solo un’idea, un racconto di fantascienza, forse un sogno, sia in realtà molto di più. Lo fa in un libro che mette insieme parte della grande narrazione fantascientifica con il tema dell’enorme progresso tecnologico innescato dalla rivoluzione digitale, fino alla corsa verso Marte dei multimiliardari americani, da Musk a Bezos, passando per Branson.

Ma facciamo un passo indietro: chi era Giovanni Schiaparelli? Schiaparelli fu astronomo e scienziato, studiò matematica e fece un dottorato in ingegneria idraulica e architettura. L’astronomia fu la sua passione, in un’epoca in cui i luoghi sconosciuti e inesplorati erano sempre meno:«La sua scoperta – scrive Porretta – era percepita come quella di una nuova America», anche perché i riferimenti bibliografici da cui attingeva non si limitavano a una solida formazione scientifica, ma poggiavano sul vasto pilastro umanista, con rimandi che andavano da Cicerone a Dante, passando per Allan Poe, Giordano Bruno, Verne e tanti altri.

Pensare a Marte come a un possibile luogo di colonizzazione umana, o come a un’altra Terra abitabile, è un qualcosa che da almeno un secolo vive e si tramanda di pensiero in pensiero, di mente in mente, anche grazie alla copiosa letteratura fantascientifica e al cinema. Da quando l’ipotesi che sul Pianeta Rosso fosse possibile la vita (aliena e, forse, anche umana) irruppe nella società occidentale, i dibattiti e le discussioni in merito portarono infatti molti autori a trarre ispirazione per costruire narrazioni di successo basate appunto sulla possibilità e sull’idea che Marte fosse effettivamente il prossimo luogo di colonizzazione umana abitabile. Marte infatti rappresenta ormai da tempo una proiezione di speranze e insieme una minaccia di invasione, in un alternarsi costante che oscilla tra desiderio e paura, sogno, speranza e terrore, in un’idea fissa impressa nella nostra mente.

Non è un caso che dietro a un’idea di questo genere ci sia anche un’inevitabile aura di poesia, una suggestione, come infatti dimostra l’incipit del primo capitolo del piccolo volume di Schiaparelli, estratto dai fascicoli della rivista “Natura ed Arte”, del febbraio 1893: «Nelle belle sere dell’autunno passato una grande stella rossa fu veduta per più mesi brillare sull’orizzonte meridionale del cielo; era il pianeta Marte». Due anni dopo, per la stessa rivista, Schiaparelli scrisse così: «Il singolar globo di Marte, che sotto più riguardi tanto rassomiglia al nostro, e nel quale sembrano celarsi così interessanti misteri, ogni giorno più chiama a sé l’attenzione pubblica, e sempre più è fatto oggetto di accurati studi e di ardite speculazioni», di indubbio spirito romantico.

Speculazioni che più di cento anni dopo continuano a essere oggetto di interesse, come dimostra l’approfondito volume di Porretta, attento a non riprendere solo Schiaparelli e Percival Lowell, fondatore e direttore dell’osservatorio di Flagstaff, in Arizona, per lo studio dei pianeti e in particolare di Marte, ma molta della grande letteratura sul tema, passando dalla celebre Guerra dei mondi di H.G. Wells, alla trilogia del Ciclo delle Fondazioni di Asimov. Oltre a questi, anche film d’animazione come Wall-E e autori come Dickens, Philip K. Dick, Salgari, Ballard e Jules Verne, che nei suoi romanzi mette insieme magia e ricerca di una plausibilità scientifica.

Non solo: tra gli altri cita anche Ray Bradbury, con il celeberrimo Cronache marziane del 1950 e Mark Fisher, fino a ciò che letteratura non è, ma ci affascina proprio per la sua futuribilità: ad esempio il progetto SpaceX, con il quale Elon Musk prevede di fondare entro pochi anni la prima colonia umana su Marte.

«Marte – scrive Porretta –, quindi, potrebbe essere il luogo dove trasferire l’umanità eccedente in uno scenario di sovrappopolazione terrestre (demodistopia), ma anche la possibile realizzazione di un nuovo mondo dove potrebbe rifugiarsi una ristretta élite di fortunati sopravvissuti alla fine della civiltà», diventando l’umanità – come disse Stephen Hawking – una specie interplanetaria, e Marte il capitale simbolico di una nuova frontiera, di una società alternativa e salvifica in una «futura utopia tecnologica».

Il lavoro di Porretta traccia allora una linea che ripercorre gli scenari che Marte ha rivestito nella storia della cultura umana, senza pretese di una ricostruzione esaustiva, ma anzi come motore per immaginare nuove connessioni a partire dall’attenzione contemporanea sempre più marcata per le esplorazioni spaziali, spesso anche declinate non solo come un salto in avanti da un punto di vista della ricerca scientifica e tecnologica, ma come la costruzione di una narrazione alternativa, uno storytelling per salvare l’umanità con una «prospettiva di gran lunga più attraente rispetto a quella proposta dal movimento ecologista: restrizione dei consumi e decrescita», scrive Porretta.

Il libro procede cronologicamente, passando da tappe importanti come il lancio dello Sputnik 1 nel 1957 e le sonde Mariner su Marte, che mostrarono «un’atmosfera quasi inesistente e l’assenza di un campo magnetico», rappresentando di fatto la fine del mito alimentato da Schiaparelli e Lowell. Il breve ma densissimo volume si chiude infine con una riflessione di ampio spettro non solo sul futuro e la tecnologia, ma su una sorta di visione insieme politica, scientifica, sociologica e psicologica della società: «Vista dall’ottica del capitalismo espansionista, Marte appare sempre di più la possibile utopia del futuro, o meglio, la distopia della comunità perfettamente vigilata e autosufficiente». Una nuova utopia, insomma, in un contesto contemporaneo in cui immaginare “altri” mondi possibili risulta sempre più complesso.

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Eugenio Montale, il nostro tempo e l’importanza della parola https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/eugenio-montale-nostro-tempo-limportanza-della-parola/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/eugenio-montale-nostro-tempo-limportanza-della-parola/#comments Fri, 03 Apr 2020 07:24:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42881 di Eugenio Giannetta

Forse avremmo dovuto immaginare che con un titolo come Nel nostro tempo, il libricino in prosa di Eugenio Montale, uscito nel 1972 per Rizzoli, avrebbe resistito tutti questi anni restando attuale, anzi, semmai già proiettato in un tempo futuro e futuribile. Il libro altro non è che un collage di pensieri, stralci di interviste e interventi di Montale, scrupolosamente raccolti dal filosofo e storico della filosofia Riccardo Campa, con accademica dovizia, ma soprattutto con l'intento di offrire ai posteri la summa di un pensiero illuminante, in un insieme di pezzi capaci di prendere una forma in grado di resistere, appunto, al suo tempo e al nostro, in ogni presente.

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Forse avremmo dovuto immaginare che con un titolo come Nel nostro tempo, il libricino in prosa di Eugenio Montale, uscito nel 1972 per Rizzoli, avrebbe resistito tutti questi anni restando attuale, anzi, semmai già proiettato in un tempo futuro e futuribile. Il libro altro non è che un collage di pensieri, stralci di interviste e interventi di Montale, scrupolosamente raccolti dal filosofo e storico della filosofia Riccardo Campa, con accademica dovizia, ma soprattutto con l’intento di offrire ai posteri la summa di un pensiero illuminante, in un insieme di pezzi capaci di prendere una forma in grado di resistere, appunto, al suo tempo e al nostro, in ogni presente.

Montale, autore rappresentativo di una certa idea di poetica in un’epoca in cui innovazione e modernità raggiungevano rapidamente vette impensate, impattando persino sulla letteratura e la storia, ha saputo leggere non solo il suo tempo, mantenendo intatto il ponte con il passato – anche nell’apprendimento della lezione di grandi maestri come Dante, Petrarca e Leopardi –, ma è riuscito a guardare al futuro, in almeno quattro direzioni diverse, che di fatto sono al centro di questo nostro pensiero contemporaneo: la tecnologia, il lavoro, la massa e l’arte, intesa come destino di sé stessa. E questi quattro temi riportano a un concetto più ampio, perché come spiega lo stesso Montale nella brevissima introduzione che precede il volume, queste pagine “insistono soprattutto sulla condizione dell’uomo libero, dell’uomo che vorrebbe essere libero, o crede di volerlo, nel mondo e nell’età in cui siamo nati”. Quale altro privilegio difendiamo con lo stesso ardore, oggi come allora? Eppure è un desiderio che talvolta è taciuto, adagiato in zone confortevoli dove stare, senza muoversi davvero in una direzione.

Montale, poi, dice di non essersi rassegnato allo scorrere del tempo cronologico, alla “lancetta” dell’orologio, e fa un’ammissione: “Accetto il tempo che mi è toccato, non ne vorrei uno diverso perché oggi, come forse mai prima, non si può credere in un’assoluta continuità temporale”, contravvenendo in parte anche al sentire comune, ovvero a quella sensazione di non aderenza al proprio tempo presente, spesso tradotta in nostalgia per il passato, o desiderio di un futuro diverso da quello che ci è toccato. E in aggiunta, anticipando l’ossessione contemporanea per il 24/7, benissimo raccontata in un saggio di Jonathan Crary di qualche anno fa, in cui emerge il tutto e subito della nostra quotidianità, l’ansia di esserci e rispondere: presente, eccomi, ci sono.

Montale è nato a Genova il 12 ottobre 1896, ha vissuto la tragedia della guerra come esperienza umana e al tempo stesso come parte integrante della sua poetica, ma soprattutto è sempre stato alla ricerca di una rottura, uno squarcio che ambisse a prospettive più ampie, universali, cosmiche: “Tutti gli strappi sono contemporanei”, si legge nella poesia posta all’inizio del libro.

Il bagaglio culturale è immenso: Mallarmè, Valery, Eliot, Ezra Pound, ma anche Shelley e Novalis. Perennemente in cerca della musicalità per un verso che, come ammette lui stesso in Sulla poesia: “Tende sempre più a farsi prosa”. Montale si riscopre poeta quasi per caso, in un momento di crisi della poesia. E se la poesia, nella sua forma più ingenuamente pura, fa pensare all’amore, Montale spiega la possibilità di una sufficienza del sentimento amoroso – tanto passato quanto presente – in una forma lucida e preveggente del nostro agire e subire quotidiano: “Milioni di esseri umani aspirano all’amore, ma la parola non viene pronunciata che nelle sconce sedi della pubblicistica”.

I social network, ad esempio, esprimono fortissimo il desiderio egoistico di apparire, esserci, esaltare individualmente – e non nell’altruismo dell’aspirazione amorosa –, per cui inevitabilmente si finisce omologati in un’implosione di vita su un piano che Montale definisce come “quello delle emozioni e della sensazioni”. Si costruisce principalmente su questi due aspetti il sentimento popolare, la pancia borbottante, l’istinto contrapposto alla razionalità, il salto privilegiato al percorso, il fare prediletto al pensare. La politica attuale ne è la rappresentazione. Fatta anche di parole non dette in quanto tali. Parole senza soggetti, libere di viaggiare senza responsabilità del loro peso, lanciate in un non luogo, per offrire in pasto un nemico comune contro cui coalizzarsi, senza ordini reali, solo brontolii del sentire comune, in una bolla in cui poter urlare che “l’uomo qualunque ha gli stessi diritti dell’uomo di eccezione e può persino illudersi che la sua trivellazione della couche vitale sia più autentica di quella dell’uomo di studio. Ma all’uomo massa corrisponde il male di massa, al quale nessuno di noi sfugge”.

Inutile rimarcare quanto il problema della fiducia sociale nei ruoli sia mancanza di meta-cognizione del nostro tempo; basti pensare all’ormai citatissimo effetto Dunning-Kruger, ovvero la distorsione cognitiva per cui si sopravvalutano le proprie competenze, fino alla supponenza, in un tempo in cui – e qui Montale è tremendamente attuale – si sostituisce “l’eccitazione alla contemplazione”, con un no deciso allo studio; e poi c’è “disinteresse per il senso della vita”, favorendo invece aspetti più tangibili, pratici, materiali, come l’ultimo modello di smartphone sul mercato, e infine non si ha “più molto interesse per l’umanità”. Basti pensare al cambiamento climatico e alla stanca e trascinata inerzia nel trattare un argomento delicato come il dopo di noi: “Si corre troppo ma si sta ancora troppo fermi […] Correre di più vuol dire alleggerire il bagaglio della propria cultura”.

Montale nel 1975 venne consacrato in sede letteraria con il premio Nobel per la letteratura. Il suo discorso per il premio titolava così: È ancora possibile la poesia? Già allora il poeta alludeva alla comunicazione massificata, alla mercificazione dell’arte e al destino di quest’ultima, arrivando persino a definire la poesia stessa come un prodotto inutile. “L’arte nuova del nostro tempo – dice Montale – è lo spettacolo”. L’arte di massa si nutre infatti di talent show, e nemmeno l’informazione è immune, spesso trasformata in infotainment per rispondere a imposizioni di mercato, regole di marketing, algoritmi come aiutini del pensiero.

I social network hanno assistito rapidamente al passaggio dalla terza alla prima persona, fino a un autobiografismo talvolta narcisista, fatto di tanti io sfaccettati, costruiti, apparenti e superficiali, in cui le persone sono e si sentono iper-connesse, ma in definitiva sole: “Tutto fa pensare che l’uomo di oggi sia più che mai un estraneo vivente tra estranei, e che l’apparente comunicazione della vita odierna – una comunicazione che non ha precedenti – avvenga non tra uomini veri ma tra i loro duplicati”. Una sorta di replicanti, quasi, cui si aggiunge un ulteriore scatto del pensiero, che guarda alle macchine e all’interazione possibile con l’essere umano. È attualissima, ad esempio, la discussione sul transumanesimo, ovvero il movimento sociale alla base del quale si prospetta che la tecnologia allontanerà i confini della condizione umana, spostando l’asticella, in una possibile fusione tra uomo e macchina: “La fabbrica delle macchine non ha nulla di diabolico. […] In sé la macchina è neutrale, è un prolungamento della mano dell’uomo e nulla più”. E aggiunge: “Il nostro debito verso le macchine è immenso. Ce ne accorgiamo solo quando vengono a mancare”. Montale però, essendo uomo di pensiero, sa che il desiderio e l’esigenza di macchine sempre più efficienti e numerose porterà a cambiare l’utilizzo del tempo. Non la quantità, ma la qualità. Ovvero l’uso che ne se farà, in una società sempre più ossessionata dalla mancanza di tempo, mai abbastanza nonostante l’iper-velocità abbia compresso molte delle mansioni umane: “Un giorno, si dice, l’uomo potrà lavorare tre o quattro ore dedicando le ore libere a un numero praticamente infinito di otia e di passatempi. Ma già si profila il problema che un’immensa orda di uomini obbligati al divertimento per dovere sociale non diventi un immenso semenzaio di nuovi arrabbiati”. Non ricorda perfettamente la descrizione di certi haters da social network?

La parola e la sua importanza sono un altro tema caro a Montale. Un’importanza oggi spesso dissipata nella quantità incontrollata di contenuti, però privi di una reale esperienza comunicativa, privi di espressività, spesso incapaci di assumere uno stile coerente, o addirittura, talvolta, un senso coerente. La parola è oggi svuotata, scarnificata, sostituita da altro: “Differenti mezzi espressivi”, che hanno portato alla “quasi totale scomparsa della conversazione”, e con esso la scomparsa del luogo in quanto tale. Un luogo che per Montale non era solo paesaggio romantico, estetico ed estatico, ma ragionamento vero e proprio; un paesaggio filosofia, come in Leopardi. Un luogo rappresentativo della realtà, in opposizione alla non realtà, oggi alimentata, ad esempio, da finti profili internet, dalla diffusione incontrollata delle fake news, da una distorsione dell’apparenza per sembrare altro da ciò che realmente si è: “Ciò che viene sottratto all’uomo di oggi – da ogni partito, da ogni tecnica, da ogni conservatorismo o riformismo o rivoluzionarismo –  è né più né meno che l’amore”.

La forza di questo libro, per cui, è proprio nella tesi sul discorso amoroso, ma in senso lato, non tanto nel rapporto uno a uno, proprio di una certa poesia d’amore, quanto nel rapporto uno a molti, inteso come dono per chi resta. Inteso nel trascendimento di una situazione spazio-temporale assente da una dimensione terrena. Montale ne parla senza parlarne, ed è questo il suo dono, una presenza hic et nunc: “L’idea di un’opera che possa resistere al tempo si fa quindi di giorno in giorno più anacronistica: l’opera deve bruciarsi nel momento in cui è richiesta e goduta dal cosiddetto utente”. Sembra paradossale, no? Valeva anche questo, allora come ora, ma seppur assomigli a una prospettiva pessimista, una certa opera ha invece saputo resistere, piegarsi senza spezzarsi, rinascere nelle crepe, negli squarci di cui sopra. Tutto ciò, nonostante la tendenza alla totalizzazione di questo tempo e la “sempre crescente indifferenziazione degli uomini”, in un vivere che si è fatto quasi innaturale. “E la poesia, che è generalmente in anticipo, può spingere tanto oltre la sua anticipazione da sembrare in ritardo”. D’altra parte, sottolinea ancora Montale, argomento della poesia è la condizione umana in sé, non già altro che rappresenti ad esempio un avvenimento, o il resoconto di un avvenimento in quanto tale. Anzi, “sarà forse una contraddizione, ma l’arte che meglio rispecchia il suo tempo non può vivere se non a patto di liberarsene”.

L’urgenza allora sta tutta in questo scatto. Ricorrere alla memoria per non inciampare nelle stesse pietre, negli stessi errori della storia: “Diamo tempo alla memoria di compiere il suo primo e più impellente ufficio: dimenticare”. E paradossalmente la richiesta è proprio questa: dimenticare il presente, per poter ricordare il passato e vivere ancora nel futuro. Uno scarto temporale possibile, ma complesso. Di fatto è una questione di spazi, nel cui passaggio dall’uno all’altro senza farsi male, diceva Perec, v’è la vita. Lo spazio-tempo di Montale è fatto di brevità, nel tempo e nello spazio, in un discorso incompiuto per via di un’immobilità interiore in quanto poeta e osservatore del tempo, che ha tradotto e saputo tradurre lo spaesamento non solo di un singolo, ma di un’intera collettività.

Questo è forse il suo lascito più importante, al di là delle poesie, per questa capacità che appartiene a pochi di trovare l’universale nel particolare, facendo ordine nelle cose del mondo, nelle folgorazioni di un pensiero in costante progressione, tendente a un’eternità in cui le parole “nel nostro tempo” possano non invecchiare mai, restando scolpite in un costantemente rinnovato presente, perché di fatto è sempre: il nostro tempo. Come cantava Guccini: “Che l’oggi restasse oggi senza domani, o domani potesse tendere all’infinito”.

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“L’estate del ’78”, il romanzo di una vita: intervista a Roberto Alajmo https://minimaetmoralia.it/libri/lestate-del-78-romanzo-vita-intervista-roberto-alajmo/ https://minimaetmoralia.it/libri/lestate-del-78-romanzo-vita-intervista-roberto-alajmo/#comments Mon, 18 Nov 2019 13:59:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41666 di Eugenio Giannetta

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Un incontro tra un figlio e una madre. Un saluto, un addio senza saperlo. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine». Una frase da L'estate del '78 (Sellerio). Come sia nato il libro che racconta questa storia, invece, è oggetto di un'intervista all'autore, Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, in occasione dell'ultima edizione del Premio Lattes Grinzane, dov'era tra i cinque finalisti (il premio è andato ad Alessandro Perissinotto, con Il silenzio della collina, uscito per Mondadori, ndr), con questa motivazione della giuria: «Ne l’estate del ’78 di Roberto Alajmo, il commiato della madre assume la forma della gioia irrecuperabile, l’ultimo incontro, in cui l’autore vive senza saperlo l’istantaneità della felicità, prima dell’assenza della madre, che scompare per non pesare della sua malattia sull’estate del figlio, dopo la conquistata maturità. Nell’indagine sulla madre lo scrittore ricostruisce, seguendo tracce fotografiche, il tempo del "privato dolore e del pubblico silenzio" di una donna moderna non convenzionale, che "voleva afferrare il mondo ma il mondo le scappava di mano".

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Un incontro tra un figlio e una madre. Un saluto, un addio senza saperlo. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine». Una frase da L’estate del ’78 (Sellerio). Come sia nato il libro che racconta questa storia, invece, è oggetto di un’intervista all’autore, Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, in occasione dell’ultima edizione del Premio Lattes Grinzane, dov’era tra i cinque finalisti (il premio è andato ad Alessandro Perissinotto, con Il silenzio della collina, uscito per Mondadori, ndr), con questa motivazione della giuria: «Ne l’estate del ’78 di Roberto Alajmo, il commiato della madre assume la forma della gioia irrecuperabile, l’ultimo incontro, in cui l’autore vive senza saperlo l’istantaneità della felicità, prima dell’assenza della madre, che scompare per non pesare della sua malattia sull’estate del figlio, dopo la conquistata maturità. Nell’indagine sulla madre lo scrittore ricostruisce, seguendo tracce fotografiche, il tempo del “privato dolore e del pubblico silenzio” di una donna moderna non convenzionale, che “voleva afferrare il mondo ma il mondo le scappava di mano”.

Il 1978 come anno di cesura familiare con la morte della madre, nella distanza dal figlio imposta dal “pudore di un anelito di affetto”. Il ’78 anche come cesura collettiva, con Roberto Alajmo che obbliga il lettore a ritornare alla tragedia nazionale della strage di via Fani e della morte di Aldo Moro, un lavoro di memoria recuperabile di un’Italia che si separava dalla sua costruita e irreale innocenza».

Alajmo lo fa coraggiosamente (o incoscientemente?), aprendo una porta che spesso gli scrittori lasciano socchiusa, con un piccolo spioncino poco illuminato da cui guardare. Alajmo mostra le foto dell’infanzia, ingiallite, lasciate a lungo in un cassetto, poi sullo sfondo passano gli esami di maturità, crocevia simbolico di un’età adulta che in quel momento si carica sulle spalle un dolore a lungo rimasto privato, per poi un giorno esplodere, con una raccomandazione, un invito, una richiesta imperativa di essere ascoltato. E così abbiamo fatto.

L’estate del ’78 si può definire come il romanzo di una vita?

È sicuramente il romanzo di una vita. Sulla parola romanzo, invece, nel tempo ho avuto qualche perplessità, anche perché in classifica andava una volta in saggistica, una volta in narrativa, ma alla fine credo si possa definire a pieno titolo romanzo. Il materiale con cui è impastato è tutto autentico, ed è il montaggio che fa il romanzo. La parte romanzata consiste proprio nel smontare gli eventi, con il suo andare avanti e indietro nel tempo. È un continuo sconfinare tra ragionamento e narrazione, prendo spunto da foto per la narrazione e viceversa, è un libro la cui complessità spero non si colga così tanto nella lettura.

Nel libro lei fa entrare il lettore in uno spazio molto intimo. È una cosa che accade spesso in letteratura, ma in questo caso non ci sono personaggi a fare da filtro. Ho due domande: com’è stato scriverlo e com’è stato dopo.

Mentre lo scrivevo mi ha aiutato tanto l’incoscienza, perché dentro di me non pensavo che sarebbe veramente mai uscito, credevo che a un certo punto sarebbe subentrato il pudore, e che mi avrebbe fatto dire: “Lo sto scrivendo per me”. Inoltre ero convinto che un editore sincero mi avrebbe dato un rifiuto, gentile ma netto. Invece Antonio Sellerio mi ha incoraggiato da subito, dicendo che era un libro che poteva funzionare e interessare.

Credo che, sempre, nelle cose che scrivi, pensi: “Chi se ne frega?”, ma il dubbio è giusto che ci sia. Scrivendo sentivo una specie di riserva mentale, che mi aiutava a essere spudorato, e poi mano a mano che mi avvicinavo alla fine, si andavano smussando certi angoli, certe aree di riservatezza. E credo che pur essendo un libro spudorato, abbia un suo pudore nella stesura definitiva.

La letteratura permette allo scrittore di poter salire su una sorta di macchina del tempo. Perché scegliendo di raccontare un momento del passato ha scelto proprio quello?

Era inevitabile, per via della ferita emozionale, per la cicatrice che è il movente di ogni scrittore. Dicono che si impari a scrivere per raccontare una storia in particolare, e questa per me rappresentava il motore di tutte le altre. Negli altri libri ci sono andato molto vicino, raccontavo storie di madri, di figli, ma poi evitavo di entrare nel merito, confondevo, creavo confusione, finché un certo file che hai aperto sul desktop del computer si è gonfiato a tal punto che ti chiama e dice: “Sono grande, voglio uscire”. Allora apri quel file e inizi il montaggio, cucendo insieme pensieri raccolti in un arco di tempo vastissimo.

Come ha ricostruito le atmosfere, le sensazioni, i sensi di colpa, i rapporti? Com’è stato ricordare così intensamente, e mettersi in contatto con il passato?

I sensi di colpa li avevo molto bene presenti, e non ho avuto problemi a rievocarli. È come se si fosse cristallizzata nel tempo una certa sciatteria emotiva, una specie di anaffettività strisciante che si prova per i genitori, che passano in un attimo da essere i nostri eroi a essere quelli che ignoriamo. Poi con il tempo si trova una giusta via di mezzo tra i due estremi, si recupera, ma nel mio caso c’è stato un fermo immagine lì, in quell’epoca di sciatteria affettiva, che mi ha portato a un senso di colpa che mi sono trascinato dietro a lungo. Quando è arrivato mio figlio, mi ha ricordato quella sciatteria degli affetti, e forse ho trovato la forza per scrivere questo libro anche proprio per indirizzarlo a lui, e metterlo in guardia da un certo tipo di aridità emotiva.

Che valore ha per lei il ricordo?

È il maggiore rifugio, il deposito, la miniera, il magazzino, il repertorio a cui attingere in continuazione. Il mio grande terrore è perdere memoria e consapevolezza, ovvero provare quel genere di smarrimento di sé che ti può colpire e si può anche prolungare in qualsiasi momento. Forse, quando capita, te ne accorgi un po’ alla volta, e resta a chi hai accanto il dramma, ma prima di perdere te stesso, credo si abbia la percezione di perdere la memoria, e per chi fa questo mestiere credo sia la cosa peggiore che possa capitare. Perdere non solo la memoria, ma anche la capacità di connettere le parole.

Qual è il limite tra storia pubblica e privata?

Il presupposto è che non c’è un limite, o non dovrebbe, poi in realtà si avvicina sempre, come una specie di linea invisibile, che poi è quella che porta alla pubblicazione, e di conseguenza porta a una pettinatura di ogni cosa, altrimenti tutto diventa solo un vomitare la propria esperienza sulla pagina, e di solito, per quanto si possa essere sinceri, non è mai appassionante per chi non è direttamente coinvolto.

Che cos’è per lei la famiglia?

Non ho una particolare propensione alla vita familiare, forse perché la collego a un’infanzia perduta, per cui io sono affezionato a una famiglia ristretta, limitata, ad affetti più selezionati e prescelti: la persona con cui ho scelto di vivere, e mio figlio, il mio legame di sangue; quando si allarga il concetto, il mio interesse verso la famiglia va scemando rapidamente.

Ci sono autori a cui si è ispirato? Mi vengono in mente due nomi: Carrère e Knausgård.

Carrère indubbiamente, per come è capace di cavarsi nelle storie che racconta, senza essere mai molesto; certe volte è quasi presuntuoso nel suo volersi intromettere, ma è talmente bravo che lo accetti, e poi certamente Sciascia. Durante la stesura di questo libro, in particolare, ho letto una serie di testi che riguardavano il rapporto con la madre e con il padre; quello che mi è piaciuto di più è stato Geologia di un padre di Valerio Magrelli (Einaudi), che mi sembra quello che più si avvicina al mio libro, come tonalità complessiva.

Un progetto così personale, è inevitabile tocchi corde intime e profonde. Com’è tornare alla scrittura dopo un libro così? Sta lavorando a qualche nuovo progetto?

È molto complicato, so già che i lettori del prossimo libro diranno: bello ma, L’estate del ’78 era diverso. Ma giustamente, quello è un libro irripetibile, che racconta un’esperienza personale e cocente, che spero di non avere più. Ho sempre scritto cose molte diverse tra loro, e il libro che ho finito da qualche mese infatti è di pura fiction, per evitare anche a me stesso il confronto con l’ingombro di questo. È una storia di migrazione, parla di un ragazzo che parte dal Mali, attraversa il deserto, e poi mi concentro in particolare sull’esperienza di vita a Palermo, come se fosse una sorta di Pinocchio contemporaneo.

Cos’è per lei la letteratura?

È un modo frustrante di mettere ordine al mondo, ma il mondo non ha intenzione di farsi mettere in ordine da nessuno, tantomeno dagli scrittori. Eppure è doveroso provarci. Sai che non serve, che il tuo libro uscirà e attraverserà tutte le fasi: libreria, vetrina, banco, scaffale piatto, scaffale di taglio, magazzino e macero, tutto nel giro di un mese. Tuttavia, anche se lo sai, insisti a scrivere faticosamente, e continui, perché è nella nostra natura complicarci l’esistenza, cercando di mettere ordine, anche se sappiamo che è impossibile farlo.

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“I ragazzi della Nickel”, l’America razzista raccontata da Colson Whitehead https://minimaetmoralia.it/letteratura/ragazzi-della-nickel-lamerica-razzista-raccontata-colson-whitehead/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ragazzi-della-nickel-lamerica-razzista-raccontata-colson-whitehead/#respond Tue, 17 Sep 2019 07:35:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41080 di Eugenio Giannetta

«Il mondo è razzista e sessista. Ci odiamo con gli altri per ragioni diverse. Io ad esempio ho l'aria di un secchione, ma anche io sono stato fermato e interrogato dalla polizia». Anche lui, sì. Colson Whitehead, lo scrittore "indagatore d'America", come è spesso definito. Tra i più importanti autori contemporanei degli Stati Uniti. Lui che a luglio scorso era sulla copertina del Time Magazine in occasione dell'uscita del suo ultimo romanzo: I ragazzi della Nickel (Mondadori).

Il suo libro esce a distanza di quattrocento anni dall'avvistamento della prima nave schiavista sulle coste degli Stati Uniti, e catapulta nelle zone più buie e oscure del razzismo, caricandosi il passato sulle spalle, per portare il lettore in un presente imbarazzante.

Il luogo in cui è ambientato è realmente esistito. Siamo nel 1963, il movimento per i diritti civili sta prendendo piede. Ci sono in vigore le Jim Crow Laws, ovvero le leggi di segregazione razziale.

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«Il mondo è razzista e sessista. Ci odiamo con gli altri per ragioni diverse. Io ad esempio ho l’aria di un secchione, ma anche io sono stato fermato e interrogato dalla polizia». Anche lui, sì. Colson Whitehead, lo scrittore “indagatore d’America”, come è spesso definito. Tra i più importanti autori contemporanei degli Stati Uniti. Lui che a luglio scorso era sulla copertina del Time Magazine in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo: I ragazzi della Nickel (Mondadori).

Il suo libro esce a distanza di quattrocento anni dall’avvistamento della prima nave schiavista sulle coste degli Stati Uniti, e catapulta nelle zone più buie e oscure del razzismo, caricandosi il passato sulle spalle, per portare il lettore in un presente imbarazzante.

Il luogo in cui è ambientato è realmente esistito. Siamo nel 1963, il movimento per i diritti civili sta prendendo piede. Ci sono in vigore le Jim Crow Laws, ovvero le leggi di segregazione razziale. Come spiega Whitehead, e come prima di lui aveva raccontato anche Ta-Nehisi Coates nel suo memoir Tra me e il mondo (Codice), un nero avrebbe potuto sentirsi minacciato anche solo per aver incrociato lo sguardo della persona sbagliata nel momento sbagliato. Coates raccontava della paura di perdere il proprio corpo, che l’ha accompagnato per tutta la vita, con vivi riferimenti all’uccisione di un ragazzo afroamericano a Milwaukee da parte di un agente di polizia, così come del dolore provato per la morte di Michael Brown.

Whitehead racconta invece di due adolescenti: Elwood e Turner, diversi e complementari. Elwood è un ragazzino abbandonato dai genitori e cresciuto dalla nonna, che ha assimilato tutte le massime e gli insegnamenti di Martin Luther King. Finisce alla Nickel Academy per un errore innocente e fatale. La Nickel dovrebbe essere un’istituzione, un luogo considerato esemplare per l’educazione, e invece si rivela un inferno di abusi, psicologici e fisici; chiusa nel 2010, con il ritrovamento di 55 corpi, prevalentemente afroamericani, in un campo clandestino vicino al cimitero ufficiale.

Dopo aver vinto il Pulitzer per la narrativa nel 2017 con La ferrovia sotterranea (Sur), Whitehead trova la forza per raccontare un altro pezzo della storia remota degli Stati Uniti, come spiega in occasione della presentazione del romanzo al Festivaletteratura di Mantova: «Durante la scrittura di questo libro l’emozione principale è stata la tristezza. La ferrovia sotterranea è stata è un’esperienza molto dura, sapevo di dover venire a patti con la consapevolezza di una cosa terribile, e riscoprire di essere vivo per miracolo, perché qualcuno prima di me ce l’aveva fatta. La ferrovia sotterranea sapevo sarebbe stato un libro brutale, per cui ero preparato alla tristezza che avrei dovuto affrontare con la Nickel, ma mano a mano che scrivevo, mi sono sentito sempre più depresso. Ho pensato anche ai protagonisti veri, perché volevo rendere conto di questa esperienza, ma le ultime settimane di lavoro sono state durissime, e più mi avvicinavo alla conclusione tragica, più mi sentivo debole e triste».

Il romanzo è ambientato nel 1963, «perché le leggi che limitavano la libertà delle persone di colore erano al massimo, e contemporaneamente si tratta di un periodo in cui le vecchie e le nuove forze sono messe a confronto». Elwood si sente parte di una nuova generazione che sta cambiando il mondo, mentre sua nonna, con cui è cresciuto, non aveva potuto vivere quel genere di speranza. La storia è ispirata a un luogo reale, la scuola Dozier, in Florida: «Mi sono documentato molto su Google, tramite archivi fotografici, perché non amo uscire di casa e rischiare di incontrare le persone. Una volta deciso un posto, dovevo inventarmi un personaggio, perché sono un romanziere, non un saggista. Mi piace scrivere fiction perché mi piace inventare personaggi». Così è saltato fuori Elwood: «Lui è il simbolo di tutti i ragazzi di colore che ancora oggi, in qualsiasi momento, possono essere fermati da un poliziotto e vedere la loro vita cambiare completamente, perché è sufficiente avere la pelle scura e trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e se sfortunatamente metti la mano in tasca, rischi anche di essere ucciso, perché magari il poliziotto pensa che tu stia andando a prendere la pistola».

Il romanzo è breve, scritto con una lingua asciutta. Colson Whitehead è un narratore vicino ai protagonisti, come fosse un terzo elemento tra loro due, che si confrontano e si interrogano sulle piccole grandi riflessioni filosofiche della vita. Ed è proprio lì il cuore del romanzo: «A me piace pianificare. Alcuni scrittori aspettano la musa e vivono alla giornata, ma io vivo a New York, la musa sta in metro. Finora ho scritto libri realisti, con un narratore onnisciente, di tipo postmoderno, di genere fantastico, ma qui volevo una voce diversa, che fosse molto più vicina ai personaggi».

Come è possibile – chiede a Whitehead il moderatore dell’incontro Stas’ Gawronski – raccontare una tale violenza e leggerla senza restarne avvelenati, o senza sviluppare un razzismo di ritorno? «Nel mio libro precedente c’era un cast di personaggi importanti, e tutti erano rappresentati: schiavi, padroni, ognuno con la sua voce, potenti e deboli. Quest’ultimo romanzo si concentra invece su due ragazzini e le loro riflessioni. D’altra parte viviamo in un’epoca in cui per poter sentire la tipica voce di uno schiavista, o di un oppressore, sarebbe sufficiente scaricarsi una qualsiasi conferenza stampa di Donald Trump. Ne I ragazzi della Nickel invece mi sono concentrato sulla storia, poi è emersa ovviamente anche la politica sociale», le esplorazioni sulla razza e sul passato, l’identità, ma anche la scuola e il valore dell’educazione per migliorare la propria condizione, e per poter imparare a conoscere i propri diritti fondamentali, anche quelli solo desiderati.

Ci sarà mai fine? Ci sarà mai speranza sufficiente per poter contrastare tutto questo? «Per quanto mi riguarda non ho mai pensato di odiare qualcuno che non conosco. Con questo libro ho riscoperto i discorsi di Martin Luther King, a cui Elwood si è ispirato. Lui è ingenuo, troppo buono per essere vero. Come King. Non ne fanno più così. Io non riesco a immaginare di marciare in strada, se penso che in fondo a quella strada ci sono uomini bianchi con le spranghe e gli idranti, pronti a farmi a pezzi. King ed Elwood invece sono persone così, e noi cosa facciamo con persone di queste genere? Le assassiniamo».

A cosa serve, allora, la letteratura, di fronte a un tema così grande e devastante? «Se potessi fare un’altra cosa la farei. I miei genitori mi volevano avvocato, o veterinario, ma  a me non piacciono né gli avvocati né gli animali. Sono stato contento quando il presidente Obama ha consigliato i miei libri. Era bello avere un presidente che leggeva e sapeva leggere. Oggi si può essere invitati alla Casa Bianca solo se viene pianificata una decapitazione pubblica, ma comunque gli scrittori verrebbero dopo giornalisti e scienziati del clima. In tutto ciò, non so che ruolo può avere l’arte nella società. Io sono stato trasformato da film, musica, libri letti, da Toni Morrison a Purple Rain. L’arte ha senz’altro un potere trasformativo, ma credo che le persone che avrebbero davvero bisogno di leggere, non leggono».

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Nel mezzo dell’America: “Gli assassini” di Elia Kazan https://minimaetmoralia.it/libri/nel-mezzo-dellamerica-gli-assassini-elia-kazan/ https://minimaetmoralia.it/libri/nel-mezzo-dellamerica-gli-assassini-elia-kazan/#respond Thu, 01 Aug 2019 06:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40848 di Eugenio Giannetta

C'è un'America rivoluzionaria, sovversiva, eccitata, e un'America nostalgica, sentimentale, incompresa. Non si tratta di una vecchia o di una nuova America, poiché il nuovo presuppone consapevolezza. È solo un'altra America, diversa, e in cerca di ispirazione. In mezzo c'è uno scarto generazionale e una presa di coscienza. La visione, di fatto, di una società impegnata a incollare frammenti e concetti in contrapposizione tra loro. Libertà e prigionia, ad esempio, presi in mezzo da una tenaglia con un preciso dovere morale, che implicitamente impone anche una presa di posizione, soprattutto politica.

Nel 1972, anno in cui esce Gli assassini, terzo romanzo del regista premio Pulitzer Elia Kazan, pubblicato in Italia nel 1973 per il Club degli Editori e ora portato in libreria da Centauria (pagine 382, euro 18), nella traduzione originale di Ettore Capriolo, questo stato delle cose era una conditio sine qua non, ma poi molto è andato perdendosi, fino ai giorni nostri, in cui si comincia a sentire di nuovo l'esigenza di rompere con il passato e destarsi dal torpore, ricominciare quindi a interessarsi alla politica, alla sua attualità e alle sue emergenze.

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C’è un’America rivoluzionaria, sovversiva, eccitata, e un’America nostalgica, sentimentale, incompresa. Non si tratta di una vecchia o di una nuova America, poiché il nuovo presuppone consapevolezza. È solo un’altra America, diversa, e in cerca di ispirazione. In mezzo c’è uno scarto generazionale e una presa di coscienza. La visione, di fatto, di una società impegnata a incollare frammenti e concetti in contrapposizione tra loro. Libertà e prigionia, ad esempio, presi in mezzo da una tenaglia con un preciso dovere morale, che implicitamente impone anche una presa di posizione, soprattutto politica.

Nel 1972, anno in cui esce Gli assassini, terzo romanzo del regista premio Pulitzer Elia Kazan, pubblicato in Italia nel 1973 per il Club degli Editori e ora portato in libreria da Centauria (pagine 382, euro 18), nella traduzione originale di Ettore Capriolo, questo stato delle cose era una conditio sine qua non, ma poi molto è andato perdendosi, fino ai giorni nostri, in cui si comincia a sentire di nuovo l’esigenza di rompere con il passato e destarsi dal torpore, ricominciare quindi a interessarsi alla politica, alla sua attualità e alle sue emergenze.

Questo lungo preambolo per dire che, allora come ora, ciclicamente ritornano certi argomenti, certi temi, alcuni dei quali sembravano essere stati superati, mentre si erano invece solamente assopiti nella nostra parte più profonda e pigra: l’elemento razziale, ad esempio, il pregiudizio, un concetto ampio e variegato come la giustizia (giustizialismo o garantismo?), e infine la sottile linea di demarcazione esistente tra bene e male, una zona grigia da cui è difficile venir fuori incolumi, una volta dentro. Tutto questo e molto altro è al centro della scrittura di Kazan, che inspira l’America e le sue atmosfere e le sbuffa fuori nel disegno del suo spaccato, e delle contraddizioni che si porta dietro.

La trama de Gli assassini prende le mosse da una cittadina di provincia, due omicidi e un caso giudiziario. Al centro della narrazione c’è il protagonista della vicenda, Cesario Flores, messicano di Sonora e sergente dell’areonautica, colpevole dell’omicidio di Vinnie, hippy, spacciatore e ragazzo della figlia Juana, ucciso insieme a un amico. Juana era stata raggiunta da Flores dopo essere fuggita per andare a vivere in una comune, a distanza di sicurezza da una società a sua volta considerata assassina, corrotta, giudicante, arrivista e passiva. Una società in cui si può finire a tifare per i buoni o per i cattivi, senza davvero rendersi conto di chi siano gli uni e chi gli altri.

Nella lettura di Kazan si avvertono molti echi, rimandi, richiami e riferimenti, tanto letterari quanto cinematografici, da Pastorale americana ai film di Clint Eastwood, passando per Jonathan Franzen e Fronte del porto. Da una parte la narrazione degli sconfitti, dall’altra la tipica famiglia americana, la convivialità della comunità di appartenenza, includente e ghetto al tempo stesso. Ne Gli assassini i personaggi passano, ronzano come mosche, si fermano e vanno via. Come una camera in pianosequenza che passi da un viso a un altro, muovendo con essa l’asse dell’intera storia; i personaggi sono in primo piano, oppure sfocati, a volte fanno da sfondo, poi si tratteggiano e diventano secondari, semplici comparse senza battuta, messi da parte in attesa che accada qualcosa, qualsiasi cosa.

I dialoghi sono l’altro grande pilastro su cui si regge il libro, anche durante i capitoli processuali, nei quali l’opinione pubblica è chiamata a prendere posizione, così come il lettore, che si domanda e ridomanda: giusto o sbagliato? Kazan è ambizioso e sfida la resa di un’oralità alternata tra un campo e un controcampo, mettendo tutte le parole nero su bianco. Non ha paura, azzarda e prova a trasmettere l’emotività di certe situazioni senza aggiunte alle descrizioni, lavorando sul ritmo e giocando sull’effetto sorpresa, su battute argute, sull’incidentalità dell’animo umano, incoerente per sua stessa natura.

Il libro, poi, ha in sé anche una sorta di visione antropologica, che sembra dire: si può vivere in modo diverso da quello che ci viene raccontato. E ancora: vivi nella malinconia e muori sentendoti fuori luogo: «Erano gli altri modi di vivere le cose che volevo veramente imparare». Questi personaggi somigliano a noi, come quando ci alimentiamo di sensi di colpa per un’azione che sentiamo essere sbagliata. Tuttavia, non si tratta quasi mai di un errore netto, e talvolta si avvalora delle cause per cui viene commesso. Se si tratta di amore, poi, tutto viene perdonato o giustificato? «Cesario era ormai un uomo amareggiato, e tutto a causa dell’incostanza della specie umana», perché «nel comportamento umano c’è quasi sempre un mistero». L’estremismo è figlio anche di questo pericolante via libera, di una legittimazione che però, a ben guardare, non avrebbe senso di esistere: «Ma sì, anche lei, signor giudice, è sotto processo. Sarete tutti giudicati e sarete puniti. E poiché il solo suono che siete in grado di sentire è quello di un’arma, sarà questo il suono che sentirete».

Ci sono tempi in cui si è creduto che il tempo avrebbe sistemato le cose e tempi che invece sono di piena urgenza, e gridano giustizia, sbraitano di aggiustare le cose, si parla alla pancia delle persone e si agisce d’istinto: «Non c’era paura nel suo sorriso, che era quello di un martire frainteso, convinto che il tempo finirà per dargli ragione». In questo libro di Kazan, questo equilibrio è appeso a un filo sottilissimo, perché è fortissima l’urgenza familiare, tra un padre, Flores, e una figlia, Juana; il resto è rumore, che sporca la superficie delle cose, annebbia i dati di fatto e confonde la mente. E qui si potrebbe spendere un riferimento per Matthew Weiner, che quegli anni li ha sempre raccontati come tempi sporchi, senza morale, con famiglie in bilico tra volere e potere, amare e dovere: «Nella vita c’è una salita e una discesa, e se tu – uomo o nazione – non ti difendi, ti accorgerai di trovarti nella discesa molto tempo prima del necessario. Perciò devi difendere quello che è tuo».

Nella scrittura di Kazan c’è un grande senso di realismo, con le contraddizioni che l’Occidente si porta dietro, insieme al senso di appartenenza e alla legge presa sul serio, come crocevia di discorsi più alti, puri, morali, o forse solo più opportunistici. Michael, un hippy che crede ciecamente (ingenuamente) nella legalità, è un personaggio che esprime questi temi senza schieramenti, come se davvero la legge potesse essere al di sopra di ogni cosa. E la coscienza è giocoforza chiamata a rispondere e a prendere posizione, perché «ciascuno è continuamente sottoposto a una prova». Durante quasi tutta la lettura de Gli assassini è facile cadere vittime di un giochino psicologico molto ben congegnato: ci si immedesima in un personaggio, piuttosto che nell’altro, e si finisce a stare da una parte all’altra della sbarra del tribunale, schierandosi con un testimone, con la giuria o con Flores, Juana, Michael.

È un lavoro, questo di Kazan, che ha quasi certamente radici nell’Actors Studio, di cui Kazan è stato fondatore. L’Actors Studio si basava sulla ricerca di una prova attoriale che realizzasse il massimo della resa con il massimo del realismo. Con il Metodo Stanislavskij, tutto questo era possibile con l’espressione dei sentimenti in scena (quasi) come nella vita, chiaramente in seguito a un complesso processo di elaborazione interiore e personificazione. Chi guarda, chi legge, sente che tutte quelle parole sono lì apposta, proprio per chi guarda e chi legge, e per nessun altro. Alla fine, poi, si fanno i conti con quella domanda penosa, che metterebbe a nudo la dignità di chiunque: ucciderei anche io per mia figlia?, dove figlia è sostituibile con madre, padre, fratello, sorella, nipote. Lo farei davvero? E se lo facessi per una giusta causa, quale sarebbe il mio grado di colpevolezza? Si gioca su questi sottili meccanismi di psicologia umana l’attuale situazione politica nazionale e internazionale; per questo abbiamo bisogno di un libro così, che su un piano di lettura diverso da quello con cui è nato anni fa, mette in contatto noi stessi con le nostre paure, ma soprattutto con le nostre colpe, reali o pensate.

Vale infine la pena fare ancora un passo indietro sull’autore, tra i più importanti registi americani di cinema e teatro, vincitore di tre Oscar, direttore di Marlon Brando e James Dean, e di capolavori come La valle dell’Eden e Un tram che si chiama desiderio. Oltre a Gli assassini, anche autore di altri due romanzi: America America e Il compromesso. Kazan è morto nel 2003. Ricordarlo oggi, rianima antiche sensazioni, di cui non dovremmo fare a meno troppo a lungo: «Pensa a te stesso. Puoi vivere guardando avanti o morire guardandoti indietro. […] Le cose cambiano quando cambiano le idee. Prima che ci sia un vero cambiamento c’è sempre qualcuno che dice qualcosa, un artista, un filosofo, un pensatore, anche un uomo politico. È l’idea la cosa più forte». Vale anche per un regista, e uno scrittore.

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