Europa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/europa/ un blog di approfondimento culturale Tue, 07 Jun 2022 23:14:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Europa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/europa/ 32 32 E pluribus unum: la lezione di Javier Cercas sull’Europa https://minimaetmoralia.it/altro/pluribus-unum-la-lezione-javier-cercas-sulleuropa/ https://minimaetmoralia.it/altro/pluribus-unum-la-lezione-javier-cercas-sulleuropa/#comments Mon, 11 Jun 2018 08:42:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37400 L’Europa. Molti mesi fa, tramite l’editore Guanda, abbiamo invitato Javier Cercas ad aprire la XXXI edizione del Salone del Libro di Torino con una lectio sull’Europa. Cercas ha accettato l’invito e ha letto il suo intervento lo scorso 10 maggio, davanti a diverse centinaia di persone, tra cui i presidenti di Senato e Camera. Poiché il discorso pubblico […]

L'articolo E pluribus unum: la lezione di Javier Cercas sull’Europa proviene da Minima et Moralia.

]]>
L’Europa. Molti mesi fa, tramite l’editore Guanda, abbiamo invitato Javier Cercas ad aprire la XXXI edizione del Salone del Libro di Torino con una lectio sull’Europa. Cercas ha accettato l’invito e ha letto il suo intervento lo scorso 10 maggio, davanti a diverse centinaia di persone, tra cui i presidenti di Senato e Camera. Poiché il discorso pubblico sull’Europa è spesso affidato agli slogan, e poiché il discorso degli scrittori segue invece quando va bene percorsi molto diversi, abbiamo chiesto a Cercas, sempre tramite Guanda, di poter riprodurre qui integralmente il suo discorso. E di poterlo (chi vuole) condividere liberamente. Ringrazio molto Javier Cercas (anche per la sua gentilezza durante i giorni del Salone) e la casa editrice Guanda, in particolare Luigi Brioschi e Paola Avigdor.

E pluribus unum: l’Europa e l’eroismo della ragione

di Javier Cercas

Prima di tutto, vorrei ringraziare gli organizzatori di questa edizione del Salone del Libro di Torino per avermi invitato a pronunciare questa conferenza inaugurale. È un onore che mi fa un enorme piacere, per diversi motivi. Il principale è che la mia vita letteraria italiana è sempre stata legata a Torino in generale e a questo Salone in particolare. Qui, a questo Salone, mi hanno invitato nel 2002 per parlare del mio primo libro tradotto in italiano, e qui da allora sono stato invitato molte volte per parlare degli altri miei libri.

Sempre qui, a Torino, o meglio: nei dintorni di Torino, ho ricevuto, nell’estate del 2003, il mio primo premio letterario italiano, il Grinzane-Cavour. E in questo Salone del Libro mi hanno concesso il primo premio alla carriera che abbia mai ricevuto, il Premio Internazionale del Salone del Libro di Torino, un premio che mi ha dato due cose meravigliose: una settimana di conversazioni in scuole e istituzioni di questa regione, a parlare dei miei libri con persone giovani e non più tanto giovani, e l’amicizia di Ernesto Ferrero, direttore di questo Salone per molti anni, che mi ha accompagnato in quei giorni per me indimenticabili. Per colmo di felicità, quel premio era concesso dai lettori del Salone, e questa è la migliore ricompensa che possa ricevere uno scrittore.

Il motivo è semplice: i libri non esistono senza i lettori. Metà di un libro ce la mette lo scrittore; l’altra metà ce la mette il lettore. Un libro è soltanto una partitura, e sono i lettori a interpretarla, e per di più ogni lettore la interpreta a modo suo. Un libro senza lettori è soltanto lettera morta; è quando il lettore apre le pagine del libro e inizia a leggerlo che quella lettera morta acquista vita, una vita ogni volta nuova e diversa. Per questo i lettori arricchiscono i libri, aggiungendo loro dei sensi che senza dubbio erano nelle pagine, ma dei quali non sempre l’autore era del tutto consapevole. Per questo Paul Valéry dice che non è l’autore, ma il lettore, a fare i capolavori, un lettore rigoroso, dotato di acutezza, di lentezza, di tempo e di ingenuità armata. «Soltanto lui può fare un capolavoro» conclude Valéry. E per questo, fra altri motivi, sono così importanti eventi come questo Salone: perché, di tanto in tanto, permettono a noi autori e lettori di guardarci in faccia, di fare in modo che la nostra complicità privata diventi pubblica.

Insomma: ho detto qualche volta che sono un’invenzione italiana di Luigi Brioschi, il mio editore italiano, che è stato il mio primo editore fuori dal­la Spagna e che fin dal primo momento ha ingannato i lettori italiani facendo credere loro che sono uno scrittore serio; ma Luigi mi permetterà oggi di completare questa verità: la verità completa è che sono anche un po’ un’invenzione di Torino in generale e di questo Salone del Libro in particolare. Perciò, grazie mille.

Ho detto che per me è un onore tenere questa conferenza; dovrei aggiungere che è anche un impegno, per non dire un’avven­tatezza, perché mi hanno chiesto di parlare dell’Europa, o della mia idea di Europa. Il problema è che, al di là del fatto che è il continente in cui vivo, non so bene cosa sia l’Europa; difatti, se mi vedessi costretto a rispondere con una sola frase a questa domanda, probabilmente la cosa più onesta sarebbe riprendere ciò che dice Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, all’inizio di una sensazionale riflessione sulla natura del tempo: «Se nessuno mi domanda cos’è l’Europa, lo so; però, se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non lo so».

Ma sto mentendo: qualche cosa dell’Europa sì che la so. Per esempio, so che per molta gente, forse soprattutto per molti giovani, l’Europa si identifica con l’Unione Europea, e che oggi l’Unione Europea si identifica, nel peggiore dei casi, con un’unione sgranata e improbabile di paesi con tanto passato e scarso futuro, e, nel migliore dei casi, con un ente sovranazionale, freddo, astratto e distante la cui capitale si trova in un posto freddo, astratto e distante chiamato Bruxelles, che non si sa con certezza a cosa serva tranne che a dare lavoro a mucchi di grigi burocrati e a far sì che i politici populisti dell’intero continente gli diano la colpa di tutto ciò che di male accade nei loro rispettivi paesi.

Non sempre, tuttavia, l’immagine dell’Europa è stata così negativa, o almeno non lo è stata dovunque. Al contrario. Per secoli l’Europa costituì, senza andare troppo lontano, la grande speranza di molti spagnoli; consapevoli di vivere dagli inizi del XVII secolo in un paese sempre più isolato, sempre più immerso nella povertà, nell’incultura, nella mancanza di libertà, nel dogmatismo oscurantista e nella finzione di un impero che affondava, dalla metà del XVIII secolo i migliori fra i miei antenati sentirono che l’Europa era una promessa realistica di modernità, di prosperità e di libertà. Io stesso sono cresciuto con quest’idea nella Spagna che cercava a fatica di uscire dal franchismo.

Ma non c’è bisogno di risalire tanto indietro, né di limitarsi alla mia angusta esperienza, o a quella dei miei compatrioti. Poco più di un decennio fa, giusto dopo la nascita dell’euro, mentre si preparavano la Costituzione europea e gli ampliamenti dell’Unione e si svolgevano le prime riunioni per l’avvio di una difesa comune europea, un’Europa unita si profilava come la grande potenza mondiale del XXI secolo, l’unica in grado di minacciare il dominio nordamericano o cinese; al punto che, nel 2004, un giovane politologo britannico come Mark Leonard si azzardava a pubblicare un libro intitolato Perché l’Europa guiderà il XXI secolo e, in quello stesso anno, Jeremy Rifkin, un veterano sociologo statunitense, poteva scrivere: «Mentre il sogno americano languisce, un nuovo sogno europeo vede la luce». E concludeva: «Gli europei hanno messo davanti ai nostri occhi la visione e il cammino verso una nuova terra promessa per l’umanità».

Sembra impossibile, ma è questo ciò che pochissimo tempo fa dicevano dell’Europa pensatori di tutto il mondo. La domanda, a questo punto, si impone: cosa è accaduto perché tutte quelle speranze crollassero quasi da un giorno all’altro e perché, già a maggio del 2010, un giornalista importante come Gideon Rachman potesse scrivere sul Financial Times un articolo intitolato Il sogno europeo è morto? Anche la risposta si impone: ciò che è accaduto è la crisi economica più profonda che abbia sofferto l’Europa dal 1929, una crisi che non ha scatenato una guerra mondiale, come aveva fatto quella del 1929, bensì un terremoto politico di prima grandezza e la resurrezione dei peggiori dèmoni europei, a cominciare dal dèmone del nazionalismo, che è il dèmone della discordia e della disunione. Può l’Europa tornare a essere, ora che la crisi sembra alle nostre spalle, ciò che è stata per i miei antenati spagnoli, ciò che è stata per me in gioventù, ciò che era per tutti o quasi tutti all’inizio di questo secolo?

Ovviamente, non lo so, perciò torniamo alla domanda iniziale: cos’è l’Europa? L’Europa ha un’identità, come quella che a quanto pare hanno l’Italia, la Spagna o la Germania? E, se ce l’ha, in cosa consiste? Hanno qualcosa in comune Dante e Shakespeare, Cervantes e Montaigne, Ibsen e Kafka? C’è qualcosa che condividono tutti questi scrittori che non condividono nemmeno una lingua? E a proposito: basta condividere una lingua per avere una stessa identità? Hanno una stessa identità Milton e Melville, Quevedo e Borges?

Alcuni anni fa George Steiner sembrò tentare di definire l’identità europea in una conferenza intitolata L’idea di Europa. Vi argomentò che il nostro continente può essere ricondotto a cinque assiomi. Il primo è che l’Europa è i suoi caffè, quei luoghi d’incontro in cui la gente cospira e scrive e dibatte, e in cui sono nate le grandi filosofie, i grandi movimenti artistici, le grandi rivoluzioni ideologiche ed estetiche. Il secondo assioma è che l’Europa è una natura addomesticata e percorribile, un paesaggio a scala umana che contrasta con i paesaggi selvaggi, smisurati e intransitabili dell’Asia, dell’America, dell’Africa o dell’Oceania. Il terzo è che l’Europa è un luogo impregnato di storia, un vasto lieu de la mémoire le cui strade e le piazze sono piene di nomi che ricordano un passato sempre presente, allo stesso tempo luminoso e asfissiante. Il quarto è che l’Europa è il deposito di un’eredità doppia, contraddittoria e inseparabile: l’eredità di Atene e Gerusalemme, di Socrate e Gesù Cristo, della ragione e della rivelazione. E il quinto è che l’Europa è la sua stessa coscienza escatologica, la coscienza della propria caducità, della cupa certezza che ha avuto un inizio e avrà inevitabilmente una fine, più o meno tragica.

Questi sono i cinque assiomi che, secondo Steiner definiscono la natura dell’Europa. È quasi inutile dire che l’idea è brillante e provocatrice, ma insufficiente; non c’è dubbio che quelle caratteristiche appartengano all’Europa, ma anche che non bastano a definire la sua identità. Di più: sono sicuro che Steiner lo sappia; e sono anche sicuro che sappia che il problema non è la risposta che nella sua conferenza fornisce alla domanda sull’identità dell’Europa, ma nella domanda stessa. Nella seconda metà del XVI secolo Montaigne scrisse: «C’è altrettanta differenza fra noi e noi stessi che fra noi e gli altri». Questo significa che, molto prima di Freud, il grande scrittore francese capì che in un certo senso l’identità individuale è una finzione, che dentro di noi si svolge un «drama em gente», per usare le parole con cui Fernando Pessoa spiegava l’eterogeneità della sua opera, o che al nostro interno abita una confederazione di anime, come sosteneva, ispirandosi a Pessoa, un personaggio di Antonio Tabucchi.

Ora, se le identità individuali sono illusorie, come possono non esserlo le identità colletive? In realtà, quelle identità collettive, a cominciare da quelle dell’Italia, della Spagna o della Germania, non sono altro che invenzioni collettive indotte o direttamente imposte da poteri statali che sanno molto bene, come sa qualunque potere, che la prima cosa da fare per governare il presente e il futuro è governare il passato, vale a dire costruire una narrazione del passato in grado di legittimare un presente comune e preparare un futuro egualmente comune.

In realtà, l’unica identità europea verosimile è proprio la sua diversità – un’identità contraddittoria o impossibile, un ossimoro – e l’unica narrazione in grado di legittimarla sarebbe la narrazione, del resto veritiera, di un gruppo di vecchi paesi dotati di lingue, culture, tradizioni e storie dissimili che, a un certo punto, dopo aver trascorso secoli a combattersi in maniera spietata, decidono di unirsi per costruire un paese nuovo e unito dai valori della concordia, del benessere e della libertà dei suoi cittadini. Da questo punto di vista, il lemma dell’Europa unita potrebbe essere uno dei primi lemmi degli Stati Uniti, che è stato la grande utopia politica che ha partorito l’Illuminismo, e storicamente quello che ha avuto più successo; il lemma era: E pluribus unum; cioè: da molti paesi, lingue, culture, tradizioni e storie, un solo stato.

A questo punto devo fare una confessione: per me l’Europa non ha mai smesso di essere ciò che è stata nella mia giovinezza di ragazzo appena uscito da una dittatura interminabile, la stessa che per secoli è stata per i migliori dei miei antenati spagnoli; in altre parole: come il mio amico Erri De Luca, sono un europeista estremista. Questo significa che, per me, l’Europa unita è l’unica utopia politica ragionevole che noi europei abbiamo coniato. Di utopie politiche atroci – paradisi teorici trasformati in inferni pratici – ne abbiamo inventate a mansalva; di utopie politiche ragionevoli, che io sappia, soltanto questa: l’utopia di un’Europa unita.

Se non mi sbaglio, c’è un’infinità di fatti evidenti che avallano questa idea; talmente evidenti che temo che tendiamo a dimenticarli, tutti insediati come siamo in una dittatura del presente per la quale ciò che è accaduto ieri è già il passato, e ciò che è accaduto una settimana fa è praticamente la preistoria. Citerò soltanto tre di questi fatti.

Il primo è che lo sport europeo per eccellenza non è il calcio, come tanta gente crede, bensì la guerra. Durante l’ultimo millennio noi europei ci siamo ammazzati gli uni con gli altri senza concederci un solo mese di tregua e in tutti i modi possibili: in guerre di cent’anni, in guerre di trent’anni, in guerre civili o di religione o etniche o in guerre mondiali che in realtà erano fondamentalmente guerre europee. Queste ultime sono state terribili, delirantemente atroci: come ricorda lo stesso Steiner, fra l’agosto del 1914 e il maggio del 1945, da Madrid al Volga, dall’Artico alla Sicilia, si calcola che un centinaio di milioni di uomini, donne e bambini siano morti a causa della violenza, della fame, delle deportazioni e delle pulizie etniche, e l’Europa occidentale e l’occidente della Russia si sono trasformati nella dimora della morte, nello scenario di una brutalità senza precedenti, che fosse quella di Auschwitz o quella del Gulag.

Il progetto dell’Unione Europea sorse evidentemente dall’orrore nei confronti di quella carneficina indescrivibile e dalla convinzione, piena di sensatezza, di stanchezza e di coraggio, che nulla di simile dovesse ripetersi in Europa; il risultato di quella convinzione non è meno evidente, ma neanche meno stupefacente: mio padre ha conosciuto la guerra, il mio bisnonno e il mio trisavolo e probabilmente tutti i miei antenati hanno conosciuto la guerra, ma io non la conosco; vale a dire: il risultato è che appartengo alla prima generazione di europei che non conosce una guerra, almeno – non dimentichiamo le lotte feroci che hanno smembrato la Jugoslavia – una guerra tra le grandi potenze europee. Naturalmente, so che c’è chi pensa che è ormai inconcepibile un’altra guerra in Europa. Mi sembra un’ingenuità. Nella storia d’Europa, la cosa rara non è la guerra, ma la pace; inoltre, basta che spuntino di nuovo problemi seri, come abbiamo visto con la crisi del 2008, perché risorga in tutta la sua forza il nazionalismo, che è stato la causa finale, l’ornamento e il carburante di tutte le guerre europee degli ultimi due secoli. L’unione dell’Europa è nata per combatterlo, ma si tratta di un compito difficile.

Il nazionalismo non è un’ideologia politica: è una fede; dopo tutto, la nazione fu il sostituto di Dio come fondamento politico dello Stato, e liberarsene in Europa sarà tanto difficile quanto lo è stato liberarsi di Dio. Come osservò George Orwell, il nazionalista è indifferente alla realtà, perciò non è importante che gli venga dimostrato con dati, per esempio, che uscire dall’Europa è un cattivo affare per la Gran Bretagna o che tutta la verbosità anti-immigrazione di Nigel Farage non è altro che questo, verbosità – il delirio xenofobo di un chiacchierone –, perché lui continuerà a credere che i britannici debbano uscire dall’Europa e che gli immigrati minaccino il suo lavoro e la sua sicurezza, e di conseguenza voterà a favore della Brexit. Condorcet scrisse che «la paura è all’origine di quasi tutte le stupidaggini umane e, soprattutto, delle stupidaggini politiche». E Walter Benjamin sosteneva che la felicità consiste nel vivere senza timori; i nazionalisti sono infelici con molta paura: per loro, per molti di loro, l’Unione Europea è solo una cianfrusaglia distante, inservibile e senz’anima che li costringe a vivere all’intemperie, con gente strana che parla lingue strane e ha abitudini strane; preferiscono vivere con i propri simili, o meglio con quelli che immaginano o hanno fatto credere loro che siano i propri simili, protetti dalle false sicurezze di sempre, rifugiati in illusorie identità collettive, respirando, come direbbe Nietzsche, il vecchio odore della stalla. L’unico modo di fare qualcosa di utile con il futuro è avere il passato sempre presente, e perciò è un errore enorme dimenticare la cupa storia di violenza che ha spianato l’Europa, far finta che non sia mai esistita; dimenticare che l’Unione Europea è stata essenziale per cancellare quel passato sinistro è un errore ancora peggiore.

C’è un secondo motivo per cui l’unione dell’Europa mi sembra il progetto politico più attraente e ambizioso dei nostri tempi. Sappiamo che l’Europa è stata per secoli il centro del mondo, ma sappiamo anche che non lo è più, e da un po’ di tempo a questa parte non passa giorno senza sentire o leggere che quasi l’unica cosa che resta da fare a noi europei, sotto la spinta delle grandi potenze emergenti, è languire come nobili in disgrazia tra le rovine del nostro passato splendore, per parafrasare il più grande poeta spagnolo del dopoguerra: Jaime Gil de Biedma. Non credo che questo pessimismo sia giustificato. È vero che il peso dei nostri paesi nel mondo, presi uno per uno, è sempre minore, specie se lo paragoniamo al peso della Cina o dell’India o del Brasile, ma è anche vero che, insieme, godiamo ancora di un potere enorme: senza spingerci troppo lontano, siamo la più grande economia del mondo, con un PIL di 14mila miliardi di euro. È anche vero che il peso politico dell’Europa è scarso, e anche il suo peso culturale e scientifico; ma questo non è dovuto al fatto che sia unita, bensì a quello che non lo è abbastanza, che i vecchi stati resistono con le unghie e con i denti a cedere sovranità e a dissolversi politicamente in un unico stato federale.

L’utopia è ancora molto lontana dal realizzarsi, e perciò nessuno può essere soddisfatto del funzionamento attuale dell’Unione Europea: per cominciare, il deficit democratico delle sue istituzioni è sanguinoso, il che costituisce forse il problema principale dell’Unione perché impedisce che quello che inizialmente è stato, per forza di cose, un progetto elitario, ideato e diretto da un’avanguardia illuminata, si trasformi in ciò che deve essere: un progetto popolare, direttamente sostenuto e protagonizzato dalla cittadinanza; ma qui i problemi cominciano soltanto: siamo privi di una politica economica e fiscale comune (anche se non di una moneta e di una banca comuni), non abbiamo una politica interna ed estera comune, né una politica di difesa comune, né ovviamente una politica culturale comune. Da quest’ultimo punto di vista, che è quello del nostro piccolo cantuccio di lettori e scrittori, la disunione è totale, al di là dei contatti e delle fecondazioni che si sono sempre prodotti e che, è vero, forse in questo momento sono più fluidi che mai; ma sono del tutto insufficienti: ciascuno dei nostri paesi opera mediante sistemi letterari, educativi e intellettuali completamente diversi, non abbiamo giornali o riviste o radio o televisioni comuni – con la qual cosa siamo privi di un’opinione pubblica comune –, non abbiamo case editrici europee, e neanche un dibattito di portata europea, non sono nemmeno sicuro che abbiamo molti scrittori davvero europei – scrittori davvero importanti in tutta la geografia europea – e so che esiste un premio letterario europeo, che concede ogni anno il Parlamento Europeo, soltanto perché un paio di anni fa è stato concesso a uno dei miei romanzi, il che significa che la ripercussione europea di quel premio è molto scarsa.

Tutto ciò che ho appena detto può sembrare banale o secondario, specie se lo si paragona alle grandi questioni economiche e politiche, ma non credo che lo sia. Forse la grande sfida dell’Europa, o dell’Europa in cui mi piacerebbe vivere e sulla quale scommetto, consiste proprio nel conciliare due cose che in linea di principio sembrano inconciliabili: la diversità culturale e l’unità politica. Senza la diversità culturale, l’Europa s’impo­verirà in maniera irreversibile, perché la varietà di lingue, di culture, di tradizioni locali e di autonomie sociali è fra di noi una fonte quasi inesauribile di ricchezza, e perciò dev’essere accudita e potenziata; non c’è contraddizione fra questa urgenza e quella di creare una cultura europea comune, dotata di un sistema intellettuale comune e di una comunità di interessi, perché questa cultura europea di tutti dev’essere ciò che in fondo è sempre stata, fin dalla disintegrazione dell’Impero Romano: il risultato della fecondazione di lingue e culture diverse. Però, allo stesso tempo, senza l’unità politica l’Europa sembra condannata alla distruzione, perché quella diversità culturalmente tanto feconda è stata politicamente il germe degli odii etnici, delle rivendicazioni regionalistiche e dei nazionalismi sciovinisti che hanno fatto scontrare senza tregua il continente e minacciato di annientarlo. «E pluribus unam»; torniamo alla diversità, all’identità multipla dell’Europa, al suo ossimoro originario: l’Europa dev’essere politicamente una e culturalmente plurale. Solo così, mi sembra, potrà dare il meglio di sé e non rassegnarsi all’irrilevanza.

Il terzo e ultimo motivo per cui un’Europa unita mi sembra il progetto politico più prezioso dei nostri tempi non è meno importante dei due precedenti, ma si può spiegare con meno parole. I trattatisti politici classici ritenevano abitualmente che l’ideale per lo sviluppo della democrazia fosse, per dirla come Rousseau nel Contratto sociale (libro III, capitolo IV), «uno Stato molto piccolo, in cui sia facile per il popolo radunarsi, e in cui ogni cittadino possa facilmente conoscere tutti gli altri». Salta agli occhi che questa raccomandazione non è più valida ai giorni nostri. Il motivo risiede nel fatto che uno dei nostri principali problemi politici è che, nelle attuali economie globalizzate, le grandi aziende multinazionali possiedono un potere così enorme che finiscono per imporre le loro norme ai governi dei paesi, e soprattutto a quelli dei paesi piccoli, privi del potere sufficiente a scontrarsi con loro, e che quindi devono sottomettersi ai loro dettami. Questo significa che un’Europa davvero unita, che riunisca il potere di più stati, rappresenta forse l’unica possibilità che, nelle nostre società, la politica possa arginare il potere cieco e onnicomprensivo dell’economia e che pertanto costituisca forse l’unico strumento che potrebbe permetterci una democrazia degna di questo nome. Jurgen Habermas, tra gli altri, ha insistito a ragione su questo aspetto: «La democrazia in un paese solo» scrive il pensatore tedesco «non può nemmeno difendersi dagli ultimatum di un capitalismo furioso che oltrepassa le frontiere nazionali».

Concordia, prosperità e democrazia: sono questi i tre pilastri che l’Unione Europea ha contribuito a mantenere in Europa in quest’ultimo mezzo secolo, e sono questi i valori che dovrebbero guidare la nostra ragionevole utopia futura; dopo tutto, nulla di essenziale li distingue dai valori fondativi della Rivoluzione francese: libertà, uguaglianza e fraternità. È vero che, come dicevo prima, l’utopia è ancora molto lontana dal diventare realtà, come verifichiamo ogni volta che si produce una crisi importante in Europa, che sia la crisi economica o la crisi dei rifugiati, quando l’Unione Europea è incapace di agire come un tutto e ciascun paese torna a ripiegarsi su sé stesso, a vegliare sui propri interessi e a trascurare gli interessi comuni, senza comprendere che, almeno nell’Europa attuale, non possiamo vegliare sui nostri interessi senza vegliare su quelli degli altri, perché anche gli interessi degli altri sono i nostri interessi.

No: è impossibile non essere d’accordo sul fatto che l’utopia europea non si è ancora del tutto realizzata; però, a ben guardare, forse è meglio così, perché le utopie sono in certo qual modo come le democrazie. La democrazia perfetta non esiste: una democrazia perfetta è una dittatura; vale a dire che è una democrazia finta: ciò che definisce la vera democrazia non è il fatto che sia perfetta, ma che sia infinitamente perfettibile, che si possa sempre migliorare. Con le utopie avviene la stessa cosa. Un’utopia portata nella realtà è un’utopia finta, perché noi esseri umani siamo differenti, alberghiamo necessità, aspirazioni e desideri diversi, e ciò che per alcuni è un paradiso per altri può essere un inferno; un’utopia vera, quindi, non è quella che fornisce una stessa felicità a coloro che la abitano, ma quella che permette a ciascuno di cercare la propria felicità a proprio modo. In futuro potrà essere questo l’Europa unita? Potrà essere ciò che solo pochi anni fa pensatori e politologi di tutto il mondo pensavano che sarebbe stata, la leader del XXI secolo, come pronosticava Mark Leonard, la nuova terra promessa dell’umanità, come vaticinava Jeremy Rifkin?

Non lo so: continuo a non avere una risposta a questa domanda. Ma mentirei se non dicessi che alcune cose le so. Per esempio, so che, come stanno notando con stupore alcuni esperti di politica internazionale, come Moises Naim, assistiamo da tempo a un fenomeno straordinario, cioè che la prima potenza mondiale, gli Stati Uniti, sta rinunciando al proprio potere e alla propria influenza per sua stessa decisione e senza che le vengano sottratti dai suoi rivali. Questo fenomeno si è acutizzato con l’arrivo al potere di Donald Trump, al punto che John Kerry, ex segretario di stato nordamericano, ha definito questa ritirata generale come una «grottesca abdicazione dalla leadership», e non manca chi, come il sociologo norvegese Johan Galtung, noto per aver predetto la caduta dell’Unione sovietica, va annunciando da tempo, con argomentazioni per nulla trascurabili, il prossimo crollo del potere nordamericano.

Non so se tutto avverrà così rapidemente come ipotizza Galtung, però è vero che, dopo quasi un secolo di egemonia mondiale, gli Stati Uniti si stanno richiudendo in sé stessi a tappe forzate, cosa che si avverte in molti campi: non hanno firmato il Trattato commerciale transpacifico (il cosiddetto TPP), si disinteressano di quanto accade in Europa e riducono ogni giorno la loro influenza in questioni chiave, come la lotta contro il riscaldamento globale, la proliferazione nucleare, gli aiuti allo sviluppo, il controllo di pandemie globali, la regolazione di Internet o gli interventi per contenere la crisi finanziaria. Sappiamo che, così come gli imperi, le egemonie non sono eterne, e spero soltanto che, quando si concluderà quella degli Stati Uniti, non arrivi, come in tanti pronosticano, il turno dell’egemonia cinese. Ciò che spero è che a quel punto l’unione dell’Europa sia un fatto molto più solido di quanto è adesso e che, grazie a esso – grazie alla trasformazione dell’Europa in uno stato federale – potremo, se non rilevare il testimone dagli Stati Uniti, almeno occupare un posto rilevante nel mondo post-egemonico che alcuni prevedono. In caso contrario, se la nostra posizione in questo nuovo mondo senza una egemonia chiara sarà una posizione secondaria o subordinata, temo fortemente che staremo mettendo in serio pericolo un modo di vita privilegiato di cui godiamo da decenni e che molti sembrano dare temerariamente per scontato. Temerariamente perché quel modo di vita non si è solidificato in maniera spontanea; tutto il contrario: è il risultato del sudore e del sangue di generazioni di europei e, più immediatamente, di un esperimento politico inedito, di un’audacia straordinaria, che è sorto dalla cognizione degli orrori che abbiamo perpetrato nell’Europa del XX secolo e di ciò che riesco soltanto a chiamare l’eroismo della ragione, il quale ha eretto in quest’ultimo mezzo secolo la società più pacifica, più prospera e più libera della nostra storia: un esperimento che, come ricordava non molto tempo fa Michel Serres, ha permesso agli europei di vivere «il periodo di pace e prosperità più lungo dai tempi della guerra di Troia». Non si tratta di trionfalismo: si tratta di riconoscere un’evidenza storica; ignorarla è un errore, perché chi non è in grado di identificare ciò che possiede di buono difficilmente identificherà il buono che gli manca e ciò che di brutto deve correggere.

Ho appena utilizzato l’espressone «eroismo della ragione» e dovrei chiarire che non è mia, ma di Edmund Husserl. Il filosofo tedesco la utilizzò nel 1935, al termine di alcune celebri conferenze sulla crisi dell’umanità europea che tenne a Vienna e a Praga. Vi affermò che ciò che definiva l’Europa era la passione per la conoscenza razionale, e che a quel punto, quando il continente si stava riprendendo da una carneficina indescrivibile e alcuni cominciavano a respirare nell’aria l’inizio di un’altra, all’Europa rimanevano soltanto due vie d’uscita: la decadenza, dice Husserl, «in un distanziamento dal proprio senso razionale della vita, lo sprofondare nell’ostilità dello spirito e nella barbarie, o il rinascimento grazie allo spirito della filosofia mediante l’eroismo della ragione». Io sento che quell’eroismo della ragione costituisce l’impulso originario all’unione dell’Europa ed è alla base della narrazione veritiera che, come dicevo prima, la legittima: la storia di alcuni vecchi paesi provvisti di lingue, culture, tradizioni e storie differenti che, dopo secoli in cui si sono combattuti senza pietà in guerre eterne, decidono di unirsi per costruire un paese nuovo e coeso dai valori della concordia, del benessere e della libertà.

Alcuni di voi staranno pensando che sono un ottimista, o forse un illuso. Ci sarà perfino chi pensa che, dal 1935 in avanti, ci siamo allontanati ancora di più dal senso razionale della vita di cui parlava Husserl, che siamo sprofondati ancora di più nell’ostilità dello spirito e nella barbarie. Io non lo credo, e penso che non lo crederebbe neanche un grande scrittore italiano, Alberto Savinio, le cui parole voglio riportare qui per terminare questa chiacchierata. Le parole di Savinio furono pubblicate il 27 dicembre 1944, poco prima della fine della guerra in Italia e nel resto dell’Europa, e palpitano al ricordo dell’orrore appena concluso e all’euforia della liberazione dal fascismo. Voglio leggerle perché sono spossate da un’emozione genuina, che è a suo modo all’origine immediata dell’utopia ragionevole dell’Europa, e perché in quell’emozione risuona, per me, l’eroismo della ragione di cui parlava Husserl:

«Sono sempre più profondamente convinto» scrive Savinio «che i popoli dell’Europa non guariranno dalle loro gravissime ferite se non formeranno una sola nazione unita da comuni pensieri, da comuni interessi, da un comune destino (…).

L’Europa, in fondo e magari a sua insaputa, vuole formarsi e presto o tardi si formerà. Chissà? Tale è la follia degli uomini e tale la loro stupidità – tale è soprattutto la loro insistenza a non risolversi a quello che il destino prescrive se non incalzati (…) – che forse ci vorrà una terza guerra anche più disastrosa delle due che l’avranno preceduta per chiarire nel cervello degli europei la necessità dell’unione; nel qual caso non più gli europei vivi si uniranno, ma le ombre degli europei, come Omero chiama i fantasma di coloro che hanno vissuto. Ma forse no (…).

Nessun Uomo, nessuna Potenza, nessuna Forza potranno unire gli europei e fare l’Europa. Solo una idea li potrà unire. Solo una idea potrà fare l’Europa. Idea: questa cosa umana per eccellenza.

E questa idea è l’idea della comunità sociale (…).

E questa unione “naturale” dell’Europa avverrà. Avverrà prima o poi. Avverrà presto o tardi. Avverrà nonostante tutto. Avverrà a dispetto di tutto (…).

L’appello che chiude il manifesto del comunismo, va aggiornato così: “Partigiani di tutta l’Europa, unitevi!”, intendendo per partigiani e partigianismo l’elemento genuino dell’Europa che opera per impulso proprio, e non per ordine o ispirazione altrui».

Grazie mille.

Javier Cercas

L'articolo E pluribus unum: la lezione di Javier Cercas sull’Europa proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/altro/pluribus-unum-la-lezione-javier-cercas-sulleuropa/feed/ 4
Le vie dei festival per i devoti psytrance https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-vie-dei-festival-per-i-devoti-psytrance/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-vie-dei-festival-per-i-devoti-psytrance/#comments Fri, 23 Sep 2016 06:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32003 Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo. * * * Hai perso i tuoi amici, la tua ragazza: ti sei distratto un attimo e non li vedi più. Provi a chiamare il nome di lei, si perde nel plasma sonoro ad altissimo volume in cui sei immerso. Ti volti, un vecchio con tilaka shivaita […]

L'articolo Le vie dei festival per i devoti psytrance proviene da Minima et Moralia.

]]>
boom-festival-dodiciQuesto pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo.

* * *

Hai perso i tuoi amici, la tua ragazza: ti sei distratto un attimo e non li vedi più. Provi a chiamare il nome di lei, si perde nel plasma sonoro ad altissimo volume in cui sei immerso. Ti volti, un vecchio con tilaka shivaita sulla fronte e canottiera tecnica Oakley ti guarda negli occhi e sorride, senza smettere di ballare; resti forse per un attimo immobile, perché una ragazza di etnia indefinita, occhi orientali, carne caraibica, capelli rossi di rame o henné, ti spintona sul fianco, ridendo, come a dire Balla!, e dà l’esempio sbattendo il piede scalzo, dalla caviglia irta di campanellini d’argento, sul suolo polveroso. Allora ti smuovi, lasci che il corpo sia nuovamente attraversato dal battito e la mente dal tappeto di suoni acuti e campionature che gli sta sopra, finché sopra le teste di tre ragazzoni a torso nudo, in occhiali da sole con montature colorate, che ballano entusiasti passandosi una bottiglietta piena d’acqua lievemente schiumosa, ti sembra di scorgere dei capelli che conosci, i capelli della tua ragazza, ti fai strada tra la folla danzante che intanto è mutata come i vetrini di un caleidoscopio, ma si tratta di un’altra persona, ha ali da fatina e uno sbaffo fluorescente sulla gota, balla con un ragazzo alto, i dreadlock fermati da bulloni sotto un cappello da cacciatore di pernici con tanto di piuma sul lato, che si abbassa verso di lei e mentre la musica tutta intorno prende un ritmo più lento lascia che gli depositi sulla lingua una goccia, da una boccetta come di collirio.

festa a Goa, 2007
festa a Goa, 2007

Tu guardi la goccia cadere dal beccuccio e per un attimo, nel riflesso della stilla traslucida, vedi tutta la gente intorno, la vedi eruttare dalla terra verso il cielo ora che il ritmo torna serrato e veloce, e nel folle baccanale che si scatena – che continua a scatenarsi, sempre più forte, alimentandosi di sé e su di sé – finalmente scorgi uno dei tuoi compari, in fondo; quando poi, spingendo e sorridendo e facendoti strada tra donne in kimono da fantasma dell’era Sengoku e ragazzine in reggiseno tribale e tizi dinoccolati completamente nudi se non per due strisce di vibhuti sulle guance, finalmente lo raggiungi, tutto si coagula in un ralenti a ogni apparenza fatidico, che solo il gesto prosaico di lui, il suo porgerti la birra, riporta da un qui e ora tanto intenso da essere drammatico a un flusso finalmente normale, sebbene dilatato, capriccioso, sgranato, mentre le frasi campionate sotto il battito, come a giocare con l’idea stessa di sincronicità, con lo stato di coscienza tuo e di quella massa, sillabano This… Is… Happening… Now..! E giù salti e balli, ma quel tocco un po’ kitsch, un po’ facilone, ti riporta davvero a terra, ti permette di tornare a considerare il fenomeno con distacco.

I goani: quei soggetti scalzi, con la faccia dipinta, i glowstick fluorescenti ai polsi e i rosari buddisti al collo, che ascoltano un tipo di musica, la psychedelic trance, particolarmente ricorsiva e relativamente immune dalle suggestioni ‘nere’ che continuamente hanno ibridato la tekno1; quei goani in passato oggetto di derisione da parte dei teknusi – gli si contestava, ovvio, l’eccesso di fricchettonismo: se la cultura rave deriva dall’ibridazione, nel segno dell’emergente musica elettronica, dei DNA hippie e punk, è evidente verso quale direzione pendano rispettivamente i due filoni, e si sa che i punk mai hanno troppo sopportato i buoni sentimenti e quella vena addirittura di salutismo degli hippie. Una divisione contro cui già Penny Rimbaud, voce dei Crass, si scagliava, indicando la necessità di far fronte comune contro il vero nemico, che fu in parte superata alla nascita della free tekno, con la fusione tra soundystem ‘crustie’ e new age traveller, ma che poi negli anni era andata a riformarsi.

happening psichedelico, Anjuna beach, 1975
happening psichedelico, Anjuna beach, 1975

Una simile ascendenza è del resto naturale: la subcultura goa non ha i tratti metropolitani e postindustriali della free tekno, in quanto nasce, appunto, sulle spiagge di Goa, in India, approdo finale della hippie trail fin dagli anni ’60 e già luogo di grandi feste quando ancora si usavano gli strumenti, feste che – semplificando al massimo – si sono trasformate in baccanali elettronici prima con l’adozione dei Kraftwerk da parte di dj fin lì abituati a fare set a base di Grateful Dead e Pink Floyd, e poi con la creazione di un sound autoctono, virando in direzione psichedelica le prime suggestioni trance che arrivavano dall’Inghilterra e da Ibiza.

Nell’epoca d’oro dei rave, a fine anni ’90, si poteva captare il segnale goano ma non sempre lo si

Goa Gil con Albert Hofmann, 2001
Goa Gil con Albert Hofmann, 2001

decodificava. Ricordi un ragazzo, davanti a un minuscolo soundystem allestito nel campeggio di un’Arezzo Wave del ’99, che definiva come ‘goa’ la musica che ne usciva, alle tue orecchie derubricabile come techno-trance un po’ strana; un paio d’anni dopo, una ragazza inglese ti regalò un CD pirata con la scritta Twisted – l’hai ascoltato per anni senza mai capire bene di cosa si trattasse, prima di scoprire che era il cruciale primo disco di Hallucinogen, ovvero Simon Posford, una delle personalità più rilevanti della goa-trance prima, e della psytrance poi. Anche durante l’esplosione di massa dei free party (anche quando era già cominciato il tormentone del ”non ci sono più le feste di una volta”), dal punto d’osservazione del centro Italia, la goa, in realtà già maturata a psytrance, appariva più un sottogenere che altro: c’erano soundsystem goa alle 72 ore di Firenze così come all’On the road festival di Pelago, ma era difficile desumere da essi l’esistenza di una subcultura pienamente stratificata.

teknival Boom Off 2008
teknival ”Boom Off” 2008

La prima curiosità seria ti viene relativamente tardi, nel 2008: giunti dopo vasto peregrinare al teknival estivo, che si teneva in Portogallo, sul lago di Idanha-a-Nova, dall’altro lato dello specchio d’acqua scorgevate alla notte le luci colorate del Boom festival (il teknival nasceva in effetti come ‘anti-Boom’, prova che ancora era viva la contrapposizione teknusi/goani, alimentata anche dal fatto che gli eventi psytrance sono a pagamento e quindi fuori dall’etica di gratuità dei free party). Quelle che vi ammiccavano di là dal lago non erano però solo ‘luci colorate’: era un intero mondo di aure versicolori. Se il teknival, con i suoi faretti arrabattati, i suoi sparsi laser, i fuochi improvvisati con cassette e bancali, appariva come uno squarcio strappato alla notte del mondo, il festival psytrance assomigliava piuttosto a una bolla, tenue e accogliente, che in tale notte aveva saputo conservarsi e crescere.

Due anni più tardi, cercando una scusa per tornare a Lisbona, decidete di togliervi lo sfizio di vedere se quel Boom è poi così male come si diceva negli ambienti della tekno. Arrivarci richiede un pellegrinaggio analogo a quello di due anni prima: da Lisbona si deve raggiungere Castelo Branco, remota provincia della Beira Baixa, e da lì prendere un bus, in un’autostazione ferma agli anni ’50. Scaricati in una postazione presidiata giusto da un paio di freak in ciabatte (il Portogallo ha depenalizzato tutte le sostanze nel 2001, e da allora, oltre ad aver visto un calo di uso e abuso, si è anche chiamato fuori dall’isteria securitaria che altrove accompagna gli eventi giovanili di massa), dovete fare ancora un bel pezzo a piedi prima di raggiungere l’ingresso vero e proprio, ingresso che da solo è in grado di mettere in discussione qualche certezza.

Dopo aver camminato in una landa brulla per un buon chilometro, svoltata l’ultima altura, ecco degli alti bastioni con disegni frattali, in un’estetica sincretica tra il maya, l’egizio e la space opera. Altissimi bastioni che marcano dieci ingressi, uno accanto all’altro, e solo voi ad attraversarli, sparuti come villici che per la prima volta si recano a Minas Tirith per il mercato. La politica ormai consolidata dei festival psytrance è quella di offrire un biglietto unico per l’intera settimana, proporzionato al costo di una settimana di campeggio attrezzato, ma proibitivo per una sola serata. L’obiettivo è tener fuori ragazzini, ubriachi dell’ultim’ora, pusher d’occasione, gente in cerca di un after dopo la discoteca, gruppetti di curiosi, insomma tutti coloro che non ‘ci credono’ fino in fondo, e quindi l’ingresso è progettato a misura dell’ondata di pubblico del primo giorno, veramente di massa. Per chi ci arriva come voi al terzo giorno di festival, la magniloquenza di quei bastioni è sconcertante; perturba e suggerisce l’ingresso in un mondo ‘altro’.

Cosa che peraltro avviene: da lì si attraversa un villaggio costruito in funzione di un approccio visionario, ovunque si avvicendano padiglioni piccoli e grandi, bizzarramente decorati, tenuti su da ardite strutture di bambù e col soffitto costituito da triangoli e strisce di tessuto in schemi volti da un lato a creare vertigini frattali e spiraleggianti e dall’altro a offrire, durante il giorno, un’ombra simile a quella che darebbe un tetto di rami e foglie; un enorme pesce delle profondità fluorescente ospita la sala proiezioni; in mezzo a quella che intuite essere la chill-out, ristandovi distese diverse centinaia di persone, due draghi illuminati in toni astrali di azzurro e magenta proteggono ed esaltano la coppia di dj impegnata in un lento e intenso set downtempo. È quando raggiungete il Dance Temple, ovvero il main floor, che ricordate di essere, comunque, a qualcosa di ascrivibile alla categoria ‘rave’: grappoli di Funktion One che sparano musica a centottanta battiti al minuto, proiezioni deliranti ad alta velocità su schermi esagonali, un paio di  migliaia di persone che ballano in un’unica trance nonostante siano le quindici e trenta.

Boom Festival 2012
Boom Festival 2012

La seconda volta capita in Francia: partiti alla volta di Grenoble per raggiungere una festa, trovatola sgomberata prima che cominciasse e per niente propensi a non ballare una volta arrivati fin là, vi salva un ragazzo, anche lui giunto coi medesimi obiettivi, informandovi che in quota, a Lens-en-Vercors, sui prati che d’inverno diventano piste da sci, si sta svolgendo l’Hadra festival: Salite anche voi?
Salite. Non siete in Portogallo, e si sente: a valle c’è molta Polizia, e aggressiva. Il racial profiling, poi, è la prassi. Sopra, il molto spazio – un intero stage – dato alla minimal e un pubblico e una lineup che riflettono lo stato della scena in Francia (essendo tuttora il paese della free tekno, il grosso dei devianti del ballo se li prende comunque lei) dà forma a un evento relativamente tranquillo, per di più con dibattiti e seminari.

In effetti è raro che un festival psytrance si presenti come evento musicale: per quanto la musica sia l’asse principale e il motivo per cui tutta quella gente è lì, l’accento viene sempre posto sulla multidisciplinarità, sulla presenza di dibattiti, pratiche artistiche e worskhop di discipline olistiche, anche quando occupano uno spazio marginale. È pur vero che uno dei fattori di esaurimento della scena free tekno è stato il dissiparsi delle forme artistiche diverse dalla musica: una volta, andare a una festa tekno significava anche trovarsi in mezzo a robot fatti con metalli di scarto, spettacoli di fuoco quando non di sospensione corporea, banchetti di oggetti autoprodotti; pian piano sono rimasti solo i bpm: la cosa funzionava ‘troppo’, la festa si poteva fare – e avrebbe fatto il pienone – anche senza tutto il resto, e così è stato, salvo poi trovarsi con meno terreno concettuale sotto i piedi, meno possibilità di sviluppo.

ingresso O.Z.O.R.A., 2013
ingresso O.Z.O.R.A., 2013

Se l’anno dopo ci prendete gusto, e puntate il mirino sull’Ozora, storico festival e reale isola di libertà nell’Ungheria di Orban e dello Sziget, non è infatti per i seminari: c’entra forse l’aver finalmente capito le meccaniche della subcultura, oppure è una questione di età, e non avete più lo spirito né il tempo per far mille chilometri rischiando che la festa poi non ci sia. O forse c’entra il fatto di aver capito, non senza un filo di dolore, che la tribe tekno che avevate amato, dopo aver accelerato i bpm e aumentato la violenza per tutti gli anni zero, adesso si ritrova relativamente sterile, costretta a scegliere tra riproporre vecchie tracce o fare un passo indietro, andare a cercare nuove suggestioni e vecchie emozioni nei ritmi tranquilli della electro, in quelli ricorsivi dell’acid o addirittura in quelli spezzati della dubstep, e non senza contestazioni: vi è capitato più di una volta di vedere gruppi di ragazzini fischiare o ululare a dj e producer di tribe storiche per la sola colpa di aver messo pezzi di breakbeat, poco adatti al loro tasso di agitazione. La psytrance, invece, è in un momento di grande vitalità. Va differenziandosi in una miriade di sottogeneri, le più lente e allegre progressive e full-on, la psytrance propriamente detta, le oscure e veloci forest e dark, la velocissima hi-tech.

Genera artisti interessanti, che lungi dall’allinearsi all’esistente cercano il loro suono: ecco la quasi-forest folle e ricorsiva dello svizzero Ajja, ecco la psy-chill filosofica di Shpongle, il sempre fertile filone inglese con i suoi Tristan, Avalon e Dickster, e ancora gli israeliani, più fruibili ma non meno entusiasmanti, con l’affermazione di nuovi nomi come Ace Ventura o Captain Hook accanto a classici come Astrix, Astral Projection o Infected Mushroom. C’è anche un piccolo discorso italiano: è proprio all’Ozora, poco prima dell’alba, il main floor a pieno regime con cinquemila persone in stato di totale invasamento, che chiedete, agganciati pure voi da quel ritmo che nulla ha da invidiare per violenza alla vostra cara tekno, chi stia suonando.
Giuseppe, risponde il goano accanto a voi.
Come, ‘Giuseppe’?
Eh, Giuseppe.

Si chiama proprio così. Espatriato italiano in India, fondatore in Danimarca della Parvati Records, etichetta cruciale nel campo della darkpsy, con i suoi set è ormai ospite fisso dei migliori festival. Non è inusuale, scoprite, l’utilizzo come nome d’arte, per i dj e producer psytrance, del proprio nome, puro e semplice, ma ci sono anche altri filoni. Troviamo rimandi alla dimensione cosmica – Earthling, Electric Universe, Carbon Based Lifeforms, Cosmosis –, al mito, che sia occidentale od orientale – Avalon, Tristan, Aes Dana, Arjuna –, agli effetti e alle suggestioni degli psichedelici – Hallucinogen, Liquid Soul, Spirit Architect, Astral Projection – o di più di questi aspetti assieme, come nel caso del Peaking Goddess Collective; qualcosa di molto diverso da quanto avveniva nella tekno: un excursus dei nomi delle più notevoli tribe mostra una poetica militante – Total Resistance, Sound Conspiracy, Okupé, Revolt99 –, dell’anonimato – Nonem, Hidden Unit –, del caos e del pericolo – Bordelik, Kernel Panik, Hazard Unitz –, del nomadismo – Trackerz, Tourista Debandade –, dell’illegalità e della pirateria – Latitanz, Illegal Sound Resistance, Sono Pirate Unit – o della scomposizione e riduzione a gioco della realtà – Puzzle, Lego, Labirinz. È vero che in alcuni casi si incontra un livello ironico, di puro scherzo, anche nei nomi psytrance – basti pensare agli stessi Ace Ventura, Dickster, Captain Hook, come ai Green Nuns of the Revolution – e che tracce di mito e misticismo si possono ritrovare nei nomi di pionieri della tekno come Spiral Tribe o Hekate, ma è chiaro che nella linea della cultura rave che ci porta ai festival psytrance di oggi, la traccia punk e ribellistica è pressoché svanita. I goani non contestano il ‘mondo fuori’: creano il loro, e nel farlo si prendono maledettamente sul serio. Anche le decorazioni parlano chiaro: se i loghi bianchi su nero della tekno sono tutti iterazioni del Jolly Roger, tutti bandiere dei pirati riviste alla luce di suggestioni postindustriali, ai festival i teloni colorati propongono Shiva, Ganesh, i calendari maya e le ruote solari azteche, l’onnipresente AUM, la ricorsività dei mandala.

Il rave è sempre rito – lo capì per primo Lapassade ed è ormai più o meno chiaro a tutti – ma qui si fa un passo oltre; qui ogni cosa grida: stiamo facendo qualcosa di sacro. L’intero impianto è funzionale alla dinamica rituale: dalla struttura a stazioni del festival – che includerà un main floor, una chill-out (in un paradosso tipicamente goano, non di rado in chill si sente l’odore acuto del DMT, il che suggerisce che chi è in ‘sala ripiglio’ è in realtà impegnato in un’attività visionaria anche più intensa di quelli che ballano come indemoniati), alcune location speciali da scoprire e uno stage secondario che potrà proporre, a seconda della vibrazione del festival, dark/forest oppure generi più leggeri – all’ormai indiscutibile coagulazione dell’arco musicale principale in un percorso lento-veloce-lento (e anche intenso-oscuro-luminoso): si comincia con la prog, si va alla psy, si arriva alla dark o alla forest, e poi si esce nel sole con la full-on. Ogni giorno la katabasi è regolata e rimarcata dal percorso della line-up.

Freqs of Nature 2015
Freqs of Nature 2015

Si prendono troppo sul serio, questi goani, siete tutti d’accordo, anche perché il rito ve lo eravate sempre fatto da soli: e tuttavia, ora che ne avete compreso la musica e che il tempo per andare a un party è giusto quello delle ferie, ecco che, sì, andate ancora a un altro festival. Lo Psy-Fi, nel nord dei Paesi Bassi, ultimo nato, quasi in un moto d’orgoglio olandese da ‘riprendiamoci ciò che è nostro’: del resto l’unico paese in cui gli psichedelici, o almeno alcuni di essi, sono legali, non è forse l’Olanda? Cosa potrebbe succedere allora a posizionare una rivendita di tartufi alla psilocibina2 in mezzo a un festival? Non molto: solo la coda al negozietto e il rientro nell’economia emersa anche dell’ultimo aspetto fin lì sommerso. Anzi, lo Psy-Fi, per via di un’ordinanza comunale ottenuta da abitanti della zona scontenti del rumore, ma forse anche per un’irredimibile tendenza olandese al cominciare le serate presto, si presenta con una curiosa doppia faccia. Da un lato propone un allestimento e una line up musicale competitivi con i festival storici; dall’altro, spostando verso l’alto di quattro ore l’arco musicale – si comincia già nel primo pomeriggio; verso le otto si esibiscono già producer e dj di potenza e velocità che normalmente li vedrebbero collocati a mezzanotte; alla mezza si ha il delirio nel dancefloor che normalmente si incontra alle quattro, mentre qui alle quattro il main floor è già spento, laddove negli altri festival l’arco 04:00-12:00 è l’imprescindibile momento in cui dal caos più acuto si risale gloriosamente verso i battiti solari della full-on.

Si capisce come un simile approccio appiattisca verso una tranquillità addirittura eccessiva la vibrazione: l’uso di stimolanti come la speed e di entactogeni come l’mdma precipita di fronte alla necessità dei partecipanti di andare a dormire, e la notte non è più popolata di schegge possedute da Dioniso, impazzite e saltanti, ma da visionari già stanchi per quanto esperito al pomeriggio e alla sera, che si stringono nelle coperte per difendersi dall’umidità montante e cercano di capire quale dei mille vialetti irti di lucine, furgoni a fiori, tende indiane e applique fluorescenti sia quello che conduce alla loro tenda.

Psy Fi 2014
Psy Fi 2014

L’anno prossimo me ne vado all’Universo Paralello, altro che queste cose da europei, borbotta il vostro vicino di tenda mentre si prepara il materassino. Universo Paralelo, Brasile: agli ormai molti festival europei se ne sono aggiunti altri piccoli e grandi in giro per il mondo; la scena goa è transnazionale, con nodi forti, oltre all’India, in Sud Africa, Australia, Brasile, Thailandia, Giappone, e arriva anche in nazioni illiberali come la Turchia (sebbene da quest’anno lo storico Tree of life festival si sia spostato in Grecia) o militarizzate come Israele. C’entra il fatto di essere nata in una colonia portoghese in India, di avere tra i suoi pionieri, oltre al francese Laurent, un espatriato australiano come Raja Ram e uno americano come Goa Gil, ma la psytrance, pur essendo come la tekno e in generale il rave, un fatto culturale intrinsecamente europeo, rispetto alla prima ha mostrato una maggior capacità di esportarsi. In Italia per anni ha faticato: il primo festival italiano, il Sonica, è stato perseguitato fino a finire in Montenegro e solo nel 2015 è tornato in patria; il Blackmoon marchigiano è nato soltanto nel 2011 e dopo tre edizioni in crescita ha avuto un deciso ridimensionamento; solo in questi anni ne sono emersi e cresciuti di nuovi, come Human Evolution e WAO.

La scena, complice anche il contrarsi di quella tekno, è oggi in crescita anche da noi, mentre nei paesi dove ha attecchito prima già hanno luogo le prime mutazioni. I festival cresciuti troppo hanno portato a scismi o filiazioni – nella scena ungherese, il S.U.N. nasce da una costola ribelle dell’Ozora; dall’esperienza del Boom nasce il Be-In dedicato ai soli aspetti salutisti e meditativi della cultura goa –; la crescita in dimensioni degli eventi e l’aumento della loro ‘accessibilità’ ha portato all’emersione di altri deliberatamente di nicchia: da fuoriusciti del Full Moon Festival tedesco nasce il Freqs of Nature, nei pressi di Berlino, in cui entrambi gli stage propongono musica estrema, dark da un lato e forest dall’altro.walpurgisnacht
È proprio al Freqs of Nature, raggiunto questa stessa estate, che vi viene il dubbio. Per carità, è anche il posto in cui avete visto uscir fuori, al sorgere del sole e al suono della forest più virulenta e ricorsiva, personaggi vestiti da pan e da fata e boscaioli con code di procione fuor dai calzoni e scritte ‘Sail Hatan’ sui tacchi degli scarponi – era la Notte di Valpurga, nulla di meno, eppure è stato lì che il dubbio è emerso, vedendo i vicini di tenda. Non quelli a sinistra, un onesto gruppo di giovani raver, tendina istantanea Quechua, telo con Avalokitesvara e pochi fronzoli. No, sono i vicini di destra a far riflettere. Coppia tedesca, sui quaranta. Tenda professionale, sdraio pieghevoli, cuscini, struttura telescopica per creare una veranda, tappetini tecnici, vero tappeto, tavolino, cucinetta portatile, lampada. Campeggiatori professionisti che fanno sorgere spontanea la questione: e se fosse ormai tutto, pur inserendosi nel più ampio attuale rinascimento psichedelico, solo una forma estremamente avanzata di turismo? Risulta molto, molto lontana, a una distanza addirittura cosmica, la prima immagine di raver che aveste, a metà anni ’90, nei capannoni di una zona industriale, festa Spiral Tribe, gente che dormiva in auto, nel furgone, su un materasso trovato chissà dove e buttato là. E sicuramente molto lontani vi sarebbero apparsi anche i primi veri goani, alla fine degli anni ’80, che ballavano nudi e immemori del tempo sulle spiagge d’India.

Certo, arriverà un momento, nell’arco del festival, in cui l’attrezzata coppia tedesca assumerà una goccia di acido lisergico e farà la propria esperienza psichedelica, magari pure mistica, che dopo un tot di microgrammi la chimica non guarda in faccia nessuno e trascende premesse, accessori e contesto, ma non sarà comunque ‘solo’ il momento culminante della vacanza, il viaggio nel viaggio? Nell’Interzona, vi avevano insegnato, non ci sono sdraio e cuscini e tappetini tecnici, e per quanto il potenziale trasformativo di simili bolle possa rimanere, anche il più estremo dei carnevali, in ultima istanza, sarà sempre qualcosa di piccolo rispetto all’idea di carnevale libero e permanente propugnata non solo dalla free tekno delle origini ma anche dai primi che per mille e mille ore saltarono scalzi sulla battigia di Goa.

goa_party_80s-800x400
party a Goa, 1989

1 genere situato al punto più estremo dello spettro della trance, la psyrance nasce a Goa, in India, nei primi anni ’80, dall’ibridazione, per mano dei pionieri Laurent e Fred Disko, poi seguiti da altri come Raja Ram o Goa Gil, delle basi della nascente elettronica europea – Kraftwek su tutti – con le sonorità del rock psichedelico, fin lì il principale genere suonato ai party in spiaggia. Tale musica delle origini è nota come goatrance, un genere a cui anche l’Italia ha dato in impulso importante con i progetti Etnica e Pleiadians di Begotti, Lanfranconi, Paterno & Rizzo. La goatrance si è evoluta nella moderna psytrance – abbreviazione di psychedelic trance – col passaggio dall’uso delle vecchie bass line synth come la Roland TB-303 ai moderni strumenti di produzione digitale. Assestatasi su un ritmo tra i 140 e 150 BPM, si divide in progressive, più lenta e concentrata sulla melodia; full-on, più ballabile e allegra, e darkpsy, più veloce e oscura, a sua volta divisa in sottogeneri come la forest, più ricorsiva e ‘‘organica’’, e la hi-tech, ancora più rapida e aggressiva. La psy-chill, sottogenere ‘‘da decompressione’’, rallenta le classiche basi psytrance ibridandole con sonorità downtempo, ambient e world music. Chi volesse approfondire la storia della psytrance può procurarsi l’eccellente Global tribe: technology, spirituality & psytrance di Graham St.John (Equinox Press 2012).

2 I funghi psichedelici vennero banditi dal governo di centrodestra nel 2008 dopo che una turista francese finì in un canale; la ragazza risultò poi sotto effetto di alcol, ma la campagna era ormai partita, e l’industria degli smart shop, che aveva nei ‘funghetti’ il proprio asset principale, si difese con un escamotage micologico-legale: il micelio, se coltivato a bassa temperatura, muta in sclerozio, ovvero in tartufo, e rimane sottoterra. Il tartufo non è un fungo, la legge dice ‘funghi’, e così da allora gli smart shop olandesi vendono vaschette di tartufi non meno attivi dei loro omologhi con gambo e cappella.

 

L'articolo Le vie dei festival per i devoti psytrance proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/le-vie-dei-festival-per-i-devoti-psytrance/feed/ 20
Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa: ancora su “Francofonia” di Sokurov https://minimaetmoralia.it/arte/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-deuropa-ancora-su-francofonia-di-sokurov/ https://minimaetmoralia.it/arte/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-deuropa-ancora-su-francofonia-di-sokurov/#comments Mon, 15 Feb 2016 10:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29970 Questo pezzo è uscito su Lo Straniero di Nicola Lagioia Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa? È questa una delle domande che più risuona nella testa dopo aver visto Francofonia di Aleksandr Sokurov, uscito in quel 2015 che (tra crisi greca, populismi, emergenza migranti, terrorismo, deficit democratico, mancanza di una seria leadership) ha mostrato più […]

L'articolo Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa: ancora su “Francofonia” di Sokurov proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo pezzo è uscito su Lo Straniero

di Nicola Lagioia

Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa?

È questa una delle domande che più risuona nella testa dopo aver visto Francofonia di Aleksandr Sokurov, uscito in quel 2015 che (tra crisi greca, populismi, emergenza migranti, terrorismo, deficit democratico, mancanza di una seria leadership) ha mostrato più ancora degli anni precedenti l’avvilente crisi d’identità di cui soffre il Vecchio continente.

Ancora l’arte, di nuovo un museo. Francofonia, tutto incentrato sul Louvre e sul racconto di come i suoi tesori vennero salvati durante la II guerra mondiale, potrebbe far pensare a un seguito di Arca Russa. Lì c’era l’Hermitage di San Pietroburgo, raccontato in quattro dimensioni (l’esplorazione degli spazi espositivi era anche un viaggio verticale nel tempo) attraverso un unico stupefacente piano sequenza. In realtà si tratta di opere distinte, o se si vuole Francofonia approfondisce, e di molto, il discorso cominciato con Arca russa, perché lì l’elemento contemplativo era dominante, mentre qui l’arte diventa rievocazione storica, ragionamento politico, riflessione filosofica per poi tornare al proprio nucleo irriducibile, dentro il quale sarebbe custodito un segreto sulla nostra identità di europei e occidentali (e forse persino di uomini tout court) che né la Storia né la filosofia riescono da sole a cogliere in pieno.

Ecco allora che in superficie Francofonia è il racconto di come, durante l’occupazione nazista, un cittadino francese (il conservatore del Louvre Jacques Jaujard) e un funzionario del Terzo Reich (il conte Franz Wolff-Metternich) abbiano collaborato per evitare che la follia della guerra divorasse tanti capolavori a cui anche l’identità di entrambi doveva tutto o quasi. Benché nemici nel più mostruoso conflitto che la storia dell’umanità abbia prodotto, Jaujard e Wolff-Metternich sentono (senza elaborarlo ideologicamente, e senza che Sokurov trasformi mai questa istintiva consapevolezza in manifesto o didascalia) che l’arte possiede qualcosa in grado di trascendere non solo la politica, ma anche la Storia, qualcosa che – benché sviluppatasi nel tempo storico, che è anche il tempo e i luoghi forgiati da quelle macchine del mondo che sono la politica, la guerra, la cultura – gli appartiene da prima ancora che l’uno o l’altro svolgano i propri compiti sotto una determinata bandiera o al servizio di un particolare paese.

In cosa consiste questa anteriorità dell’arte?

A un certo punto del racconto, mentre la cinepresa si aggira per il Louvre, la voce fuori campo di Sokurov riflette su come la cultura europea, a differenza dell’Islam iconoclasta, abbia sviluppato ad esempio un’ossessione per il ritratto. “Cosa sarebbe stata la cultura europea senza l’arte del ritratto?” La cinepresa si sofferma sui dettagli di volti realizzati da pittori rinascimentali, e mentre lo spettatore osserva un naso, un occhio, un’impercettibile piegatura delle labbra, viene in mente prima quel tortuoso percorso di conoscenza di sé che senza il cristianesimo sarebbe stato assai diverso (si pensi anche solo ad Agostino), e poi il vertiginoso avventurarsi in determinati coni d’ombra di cui a un certo punto si incaricò la psicanalisi, segnando insieme culmine e fine della modernità.

In quest’auto-osservarsi scintilla pericolosamente il delirio di onnipotenza (la tensione alla conquista e alla colonizzazione che è una delle malattie ontologiche del pensiero europeo), ma anche quel bisogno di conoscenza (che gioca a rimpiattino tra Faust e Galilei), quella forza compassionevole (Cristo), quel bisogno di nobilitarsi e nobilitare attraverso una restituzione di dignità (Marx), quel risplendere della ragione (l’illuminismo) che tutti insieme sono i punti cardinali dell’esperimento europeo, e che in equilibrio perfetto tra di loro – cariche positive in grado di neutralizzare le negative – darebbero vita addirittura a un ideale d’uomo in grado forse di valere a livello universale, e che l’arte non si limita a spiegare (come potrebbe fare il pensiero dei filosofi) ma prova, ne è per certi versi la dimostrazione.

Che cosa resta oggi di questo sogno?

Molti tradimenti e, di conseguenza, molte recriminazioni, sembra dire Sokurov. Per ammonirci sulla terribile amnesia di cui sembra essere vittima il nostro continente, il regista (ecco un altro motivo di interesse di questo notevolissmo film) cambia all’improvviso prospettiva, e guarda l’Europa con gli occhi di quella terra – geografica e spirituale – che da una parte le appartiene e dall’altra le dà le spalle, fuggendo verso un altrove che (a seconda di come la lezione europea risuoni o crolli su se stessa) potrebbe esserne la realizzazione utopica o il suo rovescio: vale a dire la Russia. È la Russia che, a costo di milioni di morti, liberò l’Europa dal nazismo. Ma anche la Russia di Dostoevskij, l’anima di un popolo che in ragione del suo splendore primitivo aveva forse la capacità di redimere il mondo intero. Per farlo, tuttavia, aveva bisogno che la sua sorella maggiore e insieme il suo faro (l’Europa e il pensiero europeo, che dà allo spirito una bussola e un completamento) splendesse su di sé. Se il faro dell’Europa smette di dare luce, anche la Russia perde la rotta. Il che, conclude Sokurov, è ciò che purtroppo è accaduto.

Un continente sviluppato su tesori inestimabili (se non precisamente l’arte, l’ineffabile di cui è dimostrazione e testimonianza) che negli ultimi decenni si ostina a reputarsi fondato solo su una banca, una moneta senz’anima, un apparato burocratico demenziale: ecco l’attuale perversione europea, da cui l’intero mondo dovrebbe sentirsi danneggiato. In attesa di un risveglio (e nella speranza che non sia, un’altra volta, troppo tardi) le opere del Louvre testimoniano che quello spirito esiste, manifesto nella rappresentazione artistica, ma semplice fantasma quando si tratta di incarnarsi in un motore della Storia, che – rispetto agli ideali che ci appartengono e da cui dovremmo sentirci mossi – nel XXI secolo sta girando a vuoto. Bisogna capire se all’Europa è sufficiente oggi trarre ispirazione dal “fantasma” per renderlo di nuovo reale e ritrovare se stessa.

Su questo, il film Sokurov ritiene di non poter offrire garanzie.

L'articolo Di cosa parliamo quando parliamo d’Europa: ancora su “Francofonia” di Sokurov proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-deuropa-ancora-su-francofonia-di-sokurov/feed/ 2
Sul confine (riflessioni sulla questione europea in forma narrativa) https://minimaetmoralia.it/fiction/sul-confine-riflessioni-sulla-questione-europea-in-forma-narrativa/ https://minimaetmoralia.it/fiction/sul-confine-riflessioni-sulla-questione-europea-in-forma-narrativa/#comments Sun, 02 Aug 2015 09:52:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28000 di Marco Mantello Oggi, giorno di sciopero numero centonove di polizia e esercito, Zac 10 è arrivato a Nador con una divisa di guardia civil addosso. Nador, Marocco, è la città dove Zac è nato cinquantatré anni fa, ma oggi é la prima volta che ci torna da che era minorenne, e partí da migrante, […]

L'articolo Sul confine (riflessioni sulla questione europea in forma narrativa) proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Marco Mantello

Oggi, giorno di sciopero numero centonove di polizia e esercito, Zac 10 è arrivato a Nador con una divisa di guardia civil addosso. Nador, Marocco, è la città dove Zac è nato cinquantatré anni fa, ma oggi é la prima volta che ci torna da che era minorenne, e partí da migrante, prima a Berlino e poi a Huelva, conseguendo se non proprio fortuna, quantomeno assicurazioni sanitarie, stabilità economica e figli. Oggi Zac 10, berbero di nascita, è un poliziotto spagnolo di stanza alla frontiera, e vive a Melilla in una caserma. Fisicamente é un uomo grosso, alto quasi due metri, porta capelli lisci e neri con una riga a destra, ha un naso definibile come regolare secondo i parametri di Man´s Health, labbra sottili e rosa che rendono il volto serio anche quando sorride, occhi fermi, e abituati a immettere profili umani in un sistema binario di “Si” e “No”. I controlli che Zac deve fare alla frontiera sono stati interrotti da due mesi a causa dello sciopero, e la panchina al piazzale dei bus di Nador é calda, la gente sfila come a una rassegna di moda fra palme dalle teste mozzate e boutique che smerciano traduzioni arabe del Mein Kampf: é un´ora che sta seduto lí, mentre gli stagionali passano, accanto ai padroni dei ristoranti in Spagna, alle figlie in tiro, alle targhe di auto di Almeria, agli ipad, e ai cartelli di case libere con piscina. “Il gabbiano spa“, “Immigrant & Sons“ “Maroccans of the World Inc.“, “Home is where the heart is Limited“, “The Nest! 55 61 78 90“. Nidi, centinaia di nidi in vendita, destinati a produrre una middle class xenofoba, e speculazioni sul cambio valuta: anche Zac 10 ne ha visti un paio in questi giorni di relativa calma, nidi di rondini attaccati alle maglie della frontiera. “Ma i piccoli erano giá via, erano vuoti“ ha pensato Zac, prima che il clacson della Ford lo ridestasse dai suoi robotici sguardi sui cartelloni pubblicitari. Ieri a Melilla, durante l´unica ronda della giornata che la guardia civil deve garantire in conformitá alle leggi spagnole sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, un collega ebreo di origini marocchine gli aveva chiesto di partecipare ai funerali di uno sconosciuto. “Era mio fratello“ aveva detto il collega davanti alla rete numero 3, “non ci parlavo da anni per questioni ereditarie“. Aveva detto ieri a Zac del morto, mentre Zac staccava i nidi dalla barriera, e i migranti di ritorno dalle serre di Almeria passavano in direzione Africa, era arrivato oggi a Nador con una vecchia Ford, e portava occhiali neri, in borghese, con una giacca e una cravatta stirate di fresco per i funerali ebraici.
“Tieni devi tenerla in testa“ dice a Zac in auto, poi gli porge una kippah, accende il navigatore, la Ford accelera sulla statale Nador-Melilla. In auto parlano del culo di una maestra d´asilo dei figli, ma il discorso vira quasi subito sui costi dello sciopero, il collega di Zac é stato uno dei primi firmatari, dopo l´arrivo di una direttiva da Madrid, che notificava il mancato aumento salariale, e l´abolizione della storica giornata di festeggiamenti per il ventennale della barriera nota come ventaglio di ferro, e dell´annessa marcia dei miliziani lungo i 10 km di rete che separano l´Africa dall´Europa. 
“Il tenente dice che a Madrid ci sono state delle dimostrazioni, il parlamento é spaccato, e questi di Frontex rompono il cazzo, guarda al massimo troviamo un´altra soluzione fino a che sei qui, mi faccio il tuo turno io, e pure le prove della parata“
“Ma si fa?“
“Certo che si fa! Martedi prossimo come da programma!“
“E tua moglie? È tanto che non la sentiamo“
“Niente, ha allestito le sue torte di cannella per la festa, ci sará anche uno stand di cimeli“
“Cimeli“ ripete Zac robotico “Che tipo di cimeli?“
Il collega si é voltato a guardarlo sul sedile accanto, un volto perfetto da incidere su una moneta: inodore, asettico, la faccia scolpita nel metallo, e l´aria che entra nell´abitacolo, mentre un tir li sorpassa a destra, sono poco fuori Nador e hanno appena incrociato un gruppo di subsahariani ai bordi della strada. Questi sono i migranti buoni e neri che scavallano il confine verso l´ Europa, ma oggi sono stati travolti dalla massa di migranti cattivi e beige di ritorno da Almeria, e restano in pausa a rilasciare interviste a free lance tedeschi, italiani, inglesi, finanziati da fondazioni con nomi di macchine da scrivere. Ci sono tende vicino alla strada, e qualche barbecue della notte prima invia nuvole di fumo in cielo: i primi segnali di resa allo svolgersi quotidiano delle cose. “Tutti pagati dall´Unione“ mormora il collega a Zac dall´auto “pagati per romperci il cazzo“. Dice che in patria stanno facendo una campagna mediatica martellante, e questi pronti a commuovere, a farsi fotografare con le due dita in su, a cavalcioni sulle reti, e poi sparire sul monte verde, dove le reali forze marocchine fanno pulizia due volte al mese. A Melilla i colleghi della caserma Francisco Franco ne parlano a battute e pugni sulle spalle, dei malcapitati poliziotti dell´altra sponda, quelli senza vincoli UE, Nato, Eurox, che alla fine devono farsi il lavoro sporco di deportazione dei subsahariani verso Orano. 
“Ma ora li pagano quasi come noi“ gli fa il collega indicando un paio di marocchini in divisa che osservano l´andamento delle interviste: “Ma che ore sono?“
“Le undici“ risponde Zac mentre l´auto frena davanti alle tende degli africani. “Ti servono altri finti ebrei per il funerale, ce li hai dei soldi da dare a loro per questo favore che gli devi chiedere?“
“Ecco appunto“ gli fa il collega, ora é sceso dall´auto a parlare con i migranti: “Soldi“ sospira “Ebrei e soldi, Europei e soldi, Africani e soldi: questa é un´epidemia, qui ci vuole una quarantena, sono tutti malati di denaro!“. E poi verso un paio di etiopi che stavano lí di fronte: “Allora ascolta un attimo me, qua me ne servono due“ dice in francese, sí esatto smagriti, sdentati, e con le ossa sufficientemente in fuori dalle canottiere: “C´é qualche volontario per oggi, ore 12.30, cioé fra un quarto d´ora circa? Volontari per fare da testimoni a un funerale?“. “Per esempio i due Pippi e Nilsson lá in fondo, vieni qua un attimo!“. Poi spinge gli altri indietro e si prende gli etiopi da una parte: “Come chi sono Pippi e Nillsson? Non conoscete il libro di Pippi Calzelunghe, la regina dell´isola di Cip Cip?“. Gli etiopi sorridono impersonali e magri: “Mia moglie lo legge sempre alle bambine prima di addormentarle“ dice il collega a Zac “e che Pippi é una grande amica di ebrei e neri, e anche di froci“. Quando ha mostrato ai due prescelti il tesserino della guardia civil, gli é scappata la promessa di portarseli dietro a Melilla, alla festa della barriera di martedì, in cambio del favore. “Troviamo un modo per farvi saltare“, ha detto agli etiopi, un´occasione unica per godervi lo stand delle torte di cannella che fa mia moglie, e mettere una firma anche voi per il nostro sciopero. Al loro cenno di assenso ha preso un paio di kippah da una borsa dell´adidas che stava nel portabagagli della Ford, tali e quali allo zuccotto che aveva dato a Zac. “Ma al salto penseremo dopo“ ha ripetuto “ora é importante che la tenete in testa, sempre sempre sempre, da quando entriamo a quando usciamo, i parenti ci tengono ok? E poi venite con noi a mangiare! Siete miei ospiti, ci sará un breve rinfresco dopo la sepoltura!“. Allora Pippi e Nilsson sono saliti in auto già inkippati da falascià, mentre il collega li istruiva sul da farsi. Sono arrivati al cimitero alle tredici, davanti a questa bara di legno chiusa, e fasciata da un drappo nero coi due candelabri sopra. Dalla camera ardente il rabbino scruta l´orologio attaccato al polso, é in attesa di recitare il Salmo della Fratellanza, rivolgersi ai figli del morto e ordinargli che hanno il dovere di non dimenticare quest´essere sigillato nel frassino; e poi tutti insieme in marcia, uno-due con la bara dietro, chiamare il maggiore dei fratelli, cioè il collega di Zac, immettere manciate di terra tre sulla bara calata in fossa con un´apposita paletta che l´aiutante cimiteriale passa di mano in mano, e infine sentire chiaro il rumore della terra che batte sul legno, la pace degli alberi e la natura. Il tutto in 45 minuti netti, dopo di che arriverà un altro sconosciuto, altri testimoni, spiega il rabbino coi suoi arrivederci anticipati di qualche attimo sulla tabella di marcia. Ecco, hanno finito di seppellirlo, e Zac é rimasto accanto al collega, zitto, e con gli occhi di uno scacchista in guerra, misurati, calmi, ma presenti a loro modo, e vivi. Lui é stato l´ultimo a gettare terra sulla cassa: fare la conoscenza di qualcuno da morto e giá chiuso in bara, pregare per lui in una lingua sconosciuta, che faccia aveva, pensa, e questa cosa non gli provoca nessun fastidio, nessuna emozione, nessuna pena, nulla.
“Hai delle foto? Hai una foto di tuo fratello?“ chiede al collega a fine rito. Pippi e Nilsson si tolgono la kippah mentre il collega porge una foto di suo fratello a Zac, il collega continua a fissare di traverso i loro crani scoperti davanti a dio, e gli etiopi guardano altrove, in basso, la terra e non il cielo. “Qui aveva quattordici anni, e quella vicino é la ragazza che aveva messo incinta, bella fica eh? La madre del suo primo figlio, zia com´é che si chiamava?“. Sono finiti a tavola adesso, in una saletta dentro al cimitero, e il pasto é consumato insieme: cibo ripieno in cesti di paglia, involtini cotti al forno, pastelle di forma tonda, allungata, ovale, mentre il senso di liberazione dalla morte prende allo stomaco.
“Zac“ gli fa il collega “A che ora vuoi tornare a Melilla Zac?“. 
L´hanno messo a sedere tra Pippi e Nilsson, mentre scruta la foto del morto e mangia pane azzimo: “Non lo so, anche questo é tornare“. 
“Ecco lo vedi zia?“ sbraita il collega “Te l´avevo detto o no? Zac 10 é un malinconico! Dietro quel fisico di acciaio batte un cuore grande!“. Ora lo indica agli altri parenti come se fosse lui, il fratello col lutto al braccio: “E del resto l´avete mai vista una guardia di confine che passa il tempo libero in biblioteca?“
“Was lesen Sie?“ si sente in sala, e dopo la stessa voce anziana, dandosi una schiarita con un rapido colpo di tosse, nel suo flemmatico giudeo-tedesco: “Che cosa legge? Che tipo di testi?“
“Zac sta scrivendo un trattato: Della pace internazionale“
“Fra esseri umani“ lo corregge Zac “Della pace internazionale fra esseri umani“
“Ve l´ho detto, é un genio, Zac é sprecato qui, dovrebbe chiedere il pass e trasferirsi nel continente non é vero zia?“
Le parole scorrono nella sala rinfreschi, i parenti del collega blaterano di tutto tranne che del morto, i calici si alzano al cielo con un liquido rosso che pare sangue, e oscilla nelle sottili coppe di vetro, ma é giá da un po´ che Zac 10 non é piú lí assieme a tutti gli altri: solo il corpo é seduto a tavola con degli estranei, il corpo del robot che guarda gli umani. Ora ha gli occhi fissi sulle labbra intarsiate di rossetto della zia del collega, la donna non smette di parlare un attimo del ramo deutsch della famiglia: “Anche lei é stato in Germania? Noi avevamo un ristorante a Dresda nel 71“ dice da quella bocca aperta in due come un´alba, mentre il cervello di Zac ripete tutta la litania funebre. Da un po´ i volti in sala hanno cambiato aspetto, anche la sala rinfresco non é piú una sala rinfresco, ora la sala si é trasformata in un set cinematografico; un luogo familiare, dove Zac ha lavorato da giovane per una serie di spaghetti western e film storici girati tutti in Almeria. Zac ha raccontato ai parenti del morto che all´epoca della sua prima migrazione era un diciannovenne con due occhi sufficientemente gelidi per partecipare a provini e casting. Meglio che nelle serre, ha detto a tavola, allora in Almeria di serre ce n´erano la metá della metá di oggi, e c´era meno lavoro, ma di occhi da duello western, bé quella era merce rara, e non gli fu difficile arruolarsi nella Hollywood europea, anche se solo come comparsa.
“Ha conosciuto Charlton Heston?“ chiede la zia “Depardieu? Mastroianni?“ mentre i suoi occhi mutano forma e spessore, rendendola simile alla Maddalena del “Re dei Re“, film dove Zac perse il ruolo di Gesú Cristo, degradando a centurione nella scena di Pilato e Barabba.
“Il problema é che non li avevo azzurri“ spiega alla zia “è per quello che non mi hanno preso come protagonista, ma una volta ho fatto l´impiccato, e un´altra mi hanno calato in una croce, diciamo che ho una certa esperienza su come si muore in occidente, anche se solo su un set di cinema“
Intanto il rabbino si era messo a fare discorsi colti a proposito del film “Il Re dei Re“, e l´idea che nell´immaginario cinematografico una vittima per trionfare sulla morte deve assumere sembianze divine. 
“Cosa intende?“ chiede la zia quasi spaventata
E il rabbino: “Dapprima si fa uomo, ma è già il figlio di dio in carica quando risorge, la resurrezione non sarebbe possibile se fosse solo un uomo“
“Come una macchina“ conferma robotico Zac “Era cosí che mi sentivo su quel set, quando mi hanno messo in croce per finta. Forse il film vuole dire che deve esserci qualcosa di inumano in questo genere di vittorie“
E il rabbino: “Quindi é d´accordo con me: con la resurrezione di Gesú Cristo siamo di fronte a un liberazione simbolica dell´umanità“
“Intende dire?“ chiede la zia del collega 
E il rabbino: “La vittima che trionfa sulla morte non é di questo mondo“
“Sono solo discorsi astratti“ gli fa la zia del collega “un uomo é morto tanti millenni fa, poi uno lo vede come vuole, profeta, figlio di dio, Gesù era una brava persona“
“Sí ma come regola“ le fa il rabbino “come regola accade l´esatto contrario, é come se i cristiani dicessero che da uomo non potrai mai risorgere, quindi rimani sotto, obbedisci al potere, non violare mai le sue leggi, é un messaggio conservatore se uno ci pensa bene“
Così ripeteva il rabbino a proposito di quel film, e della grande scena finale girata agli studios di Tabernas, mentre tutti mangiavano a tavola.
“E lei caro Zac cosa ne pensa?“ gli fa la zia
“Che é anche un messaggio pacificatore, di assenza di guerra, e che sono d´accordo con il potere“.
“Lei é cristiano? Cattolico o ortodosso?“
“Zia per favore!“ sbianca il collega: “Zac era un caro amico di Rav“
“Certo tutti amici di Rav, gli volevate tutti bene!“ affonda la zia, puntuale come un coltello “del resto non ci venivi molto qui da noi a Nador, quando Rav era ancora vivo!“
“Se è per questo Rav, cara zia, non e mai venuto a Melilla, non ha mai visto i miei figli, non ha mai conosciuto mia moglie, e abitava a otto kilometri dalla caserma!“
E il rabbino interrompendo la serie di sguardi ostili fra i due parenti: “Insomma per riprendere il discorso, c´é pace e pace a questo mondo, c´é una pace dei vinti e c´é una pace dei vincitori, ci sono crimini contro l´umanitá e crimini commessi in nome dell´umanitá, non dobbiamo farci ingannare dal cinema, dobbiamo evitare ogni tipo di criminalizzazione dei nostri nemici…“
“Ecco, ecco la soluzione del problema!“ ripete il collega a quelle ultime parole del rabbino in sala, che a Zac erano sembrate simili a certi discorsi che sentiva fare in Germania da alcuni bancari nazi, quando lavorava da guardia giurata negli anni ´80 alla filiale dell´Algerian Credit.
“Lei rabbino ha per caso delle bare libere?“. Poi come illuminato da una goliardica visione del cimitero, il collega di Zac si prende Pippi e Nilsson da una parte e comincia a misurarli con il palmo della mano.
“Bare“ chiede il rabbino fissando gli etiopi finti ebrei.
“Bare, rabbino, bare! Due belle casse da morto per questi ragazzi, e che siano vuote, e confortevoli per questi fratelli che sono venuti qui col caldo a fare la loro parte“.
Dice che prima, durante le esequie, ha visto un paio di casse vuote, quando hanno inumato il corpo di Rav, ora il collega di Zac parla al rabbino come se fosse tutto uno scherzo, anche l´idea di mettere gli etiopi nelle bare e trasportarli per il confine sigillati martedì prossimo.
“Allora é deciso!“ dice il collega di Zac “Martedi c´é la festa della barriera giú a Melilla, li mettiamo in un carro, assieme alla salma di Rav, poi gli faccio il visto turistico e vanno dritti a Malaga in nave!“
“Anche Rav?“ sbianca la zia “perché lo vuoi seppellire in Spagna, e proprio nel giorno della festività!“
E poi qualche parente anziano dietro di lei, che forse aveva capito l´antifona: “Per forza li devono portare in Spagna, qui a Nador non abbiamo posto, nemmeno una zolla libera, é stata anche pagata una ditta di proprietà dell’Eunel per i rilievi in situ…“
“Forza allora! Vittime!“ strilla il collega battendo le mani verso gli etiopi “Venite qua, voglio fare una prova!“.
Il rabbino sospira: “Sindrome da Olocausto come categoria ermeneutica universale, una volta ho visto un documentario su dei massacri in Indonesia e pure lí sono riusciti a tirare fuori la Shoah e i western: per immedesimarsi in una vittima dobbiamo trasformarla in qualcosa di simile a noi stessi, in un nostro dolore collettivo“
E la zia: “Come dice scusi? Parlava di Rav per caso?“
“No“ risponde lui “parlavo dell´Occidente, di questa convinzione di avere giá affrontato e sconfitto il male, di esserci giá passati“, e fissa l´orologio piantato nel polso ossuto, le facce di Zac e del collega che si alzano da tavola insieme a lui e agli etiopi: “Andiamo a vedere queste bare“ dice agli uomini “che poi ne ho un altro alle sedici“ e con un cenno del capo inumato di rughe scorta gli uomini fuori dalla saletta. Sono usciti per il cimitero lasciando i rimasugli di una discussione su Schindler´s List in tavola, anche Zac 10 é andato con il rabbino, per la pace perpetua dei vialetti alberati e della grande fontana centrale. Le indicazioni e le frecce che conducono nei diversi settori e loculi vanno verso la spianata, e verso le bare vuote, che effettivamente ci sono, ne abbiamo centinaia libere, dice il rabbino mostrando al collega di Zac il lato est del cimitero. Ora i cinque uomini si sono fermati davanti a una fila di lapidi bianche e stelle di David in rilievo, file e file di morti osservano la scena da sottoterra, e i passi dei vivi verso un enorme cumulo di casse aperte, ammucchiate nell´erba ai loro piedi.
“Pippi! Nilsson! Dentro!“ ordina il collega di Zac “Qui peró ci vorrebbe un trapano! Rabbino hai trapani? Chiodi? Qualcosa che buca il legno per cortesia, altrimenti come respirano quando li sigillo?“.
Poi si prende Pippi e Nilsson e con un paio di paterni ceffoni, come per riapprorpiarsi di un immaginario collettivo, li spinge nelle bare vuote fino a vederli stesi in orizzontale; il rabbino ha portato anche il trapano, e il collega di Zac ha chiuso le casse al minimo, e per ora senza chiodi, e ha segnato sui coperchi un paio di punti adatti alle perforazioni.
“A pennello! E i fori li facciamo di lato“ ha detto con un mezzo sorriso a Zac: “Belli nascosti dove non si notano, come la vedi Zac? Che hai deciso di fare, da che parte stai?“
“Mah“ mormora Zac fissando le bare chiuse alla maleppeggio. Di tanto in tanto le mani degli etiopi affiorano da sotto i coperchi malfissati, come in quella scena di Zombi Holocuast dove Zac recitó la parte di un non morto in posizioni simili, nel ´79, sul solito set in Almeria.
“E dai ridi un po´! Non mi guardare cosí, non facciamo nulla di irreparabile!“ gli fa il collega “È solo per divertirci“
E Zac: “Ma poi in nave dove li metti scusa?“.
E il collega, sempre piú eccitato all´idea: “Pensa che scena! Martedi, mentre tutti marciano davanti alla rete e via! Trasporto bare!“
“Si ma se non funziona?“ gli chiede Zac robotico
Il collega sospira, e fissa le centinaia di casse vuote che occupano il lato est del cimitero: “Qui ci sarebbe da fare un ragionamento in grande“ dice a Zac “Ce ne sono veramente tante, é uno spreco non usarle“. E poi verso gli etiopi, con quei due occhi che brillavano davanti allo spettacolo: “Take it easy, ridi Nilsson, ridi! E preparati al meglio per la nostra festa! Vedrai che martedi prossimo sarete tutti in Europa!“

L'articolo Sul confine (riflessioni sulla questione europea in forma narrativa) proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/sul-confine-riflessioni-sulla-questione-europea-in-forma-narrativa/feed/ 2
Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/ https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/#comments Sun, 17 Nov 2013 09:17:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16411 Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò […]

L'articolo Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia proviene da Minima et Moralia.

]]>
Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò che auspicano) il livello di disuguaglianza reale nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti. Ottenuti i risultati del sondaggio, i due studiosi li hanno messi a confronto con il reali valori di disuguaglianza presenti nel paese. Ciò che emerge è sufficiente a far sorgere (o a confermare) i peggiori dubbi sul tipo di sistema in cui viviamo, ed è molto ben spiegato e documentato in questo video.

Praticamente il 40% dei cittadini americani meno abbienti (circa 120 milioni di individui, una fetta enorme di popolazione che va dai disoccupati, agli operai, agli insegnanti, a non pochi professionisti) possiede lo 0,3% della ricchezza. L’1% al vertice della piramide sociale concentra nelle proprie mani una quantità di ricchezza di molto superiore alla somma della ricchezza di tutto il primo 80%. Altro dato interessante è che il 93% degli elettori democratici e il 90,5% degli elettori repubblicani vorrebbero (come si vede nella clip) un sistema di distribuzione della ricchezza completamente diverso da quello reale. Anche questo fa sorgere dubbi sull’ipotesi che i regimi democratici sotto determinati profili siano sempre più una questione di onomastica. L’Italia. In Italia si va per famiglie e non per individui. In Italia il 10% delle famiglie più ricche detiene il 50% della ricchezza nazionale. La Grecia. Quante famiglie, quanti milioni di individui ha distrutto e fatto soffrire la crisi greca? Il patrimonio personale dei primi cinque o sei uomini più ricchi del pianeta coprirebbe il debito greco. L’Europa. “L’aspetto realmente triste è che l’euro avrebbe dovuto avvicinare i paesi europei, in modi sia sostanziali che simbolici. Avrebbe dovuto incoraggiare rapporti economici più stretti, e promuovere un senso di identità comune. Invece ha determinato un clima di risentimento e di sdegno, sia da parte dei debitori che dei creditori”, Paul Krugman, recentemente sul «New York Times».

Se la democrazia è bloccata o in certi suoi ingranaggi semplicemente non è più tale, con quali mezzi si può evitare che il mondo torni un luogo dove la linea di confine principale separa gli schiavi dai padroni?

Secondo gli ultimi sondaggi, Alba Dorata è oggi il partito più popolare in Grecia.

L'articolo Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/feed/ 9
Sotto forma di dialogo, atipico omaggio a Malaparte e Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/#comments Thu, 17 Jun 2010 08:43:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2558 Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno – Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura. – Cioè? – Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, […]

L'articolo Sotto forma di dialogo, atipico omaggio a Malaparte e Foster Wallace proviene da Minima et Moralia.

]]>
Il pezzo è di Gianluca Cataldo, l’immagine di Andrea Bruno

– Non solo l’idea si serve della letteratura, ma spesso la letteratura è, inconsapevolmente, al sevizio dell’idea. Ad esempio, la letteratura a suo modo, è essenziale alla politica. La politica copia la letteratura.
– Cioè?
– Berlusconi sembrava avere letto Malaparte. Sembrava avere fatto tesoro, aggiornandoli, degli impliciti consigli disseminati un po’ ovunque. Se Pilsudzki si era preoccupato fino all’ultimo di mantenere le apparenze della legalità, il buon Silvio ha fatto lo stesso. Il suo più grande terrore era quello di essere dichiarato fuori-legge, quindi si muove dentro-legge spostando all’occorrenza il baricentro legislativo.
– Ma per Malaparte quest’ansia di legalismo era un problema, un difetto.
– Certo, per questo Silvio è andato oltre. Se l’obiettivo tattico, caduto Craxi, era il Parlamento, lui lo ha piegato alle proprie esigenze trasportando la violenza del suo golpe liquido in un terreno rappresentativo. Ha occupato i ministeri e deteneva le leggi. Malaparte parlava di compromessi e complicità, niente di più facile quando da compromettere ci sono i giudici e a compromettersi c’è il PD.
– Il reinserimento dell’immunità parlamentare pre-tangentopoli.
– Esatto!
– Ma l’ambito parlamentare per Malaparte è anti-rivoluzionario…
– … e rischioso. Bonaparte, prima di aprovirgolette decidersi chiudovirgolette, cercava di muoversi entro gli angusti limiti di una procedura parlamentare. Questa burocratizzazione di un colpo di Stato può essere controproducente quando l’altra parte sa – e riesce – a opporsi utilizzando le armi concesse dalla natura parlamentare della rivoluzione: le procedure.
– E Berlusconi ha invertito… geniale.
– Sì! Il genio di Silvio ha ribaltato i termini della questione e le lungaggini procedurali, i regolamenti di camera e senato sono diventati i paletti legali della sua personalissima tecnica: leggine varie come la Cirielli o la Cerami, i vari lodi, l’aporia di fiducia…
– Malaparte ha fatto davvero tanti danni…
– Non credo l’abbia letto. Ci sono troppe finezze nella tecnica silviesca. Dai ponti mezzo novecenteschi è passato ai nuovissimi ponti mediatici (i decoder), e alle centrali elettriche ha sostituito centrali di produzione di informazioni talmente imponenti da rasentare la letteratura anche nei format targati Endemol.
– E le sinistre?
– Beh, hanno smesso di esistere nel momento esatto in cui hanno perso il legame con l’unica forza, paradossalmente, contro-rivoluzionaria. Quando all’inizio degli anni venti in Italia infuriava la guerra civile il dissenso contro i fascisti veniva dagli operai e dai contadini. Un immenso carico di violenza ha ammutolito i piccoli focolai lasciandosi alle spalle dissoluzioni o metodiche distruzioni di quello che restava dell’organizzazione socialista e comunista.

– E oggi anche questo si muove nel solco della legalità, dato che gli operai sono passati a destra.
– E al di là dei motivi che hanno causato tutto questo, resta il danno causato dalla perdita dell’unica forza in grado di difendere, e paralizzare, lo Stato.
– I sindacati sono diventati involucri di bandiere, e non riescono più a comunicare neanche fra loro.
– Sai che copiando la letteratura la Lega potrebbe vincere la sua reale battaglia per la secessione?
– Quante teorie innovative questa sera!
– Sai di Infinte jest e dell’experialismo inventato da Foster Wallace? Ecco, le camicie verdi leghiste dovrebbero presentarsi a Montecitorio e dire «noi ci assumiamo la responsabilità della gestione delle aree più degradate del paese, Palermo e Napoli, e voi in cambio ci concedete la Padania». Ci sono lievi differenze rispetto la politica della riconfigurazione dell’Onan, ma potrebbe funzionare lo stesso. Ora, l’Onan è presumo una Confederazione di Stati, l’Organizzazione delle Nazioni del Nord America, e in Italia manca una confederazione da ricattare. E serve una rete terroristica radicata sul territorio. Il radicamento per la Lega non è mai stato un problema, e sul terrorismo credo possano attrezzarsi per benino.
– Quello che manca è di nuovo l’Europa unita.
– Sì, se solo l’Unione Europea rappresentasse un fronte politico unico la Lega potrebbe utilizzare, nei confronti dell’Italia, Napoli o Palermo come merce di scambio e dire «gli atti terroristici da noi compiuti in nome dell’identità padana e per la secessione da Roma ladrona, da oggi in poi verranno rivendicati come esclusivamente leghisti e non più italiani. Ci date la secessione, ci date Napoli e noi la utilizziamo per fomentare le nostre genti contro la politica anti-padana che l’Europa tutta continua a manifestare riempiendo la nostra Napoli dei suoi rifiuti tossici e nucleari».
– Ma a farlo non è l’Europa, sono proprio le industrie del nord!
– Beh, stiamo ragionando per assurdo, stiamo asserendo che l’Europa è in grado di presentarsi come un blocco unitario, come una Federazione. Che i singoli Stati sovrani retrocedano dinnanzi al bene maggiore rappresentato dal peso politico di un’Europa unita. Continuando a ragionare per assurdo, se l’Europa fosse un enorme Stato, oppure scegli la formula che preferisci, le differenze tra nord e sud si acuirebbero. Tranne l’Irlanda i P.I.G.S., se ci pensi, sono tutti a sud e quindi le ricche regioni mitteleuropee comincerebbero a scaricare su quella che invece di chiamarsi “concavità” potrebbe diventare “la voragine”. A’ vuraggine, direbbero i napoletani, o se fosse in Sicilia su Palermo o Catania – curiosa la presenza di un vulcano nelle due zone – A’ voraggini e, vista la tendenza alla melodrammaticità biblica dei due popoli La voragine dell’inferno, La bocca di Lucifero o qualcosa di simile.
– E se l’Europa la smettesse di seppellire i propri rifiuti in Campania?
– Allora i Padani avrebbero un posto pulito dove andare in villeggiatura d’estate.

L'articolo Sotto forma di dialogo, atipico omaggio a Malaparte e Foster Wallace proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/sotto-forma-di-dialogo-atipico-omaggio-a-malaparte-e-foster-wallace/feed/ 1