Ewan McGregor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ewan-mcgregor/ un blog di approfondimento culturale Sun, 23 Oct 2016 21:55:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ewan McGregor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ewan-mcgregor/ 32 32 I primi vent’anni di Trainspotting https://minimaetmoralia.it/musica/primi-ventanni-trainspotting/ https://minimaetmoralia.it/musica/primi-ventanni-trainspotting/#comments Mon, 24 Oct 2016 05:30:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32585 Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Chiara Colli

“Sono supposte di oppio, ideali per il tuo scopo. Ad azione lenta, ti fanno scalare gradualmente… Fatte apposta per i tuoi bisogni”. Una stanza lurida e spoglia, un materasso, un candelabro e lo spacciatore di ripiego, Mickey Forrester, che consegna a Mark Renton/Ewan McGregor un palliativo per sopravvivere alla notte e alla voglia di un ultimo schizzo.

Col personaggio di Forrester fa capolino il cameo dell’autore del romanzo da cui Danny Boyle ha liberamente tratto la sua pietra miliare; Irvine Welsh è perfettamente calato nei panni dello spacciatore strafatto e senza scrupoli e indossa una maglietta degli scozzesi ultra punk Exploited – scelta forse troppo ai margini pure per Trainspotting, ma che ben si inserisce nel congegno a incastro perfetto di una pellicola che in 90 minuti ha fotografato con disincanto le gioie e i dolori di un manipolo di tossicodipendenti di Edimburgo, appartenenti a quella che a tutti gli effetti potremmo definire una sottocultura, imprimendola nella popular culture, ben oltre i confini di una generazione e di un unico paese.

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trainspottin

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di Chiara Colli

“Sono supposte di oppio, ideali per il tuo scopo. Ad azione lenta, ti fanno scalare gradualmente… Fatte apposta per i tuoi bisogni”. Una stanza lurida e spoglia, un materasso, un candelabro e lo spacciatore di ripiego, Mickey Forrester, che consegna a Mark Renton/Ewan McGregor un palliativo per sopravvivere alla notte e alla voglia di un ultimo schizzo.

Col personaggio di Forrester fa capolino il cameo dell’autore del romanzo da cui Danny Boyle ha liberamente tratto la sua pietra miliare; Irvine Welsh è perfettamente calato nei panni dello spacciatore strafatto e senza scrupoli e indossa una maglietta degli scozzesi ultra punk Exploited – scelta forse troppo ai margini pure per Trainspotting, ma che ben si inserisce nel congegno a incastro perfetto di una pellicola che in 90 minuti ha fotografato con disincanto le gioie e i dolori di un manipolo di tossicodipendenti di Edimburgo, appartenenti a quella che a tutti gli effetti potremmo definire una sottocultura, imprimendola nella popular culture, ben oltre i confini di una generazione e di un unico paese.

Non sono passati neanche dieci minuti dall’inizio del film e già abbiamo ascoltato quel monologo anti-capitalista, il celebre “Choose life”, così impresso nella memoria collettiva da essere stato decontestualizzato e preso in prestito addirittura dai Conservatori per un discorso di George Osborne (!) nel 2014; abbiamo visto da vicino, con la telecamera ad altezza pavimento, l’accogliente salotto della Madre Superiora tutto aghi e cucchiai, il suo interno degradato e iper realista riempito di colori simbolici e svuotato di qualsivoglia giudizio moralista ogni volta che Mark, Sick Boy o Spud si iniettano eroina sprofondando in uno stato di estasi; in poche, efficaci battute, abbiamo capito i tratti distintivi dei protagonisti e lo squallore che attraversa tutta la classe media – pure quella che ha scelto “la vita, un lavoro, una carriera”, ritrovandosi a guardare la tv in una stanza grigia e a prendere valium in quanto drogati “socialmente accettabili”.

Mentre Iggy Pop, il junkie del rock’n’roll, continua a scandire il tempo in sottofondo con Lust For Life, è già chiaro come Trainspotting non sia solo un film sulla dipendenza dalle droghe pesanti di una parte della workingclass, in particolare nel sobborgo di Leith a Edimburgo e in particolare nei primi Novanta (anche se il libro, invero, è ambientato nella metà degli Ottanta). Ma un’istantanea del proprio tempo, di quelle senza filtro, data in pasto al grande pubblico grazie a un uso acuto e innovativo dei linguaggi pop. Come nella migliore tradizione britannica.

Gli ambienti malsani in cui si muovono i personaggi, l’onestà del loro disincanto e del loro egoismo, i più o meno vani tentativi di rinunciare alla roba, ma pure l’ironia prossima al sarcasmo della voce narrante di Rent o la caricatura dell’uomo grottesco, sociopatico e violento impersonato da Begbie, incrociati alla vitalità di alcune (parecchie) scene, rappresentano uno dei volti dell’estetica rivoluzionaria di Danny Bolye: i protagonisti fanno parte di una sottocultura, sono ai lati della società, ma il loro punto di vista non è quello delle vittime passive – almeno non sempre, almeno non tutti – della dipendenza. E ciò che eleva ulteriormente l’elemento reale è la sua compresenza a quello surreale.

Abbiamo lasciato Mark uscire dal loculo di Forrester con due supposte ficcate nel sedere mentre sotto scorre “musica distensiva” (la Carmen di Bizet) ed eccolo alla ricerca disperata di un gabinetto, raggiungere la scena più iconica e visionaria di Trainspotting e, probabilmente, di tutto il cinema albionico degli anni Novanta. Dentro “il peggior bagno della Scozia”, quella che è una realtà disgustosa e aberrante si trasforma – attraverso il punto di vista del tossicodipendente – in un’immersione nella sfera onirica e immaginaria di Rent; il Brian Eno di Deep Blue Day accompagna il passaggio dalla disperazione alla meravigliosa allucinazione, che scompiglia ogni piano, genera empatia da parte dell’osservatore, conducendo dritto alla vittoria: l’immaginazione, o forse l’istinto di sopravvivenza, trasformano una ignobile latrina in fondale marino e due supposte di oppio in gemme sbrilluccicanti.

Al decimo minuto, Mark Renton è già il nostro (anti) eroe. E ancora: l’espediente surreale è quello che segna la dimensione altra in cui si trova Rent durante l’overdose, mentre l’empatia generale è mossa dal cantore dell’eroina, Lou Reed con A Perfect Day. Nella sua sintesi perfetta dove non c’è posto per il vittimismo, Trainspotting fa centro anche quando i fantasmi di Mark tornano durante le pene dell’astinenza: le allucinazioni più violente si confondono con una realtà grottesca e l’imperitura assenza di giudizio moralizzante della regia rende quelle ossessioni molto più universali, e molto meno distanti dalla quotidianità di ognuno, rispetto a quanto si potrebbe credere.

L’iper realismo onirico di Danny Boyle irrompe nella cultura pop perché gli alti e bassi della dipendenza – e dell’emarginazione in generale – sono trasmessi attraverso un linguaggio contemporaneo: nei dialoghi dei personaggi, asciutti, accattivanti; ma soprattutto nell’interazione con il contesto e con la musica. Se nel romanzo di Welsh la crudezza delle immagini o delle storie che compongono i numerosi episodi e la spiccata identità scozzese dei protagonisti (incluso il dialetto stretto) sono già cifra stilistica assai specifica della narrazione, nell’uso dei colori, delle location e delle vibrazioni che si sentono attraverso tutto il film, Boyle è in grado di catturare un sentimento che attraversava il Regno Unito in quegli anni: la rave culture che ormai era già esplosa – l’uso e l’abuso di droghe, ma pure il bisogno di stare insieme, di condivisione e il ruolo fondamentale della musica – da una parte; l’orizzonte di progressivo allontanamento dall’asfittico pseudo-moralismo del periodo (post) Tatcher e il potenziale ruolo che, nell’ambito di questo cambiamento in atto, potesse avere la cultura pop. Soprattutto se scossa dal basso.

Non bastasse la capacità di Boyle di interpretare e sintetizzare in maniera credibile la realtà, potente e alienata, raccontata (in maniera assai più frammentaria) da Welsh, non bastasse la naturalezza con cui storie di disagio ed emarginazione irrompono nel mainstream grazie a un uso intuitivo, moderno e visionario di linguaggi/elementi pop (dai colori all’abbigliamento, fino ai passatempi più o meno onnipresenti – calcio, club culture e, ovviamente, droga e alcol), non fosse sufficientemente innovativa la capacità di raccontare e inserirsi in un contesto – quello delle trasformazioni che investivano il Regno Unito nella prima metà dei Novanta – con un budget bassissimo e un cast che, in futuro, avrebbe fatto faville (Ewan McGregor, ma pure Begbie/Robert Carlyle e Dianne/Kelly Macdonald), Trainspotting segna per sempre il cinema di quegli anni grazie a un uso brillante e audace della musica.

Per anni, la locandina bianco, nero e arancione del film è stata onnipresente nelle camere di chi ha vissuto da adolescente i Novanta almeno quanto il cd (a volte doppio) della colonna sonora. È in primo luogo Irvine Welsh a fare della musica il perno e megafono fondamentale dei protagonisti dei suoi episodi e del loro malessere. David Bowie – che poi negò l’uso di Golden Years a Boyle e al produttore Andrew Macdonald per la scena del gabinetto – ma soprattutto Iggy Pop, onnipresente, nel romanzo come nella pellicola, nei passaggi fondamentali.

“La Scozia si droga per difesa psichica” è la frase-manifesto, “pura e semplice”, che Welsh fa dire all’Iguana in uno dei momenti topici del libro – quando Tommy (quello della gang che nel film finirà peggio) si ritrova strafatto sotto palco durante un suo concerto, mentre Lui canta Neon Forest e guarda negli occhi il protagonista dell’episodio, che ha preferito quell’esperienza a una serata romantica con la sua ragazza. Se “il mondo sta cambiando, la musica sta cambiando, le droghe stanno cambiando”, Bowie e Iggy Pop sono gli ambasciatori immarcescibili e anticonformisti che segnano uno dei fondamentali passaggi di testimone tra pagina e schermo, quello della musica come medium privilegiato tra regista, attori e spettatori. A Boyle, però, va il merito di aver intuito che l’incrocio dei pilastri di certo rock’n’roll con la musica contemporanea di quel momento storico, il “pop britannico” e l’elettronica più abrasiva della club culture, sarebbe stato strategico nell’amplificare la portata generazionale di Trainspotting.

In un’intervista dell’epoca, Iggy Pop racconta come la prima visione del film lasciò di stucco anche lui: Lust for Life non solo accompagnava la memorabile scena d’apertura ma “non si fermava più, continuava a echeggiare nella sala per parecchi minuti”. Esattamente cinque, fino alla fine. La pellicola di Boyle è il fenomeno di massa che regala una seconda vita all’Iguana, che lo reintroduce nella cultura pop (post) adolescenziale degli anni Novanta, proprio come Bowie aveva fatto in quel 1977 producendogli The Idiot e, be’, Lust For Life. Parallelo inevitabile almeno quanto Mr. Osterberg e il ritmo pieno di Joie de vivre di quel brano – allora diffuso soprattutto nei club indie e gay di Soho – appaiono perfettamente calzanti per rappresentare una cricca di disadattati (e la relativa Generazione X), con i loro saliscendi tra l’inferno delle dipendenze e l’euforia fatta anche di sesso e rock’n’roll.

Se nei Novanta le colonne sonore sono un culto per eccellenza nella creazione di trend e riferimenti, quella di Trainspotting ha addirittura la forma di un manuale, di guida dell’era pre-internettiana capace di tracciare una linea tra i maestri più cool del passato e la musica più cool del presente, puntando su un’innovativa trasversalità che nello stesso film accostava musica ambient e rave culture. Da Deep Blue Day di Brian Eno all’irruenza epica degli Underworld con Born Slippy .NUXX, attraverso l’overdose estatica di A Perfect Day e i portabandiera degli anni Ottanta meno consumistici, quelli di New Order e Blondie.

E poi c’era il Britpop. Di tutte le cose “pro” e “contro” che si sono dette sul Britpop, il fatto che si tratti dell’ultimo grande fenomeno della musica pop britannica è un’osservazione difficile da confutare. Le radici nella tradizione del Regno Unito, tanto per i suoni quanto per l’attenzione alla moda, ma soprattutto il modo in cui – come fenomeno culturale e sociale – il Britpop ha generato un’identificazione di massa, sfociata tanto in trend quanto in “battaglie” che hanno generato senso di appartenenza. Certamente un prodotto dell’industria discografica, ma un attimo prima che questa si appropriasse non solo dell’estetica ma pure dei contenuti del pop.

Nel 1995, Boyle non poteva sapere che mettere Blur, Pulp, Elastica, Sleeper o i Primal Scream della redenzione (quelli dub di Vanishing Point) in un film già pieno di energia capace di scuotere il pubblico, avrebbe significato immortalare e codificare per sempre un momento topico e irripetibile nella storia del Regno Unito, la metà dei Novanta – creando pure un ponte fra quei suoni “autoctoni” e gli adolescenti americani. L’aspetto che, però, Boyle aveva certamente colto – e l’azzardo di un brano come quello degli Underworld nella scena conclusiva ne è la conferma – era il ruolo chiave della musica nel farsi mezzo privilegiato per raccontare quel momento storico, inglobandone gli aspetti più irruenti e accattivanti. Un linguaggio capace di esaltare all’ennesima potenza tutti gli elementi innovativi del film – l’immediatezza, l’attualità, l’onestà, la vitalità dei suoi personaggi.

Film e colonna sonora sono diventati, nel tempo, due aspetti strettamente legati nella cementificazione di Trainspotting nella cultura pop internazionale, sebbene – caso più unico che raro nell’epoca contemporanea – le musiche scelte da Boyle e MacDonald (con il contributo dell’uomo EMI di allora, Tristram Penna) hanno vissuto, in parte, anche di vita propria. Attestandosi come una delle migliori colonne sonore di sempre in numerose classifiche e portando alla stampa di un secondo volume, nel 1997, che includesse le tracce tenute fuori dalla raccolta originale – David Bowie, Goldie, Joy Division, ICE MC. Mentre scriviamo, arriva la notizia di una ristampa in vinile della OST del 1996: un’operazione per cui storcere il naso quanto, magari, quella del sequel o un doveroso omaggio per i primi vent’anni di un tassello fondamentale del cinema britannico? Chi, quel cd, lo conserva ancora tra gli scaffali, magari un po’ consumato, avrà pochi dubbi su quale sia la risposta più giusta.

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Sognando Jupiter: i viaggi di Ted Simon https://minimaetmoralia.it/letteratura/sognando-jupiter-i-viaggi-di-ted-simon/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sognando-jupiter-i-viaggi-di-ted-simon/#comments Fri, 20 May 2016 14:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31046 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Quando arriviamo all’Arsenale di Verona dove terrà il suo incontro, è letteralmente assalito da una folla. Definirli fan è sbagliato, si vede dalle facce, si vede da come lo avvicinano: intorno a quest’uomo c’è un culto. Lui è Ted Simon, ottantacinque anni a maggio, e se non sai chi è ti è sembra solo un signore inglese minuto, elegante, che parla piano e ti guarda pieno di curiosità.

Invece no. Il signore inglese – che per venire qui a parlare dei suoi libri, ospitato da una piccola ma splendida libreria di viaggio, Gulliver Travel, ha viaggiato solo, in macchina, da Aspiran, una cittadina nel Nord-Est della Francia dove vive ora, per più di 800 chilometri – ha fatto per ben due volte il giro del mondo in motocicletta. Una volta a quaranta, una volta a settant’anni. Dai viaggi sono nati due libri, I viaggi di Jupiter e Sognando Jupiter (pubblicati da Elliot), diventati immediatamente cult. Due libri che hanno influenzato la vita di milioni di persone e ispirato anche Ewan McGregor per Long Way Round, una serie di documentari in giro per il modo in moto: “Ted Simon è il nostro eroe e guru”, dice l’attore nel documentario.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Quando arriviamo all’Arsenale di Verona dove terrà il suo incontro, è letteralmente assalito da una folla. Definirli fan è sbagliato, si vede dalle facce, si vede da come lo avvicinano: intorno a quest’uomo c’è un culto. Lui è Ted Simon, ottantacinque anni a maggio, e se non sai chi è ti è sembra solo un signore inglese minuto, elegante, che parla piano e ti guarda pieno di curiosità.

Invece no. Il signore inglese – che per venire qui a parlare dei suoi libri, ospitato da una piccola ma splendida libreria di viaggio, Gulliver Travel, ha viaggiato solo, in macchina, da Aspiran, una cittadina nel Nord-Est della Francia dove vive ora, per più di 800 chilometri – ha fatto per ben due volte il giro del mondo in motocicletta. Una volta a quaranta, una volta a settant’anni. Dai viaggi sono nati due libri, I viaggi di Jupiter e Sognando Jupiter (pubblicati da Elliot), diventati immediatamente cult. Due libri che hanno influenzato la vita di milioni di persone e ispirato anche Ewan McGregor per Long Way Round, una serie di documentari in giro per il modo in moto: “Ted Simon è il nostro eroe e guru”, dice l’attore nel documentario.

Poiché non sono reportage ma il racconto – soprattutto il primo – di un uomo che un giorno lasciò tutto per cercare di capire qualcosa di se stesso, è impossibile leggere i libri di Simon senza pensare: quest’uomo sta parlando proprio a me. Anche e soprattutto se, come Ted, come me, non sei un motociclista e nemmeno un viaggiatore di professione. “Ognuno nella vita ha una sola possibilità di fare proprio ciò che vuole fare”, mi dice Simon mentre al fresco, sotto gli alberi, beviamo vino prima della presentazione, “se non la cogli non lo farai mai più”. Se me lo dicesse un altro non lo ascolterei nemmeno. Invece, adesso, ci credo. Mi sembra proprio il punto. Ci vuole coraggio, gli rispondo.

Ted Simon ha cambiato almeno per tre volte, completamente, la sua vita. L’ultima qualche settimana fa, sul finire dei suoi ottantaquattro anni. Dopo i due viaggi intorno al mondo, e dopo aver vissuto a lungo nel Nord della California in una comune autarchica che si sostentava vendendo prodotti della terra, a marzo scorso Simon ha lasciato tutto un’altra volta. Ha comprato anche con l’aiuto di un crowdfunding una casa ad Aspiran, in Francia. “Ha due stanze in più, per permettere ai viaggiatori che hanno un progetto – intelligente”, sottolinea ridendo, “di fermarsi qualche giorno. E approfittare della casa per riposarsi un po’, ma anche della compagnia e dei miei consigli di editor”. Ted Simon infatti non è mai stato un biker. Ha scritto per tutta la vita, articoli e libri. Oggi reinventa tutto un’altra volta e decide di creare questo posto per gli artisti viaggiatori. Si è trasferito ad Aspiran solo poche settimane fa, la casa è ancora vuota. Per completarla e poter ospitare la gente come lui, ricorre ancora al crowdfunding. Sarà casa sua, ma potranno viverci tutti per un po’.

Fino a quarant’anni, Simon – nato nel’31 da madre tedesca, “una comunista” mi dice, “in un’epoca in cui potevi essere davvero un comunista” – era un giornalista. Aveva lavorato come reporter per i giornali più importanti di Francia e Inghilterra – dove è cresciuto – poi un giorno aveva lasciato tutto. E si era trasferito in un piccolo villaggio in Francia dove aveva comprato per mille sterline un casa del XIII secolo in rovina che aveva ristrutturato con le sue mani.

Non sembra, ma dalle rovine al giro del mondo il passo è breve. “Il lavoro fisico mi aprì gli occhi, cambiò il mio modo di pensare: mi sembrò che desse un senso molto più vero anche alla scrittura.Capii che dovevo conoscere di più il mondo in cui vivevo”. E allora, a quarantadue anni, nel 1973, un uomo che fino a un momento prima non aveva nemmeno la patente, non aveva mai visto una moto da vicino, non aveva una rendita di nessun tipo, né alcuna esperienza come viaggiatore, capì cosa doveva fare.

Almeno una volta nella vita è il sogno di tanti: lasciare tutto e andarsene. Quanti sono quelli che lo fanno? Devi essere coraggioso, dico. “Si tratta solo di volerlo”, fa spallucce. Ted scelse la moto perché “negli anni ’70 non c’erano così tanti motociclisti in giro, la moto voleva dire viaggiare lenti, attirare l’attenzione della gente, fare subito amicizia, mescolarsi coi luoghi e le persone”. Organizzò tutto in pochi mesi. Riuscì a farsi sponsorizzare dal Sunday Times, per il quale avrebbe scritto durante la traversata, rimediò una vecchia Triumph – “perdeva già olio appena uscita dall’officina”. E una sera di ottobre del ’73, sotto una pioggia battente, un quarantaduenne come tanti caricò la sua moto per partire da solo alla volta del mondo.

Così lo racconta nel suo primo libro: “A meno di tre metri di distanza, dietro le grosse porte di cristallo dell’ingresso del Sunday Times, scintillava il mondo comodo e luminoso […]. E sentii il mio stesso cuore urlarmi di togliermi di dosso quella tenuta ridicola e tornare di corsa verso quella luce e quella familiare interdipendenza. […] Per un momento, mi sentii perduto. […] Poi voltai le spalle, a quel mondo e a quei pensieri. In qualche modo, annaspando sistemai i miei bagagli, montai in moto, e partii in direzione del Canale della Manica. Qualche minuto dopo, il grande vuoto dentro di me venne colmato da uno slancio di esultanza e, nella mia solitaria follia, cominciai a cantare”.

Cos’è successo nei viaggi è tutto nei suoi libri. Ted attraversò l’Egitto durante la guerra dello Yom Kippur, il Brasile durante la dittatura, il Sudafrica dell’apartheid, la guerra del petrolio. Ma oltre ogni cosa fu felice. “Se non avessi dovuto scrivere il libro non sarei tornato mai più”. Il viaggio durò quattro anni e oltre centomila chilometri, da Londra all’Africa, poi dal Brasile su, verso la California, quindi Australia, Asia, e di nuovo Londra. Quando tornò si trasferì nel Nord della California. Si sposò, ebbe un figlio. Poi un giorno, a settant’anni, lasciò tutto di nuovo e ripartì. Era il 2001, e Tedcredeva di partire in tempo di pace. L’11 settembre lo colse in Brasile, gli USA sembravano dall’altra parte del mondo: “Qualsiasi cosa fosse successa, qua era ai margini della vita. Ci sarebbe voluto un po’ per realizzare che non era finita lì, che avrebbe davvero cambiato le cose, per il mondo e per me”. Il viaggio durò due anni e mezzo e altri novantamila chilometri.

E la paura? Non hai avuto mai paura? gli chiedo mentre cala il sole e sul palco dove presenterà i suoi libri sistemano i microfoni. “La paura serve”, dice,“per tenere alta l’attenzione, non sentirti mai così sicuro di te da diventare spericolato”. Sì, ma la paura di sentirsi soli?

Ci distrae un uomo in tenuta da biker che gli chiede un autografo: “Tu mi hai cambiato la vita”, gli dice. Ecco perché I viaggi di Jupiter, tradotto in tutto il mondo, è diventato un cult. Non perché è un libro di viaggi, non perché è un vademecum per chi vuol fare il giro del mondo in moto. Ma perché smaschera l’eterna bugia: vorrei, ma non posso. Allora parto? Non è pericoloso? È l’ultima cosa che gli chiedo. “Parti”, mi dice, mentre sale sul palco e l’emozione dei presenti è una cosa fisica, palpabile, come fosse un altro ospite, “è l’unico modo per capire ciò che conta davvero per te”.

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