Expo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/expo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 16 Jun 2015 13:05:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Expo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/expo/ 32 32 Spaesamento. A spasso per Expo 2015 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/spaesamento-a-spasso-per-expo-2015/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/spaesamento-a-spasso-per-expo-2015/#comments Tue, 16 Jun 2015 13:02:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27341 di Valerio Valentini

(fonte immagine)

Sul monitor di una delle sale principali del Padiglione Zero, dall’alto verso il basso in una pioggia ininterrotta, scorrono frutti e ortaggi di ogni tipo.

«No, non è Ninja Fruit»

Una volontaria in divisa si affanna nel tentativo di allontanare alcuni bambini assiepati attorno allo schermo: ci tracciano sopra dei segni invisibili con le dita, e si stupiscono che i vegetali non esplodano. Alle pareti della stanza sono incastonati dei contenitori, ognuno dei quali è riempito con vari tipi di legumi: la gente osserva, fa foto, cerca di dare un nome a tutti quei semi colorati.

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di Valerio Valentini

(fonte immagine)

Sul monitor di una delle sale principali del Padiglione Zero, dall’alto verso il basso in una pioggia ininterrotta, scorrono frutti e ortaggi di ogni tipo.

«No, non è Ninja Fruit»

Una volontaria in divisa si affanna nel tentativo di allontanare alcuni bambini assiepati attorno allo schermo: ci tracciano sopra dei segni invisibili con le dita, e si stupiscono che i vegetali non esplodano. Alle pareti della stanza sono incastonati dei contenitori, ognuno dei quali è riempito con vari tipi di legumi: la gente osserva, fa foto, cerca di dare un nome a tutti quei semi colorati.

La nostra attenzione – la mia e quella di Gabriele, un amico milanese che mi accompagna – è attirata però da un altro volontario. Avrà non meno di sessant’anni, piuttosto tarchiato, e con la sua mise sportiva, con la sua felpa bianca e blu, è già di per sé abbastanza comico. Il suo compito è quello di regolare il transito dei visitatori attraverso una sorta di piccola sfera sul cui soffitto vengono proiettati dei chicchi di mais, e lui ha tutta l’aria di voler assolvere con zelo l’incarico che gli è stato assegnato. Forse, addirittura, con un po’ troppo zelo, dal momento che non solo si sbraccia in maniera nervosa, ma lancia improperi contro chiunque indugi all’interno della sfera, magari interrogandosi sul suo significato, per più di qualche secondo:

«Diamoci una mossa, non è che possiamo stare qui in contemplazione. Possibile che si crea sempre tutta ‘sta fila? Se continuate così – e già si vede direttore del Padiglione – da domani la chiudiamo ‘sta cosa, e la facciamo finita una buona volta»

Questo, più o meno, è quello che dice. Più o meno, perché in realtà il tutto viene detto in un siciliano assai aspro, che suscita delle espressioni interdette sui volti di una comitiva di francesi.

Nell’atrio successivo è stato ricostruito uno scorcio artificiale di campagna, con un casolare diroccato e un piccolo campo arato: in molti ne calpestano le estremità, per capire se si tratta di terra vera. Un lungo corridoio, ai cui lati ci sono plastici di varie fattorie, fabbriche, città, conduce in quella che deve essere la riproduzione di una sala di contrattazione della borsa, con una intera parete costituita da decine di monitor su cui compaiono numeri e grafici, oltre a scritte del tipo: «Il mercato alimentare: realtà VS astrazione», oppure: «L’eccessiva volatilità dei prezzi minaccia la sicurezza alimentare». Dietro la parete, un enorme ammasso di finta frutta e di finta verdura al macero: una discarica sintetica, lugubre prodotto – stavolta pare chiaro il sotteso messaggio educativo – delle speculazioni finanziarie sul cibo e sui prodotti agricoli.

La vera Expo, però, sembra cominciare solo all’uscita del Padiglione Zero: è lì che si apre uno spazio indefinito, una scenografia frastornante. Il primo effetto che produce, la vista di questa serie sterminata di costruzioni dalle forme più varie, è lo stupore: tutto appare enorme, smisurato. Ma subito dopo arriva lo scoramento: a me e a Gabriele, almeno, arriva nel momento in cui, dopo un quarto d’ora che avanziamo lungo il vialone principale, osserviamo la cartina e ci accorgiamo che siamo ancora vicinissimi al punto di partenza. E ci accorgiamo, inoltre, che è del tutto impossibile ipotizzare un qualunque percorso ragionato della visita, anche a causa delle code interminabili che ci costringono ogni volta a cambiare programma. I cartelli indicano il tempo d’attesa: due ore per il Padiglione Italia, un’ora e quaranta per il Padiglione Francia, un’ora e dieci per quello giapponese. Nonostante l’apparente semplicità delle geometrie (una strada lunga intersecata da una più corta, secondo – si dice – il modello urbanistico romano), percepiamo ben presto un senso di disorientamento: il principio che sembra regolare tutto è quello dell’accumulo, della giustapposizione casuale, della contaminazione continua di forme, suoni e colori. Esaltante? Certo, se piace. Ma anche fastidioso.

Mentre ancora cerchiamo di stabilire una tabella di marcia – la copia agghiacciante della Madunina alla nostra destra, in cima ad una rampa di cemento – ci ritroviamo a maledire, nello stesso istante, una musica martellante sempre più ossessiva. Cinquanta metri più avanti, sul lato opposto del Decumano, è l’ora dello spinning. In un piazzale sono collocate una trentina di cyclette: non tutte in forma le persone che le adoperano. «Pensate che a quest’ora gli altri stanno mangiando, e invece noi facciamo fitness. Perché noi vogliamo bene al nostro corpo», urla nel microfono l’istruttore, che pedala su una piattaforma rialzata.

Entriamo nel Padiglione della Corea del Sud (la risposta è sì: c’è anche quello della Corea del Nord, anzi della Repubblica Popolare Democratica di Corea: una misera stanzetta con qualche souvenir) che è proprio lì accanto. Molto accogliente, molto pulito, di una bianchezza abbagliante. Tra tutti i servizievoli operatori che incontreremo nell’arco dell’intera giornata, quelli del padiglione sudcoreano resteranno comunque servizievolissimi. Ci accompagnano a prendere posto in fondo alla fila, ci accolgono con un lieve inchino della testa, ci aiutano a passare da un salone all’altro scanzandoci le tendine. Sul volto rigorosamente sorridente di alcune hostess, impeccabili nel loro abbigliamento, si intravede già un principio di paresi. Oltre che per gli operatori, però, il padiglione sudcoreano merita di essere visitato per l’odore meraviglioso che promana da alcuni piccoli calderoni semichiusi, all’interno delle quali si intravedono delle strane brodaglie; e poi, soprattutto, per le mirabilie tecnologiche che vi sono esposte. Due robot, camminando avanti e indietro lungo dei binari, fanno ruotare dei monitor su cui si compongono e si scompongono delle immagini vagamente psichedeliche di frutti e ortaggi; su delle file di barattoli di latta rotanti vengono proiettate altre immagini di tronchi di uomini obesi che camminano, in perfetta sintonia con una musica orientale molto rilassante. A me che sono un profano di ogni cosa abbia a che fare con l’ingegneria e con l’elettronica, tutto ciò sembra pazzesco. Ma anche Gabriele, che studia al Politecnico, mi conferma che in effetti dietro alcuni di quei congegni c’è un funzionamento tutt’altro che banale.

E in fondo proprio la tecnologia, ce ne accorgiamo ben presto, è una componente essenziale dell’attrattiva di Expo. In quasi nessun padiglione si vedono le persone fermarsi a leggere i pannelli informativi, mentre è facilissimo ritrovarsi accalcati intorno, ad esempio, ad un cannocchiale che riconosce i simboli che si osservano su di un pannello appeso alla parete e propone, per ciascuno di quei simboli, una spiegazione interattiva. Ché del resto tutto, in questa Expo, è – o dice di essere – interattivo. È interattiva, ci viene spiegato, la grande rete metallica sospesa tra un piano e l’altro del padiglione brasiliano: ognuna delle innumerevoli vibrazioni prodotte dal passaggio dei visitatori, a quanto pare, si riverbera nelle sale interne, modificandone i suoni e la luce – e dire che, a guardarla dal basso, e guardando anche il comportamento della gente che ci corre sopra, cadendo e rialzandosi, e i bambini che costringono i genitori a ripetere il percorso ancora e ancora, sembrava un’installazione rubata ad un qualche parco divertimenti. Ed è interattivo, ovviamente, tutto quanto compare in ciascuno dei touch screen presenti, immancabilmente, in ogni angolo di ogni padiglione. In quello del Qatar, su dei piccoli schermi è possibile trascinare le ricette nei piatti, e assistere poi alla preparazione virtuale delle specialità culinarie del Paese. In quello degli Stati Uniti, grazie ad un enorme monitor, si riesce addirittura a scongiurare, in maniera ovviamente interattiva, le carestie che minacciano un piccolo villaggio: «This is a game about food security – continua a ripetere uno steward, con la sua voce meccanica, invitando tutti i visitatori a giocare – There are different food problems in the middle and different ways to solve them outside». Nell’area ricreativa del McDonald’s i touch screen sono appesi alle pareti esterne: in uno di essi è finalmente possibile giocare a Ninja Fruit.

E poi c’è l’acqua, ovviamente. Cascate d’acqua, giochi d’acqua, ruscelli d’acqua, scenografie con l’acqua: è difficile trovare un padiglione che vi rinunci. Tutto molto spettacolare, tutto molto eccessivo.

Se il primo elemento che ci colpisce è quella della tecnologia, il secondo è senz’altro quello dell’architettura. Ciò che sembra aver ispirato gli ideatori dei vari padiglioni, anche in questo caso, è un principio sfuggente che alcuni potrebbero chiamare fantasia, altri gusto per l’eccesso, altri ancora mancanza di senso del ridicolo. Accanto a certe idee stilisticamente interessanti e a soluzioni argutamente provocatorie, sono moltissime le trovate quantomeno discutibili, se non addirittura pacchiane. Qui, è chiaro, il gusto personale gioca una parte importante. Ma come definire, se non ridicola, l’idea di riprodurre un enorme cesto di vimini come corpo centrale del padiglione del Qatar? Gli Inglesi dicono di essersi lasciati ispirare dalla forma di un alveare, ma la loro costruzione, vista da fuori, suggerisce piuttosto l’idea di un ponteggio d’alluminio in un cantiere di lavori in corso. Davanti alla facciata del padiglione ecuadoregno sembra di stare per entrare in un immenso punto vendita di Desigual. E tuttavia, ad uno sguardo d’insieme, l’anarchica e sconclusionata accozzaglia di cose tra loro del tutto diverse può risultare affatto piacevole, appagante.

Se si passa all’analisi della funzionalità delle strutture, invece, le perplessità diventano inevitabilmente assai più considerevoli. I primi seri temporali – sempre che, ovviamente, tra maggio e ottobre, a Milano, possa davvero piovere – spiegheranno perché. Nel frattempo, alcune testimonianze di chi in Expo ci lavora possono comunque essere indicative. «Finora una sola volta è arrivato un acquazzone di una certa entità. Ed è stato il delirio. Alcuni dei padiglioni sono aperti sui lati: l’acqua entrava da tutte le parti, e si era costretti a spingerla fuori con degli scoponi».

Ora di pranzo. Dove mangiare?

«Se volete spendere poco, andate al Padiglione Coop e fatevi un panino», ci consiglia una hostess.

Noi annuiamo e ringraziamo per l’indicazione, ma ovviamente disobbediamo. Venire all’Expo per farsi una ciriola con la mortadella ci sembra assurdo. E allora: dove mangiare?

«Mangiamo spagnolo», propongo.

Una paella al ristorante del Padiglione Spagna costa 16 euro.

«Messicano?», rilancio.

L’unica cosa a un prezzo abbordabile sono i tacos di pollo. Solo che in ogni piatto ne mettono tre, di dimensioni infime. E capiamo subito che, per saziarci, ci vorrebbe un numero di tacos tale da rendere non più abbordabile l’operazione.

In realtà, la scelta è talmente sterminata da lasciare disorientati. Asiatico o europeo? Street food o ordinazione al tavolo? Alla fine ci ritroviamo nel Padiglione Eataly: che è nato come è nato (una chiamata diretta, senza gara d’appalto …) ma bisogna riconoscere che è una goduria dei sensi. Ad ogni regione è stato assegnato un piccolo ristorante che propone ricette tipiche, con cucine a vista ed esposizione dei prodotti. La calca è insostenibile, ci si muove a fatica: ma come sarebbe possibile il contrario?

Usciamo anche da Eataly a stomaco vuoto. E ormai sono quasi le tre. La svolta arriva per puro caso. Dietro il Padiglione Coca-Cola, in una piazzetta, c’è un’intera aerea dedicata alla Sicilia. Ci attirano sostanzialmente due cose: l’assoluta mancanza di fila – che già di per sé, a quest’ora e con questa fame, basterebbe a farci ingurgitare anche cavallette sott’olio – e l’aspetto incantevole di alcuni tranci di pizza con carne macinata, capperi e pomodorini secchi. Ma è girando per i vari stand, alla ricerca di arancini, che facciamo la scoperta più bella.

«Arancini non ne abbiamo. Ma se volete, ci sono le parancine»

«Parancine?»

La ragazza dietro al bancone ha occhi nerissimi, e ci mostra un vassoio contenente dei parallelepipedi impanati.

«Parancine, sì. Sono degli arancini di patate, con guanciale di maiale, tuma siciliana, farina di tumminia …»

Dal bagliore che illumina lo sguardo di Gabriele, capisco che anche lui ha smesso di ragionare all’ascolto delle parole guanciale di maiale. Non serve altro per farci decidere di provare. In cinque minuti ne mangiamo quattro a testa, pagandone la metà perché la cameriera resta incantata dal nostro entusiasmo e continua a darcene «un po’ per assaggiare». E intanto lo chef che li ha preparati, giovanissimo, anche lui compiaciuto dal successo delle sue parancine, prende a raccontarci le peculiarità dei vari ingredienti: del sapore della tuma, un formaggio pecorino stagionato in grotta, dell’alto valore proteico della tumminia, un grano che matura in appena tre mesi e a cui originariamente si ricorreva quando falliva la semina del grano tradizionale. E mentre spiega, lo chef, continua a tagliare tuma e a offrirci parancine. In un quarto d’ora ci arrendiamo. Felici.

«Vi va di fare un selfie?»

Ci fermano, poco dopo, due ragazze davanti al ristorante spagnolo. Ci sorridono. Io e Gabriele ci guardiamo, basiti. È ovvio che accettiamo. Le due ragazze ci invitano a scattare la foto col nostro smartphone, e a pubblicarla su Twitter con il tag del loro padiglione.

«Sapete, è in corso una sfida tra i vari padiglioni su chi riesce a ottenere più visibilità sui social network. Così ci date una mano»

Le due ragazze sono chiaramente italiane.

«Ma voi cosa ci guadagnate?»

«Nulla. È che ormai ci sentiamo coinvolte. Mi raccomando, i tag!»

«Certo. Non mancheremo»

Il padiglione del Turkmenistan, non c’è dubbio, deve essere visitato. Appena entrati, a darci il benvenuto troviamo la gigantografia di un uomo sulla cinquantina, distinto, vestito con giacca e cravatta. Nel salone principale, decine di libri dedicati interamente allo stesso simpatico figuro, che alterna pose ieratiche – stringe mani, parla ai microfoni, brandisce spade – ad atteggiamenti più rilassati, persino ridanciani. In altri libri lo si ritrae a cavallo. Ora che osserviamo bene, l’intero padiglione è pieno ritratti di quest’individuo insieme a dei cavalli. Un rapido controllo su internet svela l’arcano: si tratta di Gurbanguly Berdimuhammedow, il presidente del Turkmenistan. A giudicare dalla curiosità che suscita nei visitatori del padiglione, non tarderà a diventare un mito.

Se i modi con cui il Turkmenistan ha scelto di sfruttare la visibilità offerta da Expo per celebrare le proprie bellezze – ivi compresa, evidentemente, quella di Gurbanguly Berdimuhammedow – possono sembrare discutibili, va detto che un certo intento di promozione turistica è presente in ogni padiglione. Niente di male, si dirà, e a ragione. Solo che in alcuni casi la strategia diventa un po’ troppo sfacciata: o, quantomeno, si manifesta con toni appena eccessivi.

«Dai, ripetiamolo tutti insieme: Mecklenburg-Vorpommern. Più forte: Mecklenburg-Vorpommern»
Sono le cinque del pomeriggio, il caldo è fastidiosissimo e ci troviamo a passare davanti al padiglione tedesco. Non si può non prendere un bicchiere di birra. Mezzo litro a sei euro: ma tant’è. Seduti su delle strane panchine, che assomigliano a dei risciò senza ruote e pedali, assistiamo ad un concerto di tre barbuti musicisti – basso, chitarra e clarinetto – in un costume popolare la cui origine ci è ignota. Il repertorio folk impegnato e la pronuncia sedicente inglese del cantante rendono il quadro ancor più surreale. Ma non tanto surreale quanto quello che si configura immediatamente dopo. Non appena l’esibizione dei tre barbuti musicisti ha termine, si materializzano sul palco due invasati con un microfono in mano. Avranno trent’anni: lui alto, magro, scattante; lei appesantita dai chili di troppo e da una minigonna rossa che la costringe ad avanzare come un pinguino. E cominciano a parlare dello splendore del Mecklenburg-Vorpommern.
«Noi Italiani – spiega lui – non la conosciamo, questa regione. Ma proprio il loro non essere famosi ha permesso ai luoghi del Mecklenburg-Vorpommern di conservarsi intatti nella loro purezza. Foreste bellissime, natura incontaminata, scenari mozzafiato …»

«Ma prima di tutto – finge di interromperlo lei, neppure sforzandosi di nascondere che sarà almeno la trentesima volta che la scenetta si ripete – per visitare questa splendida regione, dobbiamo almeno imparare a pronunciarne il nome. Su, forza, tutti insieme: Mecklenburg-Vorpommern. Più forte: Mecklenburg-Vorpommern»

Nel momento in cui la tipa scende dal palco per far urlare, ai malcapitati che si ritrova a tiro, «Mecklenburg-Vorpommern» nel microfono, decidiamo che è il momento di fuggire.

Cos’altro resta da raccontare? Ah già, il nutrire il pianeta. Che dire del modo in cui il tema centrale intorno a cui sarebbe sorto Expo 2015 viene affrontato all’interno della fiera? Diciamo che l’illusione di trovare stimoli interessanti svanisce pochi minuti dopo aver varcato i cancelli d’entrata. E forse, guardando a certe trovate moralistiche, di un didascalismo farlocco e urticante al tempo stesso, viene da pensare che sia un bene. Ci si rassegna ben presto, insomma, a considerare quella spesa tra i padiglioni milanesi come una giornata di puro svago. Un po’ centro commerciale, un po’ villaggio vacanze: è un tipo di frenesia che, a chi l’apprezza, Expo permette senz’altro di godere. Un modo come un altro per appagare la smania di vedere un posto che è indispensabile vedere, di sentirsi nel vivo di un qualcosa di grandioso e ineffabile, qualcosa che sta accadendo ora. Quanto al kitsch che plasma la forma di Expo (e di cui l’Albero della Vita, che si accende alle otto di sera sulle note di L’ombelico del mondo è la sintesi più perfetta), esso pare essere l’inevitabile, per certi versi sacrosanto involucro di contenuti che rivelano tutta la loro tragica vuotezza proprio laddove tentano di spacciare il loro presunto valore etico, le loro ridicole velleità educative. Biodiversità, tradizione e innovazione, sostenibilità: non c’è padiglione in cui non si ricorra a questi slogan, ma sono davvero pochi i posti in cui si abbia la possibilità di riflettere su simili tematiche con un minimo di serietà. E quei pochi non fanno che rendere ancora più insopportabile la fuffa che pervade tutto il resto.

Il padiglione svizzero si compone di quattro torri, all’interno delle quali è possibile trovare acqua, sale, caffè e mele, e portare via tutto ciò che si vuole: man mano che le scorte si riducono, però, i piani più alti delle torri vengono chiusi, fino a che le risorse disponibili non saranno terminate. Nel padiglione di Slow Food – e forse padiglione è eccessivo, perché in effetti si tratta di tre piccole costruzioni in legno, all’estremità est del Decumano, di fronte ai gabinetti – alcuni pannelli mostrano, sul recto e sul verso, modi diversi di fare cose simili, ma con effetti opposti. È un modo efficace – magari semplicistico, certo, ma efficace – di spiegare che ci sono una pesca, un’agricoltura, un consumo e dei metodi di irrigazione sostenibili, anche a livello intensivo, e una pesca, un’agricoltura, un consumo e dei metodi di irrigazione assolutamente scriteriati, che sono quelli praticati oggi in maniera pressoché esclusiva. Delle tre casupole, una è dedicata soltanto ad ospitare dibattiti e incontri, ogni giorno diversi (nel padiglione statunitense, per dire, su un maxischermo che accoglie i visitatori all’entrata, c’è il faccione sorridente di Obama che pontifica sul valore del cibo e sui meriti di Expo. Il sermone dura pochi minuti: dissolvenza al nero, e ricomincia).

Alle otto e mezza, nell’area denominata Intesa Sanpaolo Waterstone, c’è l’esibizione dei Piano Twelve. Dodici pianisti italiani suonano contemporaneamente pezzi di musica classica e contemporanea. Ci si siede per terra, entrano i musicisti. Dal vicino padiglione polacco, giunge musica techno.

«Smetterà», sussurra qualcuno.

Non smette. I pianisti si guardano tra loro, un po’ imbarazzati. Qualche attimo di incertezza, poi partono con Bach. In sottofondo la techno polacca, imperterrita.

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Due giorni all’Expo: un reportage di Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/reportage/due-giorni-allexpo-un-reportage-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/reportage/due-giorni-allexpo-un-reportage-di-gianni-mura/#comments Wed, 03 Jun 2015 04:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27141 Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l'autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c'è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

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Pubblichiamo un reportage di Gianni Mura apparso sul Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autore e la testata. Vi segnaliamo due incontri con Gianni Mura dedicati a Non c’è gusto, edito da minimum fax: oggi, mercoledì 3 giugno, alle 18 alla libreria Feltrinelli Appia di Roma con Serena Dandini; domani, giovedì 4, alle 18 alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna con Jenner Meletti.

Milano. Cuando Cubango suona bene, ci scriverei una canzone. È una provincia dell’Angola, capoluogo Menongue. Cuando e Cubango sono due fiumi. Quasi tutti i fiumi angolani cominciano per k: Kuatato, Kuelei, Kujambo, Kueve, Kuzumbia, Kapembe, Kueio, Kuito Kanavale. In minoranza Cuchi, Lomba, Longa, Matunga e Muhondo. Non fossi venuto due giorni di fila all’Expo, non l’avrei mai saputo. Oltre a saperlo faccio fuori una caldeirada, una zuppa di pesce e verdure su base di riso in bianco. dalla terrazza al quarto piano, tra le piante esotiche, ottima vista sulle carceri di Bollate. C’è di tutto, all’Expo. Ci sono andato un po’ prevenuto, come molti che vivono a Milano. Quelli duri e puri, stile Caparbio, ci hanno già fatto una croce sopra. «Coca-cola e Mc Donald’s tra gli sponsor contro la fame nel mondo? Non mi avrete».

Me, mi hanno. Perché da bambino andavo alla Fiera di Milano. Era in città, la sentivamo nostra, altroché una costosa escrescenza dalle parti di Rho, di Baranzate, tra svincoli autostradali e superstrade, dove spesso si perdono anche i tassisti. Alla Fiera davano un sacco di assaggi e nel dubbio arraffavo tutta la documentazione possibile, pieghevoli o semplici volantini, un paio di borsoni che poi avrei vuotato un po’ alla volta, leggendo tutto, dalla réclame del ferro da stiro a quella del Filamar Groppi. All’Expo di assaggi gratis non c’è l’ombra. A parte l’acqua, si paga tutto. E nemmeno si può fare scorta di volantini, l’argomento è troppo serio. Ho deciso di raccontare un viaggio, senza essere Alice nel paese delle Meraviglie né Chatwin né Gulliver. Ho deciso di non chiedermi mai «che ci faccio qui». Effetto-spugna, come al Tour. Full immersion, e vi andare. Andare, all’Expo, significa camminare parecchio e salire una quantità infinita di scale. Il mio viaggio di due giorni dura 21 ore, calcolando solo quelle all’interno dell’Expo, e se uno mi chiedesse la sensazione più forte gli direi che mi fanno male i piedi, ma anche la produzione di acido lattico degli arti inferiori non è disprezzabile. Bello il padiglione dell’Italia, ma quattro piani a piedi non ispirano simpatia. Gli ascensori ci sarebbero, ma riservati non ho capito a chi.

Accento brianzolo, una coppia. Lei: «Gino, stavolta non mi puoi dire no, voglio vedere la cerimonia del tè». Lui: «Ma dài, è una menata che durerà due ore. Fa’ come vuoi, io mi cerco una degustazione di vini italiani». Probabile ci sia andata anche lei. Nel padiglione giapponese, in giornata, non è in programma la cerimonia del tè. E un carrello avverte che la visita dura 50 minuti. Ripassare. Spagna, colori allegri, un patio ricreato all’interno, con gli aranci e il bar a tapas. Ora, non è che io pretenda un sottofondo di Segovia, ma questa musica da discoteca, a palla, cosa c’entra? Ah, guarda, in quell’angolo affettano, ovviamente a mano, il jamòn de bellota. Buono, sarebbe meglio il pane invece di questi stupidi similgrissini. Buono, ma anche il costo si fa ricorda. Un etto, 40 euro. E 8 due bicchieri di Tempranillo, alla giusta temperatura. Vuoi cavartela più a buon mercato? Una bella salsiccia dell’angolo slovacco, 8 euro, con la canonica salsa al rafano che fa lacrimare gli occhi. E un boccale di birra chiara da mezzo litro, 8 euro.

Le impressioni (impressioni, non certezze) si sovrappongono. Dopo due giorni ne restano tre. La prima è che ci sia un largo spazio in cui si sfrenano le idee degli architetti. Un raduno di archistar. Ci sono padiglioni davvero belli. Altri così così. più il Paese è famoso, più c’è coda. In quello degli Usa ho molto apprezzato le scale mobili, in quello dell’Estonia, tutto legno, le altalene che producono energie: gli estoni hanno ricreato un minibosco di betulle e garantiscono che da loro il wifi funziona anche nei boschi. Fuori dal padiglione del Brasile c’è la coda, ma per accedere a una rete di corda su cui tutti si sentono Indiana Jones. Un cocktail di frutta, niente alcol, 7 euro. L’acqua gratis è una bella idea: il decumano è lungo 1500 metri, il cardo 350. bella idea anche gli 80 mila metri quadri di teli che coprono il decumano. Proteggono dalla pioggia e forse eviteranno di stramazzare sotto il sole d’agosto, di cadere come corpo morto cade. Il richiamo dantesco m’è arrivato davanti al padiglione della Polonia. Molto legno anche qui, e una scritta accanto all’ingresso: «Abbiate una speranza, voi che entrate».

Un’altra impressione, che chiamerò 1/bis. È che nell’Expo convivono almeno due anime: una classica e una ultra-moderna. La prima è nei rimandi culturali. Prendiamo il famoso Albero della vita, che svetta su vegetali magrolini e vagamente malinconici e fa pensare alla vita degli alberi. La sua sommità è una stella a 12 punte che riproduce il disegno di Michelangelo quando ideò la piazza del Campidoglio. Visto di giorno, la prima volta, sembra il palo della cuccagna alla sagra di Cuernavaca. Ma col buio si mette l’abito di gala, si anima di luci, di scoppi, di brividi: seduta in cerchio la gente assiste come fosse a teatro, applaude le mutazioni più spiazzanti e veloci, insomma si gode lo spettacolo. Realizzato nel Bresciano, destinato al mondo (Dubai, si dice, ma non è sicuro). L’emozione più forte è stata l’ingresso nel padiglione Zero, Divinus Halitus Terrae c’è scritto sulla facciata. Ripercorre la nostra storia, nostra di esseri umani, partendo dalle caverne.

L’archivio della memoria, l’insieme delle conoscenze si può definire una stupenda cattedrale lignea, con centinaia di cassetti aperti e chiusi. Vien da pensare a una biblioteca borgesiana. E sulla parte di fronte senza sosta vengono proiettati filmati di lavoratori della terra e del mare, pastori, pescatori e contadini, può essere Salento come Uzbekistan, cambiano i volti, ma non la sacralità e la fatica dei gesti. Dovessi indicare una cosa da non perdere, direi questa. Ma anche il documentario breve (12 minuti) girato da Ermanno Olmi, che ogni giorno è mostrato nella zona di Slow Food. Nessuna parola, solo un accompagnamento musicale su immagini che solo un regista-poeta (quanto tempo è passato dall’Albero degli zoccoli?) dal grande senso civile poteva assemblare. Vedere l’effetto che fa una goccia di petrolio in un contenitore pieno d’acqua crea più coscienza ecologica in due secondi di cinque conferenze di due ore. Non a caso il titolo di Olmi è Il Pianeta che ci ospita. Per dire che non è nostra e possiamo fare quello che ci pare, ma l’abbiamo ricevuta e la dobbiamo trasmettere.

La seconda impressione mi riporta a scuola, quando la maestra scriveva fuori tema. Giudizio meno pesante di un’insufficienza, ma negativo per la sua parte. Tema di Expo: Nutrire il Pianeta. Energia per la vita. Qualcuno l’ha centrato. Per esempio Oman, uno dei posti dove piove di meno, illustra come non sciupare, anzi tesaurizzare, le riserve d’acqua. E Israele, con una serie di filmati molto coinvolgenti. E l’Angola, con una realizzazione ultramoderna che paragona la forza delle donne al baobab. Qu mi danno un depliant ma è scritto in tedesco, poi ne rimedio uno che mi fa scoprire Cuanda Cubango. Per il resto, parlano di biodiversità. Paesi seminati a ogm, ma insomma, come si dice a Milano, se la va la g’ha i gamb. Quasi tutti puntano sui vegetali: alberelli, fiori di tutti i tipi, veri orti. Come la Francia, al termine della prima sera li ho maledetti in lingua originale perché dal decumano all’ingresso ci saranno stati 30 metri, ma diventavano circa 200 con il passaggio obbligato, come nei labirinti, tra pomodori e melanzane, rosmarino e peperoncino. Un orto didattico anche a Slow Food. Già che c’ero, degustazione di quattro formaggi 8 euro, con bicchiere di vino 10. formaggi: Bitto, Castelmegno, Vastedda del Belice e, mai essere sciovinisti, Bleau d’Auvergne. Ora, in questi mesi di Expo so che ci saranno cose (eventi) più mirati. Ma, più che nutrire il Pianeta, Expo mostra come ci nutriamo in Italia, in Russia, in Uruguay, in Giappone.

Finita sui giornali la ricevuta di una signora che, bevendo acqua, per una cena giapponese ha speso 115 euro. Allo stand iraniano, assai piacevole, si spende molto di più comprando caviale, e al chiosco Franciacorta il caviale targato bs (Calvisano, per la precisione). La parte del Pianeta che Expo nutre è quella che va ad Expo e decide, secondo curiosità e abitudini, cosa vuol mangiare. Il ristorante più affollato è Mc Donald’s. Preciso di non aver provato la linea Eataly, un po’ perché le cucine regionali le conosco tutte, un po’ perché mi ero deciso per la Basilicata, regione lontana da dove vivo, ma non dal mio cuore. Vedo che è accoppiata alla Calabria, la giudico operazione arbitraria e rinuncio. Mi avevano detto: prova l’Iran. Lo provo. M’informo sulla presenza di teste d’aglio sottaceto. La spedizione è partita, ma deve arrivare. Colazione Milano-Teheran: riso Basmati allo zafferano con ossobuco (ma d’agnello), gelato allo zafferano. Servizio in guanti bianchi, piatti di porcellana. Una quarantina d’euro in due.

La fame nel mondo all’Expo è fuori dai cancelli. La si può trovare, ma bisogna cercarla. Nel padiglione del Vaticano, all’esterno coperto da scritte sul pane quotidiano, filmati sulla difficoltà di vivere. Visto uno, molto bello, su una famiglia di Guayaquil. Commento all’esterno, di un tipo sulla quarantina: «È costato tre milioni di euro, era meglio se li davano ai poveri». So già per chi vota. Ogni tanto mi ricordo di essere un giornalista e chiedo a una signora cinese: «È venuta dalla Cina?». «No, abito a Milano in via Nicolini». I giorno dopo chiedo a un signore cinese: «È di Milano?». «No, di Pechino». Mi riprometto di non fare più domande ai cinesi.
Ci sono molti stranieri, e molti non abitano a Milano. Due anziane inglesi si scattano selfie davanti a un enorme barattolo di Nutella. Davanti all’Albero della vita ci sono poltroncine rosse a forma di trottola. Un gruppo di ragazzi ondeggia come i dervisci danzanti e rotea sempre più in basso e sempre scattando selfie. Spero che cadano senza farsi male, ma non cadono.

L’Olanda va sulla sagra: l’ingresso pare quello di un sex shop, all’esterno furgoncini folcloristici vendono patatine fritte (4,50 al cartoccio), salsicce, birra. In questo ramo, direbbero a Genova, abbiamo già dato. L’Austria è una boccata d’aria fresca: un bosco vero. Anche qui c’è la coda. Il padiglione cinese ha un bel tetto e una bella mostra di sculture in terracotta. Purtroppo non sono in vendita: mi piaceva un bambino grasso con un’oca in braccio. Invece le solite cineserie, come le matrioske nel padiglione russo. Si consuma, qui dentro. La lotta contro la fame si trova dove la fanno sul serio, e tutti i giorni: alla Don Bosco, alla Caritas, a Save the Children, nel suo villaggetto di legno, tante idee in poco spazio. Un bambino, mettiamo, di 8 anni gioca al computer che gli chiede età, famiglia, scuola, insomma vita, e poi gli chiede: vuoi vedere come vive un bambino della tua età che non è nato in Italia? C’è da scegliere: Etiopia, Siria, Liberia, India, altre ancora. Il gioco di scambio, che non è un gioco, continua: ora che ti sei scambiato con lui, cosa faresti se scoppiasse una guerra? E se morissero la capra e le due galline che assicuravano un minimo di cibo? Ogni giorno muoiono di fame e malnutrizione 17 mila bambini sotto i cinque anni. Nella classifica dei Paesi in cui è più facile essere mamme è in testa la Norvegia, segue in blocco la Scandinavia, l’Italia ben piazzata (gradino 12), davanti a Francia (23) e Usa (33). In coda Haiti e Sierra Leone.

Come nelle antologie, viene spontaneo per l’Expo guardare chi c’è e chi non c’è. Non c’è la Norvegia, e con lei tutti i Paesi scandinavi. Ci sono Paesi minuscoli e non il Canada, l’Australia, l’India, le Filippine, la Nuova Zelanda. Sagarianamente attratto dai Paesi minuscoli o poco frequentati, vado alla ricerca di Sao Tomé e Principe, Vanuatu, Benin, Gambia, Zambia, Isole Salomone. Non ci sono ancora, sono inseriti nei cluster (chiedo scusa, ma l’inglese è la lingua ufficiale all’Expo: il decumano si chiama World Avenue). Sono raggruppamenti tematici (il cacao, i tuberi, il riso), che raccolgono rappresentanze non in grado di andare da sole. Povere, diciamolo. Lo spazio di un monolocale con due o tre poster turistici, un filmato ben che vada, qualche oggettino d’artigianato in vendita: questo ho visto nei pochi già aperti. I ritardo non è colpa loro, sarebbe il caso di dargli una mano perché possano raccontarsi.

Ho visto una copia della Madonnina esposta ad altezza d’uomo. Meglio ad altezza Duomo. Ho visto l’uccello portafortuna fuori dal padiglione ceco. Creatura inquietante, perché la parte posteriore è un cofano d’auto e un’ala si prolunga come quella di un aereo e spande acqua. È la sintesi di natura e tecnologia, ha spiegato il suo ideatore, Lukàs Rittstein. Ci guardiamo per un po’, con la creatura (Kafka passeggia sullo sfondo) e dico al cortese accompagnatore: non credo che tutti gli uccelli portino buono. Cos’è questo, di preciso? Serie di telefonate, temo di essere scambiato per un pazzo, un ornitologo o un ornitologo pazzo. Vado a festeggiare in Inghiterra, bel giardino fiorito e l’alveare come idea ispiratrice: un enorme gomitolo metallico dove si sente i ronzìo, anzi il rombo, delle api. Nel padiglione turco ho chiesto un caffè turco. Ma avevano solo tè. Mi è andata meglio da Illy, e vorrei vedere: un euro, come al bar sotto casa, a dimostrare che non tutti ci marciano.

Terza impressione: ero preparato al peggio e non l’ho trovato. Un paragone con Gardaland, o Disneyland, in parte ci sta. Ma da questa megaesposizione organizzata dall’Italia esco meno pessimista di quando ci sono entrato. Ho trovato: buone maniere, tanti sorrisi, servizi igienici più che dignitosi. E moltissime possibilità di sedersi a riposare senza dover consumare. Questo si è stupefacente, per Milano e per il resto dell’Italia. Ho immaginato: i lavoro massacrante per costruire, dopo i ritardi e le ruberie che sappiamo a memoria. E quello di ogni notte, per le pulizie, i rifornimenti, la sorveglianza. Ho visto: gente che aveva voglia di mangiare, ma anche di sapere. Tantissime le scolaresche, dalle elementari ai licei, tutti dotati di telefonino e contenti di confrontarsi con tecnologie avanzatissime che Guido Fuà, il fotografo, ha cercato di spiegarmi, specialmente nei padiglioni di Giappone e Corea del Sud. Qui, se tu scarichi l’app dell’Expo e infili il cellulare lì, puoi catturare le immagini di cibo che vedi su quel cono di luce e inserirle nel cellulare. Gli ho detto che non era il caso. Prima di uscire, un cocktail allo zenzero (5 euro) nello spazio amanita. E una certezza: Expo non è il raccolto, è la semina. Qualcuno si ricorderà qualcosa: un flash, un filmato, una percentuale, un colore, un sapore, una faccia, una goccia di petrolio. E si documenterà, studierà, penserà a cosa può fare. Qualcuno o molti.

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L'espressione "violenze al limite dell'autolesionismo" utilizzata da Luca Fazio sul Manifesto, all'indomani del corteo No Expo di sabato scorso ha tracciato meglio di altre quanto accaduto. Grazie a queste violenze il modello Expo ha vinto il primo round della digeribilità e della simpatia e ricompattato un'opinione pubblica ormai agonizzante. "Mi dispiace per quei ragazzi che hanno un concetto distorto della libertà" ha detto in maniera autentica una giovane donna di Milano mentre il giorno dopo ripuliva strade e muri. Ciononostante sin dal lunedì successivo, la forza del ragionamento è ripresa grazie a persone come Pietro del Soldà che a "Tutta la città ne parla" su Radio3 ha fatto parlare molte voci contrarie all'Expo. Una, interessante, chiedeva come mai i milanesi non sono scesi in piazza quando sono scoppiati in fila indiana scandali e tangenti.

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(fonte immagine)

di Monica Pepe

L’espressione “violenze al limite dell’autolesionismo” utilizzata da Luca Fazio sul Manifesto, all’indomani del corteo No Expo di sabato scorso ha tracciato meglio di altre quanto accaduto. Grazie a queste violenze il modello Expo ha vinto il primo round della digeribilità e della simpatia e ricompattato un’opinione pubblica ormai agonizzante. “Mi dispiace per quei ragazzi che hanno un concetto distorto della libertà” ha detto in maniera autentica una giovane donna di Milano mentre il giorno dopo ripuliva strade e muri. Ciononostante sin dal lunedì successivo, la forza del ragionamento è ripresa grazie a persone come Pietro del Soldà che a “Tutta la città ne parla” su Radio3 ha fatto parlare molte voci contrarie all’Expo. Una, interessante, chiedeva come mai i milanesi non sono scesi in piazza quando sono scoppiati in fila indiana scandali e tangenti.

Non credo che occorra riesumare trattati sulla psicologia delle masse per capire che non ti porterai mai nessuno dalla tua parte sfasciando tutto, non è certo così che “la folla senza testa” si identifica con il suo simile, al contrario si salda come una molla con il Capo. Pensare di produrre consapevolezza durante il climax della formalizzazione postcapitalistica erigendo la violenza come contronarrazione, vuol dire non avere neppure la consapevolezza di quanto si venga inghiottiti nello stesso disegno, diventandone lo scarico.

La violenza seduce perché mortifera e ancestrale ma non dispiega mai un principio trasformativo e imprendibile per il potere. Anche se esiste e appartiene a tutti indistintamente nelle sue diverse remote origini, la violenza è sempre fascista, e non produce mai l’alternativa. Credo che l’esperienza amara del branco mediatico sarà una spinta a crescere per Matteo ‘Tia’ Sangermano, il ragazzo che ha rivendicato in video la bellezza e l’emozione di trovarsi in mezzo alla distruzione, senza sembrare consapevole di cosa fosse Expo. “Io quando sono in mezzo ai disastri sono contento comunque, e quando c’è casino faccio casino anch’io”. Peccato che il padre gli abbia dato del ‘pirla’ senza pensare  quanto questa cosa lo riguardasse. Credo ce ne fossero molti come Tia all’interno del Corteo, a parlarci della piccola Isis nostrana, della violenza come afonia della rabbia giovanile, di cui né alla politica nè alla società degli adulti frega qualcosa, lisci come l’olio nel poter scaricare su tecnologie e social network la non consistenza dei ragazzi e delle ragazze di oggi. Vogliamo chiederci perché fanno tanta fatica a crescere, e cosa ci stanno dicendo?

Senza più padri né guide morali, è tutto sommato la migliore generazione della inedita epoca della anaffettività sociale e incorporea conclamata.

“Dovete ritenervi fortunati a non avere più delle guide che vi intralciano. E poi avete la rete!”. Emblematica a un convegno tempo fa, la risposta di un giornalista di esperienza a una ragazza che si chiedeva come farà la sua generazione senza punti di riferimento, senza intellettuali a cui guardare. Complimenti per la sconfitta.

Sappiamo bene che i rapporti di forza sono saltati da tempo. Una voragine di identità e di rappresentanza politica ha inghiottito da anni la sinistra in Italia, in una frattura temporale che ha scollato in un tempo rapidissimo una esperienza mentale del mondo da un’altra, che ha coinciso con la perdita di contatto tra una generazione e un’altra.

Riappare fantasmatico l’errore storico della sinistra italiana. L’aver pensato che il progresso dipendesse da questioni teoriche e politiche e non, come è, dalla trasformazione dei vissuti delle persone. Più che un errore una catastrofe, laddove senza neanche più la forza delle ideologie le macerie del postcapitalismo sottraggono in via definitiva la società come affaccio sul mondo. Peggio ancora, l’impellenza delle giovani generazioni di voler uscire dalla istituzione famiglia – la cellula sociale più reazionaria e conservatrice che esista – e poter mettere costi quel che costi nel piatto della vita Autonomia, Progetto, Creatività, per la conoscenza di sè, per produrre contatto con se stessi e con la propria storia. E sebbene condivida larga parte di quanto dice Bifo nel suo post “Dalla parte dei teppisti” credo che accanto e in mezzo ai tremila (?) che spaccavano le vetrine e ai 17.500 che lavorano gratis per il vergognoso modello Expo, ci sono giovani che lottano ogni giorno per avere un lavoro, un’autonomia, un progetto di vita, nonostante la sottrazione della dignità e dei diritti. Non sono degli sconfitti, sono ragazzi e ragazze che non si arrendono perché godono del contatto con la loro vita.

Tutto rema contro la naturale spinta al cambiamento che viene dalla forza rivoluzionaria dei giovani contro cui si accanisce un sistema di mummie viventi di potere, anche quando hanno 40 anni come Matteo Renzi. Ma è solo colpa del potere?  O i giovani di oggi parlano di un fallimento depositato da una intera genealogia di padri? Ormai possiamo arrivare ai nonni.  Insegniamo ai ragazzi a combattere davvero. La pornografia di cui ha parlato Christian Raimo a proposito degli scontri si combatte con le passioni vere, immaginate e vissute. Sappiamo ancora farci travolgere, sappiamo ancora trasmetterle?

Terra, cibo, tradizione e futuro è quanto ha offerto Genuino Clandestino a Milano con un banchetto allegro e contadino in piazza XXV aprile domenica 2 maggio (dopo aver partecipato il giorno prima alla manifestazione), avvicinando tante persone anche grazie alla presenza di un uomo leggendario, pieno di ogni dignità e umanità: Hugo Blanco, 81 anni di cui 60 spesi per le lotte per la terra in Perù e a fianco degli Indios. Prendo le parole del suo ultimo libro “Noi, gli Indios” (Nova Delphi) e anticipo l’obiezione: sono parole irrealistiche? Forse dovremmo chiederci di quale realtà è fatta la nostra vita di ogni giorno.

Ecco quello che scrive Blanco: “Un mondo d’amore, un mondo senza guerre, dove il lavoro non sia un peso ma un piacere, un mondo dove non ci sia fame nè ingordigia, dove non ci sia repressione sessuale e quindi dove non ci sia voracità sessuale, dove tutti abbiano una casa e non ci siano potenti in grandi palazzi, dove per salire non sia necessario calpestare la testa di un altro dove nessuno cerchi di essere il più intelligente, la più bella, il più forte, il migliore dove usiamo solo ciò che ci serve non ciò che ordina la pubblicità e la moda, dove possiamo essere diversi e amarci, dove ci rivolgiamo a Madre Natura con l’amore di figli, non come suoi nemici dove il tempo sia per vivere non per produrre e consumare un mondo che non sarà come io voglio ma come l’umanità che lo costruisce deciderà, un mondo di luce che appena possiamo scorgere fra le tenebre in cui viviamo, costruiamolo”.

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