Fabio Geda Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabio-geda/ un blog di approfondimento culturale Tue, 08 Sep 2020 12:18:28 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fabio Geda Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabio-geda/ 32 32 Andata e ritorno, la storia di un figlio raccontata da Fabio Geda e Enaiatollah Akbari https://minimaetmoralia.it/libri/andata-ritorno-la-storia-un-figlio-raccontata-fabio-geda-enaiatollah-akbari/ https://minimaetmoralia.it/libri/andata-ritorno-la-storia-un-figlio-raccontata-fabio-geda-enaiatollah-akbari/#respond Tue, 08 Sep 2020 12:18:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44039 “Una delle prime cose che mi ha chiesto è stata se mangiavo. Cioè, dico: se mangiavo. La domanda che una madre qualsiasi farebbe a un figlio qualsiasi, lontano da casa per una gita o una vacanza studio”.

Solo che quella di Enaiat (Enaiatollah) Akbari e della sua mamma (la chiama così e mai per nome, come la sorella che è detta gulpari, cioè petalo di rosa e il fratello norband, raggio di sole, perché “non riesco a levarmi di dosso la paura che ciò che racconto, anche per sbaglio, possa mettere in pericolo qualcuno”) non è una storia qualsiasi, tutt’altro.

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“Una delle prime cose che mi ha chiesto è stata se mangiavo. Cioè, dico: se mangiavo. La domanda che una madre qualsiasi farebbe a un figlio qualsiasi, lontano da casa per una gita o una vacanza studio”.

Solo che quella di Enaiat (Enaiatollah) Akbari e della sua mamma (la chiama così e mai per nome, come la sorella che è detta gulpari, cioè petalo di rosa e il fratello norband, raggio di sole, perché “non riesco a levarmi di dosso la paura che ciò che racconto, anche per sbaglio, possa mettere in pericolo qualcuno”) non è una storia qualsiasi, tutt’altro.

Enaiat ha attraversato il mare e la terra a dieci anni, e sua madre nulla sa di quel che gli è successo dopo che dall’Afghanistan lei lo ha portato a Quetta, in Pakistan, per fargli salva la vita e lì lo ha lasciato, ma non per abbandonarlo, tutt’altro: per regalargli una speranza di salvezza. E suo figlio, sfidando “i coccodrilli” che infestano i mari dell’immaginazione di ogni bambino, e che fuor di metafora sono i giorni e giorni di cammino nella neve, quelli in cui si è dovuto nascondere nel doppio fondo di un camion, la ferita fisica che gli è stata inferta, e la paura – di morire, di non farcela – infine invece ce l’ha fatta: ha raggiunto l’Italia e la sua storia è poi diventata un best seller (Nel mare ci sono i coccodrilli, Baldini+Castoldi 2010) uscito dalla fortunata penna di Fabio Geda ch’è come se quella trama l’avesse già avuta dentro. E l’ha fatta girare in più di trenta paesi.

Mamma non sa più niente di Enaiat per anni, né lui di lei, così quando il bambino, divenuto un ragazzo e poi un giovane adulto, decide di mandarla a cercare i tempi sono maturi perché quello che è successo nei due lustri italiani di Enaiatollah Akbari diventino nuovamente una storia firmata ancora da Geda e questa volta esplicitamente anche dal suo protagonista.

Viene quindi alla luce, per lo stesso editore, Storia di un figlio. Andata e ritorno perché madri e figli non si smette mai di esserlo, qualunque cosa succeda. E non si smette di chiedere “se hai mangiato” (lei, loro – le madri –) e di sentirsi incompresi e scegliere di non dire (lui, loro – i figli –): “Perché parlarne avrebbe voluto dire affrontare la notte d’autunno […] quando mi aveva fatto fare tre promesse e al mattino non l’avevo trovata più; significava decidere se ero arrabbiato e se c’era qualcosa da perdonare, se l’avevo già perdonata o se invece dovevo ringraziarla”.

E non è questo che succede sempre, tra un genitore e un figlio? Che il primo, il quale altro non vorrebbe se non portare per mano il secondo lungo i sentieri stretti così come le autostrade, si debba forzare di lasciarlo andare, guardarlo anche cadere, se ne ha la fortuna, o addirittura senza neppure vedere o sapere. E che il secondo si arrabbi, metta tra sé e le sue origini una distanza all’apparenza incolmabile per un tradimento che inevitabilmente s’è dovuto compiere: lei, o anche lui (il padre), lo hanno lasciato solo. Ma è in questa condizione che un figlio o una figlia possono davvero conoscere il mondo, ed esser pronti al loro personale nóstos, il ritorno. Questo è successo a Enaiat, e succede, invero, a ciascuno.

Un conto però è, come in questo romanzo di autofiction, essere stranieri altrove – peraltro il protagonista è un hazara, cioè di un’etnia che si dice derivi da Gengis Khan, perseguitata da sempre – e accettare con benevolenza la propria condizione di diversità, a distanza, e sentendola per questo vicina, e un conto è decidere di tornare lì dove sei simile tra i simili, eppure diverso, e inoltre incredibilmente cambiato dagli eventi.

Il primo nóstos di Einaiat avviene dunque attraverso il telefono, quando, dopo otto anni, parla di nuovo a sua madre: “Stava piangendo anche lei […] e quel sale e quei sospiri erano tutto ciò che un figlio e una madre possono dirsi dopo tanto tempo. […] In quel momento ho saputo che era ancora viva. E forse, lì, mi sono reso conto per la prima volta che lo ero anche io”.

Perché se i figli vanno lasciati andare, ecco che quelli hanno il compito (o forse la necessità) di tornare. Come fa Enaiatollah che con fatica rientra al suo paese – dopo una trafila di visti, certificati, bollette della luce di case lontane da presentare a chi nulla sa o immagina e nemmeno si sforza di capire – e non è un caso, forse, che sia proprio laggiù che il giovane uomo incontra l’amore, a prima vista, per la bella Fazila, una ragazza con cui tutto si compie secondo tradizione ma che poi Enaiat porta con sé in Italia.

“Non crediate che sia tutto margherite e grigliate” ci ammonisce “anche tra di noi c’è chi fatica”, però poi aggiunge: “Lei sta imparando l’italiano […] ma io invece adoro sentirla parlare afghano. […] Volete mettere entrare in casa, qualsiasi cosa questa parola meravigliosa voglia dire, e sentir parlare la tua lingua madre?”.

Ecco, appunto. Madre.

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Né lettori né scrittori: l’Italia è un paese senza https://minimaetmoralia.it/scrittura/ne-lettori-ne-scrittori-litalia-e-un-paese-senza/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/ne-lettori-ne-scrittori-litalia-e-un-paese-senza/#comments Fri, 05 Sep 2014 08:23:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23115 Pubblichiamo un intervento di Fabio Geda apparso sul Corriere della Sera ringraziando l'autore e la testata.

di Fabio Geda

Che siamo un paese di romanzieri e poeti con un libro nel cassetto. Che tutti scrivono e nessuno legge. E che se tutti quelli che vogliono pubblicare un libro andassero a comprarne dieci il mercato risorgerebbe. Questo, si dice. Ora, il fatto è che non è vero. I dati pubblicati dall’Eurobarometro alla fine del 2013 (scoperti grazie a un gioiellino di libro: Un millimetro in là, dialogo tra Giorgio Zanchini e Marino Sinibadi pubblicato da Laterza) che analizzano la partecipazione culturale nei vari Paesi europei hanno spazzato via questa leggenda: la media di chi scrive, in Italia, è meno della metà di quella europea. Non siamo un paese di lettori così come non siamo un paese di scrittori. Punto.

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Pubblichiamo un intervento di Fabio Geda apparso sul Corriere della Sera ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Fabio Geda

Che siamo un paese di romanzieri e poeti con un libro nel cassetto. Che tutti scrivono e nessuno legge. E che se tutti quelli che vogliono pubblicare un libro andassero a comprarne dieci il mercato risorgerebbe. Questo, si dice. Ora, il fatto è che non è vero. I dati pubblicati dall’Eurobarometro alla fine del 2013 (scoperti grazie a un gioiellino di libro: Un millimetro in là, dialogo tra Giorgio Zanchini e Marino Sinibadi pubblicato da Laterza) che analizzano la partecipazione culturale nei vari Paesi europei hanno spazzato via questa leggenda: la media di chi scrive, in Italia, è meno della metà di quella europea. Non siamo un paese di lettori così come non siamo un paese di scrittori. Punto.

Piuttosto siamo un paese di gente che desidera pubblicare, questo sì. Gente convinta che ciò che ha scritto abbia le potenzialità di un bestseller e che una volta pubblicato con un qualche piccolo editore (magari a pagamento, giusto per soddisfare l’ego) s’adira perché il mondo non ha riconosciuto il suo talento. La mancanza d’umiltà e la ricerca della fama: ecco il problema su cui concentrarsi. Scrivere è un’esperienza straordinaria: serve ad appropriarsi di se stessi e della realtà, a fare ordine, a restituire esperienze e a diffonderle. Se poi si scrive narrativa, dando vita a personaggi che sono altro da noi, si sperimenta la magia di svestire i nostri panni per indossare quelli impregnati da altre esistenze: cambiare sesso, cambiare epoca, cambiare indole. Quando sento qualcuno dire che bisogna dissuadere le persone dallo scrivere mi viene voglia di schiaffeggiarlo con un guanto e sfidarlo a duello. Ma stiamo scherzando? Ma perché? Vogliamo forse dissuadere la gente dal dipingere o dal cucinare o dal fare sport? Il problema è educare le persone al gesto puro, non viziato dall’ansia del riconoscimento, del successo.

Scivolo su me stesso, perdonatemi: ma sono l’esempio migliore che ho sottomano. Scrivo da quando ho quattordici anni e non ricordo un solo momento della mia vita in cui non mi stessi cimentando con un romanzo. Vent’anni dopo aver cominciato, a trentaquattro, una cosa che avevo scritto mi è sembrata avere una sua piccola dignità e mi sono deciso a spedire il manoscritto a qualche editore: due mesi dopo venivo contattato da Instar Libri e Marcos y Marcos. Così tutto è cominciato.

Prima del romanzo che sarebbe diventato il mio esordio non avevo mai fatto girare nulla. Per vent’anni avevo scritto in silenzio, nell’intimità della mia casa, consapevole – da buon lettore qual ero – che le storie cui davo vita erano acerbe nella lingua, grezze nella drammaturgia e piene di già-visto e già-sentito. Ero infelice? No, affatto. La gioia e l’ossessione con cui coltivavo il mio immaginario cercando di trasformarlo in romanzo erano le stesse di oggi. Ed ero pronto (giuro) a continuare a scrivere nel silenzio della mia cameretta per il resto della vita facendo nel frattempo tutt’altro mestiere per il semplice fatto che è il gesto dello scrivere che mi rende felice. Ora, certo, quello spazio si è fuso con il lavoro e quindi tutto è amplificato. Ma amo fare anche tante altre cose che non diventeranno mai un mestiere e che sono relegate agli scampoli del tempo, e che non per questo amo di meno.

Quindi scrivete, leggete e scrivete; dedicate a lettura e scrittura parte delle vostre giornate. Prendete appunti, trasformateli in racconti; tenete un diario. Usate la lingua per indagare il mondo. Non c’è nulla di alchemico in tutto questo, lo scrittore non è uno sciamano: è un artigiano. Per migliorare andate a lezione dai grandi maestri smontando i loro libri e se questo non basta cercatevi delle persone con cui discuterne: circoli di lettura, incontri con gli autori, o anche solo le vostre librerie: andate a parlare con il vostro libraio. Lasciate che le parole abitino e trasformino la vostra vita. Coltivatele. Quello che riceverete in cambio è una straordinaria sensazione di libertà.

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Rushdie a Tirana https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/#comments Tue, 08 May 2012 09:10:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7719 Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l'autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d'espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell'islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda... Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell'opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell'ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L'incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l’autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d’espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell’islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda… Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell’opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell’ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L’incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

La reazione islamica, in quello che fino a vent’anni fa era costituzionalmente l’unico stato ateo al mondo, non si è fatta attendere.

Ermir Gjinishi, leader della comunità islamica albanese, ha subito detto che la pubblicazione del libro è una provocazione inaccettabile per il mondo musulmano: “Offende il profeta e il corano, e creerebbe inutili tensioni in Albania”. Su posizioni più radicali Roald Hysa del Forum musulmano: “Salman Rushdie è uno scrittore mediocre che ha scritto cose molto offensive”: A suo dire Dudaj intende solo commercializzare tali offese: “Non è possibile calpestarci in questo modo. Noi siamo contrari al rogo dei libri, non siamo certo l’Inquisizione. Tuttavia non possiamo escludere che qualche credente possa sentirsi autorizzato a compiere atti estremi. Non garantiamo nulla.”

L’intuizione di Hitchens sembra materializzarsi davvero. Vent’anni sono passati invano. Nel luglio del 1991 Ettore Capriolo, traduttore del libro in italiano, venne pugnalato nella sua casa milanese. Fortunatamente sopravvisse all’attentato, a differenza del  traduttore giapponese, Hitoshi Igarashi, che venne ucciso a Tokyo pochi giorni dopo. L’editore norvegese William Nygaard venne invece ferito a colpi d’arma da fuoco nell’ottobre del ’93.

Oggi come ieri, le intimidazioni contro editori e traduttori di Rushdie partono immediatamente al solo annuncio della pubblicazione, mesi prima dell’uscita effettiva in libreria, creando una condizione di tensione crescente. Ma oggi più di ieri l’odio e gli insulti si moltiplicano in rete, nei commenti anonimi intrisi di offese maschiliste contro l’editrice “blasfema”. Arlinda Dudaj afferma molto lucidamente: “Il problema non è l’islam, ma l’islamismo politico che pretende di governare ogni aspetto della vita, e di ridurre l’intera società alla sua interpretazione. Invece ogni autorità (religiosa, politica, culturale, economica) deve poter essere criticata. È questo il senso di una società moderna, libera da autoritarismi. E se vogliamo farne parte, dobbiamo tenerne conto.”

Sullo sfondo si delinea uno scontro culturale tra due Albanie: una colta, laica, cosmopolita e una avvitata intorno alle sue tradizioni, a presunte “radici” riscoperte negli anni del post-comunismo. Ma il caso-Rushdie funziona anche come cartina al tornasole delle trasformazioni interne all’Islam albanese, nell’unico paese europeo in cui il 70% della popolazione si definisce musulmano. Chiaramente si sta delineando una frattura. Da una parte c’è un islam tradizionale, blandamente conservatore, di derivazione ottomana. Dall’altra ci sono alcune nuove moschee finanziate dagli stati del Golfo. Sono queste il luogo di ritrovo dei filo-arabi, tendenzialmente più giovani, e potenzialmente sedotti dalla retorica radicale. In un paese in rapida trasformazione sociale e culturale, il caso-Rushdie (di cui ormai si parla in tutte le tv e su tutti i giornali) li sta facendo uscire allo scoperto.

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