Fabrizia Ramondino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabrizia-ramondino/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Mar 2020 14:30:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fabrizia Ramondino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabrizia-ramondino/ 32 32 Ritorno al celeste e nubile santuario di Enzo Moscato https://minimaetmoralia.it/teatro/ritorno-al-celeste-nubile-santuario-enzo-moscato/ https://minimaetmoralia.it/teatro/ritorno-al-celeste-nubile-santuario-enzo-moscato/#respond Tue, 17 Mar 2020 13:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42656 (fonte immagine)

Ritorna sulle scene – e tornerà, ci auguriamo, quando questi giorni difficili saranno passati – Festa al celeste e nubile santuario, testo scritto nel 1983 dal drammaturgo napoletano Enzo Moscato, e si porta dietro le immagini del vicolo, dei bassi napoletani e delle persone che li animano, veri e propri ritornanti che hanno lo splendore e la miseria di una città sospesa tra passato e futuro.

Elisabetta, Annina, Maria, le tre sorelle protagoniste di questo meraviglioso testo, sono tre anime dei Quartieri Spagnoli di Napoli, corpo e voce di una città fertile, pregna di credenze e racconti, ancorata ad un tempo fatto di stradine e slarghi, case vecchie e nenie. Sono ossessionate dalla Vergine Maria al punto da farne un culto privato, delirante, a partire dai loro nomi che sono quelli della Madonna, di sua madre e della cugina.

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Ritorna sulle scene – e tornerà, ci auguriamo, quando questi giorni difficili saranno passati – Festa al celeste e nubile santuario, testo scritto nel 1983 dal drammaturgo napoletano Enzo Moscato, e si porta dietro le immagini del vicolo, dei bassi napoletani e delle persone che li animano, veri e propri ritornanti che hanno lo splendore e la miseria di una città sospesa tra passato e futuro.

Elisabetta, Annina, Maria, le tre sorelle protagoniste di questo meraviglioso testo, sono tre anime dei Quartieri Spagnoli di Napoli, corpo e voce di una città fertile, pregna di credenze e racconti, ancorata ad un tempo fatto di stradine e slarghi, case vecchie e nenie. Sono ossessionate dalla Vergine Maria al punto da farne un culto privato, delirante, a partire dai loro nomi che sono quelli della Madonna, di sua madre e della cugina.

Tutto nasce da Maria, la sorella muta che, d’improvviso, resta incinta, forse, come crede la sorella Elisabetta, per opera dello Spirito Santo. La loro casa viene segnata con una croce nera dal sacerdote del quartiere che non crede alla loro follia e le dichiara eretiche. Ma le tre sorelle sono legate da un rapporto genetico indissolubile e, probabilmente, da un filo diretto con la Santissima Trinità. Un equilibrio che verrà interrotto da Toritore (interpretato da Giuseppe Affinito), un giovane scemo che diverrà l’amante di Anna e Maria.

Calarsi in un lavoro di Enzo Moscato significa calarsi in una realtà linguisticamente diversa da quella offerta dalla Napoli contemporanea, sia televisiva (Gomorra, L’amica geniale) che reale.

Fabrizia Ramondino, nell’introduzione a “L’Angelico Bestiario” di Enzo Moscato scrive:

Il napoletano di Enzo Moscato attinge tanto ai bassifondi (ai bassi e ai fondaci) della lingua che alla sua tradizione letteraria più alta, al barocchismo del favolista Basile, ma anche al lirismo dell’antica canzone. E il pastiche linguistico, al quale a volte ricorre, non è volto né a una maggiore leggibilità ‘nazionale’ del suo teatro né a esprimere lo sforzo piccolo-borghese di risalire, né a creare effetti comici (anche se questi due elementi non sono del tutto assenti), ma a trovare il luogo dell’incontro-scontro tra culture diverse, il porto franco dove si inventa il pidgin.

La Napoli di Enzo Moscato è lontana da ogni retorica borghese, sin dalle sue prime prove teatrali, ed è abitata dalle persone che l’hanno animata nel tempo, a partire da Parthenope, fondata dai Cumani nell’VIII secolo a.C., fino a oggi. Probabilmente, per questo, i suoi testi in napoletano hanno anche parole in latino, in italiano, in francese, in spagnolo. La lingua di Moscato è un concentrato di echi cittadini, è lo strumento che esprime la coralità di una città dal multiforme idioma, che innerva il ciclo vitale di tutte le classi sociali e convive/confligge con l’estraneo, lo Straniero.

Moscato scava nelle macerie della città, tra gli accidenti, gli scarti di una Napoli trasformata, dove ancora, tra gli anfratti, può ritrovare qualche testimonianza sfuggita al capitalismo dei ricordi. Non è sua intenzione salvare la storia della città ma il suo desiderio è di estrarre dalle rovine tutto ciò che non è stato attualizzato.

Il teatro di Moscato, soprattutto Festa al celeste e nubile santuario, non fa concessioni allo spettatore, la scena si fa segno e, su quella lingua babelica, confusa, pregna di riti e immagini, costruisce un lavoro potente, affidato alla bravura delle tre interpreti – Cristina Donadio, Lalla Esposito e Anita Mosca – che, con la mimica e un’espressività tipicamente vesuviana, inchiodano lo spettatore alla poltrona e lo trasportano in una realtà “altra”.

Una riedizione importante, che riparte dalla messa in scena firmata da Armando Pugliese con Isa Danieli, Angela Pagano e Fulvia Carotenuto nel 1989 ma mette in campo tutta la genetica del teatro moscatiano, dall’Angelico Bestiario fino a Ronda degli ammoniti. La struttura narrativa è, sì, lineare ma trascende la tradizionale rappresentazione; in essa convive il sacro e il profano del teatro napoletano e, soprattutto, dialoga con i grandi assenti fondendoli in una drammaturgia piena di parallelismi con Ruccello, De Berardinis e Neiwiller.

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Possibilmente il più innocente. Una lettera di Anna Maria Ortese https://minimaetmoralia.it/estratti/possibilmente-il-piu-innocente-una-lettera-di-anna-maria-ortese/ https://minimaetmoralia.it/estratti/possibilmente-il-piu-innocente-una-lettera-di-anna-maria-ortese/#comments Fri, 29 Jul 2016 05:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31668 Franz Haas, giovane studioso austriaco, approda a Napoli nell'autunno  1986 per insegnare all'Istituto Universitario Orientale. Porta con sé,  come guida spirituale per l'ingresso nella città Il mare non bagna Napoli. Poco prima, in un negozio della capitale aveva scoperto Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese, che leggeva estasiato, ritenendolo giustamente un capolavoro, "un'opera d'arte di tale bellezza  come di rado mi è capitato (con Kafka forse)". Una sera Haas – che  condivideva un appartamento con Andreas. F. Muller (coautore del libro Dadapolis) – invitò a cena Fabrizia Ramondino e la scrittrice raccontò che ad Anna Maria Ortese occorrevano alcune fotografie di una zona di Napoli, il Pallonetto di Santa Lucia, per la stesura di quello che sarebbe stato poi Il Cardillo addolorato.

Franz Haas si assume il compito di scattare le foto e scrive una lettera all'anziana scrittrice, offrendosi di consegnarle di persona, esprimendo al contempo la sua grande ammirazione per "Il porto di Toledo", il romanzo per certi versi più sfortunato della Ortese. Lo studioso austriaco raggiunge i vicoli del Pallonetto e scatta le foto con una piccola Contax e intanto aspetta la risposta da Rapallo che non tarda di molto. Prende avvio così un rapporto di amicizia fraterna testimoniato da un libro di recente pubblicazione: Anna Maria Ortese, Possibilmente il più innocente, Lettere a Franz Haas (1990-1998), a cura di Francesco Rognoni e del destinatario, Sedizioni, pp. 191, euro 25.00.

di Anna Maria Ortese

Rapallo, 21 marzo 1990

Gentile Signor Haas, ho ricevuto la Sua lettera e La ringrazio molto della Sua stima e della Sua cortesia. Ma ringraziare è una parola povera, che adopero perché necessario così. In realtà, la Sua lettera mi  ha portato una emozione felice e infelice insieme, che non conosco più da tempo.

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Franz Haas, giovane studioso austriaco, approda a Napoli nell’autunno  1986 per insegnare all’Istituto Universitario Orientale. Porta con sé,  come guida spirituale per l’ingresso nella città Il mare non bagna Napoli. Poco prima, in un negozio della capitale aveva scoperto Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese, che leggeva estasiato, ritenendolo giustamente un capolavoro, “un’opera d’arte di tale bellezza  come di rado mi è capitato (con Kafka forse)”. Una sera Haas – che  condivideva un appartamento con Andreas. F. Muller (coautore del libro Dadapolis) – invitò a cena Fabrizia Ramondino e la scrittrice raccontò che ad Anna Maria Ortese occorrevano alcune fotografie di una zona di Napoli, il Pallonetto di Santa Lucia, per la stesura di quello che sarebbe stato poi Il Cardillo addolorato.

Franz Haas si assume il compito di scattare le foto e scrive una lettera all’anziana scrittrice, offrendosi di consegnarle di persona, esprimendo al contempo la sua grande ammirazione per “Il porto di Toledo”, il romanzo per certi versi più sfortunato della Ortese. Lo studioso austriaco raggiunge i vicoli del Pallonetto e scatta le foto con una piccola Contax e intanto aspetta la risposta da Rapallo che non tarda di molto. Prende avvio così un rapporto di amicizia fraterna testimoniato da un libro di recente pubblicazione: Anna Maria Ortese, Possibilmente il più innocente, Lettere a Franz Haas (1990-1998), a cura di Francesco Rognoni e del destinatario, Sedizioni, pp. 191, euro 25.00.

di Anna Maria Ortese

Rapallo, 21 marzo 1990

Gentile Signor Haas, ho ricevuto la Sua lettera e La ringrazio molto della Sua stima e della Sua cortesia. Ma ringraziare è una parola povera, che adopero perché necessario così. In realtà, la Sua lettera mi  ha portato una emozione felice e infelice insieme, che non conosco più da tempo.

In breve: quando scrissi Toledo, e per molto tempo dopo, amavo questo libro, lo consideravo il mio più caro e fondamentale. Poco  alla volta, sono stata svegliata: il libro era cosa illeggibile, e io – dopo tanti beati anni d’illusione – non ero più nulla. Toledo, insomma, è stata l’esperienza letteraria umiliante, l’esame – la prova  d’esame – in cui sono caduta.

Se, dopo, qualcuno ha cercato di rivalutare altri miei libri – Toledo mai – questo non ha cambiato le cose. E dopo quel libro – per il gran silenzio e spesso il compatimento avvertito intorno – io non sono stata più la stessa, e ho conosciuto una lunga-lunga depressione.

E come, se dopo una giornata piena di dispiaceri, ci si addormenta, e poi ci si sveglia che è sera, e il  giorno non riserva più nulla: così, con tanta ombra nel cuore ho vissuto. E a quel libro, sempre alle mie spalle come un reato, ho cercato – cerco – di non pensare più.

Ecco perché la Sua lettera ha suscitato in me una emozione. E – con l’emozione – ha rinnovato tutti i miei dubbi sul resto della mia “opera” (esigua, e anche contraddittoria, e trascurata nella scrittura): sono stata una persona che ha fatto qualcosa? Oppure ho solo tentato? Vivo quasi fuori del mondo, con questo cruccio, con questa domanda senza risposta – e in un timore infinito del mio Paese, che mi ha dato qualcosa (per vivere) solo da alcuni anni, e per il quale – in sostanza – e certo a causa del linguaggio – e della visione del mondo soprattutto – sono stata e resto una straniera.

Questo il mio vero “male”, e questo il motivo per cui ho finito d’isolarmi: per non accettare che l’estraneità mi era stata data, per affermare che  l’avevo voluta io. Uno stupido orgoglio, in fondo. Metà della mia lettera se n’è andata in queste deboli spiegazioni. (Le spiegazioni reali sono sempre invisibili e sempre più forti di quelle che presentiamo.)

Quando Lei verrà a Rapallo – perché spero proprio che venga – mi auguro di esser così saggia da non parlare più di questo argomento (Toledo), né di questa esperienza di estraneità. Adesso, sto scrivendo, e avrei quasi finito, un libro-fiaba. C’è una Napoli di memoria, del tempo borbonico, e ci sono luoghi che probabilmente non esistono più. Quando verrà, parleremo anche di questo, se Lei vorrà.

Sono curiosa di vedere le fotografie del Pallonetto. Sono soprattutto riconoscentissima. Lì, al Pallonetto, era nata e cresciuta, nella realtà storica, la persona che è al centro del libro. Io ne ho saputo qualcosa dal sentito dire di alcune generazioni. E anche della casa dove abitava. Ma era qualcosa di ancora più vago della Reggia della Sirenetta in fondo al mare. C’è stata mai una casa così ricca e silenziosa? La sede è improbabile – ma le fiabe – o i sogni – non tengono conto di queste cose.

Proprio a causa di questo libro – che porto avanti da alcuni anni, leggero e inconsistente come una ragnatela d’argento che voli nell’aria – libro che in aprile dovrei poter finire – proprio a causa di questo lavoro non Le dico, caro Signor Haas, di incontrarci ora. Se a Lei non dispiacesse rimandare, sarei più tranquilla di attendere, per questo incontro, la fine di aprile. A Lei va bene? Ora, con questi personaggi e queste cose “non esistenti”, vivo un periodo ansioso e faticoso.

Così, potrà venire a Rapallo in aprile? Se me lo consente, potrei fissare per Lei un albergo – in modo che possa riposare e non essere stanco – e sarebbe assolutamente mio ospite. Faccio così quasi sempre, quando amici vengono fuori a cercarmi – perché ho una casa soffocata e periferica, che non è fatta per la conversazione. Dunque: rimango in attesa di una Sua risposta, senza fretta, perché ci sono ancora quaranta giorni.

Non so se conosce Rapallo: una cittadina come tante, ma la gente è molto buona. Grazie di tutto quanto c’è nella Sua lettera, di attenzione alle mie cose. A me, sembra che non potrò o saprò dirLe quasi niente, dopo quanto Le ho detto; anche perché non sono molto informata su quanto accade nel mondo della letteratura, mi sembra solo di conoscere le tendenze generali, forse più importanti della “letteratura” (che fiorisce, che forse è bene, solo ogni cento anni!)

Buon lavoro, caro Signor Haas. E ancora grazie-grazie! Tanto cordialmente, Anna Maria Ortese. Questa lettera è scritta molto alla buona. Voglia scusarmi. Mi sembra quasi di non saper quasi più scrivere lettere. – Scusi, anche, le correzioni. Grazie.

Anna Maria Ortese

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Fabrizia Ramondino e i misteri di Althénopis https://minimaetmoralia.it/letteratura/ramondino-e-i-misteri-di-althenopis/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ramondino-e-i-misteri-di-althenopis/#respond Thu, 19 May 2016 12:28:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31036 Questa recensione è uscita sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Althénopis è innanzitutto la città benedetta per il gran numero dei suoi poveri. Compare quasi subito nel romanzo di Fabrizia Ramondino a cui dà il titolo, e che viene ora ristampato da Einaudi a 35 anni dalla sua prima edizione. Appare come un ventre caldo da cui si è fuggiti, ma che continua a formare e a determinare le proprie viscere, il proprio istinto, le proprie parole, i propri pensieri.

Althénopis, come scrive Fabrizia in una nota-digressione a margine di una delle prime pagine del libro, è «il nome della mia città natale. In origine il suo nome significava occhio di vergine. Ma pare che i tedeschi, durante l’occupazione, trovandola così imbruttita rispetto alle descrizioni di Mozart (riferite anche in una novella di Mörike) e di Goethe, le mutarono il nome in Althénopis, che starebbe appunto a significare occhio di vecchia. Alcuni letterati apologeti della nostra città accampano l’interpretazione occhio di saggio; contro questa interpretazione però si oppone da un lato la constatazione che i barlumi di saggezza sono ancora troppo tenui nella nostra città, come altrove, per essere considerati duraturi; dall’altro il dizionario tedesco stesso, dove saggio suona weise e non alt».

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Questa recensione è uscita sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Althénopis è innanzitutto la città benedetta per il gran numero dei suoi poveri. Compare quasi subito nel romanzo di Fabrizia Ramondino a cui dà il titolo, e che viene ora ristampato da Einaudi a 35 anni dalla sua prima edizione. Appare come un ventre caldo da cui si è fuggiti, ma che continua a formare e a determinare le proprie viscere, il proprio istinto, le proprie parole, i propri pensieri.

Althénopis, come scrive Fabrizia in una nota-digressione a margine di una delle prime pagine del libro, è «il nome della mia città natale. In origine il suo nome significava occhio di vergine. Ma pare che i tedeschi, durante l’occupazione, trovandola così imbruttita rispetto alle descrizioni di Mozart (riferite anche in una novella di Mörike) e di Goethe, le mutarono il nome in Althénopis, che starebbe appunto a significare occhio di vecchia. Alcuni letterati apologeti della nostra città accampano l’interpretazione occhio di saggio; contro questa interpretazione però si oppone da un lato la constatazione che i barlumi di saggezza sono ancora troppo tenui nella nostra città, come altrove, per essere considerati duraturi; dall’altro il dizionario tedesco stesso, dove saggio suona weise e non alt».

Althénopis esce per la prima volta nel 1981. Napoli, la città “occhio di vecchia”, è stata appena sventrata dal terremoto che segna il passaggio radicale da un’epoca all’altra, facendo quasi del tempo del dopo (il dopo-terremoto, il dopo le macerie) una condizione prolungata in cui si avviluppano regressioni pubbliche e private.

Scriveva Fabrizia Ramondino, come ricorda Silvio Perrella nella sua bella introduzione, che a differenza del dopoguerra e della Liberazione non regnava affatto l’allegria dopo il terremoto del 1980 a Napoli: «I primi mesi che lo seguirono furono come un eterno ’43, senza né fine né inizio…» È in quel contesto che Fabrizia scrive Althénopis. E nel chiamare la città con un altro nome è evidente il tentativo di porsi a qualche centimetro di distanza dalla realtà, per provare a guardare di sbieco se stessi e la propria storia. Ciò da cui si proviene.

Sino ad allora Fabrizia (nata nel 1936) aveva fatto politica più che scrivere, riuscendo a incarnare lo spirito migliore del ‘68 e del post-68 napoletano, quello meno ideologico e più attento al fare, all’incontro reale tra le persone, le classi, i generi, le generazioni, e all’utopia di trasformare ognuna di quelle relazioni.

Nel 1977 aveva scritto per Feltrinelli un’inchiesta sui disoccupati organizzati, commissionata da Goffredo Fofi, altro testo che oggi andrebbe riletto per capire origine e limiti di una stagione cruciale per la città e per il Mezzogiorno. Quattro anni dopo (ma sono quattro anni in cui, tra l’uccisione di Moro, il terrorismo, le stragi di mafia e il terremoto, l’Italia tutta è sconquassata, e ogni utopia appare una ferita aperta, se non addirittura pura illusione) aggiunge a quel “fare inchiesta” il guardare dentro se stessi della letteratura.

Ne esce un libro come Althénopis, caleidoscopio di narrazioni, e quindi persone, luoghi, fatti, aneddoti, rammemorazioni, che rivela subito la grandezza della scrittura di Fabrizia Ramondino. La sua densità, la sua ariosità, la sua visceralità, la stessa che emerge in tutti i suoi romanzi e in tutti i suoi racconti successivi.

Al centro di Althénopis si affastellano piani differenti. In tempo di guerra, la metropoli rimane sullo sfondo. Una famiglia approda in un paese della Costiera, qui chiamato Santa Maria del Mare. Quel mondo nuovo, misterioso e selvaggio che costituisce il rovescio di Althénopis, è il cuore delle reminiscenze dell’io narrante, che ricorda il suo essere stata bambina accanto a due donne fortemente segnate dalla vita: la madre e la nonna.

Lo scavo di quelle relazioni, di ciò che è infinitamente e minutamente umano al fondo di esse, un ordito femminile sovente al di qua del mondo dei maschi, è il compito che Fabrizia si dà. Come scrive a un certo punto «ognuno di noi ha un altro se stesso sepolto, che attende, con coperte faville, il suo giorno». Solo nella letteratura può essere afferrato ciò che nella politica, o in altre forme di scrittura, non può essere forse neanche sfiorato. Solo attraverso quello sguardo può emergere il peregrinare della vita.

Non solo i traumi e i lutti, ma anche gli eccessi, la gioia, l’amore. E poi i luoghi. Per Fabrizia – in Althénopis come nei romanzi e nei racconti successivi – non fanno mai da mero sfondo alla scena. Sono carne viva che entra in uno stato di simbiosi perfetta con gli uomini e le donne che li popolano. A Napoli, e altrove.

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Ricordare Rina Durante https://minimaetmoralia.it/ritratti/rina-durante/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/rina-durante/#comments Tue, 21 Jan 2014 11:57:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17774 Rina Durante è stata molte cose. Scrittrice, poeta, saggista, giornalista, “militante” culturale appartenuta a una stagione forse irripetibile della letteratura salentina, e più in generale pugliese. Rina morì nel dicembre del 2004, nove anni fa, e negli ultimi anni della sua intensa vita collaborò assiduamente al “Corriere del Mezzogiorno”.

Il suo articolo più bello, forse, è un lungo racconto dedicato alla “sua” isola, Saseno. Figlia di un sottufficiale di marina, Rina Durante aveva trascorso l'infanzia nell'isola che fronteggia il golfo di Valona, allora controllata dagli italiani. E, come ricordato nel film “L'isola di Rina” di Caterina Gerardi, in seguito ha tenuto sempre racchiuso dentro di sé, come un pungolo, questo peculiarissimo trascorso albanese e marinaro, la sua stramba infanzia tra le ginestre, che le permetteva di avere uno sguardo levantino, esterno, quasi di sbieco – si potrebbe dire –  rispetto alle faccende umane. Uno sguardo pienamente figlio del Canale d'Otranto, dei suoi intrecci e del suo meticciato culturale, che tanto ha segnato anche un'altra scrittrice che lei ha amato, Maria Corti. Ma nei suoi ultimi articoli per il “Corriere” Rina (che aveva a lungo scritto anche sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” e sul “Quotidiano”) si occupò anche d'altro, disegnando via via una costellazione di interessi e punti fermi, alla luce della quale indagare il nostro presente.

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Rina Durante BN

(Foto: un’immagine del film L’isola di Rina di Caterina Gerardi)

Rina Durante è stata molte cose. Scrittrice, poeta, saggista, giornalista, “militante” culturale appartenuta a una stagione forse irripetibile della letteratura salentina, e più in generale pugliese. Rina morì nel dicembre del 2004, nove anni fa, e negli ultimi anni della sua intensa vita collaborò assiduamente al “Corriere del Mezzogiorno”.

Il suo articolo più bello, forse, è un lungo racconto dedicato alla “sua” isola, Saseno. Figlia di un sottufficiale di marina, Rina Durante aveva trascorso l’infanzia nell’isola che fronteggia il golfo di Valona, allora controllata dagli italiani. E, come ricordato nel film “L’isola di Rina” di Caterina Gerardi, in seguito ha tenuto sempre racchiuso dentro di sé, come un pungolo, questo peculiarissimo trascorso albanese e marinaro, la sua stramba infanzia tra le ginestre, che le permetteva di avere uno sguardo levantino, esterno, quasi di sbieco – si potrebbe dire –  rispetto alle faccende umane. Uno sguardo pienamente figlio del Canale d’Otranto, dei suoi intrecci e del suo meticciato culturale, che tanto ha segnato anche un’altra scrittrice che lei ha amato, Maria Corti. Ma nei suoi ultimi articoli per il “Corriere” Rina (che aveva a lungo scritto anche sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” e sul “Quotidiano”) si occupò anche d’altro, disegnando via via una costellazione di interessi e punti fermi, alla luce della quale indagare il nostro presente.

Un tema che a Rina Durante stava molto a cuore era quello del rapporto con la tradizione popolare, il rapporto con la tradizione dimenticata dei canti contadini e bracciantili, con la cultura grika, riportata alla luce a partire dagli anni sessanta da un attento e variegato movimento culturale di cui fu uno dei principali esponenti. Tale rapporto – aveva capito la Durante – non poteva essere neutrale, né poteva ridursi semplicemente a un recupero edulcorato, astorico e antistorico, come sovente è poi avvenuto nel nuovo secolo.  Rielaborare la cultura di quelle che Gianni Bosio aveva definito “classi non egemoni” voleva dire innanzitutto riconoscere le storie di sfruttamento, esclusione, miseria, fame, desiderio di rivolta che le avevano generate.

Tenerne conto era (ed è tuttora) anche il giusto modo per cogliere tutti i nessi tra cultura colta e popolare, i continui rimandi tra poesia e canti, come – riconobbe una volta la Durante proprio sulle pagine del “Corriere” – aveva compreso il suo amico e poeta Vittorio Pagano, altra figura da riscoprire della cultura salentina. “A fronte di un uso acritico del folklore, che è proprio dei nostri giorni”, scriveva Rina Durante in un ricordo del poeta scomparso nel 1979, “Pagano scompagina gli stereotipi di una letteratura anonima e spontanea, marca le linee di confine con le altre culture, e nel contempo suggerisce un’unità di fondo tra le due produzioni, la popolare e la colta. Che è un modo di guardare al folklore al di là degli schemi suggeriti dalla tradizione antropologica del secondo Novecento.” Il decennale della scomparsa della Durante si avvicina ed è tempo di un bilancio critico, oltre che della riscoperta della sua opera, in particolare di quei libri che appaiono ormai introvabili nelle librerie.

Rina è stata una scrittrice che si è mossa nell’arco del Novecento, tra due poli di scrittura che possono essere individuati nel suo romanzo “La malapianta” (edito da Rizzoli nel 1964) e i racconti contenuti in “Gli amorosi sensi” (edito da Manni nel 1996). “La malapianta”, muovendosi tra realismo e sperimentalismo, è la descrizione di un mondo contadino scombussolato, in preda a un processo di disintegrazione prima e dopo la seconda guerra mondiale (come notò ad esempio Tommaso Fiore, cui il libro piacque particolarmente). A cinquant’anni di distanza, il tono delicato e antiretorico di Rina tiene attaccati alla pagina; così come la maestria nell’adottare un montaggio corale, che spezza per certi versi i canoni del realismo più rigido, mostra tutta la tensione della sua ricerca letteraria.

“Gli amorosi sensi” sono invece racconti della piena maturità. Qui Rina Durante narra e medita l’amicizia con Vittorio Pagano e la scomparsa di un mondo culturale salentino vitalissimo (per quanto cresciuto “a parte”, per sentieri propri, rispetto ai centri metropolitani della cultura italiana: “Che vivessimo lontani dai grandi centri del potere editoriale ed economico era un grosso vantaggio, anzi un privilegio per noi”), la mutazione del paesaggio (“L’improvviso benessere ha messo in moto un meccanismo di piccole e grandi complicità che hanno coinvolto tutti, dalla classe politica agli amministratori, posti di fronte al dilemma se favorire la speculazione o perdere le elezioni, ai semplici cittadini desiderosi di possedere una casetta al mare”), il ritorno al privato (anche in provincia) dopo le speranze del ’68, la constatazione della difficoltà enorme di mutare il pantano dei rapporti umani (e soprattutto di poterlo fare attraverso la politica e la cultura).

Tra le pagine scorre una lucida e soffusa amarezza, sembra soffiare lo stesso vento che anima gli ultimi racconti di Fabrizia Ramondino (“Il calore”, “Arcangelo e altri racconti”). Siamo in territori simili, lo sguardo sugli esseri umani e loro cose è il medesimo. Rina, in fondo, è stata una narratrice dei margini. Di chi ci si trova per lo scandalo dell’ingiustizia sociale, di chi ci si colloca per scelta, di chi abita una “terra di mezzo” tra culture e mondi diversi.

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