Fabrizio Coppola Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabrizio-coppola/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Oct 2021 15:53:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fabrizio Coppola Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabrizio-coppola/ 32 32 Little Steven: il rock and roll, la grandezza e la lunga strada verso casa https://minimaetmoralia.it/musica/little-steven-il-rock-and-roll-la-grandezza-e-la-lunga-strada-verso-casa/ https://minimaetmoralia.it/musica/little-steven-il-rock-and-roll-la-grandezza-e-la-lunga-strada-verso-casa/#respond Fri, 15 Oct 2021 12:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49392 di Fabrizio Coppola “A volte la vita non va come avevamo immaginato, e quindi ci imbarchiamo in un viaggio, un viaggio alla ricerca di noi stessi, di ciò che ci manca e di un posto che possiamo chiamare casa. E poi, magari decenni dopo, scopriamo che quel posto era sempre stato con noi, e che […]

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di Fabrizio Coppola

“A volte la vita non va come avevamo immaginato, e quindi ci imbarchiamo in un viaggio, un viaggio alla ricerca di noi stessi, di ciò che ci manca e di un posto che possiamo chiamare casa. E poi, magari decenni dopo, scopriamo che quel posto era sempre stato con noi, e che avremmo potuto raggiungerlo senza muoverci di un millimetro. Questo non vuol dire che il viaggio sia inutile, anzi, è necessario. È un viaggio di scoperta di se stessi.”

Questo mi risponde Little Steven, storico collaboratore del Boss e chitarrista della E Street Band, attore e attivista politico, quando gli chiedo di spiegarmi un po’ meglio l’episodio di cui scrive nell’ultimo capitolo della sua autobiografia, pubblicata in Italia da Il Castello nella traduzione di Sara Boero. In quel capitolo il nostro racconta della volta in cui a Londra, il giorno dopo aver girato un cameo per l’ultimo film di Scorsese, The Irishman, era volato a Londra per una tappa del suo tour solista. E quella sera Paul McCartney era salito sul suo palco per un duetto. In quel momento Steven Van Zandt aveva avuto un’epifania: era finalmente a casa, accanto all’incarnazione vera e propria di tutto ciò che lo aveva trasformato nell’uomo che era, una casa che in qualche modo era sempre stata con lui.

È strano conoscere gli eroi della propria gioventù, anche se nel caso di Little Steven l’uomo si sovrappone perfettamente al personaggio – e lo sguardo in tralice e il ghigno imperscrutabile che abbiamo imparato ad amare nelle foto che lo ritraevano sul palco accanto al suo amico Bruce gli si dipinge sul volto anche se non sta impugnando una Stratocaster. Con indosso un’ampia camicia patchwork multicolore, un paio di jeans e stivaletti di cuoio marrone, oltre al sempiterno foulard a coprire il capo, Little Steven si sottopone con una certa gioia al fuoco di fila delle domande rivoltegli da Niccolò Vecchia, Claudio Agostoni e da me per questa chiacchierata sul palco dell’Arci Bellezza trasmessa in diretta da Radio Popolare.

Chiudo per un attimo gli occhi e ritorno a quel periodo tragico e glorioso che passa per adolescenza, quando ho trascorso un’infinità di pomeriggi chiuso nella camera che condividevo con i miei due fratelli ad ascoltare un sacco di musica – ero un adolescente disadattato, ipersensibile e solitario. In particolare in quel periodo Springsteen e la E Street Band mi erano arrivati addosso come un treno in corsa – il Boss contava quattro e il mio cuore andava in pezzi. E quando alla fine di quei lunghi e solitari pomeriggi affollati di voci di musica mia madre chiamava dall’altra parte della casa per dire che la cena era pronta, io nicchiavo la prima volta, rispondevo con un “Arrivo” poco convinto la seconda e capitolavo la terza: in quei casi, se il brano non era ancora terminato, mi avvicinavo allo stereo Phillips che possedevamo allora – due posti cassetta, piatto e lettore cd – e sussurravo: “Scusate”, come un fedele costretto ad abbandonare la cerimonia prima della fine. Poi mi costringevo finalmente a premere il tasto Stop.

“Ho visto i Beatles, i Rolling Stones, Jimi Hendrix quattro volte… So riconoscere la grandezza quando me la trovo davanti agli occhi. Offro il mio supporto, cerco di rendermi utile. E anche se personalmente magari non raggiungerò mai quei livelli in campo artistico, aspiro sempre alla grandezza, ho un’etica del lavoro rigidissima e metto l’asticella sempre molto in alto.”

Sentire un uomo che nel corso di una vita a dir poco rocambolesca ha avuto modo di lavorare ai più alti livelli dell’industria discografica, televisiva e cinematografica, oltre ad aver davvero contribuito a cambiare davvero il mondo con le sue campagne politiche, esprimersi in questo modo e con una simile umiltà è una lezione da mandare a memoria e da portare sempre con sé.

Steve si gode gli applausi, l’abbraccio a distanza del sempre caloroso pubblico italiano. Poi tutto finisce, ci saluta con una stretta di mano, gli sussurro un “Grazie” e poi lo osservo abbandonare il palco scortato dai suoi assistenti. Io resto lì, un po’ inebetito, a rimuginare sulle circostanze della vita. E sul fatto che all’improvviso, in una tranquilla domenica di ottobre, si rifanno vivi tutti i sogni che avevi sognato, affiancati da quelli che stai sognando adesso e da quelli che sognerai. E ti senti finalmente a casa, la casa da cui non ti eri mai allontanato ma che hai impiegato quasi una vita e decine di migliaia di chilometri per raggiungere.

 

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Dispacci dalla frontiera: intervista a Francisco Cantù https://minimaetmoralia.it/interviste/dispacci-dalla-frontiera-intervista-francisco-cantu/ https://minimaetmoralia.it/interviste/dispacci-dalla-frontiera-intervista-francisco-cantu/#respond Mon, 13 May 2019 10:03:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40220 Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo, qui in una versione estesa.

Il suo libro lo ha dedicato "a tutti coloro che rischiano l'anima per attraversare o pattugliare un confine innaturale", restituendo alla frontiera la sua nature spirituale, che sì a che fare con i corpi, ma anche con l'arbitrio, le contingenze, le ragioni per cui scegliamo di vivere una vita piuttosto che un'altra, o di essere un tipo di persona e non un altro. Francisco Cantú ha scritto il suo luminosissimo Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 300, 18 euro) dopo avere studiato per anni all'università le relazioni tra Messico e Stati Uniti e avere lavorato come agente sul campo per la polizia di frontiera.

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Pubblichiamo un pezzo apparso su Robinson, che ringraziamo, qui in una versione estesa.

Il suo libro lo ha dedicato “a tutti coloro che rischiano l’anima per attraversare o pattugliare un confine innaturale”, restituendo alla frontiera la sua nature spirituale, che sì a che fare con i corpi, ma anche con l’arbitrio, le contingenze, le ragioni per cui scegliamo di vivere una vita piuttosto che un’altra, o di essere un tipo di persona e non un altro. Francisco Cantú ha scritto il suo luminosissimo Solo un fiume a separarci. Dispacci dalla frontiera (Minimum fax, traduzione di Fabrizio Coppola, pp. 300, 18 euro) dopo avere studiato per anni all’università le relazioni tra Messico e Stati Uniti e avere lavorato come agente sul campo per la polizia di frontiera.

Nato e cresciuto in Arizona, Cantú è pronipote di immigrati messicani, e in questo libro d’esordio fa il punto con lucidità e sentimento su una frontiera così sterminata e difficile da attraversare da mostrare l’assoluta irrilevanza sul territorio del progetto di muro sbandierato da Donald Trump a ogni corsa elettorale.

Le storie che racconta Cantú hanno per protagonisti immigrati che cercano quotidianamente di attraversare il deserto e agenti di frontiera che quotidianamente li fermano e li rimandano indietro, li soccorrono quando arrivano in tempo, li piangono o li ignorano quando li trovano morti. Alcuni di questi agenti sono brava gente, altri no. Quasi tutti gli immigrati sono persone disperate in fuga da un Messico che la violenza degli ultimi anni ha trasformato in un paese in stato di guerra permanente.

Ha capito dagli studi e poi dall’esperienza sul campo perché Donald Trump è così ossessionato dall’idea del muro?

Il muro tra il Messico e gli Stati Uniti in questi ultimi anni è diventato un simbolo, e Trump ha capito che come simbolo funziona a perfezione. “Muro” è una parola di sole quattro lettere, e chiunque riesce a visualizzare facilmente un muro, mentre altre soluzioni più complesse e articolate, come una nuova regolamentazione dei visti o il DACA o qualunque altro provvedimento riguardante gli immigrati che entrano irregolarmente negli Stati Uniti, rimangono concetti astratti, che l’americano medio fatica a immaginare. Il muro per Trump è l’equivalente di twitter, che nell’era dei social network è diventato il canale di comunicazione privilegiato dal presidente degli Stati Uniti. Ma la maggior parte degli americani sa che è completamente irrilevante costruire un muro di cemento lungo tremila chilometri in uno spazio così esteso, e si dice d’accordo solo perché la cosa non li riguarda. Chi è d’accordo con la costruzione del muro è quasi tutta gente che abita lontanissimo dal confine con il Messico, e che non ha la minima idea di come sia vivere sulla frontiera.

Dalla sua esperienza emerge in modo cristallino la perfetta inutilità e pericolosità delle politiche per la separazione delle famiglie adottate al confine.

Le recenti vicende riguardanti la separazione delle famiglie sono uno dei punti più bassi raggiunti nella storia delle relazioni tra gli Stati Uniti e il Messico, uno di quegli episodi a cui guarderemo a lungo vergognandoci di essere americani. Ma era anche una deriva prevedibile, se si considera il lavoro sistematico fatto negli ultimi decenni per rafforzare le barriere tra i due paesi. Per motivare la cosa si è parlato di deterrente, volto a disincentivare il flusso migratorio, ma separare una famiglia non fa altro che alimentare i tentativi di entrare irregolarmente da parte di chi vuole ricongiungersi con i propri cari. Era andata così anche nei primi anni novanta, quando si è iniziato a rafforzare lo stato di polizia nelle città e nei paesi lungo il confine, così da costringere la gente ad attraversare dal deserto, senza acqua e in mezzo a montagne rocciose. Anche quella era stata venduta come una politica mossa a disincentivare i flussi migratori, ma non è così che è andata: la gente ha continuato ad attraversare il confine, e il numero di morti è cresciuto in maniera esponenziale. Nella separazione delle famiglie la logica è la stessa, ma così facendo non si disincentiva nessuno, si rende solo tutto il processo più doloroso, più crudele, più disumano.

Lei ha lavorato al confine tra il 2008 e il 2012, quanto è peggiorata rispetto ad allora la situazione?

È molto peggiorata, ma tutto quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni non è una novità, è solo una versione più chiassosa e crudele di una politica già in atto da decenni. Di diverso c’è che gli istinti peggiori dei poliziotti di frontiera sono stati esacerbati dalle politiche dell’attuale amministrazione. Trump ha sdoganato una mentalità da far west che fa agire impunemente e senza scrupoli i poliziotti che pattugliano il confine. Mai quanto oggi i migranti vengono disumanizzati. E la cosa peggiore è che diventa sempre più difficile immaginare delle soluzioni praticabili. Il processo sarà lungo, e deve iniziare dal basso, dai cittadini, dal popolo. Lo stesso vale per l’Europa, è la gente che deve rifiutare le politiche in atto di disumanizzazione dei migranti. Solo mostrando il proprio dissenso si può impedire a chi sta al potere di continuare ad attribuire responsabilità e colpe inesistenti a persone che abbandonano il proprio paese solo perché in cerca di una vita migliore per sé e per i propri figli.

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Rileggere “La Strada” di McCarthy dopo essere diventato padre https://minimaetmoralia.it/letteratura/rileggere-la-strada-di-mccarthy-dopo-essere-diventato-padre/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/rileggere-la-strada-di-mccarthy-dopo-essere-diventato-padre/#comments Fri, 15 Jan 2016 14:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29650 Questo articolo è uscito sul blog dell'autore, che ringraziamo.

di Fabrizio Coppola

Mi sono alzato alle sei. Fuori il cielo era ancora nero, stranamente. Sono andato in cucina, ho messo su un caffè e ho scorso sul cellulare i titoli del Post. In uno si diceva che un bombardiere USA ha sorvolato la Corea del Sud probabilmente come gesto dimostrativo nei confronti della Corea del Nord in seguito al test nucleare effettuato qualche giorno fa. Ho riguardato il cielo. Erano le 6:15 e non c’era traccia d’alba. Per un attimo ho pensato che qualcosa da quelle parti fosse andato storto e che avevano sganciato qualche bomba di cui noi non sapevamo ancora nulla e che il mondo era già immerso nelle tenebre post-atomiche. Questo perché qualche ora prima avevo finito di rileggere La strada di McCarthy.

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Questo articolo è uscito sul blog dell’autore, che ringraziamo.

di Fabrizio Coppola

Mi sono alzato alle sei. Fuori il cielo era ancora nero, stranamente. Sono andato in cucina, ho messo su un caffè e ho scorso sul cellulare i titoli del Post. In uno si diceva che un bombardiere USA ha sorvolato la Corea del Sud probabilmente come gesto dimostrativo nei confronti della Corea del Nord in seguito al test nucleare effettuato qualche giorno fa. Ho riguardato il cielo. Erano le 6:15 e non c’era traccia d’alba. Per un attimo ho pensato che qualcosa da quelle parti fosse andato storto e che avevano sganciato qualche bomba di cui noi non sapevamo ancora nulla e che il mondo era già immerso nelle tenebre post-atomiche. Questo perché qualche ora prima avevo finito di rileggere La strada di McCarthy.

Avevo regalato la mia copia a un amico, una sera di diversi anni fa: ci eravamo messi d’accordo per una cena all’ultimo minuto, io volevo regalargli quel libro perché stava attraversando un momento difficile e pensavo che gli avrebbe fatto bene leggerlo, così non avendo il tempo per andare in libreria avevo preso la mia copia, avevo scritto una dedica sul frontespizio e gliel’avevo portata quella sera. Prima di allora l’avevo letto anche in versione originale, attratto dalla forza di quella scrittura così efficacemente resa dalla traduzione di Martina Testa. E l’altro giorno, aggirandomi nel salotto, nella libreria che contiene i libri di m, l’occhio mi era finito sul dorso del volume. Pochi istanti dopo ero sul divano, immerso nella lettura. Ora che ho finito di rileggerlo, realizzo che in qualche modo sapevo che avrei voluto tornare su quelle pagine dopo essere diventato padre ‒ una di quelle cose che sai anche se non in maniera consapevole.

Finito il caffè sono venuto qui nel mio studio per recuperare la copia in inglese e sfogliarla. L’ho estratta dallo scaffale e neanche il tempo di girarmi che alcuni libri sono scivolati fino a colpire una cornicetta che è precipitata al suolo producendo un rumore spaventoso nel silenzio della casa delle 6:26. Sarà un segno, forse? mi sono chiesto.

L’ho finito in due giorni, usando il poco tempo libero che ho in questo periodo. Ne ho letto la maggior parte seduto sul divano, con la piccola g tra le braccia, avviluppata in una copertina di lana di colore blu. Non mi ha fatto male come le altre volte in cui l’avevo letto. Anzi, a un certo punto mi son detto che questo romanzo è pieno di luce, una luce che in pochi forse hanno riconosciuto. La luce che anima le persone che lottano per ciò in cui credono anche quando tutto sembra o è perduto, la luce della volontà, che poi alla fine, molto spesso, è l’unica cosa che ci resta. Questo racconto atavico di un uomo in lotta contro l’orrore e la morte, una morte onnipresente nell’assenza di un qualsiasi, minimo accenno del suo contrario, la vita, spazzata via in ogni sua forma da un olocausto nucleare, eccezion fatta per alcuni pochi (s)fortunati esseri umani che si trovano a vagare in un mondo carbonizzato e deceduto nel tentativo di sopravvivere in un qualche modo.

Alcuni passi li ricordavo quasi a memoria (il bunker antiatomico, la barca a vela, l’uccisione di uno dei cannibali) e anche se il libro ormai lo conosco bene, la scrittura così secca e coinvolgente me lo ha fatto sembrare un romanzo nuovo a me sconosciuto ‒ o, forse, sconosciuto al me di adesso. La luce, dicevo. A ben pensarci, sembra quasi un romanzo sull’ottimismo, per assurdo, sul mantenere un atteggiamento disperatamente positivo anche quando il mondo intorno è crollato (in questo caso, in senso letterale…). Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà, diceva qualcuno. E un’altra cosa che mi è venuta in mente è che La strada e il suo protagonista sono assolutamente privi di eroismo. Quell’eroismo madido di retorica che oggi fa apparire come straordinari gesti (che dovrebbero essere) banali ed elementari e che le cronache ci spacciano quotidianamente per macinare qualche clic in più in favore dei contratti pubblicitari. Invece non c’è nulla di eroico nella vicenda dell’uomo e del bambino. E il tono e la scrittura di McCarthy ci suggeriscono più volte che è così. E anche se il narratore non giudica né in un modo né nell’altro la scelta compiuta dalla madre, quella cioè di rinunciare all’esistenza in un mondo in cui ogni esistenza sembra impossibile ‒ o forse lo è, quando si presenta priva delle caratteristiche che oggi per noi ne definiscono il concetto ‒, allo stesso modo non giudica neanche le scelte dell’uomo. Si limita a registrarle. A raccontarcele.

La scrittura di McCarthy non cerca di farci empatizzare con il protagonista quanto piuttosto di descriverci minuziosamente, con un miracoloso gioco di dentro e fuori, di immagini dell’esterno che riecheggiano le sensazioni interne, la realtà che sta vivendo. Una realtà che sfugge quasi alla comprensione, una realtà quasi irreale nelle sue caratteristiche principali, una nuova realtà che non ha nulla a che fare con quella alla quale siamo abituati: sole, cieli blu, animali, alberi, piante giù giù fino a strade, ponti, case, città, ogni cosa è scomparsa, cancellata o ricoperta dalla cenere di una Dust Bowl atomica che rimane il tratto distintivo di questo nuovo mondo, la cui caratteristica principale è quella di non essere quasi pensabile per quanto è lontano dal vecchio mondo.

Niente retorica quindi, così come niente eroismo. Ma moltissima paura, un terrore sbiancato come le ossa esposte dei morti che i due incontrano lungo la strada. Una paura che ci parla, a noi ex benestanti della ex classe media di questo nuovo mondo occidentale post-crisi, post-crescita, post-industriale, post-espansione continua, post-culturale, ecc. Una paura che si nasconde nel nostro cuore mentre seduti nei nostri divani di fronte alla libreria ‒ che orgoglio, tutti questi dorsi ordinati di tutti questi libri che ci vantiamo di aver letto e in qualche fortunato e raro caso addirittura compreso ‒ culliamo tra le braccia un qualche piccolo alieno di neonata indifesa appena precipitata lì dal grande nulla che ci precede e che ci attende. Un terrore che era già nei nostri cuori prima che arrivasse lei. E prima che leggessimo questo romanzo. E che resterà con noi, accanto a quella luce che sgocciola dalle pagine del libro. E che, forse, sarà la nostra fortuna.

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