Fabrizio De Palma Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabrizio-de-palma/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Sep 2024 17:20:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fabrizio De Palma Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabrizio-de-palma/ 32 32 Un granello di polvere in uno stadio di calcio: Definitely Maybe compie 30 anni https://minimaetmoralia.it/musica/un-granello-di-polvere-in-uno-stadio-di-calcio-definitely-maybe-compie-30-anni/ https://minimaetmoralia.it/musica/un-granello-di-polvere-in-uno-stadio-di-calcio-definitely-maybe-compie-30-anni/#respond Sat, 07 Sep 2024 15:16:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54140 di Fabrizio De Palma Il 29 agosto 1994 usciva il disco d’esordio degli Oasis, la cui formazione originale comprendeva oltre agli arcinoti fratelli Gallagher – Noel alla chitarra e Liam alla voce – il bassista Paul “Guigsy” McGuigan, l’altro chitarrista Paul “Bonehead” Arthurs e il batterista Tony McCarroll. Cinque ragazzi delle case popolari di Manchester […]

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di Fabrizio De Palma

Il 29 agosto 1994 usciva il disco d’esordio degli Oasis, la cui formazione originale comprendeva oltre agli arcinoti fratelli Gallagher – Noel alla chitarra e Liam alla voce – il bassista Paul “Guigsy” McGuigan, l’altro chitarrista Paul “Bonehead” Arthurs e il batterista Tony McCarroll. Cinque ragazzi delle case popolari di Manchester che sognavano di diventare delle rockstar, proprio come nella loro fin troppo esplicita Rock ’n’ Roll Star, pezzo di apertura dell’album e brano fondamentale per capire dove affondano le radici della band e quali sono le basi del loro successo interplanetario. Un successo che sa di riscatto sociale, alla stessa stregua di quello cantato da Bruce Springsteen in Thunder Road – e in moltissimi altri brani – o di quello vissuto da molti artisti della scena hip-hop contemporanea. Rock ’n’ Roll Star non è solo il biglietto da visita del disco, ma anche la sua migliore rappresentazione concettuale, una fantasia di fuga dalle brutture di una città operaia in rovina, che non ha più nulla da offrire oltre al sussidio di disoccupazione e al grigiore delle fabbriche.

I live my life in the city
And there’s no easy way out

È impossibile comprendere il disco d’esordio della band senza tenere ben presente il contesto sociale da cui è scaturito: per far fronte alla crisi economica in cui era precipitato il Regno Unito negli anni ’70, il governo di Margaret Thatcher attuò per tutti gli anni ’80 un programma di destra radicale volto a smantellare il welfare: l’idea alla base era che esistesse un tasso di disoccupazione “naturale” e che il governo non avrebbe dovuto preoccuparsi troppo di questo gradino più basso della società. Manchester divenne così una città sempre più in declino e abbandonata a sé stessa, con un tasso di disoccupazione altissimo e una criminalità in forte aumento. Le lunghe code di padri e figli in fila per ricevere i soldi del sussidio di disoccupazione sono un ricordo ancora vivido nella memoria di Noel Gallagher – “Quella era l’era di Maggie Thatcher – tutti erano all’ ufficio sussidi con il proprio padre” – e costituiscono un’immagine desolante da scolpire bene nella mente mentre si ascoltano le canzoni del primo album degli Oasis.

La differenza tra queste e tutte le canzoni successive del gruppo – non solo quelle tremende pubblicate dal terzo in disco in poi, ma anche quelle stupende di (What’s The Story) Morning Glory? – è tutta qui: molte canzoni di Definitely Maybe furono scritte da Noel Gallagher in un magazzino della British Gas mentre si stava riprendendo da un infortunio in cantiere; tutte le altre sono state scritte in camere d’albergo di lusso o in tour bus extralarge da un neo-milionario in preda ai deliri di onnipotenza alimentati dall’abuso di droghe. Cogliere questa differenza oggi, direbbe il critico Alex Niven, autore di uno splendido saggio alla base di questo articolo, è come cogliere “un granello di polvere in uno stadio di calcio”, ma il punto è proprio questo – per citare la band – “vedere cose che gli altri non riescono a vedere”.

Nelle prime pagine del suo saggio, Niven individua due elementi caratterizzanti dell’album e più in generale della musica degli Oasis. Il primo è una sorta di ottimismo radicale, una specie di speranza eccessiva ed esagerata in un futuro migliore, che sfocia nella spavalderia di Rock ’n’ Roll Star:

In my mind my dreams are real
Now you concerned about the way I feel
Tonight I’m a rock ‘n’ roll star

Non dice “un giorno sarò”, dice “stasera sono”. Si tratta di un salto quantico d’immaginazione dagli scantinati alle stelle (I live my life for the stars that shine), un’iperbole a cui era difficile credere tra il ’91 e il ’93, quando il brano è stato scritto e concepito: gli Oasis erano ancora lontani anni luce dall’essere delle rock star e c’è chiaramente una differenza abissale tra il cantare e il dire di essere una rock star mentre si fanno le prove da soli in uno scantinato e farlo, qualche anno più tardi, davanti a folle oceaniche di duecento mila persone adoranti.

Che inizialmente si trattasse solo di una fantasia irrealizzabile lo dimostra banalmente anche il fatto che gli Oasis usino spesso, in questo e in altri brani come Shakermarker, la metafora dell’automobile: “I’ll take my car / and drive real far”. Nella mitologia dei fratelli Gallagher l’auto è un mezzo su cui fuggire via ad alta velocità, lasciandosi alle spalle le macerie della propria vita precedente, un fatto piuttosto ironico considerato che nessuno dei due fratelli Gallagher ha la patente. Ma è proprio questa la loro forza. In un famoso commento alla disperata situazione in cui vertevano le masse di giovani inglesi disoccupati, il noto segretario all’occupazione di Margaret Thatcher – Norman Tebbit – consigliava loro di “salire in biciletta” e pedalare finché non avessero trovato un lavoro. La risposta degli Oasis è ancora più esagerata: ci dite di salire in bicicletta e cercare lavoro, noi saliremo su un’auto e scopriremo i nostri sogni, ci dite di puntare in alto, noi raggiungeremo il cielo. Il fatto che poi ci siano anche riusciti per davvero all’epoca non era rilevante.

Questo slancio verso l’alto è parte del motivo per cui molte canzoni degli Oasis parlano del cielo, del sole, delle stelle, delle nuvole e della sensazione di volare nell’aria: si pensi ad esempio a Live Forevermaybe I just wanna fly, wanna live, don’t wanna die – a Champagne Supernova, oppure, per restare sul primo disco a Up in the Sky. La predilezione per le immagini astrali è sicuramente anche uno dei tanti debiti della band nei confronti dello stile lirico di John Lennon, nume tutelare di entrambi i fratelli Gallagher. Del resto, diceva Simone Weil ne La gravità e la grazia: “È la luce che cade continuamente dal cielo che, da sola, dà all’albero l’energia per inviare potenti radici in profondità nella terra. L’albero è davvero radicato nel cielo”.

Le canzoni di Definitely Maybe erano radicate nella terra dei quartieri popolari da cui provenivano e nell’ambizione di volare via – offrivano un forte messaggio di affermazione e speranza, formulato in un linguaggio chiaro e semplice: mentre la lunga era post-punk, culminata con il grunge all’inizio degli anni Novanta, aveva celebrato la negazione e fatto virtù dei motivi di morte e sconfitta, i testi degli Oasis parlavano di un desiderio di vivere con tutto il cuore e accennavano alla possibilità di ottenere una sorta di vittoria spettacolare, sgusciando via dall’incubo degli anni Ottanta. Noel Gallagher chiarirà questo punto, mettendosi in fiera opposizione con il nichilismo dei Nirvana: “[Cobain] aveva tutto, ed era infelice per questo. Noi non avevamo un cazzo di niente, e io pensavo ancora che alzarsi la mattina fosse la cosa più bella del mondo, perché non sapevi dove saresti finito la sera”.

Ma l’ottimismo sfrenato non sarebbe stato sufficiente a garantire da solo il successo di Definitely Maybe. Sarebbe stato, anzi, considerato fin troppo naif se non fosse stato controbilanciato da un secondo elemento che Niven definisce come una sorta di “malinconia oceanica” ereditata dagli altri numi tutelari della band, ovvero gli Smiths, non a caso sempre di Manchester. La maestria del songwriting dei primi Oasis sta proprio nella capacità di comunicare questa malinconia oceanica anche nei loro momenti più arroganti. Supersonic, pubblicato come primo singolo, ne è un esempio perfetto: la spavalderia nonsense del “sentirsi” per l’appunto “supersonici” è attenuata da una sorta di ossessione per la separazione, l’abbandono e la dislocazione dell’individuo. Il protagonista del ritornello è seduto in un angolo da solo e vive sotto una cascata (prendete e mettete da parte), nessuno riesce a vederlo, nessuno può sentirlo gridare.

Sits in a corner all alone
He lives under a waterfall
Nobody can see him
Nobody can ever hear him call

Questo elemento di “malinconia subacquea” è ancora più accentuato ed evidente nelle b-sides del gruppo che, come sanno bene i fan più accaniti, nel caso degli Oasis a volte sono persino meglio dei brani ufficiali finiti su disco e costituiscono un importante tassello da recuperare per ricostruire il mosaico completo della band. L’inserimento nelle varie edizioni deluxe dell’album di brani come Sad Song e Fade Away, non è un mero riempitivo per completisti come spesso accade in questi casi, ma un “must have” necessario per conoscere ed esplorare fino in fondo anche il dark side della band.

In generale, le canzoni degli Oasis proliferano di appelli all’evasione e alla partenza, ma c’è sempre la sensazione che questo comporti anche un tradimento e la perdita di qualcosa. Ripetutamente, si grida che le cose stanno scivolando via (Slide Away) o che le cose svaniscono (Fade Away), che qualcosa rischia di essere buttato via (la famosa “please don’t put your life in the hands, of a rock’n’roll band, who throw it all away”), che il tempo sta per scadere e che la tristezza sta per inghiottirci anche nei momenti di euforia e trionfo. Fade Away, una delle più famose e brillanti B-sides degli esordi, condensa questo tema in un bellissimo motto, il cui succo è che i nostri sogni sono in uno stato di decadenza quasi dal momento in cui nasciamo.

Dal lato opposto dello spettro dell’ottimismo radicale, quindi, le canzoni degli Oasis sono pervase da un senso di collasso e disastro imminente. Le immagini delle inondazioni abbondano: la pioggia si riversa, i lavandini si riempiono, il suono del mare soffia in sottofondo e gli individui vengono sepolti sotto grandi maree d’acqua. Le immagini acquatiche sono così tante che rischiano letteralmente di sommergerti. Forse si tratta di un’altra eredità delle loro origini di Manchester, nota per essere la città più piovosa del Regno Unito. Anche il nome della band in origine era The Rain (un probabile tributo alla b-side dei Beatles – Rain – pubblicata insieme a Paperback Writer nel 1966). Fatto sta che in molte canzoni dei primi Oasis si fa riferimento a fiumi, pioggia, navigazione, bevande, lavandini, tracimazioni, acquazzoni, nuvole di pioggia, cascate, paura di perdersi in mare e fantasie di fuggire verso la costa. Due esempi su tutti presenti in Definitely Maybe: la cascata in cui vive il protagonista di Supersonic citata poc’anzi e la dolorosa pioggia del mattino che ti entra fin dentro le ossa in Live Forever:

Lately, Did you ever feel the pain
In the morning rain
As it soaks you to the bone?

Per quanto riguarda le famose accuse di scarsa originalità o di veri e propri plagi musicali, Niven si limita a constatare che il collage guitar rock degli Oasis in realtà è molto più vicino all’omaggio intenzionale, o – al limite – al pastiche, qualcosa di assimilabile alla cultura del campionamento, che ha segnato l’epoca d’oro dell’hip-hop, genere con cui gli Oasis condividevano, almeno inizialmente, la voglia di riscatto e la scarsità dei mezzi (economici e culturali) a disposizione.

Definitely Maybe è dunque un disco magnifico e stratificato che, fin dal titolo, si regge su fragilissimi equilibri fra contrasti: la speranza, l’ottimismo e i sogni di gloria da una parte contro il disfacimento e il crollo degli stessi dall’altra, ma anche la spacconeria e la vulnerabilità, il rumore e la melodia, il furto e il talento.

L’obiettivo finale di questo insieme eterogeneo era per i fratelli Gallagher quello di “essere grandi”, un desiderio spesso scambiato per megolamania, anche per via dell’atteggiamento strafottente mostrato durante le interviste, in cui non facevano altro che ribadire questo concetto: “siamo la più grande rock band del mondo”, lo diranno ripetutamente, attirandosi le antipatie di mezzo mondo, ma non dobbiamo dimenticarci che a dirlo erano gli stessi ragazzi delle case popolari che urlavano di essere delle star del rock mentre suonavano in uno scantinato puzzolente. Dietro a questa spacconeria c’era il sogno utopico di volersi rivolgere davvero a tutti, a tutto il paese, a tutta la società, a tutto il mondo. Per Niven si trattava dell’estensione di una visione indiscutibilmente operaia, fondata, cioè sulla solidarietà e sulla fratellanza dell’esperienza vissuta della classe proletaria. A questo elemento il critico (ed ex musicista degli Everything Everything) aggancia il concetto di “sentimento oceanico” coniato da Sigmund Freud. Nel definire la “coscienza oceanicanel 1929, il padre fondatore della psicologia moderna disse che era “una sensazione di qualcosa di illimitato, senza limiti… la sensazione di essere connessi con l’intero mondo al di fuori di sé. Più precisamente ne Il disagio della civiltà Freud scrive:

Si trattava di un sentimento particolare di cui lui stesso non si era mai liberato, che aveva trovato confermato da molti altri e che supponeva fosse condiviso da milioni di persone, un sentimento che era propenso a chiamare “eternità, un sentimento di qualcosa di illimitato, senza limiti, per così dire “oceanico”… È un sentimento… di essere indissolubilmente legato e appartenente a tutto il mondo al di fuori di sé stessi.

Niven sottolinea che quando gli Oasis sognavano questo sogno, vivevano sul campo, in un contesto in cui l’idealismo trovava espressione in un feroce bisogno di affermare la convinzione che la vita non è, in ultima analisi, una questione di sé e di evasione, ma di scoprire il paradiso nelle menti degli altri. Questa è la speranza nascosta nel granello di polvere dentro lo stadio di calcio, e questo particolare tipo di anelito collettivo è ciò che dobbiamo riscattare e recuperare ascoltando le struggenti canzoni popolari degli esordi degli Oasis.

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Come assistere a un funerale che celebra la vita. Patti Smith live a Modena. https://minimaetmoralia.it/musica/come-assistere-a-un-funerale-che-celebra-la-vita-patti-smith-live-a-modena/ https://minimaetmoralia.it/musica/come-assistere-a-un-funerale-che-celebra-la-vita-patti-smith-live-a-modena/#respond Tue, 12 Dec 2023 05:53:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53123 di Fabrizio De Palma Aggiunta in extremis a una mini-turnè italiana legata alla pubblicazione del suo nuovo memoir fotografico, A Book Of Days, la tappa modenese di Patti Smith è stata una delle sorprese più suggestive, anche e soprattutto per l’eccezionalità della location in cui ha avuto luogo l’evento. Grazie al patrocinio del comune di […]

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di Fabrizio De Palma

Aggiunta in extremis a una mini-turnè italiana legata alla pubblicazione del suo nuovo memoir fotografico, A Book Of Days, la tappa modenese di Patti Smith è stata una delle sorprese più suggestive, anche e soprattutto per l’eccezionalità della location in cui ha avuto luogo l’evento. Grazie al patrocinio del comune di Modena, infatti, si è resa possibile l’occasione più unica che rara di assistere all’esibizione acustica della madrina del punk all’interno del Duomo della città.

Del resto era proprio all’interno di una chiesa – la Saint Mark Church di New York – che il 10 febbraio del 1971 Patti Smith aveva tenuto il suo primo concerto in assoluto: in realtà un reading di poesie, accompagnato dalla chitarra di Lenny Kaye, che in seguito la convincerà a mettere su il Patti Smith Group insieme al pianista Richard Sohl. Lei che voleva soltanto fare la poetessa perché “non sapeva cantare” e che supererà le paure seguendo il consiglio di Sam Shepard – “se perdi un ritmo, inventane un altro”. Lei che si farà le ossa sul palco dello storico CBGB insieme ad altri eroi maledetti del punk – dai Ramones ai Television di Tom Verlaine (a cui dedicherà un toccante omaggio durante la serata con la cover di Guiding Light).

Oggi, a 76 anni, Patti Smith non può certo avere lo stesso impeto di quando, poco più che ventenne, assaltava cieli di apocalissi e anarchia in sella ai cavalli di Horses (nessun brano verrà eseguito dal suo esordio capolavoro): ormai ha vissuto molte vite e purtroppo anche molte morti (l’amico-amante fotografo Robert Mapplethorpe, il fratello Tod, il compagno di band Richard Sohl e soprattutto il marito Fred “Sonic” Smith, chitarrista degli MC5 e dei Sonic’s Rendezvous Band), ma negli occhi ha ancora la stessa scintilla di un tempo.

Ad accenderla sul palco insieme a lei sta volta ci sono soltanto il figlio Jackson, alla chitarra, e il grande musicista Tony Shanahan a fare la spola tra basso e tastiere. Il set acustico imbastito dai tre è una sorta di versione natalizia e pacificata della furia iconoclasta di un tempo. Patti Smith si dimostra molto rispettosa del tempio in cui si trova, anche perché dietro c’è una buona causa, con parte dell’incasso devoluto in beneficienza a un orfanotrofio di Betlemme.

Non userà, quindi, i suoi versi più iconici – “Gesù è morto per i peccati di qualcuno, non per i miei” – che un giorno saranno scolpiti sulla lapide del rock.

E nemmeno brandirà la chitarra come un’arma affilata – come diceva agli esordi: “La chitarra che suono è uno strumento di battaglia e il rock mi piace per questo; perché dà a chiunque la possibilità di essere un soldato senza imbracciare un mitra. È un sentimento che nutro nel profondo di me, non posso farci nulla, siamo nati da tempi violenti, dobbiamo essere soldati. La mia metà Apache si sveglia ogni mattina con voglia di scalpi; e allora la chitarra che suono sarà il mio tomahawk “(ndr. non la bistecca, ma l’ascia da battaglia dei Nativi americani).

Oggi Patti Smith sembra aver sepolto da tempo l’ascia di guerra, barattandola con la saggezza di una vecchia sciamana che predica la pace universale.

Se deve tornare alle sue origini indigene lo fa attraverso la danza dei fantasmi, rievocata in una nuova veste per celebrare l’unione tra i popoli, come in Ghost Dance – Noi vivremo ancora, scuotete la danza fantasma / Pace a tuo fratello, prendi e dai pace – secondo pezzo in scaletta, in cui rivive anche il fantasma di Jim Morrison, dopo l’apertura sommessa di Grateful, che da canzone scritta per celebrare la dipartita di Jerry Garcia dei Grateful Dead si trasforma in un ringraziamento a tutti i “fedeli” accorsi in chiesa.

E se deve fare un intermezzo natalizio, perché il periodo lo impone, lo fa con Happy Happy Xmas (War Is Over) di John Lennon affidata alla voce di Shanahan, che l’accompagna anche nel traditional Oh Holy Night. Non tutti si saranno accorti però che entrambe erano state propiziate da un omaggio strumentale alla canzone di Natale più “sentita” di questi giorni: Fairytale of Newyork, in memoria di Shane MacGowan, il poeta punk più importante d’Irlanda, i cui funerali si sono celebrati proprio venerdì scorso. L’intro suonata di schiena da una Patti Smith visibilmente commossa è stata incastonata nella coda strumentale di Beneath The Southern Cross, un brano che la stessa Smith ha introdotto, descrivendolo come “una canzone che celebra la vita, ma anche tutti quelli che abbiamo perso”. Ed è questo forse il segreto più profondo della musica di Patti Smith: essere intrisa al tempo stesso di morte e di vita.

I brani più famosi con cui chiude il concerto sono lì a ricordarcelo ad imperitura memoria.

Because The Night, donatale da Springsteen, è intrinsecamente legata al ricordo del marito morto nel 1994, perché era sua la telefonata che stava aspettando mentre (ri)scriveva i versi del brano – Have I doubt when I’m alone / Love is a ring, the telephone – facendolo proprio per sempre, e nel contempo di tutti gli amanti del mondo, una celebrazione dell’amore degna di Prevert, “I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte”, “I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno” o “They can’t touch you now, Can’t touch you now, can’t touch you now… Because the night belongs to lovers”.

Anche People Have The Power porta in sé le stigmate di Fred Smith. Era stato lui a dirle un giorno, mentre stava pelando le patate: “Trisha” – il diminutivo di Patricia che solo lui usava in luogo di “Patti”- “People have the power, scrivilo!”. Lei non solo l’ha scritto, ma l’ha anche cantato per anni, trasformandolo in un inno immortale per le generazioni passate, presenti e future. Del resto questo l’aveva capito lei stessa fin da subito: “Non sentivo di essere quella giusta. Non mi consideravo in alcun modo una musicista, ma ero una poetessa e una performer, e sentivo di capire a che punto eravamo, cosa ci era stato dato e dove dovevamo andare, e se fossi riuscita a dargli voce, forse avrei potuto ispirare la prossima generazione”.

La conclusione del concerto riesce nel miracolo di essere al tempo stesso concreta (le persone hanno davvero il potere di cambiare le cose) e spirituale: un verso come I was dreaming in my dreaming /God knows /a purer view può essere interpretato sia come qualcosa di sacro “Io sognavo nei miei sogni / Dio conosce una visione più pura”, sia come qualcosa di più terreno “Io sognavo nei miei sogni / Sognavo dio sa cosa / uno sguardo più puro”. L’ambivalenza è una questione fondamentale nella sua musica e nella sua arte in generale.

Nel suo primo libro di fotografie M Train, Patti Smith scrive spesso dei suoi sogni. Il libro si apre e si chiude con un paesaggio onirico desertico, in cui un mandriano le parla per enigmi. Difficile dire cosa rappresenti, la stessa Smith sembra non saperlo. Ma verso la fine concepisce la cosa più simile ad un suo “credo”: “La vita è al fondo delle cose e la fede in cima, mentre l’impulso creativo, che risiede al centro, informa tutto”. Questa è la sua teologia e l’ha seguita con devozione travalicando le religioni, i sogni, la vita e la morte.

Patti Smith è una persona per la quale il mondo materiale nasconde, in modo sottile, una serie di verità più durature e luminose. Sono le verità dell’arte, del genio, del destino. E sono queste verità che ci vuole mostrare con le sue fotografie: con la sedia di Bolaño, la scrivania di Borges, il letto e le stampelle di Frida Khalo, il bastone da passeggio di Virginia Woolf ecc.

Ognuna di queste foto è “una porta aperta a chi crede”.

Sempre in M Train ad un certo punto Patti Smith parla di un “pozzo” che l’ha ossessionata per molto tempo. Non è un luogo reale. È il pozzo di una tenuta immaginaria descritta da Murakami nel capitolo iniziale del romanzo L’uccello che girava le viti del mondo. Dentro quel pozzo il narratore scoprirà l’ingresso di un mondo parallelo. Quando andando avanti nella lettura scoprì che quel pozzo sarebbe stato coperto, non volle accettarlo. Era troppo sacro per chiuderlo solo perché era stato deciso da una singola frase in un libro. “La verità è che il pozzo sembrava talmente affascinante che volevo averlo io” dice Patti Smith, che comincia a cercare degli indizi per rintracciare questo famoso “pozzo-portale” in Giappone.

Finché alla fine è lo stesso Murakami a fornirle una soluzione: «il narratore de L’Uccello che girava le viti del mondo era riuscito a passare dal pozzo all’atrio di un albergo imprecisato visualizzando se stesso che nuotava, come nei suoi momenti più felici. Come Peter Pan quando insegna a volare a Wendy e ai suoi fratelli: “Pensate a qualcosa di molto bello”».

Così – racconta ancora Smith – «Ho perlustrato le nicchie delle gioie passate, fermandomi a un momento di esaltazione segreta. Ci sarebbe voluto del tempo, ma sapevo come fare. Per prima cosa avrei chiuso gli occhi e mi sarei concentrata sulle mani di una bambina di dieci anni che giocherellano con una chiavetta per pattini a rotelle appesa all’adorata stringa della scarpa di un bambino di dodici anni. “Pensa a qualcosa di molto bello.” Avrei semplicemente attraversato il portale pattinando».

In un certo senso tutti coloro che ieri sera hanno varcato le porte della Chiesa per assistere al concerto di Patti Smith hanno attraversato un portale simile, prima in ingresso e poi in uscita: come andare a un funerale che celebra la vita. Tornarci è molto semplice, basta pensare a qualcosa di molto bello.

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