Fabrizio Lorusso Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabrizio-lorusso/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fabrizio Lorusso Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fabrizio-lorusso/ 32 32 Haiti e la Voce degli Schiavi in Libertà https://minimaetmoralia.it/estratti/haiti-e-la-voce-degli-schiavi-in-liberta/ https://minimaetmoralia.it/estratti/haiti-e-la-voce-degli-schiavi-in-liberta/#respond Wed, 27 Jan 2016 15:30:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29786 Pubblichiamo un testo di Fabrizio Lorusso, prologo al libro di Raùl Zecca Castel Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana, Arcoiris Ed, ringraziando l'autore e l'editore.

di Fabrizio Lorusso

“Come schiavi in libertà” è un viaggio necessario, doloroso e verace. La sua intrapresa passa per un insieme di narrazioni, esperienze e analisi che s’intrecciano, nel presente e nel passato, per accompagnare il lettore ad Haiti e nella Repubblica Dominicana, ma anche in Africa, in Europa e nel resto dell’America Latina. Si tratta di un testo ibrido, contaminazione fruttifera tra la cronaca, il diario di viaggio, l’indagine etnografica, il giornalismo narrativo e il racconto di vita. Comunque lo si intenda, è uno di quei pochi scritti che rappresentano vividamente una realtà dimenticata, dando spazio a voci, vicende e denunce fino ad ora silenziate.

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Pubblichiamo un testo di Fabrizio Lorusso, prologo al libro di Raùl Zecca Castel Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana, Arcoiris Ed, ringraziando l’autore e l’editore.

di Fabrizio Lorusso

“Come schiavi in libertà” è un viaggio necessario, doloroso e verace. La sua intrapresa passa per un insieme di narrazioni, esperienze e analisi che s’intrecciano, nel presente e nel passato, per accompagnare il lettore ad Haiti e nella Repubblica Dominicana, ma anche in Africa, in Europa e nel resto dell’America Latina. Si tratta di un testo ibrido, contaminazione fruttifera tra la cronaca, il diario di viaggio, l’indagine etnografica, il giornalismo narrativo e il racconto di vita. Comunque lo si intenda, è uno di quei pochi scritti che rappresentano vividamente una realtà dimenticata, dando spazio a voci, vicende e denunce fino ad ora silenziate.

L’autore, Raúl Zecca Castel, ci offre una testimonianza diretta e un resoconto unico e documentato dagli inferi del sistema capitalista mondiale. Bateyes e barracones, haciendas, capataces, mayordomos e tiendas de raya formano parte da secoli del vocabolario e dell’ambiente sociale nelle campagne tropicali della Repubblica Dominicana. Il lavoro di Raúl ci catapulta nella quotidianità e nella storia di quelle terre, chiarendoci significati, parole e semantiche dei los de abajo, coloro che stanno ai margini e nei sotterranei dell’ordine economico e sociale, ma anche dei loro capi, los de arriba, e di chi, tra mille difficoltà, lotta per difendere i diritti umani e civili violati e negati dai consorzi dello zucchero. E lo fa in modo immediato, grazie a decine di interviste e racconti, raccolti sul campo, che acquisiscono senso e forza esplicativa man mano che si procede nella lettura.

La cattura di fotogrammi significativi e sequenziali dell’intero sistema, delle sue evoluzioni e delle sue connessioni locali e geopolitiche, storiche e sociali, è in questo libro la diretta conseguenza del metodo rigoroso, dell’empatia e della serietà del ricercatore-viaggiatore nell’avvicinarsi a comunità e gruppi così poco studiati e compresi.

Le piantagioni sono distese enormi, sfuggono al controllo. Lì lo Stato non esiste, tre compagnie ne fanno le veci, si spartiscono la gestione e i profitti, mentre la popolazione di migliaia di braccianti haitiani, diseredati e bistrattati, è costretta a sopravvivere tra stenti e privazioni in vere e proprie economie d’enclave isolate dal mondo. Il razzismo contro i negros fa da sfondo agli abusi di classe, di genere e lavorativi che subiscono i braccianti.

Anno dopo anno, sotto il sole e le angherie di caporales e patrones, si consuma l’esistenza dei trabajadores negros che, come schiavi in libertà, clandestini e senza diritti, restano imbrigliati al loro destino visto che, per via di perversi meccanismi burocratici, culturali e di coercizione economica, non hanno la possibilità di evadere dalla prigione del lavoro nelle piantagioni. Non sono “formalmente schiavi” ma neanche veri e propri “cittadini”, tantomeno liberi.

Invecchiare, faticare, procreare, indebitarsi, incatenarsi, ammalarsi e poi morire, spesso in solitudine: questo il destino della gran maggioranza degli haitiani migranti e residenti, impiegati nella raccolta della canna per conto del Consorcio Azucarero Central, della famiglia guatemalteca dei Campollo, del Consorcio Azucarero de Empresas Industriales, della famiglia di origini italiane dei Vicini, e della Central Romana Corporation dei fratelli d’origini cubano-spagnole Fanjul, che sono le tre compagnie che dominano il mercato.

Questo saggio scopre il filo rosso e dolente che dalla Repubblica Dominicana conduce alla vicina Haiti, agli Stati Uniti e all’Europa, collegando nuove e vecchie forme di schiavitù e razzismo all’espansione di mercati e profitti. Raúl rivela vicende che da decenni giacevano interrate nei latifondi dominicani e nei bateyes, comunità socio-politiche rurali e unità economiche di base nelle piantagioni di canna.  L’autore racconta lo sfruttamento quotidiano di generazioni di haitiani e apolidi, privati di dignità e identità sia nel loro paese d’origine, sia in quello d’arrivo. Sono loro che giorno dopo giorno, anno dopo anno, praticamente per secoli, hanno costruito la ricchezza di un pugno di latifondisti, caporali e zuccherifici.

Haiti e la Repubblica Dominicana sono gemelle che da secoli condividono spazi e confini, storie e destini, turbolenze della natura e invasioni dell’uomo. Due facce della luna caraibica che si specchiano una di fronte all’altra e si riconoscono vicine ma diverse, abbracciate ma diffidenti.

Queste repubbliche latinoamericane si spartiscono l’isola di Hispaniola, la seconda per estensione dopo Cuba nell’arcipelago delle Grandi Antille. Ed è la terra, frontiera settentrionale del Mar dei Caraibi, in cui il 12 ottobre 1492 mise piede Cristoforo Colombo, convinto d’aver raggiunto le Indie Orientali. In pochi decenni i popoli indigeni che l’abitavano vennero sterminati direttamente dai conquistatori spagnoli o caddero vittime di malattie e stenti, mentre l’espansione imperiale dei Re Cattolici proseguiva dal Messico alle Ande.

Dinnanzi alla quasi totale scomparsa della popolazione locale, sin dal sedicesimo secolo lo sfruttamento delle prime aree insulari occupate nel “Nuovo Mondo” fu realizzato mediante il più infame e genocida dei commerci nella storia dell’umanità: la tratta di milioni di persone, rese schiave e condannate a sofferenze per generazioni, che provenivano in gran parte dall’Africa equatoriale e dal Golfo di Guinea.

Nel 1697 la Corona spagnola, debilitata e a capo di un vastissimo e male amministrato impero, cedette la metà occidentale dell’isola di Hispaniola alla Francia che, come Inghilterra e Paesi Bassi, da più di un secolo finanziava corsari e filibustieri affinché fondassero avamposti e fortini sulle coste dei Caraibi e saccheggiassero porti, città e imbarcazioni spagnole.

Fino alla seconda metà del diciannovesimo secolo, quando la schiavitù venne progressivamente abolita, le potenze imperialiste si lanciarono al saccheggio delle coste del continente africano e trapiantarono forzosamente in America alcune sue popolazioni, con le rispettive tradizioni, lingue e culture. Attualmente il concetto di “Afro-America” racchiude e descrive le genti e le eredità etnico-culturali d’Africa in Latinoamerica e negli Stati Uniti che rimangono vive nella carne e nelle usanze di milioni di discendenti di quegli schiavi sulla pelle dei quali Spagna, Portogallo, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito costruirono i loro imperi nell’epoca coloniale e oltre.

Haiti e la Repubblica Dominicana costituiscono lo scenario centrale di “Come schiavi in libertà”, ma i confini della narrazione, in realtà, trascendono i Caraibi e s’allargano dalle storie di vita dei braccianti all’economia-mondo capitalista, dalle battaglie per la difesa dei diritti dei lavoratori e dei migranti al mercato dello zucchero che spopola sulle nostre tavole e nelle nostre ricette.

Da elitario ed esotico il consumo dello zucchero, droga performativa e motore occulto delle rivoluzioni industriali europee, divenne massivo nel diciannovesimo secolo, permettendo a proletari e operai di reggere ritmi di lavoro sfiancanti nelle fabbriche grazie a un apporto energetico sostenuto e sempre più accessibile a buon mercato.

A sua volta l’espansione di questo calorico stimolante si basava e si basa tuttora sulla divisione internazionale del lavoro che assegna ai paesi latinoamericani il ruolo di fornitori di materie prime agricole e minerarie e di manodopera economica. “L’alto costo dei prezzi bassi” è il titolo di un documentario del 2005 realizzato dallo statunitense Robert Greenwald sui supermercati Wal-Mart, azienda leader globale per fatturato e portatrice di un modello di business deprecabile, ma è pure uno slogan applicabile a settori importanti del settore agricolo mondiale. Basti ricordare il caso delle tonnellate di pomodori italiani raccolti dai migranti in condizioni assimilabili a una moderna schiavitù. In fondo l’Italia e Rosarno, che rappresenta la punta di un iceberg, sono solo un esempio emblematico di una realtà quanto mai diffusa e non così lontana dalle Antille.

Sono stato nella Repubblica Dominicana e ad Haiti nel mese di febbraio 2010, poco dopo il devastante terremoto che fece oltre 250mila vittime e un milione e mezzo di sfollati nella capitale Porto Principe. Lì ho raccolto voci e testimonianze di accademici, difensori dei diritti umani, medici, studenti, politici, operai, commercianti e in generale di abitanti della città che vivevano alla giornata, rifugiati nelle tendopoli. Moltissimi di loro aspettavano la ripresa delle attività di uno Stato praticamente fallito per provare a ottenere un visto sul passaporto e a spostarsi da quella che sempre più era percepita come “una prigione a cielo aperto” custodita da ONG e forze armate straniere. Come schiavi in libertà, perfino in casa loro.

Ci vuole un visto speciale anche solo per recarsi nella vicina Repubblica Dominicana. Un milione di haitiani, su un totale di dieci milioni di abitanti, vive all’estero, principalmente negli Stati Uniti. Tanti altri, privi di documenti dopo il terremoto o comunque sprovvisti di visto perché non “idonei al suo ottenimento”, cercano di oltrepassare il confine dominicano pagando dei coyotes, cioè dei trafficanti di migranti che facilitano il passaggio del confine, mentre altri sono vittime di tratta, essendo condotti nelle piantagioni, nelle fabbriche e nei bateyes a lavorare con l’inganno o con metodi coercitivi di vario tipo.

In questi anni le lungaggini e le contraddizioni della comunità internazionale e degli aiuti, spesso selettivi e poco mirati alle vere esigenze locali, una ricostruzione che procede a singhiozzo seguendo i diktat delle multinazionali, l’esplosione di una terribile epidemia di colera, provocata dalle truppe dei caschi blu ONU della Missione di Stabilizzazione per Haiti (Minustah), che ha fatto circa 9000 vittime e più di 700mila contagi, e infine lo stallo politico, che ha impedito il regolare svolgimento delle elezioni per quattro anni, hanno messo a dura prova il Paese più povero delle Americhe.

La tornata elettorale per le presidenziali e le parlamentari s’è potuta finalmente svolgere nei mesi di agosto, ottobre e dicembre del 2015, tra denunce di brogli e ingerenze del governo, proteste di piazza e bassissima affluenza alle urne, militarizzazione delle strade e pratiche di cooptazione del voto.

In questo contesto turbolento nel settembre del 2013 la Corte Costituzionale dominicana ha emesso una sentenza con valore retroattivo (fino al 1929!) che abolisce lo ius soli come criterio per conseguire la nazionalità. Così, improvvisamente, oltre 200mila persone residenti nel Paese, in maggioranza haitiani o discendenti di haitiani, sono diventate apolidi e si sono viste negare i più elementari diritti come la sanità, l’istruzione e la cittadinanza. Nonostante le ferme condanne dei Paesi vicini e della comunità internazionale il governo domenicano non ha bloccato i rimpatri degli haitiani, ha anzi assecondato una deriva razzista. Cercando informazioni nei mass media in lingua italiana, non si trova quasi traccia di testi e analisi approfonditi e completi che spieghino la situazione.

Ne ha scritto Raúl negli ultimi due anni sulle pagine di Carmilla On Line, la web-zine letteraria grazie alla quale abbiamo cominciato a collaborare e che ospita cronache e riflessioni sull’America Latina. Proprio nei bateyes e nelle piantagioni si trova buona parte della popolazione colpita dal provvedimento per cui il libro tratta in dettaglio, partendo dalle origini e dalle motivazioni della precarietà e del razzismo, la questione aperta dalla Corte e dal governo dominicani. Mediante la voce interrogata di uomini e donne, liberati per pochi istanti da frustrazioni e servitù attraverso il megafono della parola e della scrittura, Raúl esplora le radici storiche, culturali e politiche della sofferenza e delle disuguaglianze di migliaia di esseri umani e racconta altresì le speranze di cambiamento che l’opera di controinformazione e il lavoro quotidiano di tante persone, impegnate nel campo dei diritti umani e lavorativi, possono instillare e diffondere.

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Culto e potere nel Messico della NarcoGuerra https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/#comments Thu, 04 Jun 2015 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27162 di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. GiulioAndreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non cel’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

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di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto  dal  libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli  della  Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. Giulio Andreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non ce l’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

L’ex governatore dello stato meridionale di Oaxaca, Ulises Ruiz, l’ex leader del sindacato nazionale degli insegnanti, Elba Esther Gordillo, che attualmente è reclusa nel penitenziario di Santa Martha Acatitla per malversazione di fondi, e il ministro della Pubblica Sicurezza del governo Calderón (2006-2012), Genaro García Luna, condividevano senza dubbio un interesse spiccato per l’esoterismo e tutte le credenze legate all’occulto. Il giornalista José GilOlmos, autore in Messico del libro Los brujos del poder (Gli stregoni del potere), ha descritto la passione di UlisesRuiz per la magia nera, la santeria cubana e il culto alla Santa Muerte: ossa, figure caraibiche, talismani e sacerdoti, sempre al suo seguito in qualità di consiglieri, lo circondano. Durante il conflitto e le proteste a oltranza degli insegnanti nel 2006 a Oaxaca, l’apparato repressivo del cinico governatore lasciò un saldo di 25 morti, decine di feriti, 7 desaparecidos, 500 arresti e 380 casi di tortura.

I flussi di speranzosi pellegrini verso la località di Catemaco, terra di stregoni e fattucchiere nell’atlantico stato di Veracruz, sono costanti e rispecchiano il sottofondo di pensiero magico e misticismo che in terra azteca hanno radici solide e profonde.Vari personaggi famosi, secondo cronache locali, avrebbero preso parte a cerimonie e cercato preziosi consigli politici o economici sulle rive della laguna di Catemaco: da Carlos Salinas, presidente dal 1988 al 1994, all’economista e politico Pedro Aspe, da CuauhtémocCárdenas, ex candidato delle sinistre nel 1988, ad Andrés Manuel López Obrador, candidato progressista alla presidenza nel 2006 e 2012, da Marta Sahagún, moglie dell’ex presidente Fox, al conduttore televisivo Raúl Velasco. Tutti interessati a intercettare le vibrazioni cosmiche quanto i consensi delle masse.

Secondo gli stregoni, la magia nera o bianca è in cima alla classifica delle richieste dei governanti. Anche la figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica che in Messico è oggetto di culto e venerazione da parte di milioni di devoti, è utilizzata, insieme ad altri santi popolari e altre icone devozionali, per provare a esaudire sogni di gloria e piani politici. Molti santoni eseguono lavori con la Santissima Muerte, anche se in realtà l’essenza del suo culto è un’altra. Infatti, si tratta di una devozione popolare alla morte che da secoli è praticata in Messico clandestinamente e solo dall’inizio del nuovo millennio s’è diffusa esponenzialmente nonostante l’opposizione della Chiesa.

Oggi i simpatizzanti e i praticanti del culto sono stimati tra i 5 e i 10 milioni in tutto il mondo, e, in effetti, non sono molti i punti di contatto con la stregoneria e la magia. Queste sono pratiche, non culti, e si utilizzano per modificare la realtà esterna, per ottenere effetti desiderati attraverso evocazioni, rituali, formule e con la forza di volontà. La Santa Muerte s’identifica con una divinità o ente, la morte, raffigurata dall’immagine medievale scarnificata che portarono gli spagnoli e le congregazioni cattoliche in America durante la conquista. La spada e la croce. E la Muerte. La Grande Falciatrice ossuta con la roncola e il mondo tra le mani assomiglia alle famose Catrinas del disegnatore messicano José Guadalupe Posadas, ma in realtà è un’altra cosa. Nella sua versione santificata la chiamano Niña Blanca, Bonita o Flaquita.

Lo studioso di religioni Stefano Bigliardi,specializzato nel concetto di miracolo, ha approfondito in Messico la conoscenza del culto della Santissima Muerte e ha sottolineato la differenza tra la categoria dei milagros, cioè eventi di tipo sovrannaturale e straordinario, e quella dei paros, più adatta a descrivere il tipo di favori che concede la Santa Muerte, a detta dei devoti. La Niña Blanca “fa i paros”, ovvero protegge, blocca la mala-vibra e la sfortuna, ti aiuta a trovare lavoro, salute, amore e denaro, a non essere rapinato, a eludere una fine violenta, a sconfiggere i tuoi nemici e a scansare i pericoli e le incertezze. Insomma, paro è un termine colloquiale messicano, riferibile anche all’infarto, cioè al paro cardiaco, ed è una voce del verbo parar che significa “fermare”, per cui la Santa evita, para o ferma il verificarsi di situazioni pericolose e attacchi contro i suoi accoliti, più che manifestarsi al di fuori delle leggi della natura.

Il cantante popolare messicano BetoQuintanilla, el mero león del corrido,cioè il leone del genere musicale dei corridos, diceva nella sua canzone dedicata alla magrolina o Flaquita: 

Sono già in milioni a pregare per Lei, la Chiesa comincia a tremare/ apertamente ormai ci sono preti che la iniziano ad adorare/ mafiosi e uomini della legge se la cominciano a tatuare/ anche politici e dirigenti le fanno l’altare.

In fondo i corridos raccontano la realtà, i bassifondi e la cultura popolare meglio di qualunque altra espressione artistica o giornalistica, e il potere, a volte, unisce il sacro e il profano,lo spirito e la carne.

Ogni culto ha degli aspetti exoterici, esteriori, ma anche esoterici, cioè occulti e misteriosi. Sono exoterici i rosari per la strada dedicati alla Niña Blanca o la venerazione aperta del popolo per altri santi non canonici come il guaritore NiñoFidencio, Pancho Villa o Juan Soldado. Sono esoteriche le formule che uno stregone o un brujomexicano usa per legare eternamente a noi la persona amata o i rituali d’iniziazione di una setta, per esempio. 

Storicamente la politica, nella sua accezione di esercizio del potere, ha mostrato una certa attrazione per l’esoterismo e ciò che è segreto e occulto. La vicinanza della medium personale della moglie di Abraham Lincoln e dell’astrologa di Nancy Reagan, Joan Quigley, con i loro rispettivi mariti presidenti fu emblematica, così come l’ascesa della Skull and Bones, la società segreta più influente d’America, grazie all’adesione di Bush padre e figlio. In Italia, Letizia Moratti, ex ministra dell’Istruzione e sindaco di Milano dal 2006 al 2011, altresì nota come “la Thatcher italiana”, si avvalse dei servizi di un celebre sensitivo che avrebbe addirittura influito sulla formazione del consiglio comunale. Silvio Berlusconi è senza dubbio conosciuto all’estero e in Italia per la sua vita eccentrica. La rivista L’Espresso ha mostrato che la sua villa in Sardegna s’ispira a una simbologia erotico-esoterica, forse perché l’imprenditore e politico appartenne alla loggia massonica Propaganda due o p2, poi dichiarata illegale e sovversiva dal Parlamento nel 1982. Il Venerabile Maestro e fondatore della loggia, Licio Gelli, strinse vincoli importanti col generale argentino Emilio Eduardo Massera, membro di spicco della giunta militare che instaurò un regime dittatoriale, responsabile di centinaia di morti e 30.000desaparecidos tra il 1976 e il 1983, nel Paese sudamericano.

In Argentina, vi furono simbiosi interessanti e inquietanti tra culto e potere. Negli anni Settanta, José López Rega, stregone influente tra i collaboratori storici del presidente Juan Domingo Perón, era il contatto argentino della p2 e arrivò a ricoprire la carica di ministro del Benessere Sociale. Mabel Camera fu la pitonessa del “presidente della crisi finanziaria”, Fernando de la Rúa, mentre negli anni Novanta il capo di stato populista Carlos Menem aveva alla sua corte una chiaroveggente personale. Anche in Africa la stregoneria non è solo un’eredità ancestrale o di tipo tribale, quanto piuttosto un elemento integrante della vita politica e del sistema capitalista, esportato dagli europei all’epoca delle colonizzazioni e in seguito mantenuto senza troppi cambiamenti sostanziali: sono tanti i governanti che si servono della divinazione, della magia o della stregoneria per vincere elezioni e guadagnare potere, per indovinare le mosse giuste in campagna elettorale o durante una crisi interna.

Senza dubbio l’America deve molto al continente nero in termini religiosi, data la presenza molto forte di tradizioni africane come la santeria, il vudù, il candomblé e il palo mayombe, soprattutto nei Caraibi e in Brasile. Queste, così come il culto alla Santa Muerte e la stregoneria, non si relazionano necessariamente alla magia nera o a influssi spirituali negativi, anzi. Ma tutto dipende da chi e come le utilizzano e per quale scopo.

In Messico, all’epoca del presidente conservatore Vicente Fox (2000-2006), Genaro García Luna era a capo dell’oggi soppressa Agenzia Federal de Investigaciones (AFI) e aveva una statua della Flaquita nel suo ufficio. In seguito, il presidente Felipe Calderón (2006-2012) lo nominò ministro della Pubblica Sicurezza. A quanto pare, García Luna a un certo punto sostituì la tipica figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica con la falce e il saio da francescano, con quella dell’Angelo della Morte, o Ángel de la Muerte, proprio secondo quanto andava raccomandando ai fedeli l’autonominato arcivescovo della Santa Muerte, padre David Romo. Si tratta di un personaggio controverso, oggi in carcere condannato a dodici anni per frode elettorale e a sessantasei per partecipazione a banda organizzata a scopo di rapimento, furto ed estorsione.

Per anni Romo tentò senza successo di trasformare il culto spontaneo e orizzontale alla Santa Muerte in una specie di religione, dotata di un’istituzione verticale, una dottrina ufficiale, dei sacerdoti, dei diaconi e cerimonie ben definite. Nel 2005 il ministero degli Interni messicani tolse il riconoscimento legale alla sua Chiesa Santa Cattolica Apostolica Tradizionale Messico-StatiUniti o, più brevemente, Iscat Mex-Usa, ma l’attività del padre continuò fino al suo arresto nel 2011. La modella e attrice messicana Carmen Campuzano è anch’essa devota della Santa Muerte, che l’avrebbe aiutata, temporaneamente, a uscire dai suoi gravi problemi di dipendenza dalle droghe. Il giornalista José GilOlmos racconta che anche la mitica attrice dell’era dorata del cinema messicano, MaríaFélix, la venerava. E così pure la cantante e attrice cubano-messicana Niurka Marcos e il suo ex compagno, l’attore di telenovele Boby Larios, i quali nel 2004 si sposarono giurando fedeltà proprio di fronte alla Chiesa di padre Romo.

Comunque sia, la Santa Muerte raccoglie consensi e devoti in paesi lontani dal Messico e“insospettabili”: dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Danimarca, dal Giappone agli angoli più impensabili dell’America centrale, meridionale e settentrionale, la migrazione, il turismo e internet hanno contribuito alla sua rapida diffusione e massificazione. Le gerarchie ecclesiastiche combattono l’espansione di questa devozione che, malgrado tutto, pare inarrestabile e autonoma rispetto a istituzioni e sacerdoti. Nel mercato di Sonora a Città del Messico, noto per l’immensa varietà dei prodotti esotici, esoterici e curiosi che vi si vendono, il merchandising legato alla Niña Bonita è superato solo da quello della Madonna di Guadalupe, la santa patrona nazionale. Non hanno funzionato in passato i tentativi del Vaticano di “liberare dal diavolo” i devoti della Flaca, né altre strategie contro la Santa Muerte come le minacce di scomunica, la “semina” di altari del santo cattolico rivale, san Giuda Taddeo, o l’assoldamento di esorcisti specializzati nella capitale. Il fatto è che non c’è nessun Satana da estirpare dall’anima dei cosiddetti santamuertistas. Quello che c’è è la crisi della Chiesa in America, endemica come l’emorragia di fedeli di fronte all’avanzata dei pentecostali e dei protestanti o delle multinazionali della fede come l’americana Scientology e la brasiliana Pare de Sufrir (“Smetti di soffrire” o Chiesa universale del Regno di Dio). Ciononostante,il Vaticano resta comunque al vertice di un potere religioso e temporale, globale e millenario.

Tra i potenti, includendo narcos e boss mafiosi, la religiosità è un elemento identitario e fondamentale. La connessione mediatica delinquenza-Santa Muerte è nata in seguito alla cattura nel 1998 del famigerato rapitore seriale Daniel Arizmendi López, El Mochaorejas (“Il Mozzaorecchie”), che nel suo appartamento nascondeva un altare alla Niña Blanca che poi, con il consenso delle autorità carcerarie, poté portare nella sua cella del penitenziario La Palma. Pochi media hanno parlato, però, dell’immagine della santa nazionale messicana, la Madonna di Guadalupe, che, subito dietro all’effigie della morte, occupava un posto d’onore nel suo altare casereccio. Era giocoforza creare il mito della Madonna dei delinquenti.

Nell’aprile 2001 venne arrestato Gilberto García Mena, alias “ElJune”, luogotenente del boss OsielCárdenas, l’allora capo del cartello del Golfo. Nel giardino della sua villa l’esercito trovò un bel santuario della Bambina Bianca, per cui la Santa Muerte cominciò a essere associata anche alla narco-cultura e ai signori della droga. Le operazioni militari della narcoguerra si preoccupano sempre più di distruggere gli “spazi sacri” dedicati alla Santa Muerte, soprattutto nel Nord del Paese, dove la violenza raggiunge picchi intollerabili e si punta sul colpo mediatico pur mostrare risultati.

Nel dicembre 2010, a Nuevo Laredo, in pieno territorio dei narcos Zetas, il sindaco Ramón Garza Barrios proibì ufficialmente la vendita di immagini della Santa Muerte per le strade e richiese al ministero delle Comunicazioni e i Trasporti l’eliminazione da strade e androni dei suoi altari. Nonostante le persecuzioni e le sparate mediatiche, i santi preferiti dai narcos, in realtà, sono molti più di quanto non si creda: la Madonna di Guadalupe e san Giuda sono importantissimi, così come il Robin Hood del Sinaloa Jesús Malverde, oltre alla Santissima. Secondo alcune voci, diffuse dalla stampa messicana, nel 1996 perfino il potentissimo “Señor de los Cielos”, Amado Carrillo Fuentes, capo dell’allora egemonico cartello di Juárez, avrebbe ordinato la costruzione di un piccolo santuario in suo onore, ma è indubbio che i fenomeni dei narco altari e delle narco elemosine, ossia le prebende elargite dai narcos alla Chiesa o a culti “alternativi”, abbiano coinvolto negli anni diversi tipi di istituzioni religiose, di santi e devozioni. La Muerte non è l’unica a ricevere doni e attenzioni.

La studiosa argentina Lía Dansker ha lavorato presso vari istituti correzionali per minorenni di Città del Messico e ha riscontrato come san Giuda sia il più amato tra i giovani reclusi, provenienti in gran parte dai quartieri marginali della capitale, mentre la Santa Muerte, anche se in crescita, resta al secondo posto in classifica. Entrambi i culti si inseriscono comunque su un fondo cattolico comune. Lía s’è guadagnata la fiducia dei giovani reclusi coi suoi aneddoti sul “cugino argentino” della Santa Muerte, il popolare San La Muerte, e su un’altra icona proibita ma celeberrima: il GauchitoGil. In Argentina, come espressione di devozione e lealtà nei loro confronti, non si fanno solo tatuaggi o promesse, ma si arrivano a impiantare le figurine di plastica o di resina dei santi sottopelle con un’operazione chirurgica improvvisata. Se le ferite si infettano o il corpo del fedele rigetta la statuina, il miracolo non sarà concesso; se invece l’operazione funziona, il santo accompagnerà per sempre il suo accolito nelle sue avventure.

Il misticismo e il potere si accoppiarono nella Germania nazista: una corte di maghi, astrologi e occultisti circondava Adolf Hitler. Il Führer li incluse tra le file delle SS. Il capo di quest’organizzazione militare, Heinrich Himmler, soleva ritirarsi nel suo castello di Wewelsburg per effettuare rituali iniziatici ed esoterici, mentre Hitler consultava il suo astrologo personale prima di prendere decisioni importanti. Anche il suo alleato italiano, Benito Mussolini, pare avesse trovato in Giuseppe Cambareri un consigliere esoterico di fiducia. Il misticismo nazi si basava su miti, leggende e visioni politico-religiose che giustificavano la superiorità della razza ariana e i deliri di onnipotenza dei suoi ideatori. Oggi il nazismo esoterico caratterizza, per esempio, un partito politico come Alba Dorata in Grecia e parte del neofascismo italiano. Un nazista esoterico noto in America Latina fu Miguel Serrano, diplomatico e intellettuale cileno, amico del poeta filofascista Ezra Pound e autore di Hitlerismo esoterico Adolf Hitlerl’ultimo Avatara. L’organizzazione Nuova Acropoli, fondata in Argentina dal poeta Jorge Ángel Livraga Rizzi nel 1957 e presente in Messico, Italia e una quarantina di altri paesi, è stata descritta dal Parlamento europeo nel 1984 come «gruppo fascista e paramilitare». Il giornalista argentino Alfredo Villetta ha definito la sua ideologia come un mix di elementi «esoterici, di teosofia, di orientalismo,di alchimia, astrologia e un po’ di filosofia greca». I neonazi sono usi a mischiare e ricreare tradizioni e simboli, siano essi musicali, religiosi o letterari, appropriandosi dei più adeguati alla diffusione della loro ideologia e all’avvicinamento di seguaci verso cause politiche trasformate in culti e dogmi.

Nel barrio di Tepito dicono che la Santa Muerte non «nasconde la gente cogliona, né innalza gli stronzi». È un ragionamento che non fa una piega, soprattutto quando si tratta di culto, potere, ideologia e religiosità, dato che esistono limiti all’ambizione materiale e spirituale che non andrebbero superati. Tepito è un quartiere enclave di artigiani, commercianti e sopravviventi del caos metropolitano in cui la Santissima è la patrona, «più tosta della Madonna», e «fa sgami, paros, non solo miracoli», secondo i suoi seguaci. In fin dei conti, i devoti chiedono una vita e una morte buone. Dalbarrio bravo non si scappa, ma ci si resta per imparare, perché la saggezza di quartiere può essere diretta e tagliente come una lama o star nascosta tra i vicoli e i doppi sensi sottili della parlata locale.

In Messico la Santa Muerte sta avendo un discreto successo anche tra le classi alte, ma molto più radicata è la sua venerazione tra quelle popolari, sempre più escluse dalle attenzioni di Chiesa, stato e istituzioni. Quando la morte si fa presente nella società, il suo culto si fortifica. E quando i diritti umani sfumano, la Santa Muerte prende il posto di chi dovrebbe garantirli. La Flaca è un sostegno spirituale che dà protezione, lavoro, salute, denaro e sicurezza. Nel Messico della narcoguerra sono beni scarsi, soprattutto per quei devoti silenziosi che dal potere fuggono più che cercarlo.

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