Falcone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/falcone/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Jun 2014 13:35:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Falcone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/falcone/ 32 32 La legge di cittadinanza applicata ai miei studenti https://minimaetmoralia.it/interventi/ius-soli/ https://minimaetmoralia.it/interventi/ius-soli/#comments Wed, 18 Jun 2014 13:35:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21588 Alla fine di quest’anno per me disgraziato, in cui mi è sembrato di avere cambiato mestiere, ho fatto un conto.

Il mestiere che ho svolto quest’anno, pur essendo insegnante di ruolo nella scuola media inferiore, è più simile al pony-express o al rappresentante di detersivi: sempre in macchina, sempre di corsa, a fare la spola da un capo all’altro della città per raggiungere le tre scuole in cui l’USP di Palermo mi ha mandato a insegnare. E tutte scuole poste in contesti piuttosto difficili, tra il mercato di Ballarò e il quartiere Zisa-Noce.

Me la sono cavata alla meno peggio, riuscendo a sopravvivere a giornate in cui alle otto di mattina ero a fare lezione nella prima scuola, alle undici nella seconda, alle due mezza del pomeriggio ero a un consiglio di classe nella terza e alle quattro e mezza ero di nuovo nella prima scuola per un collegio dei docenti. Diciamo che, ecco, sono riuscito più o meno a garantire la presenza in aula o negli organi collegiali. Se poi abbia potuto prestare un buon servizio agli studenti e alla stessa istituzione che ha avuto la felice idea di sbattermi a destra e a sinistra per tutto l’anno, su questo qualche dubbio ce l’ho!

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educacion

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Alla fine di quest’anno per me disgraziato, in cui mi è sembrato di avere cambiato mestiere, ho fatto un conto.

Il mestiere che ho svolto quest’anno, pur essendo insegnante di ruolo nella scuola media inferiore, è più simile al pony-express o al rappresentante di detersivi: sempre in macchina, sempre di corsa, a fare la spola da un capo all’altro della città per raggiungere le tre scuole in cui l’USP di Palermo mi ha mandato a insegnare. E tutte scuole poste in contesti piuttosto difficili, tra il mercato di Ballarò e il quartiere Zisa-Noce.

Me la sono cavata alla meno peggio, riuscendo a sopravvivere a giornate in cui alle otto di mattina ero a fare lezione nella prima scuola, alle undici nella seconda, alle due mezza del pomeriggio ero a un consiglio di classe nella terza e alle quattro e mezza ero di nuovo nella prima scuola per un collegio dei docenti. Diciamo che, ecco, sono riuscito più o meno a garantire la presenza in aula o negli organi collegiali. Se poi abbia potuto prestare un buon servizio agli studenti e alla stessa istituzione che ha avuto la felice idea di sbattermi a destra e a sinistra per tutto l’anno, su questo qualche dubbio ce l’ho!

E comunque il conto che ho fatto è il seguente: degli studenti di cui sono stato insegnante quest’anno, circa il 10% è di origine straniera. Un numero considerevole.

Nei mesi passati si sono potuti leggere timidi cenni di un dibattito sulla legge di cittadinanza in cui veniva sollevata la proposta di abbandonare l’attuale impostazione legata allo ius sanguinis per varare una nuova legge impostata sul principio dello ius soli. Come risposta abbiamo ascoltato una caterva di insulti da parte di esponenti politici, tutti per lo più settentrionali, indirizzati soprattutto contro un ministro di colore dello scorso governo. Io intanto chiedevo agli studenti stranieri delle mie classi il maggior numero di notizie sul loro luogo di nascita, sulla loro storia familiare, sugli spostamenti dei loro genitori e dell’intera famiglia. Non perché volevo farmi gli affari altrui ma perché volevo capire come i miei studenti fossero messi riguardo alla possibilità di accedere alla cittadinanza italiana. E siccome gli studenti a cui insegno mi stanno a cuore, mi è venuta curiosità di sapere se, dopo tutta questa fatica, dopo le ore, i mesi, gli anni che ho fatto loro passare a studiare libri italiani che parlano della letteratura e della lingua italiana, durante lezioni che si svolgono totalmente in italiano, facendo loro studiare la Storia e la Geografia da una prospettiva fondamentalmente incentrata su un punto di vista italiano, volevo capire chi di loro potrà ottenere la cittadinanza italiana. E ho capito che la legge non garantirà a ciascuno di loro la cittadinanza del paese in cui sono cresciuti e di cui hanno condiviso tutto.

Tra i miei studenti ci sono ad esempio Giovanna e Amina. La prima è una ragazzina di dodici anni la cui famiglia proviene dallo Sri Lanka. Nata in Italia, frequenta la seconda media. I genitori hanno deciso di metterle un nome italiano e lei mi ha detto che da grande vorrebbe lavorare nell’esercito (italiano). Contenta lei! È una delle tre studentesse più brave della classe, tutti nove in pagella. La seconda ha madre e padre del Marocco. Anche lei è nata in Italia. Prima media. Lei della sua classe è la più brava in assoluto. Tutti nove anche lei. La legge dice che queste due studentesse potranno chiedere la cittadinanza italiana non appena avranno compiuto diciotto anni ma entro e non oltre un anno da quella data, e solo se in Italia “vi abbiano risieduto legalmente e senza interruzione fino alla maggiore età”. Io non lo so se questi due requisiti ce li abbiano. E se in un primo periodo la presenza in Italia, loro e dei genitori, fosse stata non legale? Non ne avranno diritto. E se a un certo punto fossero costrette a passare, per imponderabili sfighe della vita, che so, una malattia dei genitori per esempio, un anno o sei mesi nel paese d’origine, affidate ai loro parenti, interrompendo per motivi indipendenti dalla loro volontà la continuità del loro status di residenti, per riuscire a tornare in Italia solo qualche tempo dopo, riprendendo la stessa vita di prima? È sensato che decada il loro diritto? Questa breve assenza può corrompe a tal punto la loro italica identità?

Una di queste studentesse mi ha anche raccontato che, oltre a tre fratelli e sorelle più piccoli, ha un fratello molto più grande di lei, maggiorenne, che non è nato in Italia ma nello Sri Lanka. Come si comporta la legge nei confronti di questo fratello? Se ho ben capito, non gli concederà la cittadinanza. Stessa educazione, stessa famiglia, stesse scuole, stessa vita spesa nell’identico luogo e, come unica discriminante o differenza, la data e il luogo di nascita. Vi sembra, obiettivamente, un criterio sensato?

Questo fratello, mi ha raccontato Giovanna, abita in una città del nord Italia. Non si vedono da tre anni perché la famiglia non ha i soldi per andare a trovarlo e lui è meglio che non si muova. Ha perso il lavoro e gli è scaduto il permesso di soggiorno. Dice la legge che dovrebbe essere rimpatriato nello Sri Lanka, un paese dove non ha mai vissuto e che non conosce, mentre l’intera sua famiglia si trova qui e i suoi fratelli, verosimilmente, fra un po’ di anni diventeranno cittadini italiani.

Per avere le idee più chiare sulla legge n.91 del 1992 e la sua concreta applicazione ho chiamato un mio amico. Fa l’avvocato e si occupa proprio di immigrazione, di cittadinanza, di stranieri in Italia. Mi ha chiarito diversi dubbi oltre a raccontarmi alcune storie davvero assurde. E mi ha confermato nella convinzione che l’attuale legge di cittadinanza è ingiusta e contraddittoria, basata su una serie di princìpi che mi sembrano – come dire? – un po’ puerili. Grazie anche al suo aiuto potrei provare ad affrontare, qui, i criteri generali della legge e una serie più ampia di casi. Ma non è questo che, al momento, mi interessa di più.

Preferisco attenermi alla prospettiva limitata che la casistica dei miei studenti presenta, pur sapendo che riguarda solo una minima parte delle possibili esperienze che la legge regola e dei destini di vita su cui decide. Preferisco dare corpo e carne all’astrazione della legge, provando a leggere gli effetti concreti che essa può avere su persone che vedo tutti i giorni. Mi interessa partire da loro, in prima persona, i miei studenti, persone che conosco benissimo e verso cui, oltre a volergli bene, ho un obbligo personale dato dalla mia professione: di indirizzo, orientamento e formazione. Ho una responsabilità.

Confrontiamo dunque il caso di Giovanna e Amina con quello di altri tre studenti: Richard e Fred, provenienti dalle Mauritius; e Rajan, anch’egli dello Sri Lanka. Loro sono arrivati in Italia tra i due e gli otto anni. Hanno fatto lo stesso identico percorso delle due loro compagne. Hanno frequentato le scuole italiane, chi fin dall’asilo chi dalla scuola elementare, in modo continuativo e con assiduità. Anche il loro profitto è abbastanza soddisfacente e la loro integrazione nella società italiana completa, favorita anche dal fatto di essere stati coinvolti per anni in un progetto (ora purtroppo in dismissione) per l’integrazione e l’inserimento scolastico di ragazzi stranieri realizzato da un associazione locale in collaborazione con il Comune di Palermo. Nessuna differenza con le ragazze di cui sopra se non per l’accidentale caso di essere nati fuori dall’Italia, fatto che preclude loro l’ottenimento della cittadinanza italiana, qualora ne volessero fare richiesta. Perché l’essere nati sul suolo italiano dovrebbe assicurare un di più di italianità rispetto a questi ragazzi, arrivati in Italia da piccoli o piccolissimi? Si può crederlo vero?

Questi ragazzi saranno considerati stranieri perché, appena nati, avranno bevuto per uno, due o cinque anni latte in polvere di una mucca non italiana e delle pappine di verdurine coltivate in terra asiatica o africana. E, si sa, le verdurine del suolo italiano hanno poteri miracolosi nella costruzione di una pura identità italiana che le verdurine asiatiche non possiedono.

Eppure io, nelle ore di Cittadinanza e Costituzione, svolgo lo stesso identico programma con le ragazze di origine straniera nate in Italia, con i ragazzi nati da matrimoni misti, con i ragazzi di origine straniera nati all’estero oltre che con i ragazzi cento per cento italiani, affrontando (quando mi riesce, e non sempre mi riesce) gli articoli della Costituzione italiana, questioni relative alla cittadinanza europea, la Carta dei diritti fondamentali dell’uomo, questioni relative alla educazione alla legalità in contesti di mafia, ecc. E la risposta, da parte degli studenti che non sono nati in Italia, è quasi sempre improntata a serietà e partecipazione alle discussioni e al dibattito. Proprio come quella delle ragazze di origine straniera nate in Italia e di molti dei ragazzi italiani. Ogni tanto, è vero, qualcuno fa casino e io mi imbestialisco, divento tutto rosso e qualche volta perdo la pazienza e mi metto a urlare. E possono essere indifferentemente ragazzi italiani o di origine straniera a fare casino. Indifferentemente, appunto: senza nessuna differenza.

Ancora qualche esempio, giusto per farsi un’idea chiara sul grado di integrazione di questi ragazzi. In una delle tre scuole in cui insegno esiste un organo degli studenti che si chiama Comitato dei diritti. Ne fanno parte due studenti per classe, che durante l’anno partecipano a una serie di attività incentrate soprattutto sulla questione della legalità in terre di mafia. In una delle classi, di cui sono insegnante dallo scorso anno, si sono candidati per questo impegno, e sono stati eletti, un ragazzo italo-tunisino (mamma italiana, papà tunisino) e uno dei ragazzi già menzionati (Rajan, dello Sri-Lanka). Il 23 maggio, subito dopo aver chiamato l’appello, si sono recati a Piazza Politeama, dove c’era la manifestazione in ricordo di Falcone e Borsellino, in rappresentanza della nostra scuola. La settimana prima c’era stata la festa di Addiopizzo, il comitato cittadino che da un decennio circa lotta contro le estorsioni di cui sono vittime negozianti e imprese. Di venerdì era prevista una manifestazione contro il racket attraverso le vie della città. La scuola sarebbe rimasta chiusa per uno dei tanti “ponti” di questa primavera.

La collega di matematica ha invitato tutti gli studenti della classe, italiani o stranieri che fossero, a partecipare con lei alla manifestazione antiracket. Aveva dato appuntamento davanti al portone della scuola. Nonostante fosse giorno di festa quattro studenti sono andati all’appuntamento e hanno partecipato alla manifestazione contro il racket in compagnia della mia collega. Erano Luisa, una ragazza italiana, e tre degli studenti “stranieri”: Fred (Mauritius), Rajan (Sri-Lanka) e lo studente italo-tunisino. Di tutti gli altri studenti non c’era ombra. Fred e Rajan, come ho già detto, forse non saranno mai cittadini italiani, pur praticando la cittadinanza molto più consapevolmente di molti tra i loro compagni italiani. Sono un motore importantissimo per la nostra classe, una componente essenziale della nostra comunità scolastica, fondamentale per la sua crescita e per la piena realizzazione dell’esperienza educativa che vi si svolge. Dai diciotto anni in poi, se la legge sulla cittadinanza resterà invariata, vivranno la permanenza sul suolo italiano come un’esperienza piena di difficoltà e di incognite. Forse per questo un giorno saranno costretti a nascondersi, a vivere da clandestini oa emigrare di nuovo, verso paesi che offrono loro migliori opportunità. E, conoscendoli, è una cosa assurda, inconcepibile, davvero senza senso.

Noi, professori o maestri di scuola o quanti altri lavorano con loro e con le loro famiglie, avremo svolto un lavoro di cui la società italiana non saprà cosa farsene, perché avrà deciso di respingerli dopo avere speso tanto tempo e energia a realizzare una integrazione. Compiuta in tutto e per tutto. Vi sembra normale?

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Segreti di Stato e romanzo delle stragi https://minimaetmoralia.it/libri/segreti-di-stato-e-romanzo-delle-stragi/ https://minimaetmoralia.it/libri/segreti-di-stato-e-romanzo-delle-stragi/#comments Tue, 22 Apr 2014 18:47:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20194 Il governo Renzi ha deciso di aprire gli archivi sulle stragi. E' cioè stata firmata la direttiva che consente la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. E' dubbio se tutto questo potrà davvero ricompattare (e rendere leggibile) il lungo agghiacciante incredibile romanzo delle stragi che fa dell'Italia un paese unico in Europa. C'è la speranza che si decida a questo punto di pubblicare anche i documenti secretati sulle stragi di mafia. Come auspicio e monito ripubblichiamo un'intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

«Pensare un'azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, «Il ritorno del principe». Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato "osceno". «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

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Il governo Renzi ha deciso di aprire gli archivi sulle stragi. E’ cioè stata firmata la direttiva che consente la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. E’ dubbio se tutto questo potrà davvero ricompattare (e rendere leggibile) il lungo agghiacciante incredibile romanzo delle stragi che fa dell’Italia un paese unico in Europa. C’è la speranza che si decida a questo punto di pubblicare anche i documenti secretati sulle stragi di mafia. Come auspicio e monito ripubblichiamo un’intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

«Pensare un’azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, «Il ritorno del principe». Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato “osceno”. «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

– Nel suo libro «Il ritorno del principe» lei sostiene che la questione criminale italiana sia inscindibile da quella dello Stato e della democrazia. È un’affermazione molto forte…

La storia italiana è una storia diversa da quella degli altri paesi di democrazia europea avanzata, perché nei paesi come la Francia, come l’Inghilterra, come la Gemania quasi non esiste una questione criminale, o meglio, la questione criminale è un capitolo assolutamente marginale e secondario della storia nazionale, di cui si occupano soltanto gli specialisti, i magistrati e i criminologi, perché tranne poche eccezioni le gesta criminali sono quelle della criminalità comune: rapine, omicidi e traffico di stupefacenti. In Italia non è così. Perché in Italia la questione criminale è sempre stata inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, la storia con la ‘s’ maiuscola. I protagonisti delle vicende criminali non sono stati soltanto esponenti delle classi disagiate e popolari, ma anche pezzi importanti della classe dirigente.

– Cos’è l'”Oscenità del potere”?

L’impostura culturale che la mafia è solo una storia di brutti sporchi e cattivi, di cui sono protagonisti personaggi come Riina, Provenzano o i casalesi. La realtà è che, tranne un breve periodo che dura dal 1980 al 1990, i più grandi capi della mafia sono sempre stati borghesi. Il capo della mafia di Corleone, prima di Riina e Provenzano era un medico chirurgo: il dottor Michele Navarra.

– Quali sono i pericoli che l’Italia corre se il potere criminale dovesse continuare a rimanere fuori dalla scena, ‘osceno’ insomma?

La lezione della storia ci insegna che in questo paese nessuno – fosse di centro, destra o sinistra – ha mai potuto governare senza venire a patti con questo blocco sociale che è anche il principale responsabile del sottosviluppo del Mezzogiorno, della privazione sistematica della risorse. Situazione che oggi è più grave: a causa di fattori macrosistemici come l’avanzare del federalismo fiscale, il tetto massimo stabilito alla spesa pubblica dopo il trattato di Maastricht e altri fattori di crisi economica, il Sud precipita sempre di più in una situazione di degrado economico, la forbice del differenziale tra Nord e Sud aumenta, una parte del Nord tende a staccarsi per seguire la locomotiva del Nord Europa e abbandonare il Sud al suo destino. Questo Sud privato di risorse avrà il problema di garantire a milioni di persone di mettere insieme il pranzo e la cena. In assenza di spesa pubblica il pericolo è che per evitare che il sud diventi una polveriera sociale ci si affida all’economia alternativa del crimine, cioè che il Sud diventi un’enorme zona di no-tax, una sorta di Singapore del Mediterraneo, dove l’economia si genererà grazie al porto franco, all’afflusso di capitali sporchi, alle case da gioco alla benzina defiscalizzata e quant’altro.

– Eppure quel blocco sociale sembra ancora molto forte…

Noi continuiamo ad avere un Parlamento, consigli regionali, governi, e organi rappresentativi affollati di persone che sono state condannate per mafia, e che restano ciò nonostante restano degli ‘intoccabili’. Continuiamo ad avere quella che poco fa ho chiamato borghesia mafiosa, che è un pezzo importante di classe dirigente, ed è il vero terreno su cui si gioca il futuro della lotta alla mafia. Nel libro leggo il sistema di potere mafioso attraverso la lente dei ‘Promessi sposi’: non ci si può illudere di sconfiggere la mafia arrestando solo i bravi.

– In quali condizioni prospera l'”offerta” sociale mafiosa rispetto a quella legale dello Stato?

Quando le persone non hanno la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti, quando sono costretti a piegarsi per avere un lavoro, per avere un minimo di dignità sociale, quando uno Stato non è in grado di offrire occupazione e pari dignità ai cittadini. È allora che molta gente è spinta a mettersi nelle mani della mafia che quantomeno garantisce una sopravvivenza economica.

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Ricordando Giuseppe Fava https://minimaetmoralia.it/ritratti/ricordando-giuseppe-fava/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ricordando-giuseppe-fava/#respond Sat, 05 Jan 2013 14:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12261 Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull'emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l'Orso d'oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

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Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull’emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l’Orso d’oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

In quei giorni, le vicende di Fava e di Falcone mi avevano portato a riflettere sui rapporti mai semplici che intercorrono tra memoria storica e memoria pubblica, soprattutto nei discorsi riguardanti la mafia.

La memoria pubblica, pensavo, è quasi sempre regolata sul presente. È patrimonio largamente condiviso di un popolo che la fa funzionare anche per definire una propria identità collettiva. Attraverso la memoria pubblica si aspira sempre a creare una forma di egemonia affermando un sistema di valori e rintracciando un qualche tipo di esemplarità che abbia anche funzione morale.

La memoria storica invece, come per lunghissimi anni è stato per figure come Fava Impastato Rostagno Siani e numerose altre vittime delle mafie, può anche essere pura resistenza: essa può ridursi a essere difesa da una sparuta minoranza di persone, mantenendo nonostante questo tutto il suo vigore e la sua spinta propulsiva.

Nel rievocare un evento in quanto memoria pubblica spesso i documenti vengono fatti funzionare come storie significative. In quanto memoria storica, invece, i documenti sono sempre reperti archeologici e, appunto per questo, sono inizialmente illeggibili e non assimilabili al presente. È proprio la loro distanza, la loro radicale differenza, a renderli strumenti dotati di un potenziale critico capace di sovvertire le nostre certezze. Solo a fatica e con grande sforzo di persuasione, pensavo poi, alcune verità storiche si fanno strada pian piano nella memoria pubblica affermando la propria autorevolezza. Non di rado, quando questo accade, nel produrre una nuova visione dei fatti passati si fanno anche portatrici di nuove visioni del mondo. Iniziano a funzionare nel presente modificandolo.

L’uccisione di Giuseppe Fava, di cui oggi ricorre il ventinovesimo anniversario, già ai tempi in cui è avvenuta era portatrice di una verità storica, per affermare la quale tanto per cambiare ci sono voluti poi anni e anni di battaglie in tribunale: un atto di accusa circostanziato contro un sistema di potere, di tipo mafioso, attivo a Catania tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80. Verità fino a quel momento diffusamente negata dal comune discorso pubblico e che Pippo Fava come voce isolata, o lupo solitario come gli piaceva definirsi, con il suo aggressivo giornalismo di denuncia, gettava in faccia senza mezze parole alla sua città e all’Italia intera.

Giuseppe Fava negli ultimi anni di attività si era trovato a dovere difendere la sua indipendenza, resistendo a licenziamenti, pressioni indebite, censure. Si era inventato uno spazio di assoluta autonomia che gli consentisse di continuare a lavorare in modo libero. Per fare questo aveva messo in campo ogni strumento espressivo a sua disposizione: la caricatura accanto all’inchiesta, la rappresentazione ferocemente sarcastica accanto all’articolo d’opinione, il travestimento istrionico accanto al reportage. Inventava verbali grotteschi di finti convegni di mafia in cui i padrini dibattevano come se fossero la giuria di un grande festival su quale dovesse essere votato come “delitto dell’anno”. Accompagnava questi articoli con schizzi di “mafiosi acrobati” o di “mafiosi sopra e sotto”. Si faceva beffe del killer mafioso mostrandone tutta la pochezza. Poi scriveva anche l’articolo ben noto sul sistema di potere instaurato dai “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” a Catania. In questo modo di procedere, tra guitto e giornalista informato, assomigliava al Peppino Impastato di Onda pazza, che si faceva beffe di Tano Badalamenti sfottendolo con il nome di grande capo Tano Seduto e poi denunciava la spartizione di denaro pubblico avvenuta nella commissione edilizia del Comune di Cinisi.

Se oggi esiste una memoria pubblica di Fava, sempre piuttosto flebile, riguarda il Fava fondatore del periodico I Siciliani. È stata l’attività di denuncia portata avanti con quel mensile autofinanziato a condurre il giornalista alla morte ed è grazie ai suoi compagni di quegli anni e ai suoi familiari se almeno questa memoria è rimasta viva, resistendo a insabbiamenti e depistaggi. Ma nella percezione collettiva diffusa il riconoscimento di Fava come vittima della mafia ha comportato una strana forma di smemoratezza rispetto a tutto ciò che di altro aveva fatto.

Nato nel 1925, Giuseppe Fava è stato ucciso all’età di quasi 59 anni, il 5 gennaio 1984. Il primo numero de I Siciliani era uscito esattamente un anno prima, a gennaio del 1983. Ci sono dunque circa 35 anni di attività che non vengono considerati quasi mai. Un recente libro di Massimo Gamba dal titolo Il Siciliano rappresenta il primo tentativo di trattazione biografica dell’intera attività dell’autore siciliano e fornisce una quantità di notizie preziose per una sua riconsiderazione critica. Ma è solo il primo passo di un lavoro ancora tutto da impostare.

Negli anni ’70 Fava era noto forse più come scrittore e drammaturgo che come giornalista. Due suoi romanzi, Gente di rispetto e Prima che vi uccidano, oggi li definiremmo dei best-seller, con le circa 70.000 copie vendute. Da uno di essi era stato tratto un film per la regia di Luigi Zampa. I suoi testi teatrali, molti dei quali messi in scena dallo Stabile di Catania di Turi Ferro, circolavano in tutta Italia vincendo premi.  Verso la fine degli anni ’70 si era trasferito a Roma, dove aveva collaborato con la RAI a programmi televisivi e radiofonici. Aveva firmato per Raitre una serie di inchieste televisive sulla Sicilia. Nel 1977 aveva condotto un programma radiofonico del mattino per Radio Rai, dal titolo “Voi ed io”. Un bel libro di inchieste dal titolo Processo alla Sicilia lo aveva pubblicato molti anni prima, nel 1970. E ancora prima era uscita la sua prima opera narrativa, Pagine, che raccoglieva racconti pubblicati nel corso degli anni ’60 sui quotidiani in cui aveva lavorato come cronista. Insomma, una attività intensa che gli aveva dato, tra gli autori siciliani suoi contemporanei, una notorietà seconda forse solo a quella di Sciascia.

Una produzione, rispetto a quella di Sciascia, più apertamente contaminata, che si prefiggeva di essere popolare. Ma che proprio per questo possiede tratti di piena contemporaneità. Fava riusciva infatti a utilizzare, con grande facilità e con una versatilità dirompente, tutti i mezzi che l’industria culturale del tempo offriva: teatro, cinema, radio, giornalismo, televisione, letteratura, perfino arti visive. Cos’è allora che ci allontana oggi da una riconsiderazione critica della sua opera che ne sappia leggere pregi e limiti, considerandone i tratti distintivi accanto ai punti di caduta (che certamente ci sono, dovuti forse a una grande velocità di esecuzione e a una generosità che ogni tanto sulla pagina trasborda per difetto di misura)? Può davvero l’identificazione del suo personaggio con il suo destino di vittima di mafia avere posto in ombra tutto il resto?

Di certo la letteratura di Giuseppe Fava è totalmente alternativa rispetto al canone più accreditato nella tradizione siciliana del secondo Novecento, la cosiddetta linea Sciascia-Bufalino-Consolo, e per questo forse i critici non sanno bene come considerarlo. Se come giornalista, scrittore, autore teatrale, intellettuale scomodo o che. Nei suoi confronti aleggia tra gli specialisti una sorta di snobismo. Perché la sua opera non è mai professorale, i suoi costrutti non sanno mai di latino. La sua è piuttosto l’opera spuria di uno che non si è tirato mai indietro quando c’era da sporcarsi le mani, che ha battuto da cronista in cerca di storie le strade di tutta la Sicilia, fino ai più fetidi catoi, per poi sistemare nel chiuso di una fumosa redazione, più in fretta possibile, pezzi veloci da consegnare alle rotative. E di questa velocità di esecuzione e di giudizio, con i rischi che implica, è innervata tutta la sua opera.

A rileggere, oggi, alcune delle sue opere però si hanno non poche sorprese.

Il consiglio è di cominciare la rilettura, anche per sottrarre la figura di Fava al tema unico della lotta alla mafia, proprio da Passione di Michele, romanzo che si fa leggere tutto d’un fiato. Vi si narrano le vicende di un giovane ragazzo di Palma di Montechiaro costretto a emigrare nella Germania dei grandi stabilimenti industriali, finché non approda alla catena di montaggio della Volkswagen, a Wolfsburg. Attraverso un crescendo di eventi drammatici ispirati alla cronaca del tempo, con una resa sempre molto precisa e documentata dei contesti e degli ambienti dell’emigrazione italiana, la vicenda si trasforma pagina dopo pagina da possibile romanzo di formazione al romanzo di uno sradicamento senza alcuna possibilità ricomposizione. Michele diventa lo straniero. Il processo finale per omicidio, attraverso una serie di passaggi visionari e un gioco delle parti dai toni spesso grotteschi, è anche la messa in scena di un’insanabile frattura culturale, con tutta la componente di pregiudizio che normalmente si incista nei dibattimenti quando un fatto di cronaca diventa evento mediatico che agita l’opinione pubblica.

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