fallimento Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fallimento/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 Jul 2013 14:44:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg fallimento Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fallimento/ 32 32 La formazione passa per la via del Fallimento https://minimaetmoralia.it/societa/la-formazione-passa-per-la-via-del-fallimento/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-formazione-passa-per-la-via-del-fallimento/#comments Wed, 16 Mar 2011 12:55:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3981 Il problema che contraddistingue il nostro tempo consiste nel come riuscire a preservare la funzione educativa propria del legame familiare di fronte a una crisi sempre più radicale e generalizzata del discorso educativo. Come vi può essere educazione – e dunque formazione – se l’imperativo che orienta il discorso sociale s’intona perversamente come un «Perché no?» che rende insensata ogni esperienza del limite? Come si può introdurre la funzione virtuosa del limite

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Il problema che contraddistingue il nostro tempo consiste nel come riuscire a preservare la funzione educativa propria del legame familiare di fronte a una crisi sempre più radicale e generalizzata del discorso educativo. Come vi può essere educazione – e dunque formazione – se l’imperativo che orienta il discorso sociale s’intona perversamente come un «Perché no?» che rende insensata ogni esperienza del limite? Come si può introdurre la funzione virtuosa del limite – funzione che assegna un senso possibile alla rinuncia e che rende possibile l’unione di Legge e desiderio – se tutto tende a sospingere verso l’apologia cinica del consumo e dell’appagamento senza differimenti? Come può il legame familiare non cedere sulla sua funzione educativa, sul suo essere il luogo elettivo della trasmissione del desiderio e della soggettivazione, se il discorso sociale dominante esalta l’aggiramento della castrazione come perno della nuova morale iperedonista? Come è possibile sostenere la funzione formatrice della rinuncia e del limite quando l’assenza o il declino dei riferimenti normativi all’Ideale finisce per rendere la rinuncia al godimento pulsionale immediato sempre più insensata?

La difficoltà in cui versa ogni discorso educativo è doppia: per un verso è difficoltà ad assumere con responsabilità la differenza generazionale introducendo il potere simbolico dell’interdizione. Per un altro è difficoltà a trasmettere il desiderio da una generazione all’altra; è difficoltà nel dare testimonianza di cosa significhi desiderare.

I compiti della funzione paterna

L’assenza di conflittualità come fattore imprescindibile della formazione è uno dei sintomi maggiori del legame familiare e del legame sociale ipermoderno. Il nuovo disagio della giovinezza non è più segnato dall’Edipo, non si produce dal conflitto tra le generazioni, dalla tragedia dell’usurpazione, dal carattere trasgressivo del desiderio che infrange la Legge. Il disagio della giovinezza prodotto dal discorso del capitalista è un disagio legato a un effetto di intasamento e di intossicazione generato dall’eccesso di godimento e dal declino della funzione simbolica della castrazione. La clinica dei cosiddetti nuovi sintomi mostra bene come il problema dell’attuale disagio della giovinezza non sia tanto quello del conflitto tra il programma della pulsione e quello della Civiltà, tra l’immaginazione del desiderio e il peso opprimente della realtà, tra le ragioni dei figli e quelle dei padri, ma di come accedere all’esperienza del desiderio.

Questa difficoltà di accesso al desiderio ha certamente a che fare, come abbiamo visto, con l’egemonia incontrastata del discorso del capitalista e con l’evaporazione del padre che da essa scaturisce. Ma ha anche molto a che fare con un’assenza di adulti, con una caduta della differenza generazionale e della responsabilità che essa comporta.

Una mia giovane paziente raccontava tutto il suo disagio (e il suo godimento inconscio) nel dover sostenere il padre che, separatosi dalla madre quando lei aveva solo 2 anni, esige di essere consolato ogni volta che le sue storie d’amore finiscono nel nulla. Un’altra giovane paziente bulimica che rubava nei supermercati mi parlava della difficoltà di trovare un argine simbolico sufficientemente solido in grado di frenare la sua corsa rovinosa del godimento. Il suo problema non era quello di raggiungere il godimento della trasgressione per la via dell’aggiramento clandestino della Legge, ma come poter risvegliare la Legge paterna dal suo sonno sconsiderato, di come poter essere vista rubare da qualcuno che avrebbe assunto finalmente la responsabilità di fermare la sua deriva pulsionale.

La crisi attuale dell’operatività dell’ordine simbolico coincide con la crisi del potere di interdizione, ma anche con la difficoltà della trasmissione del desiderio da una generazione all’altra, coincide con la capacità degli adulti di fornire una testimonianza su come si possa esistere senza voler suicidarsi o impazzire, sulla capacità di rendere questa esistenza degna di essere vissuta. È il doppio compitodella funzione paterna. Essere chiamati a introdurre un «No!» che sia davvero un «No!» (un mio paziente tossicomane si lamentava di non aver mai incontrato un «No!» di questo genere) e, al tempo stesso, saper incarnare un desiderio vitale e capace di realizzazione. Perché questo doppio compito è oggi così difficile da sostenere?

Il dono di una generazione all’altra

Soffermiamoci su almeno due grandi nuove angosce dei genitori di oggi. La prima è relativa all’esigenza di sentirsi amati dai loro figli. Questa esigenza è inedita e ribalta la dialettica del riconoscimento: non sono più i figli che domandano di essere riconosciuti dai loro genitori, ma sono i genitori che domandano di essere riconosciuti dai loro figli. In questo modo la dissimmetria generazionale viene ribaltata. Per risultare amabili è necessario dire sempre «Sì!», eliminare il disagio del conflitto, delegare le proprie responsabilità educative, avallare il carattere pseudodemocratico del dialogo. In questo modo si produce una collusività patogena tra questo «Sì!» perpetuo e il «Perché no?» perverso che ispira il discorso sociale dominante.

La clinica psicoanalitica mostra che senza l’esperienza del limite, l’esperienza stessa del desiderio viene fatalmente aspirata verso un godimento di morte. Lo abbiamo ripetuto più volte. Resta indispensabile che qualcuno – al di là delle differenze di genere e anche al di là del legame di sangue perché, come usava ripetere spesso l’ultimo Lacan, «qualunque cosa» può porre in esercizio la funzione paterna – si assuma il peso dell’atto di introdurre la castrazione simbolica. Considerando però che in questo atto di interdizione è già in gioco un movimento di donazione. Perché la Legge che il padre incarna, senza pensare mai di esaurirla nella sua persona, non si manifesta affatto come una pura negazione repressiva, ma come ciò che sa rendere possibile il desiderio. È il problema della trasmissione: una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire.

La seconda grande angoscia dei genitori di oggi è quella legata al principio di prestazione. Lo scacco, l’insuccesso, il fallimento dei propri figli sono sempre meno tollerati. Di fronte all’ostacolo la famiglia ipermoderna si mobilita, più o meno compattamente, per rimuoverlo senza dare il giusto tempo al figlio di farne esperienza. Le attese narcisistiche dei genitori rifiutano di misurarsi con questo limite attribuendo ai figli progetti di realizzazione obbligatoria. Ma, come ha scritto Sartre, se i genitori hanno dei progetti per i loro figli, i figli avranno immancabilmente dei destini… e quasi mai felici. Avere un figlio senza difetti, capace di prestazione, riflette le angosce narcisistiche dei genitori. Il fallimento della trasmissione può essere legato a un’esigenza di clonazione, di immedesimazione nel proprio discendente, di ripetizione dello stesso destino. Era ciò che accadeva nell’epoca edipica del disagio della giovinezza. Ma può accadere anche che esso si produca come effetto di un’assenza di atti simbolici, come accade nel tempo ipermoderno. In questo caso non avremo l’investitura fallica, la clonazione, il carattere sacro dell’identificazione – «Diventa come me!» – ma un’esigenza superegoica di efficienza. Non conta tanto la clonazione, ma la necessità di occultare ogni imperfezione. I genitori di oggi sono terrorizzati dalla possibilità che l’imperfezione possa perturbare l’apparizione del loro figlio come ideale. È un nuovo mito della nostra civiltà: dare ai figli tutto per poter essere amati; coltivare il loro essere come capace di prestazione per scongiurare l’esperienza del fallimento. Ne consegue che i nostri giovani non sopportano più lo scacco perché a non sopportarlo sono innanzitutto i loro genitori. Il principio di prestazione ipermoderno è un principio di affermazione dell’io. Ma siamo sicuri che il successo dell’io si accompagni alla soddisfazione?

Elogio del fallimento

La psicoanalisi non tesse affatto l’elogio della prestazione. Il lavoro dell’analisi è antagonista al narcisismo dell’apparizione, a quel successo dell’io che abbaglia e cattura i giovani di oggi. L’esperienza dell’analisi punta piuttosto a scorticare l’involucro narcisistico dell’immagine per porre il soggetto di fronte alla verità del proprio desiderio. Tutto nell’esperienza analitica mira a ridurre i falsi prestigi dell’io, come si esprimeva Lacan. La psicoanalisi non sostiene il culto ipermoderno della prestazione, ma tesse l’elogio del fallimento. Essa raccoglie i resti, i residui, le vite di scarto; lavora sulle cause e sulle vite perse. Per fare lo psicoanalista bisogna amare le cause perse… Ma cosa significa tessere un elogio del fallimento? Il fallimento non è solo insuccesso, sconfitta, sbandamento. O meglio, è tutto questo: insuccesso, sconfitta e sbandamento, ma è anche il suo rovescio. Il fallimento, secondo Lacan, è proprio del funzionamento dell’inconscio. La sua definizione di atto mancato è tutta un programma: un atto mancato è il solo atto riuscito possibile. Perché? Perché è un atto mancato per l’io, ma è riuscito per il soggetto dell’inconscio. Lo stesso accade in una sbadataggine o in un lapsus. Il fallimento è uno zoppicamento salutare dell’efficienza della prestazione. E, in questo senso, la giovinezza è il tempo del fallimento o, meglio, è il tempo dove il fallimento dovrebbe essere consentito. È quel tempo che esige il tempo del fallimento, dell’errore, dell’erranza, della perdita, della sconfitta, del ripensamento, del dubbio, dell’indecisione, delle decisioni sbagliate, degli entusiasmi che si dissolvono e si convertono in delusioni… del tradimento e dell’innamoramento…

Perdersi è necessario

I giovani sono esposti al fallimento perché la via autentica della formazione è la via del fallimento. Lo insegnava Hegel e lo insegnano i testi biblici, prima della psicoanalisi. È il fratello più giovane che, nella celebre parabola evangelica, chiede al padre la sua parte di eredità in anticipo per dissiparla nel godimento più ottuso. La formazione è erranza, discontinuità, incontro, rottura del familismo. C’è sempre nel cammino di una vita una caduta da cavallo, un incontro con la terra, un faccia a faccia con lo spigolo duro del reale. In questo senso i giovani sono più esposti alla malattia dell’inconscio. Perché ci sia incontro con la verità del desiderio è necessario smarrirsi, fallire, perdersi. Chi non si è mai perduto non sa cosa sia ritrovarsi… Ecco perché Lacan diceva di contare solo su di loro, sui giovani, e su di essi poneva la sua speranza per l’avvenire della psicoanalisi. I giovani sanno perdersi come nessun altro… Sanno perdersi e ritrovarsi… Ma è fondamentale la presenza degli adulti perché questo avvenga. Sono necessari una casa, un legame, un’appartenenza perché l’erranza dia i suoi frutti. È necessario che i genitori sappiano tollerare le angosce di questo andirivieni.

Il nostro elogio del fallimento sovverte drasticamente l’illusione del discorso del capitalista: «il fallito è l’oggetto», afferma Lacan. Questo significa che l’oggetto non si presenta come ciò che può colmare la «mancanza a essere» che abita il soggetto, ma che l’incontro con l’oggetto è strutturalmente marcato da una condizione fallimentare. L’oggetto è sempre fallito, è sempre insoddisfacente, è sempre un vuoto, una lacuna. La pulsione non si chiude su di esso, ma deve farne il giro. L’oggetto è fallito perché non è mai raggiunto, perché si raggiunge solo la sua ombra. È questo il fondamento della teoria lacaniana dell’inesistenza del rapporto sessuale. L’essere umano è condannato a fronteggiare il sesso senza possedere la chiave per decifrarne il mistero. Se nel mondo animale questa chiave è inscritta biologicamente, determinata geneticamente, valida universalmente, per l’essere umano non c’è alcuna natura che la regoli.

Una nuova forma di schiavitù

Cosa è il disagio della giovinezza nella civiltà dominata dal discorso del capitalista e dalla sua «libertà immaginaria», dalla libertà del godimento che in realtà è una manifestazione del Super-io, ovvero dell’istanza che nega ogni forma possibile di libertà, che rende schiavi? Questa libertà non è il lievito del desiderio, per usare un’immagine evangelica, ma una nuova forma di schiavitù che rigetta ogni forma di responsabilità.

Il discorso della psicoanalisi è antagonista a quello del capitalista perché la psicoanalisi denuncia l’oggetto come fallito, mentre il discorso del capitalista ne sostiene il potere feticistico, idolatrico, anche se astutamente ne sfrutta l’inconsistenza. Schierarsi dalla parte del fallimento dell’oggetto, del fallimento del rapporto sessuale, del fallimento proprio del soggetto dell’inconscio, è la sola possibilità per provare a far sorgere di nuovo il desiderio e la sua Legge.

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Il riparatore di destini https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-riparatore-di-destini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-riparatore-di-destini/#comments Mon, 15 Nov 2010 08:56:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3234 di Tommaso Pincio

Talvolta la credenza infondata per cui la letteratura sarebbe salvifica e potrebbe rimediare ai mali dell’anima se non persino a quelli del mondo, risorge con vigore immotivato. Nel mezzo della scorsa estate, sulle pagine di un importante quotidiano, uno scrittore si è spinto anche oltre, affermando, tra una citazione di Tolstoj e una di Balzac

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di Tommaso Pincio

Talvolta la credenza infondata per cui la letteratura sarebbe salvifica e potrebbe rimediare ai mali dell’anima se non persino a quelli del mondo, risorge con vigore immotivato. Nel mezzo della scorsa estate, sulle pagine di un importante quotidiano, uno scrittore si è spinto anche oltre, affermando, tra una citazione di Tolstoj e una di Balzac, che «la letteratura, molto più della vita, è il luogo deputato alla felicità». E lamentava pure, lo scrittore, la disdicevole inclinazione, a quanto pare ignominiosamente dilagata nel corso Novecento, verso una narrativa di stampo facinoroso e inquinata di politica. Al sommo grado di questa inqualificabile degenerazione, un libro a suo dire «illeggibile», 1984 di George Orwell, perché troppo «tetro» e «privo di gioia». Può darsi che questo estimatore della felicità sia rimasto disgustato dall’olezzo di cavoli bolliti che fa da benvenuto al lettore nelle primissime pagine del romanzo, come non si può escludere che qualunque forma di narrativa engagé gli risulti indigesta. Nondimeno, quand’anche si facesse piazza pulita dei romanzi politici, l’assunto che la felicità dimori nella letteratura è una sciocchezza assoluta. Certo, la felicità è fuggevole e per molti sventurati non resta che un miraggio. Ma basta guardarsi attorno, basta aver vissuto anche solo un po’, per comprendere che la felicità è tutta dentro la vita. Del resto, se il nocciolo del problema fosse la sua natura caduca, potremmo parimenti dire che la letteratura, molto più della vita, è il luogo deputato della giovinezza, il che è una scempiaggine così evidente da non necessitare confutazione alcuna. È dunque probabile che lo scrittore abbia confuso la felicità col piacere della lettura, perché indubbiamente leggere è un piacere, e non di rado intenso. C’è però nel piacere – in qualunque genere di piacere, a cominciare da quello sessuale – una voluttà, una fame, una brama di appagamento che ne fa uno stato a sé, affatto diverso dalla felicità, che dovrebbe invece essere una sensazione di pura completezza nella quale non si chiede nulla di più di ciò già si ha o si è. Del resto, quante volte facendo l’amore con la persona che più desideriamo e al meglio delle possibilità, capita d’essere assaliti da ventate di disperazione angosciosa? La lettura non fa eccezione.

«Gli uomini leggono, perché quasi come il pane, hanno bisogno di finzione» diceva Georges Simenon, che di romanzi ne scrisse a centinaia, e non romanzi facinorosi o imbevuti di ideologia, bensì null’altro che romanzi, storie che si lasciavano, e ancora si lasciano divorare con facilità suprema. E sono parole, quelle di Simenon, che oltre a rimarcare l’istinto famelico, quasi animalesco, che spinge i lettori alla lettura, lascia intravedere un altro aspetto inconciliabile con la felicità. In molti non saranno d’accordo sul fatto che la lettura soddisfa il nostro bisogno di finzione, perché saranno probabilmente in molti a ritenere che il più prezioso tesoro riposto nei libri sia la verità o, alla peggio, la realtà delle cose, che della verità è il prosaico surrogato. È tuttavia inessenziale stabilire se sia fame di finzione o di verità, perché lo spasmodico bisogno di finzione di cui parla Simenon non è la superficie, l’effetto, la manifestazione di un problema più profondo: ci immergiamo nella finzione dei romanzi perché nella vita siamo stati incapaci di trovare la verità. Brutalmente: ci rifugiamo nel teatro della letteratura perché là fuori, nel mondo reale abbiamo fallito in qualcosa. E che fosse questa l’idea di Simenon emerge in maniera chiara da una frase delle Memorie intime: «È stato in uno dei miei Maigret, credo, che ho coniato l’espressione ‘riparatore di destini’ attribuendo al mio commissario la stessa confusa aspirazione che nutrivo io». Non che l’idea di una letteratura riparatrice sia granché. Proprio George Orwell sosteneva che «ogni libro è un fallimento». E cos’altro poteva sostenere, dirà qualcuno, visto che scriveva romanzi illeggibili? Il tema del fallimento resta però un’ossessione comune a molti scrittori. Fitzgerald ci torna a più riprese. William Gaddis lo considera la chiave di lettura fondamentale dell’intera letteratura americana. E David Foster Wallace, toccato nel profondo dal problema perché, come tutti i depressi, considerava la propria sofferenza psicologica una mancanza imperdonabile, ebbe a dire che «tutto ciò che è un fallimento è sempre una vittoria». Potremmo continuare.

Simenon rappresenta un caso particolare, se non unico. All’apparenza nessuno più di lui si sarebbe detto lontano dal pozzo oscuro del fallimento. Le foto ce lo mostrano sempre sorridente e in ghingheri, agghindato con lo sfarzo dell’uomo di successo che non teme il ridicolo né tantomeno l’eventualità di tornare nell’ombra o nella miseria. Nel 1977, chiacchierando con Federico Fellini, Simenon si vantò di avere avuto diecimila donne, e sebbene non abbia mai nascosto che nella maggior parte dei casi si trattò di sesso mercenario, resta un numero da record perché, conti alla mano, significa una partner diversa al giorno per tre decenni filati. Coi romanzi teneva un ritmo quasi analogo. Centonovantadue soltanto quelli pubblicati col suo vero nome. Quanti ne abbia sfornati in totale non è possibile stimarlo con certezza assoluta. Qualcuno ha però azzardato un inventario: ottanta pagine al giorno, settanta parole al minuto, centotre inchieste del commissario Maigret, quattrocentotrentuno romanzi, una dozzina di pseudonimi. «Scrivere è un mestiere, e io l’ho imparato» soleva dire. Apponeva alla il cartello NON DISTURBARE alla porta e si metteva al lavoro con una scatola di matite appuntite. Finite le matite, finito il romanzo. La faccenda si risolveva solitamente nel giro di un paio di settimane. Talvolta meno. Ma quel che lascia più sconcertati non è il corpo dell’opera; a scrivere tanto sono capaci tutti, in fondo. Quel che lascia a bocca aperta è la qualità. Basterebbero una decina di romanzi, pescati a caso in quella montagna impressionante, per fare uno scrittore di primo livello. Se a tutto ciò aggiungiamo che a «trent’anni aveva già smesso di leggere narrativa altrui per paura di contaminare la propria», che ha raccontato il suo secolo fregandosene di Kafka e di Joyce, ignorando marxismo, surrealismo, esistenzialismo e compagnia cantante, difficile non domandarsi: com’è possibile? Come faceva?

Il caso Simenon è troppo speciale perché ci si possa limitare a spiegarlo col talento. C’è chi lo ha definito un «imbecille di genio», e in un certo senso è proprio così. Perché bisogna essere ostinati al limite dell’ottusità per raccontare quattrocento e più volte la stessa storia. Perché, per un verso e per l’altro, i destini che Simenon si sforzava di riparare avevano tutti la stessa caratteristica, somigliavano tutti allo Straniero di Camus. Erano destini di persone che a un certo punto cominciano a perdere pezzi di sé. Da principio il fenomeno è così minimo da sembrare insignificante, finché si trasforma in una valanga dalla quale lo sventurato protagonista si lascia travolgere con rassegnazione spesso serena. I pezzi che l’individuo perde sono gli ingranaggi che lo fanno procedere dentro le regole della società. Saltati questi ingranaggi, comincia una deriva angosciosa nella quale l’improvviso e inesplicabile gesto criminale non è che la punta dell’iceberg. La parte nascosta sotto la superficie, il massiccio gelido che affonda l’individuo come se il destino fosse una pietra da legarsi al collo, è l’ombra che ogni uomo porta con sé e che soltanto per un puro caso nella maggior parte delle persone si limita a restare un’ombra, un qualcosa che oscura l’anima senza però costringerla a far saltare la convivenza con il mondo circostante. Camus ha liquidato la faccenda con un paio di romanzi. A Simenon, che probabilmente non aveva letto una sola pagina di Camus, ne sono occorsi centinaia. Perché tanto incaponirsi nello stesso tipo di destino, un destino peraltro che non pareva riguardarlo, visto che ha sempre vissuto come uomo di successo, perfettamente integrato nei gangli della migliore società? Perché insistere nel raccontare un’infelicità dalla quale sembrava del tutto affrancato? In realtà, Simenon conosceva bene il fallimento. Molti suoi famigliari ci erano passati. Aveva paura di cadere anche lui? Può darsi. Ma per diventare «un imbecille di genio» ci vuole ben altro. E qui può esserci d’aiuto Balzac, quando azzarda che dietro ogni buon romanziere c’è sempre un figlio che odia sua madre. Il rapporto problematico che Georges aveva con Henriette Simenon è storia nota, e non si può imputare di certo al caso se lo scrittore ha deposto per sempre le sue matite appuntite poco dopo la morte della madre, quasi che l’essere diventato orfano avesse tolto senso al suo cocciuto bisogno di riparare in forme diverse lo stesso destino. Simenon era funestato dalla presenza di una madre che non aveva una grande passione per il suo primogenito e se ne augurava il fallimento, ed è come se i suoi personaggi, quegli uomini sconfitti cui non resta altro che deragliare definitivamente con un delitto insensato, rappresentassero una sorta di regolamento di conti. Un po’ come volesse dire alla madre: «Ti aspettavi di veder fallire tuo figlio, ed eccoti accontentata». Forse quando parlava di fame di finzione, Simenon pensava per l’appunto ai fallimenti immaginari dei suoi romanzi. Quei fallimenti che nella vita reale non riuscì a evitare, perlomeno nei termini in cui li prefigurava sua madre.

C’è un romanzo che Simenon non ha scritto con matite appuntite. Lo batté direttamente a macchina per evitare che «la redazione manoscritta ne favorisse l’effusione lirica e gli artifici letterari». Si intitola Il gatto. È tra i suoi romanzi più crudeli. Il ritratto impietoso, senza il minimo barlume di luce, di una coppia di anziani irrimediabilmente consegnati all’odio reciproco. Émile e Marguerite, settantatré anni lui, settantuno lei, non hanno passato la crisi del settimo anniversario di matrimonio. Sono marito e moglie da otto anni e hanno smesso di parlarsi. Comunicano unicamente tramite bigliettini imbevuti di livore. Questo asfissiante stato di cose dura da quando il gatto dell’uomo è morto. Émile è convinto sia stato avvelenato da Marguerite e ha perciò consumato la propria vendetta mutilando il pappagallo della consorte. Il volatile, passato anch’esso a miglior vita, è ora impagliato e troneggia in salotto alla sinistra maniera della mamma di Pyscho. Fu lo stesso Simenon a rivelare che il romanzo va letto come una trasposizione del secondo matrimonio di sua madre con un ferroviere in pensione. La somiglianza di Marguerite con Henriette è evidente. Fredda, calcolatrice, spilorcia, fanatica della rispettabilità. È la summa di quelle figure materne per nulla morbide e affettuose che ritorna come una maledizione in tutta l’opera dello scrittore. Il gatto, scritto in una settimana nell’autunno del 1966, rappresenta però il primo serio tentativo di fissare il conflitto con la genitrice. Il romanziere tornerà una volta per tutte sull’argomento nel 1974 in una lettera aperta che ha il sapore del testamento. A quel punto, infatti, Henriette era ormai morta e Georges aveva smesso di riparare destini. Si era ritirato a Losanna, in una casetta rosa, vivendo in semplicità, in una specie di ritorno alle origini modeste, quasi un accenno di quel fallimento che la madre gli aveva tanto augurato e che lui aveva praticato soltanto scrivendo. Fingendo, cioè.

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