Fandango libri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fandango-libri/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 May 2021 13:38:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fandango libri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fandango-libri/ 32 32 Manifesto https://minimaetmoralia.it/letteratura/manifesto/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/manifesto/#respond Tue, 04 May 2021 07:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48555 Da pochi giorni è uscito, per Fandango Libri, Manifesto, una raccolta curata da Iacopo Barison e che raccoglie dieci contributi di autori differenti, Iacopo Barison, Jonathan Bazzi, Eleonora C. Caruso, Alessio Forgione, Ilaria Gaspari, Michela Giraud, Ginevra Lamberti, Giacomo Mazzariol, Tutti Fenomeni, ZUZU. Pubblichiamo, ringraziando l’editore e gli autori, l’introduzione di Iacopo Barisonie e uno […]

L'articolo Manifesto proviene da Minima et Moralia.

]]>
Da pochi giorni è uscito, per Fandango Libri, Manifesto, una raccolta curata da Iacopo Barison e che raccoglie dieci contributi di autori differenti, Iacopo Barison, Jonathan Bazzi, Eleonora C. Caruso, Alessio Forgione, Ilaria Gaspari, Michela Giraud, Ginevra Lamberti, Giacomo Mazzariol, Tutti Fenomeni, ZUZU. Pubblichiamo, ringraziando l’editore e gli autori, l’introduzione di Iacopo Barisonie e uno stralcio del racconto di Ginevra Lamberti.

Introduzione

Questa raccolta antologica riunisce sotto lo stesso tetto dieci esseri umani nati fra il 1985 e il 1999. Il libro prevede un mix di contributi dalle diverse forme (narrativa classica, racconto in versi, racconto illustrato e personal essay) con lo scopo di coinvolgere i nomi più interessanti di una generazione che le griglie dei sociologi definiscono “millennial”. Nomi che attraverso la loro poetica hanno saputo raccontarla.

Ci siamo chiesti: di chi si parlerà tantissimo fra qualche anno? E così abbiamo proposto questo progetto ad autori e autrici che avessero un futuro davanti, il presente intorno e un passato dietro le spalle.

(Si tratta pur sempre di una selezione, e come tutte le selezioni non può che essere parziale.)

Quindi?

Un manifesto implica per forza una rottura – o almeno una presa di distanze – nei confronti di quanto c’è stato prima. Che non significa non rispettarlo. Non esserci cresciuto insieme. Non doverlo ringraziare per ciò che ha significato.

Grazie di tutto, a tutti.

Eppure…

Il problema che impedisce agli autori italiani di narrare il nostro tempo è che nessuno si impegna a narrare il nostro tempo. O almeno questo era vero prima che alcuni intrepidi ci provassero. Un gruppo di poeti e navigatori – non certo di santi – che al di là dei meriti letterari ha tentato di raccontare, semplicemente, quello che lo circondava.

Scoprire una terra nuova significava, anche e soprattutto, esplorare quella vecchia.

Eravamo dentro gli anni 2000 da un pezzo, ma l’Italia era ancora rimasta al secolo precedente. Questo è stato il vero millennium bug: non riuscire a togliersi di dosso il fardello del ’900. Molta letteratura italiana è ancora novecentesca adesso, nel 2021.

Da qui l’idea del Manifesto.

Abbiamo radunato autori e autrici che condividessero questa visione. Persone in grado di inventare qualcosa di nuovo (anche in altri settori, come la musica, i fumetti e la stand-up comedy) oppure che hanno reinventato qualcosa di conosciuto.

Le parole d’ordine? Io, qui, adesso.

Descrivere ciò che abbiamo vicino come se fosse un’isola da scoprire.

Un panorama inedito che si ingrandisce dietro il cannocchiale.

Una sorpresa che pensavamo già di conoscere.

Per orientarsi c’è Google Maps con le mie recensioni. C’è un bar in cui ci porta Jonathan Bazzi, nella zona di Porta Venezia a Milano, dove con 12 euro, a volte 16, puoi sgusciare via da te stessa. Ma c’è anche l’app che dovrebbe favorire le buone abitudini di Eleonora C. Caruso, l’incontro fra due ragazzi nato più dalla noia che dal fascino che ci racconta Alessio Forgione, la sfida forse persa in partenza di coltivare pomodori a Parigi lanciata da Ilaria Gaspari. C’è il monologo di Michela Giraud che spiega come stia vivendo un periodo difficile dal 1987, un muro gonfio e scuro nella camera da letto di un Airbnb gestito da Ginevra Lamberti e un sogno pazzesco in cui si addentra Giacomo Mazzariol. C’è una filastrocca che parla di Roma, Gerusalemme e Alessandria cantata da Tutti Fenomeni. E infine c’è una bambina disegnata da ZUZU che beve acqua e zucchero, mentre per la prima volta chiama le paturnie, appunto, con questo nome.

Iacopo Barison

Ginevra Lamberti

Il segreto del mio successo

Loro

Vi capita mai di stare fermi in un punto mentre tutti si muovono e voler gridare battendo i pugni su una superficie solida finché non rimane solo il silenzio? A me sì, spesso.

Dicono che sia caratteriale. Un’altra cosa che dicono è che si tratti di un problema di malfunzionamento del cervello. Questa è un’argomentazione di quelli che non sanno stare da soli per giustificare il fatto che non sanno stare da soli. Il problema è che, a un certo punto della storia dell’umanità – non saprei bene quale perché non sono un’esperta di storia dell’umanità –, quelli che non sanno stare da soli hanno preso le redini del comando e adesso vogliono che stiamo sempre tutti in compagnia. La cosa ha raggiunto un livello così strutturato che è in pratica ufficiale che se stai bene da solo è perché ti malfunziona il cervello. Io però non sono ancora proprio del tutto scema e, con quella che potremmo definire arte certosina, fin dalla prima infanzia ho elaborato delle tecniche per fare finta. Posso assicurare che funziona. Ti scoprono solo i più svegli, ma i più svegli in genere hanno altro da fare che dar fastidio a te.

Il lavoro #1

Stare da sola però non è una cosa che ho voglia di fare proprio sempre al cento per cento. Il fatto è che non so più distinguere i momenti in cui vorrei stare da sola da quelli che no perché non riesco a starci mai, da anni, forse da sempre. La chiamano densità di popolazione negli agglomerati urbani, e poi crisi degli alloggi, e anche crisi economica. La chiamano in molti modi diversi per dare una spiegazione tecnica a quello che succede nella vita di chi non può permettersi di vivere senza nessuno tra i piedi. Da quattordici anni vivo in case sovraffollate situate in città sovraffollate e faccio lavori sovraffollati. Ci sono molti modi anche per definire i diversi tipi di lavoro a disposizione nella società, che può essere a tempo determinato o indeterminato, a chiamata, a collaborazione occasionale, a progetto, part time (verticale oppure orizzontale), full time, impiegatizio, operaio, dinamico, a contatto col pubblico, manageriale, dirigenziale, sanitario, di coordinamento, di accudimento, educativo, precario, sicuro, sicuro per finta, tutto quello che volete, possiamo parlarne per l’eternità, ma io del lavoro so che sono vere solo due cose. La prima è che il lavoro è tutto a contatto col pubblico, quindi è tutto sovraffollato. Che siano cento clienti che pestano i piedi per entrare in un locale di grido, dodici anziani che strillano perché la demenza gli ha mangiato metà cervello, ventotto bambini con alle spalle cinquantasei genitori e dio solo sa quanti nonni, gente a capo di uffici, reparti, studi e redazioni, colleghe e colleghi. C’è in giro tanta di quella gente che l’idea di fare un lavoro in beata solitudine non è – fidatevi – contemplabile. Ma la cosa più importante e risolutiva che so del lavoro è anche quella di cui è molto importante non parlare in giro, ossia che il lavoro non esiste più da un pezzo.

Io – come dicevo – è fin dalla più tenera età che mi adopero per passare inosservata e quindi, anche sul fronte del lavoro, ho sempre fatto quello che andava fatto, fingendo con esemplare convinzione di credere che il tutto fosse reale, o anche solo verosimile.

Il lavoro #2

Tutte le cose sacrosante di cui sto parlando hanno avuto un’ulteriore validazione pochi giorni fa, in uno di quei giorni in cui ho telefonato al segreto del mio successo affinché venisse a salvarmi il culo. Il segreto del mio successo è l’idraulico. Questo perché io faccio la casa-sitter e fare la casa-sitter prevede due possibili formule. La prima è badare alle case della gente ricca quando è via e vuole assicurarsi che la posta non si accumuli, le piante non muoiano, le stanze prendano un po’ d’aria e non si verifichino furti con scasso. Questa prima formula è la mia preferita poiché permette di sostare sui divani altrui, con gli acari come unica compagnia. Inoltre, nelle case dei ricchi di questa città c’è quasi sempre un giardino, e nel giardino quasi sempre ci sono delle tartarughe con cui intrattenersi porgendogli foglie di lattuga croccante. Mi riferiscono che in molti coglierebbero una simile occasione per indire cene galanti e serate con amici, ma io – come si sarà forse capito – non ne ho la minima intenzione e onde non esser tacciata di asocialità affermo che le tartarughe si stressano e se si stressano muoiono e se muoiono perdo il lavoro. Il rischio della perdita del lavoro è l’unico argomento valido per evitare le situazioni conviviali. La scusa vale sia in effettiva presenza di tartarughe che no.

La seconda formula prevede la gestione dell’affitto turistico degli immobili in assenza di proprietari, che è più remunerativa ma anche più seccante. Dal momento che aumentano le persone coinvolte nell’equazione, aumentano, invariabilmente, anche i problemi. In genere non si tratta di niente di più di qualcuno che rompe qualcosa o che non riesce ad accendere qualcos’altro.

L’altro giorno – per dire – stavo aspettando questa coppia di giovani appena atterrati dagli Stati Uniti. Molto graziosi, bionda lei biondo lui, capelli lunghi lei capelli corti lui, sportivi ma curati, affaticati ma eleganti e tutto quell’insieme di attitudini un po’ marchio Giochi Preziosi che ricorda l’avvento delle plastiche nei consumi di massa. Ascoltano le spiegazioni, domandano, appuntano, prendono le chiavi e ringraziano. Io pure ringrazio, saluto e mi allontano con grandi falcate verso il resto della giornata, che prevede essenzialmente un aperitivo con una collega scrittrice di passaggio in città. Questo perché l’altro mio lavoro è scrivere, ma non posso considerarlo un lavoro neanche nei periodi dell’anno in cui i due mestieri sovrapposti constano di dodici-quattordici ore di operatività al giorno. Ciò accade per più di un motivo. Il primo è che non so se è possibile chiamare lavoro niente che non mi possa permettere di pagare affitto, bollette, spesa al discount e ticket sanitari per i protocolli di prevenzione medica. Il secondo è che – come già detto – il lavoro in realtà non esiste più da un pezzo neanche nei settori della concretezza, figurarsi in quelli della produzione dei beni immateriali. L’ultimo motivo è che ho troppe poche cose da dire e il fatto stesso di immaginare un insieme di molte cose da dire per molti giorni consecutivi, magari settimane, mesi e anni, mi fa venire il terrore da sovraffollamento di cui sopra. Forse niente è più sovraffollato della testa quando ci si infilano tante parole, specie se vengono infilate là dentro a calci per pagare una bolletta in più, o un pacco di pasta da abbinare a una confezione di pesto Eccellenza, marchio di punta del discount.

A ogni modo ero atterrita all’idea che gli amici plastici fermassero la mia corsa di animale sociale lanciato a bomba verso un prosecco, ma non è accaduto. Questa mia collega di passaggio era la prima volta che la vedevo fuori dal computer, e mi pare che ci siamo trovate bene, forse perché portiamo entrambe la frangia, non saprei. So invece che, proprio nell’istante in cui mi approcciavo al secondo bicchiere di bianco frizzantino, gli amici plastici mi hanno scritto chiedendomi “ma secondo te, è normale che dal muro della camera escano fiotti d’acqua?”.

No, non è normale

Come forse non è normale che io non senta una spinta non dico forte, ma almeno percepibile, verso la costruzione di una carriera e/o di una famiglia intesa non solo come unione tra due individui, ma anche come unione tra due individui che decidono di crearne dal niente un terzo e poi magari un quarto. Forse non è normale che io non mi senta parte di qualcosa di più grande, abbracciata da un orgoglio di classe (ma quale classe?) o di categoria (ma quale categoria?) o almeno generazionale (ma cosa vorrà poi dire, generazione?). Ho scoperto di recente che forse questo malessere deriva dalla mancanza di soft skills. L’ho letto da qualche parte e non ho davvero capito a cosa ci si riferisse, ma dopo aver ragionato bene ho concluso che la soft skill per eccellenza dev’essere la convinzione, e che magari faccio ancora in tempo a recuperarla con qualche corso dell’Unione europea. Era un po’ tutto questo ciò che avrei voluto illustrare ai miei nuovi amici statunitensi, dopo averli raggiunti di corsa, mentre insieme osservavamo i rivoli che scendevano copiosi da un muro già gonfio e scuro. Invece ho detto loro: vado un attimo a fare una telefonata. E sono uscita a chiamare l’idraulico.

L'articolo Manifesto proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/manifesto/feed/ 0
L’arte dell’inganno https://minimaetmoralia.it/libri/larte-dellinganno/ https://minimaetmoralia.it/libri/larte-dellinganno/#comments Tue, 19 Apr 2011 09:25:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4214 Pochi oggi ricordano B. Traven, ma tra gli anni quaranta e i sessanta fu una misteriosa celebrità. Considerato all’epoca uno dei massimi narratori americani, i suoi libri furono tradotti un po’ ovunque, uno di questi trasformato in successo cinematografico da John Houston. Praticamente nessuno tuttavia, neanche il grande regista, ebbe modo di conoscerlo. La sua identità divenne oggetto di infiniti gossip, inchieste sparse per il globo alla ricerca di una soluzione che, fino a oggi, è rimasta sconosciuta.

L'articolo L’arte dell’inganno proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pochi oggi ricordano B. Traven, ma tra gli anni quaranta e i sessanta fu una misteriosa celebrità. Considerato all’epoca uno dei massimi narratori americani, i suoi libri furono tradotti un po’ ovunque, uno di questi trasformato in successo cinematografico da John Houston. Praticamente nessuno tuttavia, neanche il grande regista, ebbe modo di conoscerlo. La sua identità divenne oggetto di infiniti gossip, inchieste sparse per il globo alla ricerca di una soluzione che, fino a oggi, è rimasta sconosciuta. Vittorio Giacopini s’immerge a sua volta nel mistero, e lo fa nell’unico modo possibile: confondendo immaginazione e realtà, congetture e fantasia, dati oggettivi e molto soggettive ossessioni. Ormai specialista nella rianimazione letteraria di esseri in fuga, di vite dove «c’è un fondo di silenzio che non passa» (come quella del Ladro di suoni Dean Benedetti, o come il Bobby Fischer di Il re in fuga) Giacopini si sporge sull’esistenza fantasmatica di B.Traven rispettando quel silenzio che lo scrittore ha gelosamente protetto fino alla fine. «Per diventare nessuno, ci vuol metodo» dice il narratore dell’Arte dell’inganno, e quello di B.Traven, tra tutti i metodi per sparire, fu certamente il più meticoloso, il più complesso, il più radicale: diventare Proteo, seguire mille percorsi, dissolversi a furia di mutazioni imprevedibili.

La lista dei nomi assunti da Traven nel corso della sua vita leggendaria basterebbe a convincere chiunque della sua straordinarietà. O l’iperbolica proliferazione di ipotesi basate sui pochi indizi da lui seminati in giro per il mondo prima di scomparire in Messico, dove scriverà la gran parte dei suoi libri (non si sa neppure se in inglese o in tedesco), nascondendosi dietro (probabilmente) l’identità del proprio agente e traduttore. Che fosse Jack London redivivo, o Arthur Cravan, lo scrittore amico di Breton, sono quasi certamente suggestive sciocchezze. Che fosse il figlio di una cantante finlandese e del nipote dell’ultimo Kaiser di Prussia è un’ipotesi priva di riscontri ma non sprovvista di una certa verosimiglianza. Quasi sicuramente, prima di diventare l’archetipo novecentesco dello scrittore invisibile, Traven fu Ret Marut, agitatore anarchico, pubblicista e politico durante la breve parentesi della Repubblica Bavarese dei Consigli (1919). La storia del Marut rivoluzionario finisce rapidamente (e tristemente), ma prima della Repubblica ci fu il giornalismo, il cabaret, la satira, e tutto un sottobosco artistico-militante che Giacopini ci restituisce con vivacità e un tocco di nostalgica ammirazione. B.Traven – rivoluzionario, avventuriero, artista e molto altro – attraversò “emblematicamente” il suo secolo: cercò di fare la Storia e finì a raccontare storie, in incognito. C’è dietro questo avvincente, appassionante romanzo biografico l’intenzione neanche troppo velata di offrirci, attraverso la ricostruzione di un destino mirabolante, una sorta di interpretazione storica e metafisica del nostro presente.

Vi segnaliamo per stasera l’appuntamento con Vittorio Giacopini e Goffredo Fofi al Fandango Incontro di Roma

L'articolo L’arte dell’inganno proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/larte-dellinganno/feed/ 4
Vincenzo Pardini https://minimaetmoralia.it/libri/vincenzo-pardini/ https://minimaetmoralia.it/libri/vincenzo-pardini/#respond Mon, 26 Jul 2010 12:44:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2753 Qui di seguito il mio “peana a Pardini”, come l’ha definito Christian Raimo. È stato pubblicato su Alias di sabato scorso e se avessi avuto ancora meno spazio a disposizione temo che il tono elogiativo della mia recensione avrebbe davvero rasentato il ridicolo. Sono un fan sfegatato di questo scrittore.

L'articolo Vincenzo Pardini proviene da Minima et Moralia.

]]>
Qui di seguito il mio “peana a Pardini”, come l’ha definito Christian Raimo. È stato pubblicato su Alias di sabato scorso e se avessi avuto ancora meno spazio a disposizione temo che il tono elogiativo della mia recensione avrebbe davvero rasentato il ridicolo. Sono un fan sfegatato di questo scrittore. Tuttavia, per dimostrare che la mia enfasi non è per nulla, faccio seguire il racconto «La segregazione», di cui parlo nell’articolo. Chi non avesse voglia di leggere sullo schermo un testo così lungo dia almeno un’occhiata alle prime pagine. Se le troverà irresistibili si vada a cercare il racconto in libreria: il libro è Rasoio di guerra (Pequod). Ringrazio l’autore e l’editore Marco Monina per averlo messo a nostra disposizione.

Chi non ha mai letto Vincenzo Pardini ha ben due occasioni, oggi, per porre rimedio. Sono state pubblicate, quasi contemporaneamente, due raccolte di racconti dello scrittore toscano: Banda randagia (Fandango, pp. 209, E. 15) e Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo (Transeuropa, pp. 168, E. 14,50, dove due lunghi racconti suoi accompagnano altri due dell’ottimo Marino Magliani, e una splendida postfazione di Arnaldo Colasanti). Entrambe le raccolte confermano l’importanza di questo autore ignorato dai più ma capace di intercettare, nel corso della sua ormai lunga carriera, l’interesse e la stima di lettori come Enzo Siciliano, Attilio Bertolucci, Italo Calvino, Giovanni Raboni, Natalia Ginzburg, Geno Pampaloni, Ottiero Ottieri, per dirne soltanto alcuni. Molti dei suoi ammiratori tendono a considerarlo uno dei più significativi scrittori di racconti della nostra letteratura recente, e personalmente non avrei nulla da obiettare a chi volesse (come ha fatto Siciliano, che ha inserito un suo testo nel Meridiano dedicato ai “Racconti italiani del novecento”) sottolineare il valore assoluto di Pardini riservandogli uno spazio all’interno del canone (almeno) novellistico italiano. Quando i suoi primi libri furono pubblicati da Mondadori e Bompiani (negli anni ’80 e nei primi ‘90) suscitarono un interesse critico inversamente proporzionale al loro successo di pubblico. Passato in seguito a Giunti, Quiritta, Laterza, Pequod e infine Fandango e Transeuropa, Pardini non si è lasciato scoraggiare: ha continuato a narrare le sue storie di campagna e di montagna, le sue epifanie animalesche, le sue dure, urgenti e misteriose visioni con la stessa motivazione, la stessa palpabile ispirazione. Autore schivo e concentrato, lontano dai salotti e dal mercato, se ha dovuto fare altro per vivere, l’isolamento e il lavoro “alimentare” di Pardini sono diventati occasione per approfondire un immaginario già di per sé straordinariamente potente e originale (per farsene un’idea definitiva leggere anzitutto «La segregazione», il primo sconcertante racconto di Rasoio di guerra – Pequod). In Banda Randagia l’esperienza di metronotte dello scrittore è servita a declinare alcune delle sue più insistenti ossessioni: la violenza, le armi, la devianza, la sessualità, la criminalità, lo straniero. Più urbano, più grigio e notturno dei suoi lavori passati (compreso Non rimpiango, non lacrimo, non chiamo) anche qui gli animali, come sempre nelle storie di Pardini, vengono a scuotere l’ottusità umana con la loro presenza attiva e affascinante. «Broggi», la storia un toro deforme (nel libro edito da Transeuropa) è invece un piccolo capolavoro nello stile di sempre, una favola realistica dotata di una bellezza enigmatica e sanguinosa. Pardini è davvero un unicum, un isolato ruminatore di parabole e di sogni rivelatori. Le sue bestie, la visionarietà e la precisione quasi rituale della sua scrittura ne fanno una sorta di sciamano letterario: il mistagogo sconosciuto del racconto italiano.

Vincenzo Pardini
«La segregazione»

Io non sono uno di voi, ma sento e vedo tutto. Posso dunque dire d’aver vissuto in acque di volta in volta tiepide o torride, tra sapori aspri o dolci, e schifosi umori. Il peggio era quando tutto fletteva e pigliava a vorticare: e il sangue, i visceri, ogni sensazione pareva abbandonarmi. Subentrava allora un gran rumore, lo stesso che in seguito avrei avvertito nelle piogge dell’estate. Un mozzicone duro e dischiuso mi premeva il capo, asfissiava col suo sgorgo granuloso e rovente. Finché cominciai a vedere quanto, pur rimanendomi precluso, era il mondo che mi circondava.
Qualcuno m’accudiva, m’adagiava nelle posizioni che credeva migliori, mentr’io avrei voluto stare in ben altra maniera. Ma era volere troppo: i pensieri affondavano nelle emozioni, le emozioni nella disperazione.
Alla solita ora, una o l’altra di quelle donne accendeva il fuoco, e in un pentolino cucinava per me. Presomi in braccio m’avrebbe imboccato. Lentamente, perché io ingoiavo a fatica, digerivo peggio. Accostatomi infine un bicchiere alla bocca, diceva in un sospiro: “Anche per oggi è fatta”. Talvolta, ignorando la mia capacità di comprendere, non mancava si lasciasse andare a frasi quali: “Tanto, prima o dopo dovrai crepare”.
Ma più il tempo passava, più sentivo che avrei vissuto. Con gli occhi e la memoria m’impossessavo di tutto: dal pavimento sul quale giacevo, ai mobili alle suppellettili. Scorta una cosa nuova era come se fosse mia, arrivando persino a individuarne il nome. Tanto che soffrivo se qualcuno si fosse fermato davanti alle “mie robe” che, dal basso in alto come le vedevo, parevano in bilico. Per il resto non avevo reazioni. Anche perché nel bel mezzo di un pensiero o una “scoperta” venivo preso e adagiato sul letto. Mi addormentavo tra strisce bianche, rettangoli bui e rumori indefiniti. Quando non sentivo più niente mi rimettevano sul pavimento. “Non deve dormire. Altrimenti non riuscirà a muoversi nemmeno in seguito”.
“Dio mio!”, rispondeva la mamma con tono che sembrava pietoso, mentre era di vergogna e di sdegno. Poi sedeva al tavolo insieme al medico. Discorrevano. Argomenti che non saprei riferire; ella rideva e il dottore si alzava in piedi rosso e impettito.
Allora, lei: “Guardi che grido, lo svergogno davanti al paese”.
Il medico, piccolo e grassottello e la borsa a bauletto, stava zitto. Aria irata e triste guardava verso di me; le sue scarpe mi passavano così vicine che sembravano calpestarmi.

Avevo scoperto la forza della luce e chissà cos’altro ancora. Al mattino, aperte le imposte, la luce dava alla camera forma e proporzione. Poi veniva da me e sembrava abbracciarmi. Me ne innamorai al punto da odiare chiunque cercava di impossessarsene. Avrei voluto fosse mia. Che arrivasse solo per me. Rimanesse al buio il resto del mondo. Vivevo con lei e le sue variazioni; gioivo e disperavo a seconda del suo dispiegarsi e del suo ritrarsi. Mi venne un’ossessione: avrei voluto far morire tutti pur di restare con lei. L’ossessione aumentava quando mi lasciavano sul pavimento, avvolto in una coperta. I rumori della strada, o di chissà cosa, mi rimbalzavano dentro laceranti. Alla sera avvertivo l’approssimarsi di mio padre molto in anticipo. Il suo passo giungeva dal fondo del paese, nonostante lui non mancasse di dire alla moglie d’essere venuto dalla parte opposta: quella di cima. La luce andava stemperandosi sui vetri e le cornici degli avi; la grande cucina di mobili neri e tarlati cominciava a oscurarsi. Avessi almeno potuto piangere, gridare. Niente. Semmai, ero ancora più immobile.
“Come va?”, domandava mio padre carezzandomi la testa, ritraendo la mano come schifato. Era il modo per dire che venissi levato da lì. Lui voleva cenare.
Mia madre, talvolta dolce, talvolta brutale, mi prendeva in braccio e mi portava in fondo alla sala, ai piedi d’un canapè. Restavo sopra un vecchio e bisunto tappeto, finché a loro piaceva. Gelo o caldo. Fame o sete. Infine, dal rumore delle stoviglie e lo scrosciare dei cibi nel piatto, usciva la voce della nonna: “Per lui è rimasto nulla?”.
Alta, grossa e scarmigliata la vedevo entrare. Subito, le sue gambe e i suoi piedi, m’erano accanto. Presomi pei vestiti come fossero stati una pelliccia, m’adagiava sul divano. M’infilava un cucchiaio in bocca. Calda o fredda, buona o cattiva, dovevo tirar giù la minestra, bere l’acqua. Quando mangiavo controvoglia, il respiro mi diveniva grosso e sudavo. La nonna, chiamava allora la figlia: “Dai, vieni: c’è da portarlo al comodo”. Mi posavano, mi sorreggevano affinché non mi piegassi e precipitassi nella tazza. Defecavo con forti rantoli (proprio così: rantoli, tant’erano rauchi e gorgoglianti).
“Che pesta, che puzza!”, mugugnavano mentre la nonna, pulendomi con della carta da pacchi gialla: “È perfino senza culo. Pare di stringere una borsa vuota!”
“Cosa vuoi farci? È andata così ormai!”, rispondeva la mamma a voce incrinata. “Comunque sia l’ho pur fatto, è mio figlio”, aggiungeva. Poi rompeva in singhiozzi, gridava. Ma il marito la trascinava via, nonostante lei lo supplicasse di essere lasciata lì, a piangere. In quei momenti poteva accadere si dimenticassero di me. Sprofondato nell’urina e nello sterco il fetore mi mozzava il fiato, il bruciore mi rodeva ano e genitali. Invocavo la morte, come al mattino aspettavo la luce. Finché qualcuno non mi riversava addosso una brocca d’acqua. Rabbrividivo fino alle viscere.
“Sarebbe stata una fortuna troppo grossa tu fossi crepato appena nato!”. Dicendo questo la nonna mi scaraventava sul letto con una violenza tale che restavo stordito. Ma dopo, sebbene solo e al buio, ero a modo mio felice.
La mia vita trascorreva così: tra pavimento e muri; qualche topo, gli occhi lacrimosi e la pancia gonfia, mi girava attorno. Poi spariva dietro i mobili, a rodere a rodere.

La monotonia dei giorni e degli avvenimenti non scandiva il tempo. Non sapevo quanti anni avessi. Unico orientamento: la luce, il buio e le stagioni. Preferivo l’estate. Non soffrivo il freddo. D’inverno congelavo e, talvolta, perdevo conoscenza. Stavo meglio quando venivo adagiato vicino al focolare. Madre e figlia discorrevano e io, che ammiravo la fiamma guizzare tra i legni, i legni divenire braci e cenere, quasi non le udivo se non quando dicevano: “Quelli della sua età stanno per andare a scuola. Ieri ho incontrato Stefano, il figlio della Maria. Vedessi quant’è cresciuto! E quello della Marta, Dio quant’è sveglio e intelligente!”.
A proferire ciò era la nonna. La mamma stava zitta, con le dita pizzicava la veste. Scura in volto, talvolta ammetteva: “Sono state tutte fortunate, men che io. Non importa: guai a chi lo tocca!”.
Mi sollevava, mi comprimeva a sé. Baciandomi.
La nonna: “Vedi? Sembra guardarti. Potrebbe anche capire qualcosa”.
La mamma: “L’ho sempre detto che capisce: siete tu e Gerardo a diredi no”. Poi mi stringeva fino a schiacciarmi le viscere. Quanto la odiavo! Lei aveva le ossa, la forza di muoversi e camminare. Di parlare.
Sarebbe tuttavia bastato che bussassero alla porta, perché tutto cambiasse. “Chi sarà?”, chiedeva l’una all’altra.
“Non saprei”, rispondevano spesso all’unisono.
Sennonché, mi trascinavano fino alla stanza più vicina, tra odore di polvere e fastidio di pulci. Ridanciane, m’arrivavano poco dopo delle voci. Le odiavo più del freddo e della solitudine. Alcune di quelle voci, per quanto potessi capire, sparlavano di me.

L’inverno stava svanendo. Oltre la temperatura, mi sembrava fosse mutato il colore degli intonaci. Dal paese giungeva un brusìo insolito. Un tormento più spossante dei soliti mi faceva soffocare e, costante, avevo lo stimolo di defecare senza tuttavia riuscirvi. In quel torno di tempo, mentre punti oscuri sfrecciavano al di là delle finestre (di quei punti immaginavo ne fosse una nube attorno al mondo), bussarono alla porta. Felpati, i passi delle congiunte traversarono i pavimenti.
Poi: “Buongiorno, signora”.
“Buongiorno a lei, signor…”.
La voce, senza dar modo di proseguire: “Abbiamo ricevuto una segnalazione che vorremmo accertare: all’anagrafe risulta che lei abbia un figlio del quale non si sa nulla agli effetti civili. Dobbiamo effettuare un sopralluogo”.
Una delle due sentii disse qualcosa. La voce, implacabile e altera, riprese: “L’accusa è di segregazione d’incapace o, peggio, di occultamento di cadavere”.
“Certo certo”, rispondeva mia madre.
“Mostraglielo, e vedrai che discorsi a bischero ne farà di meno!” intervenne autoritaria la nonna.
“Come ha detto, scusi; vorrebbe ripetere?”.
La nonna: “Veramente ho detto così tanto per dire”.
“Non importa: lei è ugualmente incorsa nell’insulto a pubblico ufficiale. Dovrò metterla a verbale”, rispose la voce seguita da uno scricchiolar di tacchi.
Ci fu una pausa di silenzio, cui fece seguito un aprire e chiudere di porte. Poi la voce riprese: “Sapete cosa prevede la legge per segregazione di minore o occultamento di cadavere?”.
I passi risuonavano vicinissimi. Il paravento della mia stanza si spalancò e la voce: “È qui che tenete il ricercato?”.
Dietro un uomo alto, marziale e vestito di nero, le mie congiunte erano invisibili.
“Sta dormendo”, rispose la nonna.
“Dov’è? Voglio vedere dov’è”, domandava l’uomo.
“Laggiù, nell’angolo”, indicava la nonna.
“L’avete punito?”
“No, è lui che vuole stare laggiù”.
“Laggiù dove?”, ingiunse alterata la voce.
Mia madre, implorativa: “Non lo vede?”
“Sì, adesso sì. Ma quello…”.
Le suole delle sue scarpe fletterono, s’avvicinarono. Me lo vidi sopra, la faccia rasata e i baffi sul filo delle labbra contratte. Una mosca gli ronzò attorno al berretto e lui portò una mano al volto.
“Comunque sia”, proseguì già lontano da me, “non deve star qui, nel buio e nel fetore”.
Donne e bambini irruppero nella stanza. Mi venivano appresso. Ero al culmine dell’eccitazione quando, secca e perentoria, una voce gridò: “Fuori, avanti, fuori!”.

Finalmente m’avevano veduto, finalmente erano inorriditi. Adesso esistevo come gli altri, più degli altri. A distogliermi dal compiacimento fu mia madre, che isterica sbraitò: “Colpa vostra se siamo a questo, colpa vostra”.
“Non è colpa di nessuno. Dall’anagrafe non si scappa”, rispose mio padre.
“E adesso?”, chiese la nonna.
Seguirono un mugugno, dei pugni sul tavolo e un chiudersi di serrature a doppia mandata.

Un filo di luce entrava dalle persiane, strisciava sul pavimento. Avrei voluto essere a letto. Ma, a letto, mi mettevano dopo qualche ora che avevo mangiato per evitare lo sporcassi di emissioni organiche. Stavo comunque dormendo quando venni destato. Una torcia illuminava la stanza e una voce bisbigliava: “Dove sei bestia infame?”.
La luce sugli occhi m’accecava e mio padre: “Adesso t’ammazzo quanto è vero Dio”.
Afferratomi sulla schiena mi sollevava in aria; stringeva nel pugno la stoffa del mio camiciotto. Mi sollevava e, dalla forza arcuata e repressa della sua tenuta, uscivano queste parole: “Avrei dovuto buttarti nella fogna appena nascesti. Ma non valevi tanto. Ora mi garberebbe invece strangolarti”.
Di lui non avevo tuttavia paura. Esaltato dall’odio di cui sono fatto mi sembrava che fra i due il più forte dovessi essere io. Poi, nel momento che stava per scaraventarmi contro il muro, sopraggiunse mia madre con le molle in mano.
“Se non lo lasci t’ammazzo! T’ammazzo!”
Suo marito, lentamente, benché fosse scosso da un sussulto, mi pose a terra. E io vidi mia madre nuda. Un’ira irrefrenabile avrebbe voluto mi avventassi su di lei. Discostatisi da me, scoppiarono a ridere. Convulsamente. Sembrava delirassero o fossero in procinto di uccidersi. Presero invece a baciarsi, a carezzarsi. “No, qui no. No, Gerardo!”.
Gerardo respirava forte come dovesse sturarsi il naso. Nella penombra (tale il mio occhio riduceva l’oscurità) scorsi biancheggiare i loro corpi. Con desolazione e con orrore li vidi avvinghiarsi e avvoltolarsi sul piancito. Da come si lamentava, capii che mia madre era sotto tortura.
Disperazione e impotenza, gelosia e tristezza avrebbero voluto che la soccorressi.

Una volta ogni tanto la nonna m’immergeva in una tinozza d’acqua.
“Guardalo”, diceva alla figlia che si teneva pronta con l’asciugamano, “cresce dove non dovrebbe”. Corrugata la fronte, mia madre mi guardava l’inguine. “Hai ragione: comincia ad averci un bel batacchio”, rispondeva. Alzatomi a mezz’aria come uno straccio dal lavatoio, la nonna riprendeva: “Pare un cucciolo di foca”.
“O di coccodrillo”, rispondeva assente e pensosa la figlia.
“Chiuderlo in gabbia e portarlo in giro ci sarebbe da far quattrini”, concluse la nonna.
Vestito d’un nuovo camiciotto, mi sistemarono sopra il canapè.
“Viene dopo colazione, vero?”, chiese la figlia alla madre. Poi non capii altro: l’acqua calda, il bagno, m’avevano intontito. I pensieri andavano assottigliandomisi. Imboccavano vicoli ciechi, ma vicina echeggiò una domanda: “Allora, lei dice fu battezzato?”
“Sì, e appena nato”, spiegava mia madre.
“Non capisco dunque perché non abbiate il certificato”.
“Debbo averlo smarrito”, rispose ancora lei.
“Sappiate se il bambino, lui insomma, capisca qualcosa?”
“No, non voglio separarmene comunque sia”.
“Capisco. Per il suo bene non resta quindi che somministrargli i sacramenti. Estrema unzione compresa. Quest’ultima non potrà essergli che di grande aiuto”.
“Possiamo offrirle qualcosa reverendo?”
“Grazie”.
“Cosa?”
“Marsala, se ne avete”.

Madre e figlia uscirono a preparare bicchieri e vassoio. A servire gli ospiti volevano essere sempre in due.
Nella penombra vedevo un volto rubicondo, glabro e dalle labbra pendule. Muovendo queste, il prete s’accostò a me; chiusa una mano mi premè forte il pugno sulla schiena, quindi m’arrovesciò sul ventre. Frugatomi l’inguine (tra brivido e dolore fu come se m’avesse toccato le viscere) accostò la mano polputa alla faccia, lambì con la lingua le dita; toccò ancora aprendo e chiudendo le cosce. Quando il movimento divenne rapido al punto da farmi vento e un convulso gli contrasse le guance umide, s’avvicinarono i passi delle congiunte. Lui, sospingendomi con un piede, mi rimise in posizione prona.

“Qui dentro, il signorino dovrebbe star comodo”, sortì mio padre posando a terra una cesta di vimini coi portelli superiori simili a quelli delle valigie.
Nella medesima, un mattino venni chiuso e condotto fuori. Rabbia e paura mi fecero defecare subito. Poi mi acquietai.
Per un tratto camminammo in mezzo a dei muri del tutto diversi da quelli di casa. L’aria brillava fino ad accecarmi. Tuttavia, essere stato condotto fuori dalle mie stanze, lontano dai giacigli e dai rumori, m’inorridiva. Temevo di venire abbandonato. L’aria cominciava a stordirmi. Non udivo niente. Mi sembrava di bruciare, d’incenerire come la carta nel fuoco. Stavo per capitolare in un vuoto senza fine, allorché venni sorretto da una sequela di ombre che piroettavano verso la luce.
“Se camminiamo accanto ai poggi non ci vede nessuno”, escogitò la vecchia.
“È inutile: tanto prima o poi lo vedranno”, sentenziò la figlia.
L’ombra, entro cui procedevamo, aveva preso a squamarsi e l’aria era un effluvio di erba e di foglie. Depositata la cesta a terra, la nonna convenne: “Finalmente possiamo star tranquille; questa è una strada morta e lui starà bene”.
Frizzanti, respirai gli odori della campagna; dentro di me sembrava germogliasse un bosco. Perché non ero una foglia? Una radice?
“Andiamo, ho sentito dei passi”, avvertì la vecchia.
Vedevo rovinarmi tutto addosso. E alla nonna dovevo pesare visto che, di tanto in tanto, posava la cesta sopra dei sassi. Tra i quali circolavano mie vecchie conoscenze: le formiche. Scure e nodose cominciarono a infiltrarsi nei vimini della cesta. Una m’entrò sotto il camiciotto, provocandomi allergia e solletico. Cominciai a respirare forte, a sussultare.
“Sarà vero, vuole andare di corpo”, disse la nonna aprendo il portello e annusandomi.
“Ha scoreggiato”, proseguì ritraendosi.
“Gli avrà fatto male l’aria”, convenne la figlia.
“Se gli succede qualcosa, denunceremo chi ha voluto che lo portassimo fuori”, arguì la nonna.
Mi guardavano, mi scrutavano.
“È l’aria, non c’è avvezzo. Vedi? Lacrima”, osservò la figlia.
Chiusero il portello, lasciandomi alla mercè della formica. La mente mi vorticava e avevo i brividi. La formica, lieve, feroce e immensa come una pioggia, m’arrivò alle labbra. Io le strinsi come quando ingoiavo la poltiglia del cibo. Ferro che incide le carni, lei mi morse.
Acidulo, ingoiai il sapore del sangue.
Adesso mi pareva d’essere a ridosso d’una sconnessa verzura. Qualche passo ancora e mi ci sarei aggrappato. Ma venni messo fuori, nell’erba. Il terrore di altre formiche mi opprimeva. Fui invece attorniato da piccoli saltellanti insetti, gli occhi sporgenti, le zampe dei burattini stampigliati sopra gli intonaci di casa. L’aria mi dava intanto una sensazione inspiegabile: come avessi conquistato il meglio del mondo e lo avessi fatto mio. Avessi avuto la favella, avrei gridato dalla felicità. Non potendolo fare mi avvilivo e mi esaltavo. Mi consolava il fatto d’essere sulla nuda terra: brulicava di esseri anonimi e aveva il tepore di una ventraia. Le due donne dovevano essersi allontanate. Non le vedevo né sentivo. Ero nel trifoglio e nella boraggine non so da quanto, allorché qualcosa di affusolato e di strisciante mi venne accanto. Cangiava i colori dell’erba. Poi, alzato il capo, spalancò la bocca rosso-gialla. Le sue pupille, grandi come due soli, mi stordirono. Persi conoscenza.

“Lei mi ricatta!”, sibilava mia madre che con una mano si ricomponeva i capelli.
“Niente affatto, io non l’ho mai ricattata. Certe cose vengon fatte da sé”, rispose il medico, allegro e autoritario.
“Gesù e Maria, se mio marito…”, proseguiva mia madre abbottonandosi stavolta il vestito.
“Suo marito cosa, se non è accaduto nulla!”, sibilava il medico annodandosi la cravatta.
Sedutosi sul bordo del letto mi si accosta col volto. Gli occhi, incassati nella fronte carnosa sprizzano un feroce compiacimento. Con due dita mi apre la bocca. Forte, mi scaracchia in bocca. Uno scaracchio acido e oleoso.
“Ha avuto un altro malessere, ma proseguite lo stesso a portarlo fuori: deve assuefarsi col sole e con l’aria”, spiega alla nonna entrata non vidi da dove.

Zaini delle provviste in spalla, e io ero nella cesta, all’indomani le due donne imboccarono un lungo e ombroso sentiero. Al solito, l’aria mi stordiva. Quando mi ripresi sembrò fosse trascorso un secolo. Tra piante alte e frondose mi mettono fuori, mi danno il biberon. Il viscido tepore dell’alimento evoca lo scaracchio del dottore. Ho un conato di vomito.

“Gli ha fatto male lo sbalzo di temperatura”, sostiene la nonna.

“Dovrà abituarcisi. Anzi, lasciamolo al sole in modo che si abbronzi. Quelli dell’assistenza non potranno così dire che lo abbiamo tenuto chiuso”, predica mia madre.

Venni adagiato sopra delle pietre, accanto alle quali scorreva il gorgoglio di un torrente; colline verdi e blu si estendevano fino ai cieli della montagna. Dolci e amari giungevano gli odori. Ero bagnato di sudore e temevo ogni fruscio. Mi sentivo oltremodo solo e abbandonato. Una memoria reclusa. L’aria era torrida e, a malapena, riuscivo a muovere le labbra. Poco distanti, le donne parlavano, discutevano, imprecavano. Più acuta del consueto mi assale l’angoscia. Vorrei farla finita. L’altura su cui mi trovo sfiora quasi il precipizio. Provo a muovermi con quanta forza è in me. Inutile. Il corpo, questo corpo, resta inerte. Tradisce le mie intenzioni. No, non riuscirò mai a precipitare. Nuovo odio, nuova cattiveria m’inducono a disprezzare i piccoli, filiformi esseri che dispongono di se stessi come meglio vogliono. Maledico ancora il mondo allorché scorgo qualcosa venirmi appresso. Cammina a zig zag, si ferma e solleva la testa. Ripreso poi a camminare esce dal mio sguardo. E finiamo faccia a faccia. Ha il muso peloso e bianchiccio, e m’annusa come dovesse aspirarmi. Non ho paura. Anzi, lo sento amico. Lui deve capirlo perché con la lingua rasposa e viscida mi lecca la testa dandomi brividi e sollievo. Sto a mio modo godendo (una sensazione di freddo e di torpore m’ha preso fino alle ossa) allorché echeggiano delle voci e lui scompare. La nonna sbraita: “Con te non si può star tranquilli un attimo!”. Afferratomi m’avvicina a quello che pare essere uno specchio: è l’acqua di un torrente nella quale mi immerge. Nudo, m’adagia sul muschio. Un brivido, il medesimo di quando dianzi sono stato leccato, mi fa accapponare la pelle.

All’indomani venni messo fuori di una porta, al centro di uno spiazzo sospeso nel vuoto, ma che non tardai a riconoscere: era la terrazza sotto cui passava una delle vie del paese. Torno torno la terrazza circondata da listelli scuri, in un angolo, era stato issato un ombrello che qualcuno spostava via via a seconda del sole. Dovevo stare all’ombra. L’intensità della luce avrebbe potuto liquefarmi. Amplificati dal silenzio del mattino giungevano voci e rumori. Provenivano dalla strada, la medesima che avrei voluto vedere ma che non potevo: avrei dovuto sporgermi al di là dei listelli. Vedevo invece uno scorcio di verde innalzato contro l’azzurro. Mi faceva bene alla vista e l’avrei guardati ininterrottamente non avessi avuto a che fare con degli insetti dalle lunghe zampe e ali nere, i quali mi si soffermavano sulla cute. Speravo che qualcuno di essi mi inoculasse il suo mortale veleno.

Intanto, altre e terribili cose avrebbero dovuto accadere.
Dalle finestre più alte delle case circostanti, le stesse da cui spiove un peso di afa e di nubi, mi giungono insulti e imprecazioni. Vorrei fosse buio per non farmi vedere. Oppure trovarmi nei recessi della casa, tra polvere e oscurità. Non è invece così: un velario semovente mi si para talvolta dinanzi. M’aggredisce. Soffoco. I pensieri vengono meno. Cupo e fosforescente mi passa da canto un sibilo. Un altro. Un altro esplode come una bottiglia che si frantuma. Immediatamente avverto ciò che più di ogni altra cosa mi è familiare: un dolore atroce, la cui cupezza e la cui fosforescenza sono una bava inestricabile. Mi risvegliai con la mente ch’era una congestione di emicranie. Avevo freddo. Capii tuttavia lo stesso che agli insulti e alle minacce subite nei giorni in cui ero sulla terrazza, s’era aggiunto quanto di più insolito si potesse immaginare. Accanto al mio giaciglio, insieme al maresciallo, c’era un individuo dall’incarnato scuro, i capelli untuosi e ricci, con appresso una grande e lucida borsa della quale ebbi paura. Fermo e impettito (ero sul divano e lo vedevo bene) domandava: “Dov’è la terrazza?”
“Pensavo volesse conoscere prima la vittima”.
“Fino a prova contraria decido io cosa fare”.
“Scusi, signor procuratore: volevo solamente…”.
“La prego: non insista. Si faccia piuttosto indicare la strada che accede in terrazza”, ingiunse l’inquisitore senza rivolgersi ad alcuno dei miei, schierati accanto al muro e a ridosso degli antichi e tarlati quadri.
“Avete capito? Eseguite quanto il pubblico ministero ha ordinato”, incalzò il maresciallo col solito scricchiolio dei tacchi.
Da quell’arrogante che è, umile e taciturno, si fece avanti mio padre. Seguito dal maresciallo, dal procuratore e da qualcun altro, scorsi le loro gambe imboccare la tromba delle scale. Giunse un certo parlottare: “Vede? È lì”.
Vestito coi medesimi abiti del maresciallo, ebbi vicino un giovane uomo. Accostatomi a un fianco qualcosa di freddo e di puntuto mi sollevò il ventre lasciandomi poi ricadere. Discostatosi, disse: “Hai visto che schifo? Non era meglio se con questo caldo restavamo in caserma?”
“Ti ha fatto veramente schifo?”, domandava chi non riuscivo a vedere.
“Puzza peggio d’una fogna, non senti?”
“È maschio o femmina?”, domandò chi non riuscivo ancora a scorgere.

Nel mentre, dal tetto o dal pianerottolo, sopraggiunsero delle grida.
“Un’omissione di soccorso equivale a un tentato omicidio, avete capito?”
“Noi…”, aveva cominciato a spiegare mio padre.
“Noi un corno! Un essere simile non lo si può abbandonare nemmeno un istante! Bene che vi vada sarete accusati d’aver fatto parte di un complotto con finalità criminose”, proseguiva il piccolo procuratore, che scese le scale e andò a sedersi al tavolo in mezzo alla sala; gli altri attorno, in piedi.
Lui, aperta la grande borsa, presi dei fogli cominciò a scrivere. Ad un tratto, alzata di scatto la testa, uscì:
“Cercatevi un avvocato. Sarete processati!”
“Signor giudice”, intervenne sussiegoso il maresciallo, “la vittima è alle sue spalle, se le interessa”.
Riposti i fogli nella borsa il procuratore s’alzò e, come indignato, andò via. Altrettanto fecero gli altri. Una volta solo, scese un tale silenzio che il soffitto parve comprimere sopra il piancito.
Comunque fosse andata non temevo alcuno dei miei familiari. Sapere che avrebbero dovuto soffrire a causa mia mi bastava. Quando dal divano fui scaraventato sul letto non provai così nessuna ira. Pacato, cominciai però a maledire chiunque avevo conosciuto.

Sull’impiantito della terrazza era stata sistemata una tenda; intorno erano stati issati dei cartoni: sarei in tal modo stato preservato sia dalle aggressioni sia dagli sguardi indiscreti. Cosa, quest’ultima, che mi dispiaceva assai: sapere che qualcuno vedendomi poteva star male mi dava beatitudine.
Un pomeriggio di sole sentii una voce piana e tagliente dire: “Eccomi qua, signori!”.
Dopo una serie di sdolcinati convenevoli, inveterata abitudine di casa mia, la voce piana e tagliente ebbe il sopravvento: “Per rendermi conto della situazione dovete accompagnarmi nelle carraie del paese: debbo fare una ricognizione. Tempo, del resto, ne abbiamo poco: il processo è stato fissato per la fine del mese, e il magistrato inquirente è di quelli che ambiscono alla carriera. Giocherà quindi tutte le carte pur di incastrarvi”.
“Cos’è che dobbiamo fare?”, chiese la nonna.
“Durante gli interrogatori cercherete di rispondere nella maniera più breve possibile. Una frase di troppo può indurre il giudice a porvi nuove domande. Ma veniamo al dunque: com’è che nella realtà si svolsero i fatti?”
“Non vuol vedere nostro figlio?”, chiese mia madre.
S’aperse la porta e la medesima voce: “Ah, sarebbe questo?”.
Al solito gli vedevo le gambe, i pantaloni e poi le scarpe dalle borchie dorate.
“Carino. Sì, può essere davvero carino”.
Abbassata una mano su di me la ritrasse rapido, un tremito nelle dita. Infine s’allontanarono, le suole delle loro scarpe schiacciate a terra come il mio ventre.
Mi pervennero bisbigli e mugugni; la nonna scese giù e mi portò in terrazza adagiandomi sopra una coperta. Preceduti da spostamenti d’ombra, seguirono dei brevi scatti metallici.
“Le altre dovremo farle dalla strada”, avvertì colui che mio padre chiamava “signor avvocato”. Di nuovo in braccio alla nonna potei guardarlo: aveva le gote piene e rosse come i culi di quei maiali che nelle ultime uscite avevo veduto grufolare; qualcuno non mancava peraltro d’elogiarli tanto erano “belli grassi”.
Erano usciti tutti in strada fuorché la nonna, la quale, cosa che non faceva da tempo, agucchiava intorno a un tovagliolo. I suoi occhi, neri e profondi, non mi perdevano tuttavia di vista. Come sempre mi accadeva quando c’erano degli estranei avevo perfino terrore dei miei pensieri. Avrei voluto scomparire. Mi domandavo perché non smettessero di darmi da mangiare. Sarei morto in breve tempo. Sennonché, una volta davanti al cibo, lo fiutavo goloso. Feroce, attendevo d’essere imboccato.
Carico di bagagli, mio padre gli portava la borsa e mia madre la giacca, rientrò l’avvocato. Era alto, la testa rotonda e sulle labbra aveva una smorfia di avidità, assai simile a quella che increspava il muso degli elogiati maiali.
“Adesso non resta che stilare gli itinerari della ricognizione”, spiegava togliendo dallo zaino un fascio di fogli. “Pertanto dovrei rimanere un poco da solo”.
“Desidera che porti via anche nostro figlio?”, gli chiese mia madre.
Lui chiudendole la porta dietro: “Non si preoccupi”.
Subito prese a girellare nella stanza, ad aprire i tiretti delle credenze, a muovere le cornici affisse alle pareti. Poi cominciò a fissarmi. Freddamente.
Ero sul divano e lo vedevo benissimo. Aveva acceso un sigaro. Uno di quelli, che quando mi portavano a giro nella cesta, i vecchi tenevano sull’angolo della bocca. La stanza era impregnata di tabacco e lui stava avvicinandosi. Chino, mi guardava dal mezzo d’una nuvola. Occhi accesi e sgranati. Lentamente tolse il sigaro di bocca, lo accostò alla mia faccia. Asfissiavo e, al solito, non potevo dire nulla. Lui aspirata un’altra boccata me la profuse sulla fronte. Due gettiti di nebbia infuocata. Io socchiusi le palpebre, accecato. Le riapersi; lui ghignava, i denti acuminati e anneriti. Fece l’atto di toccarmi. Si ritrasse come schifato. In piedi, mi premè sul capo con un tacco di scarpa. N’ebbi un dolore indicibile. La schiena parve comprimere i viscere. Lentamente (lui faceva tutto lentamente) ritrasse il piede. Borsa alla mano, s’avviò.
“Quanto le dobbiamo, avvocato?” gli chiese mio padre. Il paravento si chiuse e non capii alcunché. Schiena e viscere dolevano. Nei giorni seguenti stetti ancora peggio.
Avevo da poco ripreso a fantasticare quando dall’atrio echeggiò una voce.
“Deve firmare qui, per esteso e leggibile”.
“Da casa possiamo muoverci?”, chiese mia madre.
“No. Siete ancora agli arresti domiciliari. Questi che firma sono gli atti di comparizione. Soltanto a sua madre è concesso di non presentarsi; il giudice, su richiesta del vostro avvocato, l’autorizza a restare a casa per assistere l’infermo”.
L’infermo. Il termine mi giungeva nuovo. Fino ad allora m’avevano denominato il piccolo, l’essere, il bambino. Ora, mi chiamavano l’infermo. Mi suonava come inferno. Un termine insolito, torno a ripetere. Proseguiva il mio morboso e viscerale interesse verso le parole. Le inculcavo nella memoria finché non ne scoprivo il significato.

“Chi avrebbe mai detto di dover essere processati per cose di cui niente sappiamo?”, sentenziava mio padre.
“La nostra innocenza trionferà, vedrai!”, rispose sua moglie.
Queste le frasi che m’avevano destato. Era mattino presto. Un attimo, ebbi pietà di loro. Sapevo quanto non avessero nulla a che fare con quanto m’era accaduto. L’angoscia mi straziava i viscere, la disperazione la memoria. No, non potevo niente, né tantomeno dare a quel niente le parole. Prima volta nella vita avrei voluto piangere. Non avrei voluto che i miei genitori andassero al processo. Vestiti a festa entrarono dentro e s’accostarono al mio letto.
“Guarda a cosa bisogna trovarci per questo fagotto pieno di merda”, disse mio padre, la voce alterata. Sua moglie taceva. Acchinatasi mi baciò la cute. Aveva le labbra bagnate di lacrime. Scomparvero dentro un’aria che sembrava un mantello livido.

La nonna, lavatomi e vestitomi a nuovo, mi portò nello scantinato, tra i fusi e i cerchi delle antiche filande, dove ero stato altre volte, allorché meccanismi e corde scarrucolavano. Appena fui posato sopra un arcile giunse una vecchia alta, magra e coi capelli bianco-cenere sciolti sulle spalle; indossava abiti eleganti, lunghi fin sotto le ginocchia. In braccio, aveva un gatto nero.
“Fortuna sono riuscita a chiapparlo”, disse chiudendo la porta.
Libero, il gatto balzò sul davanzale d’una finestra.
“Hai portato le candele e il sangue di colomba?”, chiese mia nonna.
“Sì, ho fatto quello che mi hai detto”, rispose la vecchia.
“Lo sapevo: in paese non fanno che raccontare la sparizione delle candele dall’altare maggiore”, spiegò orgogliosa la nonna.
Accese una a una le candele le disposero intorno a me. A semicerchio.
“Guarda se il gatto beve, o almeno fiuta il sangue della colomba”, chiese la vecchia alla nonna.
Le candele, sembrava investite dal vento, allungavano la fiamma, la ritraevano, la allungavano ancora come avvampassero.
“Il gatto, il gatto ha cominciato a fiutare il sangue dell’ampolliera”, annunciò tremula la nonna.
La vecchia, con sveltezza impropria, mi cosparse la fronte d’unguento. Avvicinatami una candela al volto cominciò a recitare: “Che Dio, luce dell’universo, s’allontani da te piccolo e immondo essere; s’allontani e ceda il passo al principe della tenebra. Satana, tu che proteggi i tuoi alleati e la loro sorte, dammi un segno affinché io possa capire e vaticinare”.
Le mani della vecchia divennero gelo, e gli occhi bianco ossidrico sembravano schizzarle dalle orbite; le rughe del volto le si contrassero, le si ramificarono ovunque. Una ragnatela. Un odio incontenibile mi avvertì che lei, in quei momenti, era il mio peggior nemico. Dopo un sussulto, e come parlasse per interposta persona, aggiunse: “Il salsicciotto vede e sente. Protetto dalle forze bianche il suo futuro è secondo me imperscrutabile. Nemmeno Satana, mio sposo e mio padrone, ha potuto svelarmi più di tanto”.
Il gatto aveva preso a miagolare e a soffiare.
“Che succede? Che succede?”, sobbalzò mia nonna. La vecchia, fulminatomi coi suoi occhi appuntiti, rispose: “Nulla, nulla”. Preso il gatto, uscì.

La nonna mi trascinò su per le scale sbattendomi ora nel muro, ora negli spigoli. Ne uscii abraso e maculato. Ma, se un sospiro disperato sembrava animare l’ava, un’ira irrefrenabile sorreggeva me. Non trovai quiete nemmeno sul divano. Tormenti senza senso e senza immagine mi devastavano la mente, mi rinnegavano ai sogni.
Alla sera dimenticarono di chiudere la finestra. L’oscurità entrava dentro sospinta dalle stelle. Avevo freddo. Tremavo. Poi, trasparenza d’acqua che gela nei secchielli, occhieggiò la Luna; il suo pallore mi stordì. Un attimo, dal davanzale della finestra mi fissarono due lumi; poi disparvero in un frullare d’ali. Il firmamento andava impallidendo. Cantavano i galli e le nebbie vaganti cirrostravano il cielo che d’improvviso imporporò come il volto di mio padre quando mi minacciava. Mi giunsero delle voci. Provenivano dalle pareti. “La sentenza, dice l’avvocato, verrà mandata in Cassazione. Da qui a essere prosciolti campa cavallo che l’erba cresce. In teoria siamo ancora noi gli assassini di nostro figlio”.
“Ma che figlio: scherzo di natura e basta”, rispose il marito alla moglie.
Cominciarono a sbattere gli usci del paese, a camminare i viandanti. Un persistente dolore alla testa quasi mi soffocava. Rifiutai colazione. Toccatomi, la nonna uscì con un “Uhm”. Poi mi avvolse in un panno caldo. Massaggiandomi, mormorò: “Se almeno eri come gli altri avrei potuto sperare che qualcuno ti volesse bene”.
Avevano cominciato a riportarmi sotto la tenda, sulla terrazza, intorno alla quale erano stati tolti i cartoni. Vicino a una gronda scorsi un grumo di terra: era un nido di rondini; lo capii dal loro andirivieni. Una di esse cominciò a svolazzare dalla gronda alla ringhiera. Mi venne appresso. Le sue zampette ticchettavano sui mattoni, ma non riuscivo a vederla. Sarei forse riuscito a vederne una da vicino (ero curioso di guardare i suoi occhi) se le galline non avessero preso a starnazzare, i gatti a miagolare, i passeri a fuggire dagli alberi. Dal villaggio giungevano grida e maledizioni simili a quelle cui aveva fatto seguito la lapidazione della quale ero stato vittima. Ebbi il presentimento di essere di nuovo in pericolo, e avrei voluto urlare, chiedere aiuto. Tale la convinzione di riuscirvi, che un attimo, credei d’aver trovato movimenti e parole. Ebbi un sussulto. Sudai freddo. Il cazzo mi premeva sui mattoni. Dritto e duro pareva volermi sollevare, farmi volare con le rondini. Brividi e fremiti, gioia ed eccitazione, furore e perdizione, rendevano vero quanto avevo sognato fino ad allora.
“Oggi basta: fuori c’è stato fin troppo”, disse la donna trascinandomi dentro.
Sul medesimo divano, nella medesima stanza, tornavo a chiedermi chi ero e perché, fra quelli che conoscevo, nessuno era simile a me. Il sole scivolava dentro dalle persiane socchiuse, investiva mobili e pareti. Su una di queste mi sembrava di scorgere il gonfiore della mia ombra. Certe sere, dopo il tramonto, poteva accadere mi identificassi in ciò che vedevo o udivo: una gamba che mi passava accanto o una voce. Se m’avevano lasciato sul pavimento non mancavano d’arrivarmi grattugiamenti, squittii, lamenti. Un giorno mi giunsero perfino musiche e applausi. Fremevo. Un groppo m’occludeva la gola. Avrei voluto essere anch’io fra musiche e applausi.
Era autunno. La campagna mi sembrava fosse invasa dalle ragnatele, le stesse che vedevo brillare sopra i vetri delle finestre. Una sera ch’ero in terrazza mi giunsero queste frasi: “La regina del circo danzerà sulla groppa degli elefanti, pagliacci e saltimbanchi giocheranno per voi nelle vie e nelle piazze”. Le finestre venivano spalancate, le porte sprangate. Ero in agitazione. Avrei voluto che nessuno mi portasse via di lì, dalla terrazza. Passi salirono le scale e s’apersero e si chiusero dei paraventi. Giungevano a prelevarmi. Poi udii che la porta di casa veniva chiusa a doppia mandata. Tirai un sospiro di sollievo. Le due andavano senz’altro dalla cugina: una bassa, gli occhi lucidi e le parole impastate di catarri. La quale, in presenza di esse, fingeva d’aver premura di me. Compiangermi, addirittura. Sennonché appena una delle congiunte s’allontanava, turatasi le nari e strabuzzati gli occhi, si metteva a ridere. Adesso, solo quale ero, avrei voluto pisciare. Aveva cominciato a piacermi l’odore della mia orina. Sapeva di frutta acerba e di latte accagliato. Mi ci crogiolavo. Quello fu anche uno dei miei giorni felici; verso sera avrei vissuto un’esperienza davvero insolita.
Il vociare della folla toccava il cielo. Braccia e teste spiovevano dalle finestre. Tonante e nasale una voce incalzava: “La regina danzerà per noi, soltanto per noi!”.
Infine, boati, rulli e musiche. La musica mi faceva dimenticare chi ero. Fuggivo con lei. Lontano, sempre più lontano. Mi s’accostò un’ombra ed ebbi dinanzi un corpo sinuoso che danzava sopra una grigia piattaforma. Danzava e le lunghe, affusolate gambe svanivano nel cielo; il resto: una nube nera che ondeggiava. Delicatissimi, i suoi piedi roteavano sopra quella che adesso mi pareva un’immensa verruca di cenere. Ciò mi dette carica e il cazzo mi si protese lungo la mollezza del ventre. Ma lei, danzando ancora su quella che avevo capito essere la testa di un elefante, scomparve dietro l’angolo. Dopo il tramonto avvertii dei passi: provenivano dalla strada. Poi udii delle voci, una delle quali concluse: “Al crocicchio giri a sinistra: l’ultima casa prima della piazzetta dell’Ascensione di Venere”.
I passi s’avvicinarono, e dopo i soliti tocchi nella porta sentii dire: “Oh, finalmente!”
“Lei chi è?”, rispose la nonna.
“Mi faccia entrare, la prego”.
“S’accomodi pure”, la invitava la nonna tirando il chiavistello.
“Oggi credo d’aver intravisto vostro figlio su di una terrazza”, spiegava la stessa voce.
“Con ciò?”, intervenne irata mia madre.
“La comprendo signora e le chiedo scusa dell’intrusione. Ma, l’intento della mia visita, ha il solo scopo di proporle un affare. Il circo che presiedo è alla ricerca, come dire?, di nuovi personaggi. Vostro figlio farebbe al caso nostro. Basterebbe dichiaraste che volete affidarlo a noi come la legge del resto prevede. Insomma, non è che lo cediate: potrete vederlo e riprenderlo quando vorrete e, nel frattempo, lui guadagnerà quanto basta sia per sé sia per voi. Sono naturalmente disposta a versarvi un anticipo, un forte anticipo…”.
“Lei chiede l’impossibile: il nostro bambino non ha prezzo”, rispose tagliente mia madre.
“Tutti coloro che hanno un figlio come il suo dicono così. Salvo cambiare idea quando hanno veduto che da noi i loro congiunti stanno meglio che a casa; e hanno un avvenire…”.
“Di cosa ne fareste di un fagotto che mangia, caca e dorme?”, aggiunse la nonna.
“Dio, quanto darei pur di rivederlo, starci insieme!”, insisteva la voce.
“Se è ciò che veramente vuole la accontento subito”, rispose una delle due spalancando l’uscio del mio covo.
Accesa la luce, ebbi dinanzi due snelle caviglie dentro scarpe col tacco a spillo. Poi le gambe si mossero, s’abbassarono dischiudendo le ginocchia. Una cupa, opprimente esaltazione m’invase la mente. Carezzandomi la cute, lei si mise prona sul pavimento. Fummo occhi negli occhi. I suoi erano neri, scintillanti. Sedutasi mi sollevò e stringendomi al petto sortì: “Dio mio che sguardo hai: faresti scappare un esercito, esautoreresti il re dei mostri”. Mi discostò. Mi posò sul divano. Sentii il fruscio degli abiti sfiorarle la pelle e mi balenarono dinanzi le nudità delle sue cosce e del suo ventre. Aveva un pube grande, nero, aperto. Un’anguria accoltellata. A quello mi accostò. Io aprii la bocca come quando mi davano da mangiare e succhiai un sapore che già conoscevo: di carne cruda, di visceri al sangue. Tanta l’emozione che credei di svenire. Lei, voltatomi sulla schiena, mi abbrancò il cazzo con la mano. Fuoco e lampi mi ottusero la mente. Se n’andò senza dire parola e senza la potessi guardare in faccia. La penso ancora, e mi domando perché non m’abbia portato con lei. Adesso, il mondo intero avrebbe parlato di me.

“Per te, comunque vada, non vi sarà galera”.
“Ma se nascesse uguale all’altro?”
Da qualche tempo mio padre e mia madre non parlavano che di questo. Una sera che lei portandomi in camera m’accostò alla pancia, il battito del mio cuore fu portato via, fatto tacere da qualcuno che pur essendoci continuava a restare invisibile. Chiuso nella mia stanza, i momenti migliori erano quando avevo vicino lo scaldino delle braci. Dopo cominciavano freddo e assideramento. Impegnata con la figlia, la nonna s’occupava poco di me. Orina e feci mi ghiacciavano addosso. Durante questo periodo arrivò il messo didattico. Che, senza pause né mutamenti di tono, recitò: “Su incarico della scuola sono tenuto a informarvi che una commissione di esperti ha demandato il sottoscritto, Indaginini Fulco, a far visita a vostro figlio per decidere un eventuale inserimento nell’ambito scolastico, anche su ordinanza ministeriale”.
Mia madre piagnucolando: “Per favore, per favore lasciatemi in pace. Son in attesa di un bambino!”
“Un bambino?”, rispose stridulo e ironico il messo. “Non la prenda con me. Debbo stilare un documento”, proseguiva il messo, “in cui rilevare se suo figlio sia idoneo o meno a frequentare la scuola!”
Era arrivato in camera mia. Al solito, non gli vedevo la faccia. Accostatomisi, la voce di chi si è turato il naso, sortì: “Uno poco più d’igiene credo non guasterebbe alla salute di questo povero Cristo”.
La nonna: “Libero di non credermi, ma l’ho lavato e incipriato dianzi, solo che torna a farsela addosso”.
“Questo il motivo per cui lo lasciate per terra?”
“Il medico non vuole che rimanga troppo a letto: il sonno eccessivo lo indebolisce”.
“Restare all’addiaccio non gli nuoce?”
“Quando è arrivato lei m’accingevo giustappunto a portarlo di là, al focolare”.

Nei giorni seguenti continuarono a lasciarmi al freddo. Congelavo e cadevo in deliquio. Mi risvegliavo e stavo ancora peggio. Vivevo ormai fuori dalla cognizione del tempo. Nessun pensiero mi apparteneva più. La mia mente e la mia esistenza erano appena barlume. Dovetti riprendere coscienza molto lentamente, visto che quanto sentivo era appena mormorio. Il risveglio avvenne quando distinsi questa frase: “Ci vuole subito dell’olio caldo”. Poi seguirono i lamenti e le urla di chi viene squartato. Dopo un attimo di assoluto silenzio proruppe un pianto ora flebile come una preghiera, ora cupo come un insulto. Io non provavo né emozione né rammarico. Senza accorgermene, gioivo. C’è di più: non avrei voluto che mia madre piangesse, avrei voluto rantolasse. L’emozione di saperla morta me la prefiguravo come il culmine di un’allegria. Ammarcivo nelle feci e nell’orina, io stesso ero stato sul punto di morire; non intendevo tuttavia appellarmi alla pietà e al perdono. Anzi: avrei voluto morissero quanti avevo conosciuto, veduto, immaginato.
Un ultimo, lacerante urlo e mia madre s’acquietò. Immediato, proruppe un guaito. Tale il mio furore che per poco non riuscii a muovermi. Intravidi passare una donna: con cura, con molta cura, reggeva tra le mani un guizzo di sangue. Caddi nella disperazione. Tutto, di quanto vedevo e di quanto pensavo, sentii m’avrebbe asfissiato. Forse, mi dissi, era giunto il momento d’inventare qualcosa: uccidere, annientare i pensieri sul nascere, ad esempio.
Il guizzo rosso si muoveva, aveva dunque braccia e gambe. Perché non era nato uguale a me? In uno scoppio di risa e di esclamazioni: “È un maschietto, e quanto è vispo!”.
Mi giunse alle nari odore di unguento e di sangue allungato nell’acqua calda. Poi la voce della puerpera:
“Che fa il bambino?”
“Quale bambino vuoi dire?”, le risposero.

Da quel pomeriggio, che livido e protervo inceneriva il piancito, non sentii che grida e pianti. E venni ancor più trascurato. Ma, se un tempo la sofferenza mi annichiliva, adesso le cose andavano in ben altro modo: traevo infatti da essa una malvagità e un disprezzo tali che in me, disgrazia e umiliazione, divenivano sollievo. I pasti li avevano ridotti a uno. Lo serviva la nonna: una scodella di brodaglia e un po’ di pane che avanti di dare a me biascicava prima lei coi denti, altrimenti non sarei riuscito a ingoiarlo. Da mesi indossavo il medesimo camiciotto; la stoffa mi s’appiccicava alla pelle, dava prurito. Cominciava il decubito. Tutto sembrava decomporsi, frantumarsi; talvolta non capivo cosa stesse accadendo. S’aggiunsero i pianti e silenzi del “bimbino”, lo chiamavano loro. Io, che mai sarei riuscito a piangere tanto, avrei voluto morisse. Un giorno venni stordito da urla, quali: “Maledetti figli di cagna, farabutti!”
“Cosa c’è?”, rispose mio padre correndo.
“Non ho potuto muovermi dal letto, e guarda in quali condizioni l’avete ridotto: lo mangiano i vermi!”, pontificava mia madre.
Sentii spostare l’aria, sentii qualcosa comprimere sul pavimento. Erano i passi di mio padre. S’allontanavano. Sollevatomi dal pavimento, la mamma m’aveva adagiato sul canapè. Non gliene fui affatto grato: aveva figliato un essere con voce, gambe, braccia. Quando spogliandomi e baciandomi m’ebbe tuffato nella tinozza, provai rabbia e disagio. Avrei voluto rimanere nella sporcizia e nel decubito. Nonostante ella, volto sparuto e dita scheletriche, insaponandomi e risciacquandomi provocasse un’oscura, odiosa eccitazione. Il cazzo mi s’era drizzato; cintolo col pollice e l’indice lei lo baciò. Avrei voluto vederla nuda come la regina del circo. Poi precipitai non so in quale disgusto. Quasi lei m’avesse buttato negli occhi la sua orina, le sue feci e i lamenti di quando l’avevo sentita chiavare col marito. Strettomi infine a sé, sortì: “Sei cresciuto in questi giorni!”
“È vero: ha la schiena e il ventre d’una foca appena nata”, rispose la nonna che vidi pararmisi davanti con in braccio un batuffolo rosa, avvolto nel cotone.

Curato, e perfino coccolato dalla mamma, nei giorni seguenti venni messo vicino al fuoco. Accasciato sopra degli stracci, ammiravo la fiamma e ascoltavo il crepitio della legna.
Tornarono a lasciarmi di nuovo solo. “Il bimbino” aveva cominciato a guardarmi fisso, a piangere. Dovevo mettergli paura. Cosa che a me non dispiaceva affatto.

In casa si parlava molto di come si sarebbe risolta la sentenza in Cassazione riguardo al tentato omicidio di cui erano imputati i miei familiari dal giorno che ignoti m’avevano lapidato. Capito il significato della parola galera avrei voluto che nei loro confronti venisse emessa la peggiore delle condanne, nonostante li sapessi innocenti.
Di primavera la nonna tornò a portarmi sulla terrazza, oppure a passeggio, chiuso dentro la gabbia: che tramite due cinghie assicurava intorno alle spalle. Ciò che vedevo, sassi, piante, terra, sentivo non mi sarebbero appartenuti mai; non avrei potuto toccarli né calpestarli. Loro non avrebbero conosciuto me.
I poderi che attraversavamo brillavano e risuonavano di voci: se la nonna incontrava qualcuna delle sue amiche posata la cesta a terra l’apriva. Vecchie grifagne e incuriosite s’affacciavano e mi scrutavano. Come avessero voluto negare a se stesse d’avermi veduto, rivoltesi alla nonna: “L’altro che fa: cresce?”
“Eccome! Ed è sveglio che non vi dico”, spiegava lei.
Voce di chi trattiene il pianto, aggiungeva: “Non ci fosse stato questo fagotto sarebbe stata una famiglia campione. Gerardo e la mia ragazza si vogliono un bene che non vi dico”.
“Non è detto sia sempre così: un giorno può darsi riesca almeno a parlare”. Quella che spesso diceva “non è detto”, aggiunse: “Guardate: ha gli occhi uguali a quelli di un tasso. Avesse le gambe piglierebbe le vie del bosco”.
“No, resterebbe dov’è: sotto, è armato come gli altri”, spiegava la nonna.
“Non ci posso credere”, insistevano in coro le sue amiche. Per tutta risposta, messomi supino sull’erba, la nonna mi sbottonerà il camiciotto. Il mio cazzo fu al sole; un brivido di ripulsa verso la luce e verso gli sguardi mi si tramutò in orgoglio.
“Ci ha perfino il pelo. Se gli si drizza è fatta: potrebbe anche impregnare!”
“Chi vuoi ci si confonda”, interloquì la nonna con tono mi pareva soddisfatto.
Una delle compari: “I discorsi vanno in poco posto: un cazzo dritto è un cazzo dritto: sempre meglio, voglio dire, di un ditalino, anche se chi te lo ficca dentro è una bestia”.
Una voce rauca come quella della nonna: “Può trovare potta quanta ne vuole, e quelle che gliela danno possono stare tranquille; lui non andrà mai a parlare”.
“Proprio così: da noi i più che fottono sono mutoli e preti. Con essi le cagne delle donne sanno di farla franca”.
In quei momenti, che mi parevano inverosimili, mi sentivo uguale agli altri maschi: pure io avevo il cazzo, il mio cazzo, che nonostante gli sforzi non riuscivo a vedere. Lo vivevo e basta. Uno sconosciuto che mi era amico e complice. Grazie a lui non ero mai solo.

Se il tempo passava per me altrettanto avveniva per Avriolino, il fratello. Camminava e chiamava “babbo e mamma”. Loro gli rispondevano premurosi. Una musica di parole. Talvolta, piccolo e autoritario, lo intravedevo sospingere il paravento della mia stanza. Sebbene barcollasse avrebbe voluto oltrepassare la soglia. Subito, una delle due lo ritraeva, lo portava lontano. Chiudeva a chiave il paravento. Per lui, io manco esistevo. Ascoltavo i suoi gridolini, i suoi balbettii. I suoi pianti allorché cadeva sul pavimento. Un giorno (inutile aggiunga ch’erano trascorsi qualche inverno e qualche primavera) la maniglia del paravento girò a tutto raggio. Trepidavo, eccitato come quando avevo le erezioni e non riuscivo a toccarmi. Avessi avuto le mani non so cosa avrei fatto, oltre a toccarmi il cazzo. Probabilmente avrei ucciso con la stessa voglia, lo stesso desiderio con cui sognavo masturbarmi. Ritrovata la calma, cercavo scampo altrove. Avevo scoperto di poter guardare il volo d’una falena, cosa che non riusciva nel passato. A cosa andavo incontro? La mia vita restava irregolare. Venivo accudito mentre Avriolino dormiva o usciva con la nonna. In quel tempo (finiva un altro inverno) cominciarono a dolermi collo e schiena. Crampi e fremiti. La testa mi pareva si fosse allontanata dal corpo; vi s’era frapposto qualcosa di nuovo. Scottavo e avevo sete. Come mi accadeva nei sogni alzai il mento dal piancito e sentii che avrei potuto strisciare. Ma, di fatto, niente avvenne. Mossi il collo e basta. Mia madre, scoperto il cambiamento che avevo fatto, chiamò il medico. Issato su di un tavolo, fui visitato e auscultato.
“È in corso un metabolismo nuovo, insomma: crescerà. Ne sono conferma la formazione del collo e l’intensificarsi della peluria attorno all’organo genitale, peraltro notevole”.
“Poi?”, chiese mia madre.
“Non posso diagnosticare nulla: bisognerebbe trasferirlo in clinica e sottoporlo all’esame di una équipe di esperti”.
“Credo non s’approderebbe a niente. Se deve crepare è meglio crepi in casa. Siamo stanchi di dare spettacolo!”, chiuse tagliente mio padre.
“Affari vostri”, concluse il medico, riponendo non vedevo bene cosa nella borsa, mentre mia madre abbassava lo sguardo.

Adesso bastava la vista di una gamba o di un piede nudi, non importava di chi, perché avessi l’erezione. Cazzo gonfio e premuto a terra, m’abbandonavo al piacere. Dopo, sfibrato e affamato m’afflosciavo sulla vischiosità dello sperma.
Un giorno la mamma mi portò nella camera matrimoniale. Posto sul canterano di fronte allo specchio potei finalmente guardarmi. Per pietà verso me stesso e per rispetto vostro, non aggiungo altro. Livido e foruncoloso mi pendolava dal ventre un corpo a se stante. Ne ebbi gioia e scoramento; lo pregai di darmi la forza di farmi camminare, marciare contro il mondo. Lavato e incipriato, passai in terrazza. Il sole di primavera faceva brillare tetti di case, scorci di strade, promontori e declivi. La luce mi eccitava e mi salivano le lacrime agli occhi.
Avriolino s’era affacciato alla porta di camera mia. Lo vedevo, finalmente. Camminava disinvolto e aveva i capelli neri e ricciuti.
“Chi è di là?”, disse scandendo le sillabe. La nonna, accorsa subito: “Dove vai? Dove vai?”.
Lui: “Dal Bau Bau”.
Trascinatolo via, la nonna chiuse la porta a chiave.

Il mio collo era forte, la bocca pure. Eseguivano ciò che volevo. Dure e gonfie, le gengive mi inducevano a mordere ogni cosa: pioli di sedie e gambe di tavolo li biascicavo a sangue. Poi riuscii a spostare ciò che avevo addentato. E osservavo quanto sino ad allora avevo appena intravisto. Gran piacere fu poter guardare dalla terrazza il volo degli uccelli. Finché non accadde qualcosa di cui ebbi gran paura: un’ombra nera e lanceolata aveva fenduto l’aria, aveva sfiorato le case. Tanta l’intensità con la quale immaginai di muovermi che per poco non vi riuscii. Due esplosioni sparate in rapida successione mi fecero sobbalzare. Dalla strada si sollevarono grida e imprecazioni: la nonna corse a prendermi. Portatomi nello scantinato, mi posò sopra l’arcile. Tra lo scorrere delle filande, lei e le altre vecchie, tra cui sua sorella, dicevano: “Se non lo terrete al sicuro, prima o poi qualche bestia finirà col fargli del male. Suo padre e sua madre saranno considerati recidivi per maltrattamento di…”.
Il discorso s’interruppe. Sulla soglia c’era qualcuno.
“Olimpio, come va? Entrate, entrate”, lo invitava una delle vecchie.
Giacca alla cacciatora, fucile in spalla e toscano in bocca, Olimpio chiese: “Chi avevate in terrazza?”.
La nonna, indicando me: “Chi volevi ci fosse?”
“Ora capisco perché l’aquila ha fatto la picchiata. Fortuna le ho sparato in tempo”.
“Grazie, grazie mille Olimpio”, rispose la nonna, che dopo essersi guardata con la zia e le altre, uscì. Una altra volta, come quando si genuflettevano davanti all’altare, andarono via tutte. Soli, la zia e Olimpio si guardarono; lui aveva l’aria imbronciata, la zia sorrideva. Toltosi di spalla il fucile e spento il sigaro, ammiccato verso di me chiese: “E quello lì?”
“Vai tranquillo: da lui non esce parola: è come un sasso”, spiegò la zia.
“Oh, quanto è che…”, aggiunse Olimpio con voce impropria.
“Che vuoi? Ho sempre intorno qualcuno”.
“Dai, buttati su la sottana”.
“No, la potta non te la do: è vecchia e spelacchiata come me; e puzza, puzza di cadavere che non ti dico, nonostante la lavi e la profumi”.
“Io…”.
“Lo so lo so, Olimpio: tu ci metteresti la lingua come niente fosse. Buttati piuttosto giù i calzoni: ti faccio quello che non ho mai fatto neppure a mio marito”.
Suo marito era piccolo e obeso; succhiava tabacco e sternutiva. Lei lo sgridava, lo insultava per ragioni che non capivo. Lui rispondeva sottovoce e taceva. Olimpio s’era slacciato la cintola e, dalla costrizione del pelo, lungo e arcuato gli si era innalzato il bischero. Ebbi un moto d’invidia e di rabbia: Olimpio sbandierava il suo arnese, io no. Dovevo accontentarmi di sentirmelo ingrossare e basta. La zia si acchinò, e con la sua mano deformata dall’artrosi, abbrancato il cazzo di Olimpio prese a menarglielo, a far su e giù; nocchiuto e livido, il glande sembrava schizzare via. La zia glielo prese in bocca; Olimpio, poggiata la schiena all’arcile, respirava rauco e lamentoso. Chiudeva gli occhi, la fronte rivolta al soffitto. La zia biascicava: lo stesso rumore quando la nonna masticava il pane avanti di darlo a me. Forte, nella stanza, l’olezzo di uova marce.

Avriolino aveva cominciato a frequentare la scuola. Allegro e vociante, al mattino veniva accompagnato fuori. I suoi passi s’allontanavano nella via, insieme a quelli degli adulti. Allora mi davano la colazione, mi pulivano. Una volta solo smuovevo il collo più che potevo, respiravo a fondo per comprimere il cazzo a terra, inspiravo per risollevarmi. L’accrescere e il decrescere dell’ossigenazione poteva accadere mi dessero una sensazione lancinante; dopodiché un chiarore surreale mi traversava la mente: era l’orgasmo.

Un giorno, Avriolino, appena rientrato da scuola, venne nella mia stanza. Sotto il chiarore delle finestre aperte, avanzava verso di me, con la circospezione di chi cerca qualcosa. Vidi era pallido, aveva i capelli neri e gli occhi blu. Io, naturalmente, ero accucciato sul pavimento. Lui, incappatomi, emise un urlo. Cercai di calmarlo alzando il collo, roteando la testa. Incapace di muoversi mi fissava e singhiozzava, senza peraltro lasciar cadere una lacrima. Finché non fuggì in uno svolazzo di abiti, alla stregua di un uccello che si libra dalla prigione. L’orrore delle sue urla, echeggiò nella casa.
La nonna, con quel suo incedere marziale, e seguita da altre vecchie, si catapultò nella mia stanza. Qualcosa di duro, forse una pedata, mi si abbatté sulla faccia. Mi mancò il respiro e apersi la bocca. Cercai di guardarmi intorno. Avrei voluto chiedere alla nonna perché mi aveva percosso. Una delle vecchie sortì: “Intorpidisce gli occhi come fanno i cani prima di avventarsi. Gli andrebbe schiacciata la chiorba”.
“Gliela faccio passare io, la voglia di fare gli occhiacci”, riprese la nonna con quel fare che ben le conoscevo.
Acchinatasi mi sollevò, tenendomi sospeso per aria.
Con tutto il furore di cui sono capace, le addentai la mano fino alle ossa. Non gliela avrei mollata, se le sue compari non fossero intervenute con pugni e percosse varie. Nonostante il dolore ero però soddisfatto: avevo finalmente assaggiato il sangue di un essere umano, mio unico e vero nemico. Inutile aggiunga le grida e le minacce di cui venni fatto bersaglio. Qualcuno, forse mio padre, mi sferrò il colpo definitivo: una bastonata. Dico definitivo per il fatto, che una volta tornato in me, ero al buio e al fresco, nel bel mezzo di un odore secco e pungente. Indolenzito, muovevo appena il collo. Ma, da una commessura, scorsi una stella. Rifulgeva, cangiava. Voleva farmi compagnia. Dov’è che m’avevano trascinato? Cantavano i galli, urlavano i rapaci. Ebbi voglia di morire. Una voglia che era disperazione e insieme gioia. Se passato e presente m’avevano condannato a vivere, speravo che almeno il futuro avesse pietà di me, e mi uccidesse. Qualcuno parve incappare nella porta dietro cui giacevo. Preceduto da un grattugio, un soffio fortissimo fece tremare il basamento di tavole. Mossi il collo, aprii la bocca pronto a ogni evenienza. Il soffio s’allontanò, scarpinando sul terreno. Nell’eccitazione, il mio cazzo s’era indurito e, il ventre, non gravava per intero sul piancito. Ebbi un attimo di felicità. Solo, avrei potuto finalmente cercare gli orgasmi che volevo. Il cazzo non si fece pregare: il glande cominciò a dischiudersi, a muoversi come un becco alla ricerca degli insetti. Ancora una volta, non so cosa avrei dato pur di guardarmelo. Nuovo furore, avrebbe voluto farmi alzare e correre. Respiravo l’odore del cazzo, che crudo e frizzante mi riportava a quello dolce e oleoso della fica della regina dei circhi. Il suo profumo di fica m’era rimasto nel naso come il mosto dell’uva dopo la vendemmia. Una disperata allegria, voleva allora che sperassi e vivessi. La porta tornò ad essere urtata. Da una commessura, scorsi un ciuffo di setole fermarsi e ripartire nell’aria viola. Sorto il sole, scopersi dov’ero: in un piccolo, oscuro capannello. Il porcile, mi sovvenni. Il medesimo nei cui pressi la nonna m’aveva portato dentro la cesta, in giorni che adesso sembravano felici. Con una mano, la nonna, reggeva il paiolo di brodaglia che riversava nel trogo. Il maiale, tuffatoci il muso, grugniva. Sebbene non lontanissimo, ero tuttavia assai distante da casa. Un luogo pressoché inaccessibile, in mezzo ai rovi e ai fili spinati.
I giorni si succedevano alle notti. Strillavano i galli, starnazzavano le galline. Il tempo non passava. Ogni minima cosa costituiva un avvenimento, fosse una mosca, una lucertola, un rumore desueto. L’uscio, chissà perché, veniva sempre schiavicciato mentre ero in dormiveglia. Coi lunghi stivali di cuoio neri, appariva mio padre. Io fingevo di dormire, o d’essere morto. Lui mi batteva sulla faccia con un piede. Inferocito, allungavo il collo e tentavo di morderlo.
“Caspita, hai ancora del coraggio!”, diceva lui, il tono di chi mal si trattiene da non consumare un delitto.
Richiusosi l’uscio, restavo davanti a una ciotola di cibi freddi. Pezzi di pane, brodo e avanzi vari. In un’altra ciotola, ristagnava l’acqua. Tra gelo e torpori, lordure e orgasmi, passavano i mesi. Dai soffi del vento, imparai a conoscere il mutare delle stagioni. Vivevano con me, puzzole, donnole, gatti. Se fuggivano, significava che stava per avvicinarsi mio padre. Debbo a loro se sono vivo. Mi portano uccelli appena uccisi, piccole uova di cui sono ghiotto. Sono nudo: il camiciotto me l’hanno tolto da tempo. Il corpo ha cominciato a cospargermisi di pelo. Lo stesso che ho intorno al cazzo. Attiro mosche e pulci. Fortuna c’è una gatta mammona, che con la lingua di quando in quando mi ripulisce. Ha gli occhi verdi: i suoi denti teneri e acuminati ogni volta che mi sfiorano danno i brividi. Mi domando se le voglio bene, se la amo. Credo di sì; se passa qualche giorno e non la vedo, mi subentrano angoscia e apprensione. Tendo l’udito a ogni rumore, a ogni fruscio. Dove sarà la regina dei circhi? Dio sa quanto darei per sentire la sua voce, e l’umido del suo grande pube. Ieri mi è giunto un tramestìo. Non capivo chi potesse essere, finché mia madre non ha detto: “Mica avrai ancora paura, vero?”
“Se è per questo potresti riportarlo anche a casa”, rispose Avriolino.
“Non sia mai detto, specie ora che non ne parla più nessuno”, intervenne mio padre.
Dovevano spiarmi, poiché quasi in coro convennero:
“Lo vedi? Più ingrossa e più fa schifo”.
Avriolino: “È tutto pelo, proprio come un maiale”.
“Lo dicevo, io. La meglio cosa è lasciarlo qui. Dove natura manca, Dio provvede!”, spiegava convinto di ciò che asseriva mio padre.
“Se prendessimo a pungolarlo con questo ferro?”, interruppe minaccioso e felice Avriolino.
“Un’altra volta. Ora andiamo. È il giorno della nostra festa”, li invitò mia madre.

Cos’è che vollero dire? Non l’ho ancora saputo né lo saprò mai. So invece che se riuscirò a camminare gli uomini, tutti gli uomini, non avranno nemmeno il tempo di raccomandarsi al loro Dio. Rimpiangeranno di essere nati. Questa è la mia fede e la mia speranza.

L'articolo Vincenzo Pardini proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/vincenzo-pardini/feed/ 0
Pavolini nonno e nipote https://minimaetmoralia.it/libri/pavolini-nonno-e-nipote/ https://minimaetmoralia.it/libri/pavolini-nonno-e-nipote/#comments Mon, 26 Apr 2010 08:37:38 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2305 Questo articolo è apparso sullo Straniero di aprile Per chi ne scrive oggi, a oltre sessant’anni di distanza, è difficile non associare il nome di Alessandro Pavolini ai corpi dei partigiani impiccati o infilzati a ganci da macello e lasciati lì a decomporsi in strada. Pavolini è il fondatore delle Brigate nere, il più fanatico […]

L'articolo Pavolini nonno e nipote proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo articolo è apparso sullo Straniero di aprile

Per chi ne scrive oggi, a oltre sessant’anni di distanza, è difficile non associare il nome di Alessandro Pavolini ai corpi dei partigiani impiccati o infilzati a ganci da macello e lasciati lì a decomporsi in strada. Pavolini è il fondatore delle Brigate nere, il più fanatico dei seguaci di Mussolini nell’esperienza tragica di Salò, il teorico del ritorno al fascismo delle origini e della necessità dello squadrismo, l’unico tra i gera rchi che poi verranno fucilati a Dongo, e appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, a morire con un fucile in mano, nell’estrema volontà di riaccendere un ultimo fuoco fascista in Valtellina. Per questo gesto, forse soprattutto per questo gesto, nella galassia post-fascista e neofascista che si è ritrovata, dopo il 25 aprile, fuori dall’arco costituzionale Pavolini è stato un «mito assoluto», secondo solo al Duce. Ancora oggi, nel XXI secolo, tra i soliti nostalgici e soprattutto tra gli esponenti di quel composito post-neofascismo finito sotto il nome di Casa Pound rimane un nome da scrivere sui muri, o da stampare sui manifesti.
Ma chi era davvero Alessandro Pavolini? La domanda oggi non avrebbe forse molta importanza, a patto che si consideri non importante interrogarsi sulla biografia di una di quelle tante figure che hanno vissuto un passaggio storico fatto di sangue, potere, ideologia e violenza, stando a pochi metri dal Principe. Ma ne ha invece molta se a porsi quella domanda è suo nipote, il figlio del figlio, Lorenzo Pavolini. Uno scrittore, redattore di Nuovi Argomenti, curatore di programmi per Radiotre, che oggi ha quarantacinque anni e che non solo non ha mai conosciuto quel nonno per oggettive ragioni anagrafiche, ma è cresciuto circondato da una forte ritrosia famigliare a parlarne, tanto da venire a sapere casualmente che il suo avo era quel Pavolini solo sui banchi di scuola.
Al tentativo di stabilire una qualche forma di rapporto con la memoria del nonno gerarca, seguendo strade che – moralmente, politicamente, storicamente, familiarmente, umanamente – si fanno via via più sdrucciolevoli, Lorenzo ha dedicato un libro cui ha lavorato per molti anni, Accanto alla tigre, edito ora da Fandango. Ed è un libro importante perché, nel tentativo di capire quel «gorgo di cultura e violenza, rivoluzione e potere» che ha spinto Alessandro Pavolini a fare alcune cose e a non farne delle altre, nel tentativo di decifrare quella brama di azione, piena di ebbrezza e alle volte tragicomica, che porta a cavalcare la tigre delle dittature, o della Storia sotto le sembianze della violenza politica, fino a non poterne più scendere, se non davanti a un plotone di esecuzione, l’autore ci restituisce i brandelli di una «autobiografia della nazione» novecentesca che ancora ci inquieta. Non solo: ci dice anche qualcosa sul modo di entrare in contatto con tutto questo, avvicinandosi alla tigre, ma restandone solo accanto, non cedendo alle sue lusinghe, alle sue ipocrisie, al suo mantra ideologico.

Mi pare di afferrarla tutta la difficoltà di Lorenzo nel mettersi sulle tracce di un nonno con cui non ha nulla a che fare. Quando scrive: «Pavolini appartiene per intero e fin dalla prima infanzia a quella infinita generazione che non può far altro che identificare azione politica e violenza, quasi che l’unica presa di contatto col mondo reale e la vita attiva sia lo scontro, lo sparo, un fracco di botte date e ricevute», sembra parlare di un perfetto estraneo, eppure quel perfetto estraneo lo riguarda. Il rapporto con il fascismo dei nonni (cosa che oggi riguarda la stragrande maggioranza degli italiani) è cosa molto diversa dal rapporto con il fascismo dei padri. Nel primo si sono ormai perse le tracce della conflittualità edipica del secondo, la storia ci si rivela a intermittenza, per macchie nebulose, mai trasparenti, e molto spesso mediate da vivi che per un certo tempo sono entrati in contatto con morti di cui non abbiamo mai sentito il suono della voce, se non in qualche filmato d’epoca. Eppure, per quanto sarebbe belluino pensare che le colpe dei padri possano ricadere sui figli, o addirittura sui nipoti, l’autore avverte che qui c’è qualcosa di ancora più potente o difficile da afferrare del conflitto edipico: una sorta di continuità biologica – famigliare appunto, il ceppo da cui discendiamo – su cui non ci si può non interrogare.
Ma c’è anche un altro aspetto della faccenda. Alessandro Pavolini non era semplicemente un bifolco alla corte del Duce. Era nato in una famiglia alto-borghese di raffinati intellettuali della Firenze di inizio secolo. E lui stesso, prima diventare ministro del Minculpop, era stato giornalista e scrittore, e ci ha lasciato alcuni libri che è impossibile definire brutti. E allora le domande da porsi sono anche altre. Come è possibile che un intellettuale raffinato – cresciuto nella Firenze di Salvemini e Calamandrei, più o meno coetaneo dei fratelli Rosselli – abbia fatto quello che ha fatto raggiungendo posizioni sempre più estremiste? Perché ha piegato la sua cultura e il suo talento alle retorica del regime?
C’è un brano, proprio di Calamandrei che Lorenzo riporta in Accanto alla tigre. Siamo nel 1924, e a Firenze gli squadristi decidono di sospendere con la forza una lezione di storia tenuta all’università da Salvemini, non a torto considerato il principale pericolo per il regime nascente. Si accendono degli scontri nei corridoi della facoltà, e a un certo punto, ricordandone la confusione, Calamandrei scrive: «Soprattutto mi restarono impressi, nei cento volti di quella canea urlante, gli occhi di Alessandro Pavolini, allora studente di legge, che capeggiava quell’impresa: egli mi guardava senza parlare con occhi così pieni di acuminato odio che quasi ne rimasi affascinato come se fossero occhi di un rettile: c’era già in quegli occhi la spietata crudeltà di colui al quale vent’anni dopo, alla vigilia della liberazione della sua città, doveva essere riservata la gloria di organizzare i franchi tiratori, incaricati di prendere a fucilate dai tetti le donne che uscivano durante l’emergenza a far provvista di acqua».
Non si può capire Pavolini prescindendo dalla Firenze degli anni venti. Così come non si può comprendere il fascismo urbano, intellettuale, anti-borghese, volontaristico (e l’antifascismo delle origini, che vi si oppose), separandolo dal capoluogo toscano e le sue tensioni. C’è stato un fascismo reazionario: reazione al biennio rosso e al socialismo degli operai e dei contadini. Il fascismo agrario è stato soprattutto questo: e le sue dinamiche (anche quando il consenso si estendeva al di là dei soli agrari) sono più facili da scorgere. Più difficile è oggi capire (ma in fondo lo era anche allora) come il fascismo degli anni venti possa essere stato per una generazione di giovani intellettuali nati in seno alla borghesia qualcosa di rivoluzionario, che univa Sorel e il culto dell’azione, il dispregio del parlamentarismo e l’idea dell’uomo forte. Penetrare questo calderone, che sarebbe superficiale ridurre solo a paccottiglia conservatrice, questo caos italiano, è in fondo la cosa più difficile per Lorenzo, come per noi. C’è chi l’ha chiamato fascismo di sinistra (in fondo ne subirono il fascino anche Vittorini e Bilenchi, amico di Pavolini), chi addirittura fasciocomunismo (pensando a Bombacci).
Anche se l’autore non lo cita, il libro di riferimento su questi argomenti è ovviamente il Lungo viaggio attraverso il fascismo di Ruggero Zangrandi. Molti quindici o vent’anni dopo si sarebbero ritrovati antifascisti, arrivando alla conclusione che tra loro e il fascismo non c’era più niente da spartire. Altri invece, proprio come Pavolini, anche se in numero minore, sarebbero diventati ancora più fascisti, in odio ai voltagabbana del 25 luglio. Eppure, quel mix di «arditismo di guerra, fiumanesimo dei Legionari, squadrismo delle camicie nere, volontariato dell’Africa Orientale», che Pavolini e i suoi esaltavano, è proprio il cuore nero con cui Piero Gobetti già nel ’22, all’indomani della marcia su Roma, provò a confrontarsi spostando acutamente la questione sul piano psicologico, e quindi pre – politico. Lo fece proprio nel celebre articolo Elogio della ghigliottina, allorquando affermò: «L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure». Il cialtronesco disprezzo per le regole e la democrazia, come ritorno a una sempiterna infanzia, o giovinezza, da cui non si vuole uscire: ci dice ancora qualcosa oggigiorno, tutto questo? Lorenzo sa che è impossibile guardare negli occhi il proprio nonno morto nel ’45. Ma prova a farlo per vie traverse. Attraverso i suoi stessi romanzi e i suoi stessi articoli, attraverso le memorie famigliari, attra verso lunghe conversazioni con alcuni amici. Ma per quanto ci si possa avvicinare al cuore di tenebra, possederlo pienamente è impossibile.
Dicevo agli inizi che Lorenzo (se in questo articolo non l’ho mai chiamato per cognome, se non all’inizio, non è solo per l’amicizia che ci lega da anni, ma soprattutto per separarlo dal nonno) ci dice qualcosa di molto importante sul rapporto con la memoria del totalitarismo. In genere ci si accosta alla tragedia del fascismo (quelle poche volte che ancora lo si fa) attraverso gli occhi delle vittime o dei giusti che si opposero al diluvio. Ma poi ci sono gli altri, l’altra faccia della medaglia, e le loro azioni costituiscono tuttora un groviglio di interrogativi assillanti: cosa passava nella testa dei carnefici o dei torturatori? cosa passava nella testa degli squadristi o di chi li aizzò? di chi edificò il regime e, dopo l’8 settembre, la Rsi? cosa pensavano i ras negli ultimi giorni di Salò? Lorenzo prova a rispondere ad alcune di queste domande partendo da sé, dalla propria famiglia, dagli incroci tra questa e il fascismo.
È un’operazione controcorrente. E risulta essere ancora più controcorrente, nel momento in cui si mostra attentissimo a evitare ogni forma di recupero o revisionismo del fascismo estremo. I dubbi di chi si interroga, lo stupore davanti agli eccessi, non diventano mai accondiscendenza. Così come il riportare le memorie di suo padre bambino nel rapporto con il padre Alessandro, o lo scambio epistolare tra i nonni, o il dolore di Corrado Pavolini alla notizia della fucilazione del fratello minore, è solo una strategia di avvicinamento alla complessità della figura dell’intellettuale squadrista, cordiale con gli amici e spietato con i nemici.
Nulla è edulcorato in questa pagina del Novecento, perché nulla può essere edulcorato. Anche se Lorenzo non è così radicale nello scriverlo a chiare lettere (e anche questo forse risponde a una strategia precisa: il pudore come arma anti-totalitaria?), la tigre in fondo è ripugnante, e il tentativo di cavalcarla è talmente ignobile da non poter essere giustificato con gli ardori di una continua adolescenza. Non c’è niente, ma proprio niente di romantico, nel gorgo di cultura e violenza offerto dalla vita dei gerarchi.

L'articolo Pavolini nonno e nipote proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/pavolini-nonno-e-nipote/feed/ 7