Fantozzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fantozzi/ un blog di approfondimento culturale Sun, 11 Jul 2021 14:13:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fantozzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fantozzi/ 32 32 Je suis Fantozzi: perché oggi siamo tutti Fantozzi senza rendercene conto https://minimaetmoralia.it/cinema/je-suis-fantozzi-perche-oggi-siamo-tutti-fantozzi-senza-rendercene-conto/ https://minimaetmoralia.it/cinema/je-suis-fantozzi-perche-oggi-siamo-tutti-fantozzi-senza-rendercene-conto/#comments Sun, 11 Jul 2021 14:13:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49048 di Nicola Cucchi Il 3 luglio scorso ricorrevano i quattro anni dalla morte di Paolo Villaggio, inventore e interprete di una straordinaria maschera ribelle: il ragionier Ugo Fantozzi. Nell’immaginario collettivo italiano la maschera di Fantozzi rappresenta alla perfezione il ruolo dello sfruttato: ma fa riferimento a un passato lontano o a una condizione che ci […]

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di Nicola Cucchi

Il 3 luglio scorso ricorrevano i quattro anni dalla morte di Paolo Villaggio, inventore e interprete di una straordinaria maschera ribelle: il ragionier Ugo Fantozzi. Nell’immaginario collettivo italiano la maschera di Fantozzi rappresenta alla perfezione il ruolo dello sfruttato: ma fa riferimento a un passato lontano o a una condizione che ci riguarda molto da vicino? Siamo sicuri di avere capito il significato che quei film avevano per gli spettatori di allora? E qual è l’eredità di quelle storie per gli spettatori millenials di oggi?

Una “distopia incendiaria”: istantanee di sfruttamento e subalternità nella società italiana

Ugo Fantozzi è un personaggio drammatico, un simbolo di umiliazione che si fa inconsapevolmente portavoce di una critica sociale dura e radicale verso (i vertici di) una società piramidale, e verso gli stessi colleghi di lavoro che alimentano questo sistema, metafora grottesca di un mondo che fa di tutto per tentare la scalata.

I primi due film sulla storia di Fantozzi escono nel 1975-1976: “Fantozzi” e “Secondo tragico Fantozzi”. Il fatto che tutti ricordino scene già da questi primi lavori dimostra la capacità del regista di trovare espressioni dello sfruttamento estreme e realistiche allo stesso tempo, capaci di entrare profondamente nel senso comune, e di scuoterlo alla radice.

Fantozzi innanzitutto, pur essendo vicino alla base della piramide sociale, non è un operaio, è un impiegato e come tale interpreta perfettamente il desiderio piccolo-borghese del ceto medio impiegatizio di voler assomigliare a chi occupava i gradini superiori nella scala sociale. Questo desiderio nel suo caso viene ripetutamente negato dai superiori e dai colleghi, che dimostrano una capacità di adattamento molto migliore della sua. Nonostante questa ripetuta mancanza di soddisfazione, non è indotto quasi mai a ribellarsi a un sistema che lo opprime, ma soffre in silenzio, tenta e ritenta di uscire da una condizione di reietto in cui fatalmente ricade.

I film sono dunque una serie quasi ripetitiva di umiliazioni subite senza risposta, di un perenne senso d’inadeguatezza verso i modelli di riferimento a cui comunque vuole soggiacere.

Un esempio perfetto è la sveglia: il tentativo di riguadagnare tempo dal lavoro viene fatto a rischio della vita

 

La subalternità viene imposta innanzitutto nei momenti di festa: in questa scena i nobili proprietari dell’azienda invitano tutti gli impiegati a cena per imbonirli “in vista dei prossimi accordi sindacali”. Tuttavia queste occasioni restano comunque umilianti nella misura in cui aumentano il senso d’inadeguatezza verso la dirigenza chiaramente aristocratica.

E chiudiamo con una scena madre. Non riuscendo ad inserirsi nei canali di ascesa sociale non gli resta che tornare al primordiale godimento generato dal tifo calcistico. Purtroppo il suo formidabile programma di evasione viene castrato da un direttore del personale, che vuole imporre la sua cultura d’autore alle masse ignoranti. La scena in cui la moglie lo interrompe è comicamente drammatica: “Ugo, credo che non potrai vedere la tua partita. Ha chiamato il Dott. Riccardelli: dobbiamo andare a vedere un film cecoslovacco!”

 

Nel primo film della saga fantozziana, viene anche messa in scena l’improvvisa politicizzazione del personaggio, che, messo a contatto con un altro reietto dell’azienda di idee comuniste, comprende la condizione di ingiustizia strutturale in cui lui e gli altri colleghi versavano. Tuttavia l’incontro diretto con la figura mitica del “direttore galattico” lo riconduce abilmente a miti consigli: “Caro Fantozzi è solo questione di intendersi, di terminologia. Lei dice ‘padroni’, e io ‘datori di lavoro’. Lei dice ‘sfruttatori’ e io dico ‘benestanti’. Lei dice ‘morti di fame’ e io ‘classe meno abbiente’. Ma per il resto io la penso esattamente come lei…”

 

Fantozzi è da un lato una critica limpida all’arroganza della burocrazia fordista e dall’altro dimostra in modo semplice e implacabile l’evidenza della subalternità culturale dello sfruttato, la sua partecipazione attiva alle occasioni di umiliazione, vista l’assenza di alternative. Lo sfruttato non può reagire perché ha introiettato in pieno i sogni e gli ideali che lo sfruttatore gli mette a disposizione. Fantozzi è un desiderio eterodiretto e masochista, non riesce a far altro che sognare esperienze che lo faranno soffrire, vedendo riprodursi i suoi fallimenti.

Eppure per comprendere il significato di un racconto del genere dobbiamo tenere presente la fase storica in cui veniva diffuso. Parliamo di un’epoca – gli anni Settanta – che viveva di una fortissima conflittualità sociale, orientata secondo i protagonisti di questo processo a costruire una realtà più giusta, più civile, più inclusiva. Dunque i film di Fantozzi calati in quella realtà mettono a disposizione una sorta di “enciclopedia dello sfruttamento e della subalternità” portata all’eccesso e dunque entrata a pieno titolo nel senso comune anche grazie alla fortissima cifra comica.

Tutti insomma consideravano lo sfruttamento verso Fantozzi inaccettabile, nessuno si sarebbe mai “identificato positivamente” con quell’immagine, ma quella storia poteva fungere da strumento di consapevolezza e da spinta verso la liberazione. Un incentivo a prendere definitivamente le distanze da una gerarchia opprimente, e soprattutto da una corsa alla carriera che creava figure mostruose, vedi i colleghi. In generale si denunciava la condizione disumanizzata in cui lo sviluppo capitalistico stava lasciando una buona parte della società[1].

“Fantozzi subisce ancora”? perché Fantozzi siamo noi e non ce ne rendiamo più conto

Dunque Fantozzi, se calato in quegli anni di duro conflitto sociale, rappresentava una miccia incendiaria in grado di contribuire a spingere tanti (che non si erano organizzati o che stavano per farlo) a lottare per ottenere condizioni migliori di lavoro e di vita.

Ma tutto questo i millenials (nati dagli anni Ottanta in poi) non lo possono sapere. Per gli “spettatori postumi”, a mio avviso, la chiave comica perde molta della carica distruttiva anti-sistema, per lasciarci ridere pacificamente di fronte alla serie di sfighe (o alle “sfighe serie”) che Fantozzi subisce. A un occhio disattento le sue umiliazioni sembrano estreme e incomprensibili, ma purtroppo, senza rendercene conto, stiamo assomigliando sempre di più a quella figura estrema. E questo colpisce se pensiamo al livello di consapevolezza diffusa che solo pochi decenni fa la società aveva.

Vedere tanti amici/conoscenti che prima delle partite rivendicavano il loro fantozziano “programma formidabile” con “frittatone di cipolle, familiare di Peroni gelata e rutto libero” mi porta a pensare che ciò che nel 1975 appariva come critica incendiaria, oggi, totalmente decontestualizzato, diventa un’occasione per condividere la “dipendenza dal pallone”. Mentre in quel caso la comicità era lo strumento per scardinare dei meccanismi storicamente sedimentati di obbedienza passiva all’ordine costituito, oggi diventa solo un’occasione di distrazione, un modo per rimuovere l’esistenza delle realtà di sfruttamento.

Il nostro senso comune postdemocratico, guidato dalla paura di perdere i vantaggi ottenuti e dal perseguimento di piccoli obiettivi individuali, ci porta a naturalizzare la sproporzione nelle relazioni di potere per cui si fa fatica ad ammettere una condizione di sfruttamento.

L’incapacità di “soffrire con Fantozzi”, di capire che è uno di noi, non fa altro che rivelare la condizione diffusa di una generazione che accetta (quasi) tutto pur di sopravvivere in un universo che svaluta completamente la sua dignità. Siamo arrivati infatti ad un livello di subalternità e di partecipazione al nostro stesso sfruttamento che non ci consente più nemmeno di immaginare un’alternativa, di sognare una vita migliore, più giusta. Tutto quello che solo pochi decenni fa sarebbe sembrato estremo e inaccettabile a molti, oggi è realtà quotidiana indiscutibile, naturale.

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[1] Qui una presa di posizione pubblica di Paolo Villaggio candidandosi alle elezioni del 1987 con “Democrazia Proletaria”. Sebbene in sé dica poco sul significato della maschera di Fantozzi, è comunque un’ulteriore dimostrazione della forte passione politica dell’autore/attore, che arriva ad esporsi pubblicamente.

 

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Quel verso buttato lì, in fondo alla schiena. Greco e latino nella versione di Alvaro Rissa https://minimaetmoralia.it/letteratura/fantozziade-e-fondoschiena-latino-e-greco-nella-versione-di-alvaro-rissa/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/fantozziade-e-fondoschiena-latino-e-greco-nella-versione-di-alvaro-rissa/#comments Mon, 25 Jan 2016 06:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29745 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Una nuova antologia di letteratura greca e latina è in libreria. Si tratta di un libro eccezionale. Innanzitutto perché nessuno dei testi scelti era conosciuto fino a oggi. In secondo luogo perché copre interamente lo spettro dei più importanti autori greci e latini, a partire dalle origini. E infine perché sono chiamati a raccolta i più celebri traduttori che nel Novecento si sono cimentati con la sfida dei classici. Il tutto accompagnato da una prefazione e un apparato di note pienamente in linea con le più moderne metodologie didattiche.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Una nuova antologia di letteratura greca e latina è in libreria. Si tratta di un libro eccezionale. Innanzitutto perché nessuno dei testi scelti era conosciuto fino a oggi. In secondo luogo perché copre interamente lo spettro dei più importanti autori greci e latini, a partire dalle origini. E infine perché sono chiamati a raccolta i più celebri traduttori che nel Novecento si sono cimentati con la sfida dei classici. Il tutto accompagnato da una prefazione e un apparato di note pienamente in linea con le più moderne metodologie didattiche.

Ma ecco le principali questioni che gli antichi affrontarono e che il curatore ha selezionato: l’epica di Fantozzi in Omero; la questione del trimestre scolastico in Platone; la zuppa di funghi alla Silvano secondo Catullo; l’ode a Isabelle Adjani di Orazio; questioni matrimoniali in un’elegia di Tibullo. C’è molto altro ovviamente in questo libro che l’editore ha voluto intitolare scegliendo una delle strofi saffiche più significative dell’Ode a Noemi di Orazio: Il culo non esiste solo per andare di corpo (il Melangolo, pp. 207, euro 15).

Autore di questo volume “pensato per il triennio del liceo classico” è Alvaro Rissa, poeta dell’Ecce Bombo morettiano, nom de plume di Walter Lapini, professore ordinario di Letteratura Greca all’Università di Genova e senz’altro uno dei più formidabili conoscitori delle due lingue antiche che si insegnano nel liceo classico italiano. Il libro che Lapini ha messo insieme è infatti uno strabiliante mix di intelligenza, dottrina e umorismo: il latino e il greco che ha ricreato per dare alla luce testi folli, grotteschi, satirici, erotici, calcistici e via dicendo, sono esattamente il latino e il greco degli antichi nelle loro specificità di autori e di generi.

Lo stile delle autotraduzioni riprende (e prende in giro) mostri sacri come Valgimigli, Bignone, Calzecchi Onesti. Il didattichese della prefazione è una summa perfetta di quel linguaggio assurdo che la pedagogia “all’avanguardia” ha prodotto nell’ultimo decennio, degradando l’italiano a un gergo tragicomico che emula e deruba penosamente l’inglese (“cooperative learning”, per esempio, per dire “lavoro di gruppo” oppure “debriefing”, per dire “discussione in classe”). Insomma, un’opera d’altri tempi a cui tutti potranno appassionarsi: sia l’erudito che si divertirà a rintracciare allusioni e raffinate contraffazioni bibliografiche, sia lo studente comune che non resisterà di fronte alle peripezie di Fantozzi Kopriethron, ossia la Merdaccia, o di fronte al quattuor tribus tribus, e cioè il 4-3-3, del Brasile di Cafu e Aldair, o davanti al B latus, il lato B di Noemi: Tuus ille culus / non gubernari probat universum / impete casu, “Quel culo che ti ritrovi dimostra che l’universo non è governato dal cieco caso”.

Ma il tema portante dei testi che Lapini ha creato in anni di lavoro è la scuola, la scuola italiana, il liceo classico mai come ora sotto attacco, mai come ora indebolito da riforme che anziché riformare hanno annacquato e decostruito. Troviamo per esempio in una tragedia di paternità lapiniano-sofoclea la perfetta realizzazione dell’autonomia scolastica con la conseguente folle corsa a procacciarsi studenti a ogni costo. Macco e Pappo, Presidi del Galileo e del Dante, si sfidano in un agone indimenticabile (“I miei studenti sono tutti figli di papà”. “Anche i miei – e non di un papà solo”. “Ho fatto entrare anche dei raccomandati”. “Da noi sono tutti raccomandati”. “Per avere più iscritti sono disposto a farmi sputare in faccia” “Per avere più iscritti mi farò cacare addosso”) dopodiché corrono al cimitero per iscrivere anche i morti. Oppure, nella tragedia I ricercatori, troviamo Platone costretto a reincarnarsi (“gli dèi mi costrinsero a rivivere per via delle folli minchiate che avevo sostenuto”) e affrontare una vita di studi umilianti finché non si presenta in incognito a un concorso e viene bocciato sul pensiero di Platone, cioè di lui stesso.

“La mia presa in giro della scuola è piena di affetto” racconta Lapini “Meno affetto provo per le istituzioni scolastiche. Il tentativo di screditare, edulcorare, depotenziare lo studio duro delle lingue antiche sostituendolo con una formazione classica generica è sintomatico di una trasformazione culturale profonda: ci domina la paura delle difficoltà. Non si ammette più culturalmente l’idea che un ostacolo va affrontato e superato. Meglio aggirarlo semplificando. Ma la semplificazione a un certo punto deve fermarsi. Anche un gioco come il poker ha regole complesse, e se vuoi giocare devi impararle, non c‘è alternativa. Esistono nelle cose delle difficoltà intrinseche irriducibili. Questo ovviamente vale per tutto. Ma il latino e il greco, nel momento in cui traduci, lo mostrano in maniera assolutamente esemplare. In quel frangente sei tu lì, da solo, con il vocabolario, la carta e la penna. Tu e la tua capacità di ragionare, ricordare, connettere. Una situazione in cui viene davvero fuori chi sei e cosa sai fare”. Si ripete continuamente che gli studi umanistici non servono più in un Paese in crisi come il nostro che ha bisogno di manualità, di nozioni immediatamente spendibili. “Un Paese in crisi ha bisogno di guardare lontano. Gli studi “inutili” sono gli unici utili nel lungo periodo. Consideri che, storicamente parlando, gli studi classici hanno formato più scienziati che scrittori. Lo studio delle lingue antiche, in realtà, educa al rigore, alla disciplina mentale”.

Lapini, il suo lavoro rigoroso e al tempo stesso giocoso, cominciò a farlo molto presto. Con il latino maccheronico vinse in gioventù qualsiasi concorso di scrittura (il Certamen Vaticanum, il Capitolium e il Catullianum – conquistato addirittura due volte sotto falso nome). Il greco maccheronico venne invece più tardi, dopo i trent’anni, e fu la sfida più dura perché nessuno ci si era cimentato prima. “Il greco maccheronico credo di averlo inventato io: maccheronico ma con le regole del greco vero. Poi mi diverto a ricreare in greco e latino il nostro lessico” Per esempio? “Beh, intanto esistono parole che si adattano quasi da sé: treno, taxi, autobus, eroina, sofà, Talebani, Alfa Romeo, Megan Gale, Belén. Poi ci sono espressioni facilmente grecizzabili, come il megadirettore galattico della Fantozziade, il pezzo iniziale. Ma si prestano bene anche parole straniere come clown, charme, lingerie. Gli stilisti Krizia ed Hermès sono nomi greci, i pittori Rubens e Monet sono parole latine. A volte ho fatto leva sulla risemantizzazione, altre volte sulla mimesi acustica. In un verso ho latinizzato fuck me in fac me (fàmmiti), con identità quasi piena di pronuncia e di concetto”. Più difficile scrivere in greco e latino o in didattichese? Difficile o sconcertante dover creare frasi come questa: “familiarizzando con le più aggiornate metodologie del problem based learning”? Se la ride, adesso, Lapini. “Ma per non piangere. Non sa quanto mi è costato sfornare quella paginetta introduttiva. La lingua a cui sono costretti i futuri professori è grottesca. Una melma di italiano e inglese dalla sintassi assurda”. Cosa ci aspetta allora? “Lasciamo stare, guardi, per ora penso solo al calcio. Io sono un fiorentino romanista, e quest’anno è difficilissimo. Anche perché sono soprattutto antijuventino. Per me la Juventus rappresenta tutto ciò che detesto di più nella vita. Vede? Ecco. Nel portafogli io porto sempre con me la foto del gol di Magath”.

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Lo smoking di D’Alema https://minimaetmoralia.it/societa/lo-smoking-di-dalema/ https://minimaetmoralia.it/societa/lo-smoking-di-dalema/#comments Mon, 09 Jun 2014 10:04:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21354 Questo pezzo è uscito su Studio.

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

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Questo pezzo è uscito su Studio. (Fonte immagine)

Ero andato a questi Oscar del Vino 2014 un po’ controvoglia, più per assecondare la mia mamma che non per smanie mie; il luogo, questo hotel Hilton su su a Monte Mario, leggenda di abusi edilizi romani e lussi olimpici: o meglio, una volta si chiamava Hilton, e ora invece Rome Cavalieri Waldorf Astoria, con l’onomastica a difficoltà crescente che l’hôtellerie coltiva negli anni. Luogo simbolico, solita atmosfera da Hitchcock sul Grande Raccordo, gigantesco corpo di fabbrica che domina la città con architettura anni Sessanta e cancellate barocco-cinesi che sembrano cingere un gigantesco ristorante Lanterne Rosse, o l’ambasciata di Pechino.

«Questi Hilton pare siano alberghi coloniali, alberghi non solo di affari, ma di prestigio e Guerra fredda. Sorgono nei luoghi dove si vuole affermare un potere, come al Cairo, a Baghdad, all’Avana, a Berlino» scriveva Carlo Levi nel suo Roma Fuggitiva (2002). Ottocento stanze, cemento armato e vetro delle facciate, balconcini fioriti, un piazzalone tipo policlinico Gemelli. Pini romani. Bandiere. La meglio vista su Roma.

Qui dovevo partecipare a questo Oscar del Vino 2014, massima kermesse nazionale del settore, in cui eravamo in nomination per il miglior vino dolce – o meglio, lo erano i miei cugini prestigiosi che fanno la Malvasia a Salina, e che con grande sprezzatura mi avevano incaricato di andare a rappresentare la famiglia nel caso avessimo vinto, in quanto bizzarro residente in Roma; e alla fine ci ero andato, anche per antiche aspirazioni verso rami più fortunati della famiglia – loro hanno la barca a vela, sono tutti alti e biondi e architetti, hanno un cognome esotico, sposavano delle Jackie Kennedy bresciane, negli anni Ottanta avevano i primi monovolume col portapacchi per le tavole da surf ed erano sempre abbronzati; noi invece avevamo la cascina a Brescia tipo Le Meraviglie, pure con papà cattivo e le api (questa è una storia di complessi sociali, evidentemente).

Quindi vado su per la Trionfale ancora sbarrata per nubifragi non più recenti, in Vespa, con il motore 125 che arranca; son vestito tutto Zara, perché l’invito intima «abito da sera per le signore, smoking tassativo per i signori», e io lo smoking non ce l’ho (anche se al cugino ho detto di sì) e me n’ero fatto prestare uno da un mio amico prestigioso, ma poi era larghissimo, quindi costruisco una specie di smoking fai da te da Zara, all’ultimo, vado a via del Tritone, un delirio, in mezzo al traffico: approfitto del servizio “personal shopper”, della pregiata casa spagnola, dunque un abito nero tipo poliestere 100%, con camicia bianca, a cui faccio un pratico orlo con la spillatrice, molto alto; sotto una calza Gallo a righe, con risultato forse hipsterissimo o forse Fantozzi alla festa del dobermann Ivan Il Terribile XXXII, peraltro a villa Miani, qui dietro, sempre a monte Mario, dunque filologico. (Rifletto anche che se sbaglio ad accendermi la sigaretta prenderò fuoco subito, con tutto quel sintetico).

Arrivato nella hall dell’ex Hilton, apprendo che l’Oscar del vino è di sotto, in una sala (sono da solo, avevo accettato anche per condividere con qualcuno l’esperienza surreale, ma poi salta fuori che ogni “più uno” bisogna pagare 200 euro, perché c’è Gianfranco Vissani che cucina; strano, penso, perché l’ex Hilton o Waldorf Astoria è notoriamente feudo di Heinz Beck, il cuoco che ha insegnato ai romani la sferizzazione e il sifone ma con giudizio. Mio cugino mi briffa: se vinciamo non dilungarti più di tanto sul vino che rischi di far figuracce, dì solo che è una Malvasia riserva raccolta a mano, ringrazi le Eolie che ci ospitano, due battute sul sole e sul territorio che ci ha accolto, fai una sorrentinata insomma (sono pure spiritosi e aggiornatissimi, i miei cugini vignaioli; mi brucia la battuta, io mi ero preparato una cosa ovvia tipo: «ringrazio Balotelli, il sindaco di Salina e i Talking Heads»).

La hall è al piano seminterrato, sempre con questo gusto Guerra Fredda, soffitti alti e stondati da bunker, parquet lucidi intarsiati a terra, sembra di essere alle Nazioni Unite o alla Design Week di Belgrado; mi aspetto che venga fuori Krusciov a battere la scarpa famosa sul tavolo. Invece, superato l’ingresso con gli accrediti, ressa di signori davvero in smoking e signore davvero in lungo, tipo Golden Globe o red carpet di Venezia, però qui siamo sotto terra. Ci sono dei valzerini in sottofondo, e a un certo punto sbucano dei paggetti e delle damine vestite tipo copertine di quei dischi Rondò Veneziano che andavano molto a Brescia negli anni Ottanta.

Sul menu, si informa che «sarà la Compagnia Nazionale di Danza Storica ad accogliere gli ospiti durante la Notte delle Stelle (maiuscolo) dedicata al più importante Riconoscimento (maiuscolo) italiano del vino». Mi concentro sugli smoking; di fronte a me, a un certo punto, eccone uno di impeccabile fattura, con revers a lancia, di velluto; su scarpa inglese lucida, tipo Alden, e camicia con bottoni normali, dunque non regolamentare, dunque ottima sprezzatura. Alzo lo sguardo, è Massimo D’Alema.

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Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/ https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:47:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18366 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero de Lo Straniero.

Nell'Italia degli ultimi trent'anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l'ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Il secondo modo per negare la complessità, sul fronte opposto, ha visto per protagonisti quei “professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger” (cit. Giunta), e che, proprio per questo ­– rifiutandosi di frequentare ciò che il mondo nel frattempo è diventato fuori dal Palazzo accademico, ma soprattutto non intuendo che persuadersi di essere geneticamente incompatibili con il mondo di Bouvard e Pécuchet è un indizio che conduce a molte prove – afferrano e restituiscono di tutto il resto una parte troppo piccola per come pretendono di essere consegnati alla posterità (indizio numero due).

Di tutto questo prova a rendere giustizia Claudio Giunta in Una sterminata domenica (Il Mulino), una serie di saggi (forse sarebbe corretto definirli reportage) sul paesaggio italiano visitato attraverso esperienze che una certa prosopopea d’antan avrebbe definito middlebrow e Giunta ha l’onestà (e il tempismo) di chiamare col nome più appropriato: pop.

Se i nostri luoghi geografici sono più standardizzati rispetto ai tempi in cui Milano e Lampedusa non erano uniti neanche dalla lingua, le “increspature” del paesaggio che diventano significative non sono solo fisiche ma anche sacche di immaginario, microcosmi semantici, vicende di cronaca, avventure imprenditoriali, piccoli e meno piccoli sistemi di potere che mescolano tra loro proprio l’immaginario e l’impresa commerciale.

Ecco dunque l’Italia restituita attraverso il meeting di Cl, la saga di Fantozzi, il percorso degli Elio e le Storie Tese, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay.

I libri che in questi anni hanno fritto l’aria intelligentemente con la scusa (o era la causa?) dei cultural studies non si contano, ma Giunta evita le trappole in cui la nostra esperienza (cioè l’esaurita pazienza) di lettori ritiene ormai che un libro del genere debba cadere poche pagine o righe prima che in effetti lo faccia.

Proverò a elencare qualche motivo per il quale la strategia di Giunta mi sembra invece interessante, e soprattutto lo faccia muovere in quella fascia d’esperienza che sta sotto il Tannhäuser non più di quanto sorvoli i raduni di Pontida, senza farsi fregare dal fantasma della fresca eruditissima ma alla distanza anche un po’ ingenua euforia da sdoganamento dei Sessanta (Umberto Eco, che per il pop fu ciò che oggi un cinquantenne potrebbe rappresentare per internet rispetto a un nativo digitale) né dal colpevole feticismo un po’ suicida del decennio successivo (non mi basta rintracciare una scheggia di Sid Vicious in Carlo Freccero e altri situazionisti tricolori per definire più punk che establishment la sua tv, non più di quanto mi sentirei di dire che la carriera politica di Gianni De Michelis fu segnata da Tony Manero più che dalla Enimont).

Una mossa di Giunta è allora quella di prestare inizialmente il fianco con onestà all’altro da sé, riconoscendogli dei meriti, in certi casi riconoscendo se stesso – molto sanamente – in una parte mai nel tutto estranea all’oggetto d’indagine. Da questo punto di vista, un precursore recente di questo modo di procedere è Forza Simba, il reportage che David Foster Wallace scrisse nel 2000 per «Rolling Stone» sulla campagna elettorale di John McCain per le primarie repubblicane. Cosa faceva in quel caso di interessante DFW? Osservava le gesta di un uomo politico che rappresentava un universo assai lontano dal proprio e una sfera di valori addirittura opposta, senza che questo gli impedisse di provare anche ammirazione (per come, ad esempio, prigioniero in Vietnam, nonostante le torture subite nel corso della detenzione, McCain rifiutò la propria liberazione privilegiando quella di un soldato semplice precedentemente catturato), ma senza soprattutto che questa ammirazione annullasse mai le differenze ideologiche, il che è proprio la via d’uscita da quel manicheismo permeabile che è solo uno dei paradossi in cui si è mosso in questi anni il dibattito pubblico.

Allo stesso modo (con una lingua davvero efficace, cioè limpida senza evanescenze, empatica senza euforia, severa senza anatemi da scagliare) Giunta è capace di infilarsi al meeting di Comunione e Liberazione lasciando che le perplessità per il revisionismo imperante (Leopardi ridotto a un inguaribile ottimista, la conquista delle Americhe non il preludio di un genocidio ma la missione spirituale che salvò l’anima di milioni di nativi, e così via) tentennino un attimo di fronte all’incredibile gentilezza con cui i militanti di CL trattano tutti, compreso lui e gli altri laici che si sono avventurati nel territorio sconosciuto. Una gentilezza mai sperimentata negli ambienti di sinistra né tra i militanti del PDL (avversari magari sul piano ideologico, ma non così “estranei” e “paralizzanti” come i ciellini), tanto da far scrivere a Giunta che in certi casi “la gentilezza è più importante della verità”.

Se non fosse che, poche pagine dopo, con un colpo di coda che ho capito essere un marchio di fabbrica (una sorta di istantaneo terzo atto, un contro-contro movimento) del discorso retorico che presiede Una sterminata domenica, Giunta scrive: “infine, questa coazione ad allargare il cerchio dell’amicizia del movimento non è senza rapporto con la sua traiettoria politica: cioè soprattutto con l’enorme rete di poteri e di interessi che è la Compagnia delle Opere e col filo doppio che ha legato e ancora lega in questi anni CL – il movimento nato per «proporre la presenza di Cristo come unica vera risposta alle esigenze profonde della vita umana di ogni tempo» – a Silvio Berlusconi”.

Interrogati su questo aspetto, due o tre attivisti rispondono che, semplicemente, in politica i ciellini appoggiano quelli che gli danno più spazio, che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. “E così pare proprio”, conclude Giunta, “che questi paladini dell’antirelativismo abbiano accettato di sottoscrivere lo slogan stesso del relativismo: anything goes, tutto va bene purché serva «a raggiungere i nostri obiettivi»”.

Ecco, in tre tempi, restituita la complessità: a) al meeting di Cl si spacciano per verità assodate tesi storiche ai limiti dell’assurdo, che accostano i ciellini ai raeliani e agli invasati di Scientology, b) i ciellini sono di una gentilezza disarmante. Questa gentilezza è in buona fede, fa bene, è una cosa buona, lo è al di là del fatto che chi la pratica è convinto che Leopardi in fondo “pensasse positivo”, c) la gentilezza in questione non è un astuto mezzo per raggiungere fini turpi, è un valore in sé, questo bisogna avere l’onestà di riconoscerlo, ma questo non toglie tuttavia che Comunione e Liberazione sia anche un gigantesco sistema di potere che fa paura, e che intimamente potrebbe non avere molto a che fare col Vangelo nonostante la buona fede dei militanti.

Stessa cosa per il fenomeno Radio Deejay, di cui Giunta è un ascoltatore accanito: a) chi pensi che Linus, Nicola, Albertino, Fabio Volo e compagnia siano un’accolita di fighetti miliardari dovrebbe ricordare che erano piuttosto un gruppo di proletari (quasi tutti di sinistra) a cui trent’anni fa riuscì di costruire un impero mediatico a suon di duro e onesto lavoro e alcune idee eccellenti, b) per i parametri del pop “Deejay chiama Italia” è una trasmissione perfetta, i conduttori usano un italiano chiaro e pulito, costruzioni linguistiche che le trasmissioni delle altre emittenti private nazionali si sognano, c) a “Deejay chiama Italia” non si parla di come Lacan abbia aggiornato Freud, ma il problema in questi casi sarebbe in chi cerchi un articolo di «Tel Quel» nelle telefonate con gli ascoltatori (telefonate che tuttavia, se ascoltate con attenzione, per la capacità che i conduttori hanno di far aprire gli interlocutori in modo sempre garbato, senza mai ricorrere alla volgarità, potrebbero riservare non poche sorprese), d) Fabio Volo ha la colpa di trattare radiofonicamente la letteratura alla stregua dei bigliettini dei Baci Perugina e quella ancor più grave di spacciare per romanzi i suoi non-libri, e tuttavia: poco prima delle ultime elezioni è stato tra i pochi, potendo disporre della sua audience, ad attaccare Berlusconi (senza risparmiare il PD) con una frontalità mancata a molti intellettuali; ogni anno rinuncia a molte centinaia di migliaia di euro rifiutandosi di sponsorizzare o fare la pubblicità per alcunché, e) Linus è uno stakanovista e un organizzatore del lavoro fenomenale, f) Linus ha il terrore di invecchiare, non riesce a diventare adulto, il modo in cui mitizza le sue origini proletarie da un certo punto in poi ha cominciato a diventare sospetto, g) il fatto di essere diventato miliardario, se da una parte non lo ha portato ad avere un rapporto osceno col denaro (la sua mancanza di ostentazione, come del resto quella di Fabio Volo, è proverbiale) dall’altra non ha impedito un certo scollamento dalla realtà, h) anche per questo forse da qualche tempo Linus porta avanti, all’interno del proprio gruppo, una politica del lavoro (e soprattutto dei licenziamenti) a dir poco discutibile, certamente non in linea con i valori da cui vorrebbe essere ispirato, h) tutti i meriti di Radio Deejay non tolgono che in fondo in fondo l’emittente non sia altro che uno tra i più accettabili, puliti, edulcorati frammenti che tutti quanti insieme formano però la “vera anima nera di quello che chiamiamo neo o tardo capitalismo”, vale a dire lo show business.

E così via (con diversi gradi di fascinazione che diventa anche diffidenza, e viceversa) per Fantozzi, per Elio e le Storie Tese, per Luciano Moggi.

La cosa interessante – oserei dire la novità – del discorso di Giunta è che i punti delle sue analisi cercano di restituire più complessità che sintesi, non si divorano l’un l’altro perché ne resti vivo uno come vorrebbe la logica del succitato manicheismo permeabile.

Il fatto che Fabio Volo sia un non scrittore spacciato per storyteller non toglie che in certi casi abbia mostrato (nel proprio ambiente e dal proprio speakers’ corner) un coraggio che alcuni scrittori-scrittori e intellettuali-intellettuali non praticano nei propri, il che non lo riabilita certo come scrittore. Il fatto che si abbia il dovere di tenere il punto su Leopardi discutendo con un militante di CL (e che si debba tenere ben presente che CL è una struttura di potere anche molto pericolosa) non toglie che a quel militante si debba riconoscere la virtù della gentilezza e di una certa empatia (e che magari gentilezza ed empatia sia giusto rivendicarle lì dove sono totalmente assenti, ad esempio quelle redazioni o quei dipartimenti universitari nati per cambiare il mondo nel nome di Marx). In un paese in cui lo scontro si è fatto binario, e quindi stupido, alzare il tiro del discorso in questo modo è un merito.

Infine. Tra le righe di Una sterminata domenica serpeggiano i segni di una cultura solida (tra le altre pubblicazioni dell’autore c’è ad esempio un commento alle «Rime» di Dante). Tuttavia Claudio Giunta non è una forza del passato che sconta sulla propria pelle le contraddizioni del presente. Non è un aquinate di Alessandria che in un paese di acquasantiere e busti di Togliatti getta scompiglio mischiando Bibbia e Dylan Dog. Non è neanche un bombarolo degli anni Settanta convinto di ritrovare stralci di libretto rosso tra Bombolo, er Monnezza e Edwige Fenech. Per privilegio di anagrafe, come quasi tutti quelli della sua generazione, Giunta ha ascoltato la voce di Cristina D’Avena prima di quella di Rilke, ha seguito le avventure di Pentothal e Zanardi prima di quelle di Julien Sorel. Di questo non si fa un vanto né per questo si autocommisera. Ne prende atto, e dalla presa d’atto comincia con onestà la propria indagine.

Quali siano i limiti e le vere trappole da evitare per questo genere di approccio (quali rischino di disinnescarlo strada facendo come è successo agli “esploratori” delle generazioni precedenti) lo capiremo nei prossimi anni, per ora mi sembra interessante che un discorso di questo tipo inizi ad avere il suo spazio.

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La Sterminata domenica di Claudio Giunta: il meeting di Comunione e Liberazione https://minimaetmoralia.it/editoria/la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta-il-meeting-di-comunione-e-liberazione/ https://minimaetmoralia.it/editoria/la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta-il-meeting-di-comunione-e-liberazione/#comments Sun, 08 Dec 2013 14:46:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16936 È uscito da poco per Il Mulino Una sterminata domenica di Claudio Giunta, una raccolta di saggi che consiglio per approccio e qualità di scrittura. Gli ultimi trent’anni di storia italiana vengono letti da Giunta da prospettive che di solito gli studiosi trascurano. La saga di Fantozzi, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay, una delegazione […]

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È uscito da poco per Il Mulino Una sterminata domenica di Claudio Giunta, una raccolta di saggi che consiglio per approccio e qualità di scrittura. Gli ultimi trent’anni di storia italiana vengono letti da Giunta da prospettive che di solito gli studiosi trascurano. La saga di Fantozzi, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay, una delegazione di scrittori italiani in Messico, il linguaggio degli Elio e le Storie Tese (per citarne solo alcune) diventano altrettante cartine di tornasole per capire cosa siamo, cosa stiamo diventando. 

Riproduciamo qui le prime pagine del saggio sul meeting di Comunione e Liberazione.

«Anything Goes. Il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini»

di Claudio Giunta

Da quanti anni non entravo in un posto in cui tutti credono in Dio?

Più di un quarto di secolo fa ho smesso di andare a catechismo, dall’atroce suor Romana e dall’adorabile don Stefano, e ho anche smesso di andare in chiesa, dove mia madre mi scortava con simulata convinzione una o due domeniche al mese. Nessuna crisi improvvisa. Qualcuno ricorda, se non proprio il giorno, il periodo della sua vita in cui ha smesso di credere in Dio, la folgorazione al contrario. Io non ricordo di averci mai creduto. Andavo dove mi dicevano di andare, facevo quello che facevano tutti i miei compagni di scuola, non davo nessuna importanza alla cosa. E come me quasi tutti gli altri. Più che non credere, non ci ponevamo seriamente il problema: c’era la breve tortura del catechismo, il venerdì pomeriggio, c’era la chiesa, la domenica mattina, ma l’uno e l’altra erano pieni di atei che non trovavano nessuna contraddizione tra il loro ateismo e la dottrina, o la messa. Così è probabile che il meeting di Comunione e Liberazione a Rimini sia stato, dopotutto, il primo e unico luogo da me visitato in cui tutti, nessuno escluso, credevano in Dio.

Questa unanimità – specie se uno non è tra gli unanimi – si avverte.

Il meeting di CL dura una settimana, l’ultima di agosto, ma se dipendesse dalla dedizione di chi lo organizza potrebbe durarne cinquantadue. In albergo faccio colazione insieme a due dei cuochi del ristorante trentino, uno dei cinque o sei ristoranti regionali (CL Trentino, CL Sardegna, eccetera) che si possono trovare al meeting. Lavorano dalle otto del mattino a mezzanotte, gratis, e lavorare significa svegliarsi alle sei e mezza, essere al palasport alle otto in punto, aiutare a scaricare le casse di carne verdura frutta che sono arrivate direttamente dal Trentino – «solo prodotti freschi, solo prodotti nostri» – e cominciare a cucinare, e cucinare tutto il giorno per centinaia di persone, e smettere soltanto dopo cena, a stand-ristorante chiuso, perché i cuochi devono anche aiutare a rimettere tutto a posto. Cioè, non devono, tecnicamente, nessuno qui deve fare qualcosa, tecnicamente: ma lo fanno. Sara, la conoscente di conoscenti che mi ha fatto avere il pass per il meeting, e che è responsabile della sala VIP dello stesso ristorante (sì, c’è una sala VIP), lavora anche lei dalla mattina alla sera gratis, e in più si paga le spese di soggiorno a Rimini. E direi che questa è la regola per quasi tutti: i volontari sono volontari veri, come una volta alla festa dell’Unità, un vortice di volontari che approvvigionano, cucinano, apparecchiano, sparecchiano, puliscono, servono in tavola una scelta di sei menù, tutti abbordabilissimi, 12-22 euro, tutti perfettamente spiegati, con foto, nel pieghevole che si riceve all’entrata. Forse soltanto i nomi dei piatti sono un po’ leziosi, forse stonano un po’ in tanta ascesi Lo stinco di maialino da latte con la salsiccia arrostita, o La polenta di Storo e lo strudel di pasta fillo alle verdure, o Le casarecce al ragù di selvaggina con scaglie di Trentingrana, o – giuro – Le sottilissime di trota al fil di fumo dolce.

Sono lì lì per scandalizzarmi ma poi mi rendo conto che sarebbe ingiusto voler sentire in questa retorica da Gambero Rosso qualcosa di non veramente cristiano. Che cos’è che non andrebbe – questo grand-guignol di salsicce e stinchi di maialini da latte? O questo matrimonio tra fede e godimento celebrato con le parole del godimento, gli articoli davanti ai nomi delle pietanze, «un servizio attento e cordiale, l’esclusiva cucina dello chef Lorenzo Chillon, una nuova sala lounge con originali proposte di aperitivi ed uno speciale menù dedicato ai più piccoli» (pubblicità del caffè Pedrocchi, che «riapre le sue porte al Meeting di Rimini»)? In un posto dove in una settimana passa e mangia mezzo milione di persone l’unico modo per fare le cose è farle bene, e le parole quelle sono. Pacificato, opto per il Menù della Certezza, comprendente sformatino di zucchine su misticanza all’aceto balsamico, garganelli con pesto saporito di rucola e pomodorino cherry disidratato al sole, tenerezza di vitello con caponatina agrodolce, panna cotta al pepe lungo con coulis alla pesca, acqua, caffè, tutto per la miseria di quindici euro e cinquanta.

Uno può dire che tutta questa dedizione, tutto questo idealismo al servizio della causa ha un secondo fine, anche se non si vede. «Sì», mi dice un amico cinico mentre io gli descrivo le meraviglie di questa organizzazione su base volontaria, «ma tutti questi qui poi trovano lavoro con la Compagnia delle Opere, nel parastato, nei comuni, nelle province, nelle regioni amministrate da gente di CL. E comunque le aziende, i ristoranti, si fanno un mucchio di pubblicità». E probabilmente è così, sicuramente è così in un mucchio di casi. Ma quelli che ho incontrato io, soprattutto i giovani, mi sembravano davvero disinteressati. Che poi ci sia un interesse anche nel disinteresse, un calcolo insomma, magari non portato a coscienza, anche in questo sacrificio, beh, sì, senz’altro: non c’è atto che non sia impuro. Ma non succede lo stesso in qualsiasi altro gruppo umano organizzato, specie se politico o para-politico? Bourdieu ci ha scritto sopra una biblioteca. Ma anche tenendo conto di tutte le obiezioni, di tutti i distinguo, l’impressione è forte: una gioiosa macchina da guerra, come il PDS del 1994 secondo Occhetto, quello polverizzato da Berlusconi. Per tutto il tempo mi sono rigirato in testa un verso di Fortini, «Ho detto grande il mondo, invincibili gli uomini». Solo che Fortini parlava della Cina di Mao.

E in effetti in tutto quello che mi vedo attorno tra il 25 e il 28 agosto del 2008 c’è molto di simile alla prassi e alla retorica della vecchia sinistra, salvo che qui decisamente non siamo a sinistra. «Avete le forze e i numeri per fare una rivoluzione», dico scherzando a un conoscente di conoscenti di CL che incontro nello stand della mostra su Leopardi. «L’abbiamo già fatta», mi risponde serafico, ed è una bella risposta, che io non ho cuore di sciupare con una richiesta di spiegazione: la rivoluzione cristiana, duemila anni fa? La rivoluzione cristiana di don Giussani? Il certamente rivoluzionario governo Berlusconi? Tutte e tre, probabilmente.

 

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L’odorino del mare https://minimaetmoralia.it/libri/lodorino-del-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/lodorino-del-mare/#comments Tue, 04 Sep 2012 14:00:31 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9091 Pubblichiamo una recensione di Giulio Milani su «Morte dei Marmi» di Fabio Genovesi (Laterza).

di Giulio Milani

L’alta toscana è marca di confine dallo spazio antropologico polarizzato. Abbiamo già trattato l’argomento nelle note al testo di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia”. Ritroviamo aspetti non dissimili, ma qui per così dire traslocati dalla montagna al mare – con tutto quel che ne consegue in termini di mitologia e di stile – nel libro “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi, sempre pubblicato nella collana Contromano della Laterza (collana che si conferma, tra alti e bassi – più alti che bassi, a mio avviso – una delle migliori operazioni editoriali degli ultimi anni, specie per la valorizzazione dei nostri narratori italiani trenta/quarantenni).

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Pubblichiamo una recensione di Giulio Milani su «Morte dei Marmi» di Fabio Genovesi (Laterza).

di Giulio Milani

L’alta toscana è marca di confine dallo spazio antropologico polarizzato. Abbiamo già trattato l’argomento nelle note al testo di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia”. Ritroviamo aspetti non dissimili, ma qui per così dire traslocati dalla montagna al mare – con tutto quel che ne consegue in termini di mitologia e di stile – nel libro “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi, sempre pubblicato nella collana Contromano della Laterza (collana che si conferma, tra alti e bassi – più alti che bassi, a mio avviso – una delle migliori operazioni editoriali degli ultimi anni, specie per la valorizzazione dei nostri narratori italiani trenta/quarantenni).

«Perché poi siamo gente così, senza mezze misure. Ti vogliamo abbracciare o spezzare le gambe, siamo felici o incazzati, secchi come lo stoccafisso o con la pancia a cocomero, navighiamo per il mondo sulla Amerigo Vespucci oppure non sappiamo nemmeno nuotare. Le mezze misure qua non esistono, e quando qualcuno – poveraccio – invoca una via di mezzo, si sente rispondere che La via di mezzo è a Pietrasanta, riferendosi al corso che porta a piazza Duomo.»

Nel libro di Genovesi, infatti, ci muoviamo (apparentemente) tra le spiagge dorate della Versilia, ma dietro le quinte ribolle un sangue indomito, di cui abbiamo avuto notizia anche nelle pagine di Rovelli: «Qua ci potevano campare giusto i liguri apuani, popolo gretto e primitivo che mangiava i sassi e beveva i cazzotti, che quando Roma aveva le terme e il teatro qua nemmeno era arrivata la scrittura. “Le donne di questi luoghi sono forti come gli uomini”, dice Diodoro Siculo, “e gli uomini sono forti come bestie”. Per toglierli di mezzo e liberare la via che da Pisa porta a Marsiglia, i romani si sono dovuti buttare in decenni di massacri reciproci, e siccome non c’era verso di adattare i liguri apuani alla civiltà romana (o alla civiltà in generale), alla fine li hanno deportati in massa nel Sannio. […] Ma qualcuno, rintanato tra i rovi e le spelonche e le dune spinose vicino al mare, deve essere rimasto da queste parti, perché il sangue acido e bestiale dei liguri apuani gira ancora nelle vene dei versiliesi. Gente riottosa e greve, astiosa e maldisposta, un popolo che vive di turismo e insieme è il meno ospitale del pianeta. Questa è la Versilia, questa è Forte dei Marmi.»

Molti autori, specie nel Settecento francese, si sono confrontati con l’influenza dell’ambiente sulla costruzione dei caratteri – pensati qui come li pensa la psicologia, ossia la copertura delle nostre strategie di sopravvivenza – e forse non per caso il Settecento (secolo letterario per eccellenza, a noi vicino non foss’altro che per la circostanza che mai si scrisse e ci si scrisse tanto) è anche l’epoca in cui gli abitanti di questa marca rivolsero gli occhi verso sé stessi e si scoprirono civili.

Ancora all’alba del Seicento, infatti, un visitatore di passaggio come Montaigne poteva annotare, nel suo Viaggio in Italia: «Da Lerici a Lucca ci sono 42 miglia. Si passa per gli Stati del Principe di Massa e Carrara. È il sovrano più piccolo di tutti, e i suoi sudditi i più rozzi e i più maleducati che esistano. Vi ho dormito una sola notte, e non ho visto nessuno, uomini, donne e bambini, che non fosse di una volgarità senza pari.» (Rovelli, “Il contro in testa”, p. 47).

Rivolgere oggi lo sguardo a questi abitanti, a questi non-luoghi frontalieri di recente fondazione, ci offre quindi lo straordinario privilegio di assistere alla “mutazione antropologica” di un popolo relativamente giovane, che da uno stadio di vita a tutti gli effetti premoderno, si trova catapultato mani e piedi nell’epoca dell’immagine del mondo.

Per chi credeva di poter restare sé stesso rimanendo immobile, mettendo improbabili “radici” di sangue e terra, non è meno di un’apocalisse accorgersi che tutto intorno a noi è cambiato, e ritrovarsi migranti nel nostro stesso paese, ormai stranieri in casa propria.

«Incapace di accogliere il turista, ospitandolo e condividendo gli stessi spazi, il popolo di Forte dei Marmi ha sempre preferito consegnargli il paese, inginocchiandosi e servendolo a testa bassa. […] Asservendosi, è più facile lamentarsi e maledire alle spalle. E a fine estate ci si può rialzare, pulirsi i pantaloni dalla polvere e dire, come a padre Patrizio la voce misteriosa dal cesso, Amen, ora però fuori dalle palle. […] È un’idea di turismo che ha funzionato alla grande per più di un secolo, e anche quando sono arrivati i russi noi li abbiamo accolti allo stesso modo. Cosa potevamo fare? […] I russi pagavano di più, ma per un motivo semplice: non volevano mica affittare, loro compravano proprio. E quando vendi, poi hai venduto per sempre. Non è che a settembre puoi tornare tutto allegro con un giacchetto sulle spalle e dire vabbè, abbiamo scherzato, ci si vede il prossimo anno. Questa era casa tua, ma adesso non lo è più. E allora sei tu che devi andartene.»

D’altra parte era stata evocata a lungo, la globalizzazione, a destra come a sinistra (dalla Terza Internazionale in avanti, per restare ai riferimenti testuali), e se adesso prende forme che non ci aspettavamo è solo perché tendiamo a dimenticarci che il futuro non accade nelle forme conservative della prefigurazione, ma nelle modalità fuori controllo e inaspettate dell’adempimento.

«Lo zio Aldo ripeteva quella sua frase profetica che diceva sempre. E cioè: Ma tanto un giorno arriveranno i russi, e allora stai sicuro che da queste parti cambia tutto. […] E poi, quando avevo sei anni, lo zio Aldo è morto. Molto prima di poter sapere quanto ci aveva azzeccato con la sua profezia. Perché c’è voluta una trentina d’anni, ma alla fine è andata proprio come diceva lui. Sono arrivati i russi e tutto è cambiato. Anche se non sono i russi che pensava lui, e il cambiamento non gli sarebbe garbato per nulla.»

Il denaro si prende tutto «come uno tsunami», e produce un bovarismo di ritorno negli ammirati autoctoni, «esclusi dall’esclusivo», e insieme servi proattivi dello spettacolo che va in scena tutte le estati.

«Potevamo non considerarli un po’ divini? E quindi è ovvio che d’estate tentavamo disperatamente di essere come loro, rinnegando i nostri familiari, la nostra origine, e soprattutto il dialetto versiliese che ci dichiarava subito zotici e straccioni.»

Forte dei Marmi diventa così una quinta onirica tra Dark city (guarda caso l’altro nome di una città costiera chiamata Shell Beach!) e La palla numero 13, in cui il culto dell’“avere per essere” ha ormai prodotto un scenario (psichico) intercambiabile: «Le boutique non ci sono utili nemmeno come punti di riferimento, per dire magari ci troviamo alle nove davanti a Prada, oppure Mario ha parcheggiato nella via che c’è Ferragamo. Questo non si può fare, perché i negozi del centro di Forte dei Marmi sono creature migranti, in continuo spostamento tra gli angoli e le strade, e molti soccombono dopo breve vita per lasciare spazio a griffe più prestigiose. Quindi, solo perché una boutique stava in un certo punto la settimana scorsa, non è per niente sicuro che oggi sia ancora lì.»

Un bandolo non si trova. La benevolenza del dio ha l’occhio mobile. L’idolatria per le merci, e attraverso le merci per le divinità che se le possono permettere, diventa così l’altra faccia di un culto per l’originalità standardizzata che genera comportamenti (e sacrifici) patologici.

«Quella che va in scena ogni domenica è una colossale sfilata di moda, in cui devono essere modelli e insieme spettatori, un tutti contro tutti tremendamente impegnativo che ha ormai raggiunto livelli impossibili di sofisticazione. E come non possono permettersi di comprare nei negozi, gli appassionati di shop-watching non possono nemmeno dormire negli alberghi o affittare una casa, quindi la loro presenza è una toccata e fuga, una stressante gita di un giorno con pranzo al sacco.»

Solo nel finale, quando il punto di percezione passa dalla vista (ormai perduta) all’olfatto, cade uno scarto, e tondellianamente – ricordate “l’odorino del Nord” (e della libertà) sull’autobrennero in Altri libertini? – il narratore intercetta un momento di agnizione, un satori che promana dal buio (come in Cattedrale di Carver), e annuncia la possibilità di una svolta proprio con l’imbocco “alchemico” della via di mezzo.

«Il fatto è che si trattava di una di quelle notti che monta il nebbione, una specie di bruma pastosa che è tipica nostra, e certe sere sale su dal mare e si mischia con l’umido dei monti per coprire tutto. Gli ingredienti perché venga bene sono guazza, salmastro e un goccio di resina di pino, e si tratta di una miscela perfetta per devastare qualsiasi creazione dell’uomo, dal legno verniciato delle persiane alle cromature delle auto. […] E quella sera ci guidavo in mezzo, potevo sentirlo che si appiccicava alla macchina e rosicchiava la carrozzeria e la gomma delle guarnizioni. E forse è proprio questo il trucco della famosa nostalgia fortemarmìna, il segreto di questo paese che vive del tuo passato: l’umido assassino sgranocchia ogni cosa, la gratta via e poi ne mantiene l’essenza, se la porta dentro per secoli, e quando di notte torna a spandersi sul paese te ne riporta l’odore.»

Lo stile è qui un tutt’uno col mondo che descrive, coi temi (ossessivi) che sono cari all’autore, e infatti è come scaturisse da un unico “accordo power” che riprende e ripete il rumore del nostro tempo con mille variazioni di tonalità e di effetto, fino a produrre un suono (e una voce) inconfondibile.

Fabio Genovesi è insomma un punk rock della scrittura, uno che ha imparato a scrivere ascoltando i Clash e i Dead Kennedys (amando probabilmente più i secondi), tra un film di Bud Spencer e l’ultimo Fantozzi – come tanti noi t/q, del resto, ma con la marcia in più di una memoria (specie dell’infanzia) prodigiosa e soprattutto di una sincerità fuori dal comune, che mescolate insieme ne fanno il più proustiano dei nostri narratori under 40; vicino allo spirito di maestri appartati come il suo concittadino – di montagna – il bardo Vincenzo Pardini – stessa capacità (mimetica) di cogliere, in un giro di frase, presente passato e futuro di un luogo come di un personaggio, stessa perseveranza etica e tematica, stesso andirivieni “salvatico” (Rigoni Stern) prima che salvifico.

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