fascismo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fascismo/ un blog di approfondimento culturale Fri, 15 Dec 2017 10:55:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg fascismo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fascismo/ 32 32 Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/ https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/#comments Sun, 17 Nov 2013 09:17:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16411 Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò […]

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Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò che auspicano) il livello di disuguaglianza reale nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti. Ottenuti i risultati del sondaggio, i due studiosi li hanno messi a confronto con il reali valori di disuguaglianza presenti nel paese. Ciò che emerge è sufficiente a far sorgere (o a confermare) i peggiori dubbi sul tipo di sistema in cui viviamo, ed è molto ben spiegato e documentato in questo video.

Praticamente il 40% dei cittadini americani meno abbienti (circa 120 milioni di individui, una fetta enorme di popolazione che va dai disoccupati, agli operai, agli insegnanti, a non pochi professionisti) possiede lo 0,3% della ricchezza. L’1% al vertice della piramide sociale concentra nelle proprie mani una quantità di ricchezza di molto superiore alla somma della ricchezza di tutto il primo 80%. Altro dato interessante è che il 93% degli elettori democratici e il 90,5% degli elettori repubblicani vorrebbero (come si vede nella clip) un sistema di distribuzione della ricchezza completamente diverso da quello reale. Anche questo fa sorgere dubbi sull’ipotesi che i regimi democratici sotto determinati profili siano sempre più una questione di onomastica. L’Italia. In Italia si va per famiglie e non per individui. In Italia il 10% delle famiglie più ricche detiene il 50% della ricchezza nazionale. La Grecia. Quante famiglie, quanti milioni di individui ha distrutto e fatto soffrire la crisi greca? Il patrimonio personale dei primi cinque o sei uomini più ricchi del pianeta coprirebbe il debito greco. L’Europa. “L’aspetto realmente triste è che l’euro avrebbe dovuto avvicinare i paesi europei, in modi sia sostanziali che simbolici. Avrebbe dovuto incoraggiare rapporti economici più stretti, e promuovere un senso di identità comune. Invece ha determinato un clima di risentimento e di sdegno, sia da parte dei debitori che dei creditori”, Paul Krugman, recentemente sul «New York Times».

Se la democrazia è bloccata o in certi suoi ingranaggi semplicemente non è più tale, con quali mezzi si può evitare che il mondo torni un luogo dove la linea di confine principale separa gli schiavi dai padroni?

Secondo gli ultimi sondaggi, Alba Dorata è oggi il partito più popolare in Grecia.

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Cosa vuol dire essere antifascisti oggi https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/cosa-vuol-dire-essere-antifascisti-oggi/#comments Wed, 24 Oct 2012 05:48:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9912 Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l'A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le "Cortina d'Ampezzo degli Appennini" nel 1980 - e in cui trent'anni dopo ancora non è arrivata l'acqua corrente - come Monte Livata o Campo dell'Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la "via Cesanese del vino" fino a arrivare dopo un'ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all'entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

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SACRARIO A MINISTRO SALO': 'NO FASCISMO' SCRITTE SU MAUSOLEO

Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l’A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le “Cortina d’Ampezzo degli Appennini” nel 1980 – e in cui trent’anni dopo ancora non è arrivata l’acqua corrente – come Monte Livata o Campo dell’Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la “via Cesanese del vino” fino a arrivare dopo un’ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all’entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.

Un monumento in mezzo al niente dedicato al cittadino illustrissimo di Affile, al Soldato con la S maiuscola, come dicono qui gli amministratori locali. Oppure al superfascista, come diremmo noi, al responsabile di uno sterminio etnico nella guerra italiana in Cirenaica e in Abissinia, al repubblichino della prima ora, al collaborazionista, al sostenitore acceso delle leggi razziali, al criminale di guerra secondo l’Onu per l’utilizzo di gas tossici e bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa, al “macellaio del Fezzan”, al condannato a 19 anni di carcere dopo il 1945 che scontò inspiegabilmente solo quattro mesi, al presidente onorario dell’MSI, al protagonista del brano Lettera al governatore della Libia in qualità di “idiota” (così come lo definisce Battiato).

Questa cosa, chiamiamola così, questo cubo di mattoni con due scritte incise nella pietra (“Patria” a sinistra e “Onore” a destra) che chiudono una bandiera italiana in mezzo, qualora vi foste posti l’interrogativo, è di una bruttezza inappellabile. Una costruzione infantile, demenziale, squallida, che campeggia al lato di una calata di cemento sopra un presunto parco dove sono stati piazzate due riproduzioni di cannone da prima guerra mondiale, dei lampioni ancora non funzionanti, una fontanella, un altro parallelepipedo di cemento più tre tavolini di legno, semmai qualche avventore con un’estetica da militarismo trash volesse farsi un pic-nic, qui, sotto l’occhio di due telecamere che proteggono i confini da mandala del sacrario.

Dentro – nel sancta sanctorum – c’è una testa scolpita di Graziani, anche questa di una fattura talmente grossolana da sembrare una parodia, per terra cinque sei prime pagine incorniciate di giornali del Ventennio (L’Italia, Il secolo dei bei tempi, Il meridiano d’Italia) che inneggiano alle imprese del nostro, una lapide a lui dedicata, un leggio vuoto.

Dopo cinque minuti che siete qui è probabile che la reazione più istintiva che potrebbe scaturirvi è quella di trovare un piccone e vandalizzare questo posto. A neanche un mese dall’inaugurazione c’è chi l’ha fatto e ora la porta del sacrario e le pareti sono tutte zozze di vernice e dappertutto scritte di Assassino che a loro modo lo rendono un monumento all’antifascismo – invisibile (chi mai verrebbe nel borgo montanaro a visitare questa roba?) ma vivo (perché nessuno si prende la briga ad esempio di imbrattare tutti i giorni l’obelisco dell’Olimpico con scritto DUX?).

Ma più interessante delle indignazioni viscerali sono le domande sul perché a un sindaco come Ercole Viri e alla sua piccola cittadinanza venga in mente nel 2012 di farsi dare 127mila euro dalla Regione Lazio e spenderli in questo modo? Insomma, che tipo di sotto-cultura è il fascismo contemporaneo: una passione kitsch tipo quelli che si travestono da cosplay o una recrudescenza di un passato da figli di puttana razzisti e colonialisti mai rielaborato (come per esempio sostengono i libri di Angelo Del Boca dedicati alle nostre guerre d’Africa o quelli di Alberto Maria Banti sulla formazione dell’identità italiana)?

Una mezza risposta la si può trovare pascolando tra un bar e l’altro del centro di Affile o scorrendosi le foto che l’amministrazione locale ha postato per immortalare l’evento dell’inaugurazione. Nei jpg si vedono una trentina di paesani che per una sera, dopo i discorsi solenni, trasformano lo spiazzo del luogo sacro prima in uno stand da sagra con tanto di damigiane e marmitte per una spaghettata e poi in una minibalera quando il sole è definitivamente tramontato.

Anche se siamo soltanto a un’ora e mezza di macchina da Roma, qui al parco Radimonte di Affile sembra di essere in un altro mondo, ma per certi versi in un mondo familiare. Qualcosa di conosciuto piuttosto che un’oscura galassia di nostalgici criminali. Guardatele le facce con la barba non fatta nelle foto, e le magliette stazzonate, e il cameratismo da spiaggia, e le pose da rimorchione, quindi andatevi a leggere un libretto uscito l’anno scorso per Guanda, La canottiera di Bossi. L’ha scritto Marco Belpoliti, partendo da una piccola epifania tanto arbitraria quanto efficace: la somiglianza abbacinante tra le foto d’antan del duce in canotta e quelle del senatur in medesima mise. Per immaginare di capire qualcosa di quel fenomeno viscido che Sciascia definiva “l’eterno fascismo italiano” non bisogna andarsi a studiare Evola ma forse rintracciare invece in un’antropologia ibrida quello che è un carattere nostrano trasversale e perenne. I neofascisti di Affile sono gli stessi provinciali vitelloni che s’iscrivevano al Pnf nel 1925 o che ingrossavano i raduni della Lega ai tempi in cui Bossi invitava alla secessione. Gente di paese che aspira a un balcone a Piazza Venezia o a un palco a Pontida, e che per fare le prove costruisce un monumento al valor patrio qui sulla collinetta accanto all’aia delle galline. Questo tipo di fascismo, ideologico del margine, apologetico del risentimento, fieramente anti-intellettuale, paesano, indiscutibilmente machista, inventore di tradizioni inesistenti, nazionalista in modo cafone com’era in Jugoslavia negli anni ’90, questo tipo di fascismo qui è una forza mimetica che può mutare come un ceppo di virus resistente agli anticorpi di qualunque anti-fascismo. Si può mimetizzare in uno dei tanti leghismi atomizzati che attraversano l’Italia, dalla Sicilia a Belluno, nel citismo redivivo nella Taranto martoriata dall’Ilva, nel populismo bloggarolo di un Grillo che posta sul suo sito l’impresa a nuoto sullo Stretto di Messina… È un fascismo da bar: insulti, gallismo, battutacce sulle donne, un vaffa, un altro giro. Apparentemente marginale; se non corrispondesse all’educazione politica e sentimentale di una parte consistente di italiani. Apparentemente innocuo; fino a quando non si toglie la canottiera, indossa una divisa e imbraccia le spranghe. Qui, in quest’inno di cemento alla maleducazione morale, oggi ha il suo orripilante monumento.

Questo articolo è uscito su Pubblico di oggi 24 ottobre 2012.

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Fascisti di ieri e di oggi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fascisti-di-ieri-e-di-oggi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/fascisti-di-ieri-e-di-oggi/#comments Thu, 12 Jan 2012 09:50:02 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6183 Questo articolo è uscito per «Il Corriere del Mezzogiorno».

Nel 1961 Cecilia Mangini, insieme a Lino Del Fra e Lino Miccichè, realizzò il documentario “All’armi siam fascisti”. È un film importante nella storia del cinema italiano: per la prima volta viene raccontato il fascismo attraverso le immagini filmate negli anni venti, trenta e quaranta. Fino ad allora, ciò non era mai stato fatto con un tale livello di precisione e rigore cinematografici, come se del fascismo non si dovesse parlare, come se questo fosse un passato da rimuovere e non da analizzare.

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Questo articolo è uscito per «Il Corriere del Mezzogiorno».

Nel 1961 Cecilia Mangini, insieme a Lino Del Fra e Lino Miccichè, realizzò il documentario “All’armi siam fascisti”. È un film importante nella storia del cinema italiano: per la prima volta viene raccontato il fascismo attraverso le immagini filmate negli anni venti, trenta e quaranta. Fino ad allora, ciò non era mai stato fatto con un tale livello di precisione e rigore cinematografici, come se del fascismo non si dovesse parlare, come se questo fosse un passato da rimuovere e non da analizzare. “All’armi siam fascisti” venne censurato. La pellicola fu sbloccata solo nel ’62, ma da allora ebbe un impatto enorme su almeno due generazioni di spettatori che erano nati “dopo”. Ora viene ripresentato in una edizione a cura di Bruno Di Marino per Raro Video. Ciò che colpisce del film è proprio il lavoro di montaggio a partire da un enorme vastità di materiali. Il fascismo viene interpretato come un fenomeno di lunga durata: i suoi germi non solo anticipano lo stesso ventennio, ma lo seguono, fino ad esempio ai fatti di Genova del ’60.

Caso singolare, gli autori non poterono utilizzare i materiali filmici conservati presso l’archivio dell’Istituto Luce. Questi erano di fatto inaccessibili, come se la memoria del ventennio dovesse rimanere sotto chiave. E allora, come racconta Cecilia Mangini nel documentario di Davide Barletti e Lorenzo Conte, “Non c’era nessuna signora a quel tavolo” (tra gli extra del dvd, è contenuto un suo estratto), e in una intervista raccolta nel libricino allegato alla nuova edizione, lei e gli altri due registi decisero di raccogliere il materiale d’archivio in giro per l’Europa. “Ci dividiamo: Lino Del Fra va in Jugoslavia e reperisce i filmati della guerra partigiana e una caterva di cinegiornali Luce; Lino Miccichè va nelle due repubbliche tedesche, a Ovest nella federale, a Est nella democratica, e lotta a vuoto contro una doppia e ferrea determinazione di occultare i filmati sul nazismo.” La Mangini invece va in Francia “e grazie agli amici di Marceau Pivert trovo tutto sul Fronte popolare; i ragazzi del governo repubblicano spagnolo in esilio mi consegnano tutto quello che hanno sulla guerra di Spagna, e sono migliaia di metri; recupero addirittura le immagini girate da Luca Comerio sugli arabi impiccati in Piazza del Pane a Tripoli nel 1911.”
Proprio quelle raccolte da Cecilia Mangini sono forse tra le scene più belle del film. L’impiccagione di una decina di arabi durante l’occupazione in Libia è una immagine che in pochi secondi restituisce la ferocia del nostro colonialismo, sebbene oggi sembri scomparso dalla memoria collettiva. Le oceaniche manifestazioni antifasciste del Fronte popolare in Francia, cui partecipano anche molti esuli italiani, tra cui i fratelli Rosselli e Di Vittorio, sono commoventi… E poi la guerra di Spagna, in cui il fascismo diede il proprio decisivo sostegno per reprimere il fronte repubblicano. Nel film ci sono scene raccapriccianti: decine di corpi accatastati tra le macerie, vittime civili dei bombardamenti della nostra aviazione e di quella nazista.
Anche i materiali di propaganda fascisti e nazisti hanno una loro valenza storica. Le immagini filmiche hanno una loro potenza espressiva che va al di là degli intenti propagandistici con cui sono state girate, e rivelano appieno la macchina culturale e subliminale, non solo materiale, delle dittature fasciste. È difficile non pensare ad altro che a un clown, che a un ciarlatano di piazza, vedendo la mimica facciale di Mussolini mentre pronuncia i suoi discorsi. Ma le immagini rivelano anche il consenso. E ci dicono qualcosa del mistero di quel consenso, rivelano come il fascismo sia stato una complessa vicenda collettiva, che non può essere ridotta alla sola figura del suo duce.
“All’armi siam fascisti”, le cui immagini sono accompagnate da un lungo commento scritto da Franco Fortini, venne censurato perché in maniera molto dura diceva che una parte del fascismo era sopravvissuto al 25 aprile, ed era pronto a rinascere in nuove forme.
È una riflessione che colpisce, proprio in questi giorni di dibattito intorno alla proliferazione di gruppi come CasaPound. Certo, nessuno pensa che possa ricostituirsi il Pnf, che possa rinascere una dittatura: eppure c’è un neofascismo che, di decennio in decennio, si riproduce seguendo dinamiche in fondo molto simili.
I senegalesi di Firenze sono stati i primi a dire che un gruppo come CasaPound, i cui militanti si definiscono “fascisti del nuovo millennio”, costituisce un pericolo. Gianluca Iannone, il  leader di CasaPound, dipinge il suo movimento come un’accolita di pie donne dedite al volontariato, e lo fa dai microfoni di una emittente chiamata Radio Bandiera Nera… Ma al di là della loro truce estetica, sono i loro stessi testi a parlare.
Molti dicono che i loro scritti non sono razzisti. E allora li si legga. Si legga nel loro programma la voce “Oltre la società multirazzista”, in cui si blatera di blocco totale dei flussi migratori, di difesa dell’identità nazionale e si scrivono frasi in cui gli stranieri vengono definiti presenze “allogene”. Molti dicono che i loro testi non sono fascisti. E allora li si legga. Si legga nel loro programma la voce “Per la riconquista nazionale”, in cui si auspica l’avvento di “un’Italia sociale e nazionale” secondo la visione “corridoniana, futurista, dannunziana, gentiliana, pavoliniana e mussoliniana”. E questi non sarebbero fascisti? Perché mai non dovrebbe preoccuparci che loro liste – sotto l’insegna del Blocco studentesco – siano dilagate nelle elezioni studentesche delle scuole superiori di mezza Italia? Perché oggi è così difficile ridire pubblicamente – come facevano Cecilia Mangini, Lino Del Fra, Lino Miccichè e Franco Fortini nel 1961 – “no al fascismo”?

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Il fascismo del manager https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-fascismo-del-manager/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-fascismo-del-manager/#comments Fri, 30 Sep 2011 13:18:04 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5282 La redazione di minima vi augura un buon weekend e vi propone un lungo saggio di Massimiliano Nicoli sul fascismo latente nei luoghi di lavoro, uscito per Aut aut. di Massimiliano Nicoli A noi non basta l’obbedienza negativa, né la più abietta delle sottomissioni. Allorché tu ti arrenderai a noi, da ultimo, sarà di tua […]

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La redazione di minima vi augura un buon weekend e vi propone un lungo saggio di Massimiliano Nicoli sul fascismo latente nei luoghi di lavoro, uscito per Aut aut.

di Massimiliano Nicoli

A noi non basta l’obbedienza negativa, né la più abietta delle sottomissioni. Allorché tu ti arrenderai a noi, da ultimo, sarà di tua spontanea volontà.
G. Orwell, 1984

Premessa

Questo intervento (breve e sincopato – avverto subito il lettore) ammette come ipotesi che esista un elemento di fascismo che circola oggi nei luoghi di lavoro. Ipotesi difficile da confermare – sembrerebbe – in tempi in cui la valorizzazione del fattore “umano” è uno dei ritornelli delle teorie e delle pratiche concernenti l’economia aziendale e l’organizzazione di impresa. “Umane” sono le risorse, “umano” è il capitale. Di più, il lavoratore è una “persona” il cui “sviluppo” è decisivo per il successo dell’impresa. Le organizzazioni appiattiscono le proprie gerarchie, le relazioni di lavoro si fanno sempre più informali, il clima è friendly. Il capo è un leader, il manager è un coach che aiuta le persone a esprimere pienamente il proprio “potenziale”. L’impresa ha una mission e una responsabilità sociale, una vision e una carta etica. In libreria, i bestseller manageriali sono esposti accanto ai libri di psicologia e pedagogia, e i corsi universitari di gestione delle risorse umane popolano le facoltà di scienze della formazione. Persino la filosofia, in forma di consulenza, fa capolino nelle stanze del business. A cercare orbace e manganello – o almeno lo sguardo torvo di un capo autoritario à la Valletta – nei luoghi di lavoro, oggi, si finisce per trovare un pullover molto casual e delle slides di Powerpoint. E un team leader sorridente che ti regala un feedback sulla tua performance.

Eppure, molto recentemente, dei collegamenti analogici sono stati fatti – e non senza ragioni – fra il lavoro sotto il comando del Duce e il lavoro senza padre né padrone – così parrebbe – di oggi. Per esempio, la recente vicenda dell’accordo imposto dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ai lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori ha suscitato commenti in cui è stato esplicitamente evocato lo spettro del fascismo: un accordo che interviene in maniera pesantemente peggiorativa sulle condizioni di lavoro e contemporaneamente esclude dalla rappresentanza sindacale le organizzazioni che non lo firmano è una chiara manifestazione di “fascismo aziendale”. Tanto più che il cosiddetto accordo viene “presentato” sotto forma di ricatto (travestito da referendum): o si dice di sì alle condizioni dettate dall’azienda o la dura lotta per la sopravvivenza nel mercato globalizzato costringerà il management a trasferire altrove la produzione. Secondo Giorgio Cremaschi – dirigente dell’unica sigla sindacale che ha rifiutato di firmare l’accordo, la Fiom –, gli eventi di Mirafiori (e prima ancora di Pomigliano) non trovano alcun precedente storico che li eguagli per gravità, a meno di risalire fino all’accordo del 2 ottobre 1925 sottoscritto a Palazzo Vidoni da Mussolini, padronato industriale e sindacati fascisti e corporativi.[1] Quell’accordo sanciva la fine delle commissioni interne aziendali elette dai lavoratori e il passaggio al regime dei fiduciari nominati dai sindacati firmatari. Ieri come oggi: fine della democrazia in fabbrica e rappresentanza concessa ai soli sindacati collaborativi.

Facendo un passo indietro rispetto alla stringente attualità – mentre scrivo – dell’affaire Mirafiori, si può richiamare il discorso tenuto dallo stesso Marchionne al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, il 26 agosto 2010. L’amministratore delegato della Fiat parla al meeting poco dopo la sentenza del Tribunale di Melfi che imponeva all’azienda il reintegro di tre operai dello stabilimento lucano licenziati per “sabotaggio”. L’azienda aveva dato seguito alla sentenza reintegrando gli operai ma confinandoli in una “saletta sindacale”, per consentire loro – secondo i termini di legge – di godere dei diritti sindacali, ma non di riprendere il lavoro. A Rimini, in più di un passo del suo discorso, Marchionne interviene in merito alle polemiche che quella decisione aziendale aveva suscitato, stigmatizzando i tre operai, e la Fiom che li sosteneva, in quanto rappresentanti di un modello ideologico che blocca lo sviluppo dell’azienda e del paese intero: “Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra capitale e lavoro, tra padroni e operai. Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero, non risolveremo mai niente”. E poco più avanti: “Quello di cui ora c’è bisogno è un grande sforzo collettivo, una specie di patto sociale per condividere gli impegni, le responsabilità e i sacrifici e per dare al paese la possibilità di andare avanti”.[2] Niente di nuovo sotto il cielo dell’impresa, visto che le parole del “manager dei due mondi” rievocano – ricorda Vladimiro Giacché – il patto di Palazzo Chigi stipulato fra Confindustria e Confederazione generale delle corporazioni fasciste il 21 dicembre 1923, che sanciva “il principio che l’organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell’irriducibile contrasto di interessi tra industriale e operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori, e fra le loro organizzazioni sindacali”.[3]

Si potrebbe continuare mettendo a confronto la linea di continuità che univa regime fascista e organizzazione taylorfordista del lavoro nell’idea di costituire una “élite manageriale scientifica” in grado di controllare e superare la lotta di classe,[4] con la contiguità politico-culturale che avvicina Berlusconi e Marchionne in nome della gestione manageriale della cosa pubblica: laddove il manager subordina gli investimenti in Italia alla “governabilità” degli stabilimenti e alla flessibilità del lavoro, il capo del governo risponde promettendo la modifica in senso ultraliberista dell’articolo 41 della Costituzione.[5]

Detto questo, non è sul piano delle analogie con il fascismo storico che intendo discutere l’ipotesi che ho posto qui in premessa, quanto sul piano della differenza specifica del capitalismo cosiddetto postfordista e, soprattutto, delle relative tecniche di regolazione e controllo del lavoro. Un fascismo, quello del manager, a cui, se rivolgo lo sguardo a Pasolini, non esito ad aggiungere l’attributo “nuovo”. Un nuovo fascismo, allora, i cui sintomi si leggono, oltre che nelle parole e nelle pratiche di una figura manageriale estremamente significativa come quella di Sergio Marchionne, nel ruolo di dominio che la forma-impresa esercita a livello politico ed economico, e finanche nell’ambito dei modi di essere e di pensare, del modo di costituzione, cioè, della nostra soggettività. La cifra di questo dominio è l’annientamento del conflitto e dell’antagonismo nei luoghi di lavoro: sforzo antico quanto il capitalismo. La novità, quella differenza specifica del capitale postfordista in cui abita lo spettro del fascismo, sta nella tecnologia di potere – mai così efficace e pervasiva – attraverso la quale il sogno padronale di un capitale senza lavoro si sta (quasi) realizzando.

 

Corpo

Il proposito di narcotizzare il conflitto nella produzione capitalista non è certo farina del sacco dei nouveaux managers come Marchionne. Basta scorrere l’Organizzazione scientifica del lavoro di Frederick Winslow Taylor[6] o l’autobiografia di Henry Ford[7] per vedere quanto la “cordiale collaborazione” fra capi e sottoposti sia sempre stata l’obiettivo dichiarato del management d’impresa, fin dalla sua aurora: da lì in poi si potrà leggere la storia delle teorie e delle pratiche di organizzazione aziendale come l’incessante tentativo di fissare, una volta per tutte, le relazioni di potere nei luoghi di lavoro a vantaggio del capitale.

Del resto, già nel contratto di compravendita della forza-lavoro è contenuto il rapporto di forza, il terreno della contrapposizione e della lotta. All’atto della stipula del contratto, il valore d’uso della forza-lavoro – per usare un linguaggio alquanto démodé – non passa immediatamente nelle mani del compratore; esso non è oggettivamente contenuto nella merce forza-lavoro, “ma viene soltanto dopo, come soggettiva estrinsecazione di una possibilità, di una capacità, di una potenzialità”.[8] Il management deve disporre le condizioni affinché quel valore d’uso sia consumato aggiungendo valore, producendo plusvalore. “La forza-lavoro dunque non è soltanto lavoro in potenza, è anche capitale in potenza”,[9] che passa all’atto nella valorizzazione capitalistica solamente a patto che quella soggettiva possibilità che è il valore d’uso della forza-lavoro si estrinsechi e si oggettivi nella produzione. Questo passaggio dalla potenza all’atto è il terreno irriducibile della contrapposizione, in cui si gioca la valorizzazione del capitale e lo sfruttamento del lavoro, ed è su questo passaggio che si situano le tecniche manageriali di assoggettamento così come le pratiche di resistenza e insubordinazione del lavoro.

Nell’organizzazione taylorfordista, che informa la produzione capitalista su scala planetaria per quasi un secolo, le condizioni che il management dispone per consumare il valore d’uso della forza-lavoro ruotano attorno all’organizzazione scientifica della disciplina di fabbrica. Non è difficile riconoscere nel paradigma produttivo taylorfordista gli schemi disciplinari descritti da Michel Foucault in Sorvegliare e punire:[10] la scomposizione microanalitica del lavoro nelle sue operazioni elementari, il controllo cronometrico del gesto, l’utilizzo esaustivo del tempo, la sorveglianza panottica che corre lungo tutta la linea del processo produttivo, la formazione di un sapere scientifico e, come tale, super partes (l’organizzazione scientifica del lavoro) che concerne il processo produttivo e le caratteristiche dei corpi che in esso si devono incastrare. A ciò si aggiunge una produzione discorsiva che si appunta sulla soggettività del lavoro e spinge il proprio effetto di potere verso la sorgente dell’antagonismo, verso la “volontà” del lavoratore che attualizza il valore d’uso della forza-lavoro, reclamando la sua partecipazione e la sua complicità, chiedendogli di divenire capitale in atto: nascita delle psico-pedagogie del lavoro e prima apparizione sulla scena produttiva del fattore “umano” come oggetto di studio e bersaglio di un potere.

Tuttavia, l’organizzazione taylorfordista non riesce a ridurre alla docilità quella “mano ribelle” del lavoro di cui parlava Marx nel primo libro del Capitale. Il tentativo di assorbire, addomesticandola, la soggettività del lavoratore si infrange contro la materialità della coercizione disciplinare. Il corpo resiste. Il tentativo manageriale di formare l’anima passando per il dressage dei corpi fallisce. L’architettura disciplinare taylorfordista è fratturata dalla separazione fra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, ovvero tempo dell’alienazione e tempo della libertà. È la stessa pratica disciplinare a tenere separati, nella materialità del processo produttivo, lavoro e vita, e questa separazione si incarna: il corpo che lavora – uniformato, meccanizzato e assoggettato nella linea di produzione – e il corpo che si stacca dalla linea e vive il “fuori” della produzione. Ai tòpoi della fatica si contrappongono i luoghi della residenza, della socialità, delle forme di esistenza estranee alle logiche aziendali, fra le quali, per esempio, la militanza. Il capitale non sussume la vita nella sua interezza, e permane un “resto” di tempo vitale che sfugge alla presa del potere disciplinare. Alla temporalità brutale e feroce della linea di produzione si contrappone, come fratello e nemico irriducibile, il tempo di un’altra soggettivazione che può farsi pratica conflittuale, di lotta. Nonostante il suo impiego esaustivo, fino all’ultimo istante, resta del tempo nell’organizzazione scientifica della disciplina, resta il tempo per ribellarsi. È sul piano della materialità scandalosa del lavoro di fabbrica che risiede la vulnerabilità del capitalismo taylorfordista ed è lì che viene regolarmente attaccato. Il gioco fra “dentro” e “fuori” che la disciplina stabilisce nel momento stesso in cui si insedia al cuore dell’organizzazione del lavoro alimenta l’antagonismo che si fa beffe della “cordiale collaborazione” del catechismo manageriale. Quel “fuori”, infatti, entra nella fabbrica e spesso, troppo spesso, la sconquassa.

 

Anima, ovvero la rimozione del corpo

Sul piano del controllo della forza-lavoro, il problema del capitale dopo il ciclo di lotte degli anni sessanta e settanta può essere condensato nella seguente domanda: come colonizzare la soggettività del lavoratore – come foggiarne l’anima – senza passare per la disciplina del corpo? La risposta è semplice e arcinota: il lavoro deve farsi sempre più immateriale. L’impresa deve liquefarsi, o diventare un gas, darsi un’anima – direbbe Deleuze[11] –, assumere la consistenza impalpabile dello spirito. Almeno tre fattori intervengono per sollecitare e favorire la conversione immateriale dell’impresa: l’egemonia del neoliberalismo in ambito politico, la globalizzazione dei mercati in ambito economico, e il successo dei modelli giapponesi di organizzazione industriale per quanto riguarda lo specifico delle teorie e delle pratiche manageriali.

È dal lavoro metalmeccanico (ancora una volta dal settore automobilistico: dopo Ford, la Toyota) che parte la svolta immateriale del capitalismo postfordista, da dentro il fuoco del lavoro materiale, quindi. La fabbrica snella giapponese, capace di contrarsi ed espandersi in tempi rapidissimi, di sintonizzarsi sulle volubili frequenze del mercato globale modulando senza tregua la produzione in base alle oscillazioni della domanda è il modello vincente da esportare e concettualizzare in Occidente. È un modello flessibile, e “flessibilità” è l’imperativo categorico del postfordismo, il mantra che percorre incessantemente, oltre che il discorso manageriale, quello economico e politico: flessibilità dei processi, flessibilità del lavoro. Sfortunatamente è anche un modello fragile, vulnerabile: per funzionare ha bisogno del massimo grado di partecipazione e collaborazione della forza-lavoro,[12] e ciò rilancia il problema dell’efficacia del controllo manageriale; ne fa, per il capitale, una questione di vita o di morte. In passato, l’impresa prevaleva, sì, nel rapporto di forza, ma al prezzo di una dura lotta che lasciava sul suo campo più di qualche ferito (ciò che per i lavoratori, sul fronte opposto, costituiva un diritto). Ora l’impresa è condannata a realizzare il suo eterno sogno, il sogno (fascista) dello stato di dominio, a partire dall’occupazione della spontanea volontà del lavoratore. E siccome la via di accesso a quella volontà deve aggirare il corpo per attingere direttamente al non-luogo dell’anima, laddove di anima ce n’è poca, come nel lavoro materiale di fabbrica, si tratterà di produrla.

Tanto per cominciare, si squalifica la materialità del lavoro avvolgendolo nella pellicola immateriale della “qualità”, del “miglioramento continuo”, della “comunicazione” e del “lavoro di squadra”, del “problem solving”, dell’“orientamento al risultato” e della “formazione permanente”. Si coinvolgono le popolazioni operaie in interventi formativi non solo addestrativi ma centrati piuttosto sulle dimensioni del “saper essere”, delle capacità relazionali, delle abilità organizzative, dell’“orgoglio del fare bene”, dell’“attenzione al cliente”, della “responsabilità” e dell’“interfunzionalità”.[13] Mossa astuta: sembrerà a tutti che, finalmente, la brutalità disumana della disciplina taylorfordista abbia ceduto il passo a un arricchimento del lavoro di contenuti intellettuali e creativi, proprio ciò che la disciplina aveva prosciugato. Sembrerà quasi che gli operai non esistano più.

Poi si costruisce una “cultura” aziendale integrata, collaborativa e a-conflittuale, fatta di mission e vision codificate in linguaggi dal registro profetico e suggestivo, per fare appello all’emotività, alla sfera intangibile dei valori, del sogno, delle immagini associate al marchio aziendale o alla merce prodotta. I manager, insieme a fitte schiere di consulenti delle più diverse specie, danno vita a sistemi cultural-aziendali di significati condivisi, di valori, credenze, linguaggi, norme, cerimonie, narrazioni, finanche leggende e miti relativi agli “eroi aziendali”, presentandosi sempre più come “agenti del cambiamento” cui è demandato il compito di produrre nuove forme di “coscienza” e “filosofia” aziendali.[14] L’impresa procede alla costruzione della propria “immagine organizzativa”, della propria anima bella, con la Corporate Social Responsibility o responsabilità sociale di impresa, insieme alla stesura delle carte etiche, per soddisfare tutti gli stakeholder, per mostrare che, anche se i capitali viaggiano come flussi luminosi da un continente all’altro, l’azienda si preoccupa dell’agio delle comunità locali in cui si insedia o solamente sosta.

Il totem del capo autoritario, del tecnico che manovra un sapere organizzativo di ordine ingegneristico e gestionale, viene abbattuto e sostituito con la figura del leader carismatico, colui che accoppia savoir-faire tecnico-specialistico e virtù etica e politica, capitano coraggioso che fonda il proprio ruolo sulla capacità visionaria e profetica di intuire le mosse enigmatiche del mercato. Il manager insegna, delega potere (si chiama empowerment),[15] disegna i contorni del destino dell’azienda, accede ai segreti profondi dell’economia globalizzata: ecco un nuovo funzionario della Verità. In più, aiuta i collaboratori a dare il meglio di sé, a cambiare se stessi, ad aumentare l’autostima, a “massimizzare” la performance: è un maieuta, uno psicologo, un allenatore.

L’effetto atteso e prodotto da questi dispositivi manageriali prende il nome, nell’ambito del management delle risorse umane, di “contratto psicologico”. Il contratto giuridico contiene il rapporto di forza: non garantisce di per sé “quegli atteggiamenti di lealtà, flessibilità, orientamento al risultato”[16] vitali per l’organizzazione postfordista. Serve un supplemento d’anima che rinforzi il vincolo con l’impresa, mentre il rapporto materiale di lavoro – in nome della flessibilità – si snellisce fino al limite dell’evaporazione. Il contratto psicologico attiene “al grado di implicazione emotiva che la persona stabilisce con l’organizzazione e i suoi membri”[17] e passa per la stimolazione del “commitment”[18] e della “identificazione organizzativa”:[19] sovrapposizione e coincidenza del sé del lavoratore con il sé dell’azienda, “attaccamento emozionale”. L’impresa come oggetto d’amore, bersaglio del desiderio.

Contemporaneamente, i saperi psico-pedagogici sulla soggettività del lavoratore proliferano nelle organizzazioni aziendali in una dispersione di declinazioni e consulenze, facendo dell’impresa il luogo dello sviluppo personale e della realizzazione di sé, la scena in cui la ricerca di “benessere” e “autenticità” degli individui converge con l’istanza aziendale di efficacia e performance. Le psico-tecniche manageriali postulano una struttura psichica monistica, compatta e a-conflittuale. Ogni disagio o difficoltà psicologica è spiegata in termini di pattern di comportamenti appresi che l’individuo, attraverso “pacchetti” di tecniche specifiche, semplici ed efficaci, è in grado di disapprendere e riprogrammare. Il sé è sempre accessibile, la sua performatività migliorabile, i suoi confini estensibili, secondo la tendenza naturale dell’essere umano a realizzarsi, superarsi, e ad attualizzare le sue potenzialità: la soggettività come oggetto di gestione manageriale.[20]

Del resto, il neoliberalismo è la cornice economica e politica in cui si dispiega il dominio della forma-impresa, e il fulcro teorico della razionalità di governo neoliberale è la nozione di “capitale umano” (Foucault docet). L’introduzione di questa nozione, a partire dall’ordoliberalismo tedesco e dal neoliberalismo americano, segna una “mutazione epistemologica” che cambia l’oggetto dell’analisi economica, e una penetrazione di quest’ultima in un ambito prima considerato non economico: il soggetto-lavoratore come portatore di un capitale individuale (fattori fisici e psicologici, attitudini, competenze, carattere, cultura ecc.) di cui il reddito costituisce la valorizzazione, mentre la formazione continua, l’ampliamento delle competenze e il continuo superamento di sé rappresentano l’investimento e il rischio d’impresa.[21] Il lavoratore diviene un’impresa in sé in una società di unità-imprese, una società in cui il modello manageriale penetra nelle trame più minute, fin dentro il cuore della soggettività, nel foro interiore del rapporto di sé con sé, per fabbricare ciò che è stato definito “enterprising subject”,[22] “sujet entrepreneurial”:[23] il soggetto come costruzione imprenditoriale di sé sotto il comando del capitale.

Con il management dell’anima sfuma la separazione fra lavoro e non lavoro, la linea di demarcazione fra dentro e fuori dell’impresa, al punto che persino i processi di soggettivazione saltano dentro il circuito della valorizzazione capitalistica. I dispositivi aziendali di gestione delle risorse umane modellano l’anima del lavoratore a immagine e somiglianza dell’impresa e delle sue figure immateriali. Se, diceva Althusser, l’ideologia interpella gli individui come soggetti, allora la tecnologia di potere manageriale li interpella come capitale. La “mutazione antropologica” del lavoro procede in progressione geometrica, e tutto ciò che tradizionalmente stava fuori dal “piano del capitale”, rappresentandone il limite e la minaccia, è ora assediato dalla spinta omologante dell’impresa. Nel modello di soggetto pieno, lucido, performativo, concorrenziale e competitivo cui i lavoratori (precari e ricattati) sono chiamati a coincidere non c’è spazio per l’antagonismo o per il conflitto, se non per quello che li pone l’uno contro l’altro. A questa altezza si colloca oggi il gesto fascista dell’impresa. Il problema è capire qual è il terreno della resistenza.

 

Il ritorno del rimosso

Nelle righe precedenti mi sono dimenticato di Sergio Marchionne, che avevo ampiamente citato in premessa. Poco male, è solo uno dei tanti significanti del discorso manageriale contemporaneo. Eppure è uno dei personaggi più emblematici, un protagonista politico della nostra attualità e, soprattutto, l’episodio del ritorno del rimosso che vorrei citare si verifica proprio nei suo paraggi – come dire, a casa sua. Allora voglio riprendere le sue parole prima di proseguire e concludere.

Il discorso di Rimini è un eccellente condensato del linguaggio manageriale contemporaneo, dei suoi temi organizzativi, dei suoi effetti di potere (a partire dal titolo: “Saper scegliere la strada”). Marchionne si rivolge in particolare ai giovani e si presenta come un uomo che parlerà in modo “chiaro” e “diretto”, senza presunzione, senza formalismi, rifiutando il ruolo del “professore”, dell’“economista” o del “politico” e assumendo la più modesta posizione – dice – dell’“uomo di industria”. “Cambiamento” è la parola che ricorre più frequentemente nel suo discorso, praticamente in ogni passaggio. Occorre avere il “coraggio” e la “determinazione” di intraprendere i cambiamenti necessari per “stare al passo con la realtà”. Una realtà che coincide con il mondo globalizzato, “complesso” e “caotico”, in cui i problemi da affrontare “cambiano ogni giorno”. La continua variabilità, l’incessante “fermento” dell’ambiente e del mercato in cui viviamo richiedono una grande capacità di risposta, movimento, decisione – la capacità di adattarsi in “tempi brevissimi”, in “tempo reale” ai “movimenti dei mercati” –, e impongono “al sistema una flessibilità enorme”. Occorre tenere “un ritmo molto più veloce rispetto alla concorrenza” per superare le “sfide” poste dalla globalizzazione: il ritmo, la rapidità sono ciò che “fa la differenza tra vincere e soccombere”. Mantra della flessibilità.

Se l’impresa deve palpitare in sincrono con i mercati, il paese deve vibrare in concerto con l’impresa, trasformarsi insieme a essa. Nel discorso di Marchionne, l’Italia corre i medesimi rischi, soffre degli stessi mali che affliggevano la Fiat prima della cura manageriale: la resistenza al cambiamento, l’immobilità, l’insufficiente spinta a “competere” e a “confrontarsi con il resto del mondo”. “Fabbrica Italia” è il nome del progetto industriale di Marchionne, e ciò che il paese deve fare per allinearsi con l’impresa – pena il decollo dell’azienda verso altri lidi – è “riconoscere la necessità di cambiare”, “aggiornare un sistema che garantisca alla Fiat di continuare a competere”, liquidare i “vecchi schemi”, i modelli che si ostinano “a proteggere il passato”, e volgere finalmente lo sguardo verso “nuovi orizzonti”. La visione del futuro è preclusa se non si libera l’occhio, una volta per tutte, dalla “lente deformata del conflitto”. Costruiscono un dominio e lo chiamano pace.

La fusione fra Fiat e Chrysler è “un’integrazione culturale basata sul rispetto e sull’umiltà; un’integrazione che è una straordinaria fonte di ricchezza umana”. La mission dell’azienda, fin dall’antichità dei suoi natali, non ha tanto a che fare con la prosaica sfera della generazione di profitti e dividendi quanto piuttosto con la dimensione del “sogno”, nella fattispecie quello di “favorire la mobilità e la libertà delle persone”. I presupposti di “Fabbrica Italia” sono i valori che fondano l’agire manageriale: “correttezza”, “integrità”, “etica del business”. “Nobili intenzioni” animano il progetto aziendale e disegnano la “visione” che il manager deve tradurre in realtà. Il “segreto” della Fiat è la “forte carica di valori” delle persone che la compongono, il loro “senso di responsabilità”, il fatto di essere un’azienda fatta di “uomini e donne di virtù”. E via con le citazioni di scrittori e filosofi attraverso le quali Marchionne esibisce, arricchendoli con un surplus di colto umanismo, tratti della propria biografia e della cultura aziendale. “Viaggiare è una brutalità”, diceva Pavese, ma è necessario sottoporsi al cambiamento del viaggio per crescere in fretta, aggiunge Marchionne. La necessità di adeguarsi con “coraggio” e “libertà” a “un mondo che cambia alla velocità della luce” è sostenuta parafrasando Hegel: “La conoscenza è come la nottola di Minerva. Arriva a cose fatte, quando la realtà è già passata”. Il discorso riminese si chiude con Machiavelli e la funzione pedagogica dell’uomo dalla virtù esemplare, quello che agisce con “decisione” e con “coraggio”, che non si tira indietro quando “si tratta di dare il buon esempio”. Cultura, valori, virtù. Marchionne insegna come stare al mondo: è una questione di superiorità morale e di accesso alla verità della globalizzazione. Ecce manager.

Questa è la Weltanschauung manageriale ampiamente condivisa da tutti i “decisori politici”. Il mercato è il “luogo di veridizione” delle pratiche di governo,[24] e il “manager globale” – che il mercato lo conosce bene – occupa il posto della Verità. Così, quando Marchionne sottopone il suo piano autoritario al referendum dei lavoratori, prima a Pomigliano, poi a Mirafiori, si aspetta un plebiscito. Glielo annunciano il governo, Confindustria, la “babele del Pd”, “l’entusiasmo di Cisl e Uil e le deboli reazioni della Cgil”,[25] la solitudine della Fiom, glielo annuncia l’adesione acritica dei “liberi pensatori”, il consesso politico, economico, culturale e giornalistico che converge sul diktat aziendale in nome della metafisica della globalizzazione. Il ricatto di Marchionne, il suo scatto autoritario, è realmente comprensibile – a livello strategico – solo considerando il fatto che si innesta su un corpo sociale già accuratamente sterilizzato dalle infezioni dell’antagonismo. Si tratta di ridurre al silenzio, con un gesto di forza, gli ultimi rottami del passato, le sopravvivenze marginali del conflitto. Mutazione antropologica (postfordista) del lavoro e violenza autoritaria (se vogliamo, prefordista) per stroncare i resti di quella mutazione. Ecco il fascismo del manager. Ma una “minoranza profonda”[26] a Pomigliano e una quasi maggioranza alle carrozzerie di Mirafiori qualche mese dopo urlano il proprio no. Chi sono? Sono gli operai inchiodati al proprio corpo stravolto dalla materialità insopprimibile del lavoro di fabbrica. Sono quelli che hanno lottato nel 2004 contro la metrica Tmc-2 e ora subiscono l’introduzione del World Class Manufacturing.[27] Quelli che hanno vissuto l’intensificazione del lavoro, la nuova turnistica, la riduzione delle pause e l’aumento degli straordinari, l’accelerazione dei ritmi, la brutalità e l’assurdità del lavoro in linea di produzione. Quelli che già nello stabilimento Fiat-Sata di Melfi (la via italiana al toyotismo) avevano incorporato lo scarto fra i dogmi postfordisti della motivazione, della qualità, della cooperazione, della realizzazione di sé, da un parte, e dall’altra, la frustrazione, l’indifferenza, la fatica, la serialità del lavoro materiale di fabbrica, per di più impoverito e squalificato – lavoro che, sotto Taylor, Ford, Ohno,[28] Romiti o Marchionne, asservimento feroce dei corpi era, e tale rimane. Il corpo antagonista del lavoro è ritornato sulla scena per annunciare un rifiuto senza condizioni. Le braccia si incrociano, poi la mano scrive “no” sulla scheda del ricatto.

Non è un caso che quella parte di studenti e di precariato cognitivo che ancora non si è trasformata in capitale umano guardi a quegli uomini e a quelle donne dalle vene spezzate e la schiena diritta come “emblema della persistenza in vita”[29] della soggettività del lavoro. Hanno trovato il terreno della resistenza. Come praticare il rifiuto del dominio della forma-impresa nel lavoro immateriale, senza corpo, in cui il management dell’anima dispiega la propria potenza omologante è la sfida politica da raccogliere per contrastare il fascismo quotidiano del capitale nei luoghi di lavoro. Esercitare il massimo di sospetto per tutte le metafisiche del lavoro immateriale, guardare di traverso le maschere del desiderio su cui fanno leva le pratiche manageriali di gestione dell’anima, ripartire dalla radicalità dei bisogni sociali, dal corpo vivente, dalla sua fragilità e dai suoi piaceri: mi sembrano indicazioni da tenere ben presenti.

 


[1]. G. Cremaschi, Sì, quello di Marchionne è fascismo aziendale, intervento sul sito web di “MicroMega”, 10 gennaio 2011, <http://temi.repubblica.it/micromega-online/cremaschi-si-quello-di-marchionne-e-fascismo-aziendale>.

[2]. Il testo del discorso di Marchionne, inclusivo delle slides proiettate, è scaricabile in formato pdf dal sito del “Sole-24 ore”, <http://www.ilsole24ore.com>.

[3]. V. Giacché, Così parlò Marchionne, “alfabeta2”, 3, 2010.

[4]. Cfr. G. Maifreda, La disciplina del lavoro. Operai, macchine e fabbriche nella storia italiana, Bruno Mondadori, Milano 2007, pp. 186-189.

[5]. L’articolo 41 recita: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Questa la proposta di modifica approvata dal Consiglio dei ministri il 9 febbraio 2011: “L’iniziativa economica è libera, ed è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”.

[6]. F.W. Taylor, L’organizzazione scientifica del lavoro (1947), Etas, Milano 2004.

[7]. H. Ford, La mia vita e la mia opera (1922), Apollo, Bologna 1925.

[8]. M. Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 20062, p. 163.

[9]. Ivi, p. 164.

[10]. M. Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione (1975), Einaudi, Torino 1993.

[11]. Cfr. G. Deleuze, “Poscritto sulle società di controllo”, in Pourparler (1990), Quodlibet, Macerata 2000, p. 236.

[12]. Cfr. M. Revelli, “Introduzione”, in T. Ohno, Lo spirito Toyota (1978), Einaudi, Torino 2004; G. Della Rocca, V. Fortunato, Lavoro e organizzazione. Dalla fabbrica alla società postmoderna, Laterza, Roma-Bari 2006; G. Bonazzi, Storia del pensiero organizzativo, vol. 1. La questione industriale, Franco Angeli, Milano 2007.

[13]. Cfr. L. Queirolo Palmas, Le fabbriche della formazione. Un’indagine sulla produzione delle risorse umane nella grande impresa industriale, L’Harmattan Italia, Torino 1996; A. Vitale, La talpa nel prato verde. Soggettività al lavoro alla Fiat di Melfi, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2001.

[14]. Cfr. G. Morgan, Images. Le metafore dell’organizzazione (1997), Franco Angeli, Milano 2002, pp. 161-203.

[15]. Cfr. C. Piccardo, Empowerment. Strategie di sviluppo organizzativo centrate sulla persona, Raffaello Cortina, Milano 1995.

[16]. G. Costa, M. Gianecchini, Risorse umane. Persone, relazioni e valore, McGraw-Hill, Milano 2005.

[17]. Ivi, p. 32 (corsivo mio).

[18]. Con commitment si intende il coinvolgimento emotivo, l’impegno affettivo, l’orientamento positivo e “proattivo” nei confronti dell’impresa che porta l’individuo ad agire nell’organizzazione anche indipendentemente dai “vantaggi estrinseci” che potrà ricavare dai suoi comportamenti, o persino in contrasto con i suoi stessi interessi personali. Cfr. ivi, p. 206.

[19]. L’identificazione organizzativa è considerata un fenomeno cognitivo che ha decisive implicazioni emotive. È un fenomeno cognitivo nel senso che “le persone producono la loro identificazione con un’organizzazione attraverso la riconciliazione delle somiglianze e delle differenze tra il proprio schema di sé e lo schema che hanno dell’organizzazione in cui lavorano”: è un fenomeno di sovrapposizione fra identità individuale e identità dell’organizzazione. L’implicazione emotiva che ne deriva è l’“attaccamento emozionale” all’azienda, un “obbligo morale a restare con l’organizzazione e a contribuirvi”, una tendenza a vivere i successi o i fallimenti organizzativi come propri, al punto che il distacco dall’organizzazione comporta necessariamente una qualche “perdita psichica”. M. Bergami, L’identificazione con l’impresa. Comportamenti individuali e processi organizzativi, La Nuova Italia Scientifica, Roma 1996.

[20]. Cfr. V. Brunel, Les managers de l’âme. Le développement personnel en entreprise, nouvelle pratique de pouvoir?, La Découverte, Paris 2004; L. Bazzicalupo, Soggetti al lavoro, in L. Demichelis, G. Leghissa (a cura di), Biopolitiche del lavoro, Mimesis, Milano-Udine 2008.

[21]. Cfr. M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-1979 (2004), Feltrinelli, Milano 2005, lezione del 14 marzo 1979, pp. 176-193.

[22]. Cfr. P. Du Gay, Consumption and Identity at Work, Sage, London 1996.

[23]. Cfr. P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde. Essai sur la société néolibérale, La Découverte, Paris 2009.

[24]. M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France 1978-1979, cit., p. 40.

[25]. Centro per la Riforma dello Stato (a cura di), Nuova Panda schiavi in mano. La strategia Fiat di distruzione della forza operaia, DeriveApprodi, Roma 2011, p. 21.

[26]. Ivi, p. 28.

[27]. Il Tmc-2 (Tempi dei movimenti collegati – seconda versione) è una metrica del lavoro che riduce i tempi di esecuzione delle operazioni in linea di produzione fino al 20 per cento. Elaborata dalla fiat già negli anni ottanta, è stata introdotta negli stabilimenti del gruppo prima a Melfi (1994), poi a Cassino (2001) e a Mirafiori, Pomigliano d’Arco, Termini Imerese (2003). Cfr. S. Iucci, Tempi duri, in “Rassegna sindacale”, n. 34, 18-24 settembre 2003. Il modello organizzativo denominato World Class Manufacturing è un’evoluzione del sistema Toyota adottato dalla Fiat dal 2006. Prevede un costante investimento sull’elemento culturale dell’organizzazione tipico dei modelli postfordisti e, al contempo, una decisa intensificazione dei ritmi di lavoro in senso taylorista e fordista. Cfr. Centro per la Riforma dello Stato (a cura di), Nuova Panda schiavi in mano, cit., pp. 61-72.

[28]. Taiichi Ohno è unanimemente considerato il padre del Toyota Production System. Cfr. T. Ohno, Lo spirito Toyota, cit.

[29]. Centro per la Riforma dello Stato (a cura di), Nuova Panda schiavi in mano, cit., p. 28.

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Antropologia berlusconiana https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/ https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/#comments Tue, 08 Mar 2011 08:27:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3932 Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo.

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Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo. Sarebbe consolatorio, oltre che falso, pensare che un meteorite caduto dalle parti di Arcore circa trent’anni fa abbia cambiato tutto, nella storia politica del nostro paese e soprattutto nella testa dei suoi cittadini. Individuare in un’unica persona non l’incarnazione più evidente ma la causa dei nostri mali sarebbe anche un modo per non prendersi il fastidio di mettersi in gioco: se la Storia la fa un uomo e non un popolo, tanto vale restarsene a casa, rinunciare a partecipare o a lottare quando è il caso. Lo insegna molto bene Haneke nel suo film Il nastro bianco: c’è stato un nazismo prima di Hitler, un fascismo prima di Mussolini, un’amoralità diffusa e un’orgogliosa ignoranza dei diritti e dei doveri democratici prima di Berlusconi. Siamo di fronte a un fenomeno squisitamente italiano, non replicabile in modo identico in Francia, Germania, Stati Uniti. In un altro paese Berlusconi sarebbe rimasto un imprenditore molto valido, forse addirittura – in un contesto più consacrato alla libera concorrenza che all’oligarchia paramafiosa – sarebbe stato un grande imprenditore senza grandi crimini alle spalle; e perché no, senza alcuno. C’è da chiedersi cioè – ed è questa una delle domande più inquietanti e scomode da farsi – se in un sistema con barriere all’ingresso di ascendenza medioevale persino per entrare a far parte della corporazione dei bidelli sarebbe possibile assistere all’ascesa di un nuovo (veramente nuovo) magnate dell’economia che non abbia bisogno di ricorrere agli stallieri raccomandati dagli zii di Sicilia. Si commette un grave errore quando si associa Berlusconi a Citizen Kane: Kane non vince le elezioni, e se anche arrivasse a farsi eleggere Presidente dell’Unione, avrebbe comunque il limite aureo dei due mandati a ridimensionarlo per forza di cose.
Lo scarso senso dello Stato che viene catalizzato e alimentato come forse mai prima da un’entità come l’Italia berlusconiana, il familismo amorale, l’amore per il particulare fanno da sempre parte della storia di un Paese che – quintessenza fantasmatica di speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare – esiste da molto prima che ci sia la formazione di uno Stato e continua paradossalmente a esistere idealmente allo stesso modo perfino dopo che uno Stato si è formato. Speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare. Siamo inoltre un Paese in cui l’etica delle intenzioni prevale puntualmente su quella dei risultati, e solo una cattiva coscienza talmente implicita da sfuggire agli orizzonti della consapevolezza rende meno assurda la circostanza che ad avvantaggiarsene sia proprio chi si gloria continuamente di aver conseguito grandi risultati brandendo pugni di mosche; i paladini vale a dire del partito-azienda o del partito-squadra-di calcio, i quali, se si trovassero davvero a essere giudicati in base a certi spietati parametri calcistici o aziendali per i risultati conseguiti in oltre quindici anni di vita politica, si vedrebbero costretti a togliere il disturbo seduta stante.
Fa parte ormai della nostra tradizione anche il fatto di essere un Paese dalla cultura millenaria ma dal continuo ritardo pluridecennale in termini di maturità politica e civile rispetto alle democrazie avanzate, il quale, quando impatta con il nuovo (che ha mirabolanti strumenti per decifrare e pochissimi per gestire in modo sano), si trasforma in uno strano gabinetto del Dr. Caligari, uno sgangherato laboratorio sociopolitico affacciato all’improvviso sul baratro di un futuro che per gli altri è ancora e solo all’orizzonte. L’incontro ritardato con la modernità agli inizi del Novecento, se da una parte ha regalato al mondo delle arti l’avanguardia dall’altra ha fornito a quello politico e sociale il know-how del fascismo. In modo analogo, l’incontro ritardato con la dopomodernità dei mezzi di comunicazione di massa non pedagogici e non ideologici in termini novecenteschi (le tv commerciali) rischia di trasformarci ora nella prima videocrazia compiuta d’Occidente. Aver vissuto per secoli nella ferocia della premodernità e aver sposato il lato più amorale e scatenato della postmodernità senza aver dato modo a una modernità da noi brevissima di maturare le debite difese: è forse questo, uno dei problemi.
È vero infine che le tv commerciali arrivano negli anni Ottanta, ma se dovessi prendere la data cruciale in cui tutto ciò che sembrerebbe incompatibile se non antitetico a un discorso istituzionale scopre a portata di mano l’incredibile vertiginoso sogno di potersi proprio istituzionalizzare, indicherei allora il 1992. Quello è l’anno in cui lo Stato ha davvero vacillato. Lì – tra Tangentopoli e le stragi di mafia – qualcosa è successo, la naturale oscenità del potere non è stata più tale perché ha conquistato per un attimo la scena, è stata visibile: è come se la macchina avesse funzionato per una breve stagione a sipario aperto mostrando a tutti i movimenti delle ruote dentate che però poco o nulla avevano a che fare con il normale funzionamento di uno Stato democratico. Questa sensazione la si è avuta pienamente non dopo la morte di Falcone ma dopo quella di Borsellino, la seconda più della prima perché nel caso di Borsellino si trattava di una morte annunciata quanto può esserlo la fine di una legislatura, e il suo compiersi è stata la più grossa e traumatica certificazione dell’abbraccio tra Stato e Antistato che si potesse offrire. Dall’evitato pericolo di un crollo disastroso, due anni dopo nasce Forza Italia: non è un caso che questo sia avvenuto nel momento di maggiore debolezza istituzionale in cui il nostro Paese ha versato dalla fine della II guerra mondiale. Ancora una volta, il berlusconismo è un evento storico, non la Natività laica che fa comodo a tanti italiani, berlusconiani o antiberlusconiani che siano.

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Pavolini nonno e nipote https://minimaetmoralia.it/libri/pavolini-nonno-e-nipote/ https://minimaetmoralia.it/libri/pavolini-nonno-e-nipote/#comments Mon, 26 Apr 2010 08:37:38 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2305 Questo articolo è apparso sullo Straniero di aprile Per chi ne scrive oggi, a oltre sessant’anni di distanza, è difficile non associare il nome di Alessandro Pavolini ai corpi dei partigiani impiccati o infilzati a ganci da macello e lasciati lì a decomporsi in strada. Pavolini è il fondatore delle Brigate nere, il più fanatico […]

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Questo articolo è apparso sullo Straniero di aprile

Per chi ne scrive oggi, a oltre sessant’anni di distanza, è difficile non associare il nome di Alessandro Pavolini ai corpi dei partigiani impiccati o infilzati a ganci da macello e lasciati lì a decomporsi in strada. Pavolini è il fondatore delle Brigate nere, il più fanatico dei seguaci di Mussolini nell’esperienza tragica di Salò, il teorico del ritorno al fascismo delle origini e della necessità dello squadrismo, l’unico tra i gera rchi che poi verranno fucilati a Dongo, e appesi a testa in giù in Piazzale Loreto, a morire con un fucile in mano, nell’estrema volontà di riaccendere un ultimo fuoco fascista in Valtellina. Per questo gesto, forse soprattutto per questo gesto, nella galassia post-fascista e neofascista che si è ritrovata, dopo il 25 aprile, fuori dall’arco costituzionale Pavolini è stato un «mito assoluto», secondo solo al Duce. Ancora oggi, nel XXI secolo, tra i soliti nostalgici e soprattutto tra gli esponenti di quel composito post-neofascismo finito sotto il nome di Casa Pound rimane un nome da scrivere sui muri, o da stampare sui manifesti.
Ma chi era davvero Alessandro Pavolini? La domanda oggi non avrebbe forse molta importanza, a patto che si consideri non importante interrogarsi sulla biografia di una di quelle tante figure che hanno vissuto un passaggio storico fatto di sangue, potere, ideologia e violenza, stando a pochi metri dal Principe. Ma ne ha invece molta se a porsi quella domanda è suo nipote, il figlio del figlio, Lorenzo Pavolini. Uno scrittore, redattore di Nuovi Argomenti, curatore di programmi per Radiotre, che oggi ha quarantacinque anni e che non solo non ha mai conosciuto quel nonno per oggettive ragioni anagrafiche, ma è cresciuto circondato da una forte ritrosia famigliare a parlarne, tanto da venire a sapere casualmente che il suo avo era quel Pavolini solo sui banchi di scuola.
Al tentativo di stabilire una qualche forma di rapporto con la memoria del nonno gerarca, seguendo strade che – moralmente, politicamente, storicamente, familiarmente, umanamente – si fanno via via più sdrucciolevoli, Lorenzo ha dedicato un libro cui ha lavorato per molti anni, Accanto alla tigre, edito ora da Fandango. Ed è un libro importante perché, nel tentativo di capire quel «gorgo di cultura e violenza, rivoluzione e potere» che ha spinto Alessandro Pavolini a fare alcune cose e a non farne delle altre, nel tentativo di decifrare quella brama di azione, piena di ebbrezza e alle volte tragicomica, che porta a cavalcare la tigre delle dittature, o della Storia sotto le sembianze della violenza politica, fino a non poterne più scendere, se non davanti a un plotone di esecuzione, l’autore ci restituisce i brandelli di una «autobiografia della nazione» novecentesca che ancora ci inquieta. Non solo: ci dice anche qualcosa sul modo di entrare in contatto con tutto questo, avvicinandosi alla tigre, ma restandone solo accanto, non cedendo alle sue lusinghe, alle sue ipocrisie, al suo mantra ideologico.

Mi pare di afferrarla tutta la difficoltà di Lorenzo nel mettersi sulle tracce di un nonno con cui non ha nulla a che fare. Quando scrive: «Pavolini appartiene per intero e fin dalla prima infanzia a quella infinita generazione che non può far altro che identificare azione politica e violenza, quasi che l’unica presa di contatto col mondo reale e la vita attiva sia lo scontro, lo sparo, un fracco di botte date e ricevute», sembra parlare di un perfetto estraneo, eppure quel perfetto estraneo lo riguarda. Il rapporto con il fascismo dei nonni (cosa che oggi riguarda la stragrande maggioranza degli italiani) è cosa molto diversa dal rapporto con il fascismo dei padri. Nel primo si sono ormai perse le tracce della conflittualità edipica del secondo, la storia ci si rivela a intermittenza, per macchie nebulose, mai trasparenti, e molto spesso mediate da vivi che per un certo tempo sono entrati in contatto con morti di cui non abbiamo mai sentito il suono della voce, se non in qualche filmato d’epoca. Eppure, per quanto sarebbe belluino pensare che le colpe dei padri possano ricadere sui figli, o addirittura sui nipoti, l’autore avverte che qui c’è qualcosa di ancora più potente o difficile da afferrare del conflitto edipico: una sorta di continuità biologica – famigliare appunto, il ceppo da cui discendiamo – su cui non ci si può non interrogare.
Ma c’è anche un altro aspetto della faccenda. Alessandro Pavolini non era semplicemente un bifolco alla corte del Duce. Era nato in una famiglia alto-borghese di raffinati intellettuali della Firenze di inizio secolo. E lui stesso, prima diventare ministro del Minculpop, era stato giornalista e scrittore, e ci ha lasciato alcuni libri che è impossibile definire brutti. E allora le domande da porsi sono anche altre. Come è possibile che un intellettuale raffinato – cresciuto nella Firenze di Salvemini e Calamandrei, più o meno coetaneo dei fratelli Rosselli – abbia fatto quello che ha fatto raggiungendo posizioni sempre più estremiste? Perché ha piegato la sua cultura e il suo talento alle retorica del regime?
C’è un brano, proprio di Calamandrei che Lorenzo riporta in Accanto alla tigre. Siamo nel 1924, e a Firenze gli squadristi decidono di sospendere con la forza una lezione di storia tenuta all’università da Salvemini, non a torto considerato il principale pericolo per il regime nascente. Si accendono degli scontri nei corridoi della facoltà, e a un certo punto, ricordandone la confusione, Calamandrei scrive: «Soprattutto mi restarono impressi, nei cento volti di quella canea urlante, gli occhi di Alessandro Pavolini, allora studente di legge, che capeggiava quell’impresa: egli mi guardava senza parlare con occhi così pieni di acuminato odio che quasi ne rimasi affascinato come se fossero occhi di un rettile: c’era già in quegli occhi la spietata crudeltà di colui al quale vent’anni dopo, alla vigilia della liberazione della sua città, doveva essere riservata la gloria di organizzare i franchi tiratori, incaricati di prendere a fucilate dai tetti le donne che uscivano durante l’emergenza a far provvista di acqua».
Non si può capire Pavolini prescindendo dalla Firenze degli anni venti. Così come non si può comprendere il fascismo urbano, intellettuale, anti-borghese, volontaristico (e l’antifascismo delle origini, che vi si oppose), separandolo dal capoluogo toscano e le sue tensioni. C’è stato un fascismo reazionario: reazione al biennio rosso e al socialismo degli operai e dei contadini. Il fascismo agrario è stato soprattutto questo: e le sue dinamiche (anche quando il consenso si estendeva al di là dei soli agrari) sono più facili da scorgere. Più difficile è oggi capire (ma in fondo lo era anche allora) come il fascismo degli anni venti possa essere stato per una generazione di giovani intellettuali nati in seno alla borghesia qualcosa di rivoluzionario, che univa Sorel e il culto dell’azione, il dispregio del parlamentarismo e l’idea dell’uomo forte. Penetrare questo calderone, che sarebbe superficiale ridurre solo a paccottiglia conservatrice, questo caos italiano, è in fondo la cosa più difficile per Lorenzo, come per noi. C’è chi l’ha chiamato fascismo di sinistra (in fondo ne subirono il fascino anche Vittorini e Bilenchi, amico di Pavolini), chi addirittura fasciocomunismo (pensando a Bombacci).
Anche se l’autore non lo cita, il libro di riferimento su questi argomenti è ovviamente il Lungo viaggio attraverso il fascismo di Ruggero Zangrandi. Molti quindici o vent’anni dopo si sarebbero ritrovati antifascisti, arrivando alla conclusione che tra loro e il fascismo non c’era più niente da spartire. Altri invece, proprio come Pavolini, anche se in numero minore, sarebbero diventati ancora più fascisti, in odio ai voltagabbana del 25 luglio. Eppure, quel mix di «arditismo di guerra, fiumanesimo dei Legionari, squadrismo delle camicie nere, volontariato dell’Africa Orientale», che Pavolini e i suoi esaltavano, è proprio il cuore nero con cui Piero Gobetti già nel ’22, all’indomani della marcia su Roma, provò a confrontarsi spostando acutamente la questione sul piano psicologico, e quindi pre – politico. Lo fece proprio nel celebre articolo Elogio della ghigliottina, allorquando affermò: «L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure». Il cialtronesco disprezzo per le regole e la democrazia, come ritorno a una sempiterna infanzia, o giovinezza, da cui non si vuole uscire: ci dice ancora qualcosa oggigiorno, tutto questo? Lorenzo sa che è impossibile guardare negli occhi il proprio nonno morto nel ’45. Ma prova a farlo per vie traverse. Attraverso i suoi stessi romanzi e i suoi stessi articoli, attraverso le memorie famigliari, attra verso lunghe conversazioni con alcuni amici. Ma per quanto ci si possa avvicinare al cuore di tenebra, possederlo pienamente è impossibile.
Dicevo agli inizi che Lorenzo (se in questo articolo non l’ho mai chiamato per cognome, se non all’inizio, non è solo per l’amicizia che ci lega da anni, ma soprattutto per separarlo dal nonno) ci dice qualcosa di molto importante sul rapporto con la memoria del totalitarismo. In genere ci si accosta alla tragedia del fascismo (quelle poche volte che ancora lo si fa) attraverso gli occhi delle vittime o dei giusti che si opposero al diluvio. Ma poi ci sono gli altri, l’altra faccia della medaglia, e le loro azioni costituiscono tuttora un groviglio di interrogativi assillanti: cosa passava nella testa dei carnefici o dei torturatori? cosa passava nella testa degli squadristi o di chi li aizzò? di chi edificò il regime e, dopo l’8 settembre, la Rsi? cosa pensavano i ras negli ultimi giorni di Salò? Lorenzo prova a rispondere ad alcune di queste domande partendo da sé, dalla propria famiglia, dagli incroci tra questa e il fascismo.
È un’operazione controcorrente. E risulta essere ancora più controcorrente, nel momento in cui si mostra attentissimo a evitare ogni forma di recupero o revisionismo del fascismo estremo. I dubbi di chi si interroga, lo stupore davanti agli eccessi, non diventano mai accondiscendenza. Così come il riportare le memorie di suo padre bambino nel rapporto con il padre Alessandro, o lo scambio epistolare tra i nonni, o il dolore di Corrado Pavolini alla notizia della fucilazione del fratello minore, è solo una strategia di avvicinamento alla complessità della figura dell’intellettuale squadrista, cordiale con gli amici e spietato con i nemici.
Nulla è edulcorato in questa pagina del Novecento, perché nulla può essere edulcorato. Anche se Lorenzo non è così radicale nello scriverlo a chiare lettere (e anche questo forse risponde a una strategia precisa: il pudore come arma anti-totalitaria?), la tigre in fondo è ripugnante, e il tentativo di cavalcarla è talmente ignobile da non poter essere giustificato con gli ardori di una continua adolescenza. Non c’è niente, ma proprio niente di romantico, nel gorgo di cultura e violenza offerto dalla vita dei gerarchi.

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Intervista a Pier Paolo Pasolini https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-pier-paolo-pasolini/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-pier-paolo-pasolini/#comments Sat, 06 Mar 2010 09:21:21 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1904 A seguito dell’articolo di Alessandro Leogrande, riproponiamo il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano «La Stampa» l’8 novembre del 1975. Alcuni lettori di minima&moralia già la conosceranno. Altri no. Altri ancora – come il sottoscritto – si rinfrescheranno la memoria, rabbrividendo magari quando di tanto in tanto […]

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A seguito dell’articolo di Alessandro Leogrande, riproponiamo il testo dell’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini pubblicato sull’inserto “Tuttolibri” del quotidiano «La Stampa» l’8 novembre del 1975. Alcuni lettori di minima&moralia già la conosceranno. Altri no. Altri ancora – come il sottoscritto – si rinfrescheranno la memoria, rabbrividendo magari quando di tanto in tanto si riterrà di rintracciare paralleli tra quello che Pasolini dice qui di Eichmann, e quanto emerge da poesie come “La ballata delle madri”. A tutti gli amici di minima&moralia una buona lettura e una buona giornata.

                                                                                

Questa intervista ha avuto luogo sabato 1° novembre, fra le 4 e le 6 del pomeriggio, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato. Voglio precisare che il titolo dell’incontro che appare in questa pagina è suo, non mio. Infatti alla fine della conversazione che spesso, come in passato, ci ha trovati con persuasioni e punti di vista diversi, gli ho chiesto se voleva dare un titolo alla sua intervista.
Ci ha pensato un po’, ha detto che non aveva importanza, ha cambiato discorso, poi qualcosa ci ha riportati sull’argomento di fondo che appare continuamente nelle risposte che seguono. «Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

 Ecco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco.

Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere». Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora» (mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal «potere»?

 Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?

Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?

Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?

A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…

Che mi fa rabbrividire.

 Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?

Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande. «Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia.

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Autobiografia di una repubblica https://minimaetmoralia.it/libri/autobiografia-di-una-repubblica/ https://minimaetmoralia.it/libri/autobiografia-di-una-repubblica/#comments Thu, 10 Dec 2009 09:10:45 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1300 Riprendiamo il discorso di un nostro precedente post, in cui avevamo teorizzato come le tesi di Piero Gobetti nel suo Elogio della ghigliottina fossero ancora pericolosamente attuali e attuabili nel nostro Paese. Una conclusione molto simile sembra arrivare dal nuovo saggio di Guido Crainz, come ci racconta Nicola Lagioia in un suo articolo apparso sullo […]

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Riprendiamo il discorso di un nostro precedente post, in cui avevamo teorizzato come le tesi di Piero Gobetti nel suo Elogio della ghigliottina fossero ancora pericolosamente attuali e attuabili nel nostro Paese. Una conclusione molto simile sembra arrivare dal nuovo saggio di Guido Crainz, come ci racconta Nicola Lagioia in un suo articolo apparso sullo Straniero.

La prima volta che sono andato in crisi riflettendo sul fascismo è stato davanti alle pagine di Piero Gobetti. Mi ero appena iscritto a giurisprudenza, galvanizzato come tanti altri studenti dal vento euforico di Mani Pulite, e fino a quel momento (complice la mia ignoranza e la retorica di una sinistra la cui crisi identitaria non era ancora così tanto conclamata) avevo considerato il Ventennio come qualcosa che – storicamente, eticamente, antropologicamente – riguardava sempre gli altri. Ma quando lessi per la prima volta il famoso «Elogio della ghigliottina», in cui il fascismo veniva definito da Gobetti come “autobiografia della nazione” ne fui spiazzato. E quando tre o quattro settimane più tardi mi sorpresi inattivo, e dunque complice, davanti a uno dei tanti abusi di potere che si consumavano in seno alla facoltà di legge di Bari (un professore aveva interrotto un esame per andare a ricevere un cliente importante nel suo studio d’avvocato), le parole di Gobetti mi tornarono in mente rivelando tutta la potenza del loro significato, e poi mi si piantarono davanti agli occhi come il più giusto dei rimproveri che avessi mai ricevuto. Il che, tra l’altro, la dice lunga sul valore dei maestri in carne e ossa che mi era capitato di incontrare nei miei primi diciannove anni di vita.

Una sensazione molto simile si può ricevere dalla lettura del nuovo libro di Guido Crainz, Autobiografia di una repubblica. Le radici dell’Italia attuale (Donzelli, 241 pp., euro 16.50). Dopo l’interessantissima ricognizione del nostro passato recente operata nei suoi libri precedenti, il processo di avvicinamento di Crainz al cuore – vivo e marcio contemporaneamente, non morto direbbe forse George Romero – della nostra quotidianità tocca un primo importante punto d’arrivo con questo breve e lucido saggio. Utilizzando lo stile polifonico che è ormai diventato un suo segno distintivo, Crainz analizza l’attuale disastro italiano (politico, civile, ma soprattutto identitario) prestando continuamente la voce a tutti gli attori capaci di restituire una forma al pozzo nero in cui siamo stati capaci di infilarci, contrappuntando la propria ricostruzione dei fatti con fonti che vanno dalle bibliografie degli altri storici ai dati degli istituti di statistica, dal giornalismo alla letteratura, dal preciso termometro sociale che spesso è stata la musica leggera allo spesso inquietante apparecchio radiografico rappresentato dalla pubblicità.

Dalla lettura del libro è difficile uscire indenni, dal momento che – pur negando ogni teoria determinista –, Crainz dimostra come nulla o poco nella nostra discesa verso il peggio sia stato casuale. Citando e rovesciando, da destra verso sinistra, una celebre strofa del cantautore che meglio ha saputo leggere nella coscienza politica del nostro paese, potremmo rivolgerci alla sinistra italiana davanti al berlusconismo nello stesso modo con cui De Andrè si rivolgeva alla piccola borghesia democristiana davanti al Sessantotto: «per quanto voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti». Non fenomeno, insomma, ma epifenomeno… Non sarebbe la forza di pochi (l’attuale classe dirigente, l’establishment politico) ad aver trascinato un intero Paese verso le soglie del Secondo mondo, ma la debolezza e l’irresponsabilità di moltissimi ad aver reso possibile l’arrivo sulla scena dei nostri pessimi condottieri. Crainz mette a fuoco le rovinose eredità che hanno reso sempre più difficile per l’Italia diventare un paese normale – una serie di lasciti passati di generazione in generazione come tante bombe dalla miccia sempre più corta: lo Stato avvertito come nemico già all’alba dell’Unità, il servilismo e l’abdicazione dalle proprie responsabilità di individui adulti consolidatisi durante il fascismo, l’incapacità di saper sfruttare in maniera virtuosa sul lungo periodo le congiunture favorevoli come accadde negli anni Sessanta, l’individualismo protetto, il familismo amorale, e infine l’amore per l’anarchia a basso costo e per i bassi istinti di cui l’attuale compagine governativa sembrerebbe lo specchio più fedele mai forgiato fino a ora e, insieme, lo sbocco tutto sommato naturale di un lungo processo degenerativo.
Non che negli ultimi sessant’anni siano mancate le voci fuori dal coro e i tentativi di rinnovamento – ricorda Crainz – ma si è trattato di spinte e vocazioni rivelatesi poi minoritarie ed episodiche, destinate ad avere vita molto dura in un paese che per esempio non riuscì a compiere quella vera opera palingenetica che forse solo far cadere il fascismo dal basso avrebbe reso possibile, una democrazia la cui emancipazione non ha mai avuto la strada totalmente sgombra davanti a sé (basti pensare a come Vaticano, Unione Sovietica e Stati Uniti abbiano vegliato più che idealmente sui suoi primi anni di vita) e il cui progresso economico non ha raggiunto mai la piena maturità: «abbiamo cercato il benessere, non il senso del rischio, dell’iniziativa e della responsabilità individuale», dice Crainz attraverso le parole di Pietro Scoppola. E poi ancora, affidandosi al Censis di inizio anni Novanta: «La forza dirompente dei comportamenti è strettamente legata all’affermarsi di una sorta di “individualismo protetto”: da un lato si vuole la più ampia possibilità e libertà di esplicazione dei comportamenti, dall’altro si chiede una totale protezione pubblica».
Non dunque la crudezza del mercato ma la mancanza di mercato, non una vera classe dirigente ma il suo fantasma, e non i guasti di un’identità nazionale ipertrofica ma la sua latitanza. Insomma, il paese senza di cui Arbasino (citato da Crainz) si lamentava alla fine degli anni Settanta, e che purtroppo è rimasto tale, trovando però in Berlusconi il suo perfetto correlativo oggettivo.
Se il Fellini di Amarcord aveva avuto l’intuizione geniale di dipingere il fascismo come la rozza, arrogante, turbolenta adolescenza del paese, la sensazione è che – più di sessant’anni dopo – l’Italia aspiri a uno stato neonatale: cieca, priva di morale, pericolosa soprattutto per se stessa come solo i bambini lasciati soli in una stanza possono essere; ma il passo successivo in questo work in regress sarebbe il concepimento, e quello successivo ancora l’estinzione.

Prima postilla.
In questa Autobiografia di una repubblica ci sono molte immagini forti e toccanti. Ma quella che forse impressiona di più – e che, risalendo dal passato, ben dipinge il nostro presente fin quasi a mutare il proprio status, da allegorico in didascalico – riguarda il funerale di Stato tributato ad Aldo Moro: una cerimonia che si svolse senza il corpo della vittima (sepolto privatamente), e senza la sua famiglia, in S. Giovanni in Laterano (zona extratteritoriale vaticana).

Seconda postilla.
Una cultura millenaria innestata in un contesto di arretratezza e debolezza istituzionale, ha spesso fatto dell’Italia un interessantissimo quanto disastroso laboratorio di avanguardia sociale e politica. All’inizio del Novecento, il nostro impatto ritardato con la modernità regalò al mondo il know how del fascismo. Da quasi un ventennio a questa parte, la nostra impreparazione ad accogliere il dopo-moderno della rivoluzione massmediatica ha fatto probabilmente dell’Italia la prima videocrazia veramente compiuta. Sarà pure vero – come dice Montale – che «la storia non è magistra…», ma non bisogna nemmeno sottovalutare che molto spesso le risate che oggi risuonano dall’estero alla parola Italia sono legate a una lieve isteria da temuto contagio. Così, quando Crainz termina il suo volume giungendo a definire anche legittima la scelta del Viaggiatore cerimonioso di Caproni, il quale per disperazione calma decide di abbandonare la nave e interrompere il viaggio, starà alla nostra coscienza (al nostro modo di pompare altro vuoto nell’ectoplasma dell’identità nazionale, o al contrario lottare perché questo fantasma trovi finalmente qualcosa di vero in cui incarnarsi) interpretare una simile chiusa come un alibi per noi stessi, o come estrema provocazione.

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Elogio della ghigliottina https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-ghigliottina/ https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-ghigliottina/#comments Wed, 11 Nov 2009 09:29:27 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1123 Ho riletto recentemente il celebre Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti, pubblicato su La rivoluzione liberale nel novembre del 1922, all’indomani della marcia su Roma. Temo che, per certi versi, l’analisi e le riflessioni di Gobetti (allora appena ventunenne) siano purtroppo ancora attuali. Così, mi sembra utile sottoporre ai lettori di minima&moralia questo brano d’antologia […]

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Ho riletto recentemente il celebre Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti, pubblicato su La rivoluzione liberale nel novembre del 1922, all’indomani della marcia su Roma. Temo che, per certi versi, l’analisi e le riflessioni di Gobetti (allora appena ventunenne) siano purtroppo ancora attuali. Così, mi sembra utile sottoporre ai lettori di minima&moralia questo brano d’antologia scaturito da una delle menti più illuminate comparse nella storia recente del nostro Paese.

di Piero Gobetti

gobettiIl fascismo vuole guarire gli Italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale, tutti i cittadini abbiano dichiarato di credere nella patria, come se col professare delle convinzioni si esaurisse tutta la praxis sociale. Insegnare a costoro la superiorità dell’anarchia sulle dottrine democratiche sarebbe un troppo lungo discorso, e poi, per certi elogi, nessun migliore panegirista della pratica. L’attualismo, il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato secondo le proprie misure.
La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il nostro antifascismo prima che un’ideologia, è un istinto.
Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antichi, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo letterario dei cristiani, delusione di ottimisti. La lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio. Bisogna diffidare delle conversioni, e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi. C’è un valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo, per un certo senso, in questo momento, i disperati sacerdoti.
Temiamo che pochi siano così coraggiosamente radicali da sospettare che con queste metafisiche ci si possa incontrare nel problema politico. Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso un insolente realismo obbiettivo.

Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo ad indicare come provinciale per non ricorrere a più allarmanti definizioni. Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo nipote di Machiavelli non sapremmo capacitarci, se venisse l’ora dei conti. Il fascismo in Italia è un’indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d’ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l’autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione. Confessiamo di avere sperato che la lotta tra fascisti e social-comunisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio del 1922 La Rivoluzione Liberale con fiducia verso la lotta politica che attraverso tante corruzioni, corrotta essa stessa, tuttavia sorgeva. In Italia c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea, per un interesse, per una malattia di retorica! Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace. È difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è più una pratica quotidiana che una misura di eccezione. In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie. Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti. Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie. Certe ore di ebbrezza valgono per confessioni e la palingenesi fascista ci ha attestato inesorabilmente l’impudenza della nostra impotenza. A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio. Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano. Privi di interessi reali, distinti, necessari gli Italiani chiedono una disciplina e uno Stato forte. Ma è difficile pensare Cesare senza Pompeo, Roma forte senza guerra civile. Si può credere all’utilità dei tutori e giustificare Giolitti e Nitti, ma i padroni servono soltanto per farci ripensare a La Congiura dei Pazzi ossia ci riportano a costumi politici sorpassati. Né Mussolini né Vittorio Emanuele hanno virtù di padroni, ma gli Italiani hanno bene animo di schiavi. È doloroso dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure. Eppure, siamo sinceri fino in fondo, c’è chi ha atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso. C’è stato in noi, nel nostro opporsi fermo, qualcosa di donchisciottesco. Ma ci si sentiva pure una disperata religiosità. Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo e bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro. Mussolini può essere un eccellente Ignazio di Loyola; dove c’è un De Maistre che sappia dare una dottrina, un’intransigenza alla sua spada?

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