Faust Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/faust/ un blog di approfondimento culturale Fri, 24 Jul 2015 06:00:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Faust Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/faust/ 32 32 La mia piccola estate austriaca (al Lido di Venezia) https://minimaetmoralia.it/interventi/la-mia-piccola-estate-austriaca-al-lido-di-venezia/ Thu, 23 Jul 2015 08:31:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27892 Tra qualche animo facile allo spavento, ha destato scandalo il fatto che, subito dopo la vittoria dello Strega, rispondendo alle tante domande dei giornalisti, a un certo punto mi sia trovato a parlare anche di Grecia. Parlare di politica – abbagli compresi – fa parte della tradizione letteraria europea, a cui può capitare che io non mi sottragga.

L'accusa di un doppio binario (usare codici diversi, a seconda che si scriva un romanzo o si intervenga sulla vita pubblica) la scaglia di solito chi ama più un'ideologia che la letteratura. Sempre che della letteratura si conoscano i meccanismi. E sempre che l'ideologia non sia quella di un sé ferito, verso la quale ho sempre comprensione.

Faccio un esempio. Matteo Salvini, che sulla pagina di un quotidiano attaccherei in modo deciso (mi interessano in quel caso i valori e le idee di cui si fa portatore, non l'uomo in sé), se fosse invece il personaggio di un mio romanzo diventerebbe subito un mio simile, un fratello. Cercherei di diventare io stesso, Matteo Salvini ("Matteo Salvini c'est moi"), pur di renderlo letterariamente credibile. Ci vuole dello spirito, del resto, per dire "sono una cretina" (Flaubert su Bovary).

A ogni modo, in questa estate mi ha fatto compagnia il Majakovskij di Serena Vitale. E poi, sollecitato da Marco Belpoliti per gli amici di Doppiozero, ho denunciato altre mie letture estive. Eccole. L'autodenuncia non merita almeno un'attenuante? Buone giornate.

di Nicola Lagioia

Nell'estate del disfacimento dell'idea di Europa per come l'avevamo immaginata, mi rifugio da settimane in ciò che fu il cuore del nostro continente prima del doppio suicidio – le due guerre mondiali – che pose fine alla modernità. Nell'estate del 2015 provo a inseguire il fantasma dell'Austria, sempre che io ne sia degno, lo spettro di due autori in particolare: Trakl e Musil.

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Tra qualche animo facile allo spavento, ha destato scandalo il fatto che, subito dopo la vittoria dello Strega, rispondendo alle tante domande dei giornalisti, a un certo punto mi sia trovato a parlare anche di Grecia. Parlare di politica – abbagli compresi – fa parte della tradizione letteraria europea, a cui può capitare che io non mi sottragga.

L’accusa di un doppio binario (usare codici diversi, a seconda che si  scriva un romanzo o si intervenga sulla vita pubblica) la scaglia di solito chi ama più un’ideologia che la letteratura. Sempre che della letteratura si conoscano i meccanismi. E sempre che l’ideologia non sia quella di un sé ferito, verso la quale ho sempre comprensione.

Faccio un esempio. Matteo Salvini, che sulla pagina di un quotidiano attaccherei in modo deciso (mi interessano in quel caso i valori e le idee di cui si fa portatore, non l’uomo in sé), se fosse invece il personaggio di un mio romanzo diventerebbe subito un mio simile, un fratello. Cercherei di diventare io stesso, Matteo Salvini (“Matteo Salvini c’est moi”), pur di renderlo letterariamente credibile. Ci vuole dello spirito, del resto, per dire “sono una cretina” (Flaubert su Bovary).

A ogni modo, in questa estate mi ha fatto compagnia il Majakovskij di Serena Vitale. E poi, sollecitato da Marco Belpoliti per gli amici di Doppiozero, ho denunciato altre mie letture estive. Eccole. L’autodenuncia non merita almeno un’attenuante? Buone giornate.

di Nicola Lagioia

Nell’estate del disfacimento dell’idea di Europa per come l’avevamo immaginata, mi rifugio da settimane in ciò che fu il cuore del nostro continente prima del doppio suicidio – le due guerre mondiali – che pose fine alla modernità. Nell’estate del 2015 provo a inseguire il fantasma dell’Austria, sempre che io ne sia degno, lo spettro di due autori in particolare: Trakl e Musil.

Nelle notti umide e caldissime di una piccola stanza d’albergo al Lido di Venezia, schiaccio zanzare, sento salire la gommosa putredine dell’acqua nei canali (mi sono convinto faccia bene alla pelle, alla nostra reminiscenza di anfibi), controllo che il gatto bianco con cui spero di aver stretto amicizia si accoccoli sul vano finestra a piano terra della costruzione di fronte, poi mi rigiro nel letto e sfoglio un’altra pagina. Tra qualche minuto crollerò. Il libro che scivola sul pavimento mi risveglierà per un istante. Più spesso L’uomo senza qualità o il volumetto Garzanti con le poesie di Trakl mi ricade sul petto. Apro gli occhi senza mettere a fuoco niente. È l’ultimo cerchio del sasso scagliato in uno stagno nero, già si richiude e io precipito in un sonno di catrame fino alle sei del mattino. Al risveglio leggo un altro po’, mi metto in calzoncini e vado a correre sul lungomare, faccio doccia, colazione, alle nove sono pronto a varcare la soglia nel Palazzo del cinema. Così negli ultimi due mesi.

È per me la terza estate di seguito trascorsa a guardare film dieci ore al giorno. Lavoro come selezionatore alla Mostra del Cinema di Venezia, il che significa che dalla fine di maggio sono qui insieme ai miei colleghi. Si legge nei ritagli di tempo, prima di addormentarsi, subito dopo il risveglio, o ancora tra le sette e le otto di sera, prima di vestirsi e andare a cena, sempre in albergo, o meglio approfittando dell’ora trascorsa circondati dagli oblò della lavanderia a gettoni dove andiamo una volta a settimana. Da un lato le porte magiche di Malamocco. Sull’altro l’acciaio scintillante di Porto Marghera.

Musil è una compagnia, una sfida e una consolazione dai tempi dell’università. Trakl lo leggo di continuo dagli ultimi quattro o cinque anni. Non conosco il tedesco, allora uso l’originale come un geroglifico, la traduzione a fronte come la soluzione parziale di un problema troppo vasto, e me – i mei nervi, e quel po’ di spirito che trattengono – come una malfunzionante stele di Rosetta e un sismografo (anche quello poco affidabile) nel peggiore dei casi.

Il fatto è che la Cacania di Musil, che ho sempre visto come una summa inarrivabile della nostra stupidità di specie organizzata, mi è sembrata in questi mesi sovrapponibile in maniera paurosa alla geografia interiore dell’Unione Europea man mano che il caso Grecia infiammava le pagine dei giornali, i listini di borsa, le discussioni nei bar, gettava un intero paese nel caos e altri diciotto in una farsa da cui tirarsi fuori è impossibile anche a tragedia rimandata.

Un’istituzione che celebra se stessa in modo sempre più vuoto e vanaglorioso mentre la catastrofe incombe: è questa la Cacania di Musil, così come l’Azione Parallela pretende di farsi portatrice di valori quali la pace universale e la solidarietà tra i popoli, ritrovandosi a sua insaputa tra le braccia della Prima guerra mondiale. Mentre tornavo per l’ennesima volta sulle avventure di Ulrich e Diotima, del capo sezione Tuzzi e di Gerda Fischel, di Moosbrugger internato nel manicomio criminale e – sul capo opposto – della meravigliosa Agathe, e mi inoltravo (senza capire come al solito se andassi scendendo o salendo i gradini di una scala gigantesca e invisibile) tra le prime stanze del Regno Millenario, pensavo stupefatto che a nessun continente come all’Europa è stato dato di pensare se stesso in termini così comicamente umani (cos’è, da Cervantes a Flaubert a Musil, questo lungo discorso sulla stupidità, se non una pietosa constatazione dei nostri limiti?) e insieme così vertiginosi (la messa in tensione di quegli stessi limiti fa scoccare certe volte una scintilla in grado di trascendere la scimmia alfabetizzata in cui ci rinchiudiamo, trasformandoci in dei veri mostri o, finalmente, in esseri colmi di amore e comprensione, e anche su questo la grande letteratura europea è stata in grado di non chiudere gli occhi, o forse di aprirne miracolosamente un terzo).

Se Musil concepì il suo capolavoro dopo la fine della guerra, Georg Trakl “anticipava le catastrofi mondiali”. Le sue poesie anteriori al 1914 (Trakl morì suicida nel novembre di quell’anno, dopo aver partecipato alla battaglia Grodek) continuano a essere per me uno dei grandi misteri della letteratura mondiale. In apparenza semplici, hanno doppi e tripli fondi che si estendono nascosti per chilometri. A volte, leggendolo, ho la sensazione di aggirarmi in una di quelle case di Lovecraft dove, aperta la porta di una cantina, ci si ritrova dentro un mondo sotterraneo molto più vasto di quello che dovrebbe contenerlo. Solo che il mondo di Trakl è sotterraneo, cosmico e interiore al tempo stesso. Mentre canta semplicemente di villaggi, covoni di grano che riposano nei campi, cascine, mosto a fermentare all’ombra di modeste case rurali, corvi che solcano l’azzurro profondo del cielo, il risultato è che tu vedi un mostro. Non la guerra di trincea e la macelleria meccanica che Trakl all’epoca non sapeva di dover vedere coi suoi occhi, ma una sorta di equivalente mistico. Il quale contiene anche dell’altro.

Se ci pensate, l’esito è molto più grandioso – per quanto più discreto – rispetto a ciò che, pochi anni dopo, seppero fare i maestri del cinema espressionista tedesco. C’è un libro di Siegfried Kracauer (Da Caligari a Hitler) che lo racconta bene. Lang, Murnau, Wegener, Lubitsch, Wiene videro il nazismo prima che arrivasse. Solo che mentre il loro potere profetico fu giocato su equivalenti diretti – il golem, Nosferatu, Faust… mostruosità immaginarie per mostruosità reali prossime venture – in Trakl l’equivalente è rovesciato. Pace per guerra. Idillio per catastrofe. Cieli azzurri per terra insanguinata. Canti d’uccelli per silenzio finale. Con il risultato che, mentre leggi le più belle delle sue composizioni, ti sembra che quella tragedia storica che lui vede senza ancora sapere precisamente di che si tratti, sia legata a una tragedia più vasta, una malattia dello spirito (di un genius loci grande quanto un continente) e della creazione per come l’abbiamo decifrata. E, insieme alla sua ineluttabilità (Gavrilo Princip quale agente della somma degli eventi accumulati da generazioni di europei), ti lascia intravedere ciò che sarebbe il vero antidoto di questo male, la sua cura reale e irraggiungibile.

Così, nelle ultime settimane, mentre sfogliavo giornali e blateravo coi miei amici di Grecia e di Merkel e di Tsipras e di Schäuble, mentre dalla putredine dei canali del Lido veniva fuori un insetto che sollevava una minuscola goccia in cui si rifletteva una scaglia di luce subito disfatta nel niente arroventato, sentivo pure, confusamente, che sotto la paccottiglia di menzogne bassi istinti retorica e stupidità con cui affondavano le speranze di una comunità dove valesse la pena di vivere, c’era un pericolo più antico e devastante, e, poco lontano, l’antidoto che è stato dato solo a noi di immaginare, ma su cui ancora (“ed è tardi, sempre più tardi”) non riusciamo ad allungare le dita.

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Hitler, Lenin, Hirohito – Aleksandr Sokurov e i corpi del potere https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hitler-lenin-hirohito-aleksandr-sokurov-e-i-corpi-del-potere/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hitler-lenin-hirohito-aleksandr-sokurov-e-i-corpi-del-potere/#respond Fri, 08 Jun 2012 10:07:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8301 Ci voleva un conservatore venuto dell'est, un fiero erede di Turner e di Tarkovskij per restituire ai corpi l'importanza fondativa che il secolo della virtualizzazione sembra voler negare. Se qualcosa nel bene e nel male ci trascende di continuo, la materia di cui siamo fatti (specie nelle sue disfunzionalità) ne è la spia più attendibile. È questo uno degli "inattuali" insegnamenti con il quale il regista russo Aleksandr Sokurov, trionfatore con Faust all'ultimo Festival di Venezia, ha deciso di sfidare la contemporaneità. Tic, lapsus, rituali ossessivi: cosa meglio di una macchina da presa può indagarli? E che significa quando smarriscono il dominio della fisicità alcuni tra i sedicenti padroni del mondo quali furono Hitler, o Lenin, o Hirohito?

Al padre del nazismo, del comunismo russo e all'imperatore giapponese Sokurov ha dedicato tre film a cui il Faust (vera eminenza grigia della modernità) mette il sigillo. Sull'argomento è da poco uscito uno studio intitolato I corpi del potere. Il cinema di Aleksandr Sokurov (curato da Mario Pezzella e Antonio Tricomi, Jaca Book, pp. 218, 20 euro) nel quale si illustra molto bene come a questi leader corrispondano altrettanti corpi impazziti.

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Questo pezzo è uscito sul quotidiano La Repubblica

Ci voleva un conservatore venuto dell’est, un fiero erede di Turner e di Tarkovskij per restituire ai corpi l’importanza fondativa che il secolo della virtualizzazione sembra voler negare. Se qualcosa nel bene e nel male ci trascende di continuo, la materia di cui siamo fatti (specie nelle sue disfunzionalità) ne è la spia più attendibile. È questo uno degli “inattuali” insegnamenti con il quale il regista russo Aleksandr Sokurov, trionfatore con Faust all’ultimo Festival di Venezia, ha deciso di sfidare la contemporaneità. Tic, lapsus, rituali ossessivi: cosa meglio di una macchina da presa può indagarli? E che significa quando smarriscono il dominio della fisicità alcuni tra i sedicenti padroni del mondo quali furono Hitler, o Lenin, o Hirohito?

Al padre del nazismo, del comunismo russo e all’imperatore giapponese Sokurov ha dedicato tre film a cui il Faust (vera eminenza grigia della modernità) mette il sigillo. Sull’argomento è da poco uscito uno studio intitolato I corpi del potere. Il cinema di Aleksandr Sokurov (curato da Mario Pezzella e Antonio Tricomi, Jaca Book, pp. 218, 20 euro) nel quale si illustra molto bene come a questi leader corrispondano altrettanti corpi impazziti.

Il fhürer protagonista del primo di questi film (Moloch, 1999) è un omino ridicolo devastato dall’ipocondria che trascorre le vacanze nel castello del Berghof insieme a Eva Braun, ai Goebbels e a Martin Bormann. Isterico e paranoide, l’Hitler di Sokurov trova nella sua amante l’unico argine alle ossessioni (“ho il cancro, lo so, sto morendo!”, “non avete nessun cancro, smettetela di lamentarvi”, “allora secondo voi non avrei neanche le fistole in gola!”, ed Eva Braun: “se volete delle fistole in gola c’è un dottore pronto a dire che ci sono. C’è qualcuno che possa contraddirvi a parte me?”). Due, sembra suggerire Sokurov, sono le verità inconfessabili che premono sotto il corpo di Hitler mascherate da disturbo ipocondriaco. La prima è la consapevolezza di essere un fallito – l’aspirante pittore respinto all’Accademia – nelle vesti di un leader. La seconda, comune a ogni uomo di potere, è la dissociazione tra corpo politico e corpo naturale. Il primo cova l’illusione dell’immortalità, il secondo ne è la smentita più lampante.

Del medesimo problema soffre anche il Lenin di Taurus (2001). In questo secondo lungometraggio, troviamo il capo rivoluzionario ai suoi ultimi giorni. Segregato in una villa di campagna, gravemente malato, esautorato dall’esercizio del potere, l’ex leader assiste incredulo alla propria fine. Che ne è di colui che, al pari di Zeus, assunse le sembianze di un toro per sedurre Europa? Resta un uomo così sconvolto dall’evidenza dei propri limiti da non riuscire a credere che il mondo gli sopravvivrà. La malattia del corpo e la conseguente perdita del potere causano in Lenin incidenti che vanno oltre il ridicolo: “il sole sorgerà ancora dopo di me?”, chiede a sua moglie.

Ma il ritratto forse più riuscito tra quelli tracciati da Sokurov riguarda l’imperatore Hirohito, protagonista de Il sole (2005). Isolato in un bunker mentre le truppe americane marciano su Tokio, per evitare che l’orgoglio nazionale porti il suo popolo a farsi massacrare fino all’ultimo uomo l’imperatore decide di far leggere per radio un messaggio in cui rinuncia a ogni attributo divino. Impresa ardua, dal momento che Hirohito è stato educato a considerarsi il 124o discendente della Dea del Sole, e così viene percepito da tutti i giapponesi: “il fatto che vostra altezza possa ritenersi un essere umano è una preoccupazione priva di fondamento”, gli comunica un sottoposto. L’autospoliazione di Hirohito diventa in questo modo un travaglio commuovente di cui la fisicità è l’unica vera testimone: il corpo dell’imperatore si inceppa di continuo, le gambe inciampano, le labbra si muovono nevroticamente senza produrre suono.

Di tutto questo rende conto il libro curato da Tricomi e Pezzella, e della forza rivelatoria dei corpi sembra tornare a occuparsi il cinema in generale. Uno speculare di Sokurov potrebbe essere lo Steve McQueen che indaga i corpi vittime del potere, come l’erotomane di Shame o il Bobby Sands di Hunger che sfida il Regno Unito con lo sciopero della fame.
Eppure l’ultima parola sui corpi attraversati dal potere ce l’ha ancora Sokurov. Il suo Faust si pone contemporaneamente all’inizio e alla fine della modernità: non è un artista né un intellettuale ma un mediocre, un corpo vuoto, meccanico e amorale, senza più maschere sublimi da esibire, incapace di comprendere persino cosa sia il male, così simile ai potenti di oggi. Del resto, il passaggio di consegne dall’era dei totalitarismi al nichilismo del mondo dei consumi era già espressa in una scena del Sole. Hirohito è a colloquio col rozzo generale McArthur per trattare la pace. Interrogato sull’atomica (“dopo Hiroshima ci aspettavamo di essere attaccati da bestie”), l’ufficiale statunitense si difende: “non ho dato io quell’ordine. Non furono bestie quelle che attaccarono Pearl Harbour?” Hirohito dà la stessa risposta: “fu ordinato a mia insaputa”. E McArthur, avvolto nella penombra: “vuol dire che entrambe le cose sono accadute da sole”.

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