Fausto Coppi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fausto-coppi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 07 Nov 2015 10:39:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fausto Coppi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fausto-coppi/ 32 32 La fuga di Filippo Simeoni che affondò Lance Armstrong https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-fuga-di-simeoni-che-affondo-lance-armstrong/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-fuga-di-simeoni-che-affondo-lance-armstrong/#respond Fri, 06 Nov 2015 06:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28990 Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il 23 luglio 2004 al Tour si corre una tappa, la diciottesima, che sembra di puro trasferimento. Montagna dura il giorno prima, cronometro impegnativa il giorno dopo. I campioni si risparmiano. Gli altri, chi vuole e chi può, cercano la fuga buona. Probabile che il gruppo non vada in caccia. Una vittoria al Tour vale come minimo un rinnovo di contratto, e poi si entra nell'albo d'oro. Non è soddisfazione da poco. Si va da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. Dopo una trentina  parte una fuga che può essere quella buona. Sono in sei: Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, Garcia Acosta e Lotz. Quando il loro vantaggio è di un minuto dal gruppo esce una maglia bianconera, della Domina Vacanze, numero 198. È Filippo Simeoni che ci riprova.

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il 23 luglio 2004 al Tour si corre una tappa, la diciottesima, che sembra di puro trasferimento. Montagna dura il giorno prima, cronometro impegnativa il giorno dopo. I campioni si risparmiano. Gli altri, chi vuole e chi può, cercano la fuga buona. Probabile che il gruppo non vada in caccia. Una vittoria al Tour vale come minimo un rinnovo di contratto, e poi si entra nell’albo d’oro. Non è soddisfazione da poco. Si va da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. Dopo una trentina  parte una fuga che può essere quella buona. Sono in sei: Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, Garcia Acosta e Lotz. Quando il loro vantaggio è di un minuto dal gruppo esce una maglia bianconera, della Domina Vacanze, numero 198. È Filippo Simeoni che ci riprova.

Ci aveva già provato nella tappa di Guéret: 122 km di fuga col basco Landaluze, ripresi a 80 metri dal traguardo. Volata a McEwen. Ma stavolta alla ruota di Simeoni c’è la maglia gialla, il numero 1, Lance Armstrong. Quel che succede dopo non s’era mai visto, sulle strade del ciclismo. Dopo 14 km d’inseguimento, e tira solo Simeoni, la strana coppia raggiunge i primi.

“Bravo Simeoni, bel numero, mi dice Armstrong per sfottere. Poi va a parlottare con gli altri, in particolare con Garcia Acosta che è il più anziano. E poi Garcia Acosta si lascia scivolare al mio fianco: se Armstrong resta qui la nostra fuga è condannata. Lui dice che se ti stacchi tu si stacca anche lui, il gruppo vi ripiglia e a noi ci lascia andare. Mi sono staccato per non danneggiare dei colleghi, è finita che ha vinto Mercado e il gruppo è arrivato a 11 minuti . Potevo vincere io, o almeno provarci, e Armstrong me l’ha impedito. Questo, nel film, emerge poco”.

Il film è “The program”, diretto da Stephen Frears. Racconta la parabola di Armstrong, da giovane campione del mondo a malato di cancro, da malato guarito a vincitore di sette Tour de France, ma con l’aiuto del doping. Simeoni è andato a vederlo con una certa curiosità. “Quella che può avere chi ha già vissuto la realtà sulla propria pelle. È un film crudo, racconta bene quel che succedeva in quegli anni in certe squadre, quelle che avevano più quattrini e più tecnologia, ma anche più coperture dall’alto, così da permettersi un doping d’élite. Che ci fosse l’ombrello dell’Uci sulla testa di Armstrong il film lo fa capire chiaramente. Nemmeno coi suoi gregari si poteva competere. Se prima, ai tempi dell’Epo, c’era chi si dopava non per vincere ma per tenere le ruote, il dopo-Epo ha portato rassegnazione, almeno nelle grandi corse a tappe. Le sacche di sangue per le trasfusioni rappresentavano un doping a cinque stelle, di lusso, per pochi”.

Simeoni lavora dietro al bancone del bar aperto nel 2010 in società con il cognato. “Any bar, Any sarebbe Annalisa mia moglie. Bar tabaccheria ricevitoria lotto, d’estate gelateria con giochi per bambini all’aperto. Tabacchi, mi viene da ridere. A scuola ero il terrore dei miei compagni, gli spezzavo le sigarette prima che le accendessero. Non fumate, fa male. Adesso le vendo, e qualcuno me lo rinfaccia”. Come Armstrong gli rinfacciò di aver testimoniato contro il dottor Ferrari, prima lo definì un totale mentitore in un’intervista a “Le Monde”, poi dovette incassare la querela di Simeoni. Questo per chiarire la situazione che pesava su quel 23 luglio.

“Una volta che ci eravamo staccati, Armstrong mi disse che avevo sbagliato due volte, mettendo in mezzo Ferrari e poi querelando lui per diffamazione. ‘Ho tanti soldi e tanti bravi avvocati, poso rovinarti quando voglio’. E poi, quando il gruppo ci riprese, mi fece il gesto della bocca cucita. Ma non è questo che mi ha fatto più male. Sono stati gli insulti pesantissimi dei colleghi italiani. Guerini s’è scusato quasi subito, Nardello dopo un po’, Pozzato mai. Servi dell’imperatore, questo sono stati. Quella sera ho pensato di ritirarmi, poi ci ho ripensato. Ero la vittima, non il colpevole. E ho il mio orgoglio: nell’ultima tappa, quella sì di trasferimento per tradizione, ho attaccato quando Armstrong stava facendo le foto coi bicchieri di Champagne, in testa al gruppo. E i suoi si sono tirati il collo per venirmi a prendere. Poi Ekimov mi ha fatto il gesto delle corna, ma io ero soddisfatto, la provocazione era riuscita. Ci ho provato anche dopo, sui Campi Elisi, sempre per provocare, per far vedere che ero vivo, ma sapevo che per me ci sarebbe stato disco rosso”.

Non l’ultimo, vedremo più avanti. Per chiudere con quel 23 luglio, va precisato perché una cosa del genere non si era mai vista. Perché un Coppi, un Anquetil, non sarebbero mai intervenuti in prima persona e in maglia gialla su un fuggitivo non pericoloso in classifica. Avrebbero stroncato prima l’iniziativa del corridore sgradito, o avrebbero mandato avanti un loro gregario a dettare le condizioni. Il gesto di Armstrong, mafioso oltre che antisportivo (ma nemmeno sanzionato dalla giuria, il che la dice lunga sulla sua intangibilità d’allora) voleva essere una pubblica umiliazione del reprobo Simeoni, ma si rivelò un boomerang perché portò molti a chiedersi i veri motivi d’un gesto tanto sproporzionato. Invece di chiudere la vicenda, Armstrong fece così accendere i riflettori sui suoi rapporti col dottor Ferrari. Grave errore. Se ne accorse due giorni dopo, quando disse a un giornalista della Gazzetta “ho fatto una cazzata”. Ma ormai era tardi.

Non è tardi, parlando con Simeoni, per capire cosa spinge un ciclista “pulito” verso il doping e poi in direzione opposta: pentimento, collaborazione con la giustizia, belle vittorie ottenute senza doping, emarginazione dal grande ciclismo con relative amarezze ma ancora speranze in un altro  ciclismo. A Sezze è presidente onorario dei Pirati (in memoria di Pantani e in omaggio a Pantani, “che era il più bravo e ha pagato per tutti”). Età massima 13 anni. Sono una sessantina. “Corre anche Simone, il primo dei miei due figli, ma non l’ho spinto io. L’altro, Antonio, è ancora piccolo”. Maglia gialloblu. Da questi colori parte il racconto.

“Le maglie gialloblù le vedevo dalla finestra, a Seregno. Erano quelle della Salus. Ero un bambino, Abitavamo vicino allo stadio Ferruccio. Mio padre da Sezze s’era trasferito in Lombardia, dove per i muratori a cottimo il lavoro era garantito. Di nove figli era l’unico maschio. Due sorelle, zia Cenzina e zia Maria, dopo avere spedito le foto, come nel film di Sordi, erano andate a sposarsi in Australia. A 9 anni mi tessero. Quando ne ho 12 la famiglia torna a Sezze. Mio padre lavora la campagna, mia madre apre un negozio di alimentari. Per me è il ritorno un trauma. Non ho amici, non conosco nessuno. Parlo con accento milanese, i compagni mi considerano un alieno e me ne fanno di tutti i colori. Fortuna che c’è Fabrizio, grande e grosso, anche lui figlio di emigranti, padre minatore in Belgio. Mi protegge da due-tre bulli che poi hanno fatto una brutta fine. A scuola vado bene, in camera ho il poster di Hinault, continuo a sognare che un giorno vincerò il Giro d’Italia, la corsa che mi affascina di più”.

“Mi diplomo ragioniere, ho due fratelli laureati in Economia e commercio, ma la passione per il ciclismo è troppo forte. Vado a correre per la Sic di Jesi, tre anni fuori casa, anni belli perché a Jesi mi hanno trattato come un figlio. Nell’ultimo anno da dilettante mi accorgo che qualcosa non quadrava. Mi battevano corridori che fino a pochi mesi prima battevo. Vado in Abruzzo dal dottor Santuccione e mi faccio spiegare come funziona l’Epo. Me lo spiega, ma resisto alla tentazione. Passo professionista con la Carrera di Pantani e Chiappucci. E le cose quadrano ancora meno. A fine ’96 mi decido e vado dal dottor Ferrari, che in gruppo chiamano dottor Mito, il più bravo allievo del professor Conconi. Molto celebrati anche dalla stampa. Ferrari mi dice che non ha tempo da perdere con quelli scarsi, può assistermi solo se supero alcuni test, in pratica valuta la mia cilindrata. Supero i test, posso accedere al trattamento. Ferrari è un grande, nel suo campo. Affascina. Prima del Giro del Trentino e dopo adeguati trattamenti mi dice che posso finirlo nei primi cinque. Finisco quinto. Al Giro d’Italia vado forte ma per una tendinite mi devo ritirare quando sono diciassettesimo in classifica”.

Nessun rimorso? “No, facevo quello che facevano in tanti, probabilmente tutti. E come tutti vedevo l’Epo come medicina, non come doping. Veniva a costare sui 10 milioni l’anno, allora non c’era l’euro, più 5 o 6 in farmaci. L’Epo funziona a patto di allenarsi intensamente e seguire una dieta ferrea. Una terapia. Non percepivo né l’inganno che attuavo né i pericoli che correvo. Molte morti sospette di giovani corridori, nel sonno, in quegli anni. La molla mi è scattata nel ’99, quando hanno perquisito la casa del dottor Ferrari e poi, in base alle cartelle cliniche, le case dei corridori che si erano rivolti a lui. Anche la mia, all’alba. Carabinieri che rovistano nel frigorifero, aprono i cassetti, mia madre agitata che mi dice: Filippo, cos’hai combinato? Non mi hanno trovato medicinali, solo appunti su taccuini. Avrei potuto cavarmela come altri, ma ho capito che sbagliavo e non si poteva continuare su quella strada”.

“Al processo ho confermato la testimonianza, mi hanno squalificato per nove mesi, poi ridotti a quattro. Con chi mi conosceva non ho avuto problemi, ma per il gruppo ero diventato l’infame, la spia, quello che sputa nel piatto dove ha mangiato. Devo ringraziare Vincenzo Santoni, che mi ha permesso di tornare a correre e di cavarmi qualche soddisfazione. Vincere senza doping, due tappe alla Vuelta e, a 37 anni, il campionato italiano. Ma a quella vittoria è legata l’amarezza più grande: la Gazzetta, che organizza il Giro d’Italia, mi ha escluso da campione d’Italia preferendo invitare una squadretta galiziana. Una carognata. Sarà un caso, ma Armstrong aveva annunciato il suo ritorno alle corse proprio in quel Giro. Ed è col suo ritorno che si sono scoperti gli altarini. Ho scritto a Berlusconi, che era premier, e non mi ha risposto. Avrei dovuto scrivere a Napolitano. Sono andato in federazione e ho restituito polemicamente la maglia tricolore. E per questo mi hanno squalificato tre mesi. Nel 2009 ho chiuso”.

Bilanci. “Ho dato al ciclismo 29 anni di vita e ho dato più di quanto ho ricevuto. Ma qualcosa mi ha dato: un sacco di sogni, ricordi di ogni tipo, gioie e dolori, mi ha formato il carattere, mi ha fatto girare il mondo. Avrei potuto correre fino a 40 anni, ma psicologicamente ero devastato. Ogni tanto qualcuno mi chiede se, a distanza di anni, mi sono pentito di avere testimoniato al processo di Bologna. Se non volevo rogne, era meglio tacere. Ma in un certo senso mi sentivo costretto a parlare, a mandare un segnale forte. E non ho fatto nomi di corridori, solo di medici. Ad Armstrong hanno tolto tutto, ma non ne sono felice. Nella vicenda tra lui e me nessuno ha vinto, tutti hanno perso. Più che con lui, ce l’ho con chi ha governato il ciclismo e gli ha permesso di fare quello che ha fatto. Da quando Riccardo Viola è presidente Coni del Lazio, giro per le scuole medie, porto un dvd che riassume la mia carriera e insisto sulle quattro colonne, per me, dello sport a giovani: sacrificio, impegno, allenamento e studio. Mi chiedono se il ciclismo è più pulito rispetto a quando correvo e dico di sì, ci voleva poco. Ma quanto è pulito? Non lo so, lo vedo in tv, so che se tornassi nel mondo del grande ciclismo ci entrerei a testa alta e molti dovrebbero abbassare gli occhi. Ma non ho voglia di tornarci. Il mio ciclismo sono questi ragazzini, i Piratini. E gli raccomando di sognare, di continuare a sognare finché possono. A smettere, c’è sempre tempo”.

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Dolcechiaré Pelé. I 75 anni di O Rei https://minimaetmoralia.it/letteratura/dolcechiare-pele-i-75-anni-di-orei/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dolcechiare-pele-i-75-anni-di-orei/#respond Fri, 23 Oct 2015 05:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28826 Oggi, 23 ottobre, Edson Arantes do Nascimento, noto in tutto il mondo come Pelé, compie 75 anni. Per festeggiare il compleanno di uno dei calciatori più forti di tutti i tempi (se non il più forte in assoluto), ospitiamo uno straordinario pezzo scritto da Gianni Brera per la partita Benfica - Santos, finale di coppa Intercontinentale del 1962. La partita si giocò a Lisbona e i brasiliani vinsero per 5 - 2, con tre reti segnate da Pelè. L'articolo è incluso nell'antologia Il principe della zolla, pubblicato dal Saggiatore, che ringraziamo.

di Gianni Brera

Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: «Par piasé, cal vent chì ’l sarà mia sciròk!?». «Nao che nao l’è scirok» mi rispondono «parché ’l sciròk u ven d’l’Afriché.»

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Oggi, 23 ottobre, Edson Arantes do Nascimento, noto in tutto il mondo come Pelé, compie 75 anni. Per festeggiare il compleanno di uno dei calciatori più forti di tutti i tempi (se non il più forte in assoluto), ospitiamo uno straordinario pezzo scritto da Gianni Brera per la partita Benfica – Santos, finale di coppa Intercontinentale del 1962. La partita si giocò a Lisbona e i brasiliani vinsero per 5 – 2, con tre reti segnate da Pelè. L’articolo è incluso nell’antologia Il principe della zolla, pubblicato dal Saggiatore, che ringraziamo.

di Gianni Brera

Dunque andiamo a Lisbona. Spira vento da sud-ovest e io domando ai portoghesi: «Par piasé, cal vent chì ’l sarà mia sciròk!?». «Nao che nao l’è scirok» mi rispondono «parché ’l sciròk u ven d’l’Afriché.»

«Ben, gli dico, quast chì l’è anca pegg dal sciròk parché ’l porta la spussa ch’ho sentì a Giacarta gnand indré d’l’Australia; ch’la spussa d’romantich e d’muffa che Pierre Loti l’disia ch’l’era ’l profum di tròpich, e chissà parché s’at taca la majetta a la pell e t’vorissat faà la doccia tutt i moment.»

«Nao, nao ch’l’è nao sciròk» insistevano i portoghesi, e qualche volta erano di Reggio Emilia, qualche altra volta delle parti del povero Coppi. Parlando pavese schietto andavo benissimo: così ho comperato le Lusiadi in edi­zione di lusso e la regalo al mio amico Rico Banderal, che sicuramente non ha mai immaginato di poter leggere Camoens in lingua.

Pelé mi incanta come non ha mai potuto nei giorni più splendidi. Capisco perché i brasiliani prendano cappello alla sola idea di vederlo emigrare; perché gli abbiano stampato l’orma del piede sulla copertina del libro Eu sou Pelé; perché chiedano sogghignando un miliardo. Sono onesti. Se per Morbello sono stati chiesti e ottenuti novanta milioni, per Pelé ci vuole un trilione, cioè mille miliardi.

È alto 1,73, mi pare; traccagnotto e potente, ma nello stesso tempo agile e sciolto, come i grandi atleti olimpici che corrono soltanto. Batte di sinistro e destro, sempre mirando. Dribbla con movenze armoniose, sor­nione, plastiche, senza sculettare o danzare come tanti. Rifiuta il numero di dribbling (el pase) come una manife­stazione deteriore e inutile.

È un vero classico. Dolce, chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande. Posa la luna e di lontan rivela – serena ogni montagna. Sapete che è Giaco­mino: ha il Parnaso fra le scapole, e i coglioni dicono che è gobbo.

Bene: adesso guardate Pelé. Dolcechiaré: ha alzato il piedino prensile: lanotte: la palla si è fermata al primo contatto e senza vento: ricade ammansita sull’erba: un piedino prensile l’accarezza mentre l’altro spinge: echetasovraitetti: accorreva un avversario: si è coricato come un birillo: tettiposalà: avanza un altro: piroetta; lalùna: ecco un compagno smarcato: oppure, ecco una nuova battuta di dribbling: si corica il secondo birillo: o magari no, questa volta il birillo non si corica e vince il tackle: Pelé ha sbagliato il dribbling: càpita: anch’io ho dimenticato: sovr’ai tetti e dentro gli orti. Ripetizione: posalalunedì lontàn rivèla: ora parte Pelé in progressivo: è Berruti che vòlita fìngendo di allenarsi. Serenognì montàgna. Cor­rendo, senza sforzo apparente, ha fissato i bulloni in terra ed ha scaricato fulmineo la pedata: ha mirato, si è visto: mentre correva ha mirato e battuto a rete. Serenognì montàgna. Punto. Gol.

Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto. L’ho veduto far questo: coricare tre birilli e battere di sinistro sul portiere: palla che schizza verso il fondo: prima che esca, continuando la corsa, Pelé compie un gran balzo e ricade col sinistro sulla palla: la colpisce a volo, in modo che s’infila tesa e bassa in diagonale.

Sono tutti a guardarlo allibiti. E la quarta rete del Santos e fa quattro a zero. I lusitani, benché abbiano pagato il biglietto, scoppiano in singhiozzanti applausi.

O Gòngora ti cheta, ch’io non son poeta. Se avete capito «dolce chiara è la nottesenzavento» non ho bisogno di proseguire. Pelé vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l’iniziativa dell’attacco e, scattando a fior d’erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull’altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelé. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione.

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Renzo Zanazzi, il partigiano della bicicletta https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/renzo-zanazzi-il-partigiano-della-bicicletta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/renzo-zanazzi-il-partigiano-della-bicicletta/#comments Fri, 25 Sep 2015 05:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28570 (fonte immagine)

Era un giorno di quasi primavera. El Zanass indossava la dorsale settantasette per la prima corsa del dopoguerra. Correva l'anno 1946. C'era tanta gente a respirare la vita sulle strade dissestate e ferite della Milano-Sanremo. Il ponte sullo Scrivia bombardato non esisteva più. Le assi di legno, assemblate come una passerella, restituivano una funzionalità tutt'altro che rassicurante. Cielo terso, l'acqua alle caviglie. Guadarono il fiume spingendo la bicicletta a piedi.

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Era un giorno di quasi primavera. El Zanass indossava la dorsale settantasette per la prima corsa del dopoguerra. Correva l’anno 1946. C’era tanta gente a respirare la vita sulle strade dissestate e ferite della Milano-Sanremo. Il ponte sullo Scrivia bombardato non esisteva più. Le assi di legno, assemblate come una passerella, restituivano una funzionalità tutt’altro che rassicurante. Cielo terso, l’acqua alle caviglie. Guadarono il fiume spingendo la bicicletta a piedi.

Renzo Zanazzi, classe 1924, amava la spicciola, perché è giusto partire tutti insieme dalla stessa linea, non come nella vita. I figli dei ricchi davanti, i figli dei poveri dietro. Questa è la nostra falsa partenza, alla quale spesso non si rimedia neanche con una fuga generosa. Tre fratelli, tutti corridori, figli di un contadino, poi emigrato a Milano a fare la guardia giurata. In una cronaca fumosa di una tappa del Giro, Indro Montanelli sbagliò due volte il luogo di nascita di questo gregario di lusso. Zanazzi invece era preciso. Anarchico, ribelle, allegro. Celso era il primo nome registrato all’anagrafe. Nato in casa, nella corte Valle del fitto, località Campitello, comune di Marcaria, provincia di Mantova. Dunque mantovano di nascita, milanese d’adozione. La Milano che progettava, fabbricava e animava la cultura delle due ruote. La Milano dello sciur Vigorelli e della pista, da troppi anni segnata dall’incuria, che nel suo nome è culla di record e storie novecentesche.

Al Vigorelli Zanazzi ci andava fin da bambino. Lassù fra la rete e i cartelloni pubblicitari, dove la pista sembrava precipitare giù da un muro, studiava l’equilibrio degli idoli. Su Milano piovevano le bombe, ma nel novembre 1942 al Vigorelli, ideato dall’architetto tedesco Schumann, c’era Coppi con la sua Legnano, un gioiello del meccanico e telaista Ugo Bianchi, ad attaccare il record dell’ora, che batté: 45,798 chilometri. Trentuno metri in più di quelli percorsi cinque anni prima, sulla stessa pista, dal francese Archambaud. Lo sguardo del campionissimo restò quello malinconico di sempre, ma alla gente aveva regalato una tregua, che è lo spazio della felicità.

Zanazzi ha preso il diploma della strada, perché le gambe giravano forte e l’hanno aiutato a comprendere il mondo. Una questione di talento. Da adolescente ha scoperto la bicicletta, o qualcosa di molto pesante che aveva quella sembianza, da garzone per un fornaio. Trenta lire al mese, la prima paga da fame. A pedalare percepì quel fresco profumo della libertà. Come alla fine dei propri giorni, ceneri al vento, libero come se fossi in bici. Una maglia di lana con i buchi per l’aerazione, le braghe con fondello in pelle di daino per salvare i gioielli di famiglia, le scarpe con un rinforzo in ferro che quando piove si trasforma in una lama e il piede sanguina, una camera d’aria rattoppata.

S’iscrisse al Dopolavoro Corsico, poi al Gruppo sportivo Spallanzani. Debuttò alla Milano-Varese del 1939: centoventi chilometri di corsa, altrettanti per andare e tornare a casa. Spiccò fra gli allievi. In pianura andava forte, in salita non si staccava e in volata era da rispettare. Uno stradista che ben figurava anche sulla pista. Un giorno diverso dagli altri Fausto Coppi gli prestò per una riunione la propria maglia iridata. Con quella addosso in pista si volava. I campioni li riconosci dalla leggerezza della pedalata. Zanazzi lo riconoscevi dalla passione smisurata, dalle borracce trasportate e dalle poche, ma significative, vittorie, che trasmettono la gioia propria dell’insubordinazione.

Lui andava a pane e acqua. Dice di aver provato la simpamina una volta: «Ma dopo cinquanta chilometri invece della carica mi ha fatto venire i crampi. Si vede che il mio sistema nervoso non la tollera. Alla fine del 1952 mi ritiro. Oltre alle pillole iniziano a vedersi anche le iniezioni. Io, che se solo vedo una siringa svengo, non sono adatto».

C’è chi sostiene che per raccontare una storia sia necessaria una sorta di giusta distanza da essa. Marco Pastonesi in Diavolo di un corridore (Italica edizioni, 252 pagine, 15 euro) dona la misura di quanto possa essere prezioso un legame d’amicizia. Accoglie fra le pagine la forza dell’oralità di una vicenda, narrata in prima persona, che è un racconto corale di un’Italia sparita. L’autore non tradisce la propria ammirazione per la figura epica del gregario. Anche quando si è occupato di un fuoriclasse, Marco Pantani, Pastonesi è andato ad ascoltare le voci dei gregari del pirata, come il coro delle tragedie greche. Zanazzi appare un cantastorie che vorremo avere sempre al nostro fianco, quasi a infonderci coraggio.

El Zanass la guerra, che gli è toccata in sorte, l’ha combattuta dalla parte della resistenza all’oppressore. Tesserino finale numero 3590 del CLN rilasciato al patriota Zanazzi Renzo, corpo volontari della libertà, guardia partigiana. La Presidenza del Consiglio dei ministri e la Commissione riconoscimento qualifiche partigiane certificarono il grado di capo squadra dal primo maggio 1944 al trenta settembre ’44 e comandante distaccamento fino al trenta aprile 1945. Raul, il nome di battaglia.

Dopo l’otto settembre lo disse al tenente Gatti, che per non fargli smarrire la sensazione della gamba gli prestava la sua Wolsit, una sottomarca della Legnano: «Con i tedeschi e i fascisti mai». Lo chiamavano disertore. Era un combattente, che in clandestinità prese le armi. La bicicletta restò una compagna fedele: «Un’altra volta mi fanno: “Tu che vai in bicicletta, c’è un comunicato da portare a Moscatelli”, e Moscatelli è un capo comunista, nascosto in Val d’Ossola. Per me fare cento o centocinquanta chilometri è uno scherzo. Ricevo una lettera, chiusa sigillata, l’arrotolo e la inserisco nel canotto della sella, e sulla mia bici da corsa, vestito da corsa, con del pane – c’è solo quello – in tasca, non ricordo neanche se ho la borraccia, prendo e vado. A un certo punto incontro un posto di blocco dei tedeschi: mostro i documenti, lì ho ancora quelli falsi, mi chiedono che faccio, rispondo che vado ad allenarmi, e mi fanno passare». In quegli anni riuscì a correre e vincere una gara importante fra i dilettanti, la Targa d’oro di Legnano. Anche il ciclismo resiste. La giovinezza non sfiorì fra i boschi, ma sulla collinetta di Sant’Alosio, al funerale di Coppi, nella grigia mattinata del 4 gennaio 1960. «Qualche volta lo avremmo anche battuto Fausto. Ma mai più ripreso».

Le memorie asciutte affidate nel tempo da Zanazzi, scomparso il 28 gennaio 2014, a Pastonesi raffigurano un’epoca pionieristica piena di vita e costruiscono una galleria straordinaria di uomini, che hanno scritto la storia popolare del Paese e di una disciplina povera non nell’umanità. Qui non si celebrano né santi, né eroi. Giovannino Corrieri, siciliano di Toscana, era per Gino Bartali il gregario ideale. Sette anni insieme, fino a diventarne l’ombra. Poi però un giorno Giovannino a Renzo confessò che lui, in fondo al cuore, era sempre stato un coppiano.

L’airone aveva due angeli custodi, ai quali affidare, per quel che è possibile, ciò che definiamo segreti. Ettore Milano, oltre al fratello Serse, era l’unico in grado di penetrare nei sentimenti, nelle paure e nelle emozioni del capitano. Sandrino Carrea dalla prigionia di Buchenwald tornò con quaranta chilogrammi in meno, e chissà quale peso sull’anima. Al Tour de France del 1952 indossò il colore giallo, ma «è così gregario che quasi si vergogna di avere sottratto, anche per un solo giorno, la gloria al suo capitano che l’indomani se ne impadronisce sull’Alpe d’Huez». Sandrino riposa nel cimitero di Cassano Spinola, coerente col suo destino, al fianco di un altro campione, Costante Girardengo.

Il talento senza testa di Meo Venturelli colpisce per come scelga di splendere solo nelle proprie giornate di sole. Sconfisse Rik Van Looy in volata, Anquetil a cronometro, Charly Gaul in salita, ma il nuovo Coppi, per sua stessa ammissione, non fu altro che una meteora. Non sapevi dove andare a trovarlo la notte, dopo aver conquistato la maglia rosa. La mattina non si reggeva in piedi. Beccato in flagrante dalla moglie si difese. Disse che l’aveva fatto per l’albergo: «Se le clienti si trovano bene, poi tornano». Luigi Casola, velocista di rango, euforico per un secondo posto al Giro di Lombardia del 1946, tornò a Busto Arsizio e si mise a lanciare dal balcone ai compaesani i bigliettoni guadagnati. Ci pensarono i genitori a correre per recuperarli.

Luigi Malabrocca, il Luisin, non è che andasse piano, ma sfumava dentro alle osterie. Non poteva vincere, allora voleva l’ultimo posto, la maglia nera per sconfiggere la miseria. Ci sono l’Alfonsina, prima e unica donna ad aver mai corso il Giro d’Italia ed Ernesto Colnago, un artigiano artista della bici, inventore nella sua bottega, officina, negozio, in via Garibaldi 10, a Cambiago. Hugo Koblet, il primo non italiano a vincere il Giro, era elegante su e giù dai pedali. Uomo affascinante che anche in corsa teneva un pettine in tasca e non si dimenticava dei gregari: «Grazie Renzo, senza di te avrei perso la maglia e il Giro». In fondo senza il gregario il capitano non sarebbe tale, una faccenda antica quanto il mondo.

Al Tour del 1951 il commissario tecnico Alfredo Binda schierò Coppi, Bartali e Magni. Il quarto moschettiere era Renzo Zanazzi, che imparò a scrutare e decifrare il territorio delle loro espressioni, delle loro facce. Negli anni Venti Eberardo Pavesi, l’Avocatt, dopo essere sceso dalla bicicletta s’era messo a fare il fornaio. Poi la chiamata dalla Bianchi in qualità di direttore sportivo, successivamente quella della Legnano. Lui investì su un giovane corridore toscano, probabilmente il più forte scalatore di sempre, secondo Zanazzi: «Bartali lo scalatore più forte, Coppi il più completo, Magni il più intelligente». Con Bartali Pavesi vinse il Giro del 1936, del ’37 e il Tour del ’38.

L’Avocatt prende poi un altro ragazzo, un piemontese con i numeri. Coppi è meglio averlo con noi, provò così a convincere il Gino. Al Giro del 1940 Bartali iniziò da capitano, per poi cedere sulla strada i gradi al rivale, compagno di squadra, che ventenne diventò il più giovane vincitore della corsa in rosa. Bartali non ne voleva sapere di avere gregari giovani, e dunque senza esperienza, con qualche ambizione da coltivare. Voleva i signor sì. Pavesi, almeno per un biennio, gli fece cambiare idea con i fratelli Zanazzi.

«Due anni alla Legnano sono il più grande errore della mia vita, perché sogno la libertà e vivo in prigionia. «Stammi vicino» mi dice Bartali, «solo tu mi puoi aiutare». E quando mi dà la libertà, vinco», racconta Renzo. Poche storie, doveva sempre stare al servizio del capitano: «Da gregario lavorare per lui è un inferno: all’inizio di ogni tappa fatica a carburare, scivola in fondo al gruppo, ci vuole una santa pazienza e una inesauribile energia per andare a prenderlo e riportarlo davanti, finché finalmente ingrana». Il Giro del 1946 Zanazzi glielo salvò, risolvendo una foratura pericolosa: «Strappo con i denti la sua gomma, strappo con i denti la mia, la monto sulla sua ruota, gli do una spinta e via». Per Bartali occorreva assaltare con rapidità le ghiacciaie delle osterie e dei bar, che conservavano l’acqua fresca. La religione della borraccia, più democratica di una coppa.

Ma chi era Bartali, mito della Nazione, padre della patria? «La verità è che Bartali è un naso schiacciato da pugile e una voce roca da fumatore; è una ragnatela di rughe e un corpo, oggi si direbbe di carbonio; è un corridore sulle montagne, l’unico che riesca a vedere orizzontale anche ciò che è verticale. È un gigante in salita. Si alza sui pedali e si siede, si rialza, se lo segui ti ammazzi. In certe fotografie sembra un Cristo in croce. È religioso, cattolico, vicino al Vaticano. Durante le giornate di riposo bussava in stanza per essere accompagnato alla messa. Era troppo di manica stretta con noi gregari».

Gino sosteneva di avere due amici a Milano, uno dei quali Zanazzi. Amici per un amore in comune, il ciclismo. «Così con Bartali ci si vede, anche dopo, ogni tanto, ma sempre. Un giorno lo incontro alla Mostra del ciclo e del motociclo, a Milano. C’è il poster dello scambio della borraccia con Coppi. E, a tutti, Bartali dice che la borraccia l’ha data lui a Coppi. Aspetto che vada via la gente e poi gli dico che è Coppi che gliel’ha data. E glielo spiego: “Se io, davanti, cerco l’acqua, guardo indietro, ma Coppi non sta guardando, perché sei tu che la vai a prendere”. E lo minaccio: “Non dire bugie, ché vai all’inferno”. E allora Bartali si mette a ridere». A Milano l’anima degli Zanazzi la si tocca nella Bottega in via Solari, civico 40, dove s’impone uno scatto che ritrae Renzo e i Coppi. Nel 1949 la Società ciclistica Fratelli Zanazzi contava il maggior numero di agonisti milanesi.

Coppi era un altro pianeta. Classe, eleganza e leggerezza inarrivabili. Renzo lo ricorda così: «Quel modo di accarezzare i pedali come petali, quel modo di volare come se avesse le ali. È all’avanguardia sugli allenamenti: lavori e distanza, i ritiri d’inverno in riviera. Sull’alimentazione: il primo a introdurre passati di verdure. E sulla farmacia. Una volta siamo nello stesso albergo, la sera busso alla porta, mi dicono di entrare, entro: su un letto c’è il Fausto, sull’altro il Serse, e in mezzo, sul comodino, un piatto con una ventina di pillole di tutti i colori. “Renzo – mi fa Serse – stiamo studiando quale colore prendere domani”». Serse, che strinse una forte amicizia con Zanazzi, lui così diverso dal fratello campione, era l’unico in grado di farlo sorridere. «Io non so dire se Coppi sia per natura triste o infelice, forse è soltanto malinconico. È leggero, alato, lo chiamano l’Airone». Renzo è tornato spesso a Castellania a rendere omaggio ai due amici, a due fratelli.

All’ultima curva, all’ultima stagione, nel 1952 alla Ganna, l’incontro con il Leone delle Fiandre, Fiorenzo Magni. Un campione monastico, metodico, le cui uniche trasgressioni, a memoria di Zanazzi, erano il pane toscano di Altopascio e il bagno caldo con sale e aceto, alla maniera di Girardengo. «Il tipo che non si arrende mai, neanche quando cade, neanche quando quei due volano». E ci strappa un sorriso, rievocando la “società della spinta”, una seggiovia umana di muratori, che al Giro del ’48 sospinse Magni in vetta. Scontò una penalizzazione. Fra i ciclisti di oggi gli piaceva il sardo Aru: «L’ho visto subito che ha una voglia matta. E…». Un pezzo della Vuelta è anche per lei, sciur Renzo.

Nella corsa più importante Zanazzi il dubbio e poi la sconfitta negli occhi dell’avversario li ha visti tre volte. Tre tappe al Giro d’Italia tra il giugno 1946 e il maggio 1947. Una vittoria inattesa, la Milano-Torino del 1947 gli valse la maglia rosa. Bartali gli aveva chiesto di ricucire una fuga, lui li riprese e poi li staccò a otto chilometri dall’epilogo. Anche alla Perugia-Firenze del ’46 i tre toscani della Legnano (Bartali, Bini e Ricci), volevano che lavorasse per un successo di campanile, da festeggiare in casa. Obbedì, ma tirando a testa bassa si congedò dalla compagnia.

«Zanazzi solo al traguardo di Torino», titolò il giornale. Solo l’indomani gli fecero vestire la maglia del leader, consegnata da un operaio della Gazzetta dello Sport, e la tenne per tre giornate. Un dettaglio per un uomo tenace e paziente per forza di cose, che ha saputo osservare l’arte dell’attesa: «Caro Renzo complimenti per la vittoria di Torino e per quella di Firenze – leggiamo nel telegramma del patron Mario Della Torre, giunto in gara al Pavesi – ma adesso devi correre solo per Bartali».

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