Federica Angelini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federica-angelini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 29 Mar 2019 14:44:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Federica Angelini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federica-angelini/ 32 32 Creare è togliere: intervista a Amélie Nothomb https://minimaetmoralia.it/interviste/creare-togliere-intervista-amelie-nothomb/ https://minimaetmoralia.it/interviste/creare-togliere-intervista-amelie-nothomb/#comments Fri, 29 Mar 2019 14:16:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39872 di Matteo Cavezzali

Amélie Nothomb è una donna di poche parole. Scrittrice di culto da milioni di copie vendute in tutto il mondo, vive senza alcuna tecnologia. Non ha cellulare, non ha computer. Farle un'intervista a distanza non è cosa semplice. Le domande vengono stampate, consegnatele a mano, e le risposte arrivano scritte a penna, con una calligrafia elegante e spigolosa. Non sono molti gli autori che usano scrivere i loro libri a mano, lettera dopo lettera, come gli antichi amanuensi, ma anche come ognuno di noi ha imparato a fare a scuola. Con pazienza. Sulla pagina di bianca ogni errore è un segno indelebile, ogni correzione una cicatrice. Forse in questo è debitrice a Giappone, dove è cresciuta, in cui la calligrafia è un'arte al pari della pittura. Con un tratto di penna prendono vita i romanzi di Amélie Nothomb e allo stesso modo ha preso il via la nostra conversazione, che anticipa la sua presenza – per la prima volta a Ravenna – per l'anteprima di ScrittuRa festival/Il Tempo Ritrovato il 29 febbraio alle 10 a Palazzo dei Congressi (la sala della Biblioteca Classense pensata inizialmente si è rivelata non abbastanza capiente viste le moltissime lettere che abbiamo ricevuto di persone che verranno a sentirla da diverse città d'Italia).

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di Matteo Cavezzali

Amélie Nothomb è una donna di poche parole. Scrittrice di culto da milioni di copie vendute in tutto il mondo, vive senza alcuna tecnologia. Non ha cellulare, non ha computer. Farle un’intervista a distanza non è cosa semplice. Le domande vengono stampate, consegnatele a mano, e le risposte arrivano scritte a penna, con una calligrafia elegante e spigolosa. Non sono molti gli autori che usano scrivere i loro libri a mano, lettera dopo lettera, come gli antichi amanuensi, ma anche come ognuno di noi ha imparato a fare a scuola. Con pazienza. Sulla pagina di bianca ogni errore è un segno indelebile, ogni correzione una cicatrice. Forse in questo è debitrice al Giappone, dove è cresciuta, in cui la calligrafia è un’arte al pari della pittura. Con un tratto di penna prendono vita i romanzi di Amélie Nothomb e allo stesso modo ha preso il via la nostra conversazione a partire dal suo ultimo romanzo, I nomi epiceni edito, come sempre, da Voland e tradotto da Isabella Mattazzi.

Nei tuoi romanzi i dialoghi hanno un peso molto rilevante. Sono asciutti e diretti. Cosa sono per te i dialoghi?

«È il momento del combattimento. Costruisco i miei dialoghi come una partita di scacchi».

Che rapporto hanno le tue storie non autobiografiche con la realtà?

«Sono ancora più reali dei miei racconti autobiografici: raccontano la mia vita inconfessabile!».

Da sempre si tiene a distanza dalla tecnologia, senza computer e cellulare. Negli ultimi anni la società si è completamente assuefatta alla tecnologia. Perché ha deciso di tenersene fuori?

«Per indifferenza».

Che difficoltà e che vantaggi ha la sua scelta?

«Difficoltà: quando perdo il treno. Vantaggi: Tutto il resto».

I titoli dei suoi romanzi sono sempre molto evocativi. I nomi epiceni, detti più comunemente nomi misti, possono essere sia maschili che femminili, a cosa si riferisce questo titolo?

«A una doppia vendetta».

L’amore in questo suo libro, come nei precedenti, è al di fuori del concetto tradizionale di “romanticismo”. Crede che il romanticismo sia una menzogna?

«Sì, la figlia reagisce non per il dolore ma per l’odio o il desiderio di uccidere».

C’è molta ironia anche nel parlare del “matrimonio” il più tradizionale e raccontato dei sacramenti, visto dai suoi personaggi come “soluzione a” o “causa dei” propri problemi. Cosa ne pensa?

«Il romanticismo non funziona».

C’è molta ironia anche nel parlare del “matrimonio” il più tradizionale e raccontato dei sacramenti, visto dai suoi personaggi come “soluzione a” o “causa dei” propri problemi. Cosa ne pensa?

«Il matrimonio è la migliore soluzione per risolvere i problemi che non si avrebbero se non si fosse sposati».

I luoghi comuni, che nei suoi libri sovverte, sono però essenziali per suscitare l’ironia verso la normalità dissimulata in cui viviamo. Cosa sono per un’autrice come lei i “luoghi comuni”? Un nemico o una opportunità narrativa?

«Il cliché è il marmo. Quello che scrivo, la scultura: creare è togliere!».

Nostalgia in occidente è malinconia, in Giappone è la felicità di rivivere il passato, come raccontava nel suo precedente romanzo, che rapporto ha con il passato?

«Cerco di diventare una nostalgica giapponese. È molto difficile. Di natura, sono più fitzegeraldiana».

Pubblica un romanzo ogni anno, come è cambiato il suo modo di scrivere rispetto agli esordi?

«Si è notevolmente ripulito».

In questi anni ha trovato una “modalità di lavoro” che si ripete?

«Sì. Sono come una serial killer, ho un modus operandi che si ripete».

Che significato hanno per lei queste routine?

«Si tratta di essere il più efficaci possibili, come Bach».

Da dove inizia una nuova storia?

«Dal distruggerla».

Per sua scelta i suoi libri escono in Francia sempre a fine agosto, c’è anche un momento dell’anno in cui è più propensa ad iniziare la scrittura?

«No. Inizio di continuo».

Quali sono stati i libri più interessanti che ha letto quest’anno?

«Grace di Paul Lynch. Elogio del gatto di Stéphanie Hochet».

Ha passato l’adolescenza in molti paesi: Giappone, Cina, Stati Uniti e Bangladesh. Come ha influito il suo entrare in contatto di modi così diversi di intendere il mondo in una fase di formazione così importante della vita?

«Sì, mi ha reso maniaca della sola cosa stabile della mia vita: la lingua».

Lei è cittadina belga, eppure è arrivata a vivere in Europa quando aveva 17 anni, e ha raccontato di sentirsi estranea e aver avuto difficoltà a reintegrarsi, anche se non aveva difficoltà economiche né linguistiche.  Cosa ne pensa dei migranti che giungono in Europa? Come li vede dagli occhi della sua esperienza?

«Li ammiro tantissimo, non so davvero come facciano».

Si considera più europea (luogo dove vive e di cui è originaria), giapponese (luogo dell’infanzia e della formazione), apolide o cittadina del mondo?

«Cittadina del mondo».

traduzione di Federica Angelini

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La più grande scrittrice francese per ragazzi: intervista a Marie-Aude Murail https://minimaetmoralia.it/interviste/la-piu-grande-scrittrice-francese-per-ragazzi-intervista-a-marie-aude-murail/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-piu-grande-scrittrice-francese-per-ragazzi-intervista-a-marie-aude-murail/#respond Mon, 10 Oct 2016 05:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32233 Questa intervista è apparsa su la Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

Rimini. Minuta, agile, lo sguardo da monello francese marcato da un basco, la Marie-Aude Murail che mi viene incontro nella hall dell’albergo è una tredicenne perfetta, una creatura preadolescenziale, un elfo dall’aria libera e solida che ha scelto di obbedire solo al proprio talento e alle proprie convinzioni.

Invece, secondo l’anagrafe, è una donna di più di sessant’anni: ognuno dei suoi romanzi vende centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo e, come se i premi nazionali e internazionali non fossero bastati ad accreditarla nell’universo degli adulti, ha ricevuto nel suo paese la serissima nomina di Cavaliere della Legione d’Onore. La si potrebbe definire la più importante scrittrice francese per ragazzi, se entrambe non coltivassimo una certa insofferenza per quell’etichetta: «Il fatto è che scrivo perché mi leggano», esordisce appena ci sediamo, «e fra adulti e ragazzi preferisco essere letta dai secondi».

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Questa intervista è apparsa su la Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

Rimini. Minuta, agile, lo sguardo da monello francese marcato da un basco, la Marie-Aude Murail che mi viene incontro nella hall dell’albergo è una tredicenne perfetta, una creatura preadolescenziale, un elfo dall’aria libera e solida che ha scelto di obbedire solo al proprio talento e alle proprie convinzioni.

Invece, secondo l’anagrafe, è una donna di più di sessant’anni: ognuno dei suoi romanzi vende centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo e, come se i premi nazionali e internazionali non fossero bastati ad accreditarla nell’universo degli adulti, ha ricevuto nel suo paese la serissima nomina di Cavaliere della Legione d’Onore. La si potrebbe definire la più importante scrittrice francese per ragazzi, se entrambe non coltivassimo una certa insofferenza per quell’etichetta: «Il fatto è che scrivo perché mi leggano», esordisce appena ci sediamo, «e fra adulti e ragazzi preferisco essere letta dai secondi».

Nella sua letteratura trova preciso compimento l’affermazione di Dino Buzzati secondo cui scrivere per ragazzi è come scrivere per gli adulti, solo più difficile: Murail racconta la morte, la sessualità, i traumi, le bizzarrie e i legami familiari con una delicatezza che non nasconde nulla delle spigolosità delle relazioni umane, e gli adolescenti si riconoscono nei personaggi stralunati e vividi delle sue storie.

Leggendola sembra che su ogni tabù sia possibile esercitare un paradosso, accendere una luce nuova, e anche durante il nostro incontro spiega che non ci sono argomenti vietati, «tutto ciò che si può dire è umano e va detto», e allora serve ogni strumento, serve soprattutto l’ironia, non per aggirare i problemi ma per prendere la vita molto sul serio. «Sa quali sono le due parole più importanti della lingua francese?», spiega, «Amore e umorismo. L’amore può essere intollerabile, l’umorismo aiuta a tollerarlo».

Del resto, l’esergo di Romain Gary scelto per Oh, Boy!, uno dei suoi longseller, recita: “L’ironia è una dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli capita”. I protagonisti di Oh, Boy! sono tre fratelli di cinque, otto e quattordici anni i cui genitori si sono appena suicidati, un argomento che sarebbe difficile affrontare anche per un pubblico di grandi e che lei sa invece sviscerare con inconsueta grazia: si ride sulle sciagure della vita e ci si ferma a riflettere su dettagli che sembravano scivolare via leggeri.

Nel suo ultimo romanzo tradotto in Italia, 3000 modi per dire ti amo, i protagonisti sono tre amici adolescenti che si ritrovano dopo le medie e imparano a scottarsi mentre si innamorano. Proprio così: non a mettersi al riparo dalle emozioni, che sarebbe un gioco facile e alienante, ma piuttosto a sentire le ustioni dei sentimenti su di sé, provare a lenirle e qualunque sia l’esito sopravvivere lo stesso («I giovani lettori non vogliono essere protetti, servono l’onestà di non nascondere le cose e la volontà di lasciare un po’ di speranza», dice: vale per la morte, vale per l’amore). Chloé, Bastien e Neville si incontrano là dove l’imbarazzo può diventare un mestiere: in teatro. È sul palcoscenico che si rovista nella propria vergogna e in cambio si ricevono applausi, perciò i tre ragazzi mettono in gioco tutto e scoprono come dire quel tutto in prima persona, attraverso le parole dei grandi autori da Shakespeare a Blaise Cendrars.

Sono ossessionati dal teatro perché seguono una vocazione, come tutti i personaggi di Murail: Nodi al pettine raccontava un ragazzo deciso a fare il parrucchiere, Cécile una giovane maestra convinta di fare la rivoluzione insegnando, e Gesù, come un romanzo addirittura la vocazione del Messia. Quest’ultimo, tradotto non da Federica Angelini per i tipi di Giunti come la maggior parte ma da Sara Saorin per CameloZampa (che a metà ottobre pubblicherà anche il racconto Natale su tutti i piani), in apparenza è il più anomalo fra i suoi libri, un vangelo ripercorso all’indietro attraverso la voce di un Simon Pietro smarrito, rimasto solo dopo la crocifissione del maestro. In realtà è organico alla letteratura a cui la scrittrice ci ha abituati: il personaggio di Gesù, con i suoi miracoli e le sue eccentricità, non è molto più strano della protagonista di un altro romanzo, Miss Charity, una ragazzina dell’Ottocento che in solitudine si diverte ad allevare sorci e costruire mondi fantastici. È un libro breve, umano e spirituale insieme, perché, spiega Murail, le è venuto fuori quando è morta sua madre e lei sentiva di poter fare appello solo a una storia essenziale, alla precisione di certe parole bibliche.

Miss Charity è dedicato a Jane Austen, Picnic al cimitero e altre stranezze racconta la vita di Charles Dickens: tra protagonisti orfani e storie di formazione sentimentale, questa narratrice dalla lingua fresca e pungente non nasconde un debito verso il romanzo ottocentesco. «La letteratura spesso viene venduta come il cimitero dei morti, invece è il nutrimento dei vivi», insiste, e ascoltandola penso che per invogliare i ragazzi a leggere classici si potrebbe cominciare regalando loro i suoi libri, i libri di un’autrice che sa esattamente come situarsi fra tradizione e modernità.

Da Dickens e dalla Austen, Murail ha ereditato la capacità di scavare dentro i rapporti familiari dove gelosia, amore, noia, entusiasmo, devozione e tradimento esistono tutti insieme: «In famiglia si impara la complessità dei sentimenti, e l’antidoto alla violenza, crescendo, è proprio l’accettazione della complessità». Aggiunge che leggere significa mettersi tra parentesi, e dentro quelle parentesi si può imparare a vivere: «Quando ero piccola ho letto Roald Dahl e sono stata così felice che ho pensato che avrei amato tutti i libri del mondo, non solo i suoi».

Certo, non tutti i bambini hanno a disposizione la biblioteca e le abitudini in mezzo a cui è cresciuta lei: madre giornalista, padre poeta, un fratello e una sorella narratori anche loro. Con una famiglia del genere la vera stranezza, per la piccola Marie-Aude, sarebbe stata non scrivere affatto, oppure, come poi è successo, esagerare, strafare, pubblicare novanta libri e un centinaio di racconti. Nell’epoca della distrazione, come fa a mantenere questo ritmo di lavoro pre-tecnologico? «Non ho Facebook, c’è una pagina a mio nome ma la gestisce mio marito». Ovvio: dietro ogni grande donna c’è un uomo che le gestisce gli account. E chat e messaggi? «Li uso per comunicare con la mia famiglia ma cerco di non distrarmi, di non fare le cose tutte insieme e soprattutto di non interrompermi: se ci sembra di guadagnare tempo in realtà lo perdiamo, perché poi ne serve altro per riprendere il filo e ricominciare da dove eravamo rimasti». È una saggia verità, immagino che per praticarla serva come minimo un portatile senza connessione. «Scrivo a penna, sempre, ovunque, ogni giorno, accendo il computer solo per dettare il testo finito, poi intervengo quando le mie parole vengono storpiate perché il programma non le capisce bene: correggere una macchina è la mia seconda stesura».

A dimostrazione che è tutto vero, Murail apre una borsa e tira fuori quaderni colorati, cartelle piene di fogli e appunti che si porta dietro in ogni viaggio. C’è anche un piccolo album portafoto e, quando lo apre per mostrarmele, è elegante, antico e naturale quel suo gesto di sfogliare le immagini senza passare le dita su uno schermo. Uno scatto la ritrae in Italia qualche anno fa, nel corso di una passata edizione di “Mare di libri”, festival riminese in cui gli adolescenti sono parte attiva nella scelta degli ospiti e nell’organizzazione degli incontri.

Chiedo se pensa a lettori di un’età specifica quando inizia a scrivere, o se solo a lavoro finito si rende conto del pubblico a cui gli editori indirizzeranno la sua nuova storia. Risponde con una consapevolezza che viene da lontano, tirando fuori, per ultimo, un quaderno-libro scritto quando aveva tredici anni, con tanto di logo dell’immaginaria casa editrice e suddivisione dei racconti per fasce di età degli altrettanto immaginari lettori. Una ragazzina dalla fantasia incontrollata e, insieme, dal consapevole controllo dei meccanismi editoriali. Quel finto libro faceva parte di una collana da lei ideata: pensava di avere buttato tutto ma la sorella di nascosto salvò quell’unico esemplare, per poi farle il regalo di renderglielo anni dopo.

Ora Murail se lo porta dietro come un talismano mentre gira il mondo per incontrare i lettori, quasi tutti coetanei di quella se stessa ragazzina; loro le raccontano che con i suoi libri si sono emozionati, hanno pianto, riso, a volte persino sciolto problemi. Non si stanca mai di ascoltare le vite di chi la legge? Mi guarda stupita, da un altro pianeta: «Semplicemente, non potrei fare altrimenti».

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