Federica Santoro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federica-santoro/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:41:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Federica Santoro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federica-santoro/ 32 32 La bellezza esorbitante di “Diario del tempo” di Lucia Calamaro https://minimaetmoralia.it/teatro/luciacalamaro/ https://minimaetmoralia.it/teatro/luciacalamaro/#comments Thu, 23 Oct 2014 15:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24010 di Christian Raimo Stasera, giovedì 23 ottobre, c’è la prima al Teatro Parenti di Milano di Diario del tempo, uno spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro, che è anche una delle interpreti insieme a Federica Santoro e Roberto Rustioni, e che qualcuno – credo molto pochi tra quelli che non frequentano il teatro e […]

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di Christian Raimo

Stasera, giovedì 23 ottobre, c’è la prima al Teatro Parenti di Milano di Diario del tempo, uno spettacolo scritto e diretto da Lucia Calamaro, che è anche una delle interpreti insieme a Federica Santoro e Roberto Rustioni, e che qualcuno – credo molto pochi tra quelli che non frequentano il teatro e soprattutto la drammaturgia contemporanea – conosce perché ha vinto tre premi UBU due anni fa con L’origine del mondo. Prima di Milano Diario del tempo ha debuttato al Teatro India a Roma, dove è stato in scena dal 7 ottobre al 19: dodici repliche, che hanno avuto una media di spettatori bassa – certe sere anche soltanto 30 spettatori – e hanno collezionato poche critiche, peraltro medie, cattive e molto cattive.
Quello che probabilmente accadrà anche a Milano è che andranno a vedere questo spettacolo un po’ di addetti ai lavori e qualche spettatore curioso, si divertiranno e forse faranno un po’ di passaparola, e il nome di Lucia Calamaro rimarrà un nome di culto per amanti dei testi cerebrali pieni di paradossi.
Il problema è che Lucia Calamaro è un genio. Se è difficile riconoscere la bravura di qualcuno contemporaneo a noi, ancora più difficile è ammetterlo e motivarne le ragioni; ma è vero anche che di geni non ce ne sono molti, o – quantomeno – ognuno per onestà intellettuale dovrebbe essere disposto a nominarne non più di tre o quattro tra i suoi contemporanei italiani. Chi è per noi un genio, artisticamente parlando, in Italia – un genio e non un talento, nella perfetta accezione evocata da Carmelo Bene? Beh, per me per esempio Antonio Rezza è un genio, Franco Maresco è un genio, forse Gipi è un genio, chi altro? Michele Mari? Romeo Castellucci? Corrado Guzzanti? Giovanni Lindo Ferretti? Leo Bassi? Maurizio Milani? Sto nominando tutti uomini? Sono di parte? È difficile dirlo, ma certo Amelia Rosselli era un genio, Cristina Campo lo era, o gente come Demetrio Stratos, Andrea Pazienza, Enzo Jannacci… Ho conosciuto scrittori, registi, autori bravissimi, talentuosissimi, ma geni – ovviamente – pochi, proprio perché la genialità ha in sé un eccesso di grazia e in questo eccesso può mostrare molti difetti, alle volte moltissimi, non potendo il genio – in definitiva – emendarli più di tanto.
Lucia Calamaro – me rendo conto quanto sia azzardato, forse addirittura tanto apodittico da essere autoconfutatorio questo giudizio – ha tutte le caratteristiche per essere un genio per quanto mi riguarda. Una sregolatezza, una dismisura che applica al suo lavoro che rende i suoi testi e e le sue messe in scene sempre esorbitanti. A partire da Tumore, lo spettacolo del 2007, che raccontava in maniera straziante e al tempo stesso grottesca, e iperempatica e al tempo stesso meta-teatrale, la malattia e la morte per tumore di una ragazza, ho pensato che la lingua di Calamaro fosse tra le poche in grado oggi di restituire la densità del discorso contemporaneo: la sua frantumatezza, il suo endemico guasto, la sua contradditorietà, la sua strutturale involuzione, il suo diventare monologo, pulsione corporea prima che relazione. In Diario del tempo, tutto questo lavoro sulla lingua raggiunge un virtuosismo che per me è un modello apicale: un teatro di parola così alto l’ho visto soltanto forse negli spettacoli su Testori dei Magazzini Criminali. Prendete un pezzo degli ultimi minuti della prima parte (Diario del tempo è diviso in due parti): Federica (Federica Santoro) sta parlando con Roberto (Roberto Rustioni) e a un certo punto si estrania e fa una sorta di monologo interiore a voce alta:

E sebbene lui parli lentamente, con chiari intenti pedagogici, io non lo ascolto già più. Alla terza frase la mia attenzione si evapora. È sempre stato così: per le cose concrete non ho testa, non seguo, non capisco proprio, qualcosa in me si ottunde, chiude, e se ne va. Ma questo sentimento di non assimilazione del dato, concreto e non, ultimamente non è solo rispetto alle cose. È un po’ un sentimento generale, diffuso, onnipresente. In tutta onestà, “ultimamente” qui non è l’avverbio più sincero; direi che “di nuovo”, o “ancora una volta” una grossa parte di me si è congedata da se stessa.  Quello che mi resta, poi va avanti in automatico, vuoi a colpi di sistema rettiliano (per l’istinto, quello ancora risponde), vuoi a epifanie del limbico (per l’affettività, che ahimè come la serenità, la vanità, la moralità e quasi tutte le parole che finiscono in ità, inclusa elettricità, mi sembrano rispondere a movimenti incontrollabili, a leggi a me misteriose). L’intera dimensione neocorticale sciopera da mesi. Niente non mi si attiva. Forse il primo barlume di riattivazione è questo sentimento distruttivo verso una semi pratica artistico-professionale che mi è capitato di frequentare assiduamente nel tempo, con intenti illusori di trasformarla in mestiere, e che comincio seriamente a considerare un suicidio psicologico destabilizzante, frustante, prosciugante.  In effetti la riapparizione dello spirito, sebbene critico, potrebbe essere un buon segno, ma ho imparato a non fidarmi.  Davanti a me c’è un formulario che devo riempire da un paio di mesi e che non sto riempiendo. Dopo compilato e firmato, lo dovrei spedire. Poi dovrebbe tornare indietro rispedito dal mittente. Questo significherebbe che ho preso un impegno lavorativo con il suddetto mittente. Ma solo l’idea di impegnarmi con qualcuno mi affatica. Per non parlare lo stato d’ansia in cui mi piomba la prospettiva di riempire un formulario, di qualunque natura essa sia. Panico di sbagliare casella, di rispondere dove non dovrei, di dovere cancellare e che tutti si accorgano della cancellature, del disordine me è tale che mi assale in questi frangenti. Perché mi fanno sentire incapace e non; è un bel sentire. I formulari, quintessenza dell’armonia amministrativa, a me fanno un effetto contrario, mi buttano nel caos.

Che tipo di scrittura teatrale è questa? È una lingua che ha masticato Bernhard, Koltes, Beckett e Pinter, e insieme a loro ha fatto un’indigestione delle formule di autoriflessione novecentesca, dalla psicanalisi al postmoderno, per arrivare a cosa? A venirne schiantata, atterrata. Ma non per questo, i testi di Calamaro sono retroflessi, nostalgici, derivativi. La velocità della verbigerazione se la può battere ad armi pari con quella di una sitcom inglese di ultima generazione, o alla sceneggiatura di un film di Sorkin. Qualche critico dà del lavoro di Calamaro una lettura sociologica – in Diario del tempo si parla del precariato, di una condizione di disagio psichico diffuso – ma se c’è qualcosa che non si può dire di Diario del tempo è che sia attuale: i tre attori aspirano a una condizione di inattualità con una pervicacia titanica e ridicola, che è sempre una caricatura ma anche un’evocazione, un’aspirazione fallimentare a un’eternità, o almeno a un feticcio di metafisica. Guardate questa scena, e dite se non vi sembra la versione estenuata di Giorni felici:

E riconoscete anche qual è il lavoro che chiede agli attori Lucia Calamaro: in questo caso, come anche in Tumore, in Magick, nell’Origine del mondo, assistiamo a performance da atleti della parola. Federica Santoro e Roberto Rustioni danno vita a un’esecuzione linguistica che da sola riempie lo spazio scenico. Entrambi in molti casi, non sono altro che automi: compiono azioni robotiche, sono imballati, e parlano come se la loro scheda linguistica fosse andata in corto circuito. È questa la condizione antropica contemporanea: un’entropia emotiva, pratica, linguistica, per la quale ogni tipo di gesto ricorda quelli di un clown. Lucia Calamaro, come un’auruspice, l’ha capito. Se volete partecipare a questo rito, andate – almeno – a vederla.

 

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Il tempo interno e la precarietà del mondo. La nuova produzione di Lucia Calamaro https://minimaetmoralia.it/teatro/diario-del-tempo-lucia-calamaro/ https://minimaetmoralia.it/teatro/diario-del-tempo-lucia-calamaro/#comments Wed, 26 Mar 2014 10:55:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19550 (La foto è di Ilaria Scarpa)

L’ambizione di Lucia Calamaro, è ormai chiaro, è quella di scrivere un romanzo teatrale. Ovvero un oggetto scenico che riesca a contenere dentro di sé il debordare dei flussi narrativi e dello scandaglio interiore che solo la lingua del romanzo ha il respiro sufficiente per contenere e assecondare. Mentre il teatro, che deve fare i conti con il tempo – quello che i teatranti chiedono agli spettatori assieme alla loro attenzione –, e dunque con il ritmo come elemento di fascinazione, solitamente non ha il respiro necessario. Almeno è ciò che generalmente si pensa. Lucia Calamaro è riuscita a incrinare questa convinzione con il suo precedente spettacolo, «L’origine del mondo», vincitore di tre premi Ubu, che è al contempo uno spettacolo colto e popolare, letterario e intimamente teatrale. Ci riprova con la sua nuova produzione, «Diario del tempo», che sta muovendo i suoi primi passi in una mini-tournée umbra tra Spoleto, Gubbio, Amelia, Città di Castello (essendo sostenuto dal Teatro stabile regionale). E stavolta, alla sua prima uscita, il tentativo sembra ancora più radicale.

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(Fonte immagine)

L’ambizione di Lucia Calamaro, è ormai chiaro, è quella di scrivere un romanzo teatrale. Ovvero un oggetto scenico che riesca a contenere dentro di sé il debordare dei flussi narrativi e dello scandaglio interiore che solo la lingua del romanzo ha il respiro sufficiente per contenere e assecondare. Mentre il teatro, che deve fare i conti con il tempo – quello che i teatranti chiedono agli spettatori assieme alla loro attenzione –, e dunque con il ritmo come elemento di fascinazione, solitamente non ha il respiro necessario. Almeno è ciò che generalmente si pensa. Lucia Calamaro è riuscita a incrinare questa convinzione con il suo precedente spettacolo, «L’origine del mondo», vincitore di tre premi Ubu, che è al contempo uno spettacolo colto e popolare, letterario e intimamente teatrale. Ci riprova con la sua nuova produzione, «Diario del tempo», che sta muovendo i suoi primi passi in una mini-tournée umbra tra Spoleto, Gubbio, Amelia, Città di Castello (essendo sostenuto dal Teatro stabile regionale). E stavolta, alla sua prima uscita, il tentativo sembra ancora più radicale.

Faccio una premessa: questa non è una recensione. Quello di Lucia Calamaro è un lavoro che cambia forma diverse volte prima di abitarne adeguata, e al momento è alla sua prima uscita – che contra già oltre due ore di spettacolo in due atti più un’altra ora di materiale al momento “scartato”, perché ne sarebbe uscito fuori qualcosa di troppo debordante per questo mini-tour di provincia. Si tratta piuttosto un racconto, una riflessione a margine di uno spettacolo che si va componendo e di una scrittura che invece – nonostante il working progress – è già definita e si presenta oggi come una delle più interessanti dell’intero panorama drammaturgico italiano.

«Diario del tempo» mette in parallelo due appartamenti e quattro figure che li abitano. Quattro storie differenti eppure attraversate da una medesima ossessione: Federica Santoro è una donna inoccupata che non sa nemmeno compilare un formulario o un bando di lavoro senza dare in escandescenze; Roberto Rustioni è un uomo che si è visto ridurre il lavoro da full a part-time e lavora da casa; Davide Grillo è a sua volta senza occupazione fissa e per questo divide la stanza addirittura con la zia, Daniela Piperno, anch’essa evidentemente senza sostanze. Il loro è un precariato esistenziale che li spinge a rapporti paradossali: vivere con la zia in una medesima stanza in affitto, intrecciare una relazione amicale (tra Federica e Roberto) che espelle le responsabilità di quelle sentimentali ma ne ricalca alla fin fine le nevrosi. L’unico possibile antidoto, incarnato dai vari oggetti che abitano una scena altrimenti spoglia, è l’attività fisica: lo sport, visto come una panacea ma inseguito senza una reale convinzione. Ecco allora alternarsi il tapis roulant, le scarpe per corsa e persino un materasso gonfiabile che dovrebbe ricordare il nuoto ma finisce per essere l’approdo per un corpo inerme. Perché lo scatto di reni che dovrebbe far uscire in modo rapido i quattro personaggi dalla loro logorrea e dalle continue ossessioni è un’utopia che è solo in grado si spostare un po’ più in là l’orizzonte del problema.

Questo di Lucia Calamaro è uno spettacolo sull’immobilità. È un corpo a corpo ravvicinato con una condizione esistenziale apparentemente senza via d’uscita, che l’autrice e regista dipana senza mediazioni. Non c’è uno sviluppo drammatico, né quegli addentellati immediatamente comici che hanno fatto il successo di «Origine». Qui il tentativo è quello di immergere lo spettatore in quella stessa condizione vischiosa in cui si trovano i personaggi. I flussi di parole sono fiumi in piena che disegnano una stasi e chiamano a raccolta la memoria interiore di chi guarda. Perché il “tempo” cui fa riferimento il titolo è un tempo interno, che non coincide necessariamente con ciò che avviene al di fuori – la vita, lo sport, la noia, il dibattito intellettuale – che scorre secondo logiche proprie.

Nonostante ciò, «Diario del tempo» potrebbe facilmente essere letto come uno spettacolo “politico”, al di là delle intenzioni dell’autrice (e anzi, probabilmente lo sarà). Ma non tanto perché i suoi protagonisti sono precari nella vita lavorativa e negli affetti, condannati per di più a una precarietà abitativa. Lucia Calamaro, nell’affrescare questa sua “epopea quotidiana”, non ha affatto cercato una lettura sociologica o una chiave politica. Tutt’altro: il suo sguardo è ancora più radicalmente rivolto verso l’interno. E tuttavia proprio per questo coglie un nesso importantissimo dei nostri tempi, non teorizzandolo ma facendolo emergere da questo scandagliare insistente. Si tratta della metamorfosi intima che subiscono le relazioni umane una volta che saltano i punti di riferimento, una volta cioè che per trovare la propria forma non possono disporre di altro che della propria coscienza. Una metamorfosi che si colloca oltre le anomie sociali perché racconta la tensione intima che scorre sotterranea alle nostre esistenze – anche, chiaramente, in virtù di come riescono o non riescono ad affermarsi nel mondo. E la cosa più interessante sta nel fatto che nei (molto divertenti) scoppi d’ira e nelle iperboli del testo non c’è l’apice del dramma: le quattro esistenze si snocciolano sul palco attraversate da disagio costante, meglio, da una “scomodità esistenziale”, ma anche dalla placida accettazione del quotidiano. È un urlo senza volontà di potenza.

A sostenere la scrittura geniale e debordante di Lucia Calamaro, e dunque a rendere possibile l’alchimia di «Diario del Tempo», c’è la recitazione di grande livello e di grande tenuta dei quattro attori – di cui per la prima volta due uomini, da quando il lavoro della drammaturga romana è esploso a livello nazionale – tra cui spicca l’energia magnetica e trascinante di Federica Santoro, nuova attrice-feticcio che dopo il ciclo di «Origine» segna in modo già indelebile questo ciclo (tali sono gli spettacoli fiume di Lucia Calamaro) appena cominciato.

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Il teatro di Lucia Calamaro https://minimaetmoralia.it/teatro/lucia-calamaro-lorigine-del-mondo/ https://minimaetmoralia.it/teatro/lucia-calamaro-lorigine-del-mondo/#respond Tue, 13 Aug 2013 06:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15229 Questo pezzo è uscito su Orwell.

I presupposti c’erano tutti. Ritorno alla parola, artigianalità della scenografia, perfino la scelta di toccare un argomento che sui palchi contemporanei è più che tabù: la psicologia e addirittura la psicanalisi. Insomma, il teatro di Lucia Calamaro ce le aveva tutte, ma proprio tutte per essere considerato un oggetto fuori tempo massimo. E invece si è attestato, e giustamente, come una delle realtà più interessanti della scena teatrale contemporanea. Sancito con l’assegnazione di ben tre Premi Ubu, il riconoscimento più prestigioso del teatro italiano: miglior novità drammaturgica alla stessa Calamaro per la quadrilogia «L’Origine del mondo. Ritratto di un interno»; miglior attrice protagonista a Daria Deflorian (anche per lo spettacolo «Reality») e miglior attrice non protagonista a Federica Santoro. Un en plein, quindi, e per nulla scontato: perché Lucia Calamaro proviene da quel circuito di compagnie indipendenti romane che per anni hanno provato in sale occupate, senza altro sostegno se non quello della rete di artisti che ruota attorno al mondo del cosiddetto teatro di innovazione.

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

I presupposti c’erano tutti. Ritorno alla parola, artigianalità della scenografia, perfino la scelta di toccare un argomento che sui palchi contemporanei è più che tabù: la psicologia e addirittura la psicanalisi. Insomma, il teatro di Lucia Calamaro ce le aveva tutte, ma proprio tutte per essere considerato un oggetto fuori tempo massimo. E invece si è attestato, e giustamente, come una delle realtà più interessanti della scena teatrale contemporanea. Sancito con l’assegnazione di ben tre Premi Ubu, il riconoscimento più prestigioso del teatro italiano: miglior novità drammaturgica alla stessa Calamaro per la quadrilogia «L’Origine del mondo. Ritratto di un interno»; miglior attrice protagonista a Daria Deflorian (anche per lo spettacolo «Reality») e miglior attrice non protagonista a Federica Santoro. Un en plein, quindi, e per nulla scontato: perché Lucia Calamaro proviene da quel circuito di compagnie indipendenti romane che per anni hanno provato in sale occupate, senza altro sostegno se non quello della rete di artisti che ruota attorno al mondo del cosiddetto teatro di innovazione.

Un caso? Non proprio. È da quel contesto che nell’ultimo decennio sono uscite le cose più interessanti – anche se in Italia il teatro è sempre un fatto marginale e si fatica, nelle grandi piazze culturali, a capire cosa di nuovo bolle in pentola. E il teatro di Lucia Calamaro è qualcosa di “nuovo”, ma attenzione: non per “innovazione”, ma per “difformità”. Proprio quando il concetto di “nuovo” mostrava la corda – che altri schemi e codici rompere, dopo che tutto il Novecento non è stato altro che un susseguirsi di pretese rotture e innovazioni? – è proprio dall’area della cosiddetta “ricerca” che è uscita l’istanza di raccogliere tutti i frammenti delle tante “rotture”, per riassemblarli in una lingua che torni ad essere in grado di parlare.

E la lingua, nel caso di Lucia Calamaro, è un aspetto basilare. Una lingua che nasce in prova, sulle assi del palcoscenico per così dire, cucita addosso agli attori; ma che, allo stesso tempo, non è la lingua scarna delle sceneggiature. È una lingua autoriale, fluviale a tratti, che ricuce finalmente lo strappo che si era creato in Italia tra letteratura e teatro. Non a caso alla sua scrittura è stato dedicato un volume in lavorazione, che uscirà all’inizio del 2013, curato dal critico del Sole 24 Ore Renato Palazzi. «Il ritorno della madre». Lo sta pubblicando Editoria&Spettacolo (nella collana curata da Paolo Ruffini, Spaesamenti) e raccoglie, oltre alla quadrilogia, i due testi precedenti: «Tumore. Uno spettacolo desolato» e «Autobiografia della vergogna. Magick». Visti tutti i fila, i tre lavoro si strutturano come una lunga digressione autobiografica – altro tabù della scena – anche se c’è uno scarto sostanziale tra il lavoro di Lucia Calamaro e l’auto-fiction che è invece ormai un genere assodato in letteratura. Perché le vicende biografiche sono solo l’ambientazione, il pozzo dove l’autrice romana pesca per portare a galla il borbottio dei pensieri, il loro vagare fluido e contraddittorio, che è il vero centro della sua scrittura. E che è sì personale, ma non necessariamente biografico.

Un flusso di coscienza che innesta dubbi ancestrali su preoccupazioni pratiche, tentativi di speculazione filosofica con piccole idiosincrasie del quotidiano. Così può capitare di parlare del caos e del senso della vita mentre si infila il naso nel frigorifero di casa, alla ricerca di qualcosa da mangiar per placare un languorino; o discutere della morte mentre si bada al gorgoglio del caffè che fuoriesce dalla moka. Perché la sua è una lingua che prosegue a cerchi concentrici, dove le onde dell’attenzione si sovrappongono – il banale, l’irritazione ingiustificata, la riflessione più elevata. Tutto si mescola, con un’inevitabile effetto comico, che è poi un altro del teatro dell’autrice romana, in bilico tra una ironia e iperrealtà. Un’iperrealtà tutta interiore, mentale, che fa piazza pulita dei simbolismi per andare a fondo alle proprie piccole e grandi nevrosi, pulsioni, idiosincrasie.

L’unico modo di cogliere il tratto personalissimo della lingua di Lucia Calamaro, tuttavia, resta quello di vederla a teatro. Perché è intimamente connessa alla recitazione, su cui la regista cuce con sapienza le sue parole. Una recitazione informale e non monumentale, che è uno dei filoni più interessanti del teatro odierno, ma che resta comunque fortemente interpretativa, senza scivolare cioè nei territori viscosi della performance. E questa scelta ben si adatta a una scrittura che procede esplodendo e riabbassandosi senza sosta, ma senza mai interrompere il flusso del ragionamento, come una corrente elettrica continua che cambia soltanto d’intensità. Le voci interiori dei personaggi si sovrappongo a quelle esteriori semplicemente cambiando intonazione, creando una “stanza sonora” dove la coscienza, l’inconscio e il pensiero involontario sono contemporaneamente udibili, spesso slittando di piano l’uno verso l’altro fino a sovrapporsi, compenetrarsi, per poi riprendere il proprio binario.

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Perdutamente al Teatro India https://minimaetmoralia.it/teatro/perdutamente-teatro-india/ https://minimaetmoralia.it/teatro/perdutamente-teatro-india/#respond Thu, 06 Dec 2012 14:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11904 Perdutamente: dal 3 al 21 dicembre 2012 al Teatro India, Roma

Comunicato stampa

Giugno 2012: il direttore di Teatro di Roma Gabriele Lavia invita diciotto compagnie romane ad una factory, un cantiere nel cantiere al Teatro India, e a un percorso di lavoro intorno al tema della Perdita.

Ottobre 2012: il Teatro India è il Teatro India. È semplicemente ciò per cui sembra essere stato pensato, spazialmente e artisticamente: un luogo aperto al lavoro d'immaginazione e sperimentazione delle diverse forme di spettacolo dal vivo.

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Perdutamente: dal 3 al 21 dicembre 2012 al Teatro India, Roma

Comunicato stampa

Giugno 2012: il direttore di Teatro di Roma Gabriele Lavia invita diciotto compagnie romane ad una factory, un cantiere nel cantiere al Teatro India, e a un percorso di lavoro intorno al tema della Perdita.

Ottobre 2012: il Teatro India è il Teatro India. È semplicemente ciò per cui sembra essere stato pensato, spazialmente e artisticamente: un luogo aperto al lavoro d’immaginazione e sperimentazione delle diverse forme di spettacolo dal vivo.

Dal 3 al 21 dicembre: il Teatro si apre ulteriormente, per farsi attraversare da un pubblico che venga non solo ad assistere ma a prendere parte ad un dialogo. Una comunità in cui si confonde chi fa e chi riceve. Fiancheggiatori e complici. Tutti visitatori/abitatori di un paesaggio, di uno sguardo.

Diciannove giorni in cui teatro India, il foyer, le sale, i corridoi, sono articolati e disarticolati a seconda dei formati: appunti, prove aperte, studi, istantanee, conferenze-spettacolo, incontri, performance, interventi teatrali e di danza, installazioni permanenti.

La geografia delle giornate è disegnata come un camminamento orizzontale e verticale continuo e consistente: alcuni accadimenti sono quotidiani e attraversano tutto il programma; altri seguono le giornate nella loro intera durata; altri ancora marcano il programma, con ciclicità settimanale; altri sono eventi unici.

Del contenuto abbiamo fatto una forma: perdere qualcosa è un buon modo di raccontare la perdita. Qui, in questi mesi, abbiamo sperimentato diversi gradi di separazione dalle proprie specificità, dai ritmi individuali e dal proprio ‘galateo’. Quando l’ideale si fa fuori e la contingenza preme, le cose non emergono da fonti misteriose, ma si lasciano modellare nell’attualità dell’incidente e del tentativo. C’è qualcosa della resa, e anche dell’inizio. I cibernetici avevano ragione: “si può costruire una mente partendo da tante piccole parti tutte sprovviste di mente”.

Si tratta di una visita ad un luogo, dove gli oggetti di creazione sono il tempo e lo spazio della creazione stessa. Siamo tutti nel paesaggio.

Le 18 compagnie

Accademia degli Artefatti | Andrea Baracco | lacasadargilla/Lisa Ferlazzo Natoli | Compagnia Andrea Cosentino | Compagnia Biancofango | Daniele Timpano/Elvira Frosini | Daria Deflorian/Antonio Tagliarini | Diana Arbib. Luca Brinchi. Roberta Zanardo/Santasangre | Fattore K/Federica Santoro. Luca Tilli | Fortebraccio Teatro | Lucia Calamaro | MK | Muta Imago | Opera | PsicopompoTeatro | teatrodelleapparizioni | Tony Clifton Circus | Veronica Cruciani

Programma dal 6 al 9 dicembre 2012

giovedì 6 dicembre

18.00 > 19.00 | durata dai 5 ai 60 minuti | sala
Sopralluogo n. X / progetto NOLLYWOOD Accademia degli Artefatti| Ritratto di : Roberta Zanardo e Luca Brinchi (Santasangre)

19.00 e 23.00 | durata 30 minuti | sala
Eco
Opera

19.30 > 22.30 | sala
Non raccontate mai niente a nessuno. Finirete per sentire la mancanza di tutti
_La perdita della memoria
conferenze/spettacolo a cura di Veronica Cruciani e Christian Raimo
con Michele Santeramo, mk, Accademia degli Artefatti, Alessandro Portelli, Lorenzo Pavolini

20.00 > 21.00 | altri spazi
Clima
mk

21.00 > 24.00 incursioni | altri spazi
Zombitudine
Elvira Frosini / Daniele Timpano

21.30 > 22.00 | altri spazi
Courtesy
mk

22.30 > 22.50 | altri spazi
Bangalore
mk& guest Lisa Ferlazzo Natoli (lacasadargilla) e Luca Brinchi (Santasangre)

*

venerdì 7 dicembre 

10.00 > 11.00 | sala
Moby Dick
teatrodelleapparizioni

19.00 > 20.00 | durata dai 5 ai 60 minuti | sala
Sopralluogo n. X / progetto NOLLYWOOD
Accademia degli Artefatti | Ritratto di: Federica Santoro

20.00 > 21.00 | altri spazi
Clima
mk

20.30 e 22.30 |durata 30 minuti | sala
Eco
Opera

21.00 > 22.00 | sala
Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni
Deflorian/Tagliarini & Monica Piseddu

22.00 > 22.30 | altri spazi
Courtesy
mk

*

sabato 8 dicembre

17.00 > 18.00 | sala
Moby Dick
teatrodelleapparizioni

19.00 > 20.00 | durata dai 5 ai 60 minuti | sala
Sopralluogo n. X / progetto NOLLYWOOD
Accademia degli Artefatti | Ritratto di : Andrea Baracco

20.00 > 21.00 | altri spazi
Clima
mk

20.00 > 23.30 | incursioni | altri spazi
Zombitudine
Elvira Frosini / Daniele Timpano

20.30 | durata 1 ora | sala
Eco
Opera

21.00 > 21.30 | altri spazi
Courtesy
mk

21.30 > 23.00 | sala
Seppure voleste colpire
Fortebraccio Teatro

*

domenica 9 dicembre

17.00 > 18.00 | sala
Moby Dick
teatrodelleapparizioni

18.00 > 19.30 | altri spazi
ACTOR STADIO peripezie dell’attore nel gelo contemporaneo
Francesca Macrì, Andrea Trapani (Biancofango); Federica Santoro (Fattore K); Andrea Baracco; Manuela Cherubini, Luisa Merloni (Psicopompo Teatro); Marta Bichisao, Vincenzo Schino (Opera); Diana Arbib (Santasangre); Daniele Timpano/ Elvira Frosini

19.00 > 20.00 | durata dai 5 ai 60 minuti | sala
Sopralluogo n. X / progetto NOLLYWOOD
Accademia degli Artefatti

20.00 > 21.00 | altri spazi
Clima
mk

20.30 e 22.00 | durata 30 minuti | sala
Eco
Opera

21.00 > 21.20 | sala
Passifalsi
Andrea Baracco

21.30 > 22.00 | altri spazi
Courtesy
mk

*

5euro ingresso alle sale
Foyer e altri spazi: ingresso libero

*

TEATRO INDIA
Lungotevere Vittorio Gassman (già lungotevere dei Papareschi), 1
00146 – Roma
Tel. 06 684 00 03 11 / 14
Ingresso per disabili: via Luigi Pierantoni, 6*

*

www.teatrodiroma.net
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