Federico Aldrovandi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federico-aldrovandi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 10 Mar 2016 13:10:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Federico Aldrovandi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federico-aldrovandi/ 32 32 Senza filtro https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/senza-filtro-alessandro-gazoia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/senza-filtro-alessandro-gazoia/#comments Thu, 10 Mar 2016 06:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30230 Oggi, giovedì 10 marzo, alle 16 Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio3) e alle 21.30 presenta Senza filtro. Chi controlla l'informazione da Verso libri a Milano con Luca Sofri. Domani, venerdì 11 marzo, alle 17.30 presenta il libro alla Nuova Libreria Il Delfino di Pavia con Emmanuela Carbé. (Fonte immagine)

Diversi mesi fa un redattore di minima&moralia mi proponeva di contribuire a questo blog di approfondimento culturale con un articolo sull'informazione. Ne leggevo la mail sullo smartphone ma aspettavo di arrivare a casa per scrivergli bene da pc. Questa preferenza è uno degli indicatori più affidabili per datare la mia età digitale e insieme ad altre righe dello spettro elettromagnetico segnala la mia origine in un'Internet vicina nella cronologia ma ormai lontanissima negli usi e nella percezione.

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gilles_lambert

Oggi, giovedì 10 marzo, alle 16 Alessandro Gazoia è ospite di Fahrenheit (Radio3) e alle 21.30 presenta Senza filtro. Chi controlla l’informazione da Verso libri a Milano con Luca Sofri. Domani, venerdì 11 marzo, alle 17.30 presenta il libro alla Nuova Libreria Il Delfino di Pavia con Emmanuela Carbé. (Fonte immagine)

Diversi mesi fa un redattore di minima&moralia mi proponeva di contribuire a questo blog di approfondimento culturale con un articolo sull’informazione. Ne leggevo la mail sullo smartphone ma aspettavo di arrivare a casa per scrivergli bene da pc. Questa preferenza è uno degli indicatori più affidabili per datare la mia età digitale e insieme ad altre righe dello spettro elettromagnetico segnala la mia origine in un’Internet vicina nella cronologia ma ormai lontanissima negli usi e nella percezione.

Ancora all’inizio di questo decennio il dispositivo che tengo sempre in tasca mi serviva solo per telefonare e mandare sms, avevo un compulsivo blog personale e nessun Facebook, in casa il solido cavo Ethernet (la mia coperta di Linus con i dati dentro) non immaginava neppure che l’avrei tradito per l’etereo wi-fi, e gli RSS letti da Google Reader erano la principale fonte d’informazione,insieme ai “segnalibri” coi giornali italiani e stranieri da me selezionati. Ora tutto è cambiato, fuorché gli RSS.

A loro sono rimasto devoto fino alla morte e oltre, cioè anche dopo la scomparsa di Google Reader (la prima regola è: mai fidarsi troppo dei prodotti gratuiti e dei colossi del web: oggi ci sono, domani chissà). minima&moralia lo vedo nella cartella “letteratura”, tra Doppiozero e Le Parole e Le Cose: forse non è il posto giusto, ma è un luogo fisso e fissato da me – a differenza del News Feed di Facebook che con ostinazione da vecchio fissato continuo a non usare come fondamentale canale di notizie.

Su Facebook “collaboro” poco. Non sono, ovviamente, un prigioniero di guerra: mi sono iscritto e ci rimango di mia volontà – e nella formazione di questa influiscono, ovviamente, il network effect (“tutti i miei amici sono su Facebook, ci voglio\devo essere quindi anch’io”) e il lock in (“più lo usi, più diventa difficile farne a meno”). Le conseguenze di un abbandono di Facebook le sentirei, infatti, in tutta la mia esperienza, dalla persona incontrata per strada o sentita per email che mi domanderebbe un po’ preoccupata come mai me ne sono andato a TripAdvisor che non mi mostrerebbe più i suggerimenti degli amici. Su quel sito facevo login con Facebook, ricevendo così consigli personali e “senza filtro” che ispirano maggiore fiducia di un generico annuncio su quanto è meravigliosa la tale località in Croazia.

Non sono un prigioniero di guerra che dà solo nome e numero di matricola, ma tento di limitare le informazioni fornite a quel social network. Metto mi piace alla pagina di Internazionale e del Guardian perché voglio vederne i contenuti nella timeline, ed evito però le pagine generiche dei miei scrittori/band/registi preferiti (Flaubert non è davvero su Facebook e non ha nulla d’urgente da comunicarmi, ancora meno urgente mi pare dichiarare che pure io amo Madame Bovary). Non interagisco poi molto con i post degli “amici” e in questo modo la piattaforma ha qualche difficoltà nel fare machine learning, nell’apprendimento automatico al fine di offrirmi le notizie che ritiene più adatte, rilevanti, personalizzate.

Mi va benissimo così, anzi quando in un quadratino a destra mi propone di unirmi a un gruppo di cacciatori della Val Brembana o di fan (letterali o ironici) di Carlo Conti sento un adolescenziale brivido hacker: l’ho fregato. Più seriamente, desidero che Facebook sia un’utile aggiunta e non il primo alimento della mia “dieta informativa”. Vorrei controllarlo o almeno controllarne l’influenza. Ma alla lunga, resistance is futile. Posso anche non inserire accurati e completi dati biografici, su Facebook collaboro comunque tantissimo, anzi ininterrottamente: in ogni secondo passato su quel social network sono una parte consenziente di un enorme esperimento in corso. Vengo testato, misurato e valutato. Facebook tiene conto di tutti i miei segnali, anche di quelli “inconsci”: il tempo in cui rimango fermo senza scrollare la pagina sopra un certo post sulle primarie americane o sull’unione Stampa-L’Espresso significa molto, così come i clic fatti e pure quelli non fatti per leggere i singoli articoli di minima.

La piattaforma capisce i miei interessi senza bisogno del mio intervento esplicito, anzi li capisce nonostante la mia reticenza e renitenza. La aiutano pure i miei messaggi privati e, ultimi ma non per importanza, i membri della mia rete sociale. Perché non sono di certo così speciale: anche a me, come alla maggior parte dei miei amici, piacciono Bolaño, Radiohead e Black Mirror. Facebook riesce quindi a definire un profilo non troppo errato, e da lì è solo questione di tempo e potenza di calcolo: prima o poi sarò “assimilato” e, fuor di ogni distopia Borg, rimarrò molto soddisfatto del piatto base, speciale per me. Forse lo sono già adesso senza rendermene conto, perché è così che deve funzionare: seamless, transparent.

I vani propositi di vana ribellione a Facebook sono uno dei segni rivelatori della mia antichità digitale: un altro, già citato, è il confine invalicabile tra il leggere sullo smartphone, cosa che faccio con piacere, e lo scrivere sullo smartphone: non sono bravo e non voglio migliorare. Penso spesso alla prima stagione di House of Cards, alla scena in cui la giovane giornalista Zoe Barnes spiega a Frank Underwood che a Slugline, la testata digitale dove vuole andare a lavorare, fanno tutto, scrittura degli articoli compresa, con lo smartphone. E continuo a chiamarlo monotonamente così, senza usare i sinonimi “cellulare” e “telefonino”, perché sinonimi non sono: quel dispositivo digitale multifunzionale e sempre connesso a Internet serve per telefonare su linea tradizionale nella stessa misura in cui il mio pc serve per riprodurre la musica: è solo una delle mille cose che fa, non la principale e non la più importante.

L’ultima e generale caratteristica che svela subito la mia obsolescenza è fare ancora caso a cose che sono divenute, in un brevissimo volgere d’anni, troppo ovvie e naturali. Continuo a considerare un’imperdonabile invasione della privacy l’aggiunta non richiesta a gruppi su Facebook e WhatsApp. E continuo a notare che WhatsApp è di Facebook, e pure Instagram è di Facebook: molti non ci badano e non trovano quindi nulla di strano nel trascorrere la gran parte del “tempo connesso” (ovvero la gran parte del tempo in assoluto) sui servizi di una sola azienda. Ugualmente si trova del tutto normale che il nostro Presidente del Consiglio diffonda spesso notizie rilevanti per la vita nazionale, in anteprima se non in esclusiva, su Facebook, sulla piattaforma digitale di un’azienda americana. Infine, non ci si stupisce che si chiami tutto questo “comunicazione senza filtro.

Ma torniamo alla proposta di minima: a malincuore declinavo l’invito, dovevo finire un libro e non riuscivo a pensare a nient’altro. Dopo gli attentati terroristici di Parigi a novembre, e ancora di più dopo l’uscita del numero di Dabiq, la “rivista d’informazione” dell’ISIS, a essi dedicato ho avuto però l’impulso di proporre un testo, di intervenire, provando a illustrare i mezzi e i fini proprio di quella “comunicazione senza filtro.” Non ho poi seguito l’impulso perché quelle cose sentivo di poterle scrivere solo all’interno di un percorso ampio, pieno di cautele e svolte, insomma nel libro che, appunto, si apre con la propaganda delle Brigate Rosse durante il sequestro Moro e si chiude con quella dell’ISIS oggi. Su questo qui non dico altro, per il timore di semplificare malamente. Non sto però in alcun modo sostenendo che non si debba intervenire nel quotidiano con le proprie opinioni e, nel caso, conoscenze – su un blog, su minima, su Facebook o sul Corriere. Sto dicendo solo: non mi sentivo di farlo, per quelle questioni.

Come si sarà compreso, il libro si chiama Senza filtro ed è un saggio sull’informazione. Sinora ho parlato così tanto di Facebook e smartphone perché oggi ne sono due “componenti” fondamentali e strettamente collegate. Ho provato a ragionare su come si sta ridefinendo in gran velocità tutta la nostra esperienza, mentre le nostre categorie di giudizio spesso rimangono uno o molti passi indietro. E così fanno danni. Basti pensare alla divisione del tutto impraticabile tra il “reale” di un colloquio di lavoro e il “virtuale” di LinkedIn, di quel LinkedIn che, in via diretta o indiretta, ti ha portato a quel colloquio di lavoro. Ma dobbiamo anche ribaltare i contesti e i pregiudizi: basti quindi pensare a chi crede che Tinder, l’app per incontri, sia solo “reale” e “primario”. Al contrario, nessuno arriva vergine su Tinder, nel preciso senso che si deve prima avere un profilo Facebook e quindi un’immagine “virtuale” dell’io, un’elaborata costruzione d’informazioni.

La mia ambizione era di indagare queste nuove condizioni senza cattive semplificazioni, volevo fare un racconto critico composto di storie che si intrecciano, mentre l’interpretazione si stratifica. Attraverso questa struttura con molte connessioni, esplicite e implicite, tentavo di riflettere sulle nostre vite attraversate e aumentate da molteplici flussi di informazione, e in primo luogo sulla cosiddetta disintermediazione oggi offerta dalle grandi piattaforme social. Queste sfruttano un impulso e un bisogno di comunicare che, ovviamente, non nascono con Facebook, MySpace e i newsgroup di fine anni Ottanta. Per alcuni studiosi e commentatori, come Tom Standage, l’autore de I tweet di Cicerone, stiamo anzi vivendo un ritorno alla normalità comunicativa sociale e bidirezionale, all’epoca precedente la parentesi durata un secolo e mezzo dei mass media, caratterizzati dalla trasmissione verticale, unidirezionale, con i professionisti emittenti in alto e i lettori ascoltatori spettatori riceventi in basso.

Anche senza accogliere questa tesi controversa, dobbiamo guardare dietro l’innovazione digitale e pensare che, negli stessi anni in cui venivano poste le basi di Internet, si sperimentavano nuove e radicali forme di “presa di parola”: con questa espressione Michel de Certeau caratterizzava la “rivoluzione” del Maggio francese. In questi giorni ricorrono proprio i 40 anni dell’avvio delle trasmissioni della bolognese Radio Alice che tanta parte ha avuto in quel racconto collettivo chiamato il Settantasette, sino all’accusa, davvero epocale nel fraintendimento, di dirigere gli scontri di piazza (l’anno prossimo si festeggeranno pure i 40 anni dell’irruzione della polizia e della chiusura di quella radio libera).

Dalla presa di parola e dal fare da soli del nostro Sessantotto durato dieci anni si arriva, seguendo un filo rosso talvolta intricato e progressivamente “digitalizzato”, a quella strana cosa che è stata il cyberpunk italiano, alla vecchia Internet dei movimenti chiamati no global tra Seattle e Genova, e all’irruzione alla scuola Diaz, dove c’era appunto il media center dei movimenti. Infine si raggiunge il blog personale di Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi che con quel nuovo strumento informava, e cercava verità e giustizia. Ma si arriva anche ai siti complottisti sulle scie chimiche, il nuovo ordine mondiale e i vaccini killer: perché le cose sono complicate e non c’è nessuna “controinformazione dal basso” o “dalla rete”, magicamente dotata di affidabilità.

Negli ultimi anni abbiamo anche assistito all’evolversi e all’incrociarsi di diverse tradizioni d’informazione, e in America ha fatto molto rumore un nuovissimo giornalismo web, influenzato dal blogging e dalla polarizzazione politica, portato quindi a schierarsi apertamente e a dire io. In Italia, per cavarsela con una battuta, si è rimasti splendidamente fermi e alla fine ci si è ritrovati all’avanguardia, con il nostro sempiterno giornalismo d’opinione. Questo pezzo così centrato su di me, così autopromozionale (o se siete indulgenti: autoriflessivo), rientra almeno in una di queste due tradizioni; ma adottare una forma in apparenza neutrale e impersonale per raccontare una cosa lunga che ho scritto sarebbe stato, a mio giudizio, ancora più scorretto.

Negli ultimi mesi abbiamo visto l’avvio del metered paywall per il Corriere della Sera e l’unione tra grandi gruppi editoriali, all’insegna del “vincere la grande sfida del digitale”. Mi preme quindi onestamente segnalare che Senza filtro non contiene alcuna ricetta per salvare il giornalismo, con salvare inteso, prima di tutto e fuor d’ideali, come “sostenibilità economica.” Non consiglio di puntare su una qualche combinazione di slow news, longform, community building, crowdfunding, integrazione social, verticali, native advertising, newsletter o su altre e ancora più recenti parole incantate, preferibilmente inglesi. Posso solo notare che da almeno dieci anni ogni nuovo direttore di grande quotidiano scopre la vecchia “grande sfida del digitale”; nessuno, a mia conoscenza, l’ha ancora vinta davvero in Italia, ma chi s’impegna a fornire sostegno psicologico, cambiando ogni tre mesi strategia, ricette e buzzword per salvare il giornalismo, tanto male non sembra poi campare.

Il libro cerca, invece, di ragionare sulle basi dell’economia digitale e vuole ad esempio mostrare perché è solo consolatoria la famosa battuta sull’idraulico e il redattore web: “nessuno si sogna di chiedere la riparazione gratis di una tubatura e non c’è bisogno di specificare all’idraulico che sarà retribuito, ma come mai sul web tutti ti vogliono fare scrivere senza compenso?” La “causa”– detta troppo in fretta e quindi molto male – è questa: io non so riparare una tubatura, i redattori di minima e tu che mi leggi, probabilmente, neppure. Ma in linea generale io, i redattori di minima, tu e pure il tuo compagno di stanza, sapremmo comunque scrivere e stampare (cioè cliccare sopra il tasto Pubblica) 3.000 battute sulla legge Cirinnà, sul film di Tarantino e sulla Roma di Spalletti. Anzi lo facciamo già tutti i giorni, per esempio su Facebook. Magari i tuoi testi sono di gran lunga migliori dei miei: io però posso fare copiaincolla con altri due clic, e se modifico un po’ o incrocio in cinque minuti il tuo pezzo, quello del tuo coinquilino e quello di Michele Serra, la cosa diventa pure: curation + fattene una ragione.

Ed è a tale dispositivo che qui cerco di rispondere, con un pezzo, nelle mie intenzioni, strano e curioso. Questo testo prova cioè a inventarsi qualcosa per attirare e fermare l’attenzione del lettore. Sempre che tu, lettore, sia arrivato fin qui. Perché ci sono mille altri articoli più belli e interessanti di questo, con bello e interessante adattabili a ogni tipo di pubblico, gusto, inclinazione, momento. A un solo clic di distanza trovi gattini, orsetti e pinguini, e lemuri lemuri lemuri, il meme di Travolta confuso nella millesima confusa variazione, le polemiche contro la casta e le polemiche contro le polemiche troppo facili contro la casta. E così via, all’infinito. Questo testo – arriviamo pure a quella che mi pare la più lusinghiera delle ipotesi – sta in competizione con Alfabeta2, dove magari ora puoi leggere una riflessione sull’ultimo libro di Agamben, e con VICE, dove c’è un reportage sulle “folli notti della taranta.” E i due pezzi potrebbe averli scritti lo stesso bravissimo giovane giornalista di 28 anni.

Ma è corretto chiamarlo giornalista? Intendo dire: sarà iscritto all’Ordine dei Giornalisti? Se uno studioso come Giulio Regeni invia alcuni pezzi a un quotidiano è (anche) un giornalista? O lo si chiama giornalista e collega solo per gentile concessione o informale estensione? E soprattutto: “siamo nel 2016, non è mica una domanda importante”? Ogni lettore può dare la propria valutazione, ma prima dovrebbe sapere che l’articolo 45 della Legge 69/1963, quella che istituisce l’Ordine dei Giornalisti, recita: “Nessuno può assumere il titolo né esercitare la professione di giornalista, se non è iscritto nell’Albo professionale. La violazione di tale disposizione è punita a norma degli articoli 348 e 498 del Codice penale, ove il fatto non costituisca un reato più grave.”

Due anni fa ho visitato il Festival di Internazionale a Ferrara e mi sono trovato in un bar a parlare con tre persone che tutti i giorni scrivevano, al possibile retribuite, su Internet e venivano lette da diverse migliaia di persone – i mi piace e le condivisioni su Facebook non mentono (cioè mentono molto perché non è affatto detto che poi si legga il pezzo, ma sono pur sempre un segnale rilevante). Ho chiesto se qualcuno di loro avesse la tessera dell’OdG: hanno risposto tutti di no. Nessuno era giornalista professionista o pubblicista, perché – spiegavano – non serviva a nulla per il loro mestiere. “Vi denuncio: siete tutti abusivi”, ho scherzato.

Allora il più giovane, che aveva cominciato su un blog personale alcuni anni prima e da poco lavorava in un sito d’informazione molto visitato come content editor (o un altro di quei titoli in inglese per dire “giornalista” senza dirlo), ha reagito bruscamente: ha preso a bestemmiare contro l’Ordine, con un elenco di doglianze che non comprendevo nei dettagli e una ferocia che non mi aspettavo. Poi si è fatto il silenzio tra di noi e per uscire dalla situazione di grave imbarazzo ho dovuto usare la safeword “Curzio Maltese”, che funziona sempre, pure coi giovani giornalisti iscritti all’OdG.

Tengo a precisare che “alcuni dei miei migliori amici sono giornalisti“, iscritti (e non iscritti) all’Ordine, giovani e meno giovani. Quando l’influente minima piazzerà questo pezzo in cima a Google per la ricerca con il mio cognome e il titolo del libro, qualche redattore, con pochissimo tempo a disposizione e mille altre cose più importanti da seguire, di me verrà forse a conoscere solo queste righe, e non vorrei proprio che immaginasse un attacco contro la “categoria”. Soprattutto non vorrei che lanciasse la peggiore delle accuse: la lezione col ditino alzato.

Senza filtro è un libro monco e umilissimo, nel senso preciso di senza ditini e senza lezioni (e senza condiscendenza). Solo per viltà sulla quarta di copertina in bozze ho chiesto che venisse tolta la qualifica di giornalista: ho scritto alcuni articoli (soprattutto per il web) ma non sono iscritto all’OdG. Preferisco quindi passare per uno molto pretenzioso e avere sulla quarta la definizione di saggista. Non c’è, infatti, nessun Ordine dei Saggisti che possa lamentare la mia usurpazione del titolo. Solo i lettori(scrittori), con piena legittimità, e cominciando dai commenti qui sotto e sotto il post di lancio su Facebook, possono farlo. “Senza filtro.”

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Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/#comments Fri, 25 Sep 2015 13:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13895 (fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo "Ferrara, Italia", la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

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federico

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Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

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Ascanio Celestini e il Coisp: perché il cinema non può raccontare il caso di Giuseppe Uva? https://minimaetmoralia.it/cinema/ascanio-celestini-e-il-coisp-perche-il-cinema-non-puo-raccontare-il-caso-di-giuseppe-uva/ https://minimaetmoralia.it/cinema/ascanio-celestini-e-il-coisp-perche-il-cinema-non-puo-raccontare-il-caso-di-giuseppe-uva/#comments Thu, 03 Sep 2015 09:17:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28302 (Fonte immagine)

Alcuni giorni fa è stato diffuso il testo di una lettera che Franco Maccari, segretario generale del COISP (sindacato indipendente di Polizia), ha pubblicamente indirizzato ad Ascanio Celestini. Si tratta di una lettera dai toni accesi, dovuti al fatto che nel suo ultimo film, «Viva la sposa» che verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Celestini affronta la vicenda di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo di polizia e successivo Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ecco uno stralcio della lettera:

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Alcuni giorni fa è stato diffuso il testo di una lettera che Franco Maccari, segretario generale del COISP (sindacato indipendente di Polizia), ha pubblicamente indirizzato ad Ascanio Celestini. Si tratta di una lettera dai toni accesi, dovuti al fatto che nel suo ultimo film, «Viva la sposa» che verrà presentato alla Mostra del cinema di Venezia, Celestini affronta la vicenda di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno 2008 dopo un fermo di polizia e successivo Tso, il trattamento sanitario obbligatorio. Ecco uno stralcio della lettera:

«Ci risparmi le manfrine su “tutti coloro che sono morti nelle mani dello Stato” perché ne sono pieni i titoli dei giornali, i polmoni di Manconi e soprattutto di chi si dimostra tanto solerte e definitivo nel giudicare qualcosa che non sa nemmeno come funziona.

Nel modo in cui, con altrettanta “competenza” possiamo affermare che il suo film fa schifo, signor Celestini, glielo diciamo senza averlo visto, senza mai aver fatto gli attori, senza mai aver fatto un minuto di regia o di teatro. Il suo film è orrendamente dozzinale e gli attori che lo interpretano non sanno recitare. Eppure noi non siamo attori.

Non ne sappiamo nulla, eppure noi diciamo che la sua opera, scusi il termine un po’ forte, fa cagare. Affermiamo anche, senza avere alcuna competenza in merito, che lei recita come un cane e che dietro la macchina da presa fa ancora più pena.

Stiamo solo esprimendo un’opinione, disinformata, completamente avulsa da una conoscenza reale ed anche piena di pregiudizi: quindi, secondo i canoni correnti, perfettamente legittima e legittimata a diventare autorevole, basta che faccia comodo». (il testo integrale potete leggerlo qui)

Al di là degli insulti (nemmeno troppo velati dal dispositivo retorico della lettera, che li vorrebbe parte di un’iperbole), la cosa che lascia sconcertati è il ragionamento sottostante: non siete competenti in materia di fermi di polizia e quindi non potete parlarne.

Come se, in una democrazia normale, discutere pubblicamente di persone morte mentre erano affidate allo Stato (come Aldo Bianzino, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Riccardo Rasman o il recente caso di Andrea Soldi) non fosse non soltanto un diritto dei cittadini e un obbligo delle istituzioni, ma anche e soprattutto un dovere morale.

Sono certo che Ascanio Celestini non si sia perso d’animo; e di fatti sulla pagina Facebook a lui dedicata “il film che fa cagare le guardie” è diventato un rovesciamento ironico che suona come un possibile slogan. D’altronde le accuse della lettera di Maccari sono così grossolane che si smontano da sole e anzi finiscono per fare da cassa di risonanza per il film che sarà presentato a Venezia il 7 settembre.

Tuttavia la lettera del Coisp non è da liquidare con una scrollata di spalle. Perché tira in ballo un “sapere tecnico” da cui la cittadinanza – giornalisti, artisti, gente comune – è per forza di cose esclusa. Vale a dire che chi è “avulso da una conoscenza reale” dei fatti non può che esprimere “opinioni piene di pregiudizi”.

Ridurre a una “tecnicalità” il dramma delle morti di chi è sotto custodia dello Stato accosta di colpo questo tema ad altri comparti della vita pubblica che sembrano sempre di più affetti da determinismo, come la burocrazia o le decisioni in materia economica. Non si può scegliere una politica economica autonoma perché ci sono degli obblighi che “vanno rispettati per forza”. Conosciamo tutti un vasto campionario di storie kafkiane tra adempimenti amministrativi e disposizioni fiscali ma “la legge deve comunque fare il suo corso”.

La tecnicalità è così. Ti dice: è andata com’è andata perché non poteva andare diversamente. Chi non lo capisce semplicemente non dispone delle informazioni necessarie.

Per questo nel leggere la lettera del segretario generale del Coisp mi è tornata in mente una lettura di qualche anno fa. Si tratta di “Nella rete tecnologia”, un saggio di Alain Gras, che insegna sociologia e antropologia delle tecniche alla Sorbona. Di quella lettura mi sono rimaste impresse due cose: la prima è l’idea di fondo che la tecnica non sia qualcosa di “autonomo”, ma sia piuttosto un fatto profondamente sociale. La seconda è una concezione della catastrofe come “altra faccia della medaglia” dei sistemi complessi affidati alla sapienza tecnica.

Gras fa l’esempio del trasporto aereo. Per quanto tecnologia e procedure tengano sotto controllo ogni particolare, e di norma ci riescono senza problemi, questo sistema di trasporto deve convivere comunque con l’idea sia pure remota di catastrofe.

Che c’entra tutto questo col nostro discorso? Due cose.

La prima è che non si può ridurre il dibattito sulle vicende come quella di Giuseppe Uva a un semplice tema di procedure. Se la tecnica e le modalità con cui viene messa in pratica sono un fatto sociale, è bene che si discuta pubblicamente dei suoi risvolti aberranti ed è bene che lo facciano giornalisti, artisti, politici, semplici cittadini e ovviamente chi con le procedure ha a che fare.

Il secondo punto parte dalla considerazione che la morte di una persona affidata allo Stato non è prevista in alcun regolamento. Non può esserlo, perché è la negazione dei principi su cui lo Stato stesso si basa. Quando avviene siamo perciò già nella dimensione della catastrofe. Ovvero siamo al momento in cui il sistema è collassato.

A quel punto qual è la cosa più sensata da fare? Giustificare il collasso o fermarsi a capire cosa ha provocato la catastrofe per fare in modo che non avvenga più?

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Quando la cronaca diventa letteratura https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-cronaca-diventa-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-cronaca-diventa-letteratura/#comments Thu, 28 Apr 2011 09:07:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4263 Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi precipita nel pozzo artesiano di Vermicino, partono i soccorsi ma all’alba del 13 giugno Alfredo Rampi muore. Il 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi viene picchiato a morte, a Ferrara, da quattro agenti di polizia.

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Questo articolo è uscito su La Repubblica.

di Giorgio Vasta

Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi precipita nel pozzo artesiano di Vermicino, partono i soccorsi ma all’alba del 13 giugno Alfredo Rampi muore. Il 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi viene picchiato a morte, a Ferrara, da quattro agenti di polizia. Il 18 gennaio 1992 Eluana Englaro ha un incidente stradale alle porte di Lecco e permane in stato vegetativo per diciassette anni, fino alla morte, il 9 febbraio del 2009. E ancora: il 23 novembre 1993, il sequestro di Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino, collaboratore di giustizia, e la sua uccisione, l’11 gennaio 1996, e infine l’omicidio di Dirk Hamer, il giovane tedesco colpito da una pallottola sparata da Vittorio Emanuele di Savoia a Cavallo, Corsica, la notte tra il 17 e il 18 agosto 1978.
Da questi cinque fatti di cronaca – di fatto un breve catalogo della violenza, un censimento del dolore possibile – nasce il nuovo libro di Marco Mancassola, Non saremo confusi per sempre (Einaudi). Un libro che potrebbe essere avvertito come un riattraversamento letterario della cronaca, o come una mappa – geografica e anagrafica – di dove quando e come si muore nell’Italia atroce. In realtà Non saremo confusi per sempre è molto di più. Perché scorgendo in ognuno di questi episodi la struttura drammaturgica di una fiaba nera, Mancassola decide di trascendere la misura giornalistica e di portarla al collasso facendoci accedere a una dimensione specificamente letteraria: la percezione del molteplice che in filigrana abita tutto quanto consideriamo dato e noto.
Immaginare infatti che nella profondità del sottosuolo Alfredo Rampi incontri Otto Lidenbrock – l’esploratore protagonista del Viaggio al centro della Terra di Jules Verne – è un modo per saldare al déjà vu del dramma l’altrove improvviso di uno stupore, dando forma a una malinconia paradossale (e dunque indispensabile), a una commovente felicità nel dolore. Così come condurre il fantasma di Federico Aldrovandi, e di altri ragazzi uccisi in circostanze simili, a Roma, dentro la casa del Grande Fratello, a increspare l’aria scossa e respirata dai concorrenti ufficiali, genera una specie di ossimoro, un disorientamento al quale segue un senso di rivelazione, la comprensione profonda di quanto complesso e irrisolvibile sia tutto ciò che accade e di come, attraversati lo sgomento la disperazione e la rabbia, il sentimento tramite il quale guardare il mondo è la compassione. Per esempio quella improvvisa e vitale del giovane Dirk Hamer che colpito a morte emerge vivo dalla barca, restituisce al principe il proiettile e si allontana, chiarendoci che, come nel finale di Buongiorno notte di Marco Bellocchio, la narrazione di ciò che è accaduto non deve ricalcare filologicamente i fatti ma incaricarsi di generare un esito diverso, far riverberare di fronte ai nostri occhi il ventaglio delle possibilità, la cognizione di tutto quello che poteva essere e non è stato. Perché una narrazione non è mai dato certo e incontestabile bensì presentimento, jamais vu, fantasma della storia e nella storia.
Laddove, dunque, la violenza ha dissolto, raccontare ricostruisce. E la lingua di Mancassola ricostruisce procedendo mite e dignitosa, sempre attenta alla costruzione complessiva della frase, alla forma delle immagini. È una scrittura che fabbrica piano, senza spettacolarizzare, per condurci alla fine, specularmente a quanto accade nelle fiabe, a un luogo e a una rivelazione. Come se questa lingua potesse essere un’alternativa alle parole che non dicono o dicono troppo e male; come se la dignità potesse almeno per un poco prendere il posto di tutto ciò che è indegno.

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Morire, vivere https://minimaetmoralia.it/societa/morire-vivere/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-vivere/#respond Mon, 08 Feb 2010 09:10:07 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1695 Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni. Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa […]

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Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni.

Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa è stata innanzitutto la loro giovinezza. Non solo perché sono morti allo stesso modo, e al modo di Franco Serantini, pestati a sangue, massacrati, da uomini in divisa che in quel preciso momento incarnavano e rappresentavano lo Stato. Non solo perché identico è stato, in entrambi i casi, il tentativo di calunniare la vittima dopo l’omicidio, e quello speculare di erigere una coltre di nebbia intorno alla vicenda.

I due casi sono stranamente simili soprattutto per un altro particolare. Entrambe le volte, l’unico testimone che ha ammesso di aver assistito al pestaggio, l’unica persona che ha avuto il coraggio (o la profonda dignità) di dire chiaramente ciò che i suoi occhi avevano visto, non era nata in Italia. In entrambi i casi, erano immigrati. Nel caso di Aldrovandi, ucciso a Ferrara nel 2005, si tratta di Anna Marie Tsangue, una donna camerunese di 35 anni. «Anne Marie Tsague», ha scritto in uno dei suoi articoli dedicati al caso Cinzia Gubbini, «quella mattina alle sei era sul balcone del suo appartamento al primo piano di via dell’Ippodromo. Era stata svegliata da strani rumori, e dai lampeggianti delle volanti. Si è affacciata alla finestra e, sconvolta, ha assistito all’ultima parte di una strana “colluttazione” in cui un ragazzo solo viene manganellato da quattro poliziotti, che lo atterrano con facilità e continuano a prenderlo a calci anche quando ormai è completamente immobilizzato». (Su questa infame pagina della nostra storia recente è importante leggere il graphic novel Zona di silenzio di Checchino Antonini e Alessio Spataro, edito da minimum fax).
Nel caso di Cucchi, quattro anni dopo, si tratta invece di un ragazzo gambiano. Ha udito le urla e poi, dallo spioncino della sua cella, avrebbe assistito al pestaggio di Stefano negli interrati del tribunale. Ora vive sotto protezione, in luogo segreto, perché si teme fortemente che venga costretto a ritrattare. Il suo nome non è stato reso noto. Si sanno solo le iniziali: S.Y.
Entrambe le volte, dei giovani africani hanno riferito semplicemente ciò che avevano visto, al contrario del lungo rosario di omissioni, silenzi, tentennamenti, connivenze, ripensamenti messo in campo da tutti gli altri potenziali osservatori o ascoltatori. E che con ogni probabilità ci sono stati. Quanto costa dire di aver assistito a un pestaggio finito in morte? Che prezzo hanno quelle parole? E perché abbiamo infinitamente bisogno degli occhi di Alì (si potrebbe dire, parafrasando Pasolini), degli occhi di Anne Marie Tsangue, per aggrapparci a un brandello di giustizia?
Parrebbe una costruzione letteraria. In entrambi i casi – nell’Italia xenofoba del pacchetto sicurezza, nell’Italia dell’identità bianca e cristiana, nell’Italia in cui un ragazzo che muore “di sicuro se l’è andata a cercare” – a vedere e a dire sono stati due di coloro che si vorrebbe segregare, allontanare, respingere in mare, detenere a lungo nelle prigioni o – quando va bene, quando vince il buonismo – ridurre all’unico rango di forza-lavoro mansueta da spremere finché serve.
Parrebbe una costruzione letteraria, ma non lo è. È andata davvero così. Senza la dignità, l’umanità, e soprattutto l’immediata propensione a dire la verità, di un ragazzo e di una ragazza africani, diversissimi tra loro, che per motivi diversissimi si sono trovati, l’uno e l’altra, casualmente sul luogo del pestaggio, le coltri di nebbia sarebbero ancora lì a nascondere, celare, violare ogni minimo senso del diritto.

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