Federico Fiumani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federico-fiumani/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Jul 2017 17:32:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Federico Fiumani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federico-fiumani/ 32 32 Trent’anni di “Siberia” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/siberia-diaframma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/siberia-diaframma/#comments Sat, 26 Aug 2017 05:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15545 Dal nostro archivio, un pezzo di Nicola Lagioia apparso su minima&moralia il 24 settembre 2013.

Siberia, il primo disco dei Diaframma, viene ristampato in questi giorni in versione deluxe per festeggiare il trentennale della sua uscita (che, in pieno rispetto dello stile della band, risale in realtà al 1984). Nel cofanetto, in edizione limitata, trovate lp originale in vinile, più cd dello stesso, registrazione inedita di un concerto tenuto a Modena il 4 gennaio 1985, booklet con foto e articoli d'epoca. Amo da sempre i  Diaframma. Sono di conseguenza stato felice quando Federico Fiumani mi ha chiesto di scrivere un'introduzione da inserire nel libretto allegato alla ristampa.

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Dal nostro archivio, un pezzo di Nicola Lagioia apparso su minima&moralia il 24 settembre 2013.

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Siberia, il primo disco dei Diaframma, viene ristampato in questi giorni in versione deluxe per festeggiare il trentennale della sua uscita (che, in pieno rispetto dello stile della band, risale in realtà al 1984).

Nel cofanetto, in edizione limitata, trovate lp originale in vinile, più cd dello stesso, registrazione inedita di un concerto tenuto a Modena il 4 gennaio 1985, booklet con foto e articoli d’epoca.

Amo da sempre i  Diaframma. Sono di conseguenza stato felice quando Federico Fiumani mi ha chiesto di scrivere un’introduzione da inserire nel libretto allegato alla ristampa.

Sono ancora più felice di constatare come il tempo abbia lavorato a favore di questa gemma del rock indipendente. Non è un caso se ad esempio una rivista mainstream come «Rolling Stone» ha inserito Siberia al settimo posto nella classifica dei 100 dischi italiani più grandi di tutti i tempi.

Ecco la mia introduzione.

di Nicola Lagioia

 

Se mi affaccio sul cratere scavato da Siberia mi vengono incontro – risalendo pressoché intatti, in una cupa bellezza che ricordo bene – almeno due miracoli.

Il primo, il più importante, riguarda il fatto che nell’Italia di allora potesse uscire un disco così meravigliosamente alieno quale fu l’esordio dei Diaframma. Il paese non lo meritava, eppure accadde. Erano gli anni, per intenderci, in cui a Sanremo trionfavano i Ricchi e Poveri quando non lo facevano Al Bano e Romina Power. Il riflusso viaggiava a pieno ritmo, l’estetica ne era contagiata. A un certo punto sembrava che l’unico occhio di bue sotto il quale valesse la pena spendersi fosse quello che vedeva broker e pubblicitari afflitti da buone trovate rifriggere ovvietà alle feste degli stilisti, mentre i loro fratelli minori con le Timberland ai piedi rodavano l’analfabetismo di ritorno che sarebbe diventato una slavina. Il demenziale involontario era spacciato per oro, e le magnifiche presenze che avrebbero potuto spezzare le catene dello strapaesano in salsa glamour (quei libri, dischi e film che facevano della bellezza la propria ragion d’essere) venivano temporaneamente messe fuori scena per far posto ai lustrini, ai grugniti, a quell’immane carrozzone di stupidità che furono gli anni Ottanta in Italia.

Così, contro ogni logica, dalla porta girevole di un luogo che i critici musicali ancora si ostinano a chiamare Firenze (mentre è ovvio, col beneficio della distanza si deve più razionalmente parlare di un varco spaziotemporale aperto su una Manchester simile a quella che aveva visto la nascita di Unknown Pleasures ma di fatto mai esistita, di una Berlino simile a quella di Low e tuttavia anch’essa frutto di fantasia, di una Mosca e di una Pietroburgo saltati a pié pari per andarsi a rifugiare sotto il freddo manto del più vero e immaginario tra i deserti europei) venne fuori questa cosa oscura, misteriosa, magnetica, incomprensibile, struggente, che con il tempo ci siamo educati a chiamare Siberia. Di fatto, un album che poteva giocarsela alla pari con il miglior post-punk prodotto oltreconfine. Un disco che, sempre a rigor di logica, non avrebbe dovuto esistere anche perché in Italia il concetto di rock era inscindibilmente legato a un aggettivo maledetto: “derivativo” – un peso che tuttavia Fiumani, Sassolini e i fratelli Chicchi non ebbero bisogno di scrollarsi di dosso visto che non se lo erano mai caricato sulle spalle. Le otto tracce di Siberia si tuffavano piuttosto bene nell’onda sulla quale viaggiavano New Order e Television,  Strangles e Bauhaus, e però – come prima e dopo è stato privilegio di pochi – riuscivano a non assomigliare oltre un certo margine di guardia a nessuno di loro.

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Il secondo miracolo (di più trascurabile importanza) riguarda invece la memoria personale. A distanza di trent’anni, in una città che era tra i trionfi di quel provincialismo (Bari, o perlomeno una certa Bari “ufficiale”, la cosiddetta “Milano del Sud”), in seno a una famiglia dove entravano a malapena i quotidiani, dentro una scuola dove il massimo dell’alternativo era Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli, continuo a domandarmi come sia stato possibile che io sia venuto in contatto con un disco come Siberia. Non esisteva internet, la stampa nazionale considerava difficilmente ricevibili perfino gruppi come gli Smiths (non era scoccata l’ora – dimenticabile – di Rank) e all’uomo della strada già sembravano troppo strani i Righeira. Figuriamoci se si fossero trovati soli in ascensore con Lydia Lunch. Qualcosa paradossalmente passava sulla tv di Stato (un’indimenticabile apparizione dei CCCP a D.O.C., gli stessi Diaframma invitati a Tandem su Rai2), ma io avevo poco tempo per la televisione. E quindi?

Voci catturate per caso durante una conversazione. Note musicali rubate da uno scantinato. Ragazze e ragazzi pedinati per la strada. Fanzine ciclostilate. Scritte sui muri (da “Love will tear us apart again” in via Capruzzi, a “Solo una terapia!” in piazza Cesare Battisti, a “Killing an Arab e vaffanculo” sempre in via Capruzzi,  a “coprirò il peso / di queste distanze” in via Turati). Ecco, in età analogica, le briciole di Pollicino (o non piuttosto la scia di un Bianconiglio metropolitano?) che bisognava seguire per entrare in un mondo completamente nuovo. Perché un altro mondo, del tutto alternativo rispetto a quello “ufficiale” (arrivavo a immaginare che lo fosse persino sul piano della microfisica), era possibile. Se ne avevi il desiderio, potevi entrarci.

Insomma, giacevamo soli e annoiati nelle nostre camerette mentre la radio trasmetteva la nuova hit di Claudio Baglioni – e poi, subito dopo, senza capire come, ci ritrovammo nel ventre di balena, in un locale buio e sotterraneo, circondati da coetanei vestiti in modo affascinante, cupi, intelligentissimi, ad ascoltare senza bisogno di discuterne (avendo già intuito che la parafrasi è la morte di ogni cosa preziosa) pezzi come “Amsterdam”, e a dialogare tra di noi telepaticamente – essendo la telepatia tornata inaspettatamente praticabile proprio in quel periodo, almeno fino a quando i Talking Heads non incisero Naked – così che l’ineffabilità della musica che ascoltavamo si ritrovasse totalmente rispecchiata in quella (parimenti cupa e tortuosa) dei nostri sentimenti.

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Erano anche gli anni durante i quali i cosiddetti uomini di cultura italiani non capivano assolutamente nulla di rock. E tuttavia, ne scrivevano. C’erano grandi discussioni inutili (per stile, argomenti, armamentario) sull’ipotesi che questo genere musicale avesse a che fare con la cultura. Gente che già allora maneggiava letteratura e cinema con quello stolido spirito accademico che è una buona scusa per la mancanza di talento, e, non gravando questo triste bagaglio (non lo avrebbe fatto neanche in seguito) sull’esercizio dell’opinionismo, licenziava corsivi stabilendo che in effetti no, la musica rock (che l’ignoranza riduceva sì e no a tre nomi – Beatles, Elvis Presley, Rolling Stones – e a quattro o cinque pezzi, tutti composti dai primi) non era ascrivibile a nulla di più profondo di una pozzanghera allargatasi sulla linea dei tempi che corrono. Tuttavia i veri uomini di cultura questi problemi se li ponevano eccome.

Per esempio Eric Hobsbawm, uno tra i più dotati storici della sua generazione, non solo l’arcifamoso autore del Secolo breve ma anche l’esperto di cinema, di jazz, di letteratura, l’uomo che leggeva e divulgava Alice Munro quando a Cambridge e Oxford non sapevano chi fosse, nel suo libro più noto (Il secolo breve, appunto), considerando un’ovvietà il fatto che un certo rock rappresenti nella seconda metà del Novecento un’importante forza culturale per una parte di mondo, arrivava a domandarsi con serietà (lo scrupolo dello studioso vero) se in certi casi non si potesse parlare addirittura di arte. Su questo Hobsbawm non scioglie la riserva – le canzoni sono ingannevoli, scrive, e potremmo essere tentati di apprezzarle oltre il dovuto per la loro stupefacente capacità di segnare il tempo in cui vengono alla luce. Se ad esempio nel 1977 un qualche ostacolo (meglio se un confine geografico tra est e ovest) ci separava dalla ragazza che amavamo, potremmo essere tentati di elevare fraudolentemente Heroes di David Bowie fino ai talloni della Jupiter.

Non ho intenzione di risolvere il problema. Dirò solo che in un anno tragicomicamente orwelliano come fu da noi il 1984, la scena pubblica era un contesto così squallido che immaginarvi dentro anche se stessi (i propri desideri e le proprie ferite, i propri amori e i propri struggimenti) era offensivo. Essere consustanziali a quell’Italia avrebbe voluto dire gettare semi su un terreno dal quale non sarebbe venuto fuori niente. Ecco allora dischi come Siberia. Ecco cioè una dimensione – fredda, sconfinata, lunare, scheletri di alberi e case in lontananza, nude lampadine su letti e stanze dove succede davvero qualcosa – nella quale trasferirsi per coltivare in pace (una pace santa e pallida) le proprie ricchezze interiori.

Anziché esiliati, ci ritrovammo in questo modo salvati dalla Siberia. E, perse finalmente le vecchie bussole – poiché di una bussola tradizionale una terra immaginaria non ha certo bisogno –, imparammo a orientarci in modo nuovo. Cominciammo a farlo. Selezionando meglio i luoghi e le amicizie, i libri e i film e i dischi. Sforzandoci di comprendere cosa fosse di volta in volta bene e male per noi. Dandoci il coraggio di attraversare certe porte. Capendo che non è magari necessario fare sempre le scelte migliori, ma ritrovarsi davanti ai giusti bivi sì.

Della Siberia in cui ci spedirono questi ragazzi venuti da lontano (della Siberia che scoprirono per noi, e nella quale ebbero l’impazienza di aspettarci) siamo ancora debitori. Avete presente quando si dice che certa musica ti cambia la vita?

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L’ultimo dei marziani https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/ https://minimaetmoralia.it/estratti/david-bowie/#comments Mon, 11 Jan 2016 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12341 In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di L'ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

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In questa triste giornata ripubblichiamo un testo scritto da Nicola Lagioia come prefazione di  L’ultimo dei marziani, un libro-antologia su David Bowie curato da Leo Mansueto e pubblicato da Caratterimobili qualche tempo fa. Il libro raccoglie scritti di Pierpaolo Capovilla, Morgan, e una serie di  contributi da parte di musicisti come Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Garbo, Cristiano Godano, Tricarico, Massimo Zamboni, Federico Fiumani e altri ancora.

Di marziani provenienti da marte ne avevo visti già parecchi. Ma i marziani venuti dalla terra furono un’assoluta novità. Così, se il viaggio di 2001 Odissea nello spazio può finire con una camera da letto dove sperimentiamo la sensazione di trovarci faccia a faccia con noi stessi, è solo quando Ziggy Stardust si ricorda di essere stato un europeo che la parabola iniziata nel 1967 tocca, dieci anni dopo, il suo primo vero apice.

Questo per dire che il David Bowie da me più amato è quello della trilogia berlinese. “Low”, “Heroes” e “Lodger” sono tre gemme torbide e stranamente luminose che esprimono un’impossibile “lontananza del qui” meglio di qualunque spider from Mars. La mia impressione è che, prima di trasferirsi a Berlino dopo un periodo piuttosto turbolento, David Bowie avesse cercato con troppo estro e volontà di far credere al mondo intero di essere un extraterrestre. Magari a un certo punto se ne era addirittura convinto, ma è solo quando si pianta nel cuore d’Europa che, proprio malgrado, lo diventa. È come se la “marzianità” a cui aveva aspirato esercitandosi con tanta dedizione si fosse incubata in lui al di là delle proprie stesse pianificazioni, decidendo di sbocciare in via del tutto autonoma nel luogo simbolo del Novecento.

Non potendo credere alla buona coscienza di JFK, è solo ascoltando la prima volta “Heroes” o “Sound and Vision” che ho avuto voglia di aprire la finestra per sussurrare “Ich bin ein Berliner”.

Come mai delle strazianti storie d’amore all’ombra del muro o le psicosi di un uomo chiuso a chiave in una stanza suonano più credibili e toccanti se a raccontarle è un alieno algido e distante anziché un normale essere umano col proprio carico di dolore rovesciato ai nostri piedi? La spiegazione che mi sono dato è che il mondo, a partire da un certo punto, sia diventato un posto talmente invivibile, cinico, spietato e grossolano che i nostri sentimenti più autentici, per non morire, sono stati costretti a trasferirsi altrove. Smaterializzatisi da una parte, si sono rifugiati pressoché intatti in una fredda galassia ideale che è poi il luogo da cui Bowie decide di parlarci. Stabilirsi nella città che in poche manciate d’anni aveva visto il cabaret e Kurt Weil, gli espressionisti e i roghi dei libri, le camicie brune e i bombardamenti, l’erezione del muro e l’esplosione delle controculture, significava allora (nel 1977) posizionarsi nel luogo insieme più vicino e più distante dove immaginare un approdo per fare i conti col proprio disordine. È solo sulla cuspide di un simile paradosso (vestire i panni di un terrestre sprofondato esistenzialmente negli abissi del proprio pianeta, in quel centro della terra vero e proprio che fu Berlino durante la guerra fredda) che David Bowie può parlare a nome delle nostre zone più nascoste e delicate.

I capolavori non sono mai del tutto il frutto di una forza di volontà, né di un talento sia pure enorme. Così è successo che Bowie, per scrivere i suoi, ha avuto bisogno di una città. “Ricordo quei giorni in cui potevo andarmene in giro per Berlino senza essere riconosciuto per la strada, a piedi o in bicicletta, lo ricordo come un periodo di assoluta libertà”, dirà il cantante molti anni dopo parlando della sua vita berlinese. Solo che quello fu per Bowie anche un periodo di angoscia, rinascita, travaglio e strana speranza in un futuro che non sarebbe potuto mai arrivare. La trilogia berlinese è molto più di un geniale travestimento. È il cuore siderale dell’Europa che decide di parlare con la voce del più bianco dei suoi orfani.

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Letture d’autore: Brunori Sas https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-brunori-sas/ https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-brunori-sas/#comments Wed, 04 Nov 2015 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28971 (fonte immagine)

Si firma Brunori Sas, ma è nato Dario Brunori trentotto anni fa in provincia di Cosenza. Nel 2009 ha fatto il suo esordio nel panorama cantautorale italiano con “Vol. 1”, che gli è valso il Premio Ciampi (“miglior debutto discografico dell'anno”) e il Premio Tenco (“autore emergente”). Sono seguiti “Vol. 2 – Poveri Cristi” nel 2011 e “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” nel 2014 che, pur mantenendo un'attitudine indipendente, ne hanno accresciuto la popolarità al punto da trasformare il recente tour teatrale in un grande successo di pubblico. Dopo Federico Fiumani , Paolo Benvegnù e Cristiano Godano, anche Dario Brunori ci parla del suo rapporto con la narrativa.

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Si firma Brunori Sas, ma è nato Dario Brunori trentotto anni fa in provincia di Cosenza. Nel 2009 ha fatto il suo esordio nel panorama cantautorale italiano con “Vol. 1”, che gli è valso il Premio Ciampi (“miglior debutto discografico dell’anno”) e il Premio Tenco (“autore emergente”). Sono seguiti “Vol. 2 – Poveri Cristi” nel 2011 e “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” nel 2014 che, pur mantenendo un’attitudine indipendente, ne hanno accresciuto la popolarità al punto da trasformare il recente tour teatrale in un grande successo di pubblico. Dopo Federico Fiumani, Paolo Benvegnù e Cristiano Godano, anche Dario Brunori ci parla del suo rapporto con la narrativa.

Quando hai iniziato a leggere romanzi?

Intorno alla quarta elementare. Il primo libro è stato Il richiamo della foresta o forse Oliver Twist, o Ventimila leghe sotto i mari, non ricordo bene. Ricordo però che la lettura, soprattutto serale, mi eccitava tantissimo. Era un momento della giornata che aspettavo con trepidazione, forse perché, a quell’età, rappresentava uno dei pochi momenti di intimità e beata solitudine.

I romanzi letti in adolescenza ti toccavano più o meno dei romanzi letti oggi?

Da adolescente i romanzi mi catapultavano in un altrove che mi consolava del fatto di vivere in un piccolo paesino di poche centinaia di anime. Mi nutrivo di storie altrui e vivevo altre esistenze, molto più interessanti della mia. Insomma era una lettura di evasione e di fantasia. Oggi leggo con occhio più analitico e mi lascio affascinare dagli autori che riescono a darmi una chiave di lettura nuova della realtà circostante.

Hai abitudini o tic particolari quando leggi? Sottolinei, scrivi, fai le orecchie alle pagine?

No, anzi cerco in modo maniacale di preservare il libro e di mantenerlo intatto. Soffro terribilmente per le orecchie o quelle volte che i fogli si stropicciano o si macchiano di acqua o di caffè. Mi prende così male che vorrei comprarne un’altra copia. Adoro mettere il naso in mezzo alle pagine ogni tanto e annusare la carta.

Ti sei mai sentito spinto a scrivere una canzone dalla lettura di un romanzo?

Sì, ma non sono mai riuscito a tirarne fuori qualcosa di buono. L’unico pezzo che si riferisce ad uno scritto è «Pornoromanzo», contenuto nel mio ultimo album. L’ho scritto ispirandomi a Lolita dopo aver visto il film di Kubrick, quindi non vale, almeno finché non leggerò il romanzo.

Credi che letteratura e musica abbiano diversi motivi ispiratori?

Penso che rispondano a necessità differenti: la musica è più come la fotografia, la letteratura come una pellicola cinematografica.

Che tipo di emozioni – e in che misura diverse – musica e letteratura riescono a dare a chi ascolta o a chi legge?

Per quanto mi riguarda, la musica muove la parte emotiva inconscia, tira fuori qualcosa di cui non ho netta consapevolezza e che non riesco ad esprimere nel mio quotidiano. Volendo distinguere grossolanamente l’uomo in tre parti (istintiva, emotiva, razionale) e considerando che ognuna di queste parti ha a sua volta tre declinazioni in essa, direi che la musica tocca il lato emotivo della mia parte emotiva. Mentre la letteratura stimola il lato emotivo della mia parte razionale.

Qual è il personaggio letterario con cui sei maggiormente entrato in sintonia?

Moscarda di Uno, nessuno e centomila. In effetti, dal suo personaggio avevo tratto una canzone che poi ho modificato allontanandomi dall’ispirazione iniziale.

C’è un personaggio letterario femminile di cui ti sei innamorato?

No, perché non entro nella storia in modo così profondo. Piuttosto mi posso innamorare dell’autrice.

Un classico che non ti è mai andato giù?

I demoni di Dostoevskij. L’ho preso in mano almeno quattro o cinque volte. Niente, ad un certo punto lo mollo e inizio a leggere altro.

C’è un autore che ha raccontato la Calabria in modo efficace?

Senza dubbio Corrado Alvaro: Gente in Aspromonte è un gioiellino che mi ha toccato e commosso, e soprattutto mi ha aiutato a comprendere meglio l’origine di un certo modo di essere umani.

Quali sono i tuoi tre romanzi preferiti?

Uno, nessuno e centomila di Pirandello, un romanzo che ha messo in crisi una serie di certezze su cui poggiava la mia esistenza interiore e ha stimolato in me una ricerca introspettiva sfociata poi nello studio delle filosofie orientali e delle scuole russe dei primi del Novecento (Gurdjieff, Ouspensky).

La filosofia nel boudoir di De Sade, perché mi ha concesso il lusso di praticare l’autoerotismo in chiave intellettuale.

I demoni di Dostoevskij perché rappresenta il mio limite di lettore: quando lo leggerò con piacere sarò un uomo migliore.

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Diaframma e ciò che resta del rock https://minimaetmoralia.it/musica/diaframma-e-cio-che-resta-del-rock/ https://minimaetmoralia.it/musica/diaframma-e-cio-che-resta-del-rock/#comments Thu, 31 Dec 2009 08:53:53 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1449 Pubblicato qualche giorno fa sul Riformista Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di condividere lo stesso palco con Federico Fiumani, cantante, chitarrista e anima dei Diaframma, uno dei pochi gruppi rock degni di questo nome nati in Italia negli ultimi trent’anni. Il luogo era il torinese Circolo dei Lettori, e l’occasione una rassegna ideata […]

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Pubblicato qualche giorno fa sul Riformista

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di condividere lo stesso palco con Federico Fiumani, cantante, chitarrista e anima dei Diaframma, uno dei pochi gruppi rock degni di questo nome nati in Italia negli ultimi trent’anni. Il luogo era il torinese Circolo dei Lettori, e l’occasione una rassegna ideata per far convivere letteratura e musica tra gli stucchi dell’austero palazzo Granieri della Roccia. Un contesto lontano da teatritenda, centri sociali e altri spazi d’elezione per la musica alternativa. E tuttavia, quando ho visto Fiumani imbracciare la chitarra e poi lanciarsi nei classici del repertorio come Verde, Siberia, Caldo, L’Amore segue i passi di un cane vagabondo davanti a un pubblico che più eterogeneo non poteva essere (tra fan accorsi dai paesi circostanti, studenti di creative writing nati dopo la new wave, signore impellicciate che ignoravano anche il nome di Ian Curtis), suscitando tra gli astanti non l’entusiastica e in fn dei conti vuota compiacenza che circonda i Dinosauri della musica leggera ma sentimenti più difficilmente gestibili quali stupore, perplessità, fastidio, commozione, spiazzamento, amore… è stato allora che ho pensato: «ecco, dov’era andata a nascondersi per tutto questo tempo…» Mi riferivo alla musica rock.


E ora, un po’ di storia. I Diaframma sono stati un gruppo seminale. Senza di loro, molti protagonisti delle successive stagioni musicali quali Baustelle, Marlene Kuntz, Cristina Donà, Luci della centrale elettrica, Zen Circus non avrebbero inciso le loro tracce su un cd come hanno fatto. È un’eredità riconosciuta da questi stessi musicisti, che spesso suonano le cover dei Diaframma durante i loro concerti, e che ai Diaframma hanno dedicato un disco tributo, dove a reinterpretare i classici di Fiumani è stata chiamata anche la scrittrice Elena Stancanelli, che con lui condivide la città di nascita: Firenze.
I Diaframma arrivano sulla scena nella prima metà degli anni Ottanta, e secondo l’opinione di chi scrive sono stati uno dei tre fenomeni dell’epoca a superare senza problemi il complesso d’inferiorità che il nostro Paese soffre tradizionalmente rispetto alla musica rock. Per una formidabile alchimia di talento e caso, tra il 1984 e il 1985 escono in Italia tre dischi che non hanno nulla da invidiare agli omolghi d’oltremanica o oltreoceano:
Siberia, il primo album dei Diaframma, è appunto dell’84, e precede di un anno Desaparecido dei Litfiba e Affinità e divergenze tra il compagno Togliatti e noi dei CCCP. Tre album, tre gruppi musicali, una decina di talenti geniali (oltre a Fiumani ricordiamo Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Gianni Maroccolo e l’indimenticato Ringo De Palma dei Litfiba, Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP), per un risultato inimmaginabile: finalmente una musica che non aveva nulla a che fare con le (neo)melodie di San Remo né con lo Strapaese di Claudio Villa né con il progressive di Franz Di Cioccio e nemmeno con il (pur bello) cantautorato di De Andrè. Analogamente a ciò che stava facendo in quel periodo la rivista «Frigidaire» per il fumetto, si trattava di codici estetici mai visti né ascoltati prima: il punk filosovietico di Ferretti&Zamboni, la sghemba new wave in salsa etno dei Litfiba, il miracoloso equilibrio di semplicità e struggimento dei Diaframma. Risultato: l’atto fondativo di un immaginario che si contrapponeva all’Italietta da bere di Craxi, dei paninari e del «Drive In», e diventava un’alternativa esistenziale per tanti ragazzi dell’epoca che si sarebbero poi detti “salvati dalla musica”.
A distanza di venticinque anni, di queste avventure rimane l’eredità (pezzi come Gira nel mio cerchio o Emilia paranoica fanno parte della nostra cultura musicale), ma di vivo e attivo e sudato sul palco resta solo Federico Fiumani. Cosa è successo? Mentre i Diaframma, protetti dalle tenebre dell’underground, hanno continuato il proprio percorso, Litfiba e CCCP (poi CSI, infine PGR) si sono infranti contro i capolinea più frequentati da un gruppo rock sul punto di morire: sputtanamento commerciale per i primi, eccesso d’intellettualismo e ideologia per i secondi.
Il gruppo di Renzulli e di Pelù ha scalato le classifiche nei Novanta proponendo una musica sempre più ruffiana, è naufragata poco prima del 2000 per trovare proprio negli ultimi mesi il perfetto correlativo oggettivo di questo epilogo: la canzone Il mio corpo che cambia usata nello spot di una nota marca di cereali. Per i CCCP la questione è più complessa: transitati nella sigla CSI con esiti ottimi, e in PGR nel 2001 con risultati appena buoni, la parabola artistica di Lindo Ferretti è implosa sotto la sua conversione al cattolicesimo. L’incontro tra cultura cristiana e rock può dare esiti notevolissimi come dimostra l’esperienza di Nick Cave. Ma quando al sentiero tortuoso di un rapporto tormentato con la religione (Faulkner e Melville e Simone Weil insegnano) si preferiscono i rettilinei dell’inginocchiamento senza se e senza ma di fronte all’attuale Curia Romana, il fallimento artistico è assicurato. Lo dimostra il recente apprezzamento per Ferretti di un intellettuale modesto come Camillo Langone: se ti incensa lui, significa che sei finito.
Federico Fiumani non è caduto in queste trappole. Fa un centinaio di concerti l’anno e mantiene un seguito di fedelissimi; autoproducendosi i dischi, sfruttando le major a fini distributivi e usando l’incubo dei colossi discografici (la Rete) per vendere on line la propria musica è oggi più ricco, più libero e probabilmente anche più giovane di allora. Le sue canzoni hanno mantenuto freschezza e semplicità, hanno avuto cioè l’ambizione di non cadere nella pretenziosità. Ma in fin dei conti… mentre negli ultimi vent’anni un simulacro scadente del rock ha riempito gli stadi e gli schermi televisivi (basti pensare all’entertainment spielberghiano degli U2 o a come MTV ha vampirizzato tanta musica alternativa) o ha offerto il peggio inchinandosi alla mai del tutto assimilata “cultura alta” (Lou Reed che prova sgraziatamente a rileggere Edgar Poe), lo spirito più autentico di questo genere musicale – energia, alternativa, messa in gioco esistenziale di musicisti e pubblico – ha seguito i passi di quelli come Fiumani.
Ai tempi di youtube e della fine del disco, è impossibile sapere quali saranno le migliori esperienze musicali del XXI secolo. Di certo non verranno da fallimenti creativi come X Factor. Più probabile pensare che i nostri tempi siano una sorta di aggiornamento tecnonologico di quelli di Robert Johnson, l’oscuro musicista del Delta del Mississippi che scoprì il blues (e dunque tracciò il solco di mezza musica del Novecento) mentre il mondo celebrava gli ultimi eredi di Raffaele Sacco. Insomma, il nuovo verrà ancora da ciò adesso sfugge al mainstream, come dimostra una giovane e vitale e consigliata rivista quale è «Suole di vento», che all’argomento dedicherà il suo prossimo numero monografico.
Intanto, un eroe italiano di questo mondo sotterraneo, continua il proprio never endig tour – Federico Fiumani e i Diaframma sono in arrivo nella tua città: in concerto il 12 dicembre a Pisa, il 19 a Seregno, il 23 a Santarcangelo di Romagna, il 26 a La Spezia…

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