Federico Iarlori Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federico-iarlori/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Jan 2019 11:08:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Federico Iarlori Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/federico-iarlori/ 32 32 “Serotonina” di Michel Houellebecq: l’amore al tempo delle passioni tristi https://minimaetmoralia.it/letteratura/serotonina-michel-houellebecq-lamore-al-tempo-delle-passioni-tristi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/serotonina-michel-houellebecq-lamore-al-tempo-delle-passioni-tristi/#comments Fri, 11 Jan 2019 10:55:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39177 di Federico Iarlori

Dopo aver scoperto che la compagna giapponese con cui conviveva da due anni si divertiva - tra le altre cose - a farsi penetrare da cani di varie razze, Florent-Claude Labrouste, 46 anni, agronomo al ministero dell’Agricoltura, decide volontariamente di sparire dalla circolazione abbandonando sia il lavoro che il tetto coniugale per andare a vivere, all’insaputa di tutti, in un hotel parigino - rigorosamente dotato di stanze per fumatori.

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Dopo aver scoperto che la compagna giapponese con cui conviveva da due anni si divertiva – tra le altre cose – a farsi penetrare da cani di varie razze, Florent-Claude Labrouste, 46 anni, agronomo al ministero dell’Agricoltura, decide volontariamente di sparire dalla circolazione abbandonando sia il lavoro che il tetto coniugale per andare a vivere, all’insaputa di tutti, in un hotel parigino – rigorosamente dotato di stanze per fumatori.

Fin qui, il protagonista di “Serotonina” (La Nave di Teseo), l’ultimo romanzo di Michel Houellebecq, ricorda molto da vicino altri storici personaggi della letteratura francese, dal protagonista de “Il presentimento” di Emmanuel Bove all’“Uomo che dorme” di Georges Perec. Più o meno come loro, infatti, Labrouste – che di se stesso detesta perfino il nome – decide di eclissarsi nel momento in cui si rende conto che la donna con cui vive (terribilmente viziata e molto più giovane di lui) non aspetta altro che il vecchio brontolone tiri le cuoia e che il suo lavoro, cioè ratificare a suon di inutili resoconti il progressivo annientamento dell’agricoltura francese ad opera delle politiche liberiste dell’Unione europea, tradisce gli ideali in cui credeva quando era uno studente alla facoltà di Agraria: “privilegiare la qualità, consumare e produrre locale, utilizzare fertilizzanti animali” e via dicendo. Nient’altro che un’utopia, dunque, in una società come quella odierna in cui il libero scambio è ancora un dogma imprescindibile.

Riassumendo con le parole di Houellebecq: “Le ragazze sono delle puttane, se vogliamo, ma la vita professionale è una puttana ben più ragguardevole, e che per giunta non vi dà nessun piacere”.

Ma non è tutto, ovviamente. Si tratta pur sempre di un romanzo che più houellebecquiano di così non si può. Florent-Claude Labrouste, infatti, oltre ad essere cinico, disilluso e a dir poco ossessionato dal sesso, soffre di una pesante patologia depressiva che non gli permette neanche di lavarsi (“la prospettiva di avere un corpo di cui prendersi cura diventava sempre più insopportabile”) e che potrebbe condurlo al suicidio. Così il dottor Azote, un medico di base piuttosto stravagante, gli prescrive un antidepressivo di nuova generazione, il Captorix, in grado di stimolare la produzione di serotonina, l’ormone della felicità. Sarebbe un farmaco miracoloso, se solo la serotonina non inibisse – per motivi che neanche i medici sanno spiegare – la sintesi del testosterone, causando la perdita totale del desiderio sessuale e condannando chi ne fa uso all’impotenza.

La solitudine estrema, la consapevolezza di aver fallito nella vita e l’inesorabile avvicinarsi della vecchiaia – condizione resa ancora più tangibile dallo stato di impotenza causato dal Captorix – spingono il protagonista a ripercorrere in maniera tanto nostalgica quanto insolente le storie d’amore – e di sesso – più importanti della sua vita. Proprio come quelli che stanno per morire e che organizzano una cerimonia in occasione del loro trapasso – scrive Houellebecq -, “io cercavo di organizzare una mini cerimonia di addio al mio cazzo; volevo rivedere tutte le donne che l’avevano onorato, che l’avevano amato a loro modo”.

E così Labrouste, quasi fosse Don Johnston in “Broken Flowers”, ci racconta i momenti intensi e fugaci vissuti con Kate, una bella ragazza danese, ai tempi dell’università; la convivenza con Claire, un’attrice fallita che vorrebbe recitare nei cinepanettoni e invece le fanno interpretare noiosissimi testi di Bataille o di Blanchot; ma soprattutto la storia d’amore con Camille – una stagista di 19 anni – gettata alle ortiche a causa di “qualche scopata senza importanza” con un’altra donna. Il fantasma di Camille attraversa praticamente tutto il romanzo e tortura senza pietà la già fragile psiche di Labrouste, configurandosi come la sola e unica felicità possibile. In definitiva – come si scoprirà nelle ultime battute del romanzo, prima del finale tragico -, un’occasione persa per sempre a causa dell’impulsività tipica dei vent’anni, “i soli anni in cui l’avvenire sembra aperto, in cui tutto sembra possibile”. Ma quella libertà – sembra volerci dire Houellebecq -, quella voglia di prendere tutto, l’avidità di cogliere tutte le opportunità che ci si presentano davanti, prima o poi si paga. A caro prezzo.

“Serotonina” è quindi – come già annunciato quasi due anni fa dallo stesso Houellebecq – un romanzo d’amore e un romanzo sull’amore e sul suo potere terapeutico e salvifico, quasi mistico. “Il mondo esterno era duro – scrive l’autore -, spietato nei confronti dei deboli, non teneva quasi mai le sue promesse, e l’amore restava la sola cosa in cui si potesse ancora, forse, avere fede”. E probabilmente sono proprio i genitori di Labrouste, nel romanzo, a rappresentare l’esempio perfetto di questo amore puro, archetipico; un legame primario e fondatore la cui intensità non è seconda neanche a quella che unisce madre e figlio. Non a caso la madre finisce per suicidarsi assieme al marito dopo aver scoperto che quest’ultimo era stato affetto da un cancro al cervello.

Al di fuori della coppia, al di fuori della famiglia, insomma, si salva poco o niente. E Houellebecq – attraverso il suo personaggio – non perde una sola occasione per sottolinearlo a suon di provocazioni.

Ecco una breve ricognizione: “l’Olanda non è un Paese, ma al massimo un’impresa” e “gli olandesi sono delle puttane, una razza di commercianti poliglotti e opportunisti”; gli inglesi sono “quasi più razzisti” dei giapponesi; gli argentini sono dei “bastardi” che inondano l’Europa con i loro prodotti geneticamente modificati; “Niort (città della Francia centro-occidentale, ndr) è una delle città più brutte che abbia mai visto”; Parigi è “un inferno”, “una città ripugnante, infestata da borghesi eco responsabili”. Senza parlare degli elogi al generale Franco (“autentico gigante del turismo” di lusso e di massa), dei riferimenti anti ecologisti (“gli ecologisti radicali sono degli imbecilli ignoranti”, “sabotavo sistematicamente i contenitori della raccolta differenziata”, “non avrò fatto granché nella mia vita, ma almeno avrò contribuito alla distruzione del pianeta”), dell’apologia della caccia, del pedofilo tedesco, dei cliché omofobi, dell’opinione sui giornalisti (“cretini” e “conformisti”), dell’Unione europea che sarebbe una “gran troia” a causa della soppressione delle quote latte, delle cosiddette “famiglie ricomposte” che sarebbero “una disgustosa presa per i fondelli” e della lista di donne qualificate come “puttane” – di professione e non.

Niente di nuovo, tutto sommato. Anzi, questa volta le polemiche sono cominciate presto, in netto anticipo rispetto alla pubblicazione del romanzo:  prima c’è stata l’intervista al mensile americano Harper’s, nella quale lo scrittore francese ha dichiarato che “Trump è uno dei migliori presidenti americani che abbia mai visto” e poi i titoli scandalistici sugli abitanti di Niort – “una delle città più brutte che abbia mai visto” – che minacciavano di boicottare il libro – in realtà, invece, “Serotonina” sta spopolando dappertutto, anche a Niort.

Ciò che non smette di sorprendere, piuttosto, è che alcuni giornali di sinistra come Libération (massacrato nel libro, tra l’altro), Les Inrocks o l’Obs, giornali cioè che fanno dell’ecologismo, del Parigi-centrismo e della lotta ai vari Trump, Putin, Bolsonaro e via dicendo il loro orgoglio, non possano fare a meno di elogiare – le recensioni sono state praticamente un plebiscito in suo favore – l’autore più reazionario della letteratura francese.

Al di là delle provocazioni, infatti, “Serotonina” contiene anche una tesi politica che non dovrebbe piacere affatto alle testate appena citate. Quando Aymeric d’Harcourt-Olonde, l’unico amico di Labrouste, un nobile che ha scelto di diventare agricoltore e che – strozzato dai debiti e afflitto dai sempre più frequenti suicidi dei suoi colleghi – decide di manifestare contro il governo sfidando la Polizia con tanto di fucili e taniche di benzina, Houellebecq è dalla sua parte. L’autore, quindi, non solo appoggia la causa degli agricoltori francesi – una sorta di gilet gialli ante litteram -, facendo per giunta esplicitamente l’occhiolino al partito di Marine Le Pen, ma elogia anche l’aristocrazia terriera. Per lui Aymeric è un eroe che difende i contadini francesi, “cosa che – si legge nel romanzo – era stata da sempre la missione della nobiltà”.

Sembra essere opposta, invece, la sua opinione nei confronti dei politici – Houellebecq è da tempo un partigiano della democrazia diretta -, dei giornalisti e della classe media urbana globalizzata (i “borghesi eco responsabili” di cui sopra). È la Francia a cui paradossalmente lo stesso Houellebecq appartiene, la Francia dell’odiato Macron, dalle cui mani ha peraltro appena ricevuto la Legion d’onore.

Ecco, forse è proprio per questo motivo che Houellebecq riesce a rimanere impermeabile alle critiche dei cosiddetti “radical chic”, perché sotto sotto hanno capito che perfino lui è ormai uno di loro. È altrettanto possibile, però, – ammesso che lo si legga per davvero – che la qualità di un testo letterario goda ancora di una qualche rilevanza agli occhi di chi è pagato per scriverne. Questa sì che sarebbe una buona notizia, un motivo in più per sperare, nonostante tutto.

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Houellebecq e Schopenhauer: cronaca di un colpo di fulmine https://minimaetmoralia.it/recensioni/michel-houellebecq-contro-il-mondo/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/michel-houellebecq-contro-il-mondo/#comments Tue, 23 May 2017 13:17:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34437 (fonte immagine)

In attesa del suo prossimo romanzo “sull’amore” – chissà cosa dobbiamo aspettarci –, Michel Houellebecq ritorna ad una sua vecchia passione: il saggio. Dopo averne dedicato uno a H.P. Lovecraft (Contro il mondo, contro la vita, Bompiani), con cui inaugurò la sua fortunata bibliografia nel lontano 1991, l’autore di Sottomissione ha deciso di rendere omaggio ad un pensatore fondamentale della sua formazione intellettuale: il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer.

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In attesa del suo prossimo romanzo “sull’amore” – chissà cosa dobbiamo aspettarci –, Michel Houellebecq ritorna ad una sua vecchia passione: il saggio. Dopo averne dedicato uno a H.P. Lovecraft (Contro il mondo, contro la vita, Bompiani), con cui inaugurò la sua fortunata bibliografia nel lontano 1991, l’autore di Sottomissione ha deciso di rendere omaggio ad un pensatore fondamentale della sua formazione intellettuale: il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer.

“Quando ho preso in prestito gli Aforismi sulla saggezza del vivere presso la biblioteca del VII arrondissement [di Parigi] – scrive nell’introduzione a In presenza di Schopenhauer, un agile libricino appena pubblicato in Italia da La Nave di Teseo –, avrò avuto ventisei anni, o addirittura venticinque, o ventisette. […] pensavo di aver esaurito un ciclo, nella mia scoperta della letteratura. E invece, in qualche minuto, tutto è cambiato”. Uno shock, questo suo “incontro” con il filosofo tedesco, che ha portato Houellebecq a definire “Il mondo come volontà e rappresentazione” come “il libro più importante del mondo” e – molto probabilmente  a fare di Schopenhauer un punto di riferimento di tutta la sua opera, a tal punto che è lecito chiedersi se Houellebecq fosse schopenhaueriano prima della lettura di Schopenhauer o se è questa lettura che lo ha fatto così come lo conosciamo. “Stessa evidenza della sofferenza, stesso pessimismo, stessa concezione dello stile, ma anche stessa importanza centrale accordata alla compassione come fondamento generale dell’etica; stesso carattere salvifico della contemplazione estetica; stessa impossibilità di adattarsi al mondo” – scrive il filosofo Michel Onfray nel nuovo “Cahier de L’Herne” dedicato a Michel Houellebecq.

L’ultimo libro dello scrittore francese è essenzialmente una selezione di brani tratti dal Mondo come volontà e rappresentazione e dagli Aforismi – tradotti dallo stesso Houellebecq subito dopo aver terminato la stesura de La possibilità di un’isola (2005) – e dai relativi commenti dell’autore.

Fin dall’inizio del testo, Houellebecq dichiara di apprezzare in primo luogo l’originalità del pensatore tedesco rispetto agli altri filosofi: secondo lui, infatti, Schopenhauer “parla di ciò di cui non si può parlare: dell’amore, della morte, della pietà, della tragedia e del dolore; […] entra nel campo dei romanzieri, dei musicisti e degli scultori”, nell’universo delle “passioni umane”, nonostante esso sia “disgustoso, spesso atroce, dove si aggirano la malattia, il suicidio e l’omicidio”, facendo scoprire alla filosofia terre nuove e inesplorate. E per farlo – ci ricorda Houellebecq – utilizza un approccio inabituale per un filosofo, quello della contemplazione estetica.

A questo proposito, Houellebecq prende in prestito la riflessione Schopenhaueriana sull’arte e, soprattutto, sull’artista, per condannare lo stato in cui versa l’attuale mondo della cultura, sempre più schiavo del mercato. A Schopenhauer, infatti, va riconosciuto il merito di non aver considerato più l’artista come “qualcuno che fabbrica delle cose” – Houellebecq cita i romanzieri ridotti a storyteller e gli artisti che spiegano come si produce un’opera d’arte –, ma come un essere dotato di una “disposizione innata – e quindi non insegnabile – alla contemplazione passiva e quasi stordita del mondo”. Diventa quindi inutile, se non addirittura ridicolo, fare l’artista per colui che non ha “una facoltà di percezione pura che si incontra di solito solo nell’infanzia, nella follia o nella materia dei sogni”. Un’opera d’arte, secondo Schopenhauer, è una sorta di produzione della natura che deve avere in comune con essa la semplicità del disegno, l’ingenuità. E guai – ammonisce Houellebecq – se il critico dimentica di contemplarla con la stessa ingenuità con cui è stata concepita; se cerca di contestualizzarla, di localizzarla attraverso accostamenti, opposizioni o riferimenti. Il primato dell’intuizione, della contemplazione pacifica dell’insieme degli oggetti del mondo, staccata da qualunque riflessione e da qualunque desiderio, fanno di Schopenhauer un pensatore in grado di prendere le distanze sia dal classicismo che dal romanticismo. Un’originalità quantomeno degna della più grande ammirazione.

Ma c’è di più. Secondo Houellebecq, infatti, scrivendo un’opera come Il mondo come volontà e rappresentazione, il filosofo tedesco è stato un eccezionale precursore anche delle famose concezioni dell’assurdo del ventesimo secolo. Dove cercare le radici del Mito di Sisifo di Albert Camus se non nella riflessione schopenhaueriana sull’assurdità del “lavoro incessante della gravità”, ad esempio? Per non parlare di quella sulla vita degli animali, tragicamente condizionata “dal bisogno, da sofferenze molteplici e prolungate, da una battaglia incessante, bellum omnium, ognuno cacciatore e preda nello stesso tempo”: come non pensare a Dino Buzzati, un altro maestro dell’assurdo, e al suo racconto Dolce notte (ne Il Colombre e altri racconti, Mondadori), in cui la crudeltà della natura, i suoi crimini e le sue torture si consumano nel microscopico sottofondo del giardino di una casa di vacanza, mentre ai coniugi che si rilassano in salotto non resta che un vago senso di inquietudine?

Ma l’assoluta originalità di Schopenhauer si estende, secondo Houellebecq, anche all’arte della drammaturgia. Il filosofo tedesco, infatti, si sarebbe fatto portavoce di un nuovo e tuttora inesplorato elemento in grado di attivare il meccanismo tragico; una sorta di terza via che si aggiungerebbe a quella che si basa su un personaggio estremamente malvagio, unica fonte del male (Riccardo III, Jago) e a quella basata su un destino spietato e ineluttabile (Edipo Re, Romeo e Giulietta), ovvero quella del contesto, delle semplici circostanze ordinarie che fanno da sfondo ai personaggi e che “li costringono a prepararsi vicendevolmente, in piena conoscenza e in piena consapevolezza, alle sventure più atroci, senza che la colpa debba ricadere sull’uno o sull’altro”. Questa “tragedia della banalità” teorizzata da Schopenhauer – scrive Houellebecq – non è stata ancora scritta.

Negli ultimi due capitoli del suo breve saggio, Houellebecq non manca di ripetere quanto abbia amato gli Aforismi, “il libro più brillante, più accessibile e più divertente che Schopenhauer abbia mai scritto. Come trovare delle soluzioni pratiche per la felicità, considerato il quadro desolante che ci viene presentato nelle opere del filosofo tedesco? E’ qui il paradosso che ci propone Houellebecq: “una tale filosofia è profondamente consolatoria; contribuisce in effetti a recidere le radici della voglia, fonte così feconda di tristezze umane: qualunque godimento, per quanto desiderabile possa sembrare, è relativo. […] Il messaggio – continua Houellebecq – è quello, radicale, del buddismo, di un buddismo temperato, umanizzato, adattato alla nostra cultura, al nostro temperamento impaziente e avido, alle nostre deboli disposizioni alla rinuncia”. Anche in questo caso, la filosofia di Schopenhauer – e la sua teorizzazione della supremazia dell’essere sull’avere in merito al raggiungimento della felicità – viene presa in prestito da Houellebecq per denunciare le derive del turbocapitalismo contemporaneo, che proietta l’essere umano verso “i soldi e la fama (ciò che abbiamo, ciò che rappresentiamo)”, ovvero verso ciò che Schopenhauer considera un’illusione e a cui contrappone “gli alti godimenti dello spirito”.

Tuttavia, se è vero che i soldi non fanno la felicità, è altrettanto vero che possono essere utili. E’ lo stesso Schopenhauer ad averlo scritto in un brano riportato da Houellebecq alla fine del libro: “Non credo di fare cosa indegna della mia penna – scrive il filosofo – raccomandando qui la cura nel conservare la propria fortuna, ereditata o guadagnata che sia”.

Ora è più chiaro il motivo che spinse Houellebecq a trasferire il suo domicilio in Irlanda e a viverci per quasi undici anni: pagare meno tasse significa vivere con più saggezza.

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Parigi è un desiderio: intervista a Andrea Inglese https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-un-desiderio-intervista-andrea-inglese/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parigi-un-desiderio-intervista-andrea-inglese/#respond Wed, 14 Dec 2016 07:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33087 di Federico Iarlori

Autobiografia, romanzo di formazione, “guida turistica letteraria”: non è facile trovare la definizione più appropriata con cui etichettare Parigi è un desiderio (Ponte alle Grazie), l’esordio romanzesco di Andrea Inglese (poeta, “studioso di romanzi” e co-fondatore del blog letterario Nazione Indiana). Di certo – mi racconta l’autore stesso –, questo libro gli è parso l’unico modo per fare i conti con una città, Parigi, che ha rappresentato un polo di attrazione geografico e sentimentale costantemente presente nella sua vita e nel suo immaginario.

Un’ossessione, o meglio, un desiderio, quello di raccontare il suo rapporto con la capitale francese, che ha spinto l’autore a mettersi in gioco e ad affrontare per la prima volta il terreno tanto nobile (e per questo tanto temuto) della forma romanzo. Nel realizzare questa operazione difficile e ambiziosa, Inglese è riuscito a smarcarsi con naturalezza dalla trappola dei cliché parigini, regalando ai suoi lettori una radiografia dell’anima oscura della ville lumière, tanto onirica e leggendaria, quanto inevitabilmente concreta e spietata, frutto di un singolare approccio “umorale” e “idiosincratico” al materiale umano, culturale e urbano con cui si è confrontato nel corso degli anni.

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di Federico Iarlori

Autobiografia, romanzo di formazione, “guida turistica letteraria”: non è facile trovare la definizione più appropriata con cui etichettare Parigi è un desiderio (Ponte alle Grazie), l’esordio romanzesco di Andrea Inglese (poeta, “studioso di romanzi” e co-fondatore del blog letterario Nazione Indiana). Di certo – mi racconta l’autore stesso –, questo libro gli è parso l’unico modo per fare i conti con una città, Parigi, che ha rappresentato un polo di attrazione geografico e sentimentale costantemente presente nella sua vita e nel suo immaginario.

Un’ossessione, o meglio, un desiderio, quello di raccontare il suo rapporto con la capitale francese, che ha spinto l’autore a mettersi in gioco e ad affrontare per la prima volta il terreno tanto nobile (e per questo tanto temuto) della forma romanzo. Nel realizzare questa operazione difficile e ambiziosa, Inglese è riuscito a smarcarsi con naturalezza dalla trappola dei cliché parigini, regalando ai suoi lettori una radiografia dell’anima oscura della ville lumière, tanto onirica e leggendaria, quanto inevitabilmente concreta e spietata, frutto di un singolare approccio “umorale” e “idiosincratico” al materiale umano, culturale e urbano con cui si è confrontato nel corso degli anni.

Dalla “noncuranza” tanto invidiata al protagonista di Fino all’ultimo respiro di Godard alla piaga del precariato nelle università, dalla scalata della Tour Eiffel con un gruppo di amici alla logorante routine della vita lavorativa, perennemente in bilico tra il “morboso collezionismo autobiografico” perechiano e la sfiziosa deriva debordiana, Inglese decostruisce l’immaginario legato al mito della capitale francese, declinandolo nelle mille sfaccettature della vita vera attraverso il filtro romantico di un sognatore e di un autentico appassionato della cultura transalpina. L’ho incontrato – ovviamente – a Parigi, città nella quale tuttavia non vive più, avendogli preferito l’hinterland, in un bar qualunque di Place de la Nation.

Hai quasi 50 anni. Perché hai aspettato così tanto per scrivere il tuo primo romanzo?

Sono arrivato a questo romanzo in modo abbastanza inaspettato. Non avevo in testa l’idea di scriverlo. Non faccio parte di quei poeti che sentono l’esigenza di passare al romanzo per aprirsi ad un pubblico più ampio. Nel mio caso, è la vicenda autobiografica che mi ha portato verso il romanzo. Il soggetto, ovvero fare i conti con una città, Parigi, non poteva esprimersi nelle forme della poesia. Così, ho iniziato a scrivere delle prose sperimentali, nello specifico il Commiato da Andromeda, che è un prosimetro; poi, questo nucleo di partenza è diventato un saggio autobiografico; a sei mesi dalla consegna mi sono reso conto che era un romanzo. Essendo uno studioso di romanzi – ho fatto una tesi di dottorato sul romanzo – il romanzo mi ha sempre terrorizzato, l’ho sempre considerata una forma nobile, con un passato nobile nel ‘900. Mi impauriva per la complessità delle implicazioni che questa forma ha.

C’è chi, come lo scrittore Gianni Biondillo, sostiene che “scrivere ancora di Parigi è da pazzi”. Lo pensi anche tu? E se sì, perché lo hai fatto?

Non è un problema che mi sono posto, altrimenti non avrei scritto questo libro. Sono andato avanti a testa bassa, anche se mi sono reso conto che i rischi erano tanti. Ho anche letto varie cose che erano uscite su Parigi. La letteratura recente su Parigi ha legittimato il mio lavoro, perché ero certo che stavo facendo qualcosa di diverso. Non avrei scritto un romanzo turistico. Avrei parlato del mio rapporto con Parigi in termini idiosincratici, umorali, personali e senza nessuna pretesa di accompagnare qualcuno nella scoperta della città.

Dici che il tuo è un romanzo, eppure molte cose che accadono al protagonista del libro, Andy, sono accadute anche a te e tutte le altre restano comunque molto credibili…

È ottimo che tutto sia credibile. Ciò vuol dire che l’operazione ha funzionato. Per me è un romanzo autobiografico. Non solo perché ci sono dentro inserti di pura finzione, ma anche perché è basato su una materia autobiografica. Tra la materia e l’esito finale c’è la forma. La forma romanzo. In genere un’autobiografia non ha mai un inizio, né una fine. In quel caso io prendo dal mio primo ricordo importante fino a quando ho smesso di scrivere. Ci entra tutto quello che io decido di ricordare. Qui, invece, c’è assoluta selezione, di innesco e di finale, una selezione finzionale, legata al romanzo. La materia autobiografica crea una voce, che è nella logica della confessione, dell’esibizione e che viene creduta sempre. Gli si dà fiducia totale. Negli snodi narrativi più importanti, è talmente vicina al gesto sincero, che di conseguenza anche tutto il resto viene creduto. Ma non c’è nessun patto autobiografico con il lettore.

All’inizio del romanzo, Parigi è – appunto – un desiderio che vive nei sogni del protagonista. Poi diventa realtà. Il bilancio di questo passaggio è positivo o negativo?

La cosa del romanzo sono i rapporti con i fantasmi di una città. C’è un continuo slittamento rispetto all’idea che il personaggio si è fatto. Alla fine, il bilancio è drastico. Ad un certo punto, infatti, Parigi non è più il desiderio. Il protagonista cessa di desiderare di vivere a Parigi. Questo, ovviamente, avviene dopo varie modalità di rapporto. Non esiste una chiave di rapporto definitiva su una città. C’è il sogno, lo studio, il lavoro, la famiglia: nessuno di questi dà una chiave definitiva. Parigi rimane una città che sfugge a tutti i tentativi di appropriarsene. Georges Perec, nel suo Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, ci fornisce l’esempio perfetto: c’è una sorta di inesauribilità di metropoli come Parigi rispetto a chi la vuole intrappolare in un giudizio. Detto questo, Parigi è una città molto dura, spietata per chi ci vive. E non stiamo parlando, ovviamente, della città del sogno, del turista o della borghesia che se la gode come una sorta di parco giochi.

Come definiresti la cosiddetta “noncuranza” che invidi tanto al protagonista del film di Godard Fino all’ultimo respiro e che fa parte del tuo immaginario giovanile legato a Parigi?

Sì, in effetti è un termine che ho legato a questo personaggio interpretato da Jean-Paul Belmondo in Fino all’ultimo respiro. E’ una definizione che ha un fondo tragico, in realtà. Non significa fottersene di tutto. E’ una specie di tranquillità incosciente di fronte ai pericoli e alle trappole della vita. Uno stato infantile vissuto da un uomo adulto. L’immagine che mi viene in mente è quella di un personaggio che cammina sul bordo del precipizio senza provare nessuna angoscia. Una condizione opposta alla modalità in cui viviamo la nostra realtà, di controllo del mondo, secondo una logica funzionalista e utilitaria, di pragmatismo sfacciato. Nella noncuranza c’è un elemento poetico e tragico. È un concetto che si riallaccia alla storia del dandysmo, del flâneur, del non essere ingaggiato in qualche attività professionalmente seria sulla quale costruisci il futuro. Non è il menefreghismo del faccio quello che voglio.

Alla noncuranza del flâneur o del poeta si oppone l’abitudine, che tu consideri una prerogativa borghese. Il protagonista del tuo romanzo è sempre in bilico tra queste due dimensioni. Perché?

Io sono un abitudinario, quindi so cosa comportano le abitudini. Proust ha già detto tutto: “Le abitudini sono un compromesso tra il mio sistema individuale e il mondo”. Per non prendere sberle, costruisco un’abitudine che mi protegge, che mi fa controllare una zona di mondo attraverso la ripetizione. Il problema è che questo sistema difensivo può anche essere una delle nostre trappole. I sistemi difensivi possono diventare auto-offensivi, minacciare la persona stessa che li ha costruiti. Nel romanzo, il presupposto del protagonista è quello di mettersi in gioco in modo scoperto. C’è un momento in cui bisogna prendere rischi sennò non si crea nulla di importante. Le svolte sono sempre dolorose, implicano rischi, pericoli di perdersi, ma sono assolutamente necessarie. Noi siamo complici di tutte le forme di prigionia della società. Iniziare a fare uno sgambetto a noi stessi è un passo verso l’emancipazione.

Il principale alleato dell’abitudine è il lavoro. Cosa succede quando ci si trasferisce in una città come Parigi e si passa dalla statuto di turista (o di studente) a quello di lavoratore?

Parigi vissuta da lavoratore è stato un passaggio fondamentale per capire come funziona la società. È il lato oscuro del turismo. Ecco perché la società ci spinge a stare nel turismo anche a casa nostra, costringendoci ad una maturazione differita e ritardata, allo studio infinito. Nel rapporto con il lavoro, infatti, tutte le tensioni e gli scontri sociali esplodono. E’ il luogo in cui le maschere cadono, in cui si concentra il principio di realtà. Da qui, l’importanza della deriva debordiana di cui si parla nel libro, che ti permette di portare uno sguardo diverso, astruso, stralunato, eccentrico rispetto a un sistema di vita. Lo sguardo dei poeti, dei vagabondi, dei marginali ti permette di vedere delle cose che né nel turismo, né nel sistema lavorativo vedi.

Alla fine del romanzo, il protagonista è spietato con Parigi. Tra le altre cose, la definisce una città per gente esageratamente ricca…

È un dato di fatto. Ci sono degli studi sulla “gentrificazione” di Parigi. C’è il problema di un’enorme quantità di gente che ci lavora e che non ci può vivere. Poveri e classe media non ce la fanno, sono costretti ad uscire. La qualità della vita in città è sempre più difficile a meno di non avere molti soldi. In ogni caso, sono scettico sull’idea che esistano posti in cui è importante vivere perché è lì che passa lo spirito del tempo. Non credo sia decisivo esserci per avere buona qualità di vita o per creare. Le belle idee e le grandi opere sono venute tanto dalla periferia del mondo quanto dai grandi centri cosmopoliti.

Nel romanzo, parli molto del XIII arrondissement. Una scelta originale. L’hai fatto apposta?

L’ho fatto perché nel XIII c’ho vissuto. Non è l’unico posto in cui ho vissuto a lungo, intendiamoci. E non è che sia in sé significativo. La cosa che mi sembrava interessante era di parlare di un arrondissement senza grande storia, senza grande carattere, fuori da tutti gli immaginari, ma che nonostante tutto esiste, è Parigi, e ci sono mille storie che si svolgono lì dentro. Malgrado fosse fuori dalle telecamere, dalle luci, mi ha interessato farlo vivere, far vivere i suoi personaggi. E’ un quartiere ancora popolare di Parigi, dove c’è ancora una classe media. C’è tutta una zona nuova molto interessante, una parte importante di quartiere cinese, le torri ultrapopolari, le parti fighette, una visione parecchio sfaccettata di Parigi fuori dall’iconografia tradizionale.

Il capitolo intitolato La Sorbona Novella è praticamente un pamphlet sul precariato nell’università. Coma mai questa scelta?

In effetti, questo capitolo è stato criticato da varie persone, anche con delle ragioni. Perfino un libro riuscito può avere un sacco di difetti. Sembra che ci sia sorta partito preso, un elemento pamphlettistico, appunto. Il romanzo, d’altronde, è un genere composito, in cui un elemento pamphlettistico ci può stare. In questo capitolo il giudizio domina sulla narrazione, altrove, invece, i due elementi sono bilanciati. Il mio obiettivo era di mostrare come il criterio meritocratico nell’università è esploso e non funziona più. Non per la storia della mafia e del nepotismo. Il problema è che i candidati brillanti sono troppi rispetto alla capacità di assorbimento del sistema, per cui diventa difficile dire che uno ha delle qualità superiori rispetto a quelle di un altro. Funziona sempre meno. Ci sono la mafia e le raccomandazioni, certo, ma il criterio del merito – l’intelligenza – non funziona più. Perché un professore a contratto sembra un genio, poi quando gli scade il contratto, pare un pirla qualsiasi rispetto al professore? Io lo difendo, il pamphlet, e lo difendo nel romanzo.

Nel libro, Hélène, una delle donne del protagonista, enuncia una curiosa teoria sul lavoro: “Se tu paghi male una persona, sei anche incline a trattarla male”. Poi aggiunge: “Siccome ti pagano male, ti trattano male, e ti trattano male perché hanno vergogna, e per vincere la vergogna usano il disprezzo”. Credi anche tu a questa teoria?

Assolutamente sì. Tutti i precari dovrebbero fare un casino della madonna, ma purtroppo non c’è la forza di fare casino al livello collettivo. Quando ti rendi conto che il 30% degli insegnanti universitari sono precari, se non di più, basterebbe che si mettessero in sciopero e l’università è bloccata. E se la blocchi, blocchi tutta una serie di cose, la vita degli studenti, quella dei genitori degli studenti, oltre a creare un cortocircuito istituzionale. Le colpe di tutti, purtroppo, ricadono sul singolo. Quando sono dentro la condizione del precario e non riesco ad ottenere un miglioramento delle mie condizioni di lavoro, dico che è colpa mia, che non sono abbastanza bravo, che non lecco abbastanza il culo, che non pubblico abbastanza. Tutto è puntato sulla mia inadeguatezza. No, c’è un sistema che non funziona più, un’università in cui gente viene continuamente trascinata a fare master, etc… E dopo che tu hai prodotto tutte queste persone qualificate, già al dottorato c’è il livello di strozzamento. “Non pretenderai mica…”. È un problema di sistema che non viene affrontato, non si ha la forza di farlo, e ognuno lo vive come una forma di inadeguatezza personale.

Perché hai deciso di concludere il romanzo con nascita della figlia del protagonista?

L’evento di avere un figlio è la cosa più banale del mondo. Si fa da sempre e non c’è nessuna sorpresa. Per un personaggio che avuto una formazione lunga, trascinata, anomala, legata a tutta una generazione, la generazione del precariato, terrorizzata dal fare figli per ragioni economiche e culturali, questo elemento banale è percepito come eccezionale e diventa un’avventura reale e una rottura con tutte le abitudini. Come dice anche Daniele Giglioli, la nascita di un figlio è il momento in cui l’ego viene deposto dal piedistallo, in cui cessano tutte le sue pretese eroiche. In quel momento inizia una vera avventura, più banale di quella che ti aspettavi, che ti obbliga a dismettere le pretese verso il futuro, ecco perché scrivo che la figlia del protagonista brucia il suo futuro. Se prima era possibile sognare sempre delle nuove ripartenze, delle nuove rinascite, ora non è più possibile. Ci sono delle cose irreversibili, dalle cui forme non si uscirà più.

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Michel Houellebecq: romanziere islamofobo o genio del marketing? https://minimaetmoralia.it/editoria/michel-houellebecq-romanziere-islamofobo-o-genio-del-marketing/ https://minimaetmoralia.it/editoria/michel-houellebecq-romanziere-islamofobo-o-genio-del-marketing/#comments Mon, 26 Jan 2015 10:05:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25182 di Federico Iarlori

Teresa Cremisi, l'editor di Michel Houellebecq presso la casa editrice francese Flammarion, ci aveva messo in guardia: “Non ho mai visto un'uscita editoriale così movimentata in 50 anni di carriera! Tutti se ne occupano, ne parlano, è elettrizzante”, si leggeva sul quotidiano Le Figaro alla vigilia della pubblicazione di Sottomissione. Oggi quelle premesse ci sembrano ben poca cosa alla luce di ciò che è accaduto. Lo scorso 7 gennaio 2015, giorno dell'uscita del controverso romanzo “islamofobo” dell'autore delle Particelle elementari, i fratelli Kouachi, vicini alla cellula jihadista parigina detta delle Buttes Chaumont, sono penetrati nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo armati di Kalashnikov e hanno ucciso 12 persone, tra cui la quasi totalità dei vignettisti del giornale. È stata una semplice coincidenza che il dramma sia avvenuto in concomitanza con l'uscita del libro? Può darsi. Tutti sapevano che il mercoledì è il giorno della riunione di redazione a Charlie Hebdo; se i terroristi ne avessero scelto un altro avrebbero trovato gli uffici vuoti, o quasi. Ma perché proprio quel mercoledì? E che dire della caricatura di Houellebecq sulla prima pagina dell'ultimo numero del settimanale, pubblicato quello stesso giorno? Anche quella è stata una coincidenza? Difficile affermare il contrario. Fatto sta che lo scrittore francese non si è fatto pregare: ha lasciato Parigi il giorno stesso e ha sospeso la promozione del libro. Visto il personaggio, meglio non correre rischi.

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(Fonte immagine)

di Federico Iarlori

Teresa Cremisi, l’editor di Michel Houellebecq presso la casa editrice francese Flammarion, ci aveva messo in guardia: “Non ho mai visto un’uscita editoriale così movimentata in 50 anni di carriera! Tutti se ne occupano, ne parlano, è elettrizzante”, si leggeva sul quotidiano Le Figaro alla vigilia della pubblicazione di Sottomissione. Oggi quelle premesse ci sembrano ben poca cosa alla luce di ciò che è accaduto. Lo scorso 7 gennaio 2015, giorno dell’uscita del controverso romanzo “islamofobo” dell’autore delle Particelle elementari, i fratelli Kouachi, vicini alla cellula jihadista parigina detta delle Buttes Chaumont, sono penetrati nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo armati di Kalashnikov e hanno ucciso 12 persone, tra cui la quasi totalità dei vignettisti del giornale. È stata una semplice coincidenza che il dramma sia avvenuto in concomitanza con l’uscita del libro? Può darsi. Tutti sapevano che il mercoledì è il giorno della riunione di redazione a Charlie Hebdo; se i terroristi ne avessero scelto un altro avrebbero trovato gli uffici vuoti, o quasi. Ma perché proprio quel mercoledì? E che dire della caricatura di Houellebecq sulla prima pagina dell’ultimo numero del settimanale, pubblicato quello stesso giorno? Anche quella è stata una coincidenza? Difficile affermare il contrario. Fatto sta che lo scrittore francese non si è fatto pregare: ha lasciato Parigi il giorno stesso e ha sospeso la promozione del libro. Visto il personaggio, meglio non correre rischi.

Non c’è dubbio, in effetti, che l’Islam non sia esattamente la passione di Houellebecq: nel 2001, in un’intervista al mensile Lire, l’aveva addirittura definita “la religione più stupida del mondo”; un’affermazione che gli costò un processo (vinto) e le solite minacce di morte. Così come non c’è dubbio che Sottomissione sia un romanzo sulla religione musulmana. Il titolo stesso – traduzione letterale della parola araba Islam – ne è la prova, tanto quanto è provato che agli islamisti radicali non piace che gli “occidentali” la utilizzino senza permesso, altrimenti non avrebbero ucciso il regista olandese Theo Van Gogh, autore di un lungometraggio omonimo. Ciò che resta da capire è come se ne parla, dell’Islam, in questo libro.

La recensione-tipo dei media d’Oltralpe è sempre la stessa. Siamo in Francia, nel 2022. Dopo un secondo mandato disastroso portato a termine dal Presidente socialista François Hollande, rieletto nel 2017, il candidato del neonato partito della Fratellanza Musulmana, Mohammed Ben Abbes, vince le elezioni presidenziali grazie all’appoggio sia del Partito Socialista che di quello di centro-dentra (l’UMP), uniti per impedire la vittoria del Front National, il partito xenofobo di Marine Le Pen, giunto al secondo turno. Ne consegue un’inquietante islamizzazione della Francia e un’inevitabile regressione sociale della nazione – le donne tornano a fare le casalinghe e la poligamia diventa la prassi. La Francia entra a far parte del progetto imperialista del leader musulmano, il cui obiettivo segreto – abilmente camuffato dietro la maschera della moderazione e del compromesso – è quello di unire la Turchia, l’Algeria, il Marocco, la Tunisia e l’Egitto all’Europa per farne un nuovo Impero romano (di stampo islamico). Fine della storia.

Basandosi su queste premesse essenziali, la maggior parte della stampa francese ha parlato di “romanzo islamofobo”, definendolo come la goccia che ha fatto traboccare il vaso in una Francia dominata dal dibattito sempre più violento tra multiculturalisti e identitari. Hanno ragione a dire che il romanzo ha gettato benzina sul fuoco? Che fa il gioco di Marine Le Pen alimentando quella paura di essere conquistati dal diverso (il cosiddetto “Grand remplacement”) condivisa da Renaud Camus, Eric Zemmour e la maggior parte degli intellettuali conservatori francesi? O forse è solo una semplice strumentalizzazione politica di un’opera letteraria dai risvolti molto più ampi?

Come ammette candidamente l’inviato del Corriere della Sera Stefano Montefiori nella sua intervista allo scrittore francese, il libro sarebbe addirittura islamofilo. Come negarlo? Nella Francia di Ben Abbes descritta da Houellebecq non ci sono più scontri con la Polizia, il tasso di delinquenza cala drasticamente, così come quello della disoccupazione (visto che il nuovo regime vieta alle donne di lavorare) e la crisi viene sradicata a colpi di petrodollari grazie all’aiuto del Qatar e dell’Arabia Saudita. Cosa desiderare di più? La sottomissione alla religione musulmana situata all’interno di un quadro manicheo fatto di conquistatori e conquistati è solo una delle chiavi di lettura possibili. Quella che fa più comodo ai polemisti. Perché non definire “Sottomissione” un romanzo sulla letteratura, ad esempio, visto che il protagonista è un dottorando specializzato sullo scrittore francese Joris-Karl Huysmans, oppure un manifesto dell’antipolitica, visto come i politici sono ridicolizzati costantemente e senza pietà, o ancora un pamphlet satirico anticapitalista?

La verità è che tutti questi percorsi narrativi sono a servizio di un’unica ossessione. Sottomissione non è altro che l’ennesimo romanzo di Houellebecq sulla crisi del maschio occidentale contemporaneo, irrimediabilmente frustrato e disposto ad avallare qualunque sistema gli permetta di colmare le proprie mancanze: era accaduto con il turismo sessuale favorito dall’asse Nord-Sud in Piattaforma, con la clonazione in La possibilità di un’isola, mentre ora è il turno dell’Islam, un sistema ideologico in grado di riavvolgere il nastro della storia cancellando il tanto odiato ’68 e riportando al centro della società la famiglia patriarcale.

Ma non è tutto. In un’intervista rilasciata alla Paris Rewiew, Houellebecq ammette che il libro non doveva essere incentrato sull’Islam. Anzi. Inizialmente il progetto, intitolato La conversion (La conversione) era quello di raccontare, appunto, una conversione al cattolicesimo, proprio come era accaduto ad Huysmans, lo scrittore feticcio del protagonista del romanzo. L’intento letterario non era altro che il riflesso dell’artista ad una serie di tristi circostanze personali. Michel Houellebecq perde il padre e il suo amato cane nel giro di pochi mesi e le sue convinzioni agnostiche si incrinano. Così, decide di scriverne. Poi, inspiegabilmente, la crisi, come testimonia l’autore stesso in un carteggio con l’ex cantante dei Téléphone, Jean Louis Aubert, che nel suo ultimo album ha musicato le sue poesie; il libro, dopo le prime 50 pagine scritte di getto, non avanza e i mesi passano. Ed ecco che alla fine arriva il tomo di Houellebecq, confezionato ad hoc per mettere carne fresca sul fuoco di un dibattito identitario che ha lacerato la Francia negli ultimi mesi, soprattutto dopo l’uscita del saggio record di vendite del polemista Eric Zemmour, “Il suicidio francese”. Come mai? “That must be my mass market side”, ha risposto alla Paris Review. A questo punto, quindi, la domanda sorge spontanea: Houellebecq è un fervente islamofobo o un abile uomo di marketing? Tutto farebbe propendere per la seconda ipotesi.

Già da tempo lo scrittore sembra aver imparato a diluire sapientemente la virulenza e l’impeto di autenticità dei suoi primi romanzi, da Estensione del dominio della lotta a Piattaforma. Il suo penultimo romanzo, La carta e il territorio, ha spinto più di un critico a pensare che fosse stato concepito appositamente per vincere il Prix Goncourt. E poi quella raccolta di poesie, Configuration du dernier rivage, con quei versi ripescati qua e là dalle vecchie carte e spacciati per inediti, che sembrava l’ennesimo best of di un vecchio gruppo rock. Per non parlare di quest’ultimo anno: la collaborazione con il sopra citato Jean Louis Aubert per un album di musica rock – con tanto di videoclip – e ben due film usciti in sala con l’autore nella veste del protagonista principale. I francesi considerano Michel Houellebecq come il perfetto continuatore dell’illustre schiera dei suoi poeti maledetti: gli occhi persi nel vuoto, i capelli lunghi e trascurati, la sigaretta stretta tra il medio e l’anulare ingialliti dal fumo. Un po’ Céline, un po’ Gainsbourg versione Gainsbarre (quello delle patetiche avances a Whitney Houston in tv), l’autore di Sottomissione somiglia piuttosto a Arthur Rimbaud, che da un momento all’altro ha abbandonato la vita sregolata di Parigi per riparare a Marsiglia e darsi al commercio sulle navi mercantili. Houellebecq sembra aver abbandonato la sua naturale vena pornografica, adattandola alle esigenze del mercato, diventando un perfetto imprenditore di se stesso, un abile venditore del proprio marchio. Sottomissione, introvabile nelle librerie fin dal primo giorno e mandato subito in ristampa, è il suo ultimo, magistrale colpo di mercato.

Perché i suoi lettori non glielo rinfacciano? Semplice, perché l’autore si comporta esattamente come i personaggi dei suoi romanzi, così tanto amati dagli appassionati: cinici, rassegnati, nichilisti, opportunisti, questi non sono altro che tanti alter ego dello scrittore. Lo stesso protagonista di Sottomissione, François, “è una caricatura del personaggio houellebequiano – scrive Nelly Kaprélian sul settimanale Les Inrockuptibles: – un single di 44 anni che vive in una torre del quartiere cinese di Parigi, che non ha amici, non versa una lacrima quando muoiono i suoi genitori, va a letto con le sue studentesse che finiscono tutte per lasciarlo, non riesce ad avere un’erezione per una donna della sua età (la cui carne si rammollisce), si scopa qualche prostituta senza piacere, in breve, si sente morire lentamente, solo e triste. Alla fine accetterà di convertirsi, non solo per ritrovare il suo posto di lavoro (pagato 10mila euro grazie ai fondi dei qatari), ma prima di tutto perché l’Islam lo autorizza ad avere una donna di 15 anni nel suo letto e una di 40 in cucina”. Abbasso le ipocrisie, insomma.

Non solo, quindi, le accuse di islamofobia non reggono, ma neanche quelle di essere uno scrittore cinico e opportunista: tutte le sue opere dimostrano che l’autore non ha mai negato di esserlo, senza falsi moralismi. A questo si aggiunge una scrittura sublime (il filosofo Michel Onfray ritiene che Sottomissione sia il suo miglior romanzo) e quell’ambiguità di fondo che lo rende inclassificabile, o meglio – come scrive nel libro – “non immediatamente corrispondente ad un profilo di consumatore esistente”.

“Sì, in teoria sei un maschilista, non c’è alcun dubbio – dice Myriam a François nel libro. – Ma hai dei gusti letterari raffinati: Mallarmé, Huysmans, di certo ciò ti allontana dal maschilista di base. A questo aggiungo una sensibilità femminile, anormale, per i tessuti di arredamento. Per contro, ti vesti sempre come un tamarro. un personaggio tipo macho grunge che potrebbe avere una certa credibilità; ma non ti piace ZZ Top, hai sempre preferito Nick Drake. Insomma, sei una personalità paradossale”. Quando la giornalista del Nouvel Observateur Aude Lancelin ha provato a chiedergli qual è il segreto che gli permette di provocare rendendosi nello stesso tempo inattaccabile, lui ha risposto: l’ironia. L’avreste mai detto guardandolo in faccia?

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Flash fiction: un vizio francese https://minimaetmoralia.it/letteratura/flash-fiction/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/flash-fiction/#comments Fri, 02 May 2014 13:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20427 Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (L'immagine è di Vincent Bousserez)

di Federico Iarlori

Beato chi ha il dono della sintesi. Soprattutto se – come accade oggi – allo spazio illimitato del web fa eco un radicale ridimensionamento del tempo che ciascuno di noi ha a disposizione. La visibilità è oramai diventato un valore indispensabile per l'esistenza stessa di un prodotto culturale e – i giornalisti lo sanno bene – internet ha imposto delle nuove e implacabili regole formali: conquistare un lettore in più, anche solo strappare un retweet o un click di un utente sul proprio contenuto, comporta come minimo reattività, brevità, senso dell'incipit e, perché no, una buona dose d'ironia. E se anche gli scrittori seguissero l'esempio?

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Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (L’immagine è di Vincent Bousserez)

di Federico Iarlori

Beato chi ha il dono della sintesi. Soprattutto se – come accade oggi – allo spazio illimitato del web fa eco un radicale ridimensionamento del tempo che ciascuno di noi ha a disposizione. La visibilità è oramai diventato un valore indispensabile per l’esistenza stessa di un prodotto culturale e – i giornalisti lo sanno bene – internet ha imposto delle nuove e implacabili regole formali: conquistare un lettore in più, anche solo strappare un retweet o un click di un utente sul proprio contenuto, comporta come minimo reattività, brevità, senso dell’incipit e, perché no, una buona dose d’ironia. E se anche gli scrittori seguissero l’esempio?

Il cronista e critico d’arte Félix Fénéon aveva già capito tutto all’inizio del secolo scorso. Con le sue Nouvelles en trois lignes (raccolte e tradotte da Adelphi nel libricino Romanzi in tre righe) l’autore francese è riuscito a conquistare i lettori raccontando sul quotidiano Le Matin dei fatti di cronaca in 100/135 battute. Rielaborati a partire dai dispacci dell’ultim’ora che arrivavano alla redazione del giornale, i testi di Fénéon sono dei gioielli di ironia e di cinismo il cui stile ricorda molto quello dei tweet odierni. Non a caso esiste un profilo Twitter dello scrittore su cui sono stati postati quotidianamente i suoi “romanzi”. Una riga per l’ambiente, una per la cronaca, una per il finale a sorpresa e il gioco è fatto. Eccone un esempio: “Senza casa né lavoro, Louis Lamarre aveva però qualche soldo in tasca. È entrato in una drogheria di Saint-Denis, ha comprato un litro di petrolio, e se l’è bevuto.”

Se quelle di Fénéon erano storie di cronaca, c’è chi invece ha provato a utilizzare la forma molto breve per raccontare delle fiabe. È il caso dei Contes liquides (Racconti liquidi, 2012) di Jaime Montestrela, un autore immaginario creato dalla penna dello scrittore (e membro dell’OulipoHervé Le Tellier. In meno di dieci righe, lo scrittore portoghese che Le Tellier “ha sottratto all’oblio” ci racconta delle storie fantasiose e paradossali il cui effetto comico è assicurato. Eccone una: “Nella città di Chiannesi (Umbria, Italia), di Martedì grasso, era usanza che ciascuno scambiasse il suo spirito con quello di un altro, cosicché le donne giocavano a fare gli uomini, i bambini a fare i genitori. La cosa valeva anche per gli animali, e si potevano vedere i topi che giocavano crudelmente con i gatti. La municipalità vi mise fine definitivamente nel 1819, quando lo scambio tra vacche e mosche divenne un dramma.”

Le vie della letteratura brevissima sono infinite. Con il suo La vie (La vita, 2012), lo scrittore francese Régis de sá Moreira è riuscito a scrivere un romanzo composto da micro-racconti di non più di sei righe concatenati l’un l’altro. Grazie all’utilizzo costante della focalizzazione interna, il punto di vista del lettore si sposta continuamente da un protagonista all’altro della storia e il risultato, talvolta, è divertente. Eccone un estratto: 1) “Ho cercato il mio accendino nelle mie tasche e gliel’ho dato, aveva l’aria contenta. Non avevo niente di concreto da fare quella mattina, ne ho approfittato per accendermi una sigaretta e mi sono messo a fumare tranquillamente. Il mio telefono ha squillato, ho visto chi era e non ho risposto.” 2) “Questo stronzo non ha risposto, ho esitato nel lasciargli un messaggio ma mi sono detta che poteva andare a farsi fottere. Mi sono avvicinata alla finestra e ho visto i miei vicini che facevano colazione.” 3) Il caffè era freddo, i toast erano bruciati, mia moglie non diceva niente. Mi sono alzato per far riscaldare l’acqua e le ho chiesto se si andava a pranzare da sua madre.” 4) “L’ho guardato senza rispondere, ho sospirato e gli ho detto di sì. È da dieci anni che pranzo da mia madre tutti i giovedì.” E così via per 120 pagine.

Al di là dell’effetto comico o del gioco puramente stilistico, gli autori di flash fiction possono raggiungere anche delle vette di lirismo inaspettate. È il caso di Régis Jauffret e delle sue Microfictions (2007), più di mille pagine per più di cinquecento testi di una pagina e mezza raccontati in prima persona (e in rigoroso ordine alfabetico).

Ne viene fuori un campionario delirante di ossessioni, stranezze, cattiverie e humour nero, e in cui c’è posto per tutto: da Kafka a Philippe Stark, da Nietzsche alla Olivetti fino a titoli quantomeno curiosi quali Cantanti froci, Vulva di mosca, Incesto e hamburger e Mia madre era una puttana. Volendo citare casi più recenti, c’è quello di Joël Egloff, che con le sue Libellules (2012), ci restituisce attraverso brevi testi poetici la personalissima visione che uno scrittore getta sulle piccole banalità della vita quotidiana; o quello di Emmanuelle Pagano, che in Nouons-nous (Stringiamoci, 2013) ha utilizzato la forma del frammento per analizzare nel dettaglio tutte le sfumature delle relazioni amorose.

È probabile che tutti loro debbano qualcosa al collega Jean-Paul Dubois, uno dei primi in Francia ad utilizzare la forma breve (e ironica) per dipingere i ritratti dei personaggi insoliti, cinici e divertenti che compongono il suo Parfois je ris tout seul (A volte rido da solo, 1992). È proprio lui a firmare la prefazione a La pazienza dei bufali sotto la pioggia (2009), dell’ex giornalista francese David Thomas, recentemente pubblicato in Italia dalla Marcos y Marcos (Traduzione di Maurizia Balmelli), una galleria di ritratti scritti “con un’infinita leggerezza, una grande precisione e quella dolcezza realista tipica delle Polaroid”.

La forma breve (o brevissima) – lo si diceva in apertura – rappresenta un’imperdibile occasione per stabilire un dialogo costruttivo tra il web e la carta stampata. Ne è un ottimo esempio L’autofictif, un blog nel quale lo scrittore francese Éric Chevillard riversa ogni giorno (365 giorni all’anno) le sue storie quotidiane, più o meno deformate dal suo impetuoso talento immaginativo. Ogni anno i suoi testi vengono raccolti e pubblicati integralmente dalla casa editrice L’arbre vengeur.

Nonostante il genere della flash fiction sembri adattarsi perfettamente alle esigenze dei consumatori odierni, venda piuttosto bene e faccia incetta di premi, gli editori continuano ad essere scettici. “Se il racconto è il parente povero della letteratura, il frammento è il suo parente precario – mi racconta David Thomas. – Secondo me questo tipo di letteratura è il futuro, ma forse sono l’unico a pensarlo.” Lapidario, no?

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Proust folie https://minimaetmoralia.it/letteratura/marcel-proust/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/marcel-proust/#comments Sat, 22 Feb 2014 10:18:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18749 Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (Immagine: una libreria di Parigi, 11ième arrondissement)

di Federico Iarlori

Pensate ad una trasmissione televisiva. Non ad una qualunque, ma al campione dei talk show nazionali. Poi, ad un certo punto del programma, immaginate di assistere ad una lunga intervista agli autori di un libro sulla vita e l'opera di Alessandro Manzoni. Una follia, vero? Non in Francia. Qui il Dictionnaire amoureux de Marcel Proust (Dizionario amoroso di Marcel Proust), scritto a quattro mani da Jean-Paul Enthoven e da suo figlio Raphaël, si è rivelato un autentico fenomeno mediatico. I due intellettuali di famiglia, che, oltre alla passione apollinea per l'autore della Recherche, hanno condiviso quella dionisiaca per Carla Bruni, sono stati capaci non solo di aggiudicarsi il prestigioso prix Fémina 2013, ma anche di presidiare costantemente i giornali, le radio e trasmissioni televisive del calibro di On n'est pas couché, la più nazional-popolare di Francia.

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Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (Immagine: una libreria di Parigi, 11ième arrondissement)

di Federico Iarlori

Pensate ad una trasmissione televisiva. Non ad una qualunque, ma al campione dei talk show nazionali. Poi, ad un certo punto del programma, immaginate di assistere ad una lunga intervista agli autori di un libro sulla vita e l’opera di Alessandro Manzoni. Una follia, vero? Non in Francia. Qui il Dictionnaire amoureux de Marcel Proust (Dizionario amoroso di Marcel Proust), scritto a quattro mani da Jean-Paul Enthoven e da suo figlio Raphaël, si è rivelato un autentico fenomeno mediatico. I due intellettuali di famiglia, che, oltre alla passione apollinea per l’autore della Recherche, hanno condiviso quella dionisiaca per Carla Bruni, sono stati capaci non solo di aggiudicarsi il prestigioso prix Fémina 2013, ma anche di presidiare costantemente i giornali, le radio e trasmissioni televisive del calibro di On n’est pas couché, la più nazional-popolare di Francia.

Agli occhi di uno straniero, soprattutto di un italiano che si è rassegnato da tempo alla scomparsa della letteratura dalla tv, questa forte mediatizzazione di un classico su cui si è già detto tutto e il contrario di tutto fa uno strano effetto. Sta di fatto che Du côté de chez Swann, il primo dei sette tomi che compongono questa “gigantesca miniatura” che è À la recherche du temps perdu, ha compiuto 100 anni lo scorso 14 novembre 2013, ed è impossibile non rendersene conto. Le edicole parigine sono invase da numeri speciali (hors-série) dedicati all’autore ed è raro trovare delle librerie che non espongano tutte le pubblicazioni uscite quest’anno in occasione del centenario: le lettere inedite alla sua vicina di casa, una riedizione di Un amour de Swann illustrata da Pierre Alechinskyun libro che illustra il rapporto (talvolta complicato) tra lo scrittore e il suo nemico/amico Jean Cocteau e addirittura un saggio sulle sue ultime ore di vita.

Per i suoi detrattori non è stato altro che un reazionario illeggibile; per gli altri, un ammirevole rivoluzionario. E non solo dal punto di vista linguistico. Omosessuale in un’epoca omofoba, ebreo in una società antisemita, borghese tra gli aristocratici, Proust o si ama o si odia. I primi a non sopportarlo furono proprio gli editori parigini, che a forza di rifiuti lo costrinsero a pagarsi interamente le spese di stampa. Bernard Grasset, l’editore che alla fine decise di pubblicarlo, ammise di non aver neanche letto il manoscritto.

Ma le critiche, spesso molto dure, provenivano anche dai colleghi: “La vita è troppo corta, Proust è troppo lungo”, scrisse Anatole France. E che dire dei lettori? Non esiste studente francese che non debba fare i conti, prima o poi, con questa “cattedrale” dell’inazione, scritta e riscritta per 14 lunghi anni da un atipico “scrittore asmatico dal respiro corto, che scrive lungo”. Eh sì, tremila pagine per sole tremila frasi, o se preferite: trenta pagine solo per descrivere come il protagonista si rigira nel letto prima di prendere sonno. Un incubo?

Non per Jean-Paul e Raphaël Enthoven, che invece raccomandano di leggere Proust almeno tre volte nella vita. Una prima volta durante l’infanzia, una seconda dopo la prima delusione sentimentale – la scrittrice (e proustiana doc) Françoise Sagan pare consigliasse tre dosi di Albertine disparue (Albertine scomparsa) per guarire da una pena d’amore – e un’ultima volta “quando si abbandona ogni vanità, al crepuscolo”. Chissà quante volte deve averla letta, la Recherche, il nostro Luchino Visconti, ossessionato da Proust ma incapace di portarlo sul grande schermo e il cui “sentimento proustiano” aleggia come un fantasma in quasi tutti i suoi film: la relazione tra Charlus e Morel in Senso, la spiaggia di Balbec in Morte a Venezia, la sonata di Vinteuil in Vaghe stelle dell’Orsa, l’esaltazione di Wagner in Ludwig, il salone Verdurin ne L’innocente.

Ma leggere Proust non è che il primo passo. Oggi c’è chi ha deciso di costruire un hotel a lui dedicato, chi tutti gli anni si ritrova a Illiers-Combray (una delle poche città al mondo ad aver aggiunto al vero nome il proprio pseudonimo letterario) per un pellegrinaggio quasi religioso, chi come la regista Véronique Aubouy  filma da vent’anni i lettori della Recherche o chi come la farmacista Laurence Grenier ha ideato il metodo Proust pour tous (Proust per tutti) per divulgare meglio la sua opera.

Da Chicago a Stoccolma, da Londra a Seul, da Roma a Tokyo – una traduzione in siriano è appena uscita a Damasco, – la Proust follia non fa fatica a varcare i confini nazionali. Non a caso l’americano Patrick Alexander ha deciso di twittare la Recherche lettera per lettera, l’ex responsabile della New York Paris Review Larry Bensky di diffondere il verbo proustiano attraverso la sua Radio Proust e James Connelly, ex giudice di Boston, di vivisezionare la Recherche attraverso le citazioni musicali presenti nell’opera, da Félix Mayol a Bach.

Se ci ritroviamo a parlare di Proust nel 2013 è anche e soprattutto per la sua sconvolgente modernità. Leggendo il Dizionario amoroso, ad esempio, scopriamo che Proust è l’inventore di Skype. “La sua voce è come quella che realizzerà, dicono, il foto-telefono del futuro – si legge in un passo de À l’ombre des jeunes filles en fleurs: – dal suono si distingue nettamente l’immagine visiva”. Non solo precursore delle nuove tecnologie, ma anche già critico nei confronti dell’alienazione che producono. Secondo François Bon, autore del bellissimo Proust est une fiction, la frase pronunciata da Odette a proposito del telefono, 25 anni prima rispetto all’epoca in cui Proust la scrive (e in cui il telefono è già un successo), è il sintomo perfetto della diffidenza dell’autore nei confronti del progresso tecnologico: “Passato il divertimento iniziale, dev’essere un vero rompicapo”. E che dire, infine, del famoso “Questionario di Proust”? Imbattibile tecnica giornalistica tutt’ora utilizzata sulle pagine della versione americana di Vanity Fair (o di Io Donna), fu anche, un paio di anni fa, l’impianto teorico su cui costruire un social network: Proust.com.

Ma il vero successo della Recherche va cercato al di là di tutto questo. Forse il vero motivo, dicono Jean-Paul e Raphael Enthoven, è che la lettura di Proust “è in grado di trasformarci, di renderci migliori”, come ci aveva già dimostrato Alain de Botton nel suo bestseller Come Proust può cambiarvi la vita. Ma come per tutte le vere conquiste della vita, c’è un prezzo da pagare. Leggere queste tremila frasi, lunghissime, che probabilmente non finiranno mai.

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