Fedro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fedro/ un blog di approfondimento culturale Sat, 29 Nov 2014 11:49:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fedro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fedro/ 32 32 Gli inesauribili aspetti gallinacei dell’animo umano secondo Malerba https://minimaetmoralia.it/libri/accardo-malerba-galline-pensierose/ https://minimaetmoralia.it/libri/accardo-malerba-galline-pensierose/#comments Sun, 30 Nov 2014 11:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24238 “Sto scrivendo delle storiette di pollaio, con galline protagoniste. A Orvieto, durante l’ultimo week-end. Ne ho scritte una ventina di getto. In città è più difficile scrivere favole: comunque le galline sono molto trascurate e ho deciso di riabilitarle.”[1]

I libri per bambini e per ragazzi, pubblicati in apposite collane editoriale, hanno accompagnato, intervallandola, l’intera produzione narrativa di Luigi Malerba. Rovesciando la prospettiva pascoliana, potremmo dire che essi si rivolgono all’adulto che c’è in ogni bambino, stimolandolo a riflettere, a maturare una capacità critica autonoma e a diffidare dalle facili certezze.

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LUIGI BONARDI IN LETTERATURA LUIGI MALERBA

Questo articolo è apparso sulla rivista Fillide.

di Giovanni Accardo

“Sto scrivendo delle storiette di pollaio, con galline protagoniste. A Orvieto, durante l’ultimo week-end. Ne ho scritte una ventina di getto. In città è più difficile scrivere favole: comunque le galline sono molto trascurate e ho deciso di riabilitarle.”[1]

I libri per bambini e per ragazzi, pubblicati in apposite collane editoriale, hanno accompagnato, intervallandola, l’intera produzione narrativa di Luigi Malerba. Rovesciando la prospettiva pascoliana, potremmo dire che essi si rivolgono all’adulto che c’è in ogni bambino, stimolandolo a riflettere, a maturare una capacità critica autonoma e a diffidare dalle facili certezze. Come sostiene lo stesso Malerba:

“Quel che funziona sempre, con i ragaz­zi, è metterli in difficoltà, in imba­razzo. Con vari sistemi, per esempio con il paradosso; io dicevo loro: se una macchina con quattro ruote va a cento chilometri all’ora, con otto andrà a 200. Allora i ragazzi comin­ciano a confondersi, a pensare, a irri­tarsi, anche, e ciò li obbliga ad avere delle reazioni, a non accettare queste proposizioni, questi paralogismi cie­camente, ma a discuterli.”[2]

Sono testi che conservano talune delle caratteristi­che proprie delle altre opere malerbiane e muovono dal romanzo sperimen­tale e dai dibattiti del Gruppo 63: la metanarrazione, il punto di vista straniante, l’abbassamento linguistico. Essi, dunque, confermano la peculiarità della narrativa di Malerba nell’ambito del romanzo sperimentale, ovvero come la ricerca di nuove forme espressive non vada mai a scapito della comunicabilità, pur conservando intatta la vis demistificatoria nei confronti della tradizione letteraria e dissacratoria verso il potere e l’autorità costituita. Facendo ampio ricorso all’assurdo, con i personaggi che agiscono attraverso ragionamenti paradossali e fitti di non-sense, nei libri per ragazzi i giochi linguistici trovano nella favola lo spazio espressivo ideale.

“Io credo che il paradosso e il paralogismo (…) possono abituare i ragazzi a diffidare dalla logica corrente della TV, della famiglia, della scuola, che spesso propone menzogne che si presentano con l’apparenza della verità. È una vaccinazione sicuramente salutare che a lungo andare darà i suoi frutti. (…) non è dunque un gioco astratto ma un avvicinamento al disordine fondamentale delle cose che ipocritamente si cerca di esorcizzare con il ‘pensare corto’ della quotidianità.”[3]

La scelta dell’animale come unico protagonista è, ovviamente, riconducibile alla tradizione della favola, da Esopo a Fedro, sino a La Fontaine, e, tra gli scrittori italiani, a Gianni Rodari. Però, mentre nelle favole di quest’ultimo, spesso c’è un invito, o almeno la speranza, a costruire una società più giusta, e non a caso alcune di esse si concludono con una morale[4], in Malerba “…l’indignazione non diventa mai predi­ca ma è il propellente che fa partire il razzo del pensie­ro…”[5], da cui scaturiscono le immaginazioni più parados­sali e illogiche, vero e proprio trionfo della libertà della fantasia. Del resto, come scrive Walter Benjamin: “Quando inventano storie, i bambini sono registi che non si lasciano tarpare le ali dal ‘senso’.”[6]

Come spesso accade nelle opere di Malerba, la realtà viene ironicamente aggredita nei suoi significati precostituiti nel tentativo di estrarne di nuovi, magari provando a dare dignità di pensatori ad animali proverbialmente stupidi, come le galline.

“Le galline non pensano,” disse Zerbino annoiato.

“E chi ti dice che non pensano? Ci sei mai entra­to nella testa di una gallina? Non si può sapere.”[7]

Questo dialogo si legge in uno dei racconti della Scoperta dell’alfabeto, libro d’esordio di Malerba. A di­stanza di anni, facendo propria la perplessità dell’interlocutore di Zerbino, prova ad entrarci lo scrittore nella testa delle galline e a registrarne i pensieri: il risulta­to è quel vero e proprio manualetto di paralogica che è Le galline pensierose, raccolta di brevissime favolette, quasi aforismi, che costituisce il culmine dell’abbassamento non solo del linguaggio, ma anche del punto di vista.

Pubblicato la prima volta nel 1980 da Einaudi, con le illustrazioni di Adriano Zannino, ripubblicato e arricchito di altre storie nel 1980 da Mondadori, con l’ultima edizione, pubblicata lo scorso aprile da Quodlibet, nella collana Compagnia Extra diretta da Jean Talon e Ermanno Cavazzoni, dalle 131 storielle iniziali si arriva a 155, con l’aggiunta di nove inediti scritti da Malerba nel febbraio 2008, dunque pochi mesi prima di morire.

Le storielle di cui si compone il volume sono strutturate in un’unica azione che si svolge nello spazio limitato del pollaio. Non troviamo mai neppure la traccia di una presenza umana; uniche protagoniste, infatti, sono le galline che, come scrisse Italo Calvino nel risvolto di copertina della prima edizione, “…si librano tra lo humour sospeso nel vuoto del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen.”[8]

Forse non a caso Malerba aveva indirizzato questo libro al pubblico infantile, la cui immaginazione ancora non è limitata dalle convenzioni e dai luoghi comuni. La scelta della gallina come protagonista è un modo per smascherare, attraverso lo humour, l’insensatezza della vita quotidiana, per denun­ciare un mondo, quello umano, dominato dal ridicolo:

“Per diventare filosofa”, diceva una vecchia gallina che credeva di essere molto saggia, “non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente”. Lei si metteva in un angolo del pollaio e pensava a niente. Così, e non in altri modi, dice­va di essere diventata una gallina filosofa.[9]

In questo caso l’effetto paradossale nasce dall’uso polisemico del termine ‘niente’, giacché esso può coincidere con il nulla delle filosofie orientali, oppure, preso alla lettera, diventa una modalità derisoria nei confronti di coloro che non pensano a nulla e si atteggiano a filosofi.

La polisemia diventa occasione per giocare col significato delle parole, ad esempio con la parola tasso, come aveva fatto qualche anno prima Achille Campanile[10], uno scrittore che ha diversi tratti in comune con la comicità di Malerba, infatti anche in Campanile l’effetto ironico spesso è ottenuto sfruttando “…la molteplicità di significati che assume un’espressione, cioè sulle varie possibilità di impiego offer­te dal campo semantico di una parola”.[11]

Una gallina disse che il tasso era una bestia, un’altra gallina disse che il tasso era una pianta e un’altra ancora disse che il tasso era un poeta. Bisognava aver paura del tasso? Tutte insieme decisero che era meglio non fidarsi del tasso.[12]

D’altronde, per ritornare alle teorie del Gruppo 63 e alla Neoavanguardia, la realtà è soprattutto un universo linguistico, dove gli oggetti esistono perché vengono nominati, e la letteratura è “…un modo di agire nel linguaggio, ma anche (…) un modo di agire con il linguaggio.”[13] Ed ecco la gallina enciclopedica annunciare alle compagne che il mondo è fatto di parole:

Una gallina enciclopedica aveva imparato a memoria più di mille parole. A questo punto credeva di essere diventata sapiente e quando stava con le compagne ogni tanto diceva ‘rombo’ oppure ‘cratere’ oppure ‘ortica’. A chi le domandava che cosa significassero quelle parole lei rispondeva che il mondo è fatto di parole e che se non ci fossero le parole non ci sarebbe nemmeno il mondo, comprese le galline.

La gallina come protagonista di storielle dissacranti nei confronti di talune forme di narcisismo intellettualistico, magari a sfondo esistenziale, compare anche nelle Favole minime di Rodari, raccolta di testi brevissimi con i quali l’autore, come scrive Carmine De Luca, “…va a colpire gli errori e le distorsioni di una falsa razionalità (…) i ragionamenti solo apparentemente logici.”[14]

Una gallina, guardandosi allo specchio, si chiede­va: “Chi sono io? Per essere un leone mi mancano due zampe, per essere una volpe mi manca quel cer­to sorriso, per essere una pantera nera sono trop­po colorita. Chi sono, chi sarò dunque mai? Dove andremo a finire?”[15]

Le galline di Malerba, però, trovano sempre una risposta, magari aspra, che pone fine al loro vaneggiare.

Una gallina un po’ incerta andava in giro per l’aia brontolando: “Chi sono io? Chi sono io?” Le compagne si preoccuparono perché pensavano che fosse diventata matta, finché un giorno una le ri­spose: “Una cogliona”. La gallina un po’ incerta da quel giorno smise di vaneggiare.[16]

L’originalità di Malerba, inoltre, consiste nel ricorrere all’e­spediente del meta-racconto, cioè alla favola dentro la fa­vola, mettendo in luce il modo di procedere del racconto stesso ed evidenziandone la letterarietà:

Una gallina vanitosa incontrò un rospo nell’orto. Il rospo incominciò a gonfiarsi, a gon­fiarsi per diventare grande come una gallina. “Stai attento”, disse questa, “che non ti succe­da come alla rana che voleva diventare grande co­me il bue”. “ Ho capito”, disse il rospo, “ma qui non si tratta di una rana e di un bue, ma di un rospo e di una gallina”.[17]

Oppure nel riscrivere, dal punto di vista gallinaceo, i classici della tradizione letteraria, con evidente effetto comico, una comicità che facilmente sconfina nel grottesco:

Una gallina irrequieta aveva visto Madame Bovary in televisione e si sentiva molto infelice di vivere in un piccolo pollaio di provincia. Sognava di andare nella capitale e di camminare avanti e indietro sui marciapiedi delle strade affollate sotto gli occhi di tutti. Voleva essere ammirata, sognava il lusso e le luci dei grandi negozi. Un giorno la caricarono insieme con altre galline su un camioncino. Le altre erano disperate, ma lei era felice perché aveva visto che il camioncino aveva la targa della capitale. Il giorno dopo venne esposta, spennata e con la testa all’ingiù, in un grande negozio del centro.[18]

Le galline sono pensierose, dunque, non solo perché hanno il pensiero, cosa naturalmente strana, ma perché si preoccupano quando si confrontano con la realtà umana e la trovano inquietante o incomprensibile. L’animale proverbialmente stupido ci costringe a domandarci se ad essere stupido, o almeno insensato, non sia piuttosto l’universo umano, specie quando annega nelle tautologie o nell’autoreferenzialità:

Una gallina pensierosa si metteva in un angolo del pollaio e si grattava la testa con la zampa. A forza di grattarsi diventò calva. Un giorno una compagna le si avvicinò e le domandò che cosa la preoccupasse. “La calvizie”, rispose la gallina pensierosa.[19]

Una gallina gallinologa dopo avere studiato molto il problema disse che le galline non erano animali e non erano nemmeno uccelli. “E allora che cosa sono?” domandarono le compagne. “Le galline sono galline”, disse la gallina gallinologa e se ne andò via impettita.[20]


[1] I buchi neri della fantasia, intervista di P. Mauri, “La Repubblica”, 31-12-1978; ora in L. Malerba, Parole al vento, a cura di G. Bonardi, Lecce, Manni, 2008, pp. 129-130.

[2] A. Barberis, Non si può fare gli scrittori 24 ore su 24, in “Millelibri”, gennaio 1991, n. 38, p. 60.

[3] La velocità del buio, intervista di F. Sanseverino, “C’era due volte”, n. 4, 1996; ora in L. Malerba, Parole al vento, op. cit., p. 134.

[4] Ad esempio nella favola La strada che non andava in nessun posto, il protagoni­sta, dopo essersi incamminato per una strada che tutti dicevano che non portava in alcun posto, arriva presso un ca­stello pieno di tesori di ogni genere; quando  ritorna in paese anche gli altri si avviano per lo stesso sentiero, al­la ricerca del castello, ma non arrivano in alcun posto perché: “(…) la strada, per loro, finiva in mezzo al bosco. la strada, per loro, finiva in mezzo al bosco (…). Non c’era più né cancello, né castello, né bella signora. Perché certi tesori esistono sol­tanto per chi batte per primo una strada nuova (…)”

G. Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962, 1983, pp. 55-57.

[5] A. Guglielmi, Gare di bellezza per scorpioni, in “Corriere della Sera”, 24 aprile 1977; (ora in Carta stampata, Roma, Cooperativa Scrittori, 1978, pp. 113-115).

[6] Prosegue Benjamin: “È assai facile farne la prova. Basta scegliere quattro o cinque parole ben precise facendole poi com­binare in una breve frase, e se ne vedrà scaturire la prosa più i­naspettata: non una sbirciatina, ma un ingresso in piena regola nel libro per bambini. (…) È in questo modo che i bambini scri­vono i loro testi; ma è anche così che li leggono.”

Cfr. W. Benjamin, Orbis Pictus. Scritti sulla letteratura infantile, a cura di G. Schiavoni, Milano, Emme Edizioni, 1981, p. 52. 

[7] L. Malerba, Storia della morìa, in La scoperta dell’alfabeto, Milano, Mondadori, 1990, p. 68. La prima edizione è uscita per Bompiani nel 1963.

[8] I. Calvino, nota sulla quarta di copertina de Le galline pen­sierose, illustrazioni di A. Zannino, Torino, Einaudi, 1980.

[9] L. Malerba, Le galline pensierose, Macerata, Quodlibet, 2014, p. 22.

[10] A. Campanile, La quercia del Tasso, in Manuale di conversazione, Milano, BUR, 1999, pp. 105-107.

[11] G. Calendoli, Achille Campanile, in AA. VV., Letteratura i­taliana. 900, vol. V, Milano, Marzorati, 1979, p. 4432.

[12]  L. Malerba, Le galline pensierose, op. cit., p. 51.

[13] L. Vetri, Letteratura e caos. Poetiche della “neo-avanguardia” italiana degli anni Sessanta, Milano, Mursia, 1992, p. 85.

[14]  G. Rodari, Il cane di Magonza, a cura di C. De Luca, Roma, Editori Riuniti, 1982, p. 75.

[15] Ivi , p. 82.

[16] L. Malerba, Le galline pensierose, cit., p. 11.

[17] Ivi, p. 13.

[18] Ivi, p. 47.

[19] Ivi, p.7.

[20] Ivi, p. 49.

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Internet, la memoria, il mito di Theuth. (Risposta a Umberto Eco da un nipote potenziale) https://minimaetmoralia.it/interventi/risposta-a-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/interventi/risposta-a-umberto-eco/#comments Sat, 18 Jan 2014 14:00:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17579 di Claudio Lagomarsini

Raccogliendo un invito dell'«Espresso» rivolto ad alcuni intellettuali («Quattordici lettere d'autore per il 2014»), Umberto Eco ha inaugurato il nuovo anno scrivendo una lettera aperta al nipote, sui temi della memoria, della conoscenza e di internet (Caro nipote, studia a memoria). Per coordinate anagrafiche il sottoscritto si trova a far parte proprio delle generazione "smemorata" dei nipoti. Non è questione di ingratitudine, ma è nella natura delle cose: i consigli dei nonni devono cadere nel vuoto perché le nuove generazioni possano individuarsi e riconoscersi. Non mi sottraggo a questo meccanismo ineluttabile e vorrei spiegare perché, da nipote potenziale, non posso essere d'accordo con Eco.

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umberto-eco

di Claudio Lagomarsini

Raccogliendo un invito dell’«Espresso» rivolto ad alcuni intellettuali («Quattordici lettere d’autore per il 2014»), Umberto Eco ha inaugurato il nuovo anno scrivendo una lettera aperta al nipote, sui temi della memoria, della conoscenza e di internet (Caro nipote, studia a memoria). Per coordinate anagrafiche il sottoscritto si trova a far parte proprio delle generazione “smemorata” dei nipoti. Non è questione di ingratitudine, ma è nella natura delle cose: i consigli dei nonni devono cadere nel vuoto perché le nuove generazioni possano individuarsi e riconoscersi. Non mi sottraggo a questo meccanismo ineluttabile e vorrei spiegare perché, da nipote potenziale, non posso essere d’accordo con Eco.

Il succo della lettera: «Caro nipotino mio, (…) coltiva la memoria, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”». La premessa all’invito semiserio è la seguente (altro ritaglio): «Una malattia ha colpito la tua generazione [cioè quella del nipotino] e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria».

Io (classe ’84) sono già uscito dall’università (è superfluo il fatto che stia tentando ora di rientrarci), ma faccio parte della stessa stirpe di studenti che non hanno imparato a memoria i canti della Commedia o la traduzione dell’Iliade di Vincenzo Monti (mai sentite, lo confesso, le filastrocche della Vispa Teresa). La nostra «malattia», riassumendo gli argomenti di Eco, è indotta da due fattori: scuola e internet. La scuola non insegna più a memorizzare testi e nozioni, cessando così di esercitare il cervello a trattenere ciò che lo attraversa in un flusso costante. Internet, poi, è una specie di stampella per handicappati mnemonici: se sono al ristorante con gli amici e non ricordo dov’è Kuala Lumpur, cercherò la risposta sul mio smartphone (sperando che, almeno in quel ristorante, prenda il 3G). Il problema è che, un minuto dopo, avrò obliterato tutto – questo perché, da bambino, la scuola non mi ha insegnato ad allenare la memoria: vedi supra – e la prossima volta dovrò cercare di nuovo dov’è Kuala Lumpur… Le alternative allo smartphone sono due: imparare a memoria la Vispa Teresa oppure tatuarmi informazioni sul corpo, come il protagonista del film Memento.

Riflettendo sull’argomento di Eco (riducendolo ancor di più all’osso: internet, ovvero la memoria dell’etere, asseconda la pigrizia della memoria individuale) mi è tornato alla mente il «mito di Theuth», che Socrate racconta a Fedro nell’omonimo dialogo platonico (Fedro, 274c-76a).

Anzi, visto che proprio di questo si parla, mettiamo tutte le carte in tavola: ricordavo dai miei studi liceali (forse non così disgraziati?) che Socrate non ha prodotto nessuno scritto, e ricordavo anche, molto vagamente, che il Socrate di Platone dice esplicitamente – ma dove? E in che termini? – che la scrittura è un male per la memoria e per la conoscenza. Così ho cercato su Google la stringa “Socrate scrittura” e il primo risultato (filosofico.net) mi ha dato la risposta che cercavo.

Il mito di Theuth – lo riassumo almeno per i miei coetanei smemorati – è questo: Theuth, inventore dell’alfabeto, si presenta al faraone e gli illustra la scoperta della scrittura, «una medicina per la sapienza e la memoria». Ma il faraone obietta che l’alfabeto «non è una ricetta per la memoria, ma per richiamare alla mente», e che gli Egizi, una volta alfabetizzati, «cesseranno di esercitarsi la memoria, perché, fidandosi dello scritto, richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei».

Discutevo della questione con un collega medievista, su Facebook. (Mentre lo facevo pensavo anche a un altro peculiare flagello della memoria che colpirà la mia generazione: nessuno di noi lascerà un epistolario ai posteri. Nel caso peggiore moriremo dimenticandoci di rivelare le password ai nostri eredi. Oppure i miei nipotini, venuti in possesso della password di posta elettronica, troveranno qualche pensiero meno stupido, qua e là, frugando tra migliaia di lettere piene di idiozie, conferme di biglietti aerei, spam non eliminato, mie richieste di informazioni in cattivo inglese… Oppure ricostruiranno la vita del nonno facendo archeologia sulla pagina Facebook: un link a un video trash di Youtube, l’esibizione di una performance di running postata da Runtastic, le foto delle vacanze.)

Comunque, il mio collega (trentenne) tendeva a essere d’accordo con Eco, e sosteneva che i database informatici, evoluzione delle vecchie concordanze cartacee, sono un male potenziale per i giovani ricercatori, almeno nell’ambito, a me e a lui meglio noto, della letteratura medievale. Nessuno dei giovani studiosi memorizza (quindi interiorizza) i testi, cosicché, negli articoli, nelle edizioni critiche o negli interventi ai convegni, spesso e volentieri si snocciolano dati bruti, ricavati dalla «memoria elettronica» (in una nota di un saggio su uno stilnovista si dirà, ad esempio, che la tale parola compare anche nel poeta Tizio e nel trattatista latino Caio…), senza instaurare vere e attive connessioni che generano autentica conoscenza, ma limitandosi a un volgare copia-incolla.

Ora, che la malattia diagnosticata da Eco esista – nei termini di una scarsa attitudine generazionale alla memorizzazione – è più che probabile, ma tenderei a stigmatizzarne un altro aspetto. Non sono convinto, cioè, che sia pertinente coinvolgere internet nella questione (per la scuola il discorso sarebbe, se possibile, ancora più articolato e complesso). La disponibilità di una conoscenza “eterea”, attingibile in qualsiasi momento e luogo, è un bene indiscutibile e un enorme progresso dell’umanità. Sarà un disgraziato quello studioso che, mancando di intelligenza e sensibilità – due virtù che difficilmente possono essere inoculate dall’esterno – non è in grado di riconoscere, tra i molti dati reperibili in un database o in internet, quelli pertinenti al proprio discorso. Controprova: tra gli studiosi dell’era pre-informatica, non c’erano forse pozzi di memoria totalmente incapaci di stabilire le connessioni giuste? Ognuno, nei propri ambiti di ricerca, conosce i nomi.

Nel far maturare le virtù dell’individuo un ruolo importante (ma non troppo importante) ha la scuola. Se parliamo però di intelligenza e sensibilità, il discorso sulla memoria resta a margine, e chi sostiene il contrario si faccia carico di dimostrare che chi dispone di molta memoria possiede anche un’alta capacità di stabilire connessioni pertinenti tra le informazioni che ha memorizzato. Non mi pare un passaggio del tutto automatico.

Il problema è casomai un altro: per instaurare delle connessioni, bisogna sapere che, da qualche parte, c’è qualcosa da connettere. Banalmente, per trovare il «mito di Theuth» (pertinente al discorso che intendevo fare), bisogna pur sapere che c’è stato un tizio di nome Socrate. È necessario, in altri termini, possedere almeno una mappa dei saperi, insieme alla conoscenza degli strumenti, cartacei o elettronici, necessari per attingere nei luoghigiusti le informazioni più approfondite.

L’argomento di Eco, inoltre, rischia di nascondere quella che, a mio parere, è la principale virtù del modello di conoscenza «a ragnatela» (da un link all’altro) che è propria dell’esplorazione (attiva!) di internet. È esperienza comune – parlo di chi fa ricerca –consultare repertori online o anche compulsare Google Books e fare delle scoperte. Intendo scoperte per se stessi, dov’è questione di colmare le lacune della propria ignoranza, e scoperte in assoluto (la parola X, un apparente hapax che nessun dizionario menziona, si trova anche nell’edizione Y, che, per quanto erudito e affamato di letture, non avrei consultato mai e poi mai… E d’altra parte neppure i lessicografi ci erano arrivati).

All’università che ho frequentato io (Lettere moderne, anni Zero), non rimprovero di non avermi insegnato a memorizzare la Vispa Teresa (è vero, d’altra parte, che in generale ho una pessima memoria), ma di avermi fornito e costretto a memorizzare molte informazioni inutili e obsolete, senza avermi mai detto, neppure in un seminario di mezz’ora in cinque anni, che esistevano le banche dati dell’OVI e l’archivio digitale «Mirabile».

Da nipote potenziale un’altra cosa della lettera di Eco mi ha lasciato inizialmente interdetto: che cosa c’entra la divagazione iniziale sulla pornografia? Parafraso brutalmente: «Nipote che usi l’iPad, ti assicuro che le donne reali sono migliori delle pornostar dei video online. Inoltre tuo padre non sarebbe nato se io mi fossi sollazzato su internet, senza copulare nel mondo reale».

Sembrerebbe una specie di storiella simpatica per scongiurare il rischio di apparire al nipotino come un «nonno barbogio» (cit.). Invece si tratta – io credo – di una “tagliola” retorica: senza darlo a vedere, tenendolo ben nascosto nell’erba alta dell’ironia, Eco sta anticipando uno dei due argomenti che la lettera tratterà (“internet è il male”).

Ma internet – banalità delle banalità – è soltanto uno strumento. (E per il discorso specifico: anche negli anni ’40 o ’50 un adolescente si sarebbe potuto astrarre dal mondo reale sfogliando i giornaletti di Pin-up dispensati dai barbieri. Ma no, per la generazione dei nonni, il soft-porn delle Pin-up ricadrebbe nella categoria elevata del vintage. Ad ogni modo, è di questo che vogliamo davvero discutere?)

Torniamo dunque ad esercitare la memorizzazione, se è davvero un bene. Ma tenendo internet (e le memorie elettroniche) fuori dal discorso. E ricordando anche che i contemporanei di Theuth e di Platone non sono stati degli ignoranti o degli stupidi per il solo fatto di aver consegnato all’hard disk esterno di turno (la scrittura) una parte della propria memoria culturale.

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