Felisberto Hernandez Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/felisberto-hernandez/ un blog di approfondimento culturale Tue, 14 Apr 2015 08:05:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Felisberto Hernandez Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/felisberto-hernandez/ 32 32 Una milonga per Eduardo Galeano https://minimaetmoralia.it/letteratura/una-milonga-per-eduardo-galeano/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/una-milonga-per-eduardo-galeano/#comments Tue, 14 Apr 2015 08:05:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26203 Montevideo è un balcone triste, un pianoforte di ciliegio nero, una città di doppi fondi segreti e di segrete lacerazioni. Così l’ho sempre immaginata attraverso i racconti di mia nonna, e quelli di Felisberto Hernandez o di Mario Benedetti. Così la immagino ora, alla notizia della morte di Eduardo Galeano, mentre mi risale alla coscienza il verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Lascia la lampada accesa, se un giorno la tristezza vorrà entrare”.

Stasera Montevideo è la lampada accesa della stanza 503 del sanatorio 2 del Casmu, il Centro de Asistencia del Sindicato Médico del Uruguay, dove Eduardo Galeano era ricoverato da una settimana, nel barrio della Blanqueada in Avenida 8 de octobru. L’ospedale non è distante dall’Avenida General Garibaldi e dal Gran Parque Central, lo stadio della squadra di cui Galeano era tifoso sin da ragazzo, il Club Nacional de Footbal.

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eduardo-galeano_184vtr3umgiab15i9a26lov3ibIn ricordo di Eduardo Galeano

di Fabio Stassi

Montevideo è un balcone triste, un pianoforte di ciliegio nero, una città di doppi fondi segreti e di segrete lacerazioni. Così l’ho sempre immaginata attraverso i racconti di mia nonna, e quelli di Felisberto Hernandez o di Mario Benedetti. Così la immagino ora, alla notizia della morte di Eduardo Galeano, mentre mi risale alla coscienza il verso di una canzone di Vinicius de Moraes: “Lascia la lampada accesa, se un giorno la tristezza vorrà entrare”.

Stasera Montevideo è la lampada accesa della stanza 503 del sanatorio 2 del Casmu, il Centro de Asistencia del Sindicato Médico del Uruguay, dove Eduardo Galeano era ricoverato da una settimana, nel barrio della Blanqueada in Avenida 8 de octobru. L’ospedale non è distante dall’Avenida General Garibaldi e dal Gran Parque Central, lo stadio della squadra di cui Galeano era tifoso sin da ragazzo, il Club Nacional de Footbal.

Era nato in quella città nel 1940 e aveva avuto una geografia del sangue mista e desterrada: gallese, tedesca, spagnola e italiana. Ma per scrivere aveva scelto il nome della madre. Il cancro lo aveva colpito ai polmoni. Un primo intervento nel febbraio del 2007, e dopo il consueto e feroce tariffario della malattia: gli esami, le terapie, le altre operazioni.

Diceva di avere appreso l’arte di narrare nei vecchi caffè di Montevideo, e che la sua università erano stati quei posti allagati da una luce così forte da ingiallire i sorrisi alle donne e da ombre tanto estese e nette da tracciare la mappa e i contorni della nostra locura. Per uno come lui, la memoria era una bettola straripante di voci, di amici e di musica. Una lanterna degli affogati, dove ogni ricordo è il soffio di una diceria. La sua adolescenza e giovinezza di operaio e portalettere, cassiere di banca e pittore di insegne, dattilografo e imbianchino. Un fumetto politico venduto a 14 anni all’organo del Partito Socialista uruguayano. E poi le prime avventure di cronista, i giornali fondati e diretti, le collaborazioni. L’idea di tentare una grande angiografia letteraria di un continente e di chiamarla Le vene aperte dell’America Latina. E subito dopo la censura, il carcere, le fughe. Da una dittatura all’altra. La condanna degli ” escuadrón de la muerte” di Videla e il riparo in Spagna. E il tiro di dadi di un’altra impresa, ancora più spericolata e gigantesca: racchiudere in tre libri La memoria del fuoco e comporre così gli annali del Nuovo Mondo, dalla creazione e la scoperta fino al secolo del vento e al suo definitivo ritorno a Montevideo nel 1985. Senza nessuna pretesa di neutralità. Perché la storia non è neutrale, e Galeano lo ha sempre saputo e sempre ha preso partito, e raccontato ogni cosa a modo suo, dal massacro di Tlatelolco del 1521 a quello degli studenti di Città del Messico nel 1968, consumatosi nello stesso posto. Sacrilegi, profezie, colonie e rivoluzioni, guerre di corsa e colpi di tacco, perdite e riconquiste. La spoliazione e lo scialo. Il fiato e la dignità.

Da allora, ogni libro fu per lui la fine di un esilio. Si consacrò alla brevità come Borges, lo scrittore dell’altro lato del mar del Plata, ma dilatandola a dismisura fino a gareggiare in estensione e fiato con il romanzo, la storiografia, la saggistica e le opere degli antichi. La sua scrittura, senza mai smettere di essere denuncia e affrancamento, divenne almanacco, diario, cronaca, scatto fotografico e aneddoto, paradosso e capriola, libro degli abbracci e labbra del tempo, specchio, splendori e miserie di un gioco e di un’intera epoca e inesausto esercizio di speranza e di lucidità.

Aveva lo sguardo oceanico puntato sempre contro l’orizzonte dell’utopia.

Per tutto questo, stasera, terrò una lampada accesa sul tavolo, a migliaia di chilometri dalla luce della sua stanza in un sanatorio di Montevideo, lasciando entrare la tristezza e respirando a pieni polmoni le tante parole che ha scritto e che ora sono l’ultima rimessa della sua voce. Tenendo bene a mente, come diceva lui, che il verbo ricordare viene dal latino re-cordis, e significa ripassare dalle parti del cuore.

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Felisberto Hernandez, lo scrittore amato da Borges e Calvino https://minimaetmoralia.it/libri/felisberto-hernandez/ https://minimaetmoralia.it/libri/felisberto-hernandez/#comments Thu, 10 Apr 2014 13:58:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19614 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Quale magia si nasconde nei racconti di Felisberto Hernandez, uruguagio di Montevideo (1902-1964), amato da Borges e Calvino, Cortázar e Onetti, indefinibile, sfuggente, folle e strampalato, geniale e ossessivo artista della parola? Ogni volta che iniziamo a leggere una sua storia ci sembra di affondare in un gorgo buio che ci risucchia. E tuttavia le profondità dove affondiamo, per quanto evidentemente cupe, ci appaiono attraenti e luminose, leggere e brillanti, vitali più della vita da cui ci allontaniamo. Si potrebbero chiamare in causa paradossi, contraddizioni, ossimori eppoi maschere, veli, giochi delle parti. Si potrebbe invocare l'aiuto di magie letterarie e nomi di peso – che siano autori, interpreti o critici. Eppure ogni volta si fallirebbe. Perché la magia e il mistero che percorrono l'opera di questo pianista che suonava accompagnando film muti, eppoi scrisse racconti cesellando le parole come fosse una partitura, restarono magia e mistero anche per lui, che non ne venne mai a capo.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Quale magia si nasconde nei racconti di Felisberto Hernandez, uruguagio di Montevideo (1902-1964), amato da Borges e Calvino, Cortázar e Onetti, indefinibile, sfuggente, folle e strampalato, geniale e ossessivo artista della parola? Ogni volta che iniziamo a leggere una sua storia ci sembra di affondare in un gorgo buio che ci risucchia. E tuttavia le profondità dove affondiamo, per quanto evidentemente cupe, ci appaiono attraenti e luminose, leggere e brillanti, vitali più della vita da cui ci allontaniamo. Si potrebbero chiamare in causa paradossi, contraddizioni, ossimori eppoi maschere, veli, giochi delle parti. Si potrebbe invocare l’aiuto di magie letterarie e nomi di peso – che siano autori, interpreti o critici. Eppure ogni volta si fallirebbe. Perché la magia e il mistero che percorrono l’opera di questo pianista che suonava accompagnando film muti, eppoi scrisse racconti cesellando le parole come fosse una partitura, restarono magia e mistero anche per lui, che non ne venne mai a capo.

Lo scopriamo in questa piccola perla di libro che Francesca Lazzarato ha tradotto con sapienza per noi: Le Ortensie (La Nuova Frontiera, pp. 189, euro 17). Possiamo finalmente leggere due dei suoi più celebri racconti. Quello che dà il nome alla raccolta (un uomo che si fa costruire bambole di grandezza umana e che paga una squadra di aiutanti dediti a creare per lui ogni giorno scene di vita in cui queste bambole, dietro un vetro, lasciano immaginare all’uomo di poter penetrare il mistero del mondo femminile. Al punto che una di queste bambole – chiamata Ortensia come la moglie – assumerà fattezze sempre più umane fino a sostituire quasi definitivamente la moglie stessa) e La casa allagata (una donna che si fa costruire una casa eppoi la fa inondare per vivere immersa in una laguna in miniatura dove assolda uno scrittore che possa portarla in barca, remare e ascoltarla quando e quanto lei desideri).

Ma possiamo anche leggere un’introduzione dello stesso Hernández, intitolata beffardamente Spiegazione falsa dei miei racconti, in cui leggiamo “quel che so è che non so come costruisco i miei racconti, perché ciascuno di essi ha una vita eccentrica e tutta sua. Ma so che vivono in lotta con la coscienza per evitare gli stranieri da lei raccomandati”. Questo potrebbe già bastare per avviarci sulla strada di Felisberto, che magro come un fuscello, sfiorò un minimo successo in vita ma fece in tempo soltanto a vederlo volare via, si sposò tre volte e tre volte divorziò, e infine morì solo, obeso, dopo aver divorato per anni tutto quel che non avrebbe potuto divorare e il suo corpo fu calato dalla finestra perché dalle scale non sarebbe passato.

Il libro però ci offre anche innumerevoli spunti “minori”. Possiamo leggere, per esempio, anche un breve racconto intitolato La casa nuova che sembra aprirsi con la più sincera delle confessioni: “Si aspetta sempre che io faccia qualcosa di insolito. Quello che voglio, a dire il vero, è riposare gli occhi – scrivendo li stanco di meno – , la faccia e l’anima”.

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