femminicidio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/femminicidio/ un blog di approfondimento culturale Sun, 29 Dec 2013 08:57:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg femminicidio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/femminicidio/ 32 32 O ti meno o ti proteggo. Ovvero parlare di violenza di genere tra sedicente femminismo e maschilismo benevolo. https://minimaetmoralia.it/interventi/o-ti-meno-o-ti-proteggo-ovvero-parlare-di-violenza-di-genere-tra-femminismo-light-e-maschilismo-benevolo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/o-ti-meno-o-ti-proteggo-ovvero-parlare-di-violenza-di-genere-tra-femminismo-light-e-maschilismo-benevolo/#comments Sun, 29 Dec 2013 08:53:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17186 Questo articolo è uscito sull’edizione online di Europa. di Christian Raimo La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. Termini come stalking, femminicidio sono parole che oggi conoscono anche i ragazzini di dieci anni. I cartelloni sei per tre, le fiancate degli autobus anche negli ultimi mesi hanno ospitato una serie di campagne pubblicitarie, […]

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Questo articolo è uscito sull’edizione online di Europa.

di Christian Raimo

La violenza di genere è diventata un argomento mainstream. Termini come stalking, femminicidio sono parole che oggi conoscono anche i ragazzini di dieci anni. I cartelloni sei per tre, le fiancate degli autobus anche negli ultimi mesi hanno ospitato una serie di campagne pubblicitarie, istituzionali, progresso, commerciali con al centro la questione.

Questa, per esempio, è la campagna del giornale L’Unità.

1

I sette claim sono:

– Se il tuo sogno d’amore finisce a botte, svegliati!
– Gli schiaffi sono schiaffi, scambiarli per amore può farti molto male.
– Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta.
– Un compagno violento non ti accompagna nella vita. Al massimo all’ospedale.
– Hai un solo modo per cambiare un fidanzato violento. Cambiare fidanzato.
– Un violento non merita il tuo amore. Merita una denuncia.
– Sai già che picchia. Quando picchia alla porta non aprire.

 

Questa è quella promossa da una Fondazione Del Monte di Bologna e Ravenna:

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Questa è la campagna intitolata “Punto su di te” da Pubblicità Progresso che ha piazzato in giro per strada dei cartelloni con dei fumetti parlanti a metà per vedere se qualcuno ci scriveva qualche insulto, ed è successo.

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Ma hanno pensato di fare una campagna apposta anche marchi di abbigliamento di Coconuda.

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E Yamamay:

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L’impressione che questa ondata di comunicazione trasmette è che si sia abbastanza conformato un messaggio e un linguaggio comune sulla questione: forse efficace perché semplice, o forse molto condivisibile perché semplificato. Di questo discorso sono protagonisti donne vittime e uomini violenti, o donne che dovrebbero denunciare e uomini buoni che sanno dare l’esempio. Non si parla di educazione; sostituita dalla denuncia. E si coccola questo pseudo-concetto molto moderno che si chiama “sensibilizzazione”, che sta a voler dire un po’ qualunque cosa. La violenza di genere in tutti i casi è vista come una sorta di malattia sociale da stigmatizzare socialmente per criminalizzarla. Nessuna parte di questo discorso prevede che tra uomini violenti e uomini buoni possa esistere una casistica più ampia; nessuna parte di questo discorso affronta la questione in senso culturale; nessuna parte di questo discorso prova a problematizzare la questione della violenza tout-court e della violenza di genere in particolare. Vorrei tentare di fare queste tre cose.

1.

È piuttosto deludente se non deprimente come una parte del nuovo femminismo, o meglio della ricezione nei media del nuovo femminismo, abbia di fatto ristretto una visione politica complessa a una mera “questione femminile”. Nel meno peggiore dei casi le donne vengono convocate a discutere di maternità, relazioni, crisi della famiglia…; nel peggiore vengono chiamate in causa come vittime di una società maschilista: persone da aiutare. Se è vero che nell’ultimo Parlamento, nelle giunte locali delle ultime elezioni, la componente femminile è leggermente maggiore delle precedenti legislature, è vero anche la prospettiva femminista è quasi completamente assente – ridotta appunto a una militanza testimoniale, da comunità ginocratica, genetica più che di genere, chiamata in causa al massimo per i femminicidi e simili.

La novità che invece rappresentò il femminismo negli anni Settanta fu quella di ripensare una grammatica politica a partire da una rilettura della polis nel privato. Come sottolinea Lea Melandri in Amore e violenza, è chiaro che quella rivoluzione pacifica che è stato il femminismo nutriva (ed era nutrita da) altre correnti parallele: il movimento non-autoritario, l’ecologismo, la riflessione sulla biopolitica… Se ci si dimentica, o si rimuove, tutto questo, l’idea di femminismo che ci resta è quella di un momento di rivendicazione, al massimo di emancipazione, non certo di liberazione: una stagione, se vogliamo essere benevoli – in cui le nostre mamme o le nostre nonne facevano casino. Il pensiero della differenza, l’autocoscienza, i collettivi… gli strumenti politici rivoluzionari del femminismo rimangono nei documentari musealizzanti; la condizione di minorità, di debolezza, sembra invece sempre attuale.

Questo sedicente e presunto femminismo che considera le donne solo come vittime – lo dico da maschio che invece viene messo in crisi in ciò che ha di più caro (la sua presunta superiorità, la sua presunzione intellettuale) da una Carla Lonzi o una Susan Faludi e non dalle battaglie rivendicative – è penoso, inutile, e politicamente regressivo.

Per esempio. L’immagine che nelle campagne dell’Unità e di Noino.org si hanno dei maschi sono duplici e false: in un caso hanno la faccia sbarrata dei killer potenziali, nell’altro la versione bonaria degli uomini buoni, protettivi, “migliori”. È un’idea del maschile riduttiva, inservibile, che una pratica femminista non può che contestare. E in questi mesi ha anche provato a farlo, criticando l’impostazione emergenziale; ma rimanendo di fatto perplessa di fronte all’attenzione mediatica: avere finalmente l’occhio di bue puntato su questi temi sarà buono o sarà controproducente?

Gli assenti ancora una volta, purtroppo viene da dire, sono stati gli uomini. Ci sono, va riconosciuto, uomini che da anni si occupano di questioni di genere, quelli di Maschileplurale sono i più noti tra un piccolo nucleo di gruppi e associazioni che fanno un lavoro di militanza da anni; e in questi giorni non sarebbe sbagliato andarsi a recuperare un librino-conversazione a due voci di Stefano Ciccone e Lea Melandri per Effigie, Il legame insospettabile tra amore e violenza.

E non sono mancati interventi pubblici di voci riconoscibili, anche in luoghi importanti, ma questi discorsi dei maschi soprattutto quando arrivano sui media popolari, pur nella loro acutezza, mancano spesso dell’elemento essenziale che sarebbe utile per un dialogo: il partire da sé. Ossia: non tanto porsi il problema della violenza di genere, non tanto criticare i modelli di maschilismo invalsi, non tanto raccontare quando fummo colpevolmente cauti da non stare dalla parte delle donne vittime, quanto provare a esplorare la propria educazione sentimentale e sessuale maschile, la propria tensione verso la violenza, la propria somiglianza di genere rispetto ai questi incredibili bruti.

È possibile che non ci sia mai un intellettuale maschio che racconti non dico la sua abitudine a andare a prostitute o quella volta che fu vicino a stuprare una donna, ma semplicemente riesca a confessare le sue telefonate ossessive, gli appostamenti sotto casa, le mail ricattatorie? Possibile che non ci siano maschi che riescano a mostrare queste fragilità, questa violenza implosa?

Perché questo è lo stato emotivo del tempo in cui viviamo; non un altro, non un’astratta utopia di maschi consapevoli e donne liberate – ma forse nemmeno un disastro apocalittico e irredimibile. La disfunzionalità – in fondo ci facciamo i conti tutti i giorni nei nostri rapporti – è quasi la norma.

Sapete un luogo della rete dove è visibile in modo argentino questa enorme difficoltà relazionale? I siti di seduzione. Andate a farvi un giro su internet e scoprirete in mezzo ai centinaia di blog chiamati imparaasedurla.it, comericonquistarelatuaex.it, comeritrovarelamore.it, una gigantesca quantità di dolore e di frustrazione, dove sedicenti esperti autobattezzatisi roba tipo Mr.Seduzione distribuiscono consigli a tamburo battente e cercano di improvvisare strategie di comportamento fatte di buon senso e tecniche manipolatorie. Chi sono gli uomini che affollano queste discussioni? Un’altra razza? Ci potremmo sedere a un bar con loro? Ci potremmo insegnare l’un l’altro qualcosa? Ci sentiremmo meno soli nei nostri dissesti sentimentali?

2.

Nel 2007 uscì un libro editorialmente sfortunato, verrebbe da dire. Lo scrisse Daniela Danna, lo pubblicò Eleuthera, s’intitolava Ginocidio. Aveva come suo obiettivo esplicito quello di provare a inserire questo neologismo, “ginocidio”, nel dibattito pubblico, in un momento in cui i casi di assassini di donne erano relegati in qualche sporadico trafiletto di cronaca locale. Aveva scelto male il momento e il titolo, ma aveva azzeccato molte altre cose. Ossia aveva capito che la questione della violenza di genere andava esplorata con un’ottica disciplinare e non giornalistica. Se i legislatori che hanno formulato la brutta legge sul femminicidio o i pubblicitari che hanno ideato le discutibili campagne anti-violenza avessero letto il libro della Danna avrebbero fatto propria forse una prospettiva più laica, o quantomeno più problematica. Si sarebbero chiesti come e perché si manifesta la violenza contro le donne e non si sarebbero precipitosamente affannati a cercare di dare una risposta legislativa, mediatica, all’ansia del momento.

Nella parte iniziale del libro Danna, sociologa dell’Università di Milano, insiste su un punto preliminare, linguistico. Circoscrive meritoriamente il campo in modo da dare legittimità e non solo attenzione al discorso che le interessa: si chiede di cosa parliamo quando parliamo di violenza di genere.

“Per valutare la posizione delle donne con un metro oggettivo, senza farsi trarre in inganno dall’acquiescenza di coloro che sono totalmente schiacciate da un potere maschile e tradizionale da aver rinunciato persino a una posizione migliore, la filosofa statunitense Martha Nussbaum ha applicato ai rapporti tra i sessi l’approccio basato sulle ‘capacità’ di Amartya Sen. Sen riconosce il problema dell’adattività delle preferenze, cioè del fatto che normalmente si esercita la facoltà di scelta solo tra gli obiettivi che sono effettivamente raggiungibili, e dunque la scelta non è un buon criterio per giudicare la volontarietà di un’azione. […] È solo nel momento in cui si intravede un’alternativa che il comportamento violento, fino ad allora subito, diventa inaccettabile e viene finalmente nominato come tale. A volte è sufficiente una pausa di riflessione, un confronto con persone che provengono da un ambiente diverso, una convalida della propria percezione di ingiustizia: ‘Mio marito mi picchia, viene a letto con me quando non voglio e io devo obbedire. Prima di venire intervistata non ci pensavo veramente. Pensavo che fosse naturale. Per un marito questo è il giusto modo di comportarsi’, ha dichiarato una donna senegalese nell’ambito di un’inchiesta dell’Organizzazione mondiale per la Sanità”.

Notare le differenze: se qui il focus è l’educazione alla consapevolezza e all’autonomia, il messaggio che passa dalla legge o dalle campagne mediatiche è che “intravedere un’alternativa” pare significhi individuare modelli alternativi di relazione, ma criminalizzare alcune persone e frequentarne altre. Emargina i cattivi: non una grande idea da un punto di vista politico. E tra l’altro, senza volerlo, questa soluzione marginalizzante comporta una specie di rimozione classista rispetto alle questioni di genere. Le donne che possono vedere riconosciuti i propri diritti sono quelle che se lo possono permettere: che hanno un’istruzione adeguata, la cui condizione socio-economica consente l’indipendenza da un uomo, che possono decidere di lasciare la casa dove vivono con il compagno violento. Ossia: il messaggio che passa nella denuncia del femminicidio riguarda soltanto una parte piccola di donne che riescono realizzare concretamente una messa a distanza o almeno a porsi l’idea di un’alternativa reale, altrimenti – questo è chiaro – io donna nemmeno sono capace di vederla questa violenza, mi rimane fantomatica.

Nel momento in cui l’“alternativa” è soltanto la denuncia e lo stigma sociale, la responsabilità collettiva è come se avesse dichiarato forfait. La politica si è lavata le mani dando i soldi a qualche pubblicità progresso o a qualche reading con attori impegnati.

Insomma la verità è che sembra funzionare rispetto all’intera questione una sorta di doppio legame: le femministe, per vedere riconosciuto il valore di certe battaglie, è come se dovessero disconoscere il proprio metodo. Un femminismo light, analcolico.

Continua a leggere sul sito di Europa.

Quiinvece, per chi vuole, c’è un’ottima bibliografia – curata dall’Università delle Donne – del materiale reperibile in rete sulla discussione italiana su questi temi.

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Riceviamo e ripubblichiamo una replica articolata di Monica Pepe, a nome dell’associazione Zeroviolenzadonne.it, all’articolo di Christian Raimo di qualche giorno fa.

di Monica Pepe

E’ molto più che apprezzabile l’analisi di Christian Raimo apparsa su Europa lo scorso 24 agosto sulla questione del femminicidio. Sia per il punto di vista maschile da cui parte sia per lo sforzo di mettersi in discussione in prima persona, il partire da sé per l’appunto appreso dai testi elaborati dal femminismo degli anni ‘70.
E’ molto importante, da uomo di cultura, riportare su se stesso atteggiamenti considerati violenti se fatti da altri uomini che le stesse cronache ci consegnano come “normali” o addirittura affascinanti se letti in un caposaldo della letteratura o visti al cinema. E’ più discutibile parlare di uomini maltrattanti “che per brevi periodi, in certe circostanze particolarmente dolorose, possono trasformarsi in persone terribili: possono impazzire”. Inserire il concetto di “impazzimento momentaneo” o più giornalisticamente inteso come “raptus” credo sia pericoloso, perchè di fatto costruisce un’attenuante per tutti noi che dall’altra parte ci possiamo considerare “normali” proprio perché qualcun altro, impazzendo dall’altra parte di una barricata invisibile al posto nostro, anestetizza il potenziale violento o labile che alberga in ognuno di noi.
Anche da un punto di vista medico e psicologico è un’affermazione arbitraria, perché non esistono uomini né donne che “impazziscono” perché non vanno d’accordo con il loro partner, mentre è certo che all’interno delle coppie accadono quelli che tutti conosciamo e probabilmente abbiamo in parte vissuto come scatti d’ira, perdita del controllo, urla, offese verbali, pressioni o violenze psicologiche, fisiche e sessuali, che quando non vengono gestite degenerano in escalation narcisistiche e violente.

Normalità o complessità.
La “normalità” non è solo un orizzonte mentale che ci impone il perbenismo sociale ma è anche un desiderio profondo che, insieme ad altri anche opposti, la nostra psiche proietta come esseri umani, di più se occidentali e culturalmente strumentati.
Parliamo sempre di uomini da una parte e di donne dall’altra -come se fossimo sempre “l’uno contro l’altro armati”- e così eludiamo una questione esistenziale centrale, il desiderio che irrompe inesorabile verso ciò che è diverso da noi da quando ne abbiamo memoria, una insopprimibile forza vitale che ci consente di armonizzare due bisogni fondamentali: il senso di protezione e appartenenza a qualcosa che è già dato e che dovrebbe poi diventare la nostra identità, e la tensione verso ciò che è diverso da noi, l’attrazione e la repulsione che guida la maggior parte dei nostri pensieri e agìti.
La violenza non nasce forse dalla incapacità di sostenere e gestire la non linearità dell’andamento delle relazioni d’amore e sessuali e quindi il conflitto?
Lea Meandri in “Come nasce il sogno d’amore” (Rizzoli 1998, Bollati 2001) scrive che “Il sogno d’amore, inteso come fusione assoluta, miracolosa, che di due esseri complementari fa un solo essere armonioso, è l’eredità più arcaica che la memoria del corpo consegna alla storia. Ma è, nel medesimo tempo, la copertura più efficace dell’aggressione che ha comportato, da parte dell’uomo, tenere presso di sé l’oggetto sessuale che per primo gli ha dato cibo e piacere. Il possedere e l’essere posseduti hanno un suono diverso se a coniugarli è il linguaggio amoroso e la fredda logica del potere”.
Un’analisi molto efficace e sempre attuale, che a maggior ragione impone oggi un salto in avanti per non vederci tutti, e tutte, vittime predestinate di un evento biologico che permette da sempre all’umanità di proseguire il suo cammino nella Storia.

L’amore e la coppia
Se a questo salto diamo il nome di Relazione e nella sua fase più matura di Coppia, non ci inventiamo nulla visto che nella cultura e nella percezione pubblica degli anni ‘70 e ‘80 era un tema di discussione centrale. Oggi no.
Certo il contesto culturale e storico era molto più rigido e maschilista ma anche molto più avanguardista e divincolato di quello attuale e questo autorizzava le persone a praticare da sole o insieme ad altre dei livelli di scambio e di emancipazione personale oggi inimmaginabili. La sperimentazione della coppia e della relazione sessuale tra due persone è ancora oggi l’unico asse portante e preliminare di ogni realtà familiare, chiama le donne e gli uomini ad assumere prima verso di sé come individui e poi verso l’altro la responsabilità delle proprie scelte. Segna una linea netta tra quello che c’è prima dei figli e quello che viene dopo. In un articolo pubblicato il 27 agosto da Repubblica, apprendiamo che dati alla mano le ventenni inglesi “contrariamente alle madri, preferiscono matrimonio e figli alla carriera”. Oltre al fatto che in Italia avere dei figli o un lavoro è diventato un lusso o una prova di resistenza, cosa vuol dire questo? Perché l’immaginario è sempre schiacciato sulla coppia madre-figlio? I figli sono sempre pensati da uomini e donne -qualsiasi siano state le circostanze, ovviamente non violente- e non si tratta mai di una questione biologica in principio, c’è sempre un pensiero più o meno consapevole o inconscio dietro. Anzi sarebbe utile risignificare culturalmente quell’“orologio biologico” con cui piace rappresentare le donne nella fascia centrale della loro esistenza, destinandole nell’immaginario ad un atto compulsivo più che a un desiderio di futuro o a una accelerazione della propria identità, su cui certo la pratica del partire da sé aiuterebbe moltissimo a comprendere.
Ma quale è la realtà sociale di oggi se la misuriamo alla “strada”, a quello che vediamo con i nostri occhi? Ci sono molti più padri che tengono in braccio i loro figli certo, ma quante sono le madri -in situazioni culturali molto più differenziate tra di loro rispetto al passato- che gestiscono “padrone uniche” i loro figli restituendo a donne e uomini la fotografia di due destini segnati? Chi è il grande assente, simbolico e non, se non l’uomo, il padre?
In Italia oggi la maionese della violenza così come rappresentata corre il rischio mescolare nel frullatore crisi economica e arretramento culturale di uomini inchiodati al loro nuovo identikit mediatizzato di maschi violenti o esseri fragili che va a soppiantare quello di latin lover o vittime di donne belle e astute che hanno popolato la musica e il cinema italiano per molti decenni. Ma è questa la verità profonda dei vissuti? E le donne? Sono solo vittime o hanno un ruolo nella spirale della violenza quando tracima all’interno di relazioni strutturate? Qui non si tratta di distribuire accuse o sentenze, come prevede il recente Decreto sul femminicido, e non solo di richiamare anche le donne adulte alla responsabilità che hanno innanzitutto nei confronti di se stesse, ma di comprendere quanto sia complessa la questione della violenza tra un uomo e una donna, quanto i livelli di collusione e di complementarietà all’interno delle relazioni strutturate vadano a pescare nei vissuti antichi delle persone; quanto la forza psicologica delle donne risulti sempre più intollerabile per molti uomini. Saremmo degli ipocriti se non dicessimo quante volte attorno a noi vediamo uomini “succubi” delle donne con cui si relazionano, se non parlassimo dell’abuso della maggiore forza psicologica delle donne a cui gli uomini non sanno contrapporre che violenza. Lo dimostra l’esito tragico sempre più frequente in cui dopo l’eliminazione diretta della compagna o della ex molti uomini si tolgono la vita. Dell’essere maschi violenti il lavoro di Olivier Malcor di Parteciparte “Alla periferia del maschile” con i Sex Offenders reclusi dentro al Regina Coeli, realizzato insieme alla Cooperativa Be Free, traccia un profilo di grande rispetto e intelligenza. Se non accogliamo e lavoriamo culturalmente su questa complessità o su come i figli siano spesso usati come superficie di proiezione della disfunzione della coppia -e ripeto coppia, mai di un genitore solo- nessun lavoro a lungo termine potrà portare frutto.
A proposito del Decreto Legge, ancora una volta le Istituzioni impugnano la violenza sulle donne e la guerra tra i sessi per legittimare un obiettivo repressivo, ieri era per colpire immigrati e Rom, oggi con la crisi che morde per punire le lotte sociali che difendono lavoro, ambiente e salute delle persone. E’ una vergogna di cui ha detto tutto Loredana Lipperini nel suo blog. Di un programma nazionale di educazione affettiva e sessuale nelle scuole nel Decreto non c’è traccia, e allora ci stanno prendendo in giro.

Partire da sé o diventare adulti?
Cosa vuol dire questa formula così suggestiva per chi è più acculturato e forse così retorica per la maggior parte delle persone di entrambi i sessi. Tutte le persone hanno una incrollabile verità interiore, quella di conoscersi come nessun altro al mondo potrebbe, ed è in parte inconfutabile. Ma la pratica del nostro inconscio, del nostro “Io” più nascosto alla maggior parte degli uomini e delle donne adulte è da scansare con sufficienza o semplicemente non accessibile.
Il mal di vivere è sempre esistito, ma c’è da dire che il dettato sociale così rigido di una volta imponeva agli uomini e alle donne di stare con maggiore responsabilità dentro al contenitore familiare e alla famiglia di “tenere”, anche con le sue contraddizioni e violenze. Senza rimpianti, ma l’assenza generalizzata di contenimento oggi sia da parte delle famiglie che della “strada”, reale e mediatica, moltiplica il danno. In un momento politico in cui bisogna ricordare che sono stati gambizzati i fondi per le Comunità terapeutiche e azzerati i servizi psicologici a cui molti adolescenti vorrebbero accedere. E come ti emancipi oggi dalla tua famiglia senza trovare un lavoro e avere l’autonomia economica necessaria per andare via da casa?
E allora quando la parte più oscura del proprio io è segnata da una realtà familiare di madri e padri assenti, confusi o violenti, l’unica ideologia possibile rimane sin da giovani l’altro o l’altra, unico specchio e sbocco possibile dei propri conflitti interiori.
Di nuovo uomini da una parte e donne dall’altra, come se prima di tutto non fossimo “persone”, come se una frattura biologica fosse un destino e non il perno della nostra identità su cui incardinare e plasmare la nostra ricchezza più grande, la nostra Umanità che è anche il vaso comunicante per eccellenza che permette di travalicare qualsiasi differenza -sessuale, sociale e di classe… finché mercato e tecnologia non ci separi. Perché tutto oggi lavora nella direzione dell’alienazione da sé della propria storia. Insomma non si può incontrare l’altro e gestire il naturale conflitto che ne deriva, senza aver prima incontrato se stessi o se stesse.
E allora proviamo a dare corpo sociale a questo partire da Sé, ricostruendo una cultura collettiva di senso del crescere e di affrontare insieme le difficoltà del vivere. I ragazzi e le ragazze hanno bisogno di adulti che diano l’esempio con atti concreti e coerenti, ma questo può accadere solo se gli adulti sono responsabili e si contengono dal collassare continuamente dentro la vita dei minori con i loro problemi, proteggendoli dalla naturale invidia che deriva dal loro orizzonte ridotto di vita di adulti e poi di anziani.

Testi femministi o Educazione sessuale nelle Scuole?
E’ giusto pensare di lavorare sul lungo periodo ma dobbiamo partire dalle condizioni reali. Prima di inserire i testi del femminismo nelle Scuole bisognerebbe andare senza pregiudizi ad intervistare i ragazzi e le ragazze su cosa pensano del femminismo. I più anche la maggior parte delle ragazze pensano che è una cosa superata e che a loro non parla più, sebbene la questione della violenza la vivano in prima persona e la relazione tra i sessi è entrata nel senso comune più di prima. Ma come è sempre stato i vissuti sono la discriminante, così è per la classe sociale di appartenenza. L’unica differenza con il passato è che oggi di periferia e di povertà collegata alla violenza se ne parla pochissimo. Ma se provi a parlare direttamente con i ragazzi di identità, amore, violenza, desideri, sessualità con semplicità e senza calare verità dall’alto ti seguono senza indugi.
Certo che questa è stata una pratica elaborata dal femminismo, ma non credo che si possa immaginare di introdurre testi di altissimo spessore intellettuale e politico come quelli del femminismo storico e attuale, senza fare prima con gli adolescenti un incontro più rispettoso della loro età, delle ansie e degli impulsi che vivono. Prima di ripensare i programmi di studio ipotizzando di integrare alcuni dei testi del femminismo dovremmo dare battaglia affinché le Istituzioni approvino un Disegno di Legge sulla Educazione affettiva e sessuale nelle Scuole, il cui progetto di Legge è fermo non a caso dal 1975.
Per motivi diversi ma profondamente collegati tra di loro, sia il potere genitoriale che quello politico hanno sempre temuto la conoscenza del corpo e della sessualità dei propri “dipendenti”, sotto le mentite spoglie della “sicurezza” che pure è una questione concreta.
Ancora oggi la libertà dei propri figli o dei cittadini fa tremare più dei rischi che corrono e delle violenze che subiscono. Ma è lì che la Cultura può intervenire e illuminare le zone d’ombra, la psicoanalisi ricostruire ogni vissuto, l’essere umano riacquistare umanità e passione del vivere.

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Di cosa parliamo (noi maschi) quando parliamo di femminicidio https://minimaetmoralia.it/interventi/di-cosa-parliamo-noi-maschi-quando-parliamo-di-femminicidio/ https://minimaetmoralia.it/interventi/di-cosa-parliamo-noi-maschi-quando-parliamo-di-femminicidio/#comments Sat, 24 Aug 2013 08:02:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15286 Questo articolo è uscito oggi su Europa. di Christian Raimo Sono un uomo, un maschio voglio dire, ma seguo le questioni di genere. Questo per dire che qualche anno fa ero un lettore costante e allibito di Beatrice Busi quanto teneva una rubrichetta settimanale di spalla su Liberazione: 3000 battute, forse meno, per ri-raccontare gli […]

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Questo articolo è uscito oggi su Europa.

di Christian Raimo

Sono un uomo, un maschio voglio dire, ma seguo le questioni di genere. Questo per dire che qualche anno fa ero un lettore costante e allibito di Beatrice Busi quanto teneva una rubrichetta settimanale di spalla su Liberazione: 3000 battute, forse meno, per ri-raccontare gli omicidi di donne avvenuti nei sette giorni precedenti che negli altri giornali erano stati rubricati a cronaca nera, delitti passionali, regolamenti di conti, assassini etnici. Messi uno in fila all’altro, facevano impressione, quelli che allora non si chiamavano ancora placidamente femminicidi. Già: se del resto anche solo l’anno scorso parlare di femminicidio era un discorso per pochi, oggi – per fortuna – il termine è diventato di uso consueto (anche se mentre scrivo mi rendo conto che Word non lo riconosce), e la questione ha finito per l’indossare molte pelli: culturale, sociale, politica. Prima ancora della discussione del decreto legge ad hoc, era un item che aveva conquistato lo spazio mediatico come, per dire, l’argomento più discusso della saggistica di quest’anno dopo Papa Francesco: da Loredana Lipperini & Michela Murgia a Cinzia Tani, da Riccardo Iacona a Serena Dandini fino al blog della 27ora del Corriere, finalmente si è affermato nel senso comune che la violenza domestica è una delle prime cause di omicidio in Italia, e che – ovviamente – oltre le donne ammazzate, ce ne sono migliaia di altre che vengono ogni giorni picchiate e violentate, fisicamente e psicologicamente.
E c’è da essere soddisfatti se questa vittoria culturale non è un fenomeno di moda ma è stata resa possibile specialmente dalle tanti militanti di associazioni di donne che in questi anni hanno lavorato sulla violenza di genere nella più totale marginalità, proprio fino a riuscire a rendere legittimo l’utilizzo della parola femminicidio – il suo valore concettuale, storico più che giuridico tracciabile attraverso il blog di Barbara Spinelli , per esempio; una rivendicazione di questa legittimità sul blog di Giovanna Cosenza, per esempio, dove per me si bypassano anche le sensate obiezioni sulla debolezza statistica, avanzate tra gli altri da Fabrizio Tonello e da Davide De Luca.
Quest’onda rinfrancante di dibattito la si è voluta poi appunto colare nella forma di una legge: il decreto anti-femminicidio. In mezzo all’abulia governativa, al metamorfismo deprimente dell’attuale alleanza Pd-Pdl, questa legge bipartisan ha avuto quantomeno il pregio di tracciare una linea per un intervento politico. Anche se. Anche se, come era successo per le leggi sullo stalking, si è finito per ridurre il problema a emergenza sociale, facendo leva sui dispositivi più pavloviani della politica italiana: normazione e criminalizzazione. Le critiche, proprio da chi aveva aspettato questa legge prevedibilmente non c’hanno messo molto ad arrivare.
L’idea che molte femministe si sono fatte è che il decreto non servirà a molto se non si finanziano i centri anti-violenza sul territorio, o più in generale se non capisce come poter realizzare un programma nazionale di educazione sulle questioni di genere. Questo – tra le righe – vuol dire qualcosa di al tempo stesso molto semplice e molto complesso. Molto semplice: serve qualche soldo di più. (Questa conclusione è lapalissiana tanto da essere recepita anche dal New York Times). Molto complesso: questo governo dovrebbe far propria una prospettiva femminista che prevede ovviamente una trasformazione di sé che non si può improvvisare. Arrivato a questo punto dell’articolo, esprimo quella che è la mia opinione: fare propria questa prospettiva, lavorare sul lungo periodo, è comunque l’unica strada.

Ora, come dicevo all’inizio, sono un maschio, un maschio assolutamente convinto della bontà della pratica femminista di partire dal sé. E per questo arrivato a questo punto del dibattito, mi sono sentito esplicitamente chiamato in causa qualche giorno fa da un lettissimo articolo di Beppe Severgnini, in cui in ottima fede, ma un po’ come un tizio cascato da un alto pero, si scriveva:

Noi maschi dovremmo occuparci di più del femminicidio: parlarne, scriverne, domandare, provare a capire. Anche a costo di dire e scrivere leggerezze. È invece un dramma confinato in un universo femminile: ne parlano le donne, ne scrivono le donne, le fotografie sono quasi sempre delle vittime e non dei carnefici. È come se noi uomini volessimo prendere le distanze da qualcosa che non capiamo e di cui abbiamo paura.

Capita anche a me spesso di scrivere questa specie di articoli che dicono: dovremmo fare questo e quello, nella cultura italiana c’è un gran deficit di questo, perché in Italia nessuno si occupa di. È un primo passo, ma spesso è inutile. Perché resta l’unico: ho individuato una mancanza, la stigmatizzo, passo alla prossima.
Ma non è soltanto l’autoindulgenza sul proprio deficit di problematizzazione (perché soltanto ora Severgnini richiede quest’interrogarsi?), è soprattutto invece troppo morbido, diciamo pastello, il ritratto che Severgnini fa degli uomini violenti: creature Jekyll-Hyde di cui non possiamo che continuare a stupirci della morale schizoide. L’errore implicito di Severgnini è però lo stesso che fanno i fanno maschi che si occupano di questioni di genere: non partire da sé.
Anche nel pezzo di Severgnini, che cerca di aver un occhio laico e attento, la violenza è sempre descritta come altrui, misteriosa, nascosta, lontana.

La sociologia dell’orrore è rovesciata: i mostri non sono semplificazioni lombrosiane, personaggi abbruttiti e abitualmente violenti. Molti studiano, lavorano, guadagnano, si vestono bene. Tra di noi ci sono uomini tragici e pericolosi mascherati da persone prevedibili; e li riconosciamo quando è tardi.

È chiaro che questo “tra di noi” dovrebbe essere preso un po’ più sul serio. Che questi altri che si aggirano mascherati dalla loro buona facies affidabile e borghese somigliano a chi vediamo nello specchio. Occorrerebbe sfumare un po’ i confini tra una comunità di persone razionali e perbene (uomini avvertiti, compagni che affiancano le proprie donne nelle loro battaglie, che decidono di accompagnare le loro partner alle manifestazioni sulla violenza domestica) e un’altra massa di uomini potenzialmente violenti, che covano sotto le camicie inamidate e uno sguardo innocuo un impulso alla brutalità pronto a emergere al primo raptus. Io preferirei che se un discorso maschile deve partire sul femminicidio si cominciasse a riconoscere l’esistenza di una “zona grigia” in cui la razionalità e l’irrazionalità sono confuse. Sul New Yorker di qualche settimana fa – e in un articolo del Post che ne riprendeva gli highlights – si raccontava la vicenda legata alla legislazione sulla violenza domestica negli Stati Uniti a partire dal caso seminale, quello di Dorothy Giunta-Cotter, una donna finita ammazzata dal marito nonostante l’avesse denunciato più volte e fosse seguita da un centro anti-violenza. Da quella tragedia esemplare il centro Jeanne Geiger elaborò una sorta di questionario in grado di prevedere a partire da una serie di indizi qual è la percentuale di rapporti finiranno con un omicidio. Si inaugurò insomma un modello predittivo: molto discusso, come è ovvio per tutti i modelli predittivi. Ma non voglio entrare nel merito della problematica giuridica, quanto mettermi di fronte alle domande che il questionario propone.

1. Le violenze fisiche sono aumentate – nel numero o nella gravità – nell’ultimo anno?
2. Lui possiede un’arma da fuoco?
3. Lo hai mai lasciato nell’ultimo anno vissuto insieme?
4. È disoccupato?
5. Ha mai usato un’arma contro di te o ti ha mai minacciata con un’arma letale? In questo caso, era un’arma da fuoco?
6. Ha minacciato di ucciderti?
7. Ha evitato in passato un arresto per violenza domestica?
8. Hai un figlio non suo?
9. Ti hai mai forzata a fare sesso con lui?
10. Ha mai tentato di strangolarti?
11. Fa uso di sostanze stupefacenti illegali (anfetamine, metanfetamine, speed, fenciclidina, cocaina, crack)?
12. È un alcolista o ha problemi con l’alcool?
13. Controlla la maggior parte delle tue attività quotidiane? Per esempio, ti dice chi può esserti amico e chi no, quando puoi vedere la tua famiglia, quanto denaro puoi spendere o quando puoi prendere la macchina?
14. È costantemente e violentemente geloso di te? Per esempio, ti dice cose come «se non posso averti io, non può averti nessuno»?
15. Sei mai stata picchiata da lui quando eri incinta?
16. Ha mai tentato di suicidarsi o minacciato di farlo?
17. Ha mai minacciato di fare del male ai tuoi figli?
18. Lo ritieni capace di ucciderti?
19. Ti segue o ti spia, ti lascia messaggi di minacce, distrugge le tue cose o ti chiama quando tu non vuoi che ti chiami?
20. Hai mai tentato di suicidarti o minacciato di farlo?

Ecco, nonostante come molte delle persone che stanno leggendo quest’articolo, non sono una persona violenta, mi rendo conto ogni volta che leggo un caso di violenza di genere che molti degli comportamenti aggressivi che esistono in una relazione, devo ammettere che li ho praticati o subiti, o avrei potuto praticarli o subirli, e moltissimi sicuramente li ho pensati, e moltissimi ancora – riti ossessivi di varia fatta – li ho amati quando li ho visti rappresentati nella letteratura o al cinema (cos’era se non ossessione-compulsione o stalking l’amore di un’Adele H o del pretendente di Amèlie Poulain o del protagonista di Nuovo Cinema Paradiso che per cento notti sta sotto la finestra di lei?). Ecco: ricatti, atti distruttivi e autodistruttivi, violenze sulla persona e sulle sue cose, forme più o meno velate di stalking eccetera sono tutte azioni che non sono così distanti, impensabili per me e per la maggior parte delle persone educate, razionali, colte, nonviolente che conosco. Cose come controllare la mail del proprio partner, telefonargli nel cuore della notte, alzare le mani: conoscete molte persone che non hanno mai fatto qualcosa del genere? Per fortuna, per quanto riguarda i maschi, questi uomini razionali non hanno un’arma (ci sarebbe da sottolineare quanti dei casi di femminicidio coinvolgono militari, poliziotti, guardie giurate, etc…); ma, ma per brevi periodi, in certe circostanze particolarmente dolorose, possono trasformarsi in persone terribili: possono impazzire. Se non si ammette questa debolezza generale, ma specialmente maschile, nelle relazioni, non si va da nessuna parte nel dibattito. Se non si ammette che c’è una parte di mostro, di irrazionale incapacità di gestire l’abbandono o altre fragilità dei sentimenti, la questione verrà confinata in qualche suo inutile surrogato: sia quello normativo, sia quello che vede schierati uomini e donne perbene da un alto e maschilisti carogne e donne complici dall’altro, sia quello spettacolare con tanti reading affollati di attrici e scrittrici che leggono una qualche Spoon River terribile e tragicamente monotona di donne stalkizzate e poi massacrate dai loro ex-partner che tanto dicevano di amarle.
Dunque, se qualcosa si è capito nelle questioni sociali di questo rilievo è che l’approccio testimoniale o quello normativo sono delle armi spuntate che riconoscono il problema, ma esauriscono la sua soluzione al massimo in una sua esposizione mediatica, con grandi riti di shame on you. Che se ne parli non vuol dire che se ne parli con cognizione di causa, ma soprattutto che qualcosa cambi.
Quindi? Quindi proviamo, come si fa nella pratica femminista, a partire da sé. Dicevo che sono un maschio, che sono un maschio educato e non violento, che ha avuto la fortuna di aver avuto una famiglia che gli ha trasmesso il valore della parità dei sessi e della non-violenza e che ha frequentato un’ottimo liceo classico pubblico e un’ottima università pubblica. Ora, pur in tutta questa fortuna, mi è chiaro come un cielo estivo che ho avuto un’educazione decisamente filomaschilista. Il primo libro scritto da una donna che ho letto sarà stato il centesimo della mia giovane vita: a quindici anni, Cime tempestose di Emily Bronte o Flush di Virginia Woolf, proposte da una prof di inglese con la fama di scocciante femminista. Ho scelto il mio primo romanzo scritto da una donna a vent’anni, La campana di vetro di Sylvia Plath. Per tutto il liceo e l’università (un’ottima facoltà di filosofia) praticamente nessuno mi ha mai parlato di pensiero femminista, sono incappato in un paio di testi di Hannah Arendt e Simone Weil in un esame di Filosofia teoretica che in maniera molto vaga accennavano alle questioni di genere. Per dire: Simone De Beauvoir, Toni Morrison, Judith Butler, Julia Kristeva, Luce Iragaray… è tutta gente che ho incontrato perché forse a un certo punto le ho cercate o perché ho avuto la fortuna di conoscere delle donne capaci di farmici arrivare. A pochissimi dei miei amici – maschi, intellettuali, eruditi… – questo è accaduto. Credo che quasi nessuno dei miei amici scrittori abbia letto in vita sua una Carla Lonzi, per citare forse il nome italiano più emblematico; io stesso l’ho fatto per la prima volta un paio di anni fa. Credo che la maggior parte dei miei amici – maschi, intellettuali, eruditi… – abbia avuto e ancora abbia una domestica, rigorosamente donna. Certo tutto questo non è solo colpa dei maschi, certo è vero che la cultura femminista in Italia, ostracizzata, non metabolizzata, vittima di un separatismo interpretato malissimo, si è progressivamente arroccata, ritagliando per se stessa il ruolo di un fortino, e questa cosa è tanto più vera nel paradiso dei fortini che è l’ambito universitario, con cattedre che diventavano luoghi di culto di una pratica femminista impossibile da agire altrove, ma – viene da dire – sono responsabilità decisamente minori o consequenziali.
Per questo, insomma, quando uno dice che cosa si può fare contro il femminicidio oggi in Italia, la mia risposta è lateralissima: leggere più libri scritti da donne alle elementari e alle superiori, studiare di più il pensiero femminista alle superiori e all’università. Far sì che per esempio La campana di vetro non sia una chicca introvabile ma un best-seller estivo per studenti come Il giovane Holden; inserire nei programmi di filosofia, letteratura, storia delle superiori una parte significativa dedicata al femminismo storico; desacralizzare autrici come Amelia Rosselli o Cristina Campo dalla loro pseudosantificazione nelle cattedre di studi femminili e pensarle come centrali in un canone della letteratura italiana. Insomma muoversi pensando una politica di lungo periodo, tutto qui. Ecco mi piacerebbe che queste cose che dico accadessero talmente in fretta che se qualcuno si andasse a rileggere tra un anno quest’articolo sarei contento che mi liquidasse dicendo che ho fatto il pieno delle banalità.

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