femminismo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/femminismo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 26 Jul 2023 05:03:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg femminismo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/femminismo/ 32 32 Il femminismo secondo Mattel https://minimaetmoralia.it/cinema/il-femminismo-secondo-mattel/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-femminismo-secondo-mattel/#comments Wed, 26 Jul 2023 05:04:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52616 Nella marea di dichiarazioni che hanno seguito l’uscita nelle sale di Barbie ne ho trovata una di Greta Gerwig, riportata da Deadline, piuttosto interessante: «Nel film ci sono elementi oltraggiosi che fanno dire alla gente: “Oh, mio Dio, non posso credere che la Mattel ti abbia permesso di farlo” o “Non posso credere che la […]

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Nella marea di dichiarazioni che hanno seguito l’uscita nelle sale di Barbie ne ho trovata una di Greta Gerwig, riportata da Deadline, piuttosto interessante: «Nel film ci sono elementi oltraggiosi che fanno dire alla gente: “Oh, mio Dio, non posso credere che la Mattel ti abbia permesso di farlo” o “Non posso credere che la Warner Bros. ti abbia permesso di farlo”». Ciò che mi colpisce è come questa frase, nonostante sia volta a mettere in evidenza la libertà creativa di cui la regista ha goduto, ponga chiaramente in contrapposizione l’autrice e i suoi committenti, mettendo allo scoperto la duplice natura del film: opera terza scritta (col marito Baumbach) e diretta dall’eroina del cinema indipendente americano Gerwig, ma anche opera prima da 100 milioni di dollari della Mattel Films, nuova divisione cinematografica dell’azienda statunitense fortemente voluta dal suo CEO Kreiz.

Guardando un film pasticciato come Barbie è quasi possibile osservare gli sforzi che sono stati fatti per rispondere a esigenze creative e commerciali diverse, e tentare di farle convivere. In realtà, per quanto improbabile, il sodalizio tra Mattel e Gerwig si fondava sulle giuste premesse per poter funzionare: per l’azienda, provare a imporre Barbie come un simbolo di empowerment femminile era una scelta praticamente obbligata per riportare oggi il brand al centro dell’attenzione; e per la regista non fare un film totalmente disimpegnato era altrettanto inevitabile, per non tradire il proprio percorso artistico e non esporsi del tutto alle prevedibili accuse di essersi svenduta, che le sono comunque puntualmente arrivate. Dando dunque per assodata un’iniziale comunione d’intenti riguardo agli obiettivi, sono evidentemente emerse delle divergenze su come raggiungerli.

Può essere un esercizio divertente, e in alcuni casi anche piuttosto facile, associare vari elementi del film, alternativamente, a Gerwig o a Mattel. Tanto per cominciare, i personaggi: è difficile togliersi l’impressione che Ken, come si usa dire, rubi la scena a Barbie, per quanto ciò possa suonare paradossale. Non accade solo per merito di Ryan Gosling – che pure, più di chiunque altro nel cast, riesce a calarsi nella parte fino a sembrare fatto di plastica e non di carne, portando con sé un bagaglio abbastanza insospettabile di comicità espressa non solo con la mimica facciale ma con l’intero corpo, arrivando al punto di strappare una risata con la semplice flessione di un bicipite. A lui vengono affidate tutte le trovate più memorabili del film, dalla confusa comprensione di cosa sia il patriarcato alla maglietta “I am Kenough” già diventata un meme.

Ancor più incredibile e paradossale è che il film renda più agevole immedesimarsi in lui che nella protagonista. Se Barbie, nel mondo reale, scopre un maschilismo e una mascolinità tossica che è tristemente ben familiare anche al pubblico in sala, Ken, nel mondo di Barbie, vive un incubo di proporzioni inimmaginabili. Condannato da Mattel a vivere per l’eternità in un mondo in cui è perdutamente innamorato di Barbie e da lei infinitamente rifiutato, e dove in ogni caso gli sarà per sempre preclusa la possibilità di consumare il suo amore perché, com’è noto, a entrambi mancano i genitali, si trova in una situazione di una crudeltà sisifea, prometeica. Oppure, per non ricorrere alla mitologia greca e usare riferimenti più recenti, pare intrappolato in un’allucinazione da Chew-Z controllata da Mattel anziché da Palmer Eldritch; ad ogni modo, più ci ripenso, più mi sembra una delle cose più terrificanti mai viste al cinema, totalmente incongruente rispetto a gag e colori sgargianti (e qui davvero mi chiedo come abbiano permesso a Gerwig di farlo).

Margot Robbie si trova invece a dover interpretare un personaggio molto meno interessante, forse perché è Gerwig a non trovarvi lo stesso potenziale, forse perché è Mattel a forzare la mano per ottenere determinati risultati. L’idea di Gerwig è costruire una sorta di bildungsroman a partire da un momento ben preciso, quello in cui una ragazzina dice a Barbie più o meno ciò che tutto il mondo pensa della bambola, terminando il discorso dandole della fascista e facendole perdere ogni certezza riguardo alla propria identità. Nel film ci sono tante tiratine d’orecchio a Mattel, di quelle che qualsiasi brand accetta di buon grado per mostrarsi moderno, trasparente, consapevole delle proprie colpe e abbastanza onesto, se non altro, da ammetterle; ma il discorso della ragazzina va ben oltre: è un furbissimo punto e a capo nell’intera e decennale narrazione del marchio. Da quel momento in poi Barbie cambia, nel film e (perciò) nella realtà; o almeno così vorrebbe Mattel. L’operazione però è troppo sfacciata e – come se non fosse già abbastanza complicato mettere in scena il bildungsroman di un pupazzo di plastica – che credibilità può avere un racconto di formazione interamente sovrapponibile a un’operazione di marketing e di riposizionamento?

Lo stesso esercizio si potrebbe estendere poi alle singole scene del film, e citerò qui solamente il caso più eclatante, la sua doppia conclusione: un primo finale lungo e stucchevole, in cui Barbie incontra la sua creatrice e matura la decisione di divenire umana dopo un montaggio di immagini che sembra provenire da una parodia del peggior Terrence Malick; e un secondo finale brevissimo, provocatorio, tagliente, in cui Barbie va a fare la prima visita ginecologica della sua vita. Rispettivamente frutto del sacco, come ogni evidenza, di Mattel e di Gerwig, anche queste due chiusure indicano come, in Barbie, non si sia riusciti ad arrivare a una sintesi.

Questo doppio finale mostra inoltre, in miniatura, quello che è un altro problema enorme del film: il ritmo. Alcune parti lo rallentano per fornire una serie di spiegoni, con concetti elementari ripetuti più e più volte nel timore, facilmente attribuibile a Mattel, che qualche passaggio non fosse sufficientemente comprensibile a chiunque. In altre parti l’andamento del film invece accelera, in alcuni casi fin troppo, come nel tentativo, questa volta di Gerwig, di recuperare il tempo perduto e trovare spazio per tutte le sue idee all’interno di un minutaggio accettabile. Arrivano allora sequenze travolgenti dove, tra balletti, scontri, inseguimenti e dialoghi infarciti di citazioni cinefile e più e meno pop (si tratta con ogni probabilità del primo blockbuster che nomina il frontman dei Pavement), si intersecano due parabole femministe parallele, quella delle Barbie contro lo strampalato patriarcato instaurato dai Ken, e quella speculare dei Ken nel mondo “alla rovescia” di Mattel. Il risultato è un’esperienza postmoderna, soprattutto nel senso deteriore del termine, in cui è sorprendente – o per meglio dire: sintomatico – veder portato avanti il discorso femminista senza mai un accenno, in mezzo a tanta attenzione chiarificatoria, al concetto di uguaglianza.

Quasi tutto ciò che è necessario sapere sul postmoderno è convenientemente racchiuso in un singolo libro, Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, e allora tanto vale concludere con le parole del suo autore. Secondo Fredric Jameson è proprio questa la maniera postmoderna e capitalista “di trattare una controversia ideologica: portarla dentro il testo in modo tale che divenga parte della superficie piatta sulla quale sono disposti ed esibiti gli altri materiali”.

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Contro l’inconsapevolezza di genere: “Perché il femminismo serve anche agli uomini” di Lorenzo Gasparrini https://minimaetmoralia.it/antropologia/contro-linconsapevolezza-di-genere-perche-il-femminismo-serve-anche-agli-uomini-di-lorenzo-gasparrini/ https://minimaetmoralia.it/antropologia/contro-linconsapevolezza-di-genere-perche-il-femminismo-serve-anche-agli-uomini-di-lorenzo-gasparrini/#respond Wed, 14 Apr 2021 07:00:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48354 Le pagine che aprono "Perché il femminismo serve anche agli uomini" di Lorenzo Gasparrini, mettono immediatamente in chiaro l’intento pedagogico ben visibile già a partire dal titolo: introdurre gli uomini a quel patrimonio stratificato di «pratiche di libertà create – con l’azione, il pensiero, la parola scritta e pronunciata – da donne che hanno provato, provano e proveranno a liberarsi dalle oppressioni della società in cui vivono».

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di Giuseppe Luca Scaffidi

«Lo scopo di questo libro è quello di mostrare le storture che il sistema patriarcale crea anche negli uomini, e ci proveremo attingendo a quel patrimonio raccontato, teorizzato, messo in pratica soprattutto da chi uomo – etero, cisgender, bianco occidentale – non è».

Le pagine che aprono Perché il femminismo serve anche agli uomini, il quinto saggio di Lorenzo Gasparrini, docente, filosofo, attivista e fondatore del blog Questo uomo no, pubblicato dai tipi di Eris Edizioni nella preziosa collana BookBlock, mettono immediatamente in chiaro l’intento pedagogico ben visibile già a partire dal titolo: introdurre gli uomini a quel patrimonio stratificato di «pratiche di libertà create – con l’azione, il pensiero, la parola scritta e pronunciata – da donne che hanno provato, provano e proveranno a liberarsi dalle oppressioni della società in cui vivono».

Una corretta ricezione delle teorie femministe – troppo spesso dimenticate dai programmi scolastici – può rappresentare uno strumento di autodifesa culturale imprescindibile, il solo rimedio veramente utile per provare a smontare le narrazioni machiste dominanti e decostruire il concetto di patriarcato, sgombrando il campo da tutti i cortocircuiti logici che, frequentemente, scaturiscono da una sua mancata o soltanto parziale comprensione; come evidenzia Gasparrini, infatti, l’acredine e il livore maschili nei confronti dei femminismi rappresentano, in primis, il naturale portato di un problema culturale: anche se l’intreccio fra genere e dominio continua a rimanere centrale nell’organizzazione dei nostri rapporti sociali – permeandoli in un modo talmente pervasivo da diventare subdolo, tanto ovvio da finire per essere irriconoscibile – da parte maschile la tendenza generale è quella di opporre all’evidenza dei fatti un meccanismo forzato di rimozione, obnubilando un privilegio esistente e dettato da contingenze sistemiche. A confermarlo sono i numeri: secondo le stime dell’ultimo Global Gender Gap Report, l’impatto della pandemia da COVID-19 ha prodotto l’effetto di esacerbare un’emorragia già piuttosto estesa, acuendo le disparità tra i sessi. Il documento prevede che, per chiudere definitivamente il gap, saranno necessari almeno altri 267,6 anni; ciò significa che almeno un’altra generazione di donne sarà costretta a pagare per tutta la vita lo scotto delle disuguaglianze di genere.

Eppure, al netto di queste evidenze, l’esperienza quotidiana dimostra come l’inconsapevolezza del legame che intercorre tra potere e genere produca spesso delle reazioni scomposte da parte degli uomini, anche tra coloro che non hanno troppi problemi a definirsi progressisti: si passa dal fastidio all’irritazione, sino a sfociare nella tendenza a minimizzare la portata del fenomeno o, nel peggiore dei casi, nella vera e propria ostilità. Del resto, la conflittualità innescata da questo genere di malintesi non dovrebbe stupire: quando occupiamo una posizione di vantaggio sociale ci piace pensare che tale privilegio non esista o, al limite, che sia il frutto di nostri meriti individuali.

Lo racconta molto bene Maria Giuseppina Pacilli che, nel suo importante saggio Uomini duri. Il lato oscuro della mascolinità (Il Mulino, 2020), ha coniato la nozione di inconsapevolezza di genere al fine di delineare una peculiare forma di cecità sociale che «ruota attorno a un’idea di avversione per il femminile, invulnerabilità emotiva, etero-normatività e dominanza sia a livello personale sia a livello sociale».

Non a caso, un primo falso mito che l’agile pamphlet di Gasparrini prova a smontare è quello che concerne la presunta libertà che la perpetuazione – il più delle volte, come abbiamo anticipato poco sopra, inconsapevole o acritica – di questo sistema di potere garantirebbe agli uomini: l’idea che il mondo sia a loro completa disposizione, l’abbacinante convinzione di non poter essere nuociuti in alcun modo da quel novero di costrizioni e imposizioni che traggono legittimazione dal loro genere.

Una narrazione distorta (ma, ormai, pienamente istituzionalizzata) che affonda le proprie radici in un retroterra culturale ben preciso, eretto a partire da tutti quei condizionamenti che contribuiscono a forgiare il tipo di maschilità che, nel corso del tempo, abbiamo imparato a configurare come “normale”.

La vita di un uomo, dall’infanzia all’età adulta, è scandita da una serie di precetti che influenzano sensibilmente tanto le sue modalità di interazione sociale quanto la sua capacità di esperire ciò che lo circonda. Si tratta di un corpus di consuetudini profondamente radicate nell’immaginario collettivo, al quale corrispondono degli adempimenti ben precisi, come ad esempio l’obbligo di acquisire e mantenere una buona reputazione agli occhi del mondo, la tendenza a incarnare una qualche forma di autorità, potere o talento o, ancora, la necessità di preservare un atteggiamento virile e combattivo, impermeabile a qualsiasi attimo di cedimento o debolezza

Questi comandamenti (ascrivibili alla tradizionale modalità patriarcale di allevare i figli, tuttora presente in molti paesi, compreso il nostro) producono l’effetto di modellare il carattere maschile sullo stampo di quei tratti stereotipati che connotano l’imperituro cliché del maschio alpha, sino al punto che, secondo l’autore, «se non segui questi dettami, se non hai queste caratteristiche, non sei un uomo».

Il dovere di mantenere fede al dogma inscalfibile dello stoicismo emotivo impone agli uomini una serie di restrizioni che finiscono per inibire la loro sensibilità (basti pensare allo stigma che, per lungo tempo, ha recintato il pianto maschile nell’ambito della sfera privata). Per spiegare queste dinamiche, Roland Levant ha introdotto il concetto di alessitimia normativa maschile: pur di aderire a un modello tradizionale di mascolinità, gli uomini scelgono di condannarsi al mutismo emozionale, sperimentando un dolore tacito e poco intellegibile.

Come scrive Gasparrini: «Questi inganni, queste sviste, sono il prodotto di precise strategie culturali: il racconto ossessivo e ripetuto della “naturalità” e “normalità” dell’eterosessualità tradizionale, la delirante religione dell’“essere se stessi” in un mondo culturale che penalizza chiunque non si conforma, il culto del successo ottenibile soltanto tramite forme di potere non condiviso (essere il più ricco, il più bello, il più geniale, il più potente) mentre vengono chiamati “spirito di squadra” il cameratismo e il controllo reciproco, l’annullamento o la svalutazione dell’interiorità, dello spazio delle emozioni, del lavoro sui sentimenti maschili che vengono riabilitati solo come scuse per gesti irrazionali e violenti, il continuo evidenziare una colpa individuale per non lasciar mai emergere una responsabilità di genere».

Anche se la riconsiderazione critica dei valori costitutivi della mascolinità tradizionale rappresenta la conditio sine qua non indispensabile per pervenire a un’effettiva alleanza tra i sessi, l’autore sottolinea come non debba essere concepita alla stregua di un traguardo: si tratta di un semplice punto di partenza. Il lungo percorso in direzione dell’uguaglianza sostanziale interseca, giocoforza, una riflessione sul corpo come luogo politico. È questa, probabilmente, la lezione più importante che un uomo può trarre dallo studio delle pratiche femministe, il presupposto indispensabile per individuare le fondamenta costitutive di un nuovo essere maschile. In definitiva, la conoscenza è l’unica risorsa che abbiamo a disposizione per riuscire nell’impresa di far cadere il velo di Maya: «Non servono complessi ragionamenti per trovare leve capaci di far saltare tutto il marchingegno, il dispositivo patriarcale che opprime anche gli uomini».

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Washington, la capitale in cui è pericoloso partorire https://minimaetmoralia.it/interventi/washington-la-capitale-in-cui-e-pericoloso-partorire/ https://minimaetmoralia.it/interventi/washington-la-capitale-in-cui-e-pericoloso-partorire/#respond Thu, 03 Dec 2020 17:36:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47217 di Carola Mamberto e Lorenza Pieri Attraversiamo la città nel pomeriggio, è una giornata fredda e limpida, percorrendo il ponte sull’Anacostia river che ci porta nei quartieri di sud-est, ci lasciamo alle spalle la Casa Bianca, l’obelisco e la cupola lucida del Campidoglio che si staglia tra rapide nuvole rosate. Il traffico è intenso. Dall’altro […]

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di Carola Mamberto e Lorenza Pieri

Attraversiamo la città nel pomeriggio, è una giornata fredda e limpida, percorrendo il ponte sull’Anacostia river che ci porta nei quartieri di sud-est, ci lasciamo alle spalle la Casa Bianca, l’obelisco e la cupola lucida del Campidoglio che si staglia tra rapide nuvole rosate. Il traffico è intenso. Dall’altro lato del ponte c’è un’altra città, una città estremamente più povera, più pericolosa. I negozi si fanno più radi, i palazzi più fatiscenti, per le strade, solo afroamericani e quasi a ogni incrocio, c’è una macchina della polizia con i lampeggianti accesi.

Andiamo a incontrare Nandi, una giovane madre di quella zona di Washington, uno dei posti più rischiosi al mondo in cui partorire.

Sono mesi che approfondiamo il tema della salute materna, ormai anche al centro delle campagne dei candidati democratici alle prossime presidenziali: le statistiche parlano degli Stati Uniti come del Paese sviluppato con le percentuali più alte di mortalità materna e neonatale, con numeri sempre in crescita dall’inizio del millennio (secondo l’Unicef 19 madri morte ogni 100.000 nascite, contro le 2 in Italia[1] e 6 neonati morti ogni 1000 nascite contro i 3 in Italia[2]). Fra tutte le metropoli americane, Washington ha i numeri più allarmanti (39 morti materne ogni 100.000 nascite e 7,6 neonati morti ogni 1000 nascite) che si sommano a una evidente disparità razziale: il 75% delle madri e dei bambini morti per complicazioni sanitarie sono di colore.

Nandi ci dà appuntamento a Martha’s Table, una struttura di volontari dove sua figlia più grande, Madison, che ha 7 anni, fa un doposcuola. Siamo a Barry Farm, un quartiere dove lo scorso anno sono stati commessi più di venti omicidi. A parlarci di Nandi è stata Patricia Quinn, direttrice dell’Associazione di Primo Soccorso del District of Columbia (DCPCA) che ha attivato il Women’s Health Improvement Project a cui la ragazza si è prima rivolta per chiedere aiuto e con cui adesso collabora attivamente come consulente. “La storia di Nandi è una tra migliaia e non riguarda soltanto la questione della salute della donna in gravidanza” spiega Quinn, “l’iniquità vergognosa del sistema sanitario di Washington è un problema endemico, basti pensare che tra i diversi distretti, tra nord-ovest e sud-est c’è una differenza di vent’anni nell’aspettativa di vita. È chiaro che questa disparità abissale riguarda anche la qualità della vita che si ha fino quando si muore.”

È Nandi a riconoscerci e venirci incontro. È una ragazza di 28 anni alta e di naturale eleganza, tutta vestita di nero. Ha nel viso una dolcezza malinconica e nei modi una sicurezza inaspettata. La sua è una storia che potremmo definire a lieto fine, visto che lei e le sue bambine (oltre a Madison, c’è Eva Rose, di 18 mesi) sono sane e hanno al momento una sistemazione stabile, ma quello che ha dovuto affrontare – povertà, abusi, mancanza di casa, assenza di infrastrutture sanitarie, disoccupazione, pregiudizi, dipendenze – è l’eco di un grido disperato che risuona nei quartieri neri attraverso tutti gli Stati Uniti.

Ci sediamo in un angolo appartato e Nandi comincia a raccontare con voce bassa ma sicura:

“Quando sono rimasta incinta per la seconda volta stavo attraversando un periodo molto buio, di depressione, un mio collega una sera in cui avevo bevuto troppo si è approfittato di me, non lo considero uno stupro, ma non tutti la pensano così perché in effetti non ero lucida… Ho pensato di abortire ma credo in Dio e poi quando mi sono rivolta al Capitol Hill Pregnancy Center – che, non lo sapevo ma alla fine è un’organizzazione di credenti – mi hanno aiutato a desistere, ricordandomi Dio e le sue promesse… alla fine li ringrazio…”. Durante l’incontro viene fuori  anche che sua madre è sacerdotessa in una chiesa del quartiere e non avrebbe accettato l’imbarazzo di un aborto in famiglia di fronte alla sua comunità di fedeli. Nandi continua: “Ma non ero preparata a una seconda gravidanza, né mentalmente né fisicamente. Soffro di un problema addominale e provavo un dolore costante, ero sempre più depressa, continuavo a prendere peso.”

Quando le chiediamo su che tipo di assistenza abbia potuto contare ci rendiamo conto della paradossale situazione per cui in certi contesti più sei in difficoltà e più è difficile ricevere aiuto:

“Con la mia prima gravidanza era andato tutto bene, avevo un compagno, un’assicurazione, venivo seguita e visitata regolarmente. Con la seconda ero sola, senza supporto, uscivo da una relazione abusiva con il mio primo partner, ma ogni volta che cercavo aiuto mi sentivo sbattere le porte in faccia, cercavo una casa, un posto sicuro per me e le mie figlie, ma ogni volta mi trattavano come un’altra donna di colore incinta che cerca di approfittare del sistema…”.

Mentre la vita di Nandi è cambiata in peggio tra una gravidanza e l’altra, lo sono anche le infrastrutture stesse del quartiere: nel 2017, a seguito di gravi episodi di malasanità (la morte di una donna incinta obesa non monitorata, bambini nati contraendo l’Hiv da madri sieropositive per mancanza di precauzioni) il reparto di ostetricia e ginecologia dell’United Medical Center, l’ospedale pubblico del quartiere, ha chiuso. E nell’aprile 2019, nonostante l’opposizione dei cittadini e del personale, ha chiuso anche il Providence Hospital, che serviva un’altra grossa area della Washington a est del fiume Anacostia. Non che il problema non sia sotto gli occhi di tutti. Markus Batchelor, vice presidente del DC Board of Education, ha scritto in un editoriale sul Washington Post: “Come è possibile che qualcuno pensi che sia stata una buona idea chiudere l’unico reparto di ostetricia che serviva la parte più povera della città? Questa città è piena di risorse, c’è la sede dell’American college of Obstetricians and Gynecologists, ci sono le migliori scuole mediche, centri di ricerca… Se alla città importasse davvero delle famiglie che vivono a est del fiume avrebbe fatto tutto il possibile per risolvere il problema invece di mettere le madri nelle condizioni di doversi muovere per miglia, attraversare il fiume, autostrade, tunnel, il traffico su un paio di arterie principali per trovare un ospedale in cui partorire”.

È quello che è successo a Nandi, insieme a una serie di violenze ostetriche. “Ho partorito al Washington Hospital Center che è a trenta minuti di macchina da casa mia, senza traffico. Se hai un’emorragia o qualcosa di grave non c’è nessun altro ospedale nel quartiere. Quando è nata Eva Rose è stata la settimana più difficile della mia vita. Già dall’epidurale, volevano farmela fare da uno studente, io non volevo essere una cavia, ma non mi hanno ascoltata…”. Essendo l’unico ospedale con un reparto di ostetricia nel raggio di chilometri, il Washington Hospital è sempre sovraffollato.  “Quando la bambina è nata aveva dei problemi respiratori” continua Nandi “Non se n’è accorto nessuno, le infermiere mi dicevano va tutto bene, l’ostetrica aveva appena finito un turno lunghissimo e se n’è andata e poi non è più passato nessuno. Mia figlia è rimasta per due ore nella culla senza essere visitata, avrebbe potuto morire…” Quando si sono accorti che Eva Rose non respirava l’hanno intubata e portata in terapia intensiva mentre Nandi è stata dimessa in fretta il giorno dopo il parto. “Ho chiesto di poter restare in ospedale con la bambina ma mi hanno mandata via dicendo che non c’era posto neanche per le partorienti. Sono stata trattata malissimo per il solo fatto di voler stare vicino a mia figlia.” Intanto la neonata aveva bisogno di latte. I sanitari hanno spinto Nandi a ricorrere a quello artificiale e lei ha dovuto combattere per poterla allattare. “Sono andata a comprare un tiralatte e poi sono subito tornata indietro. È stata la settimana più orribile della mia vita, mia nonna doveva riaccompagnarmi due volte al giorno all’ospedale che era così lontano da casa. Io avevo ancora dei dolori addominali tremendi, non riuscivo a camminare. Nessuno rispondeva mai alle mie richieste di aiuto.” Nandi ha le lacrime agli occhi. Tutto quello che ci racconta rivela una ulteriore difficoltà, dovuta ai pregiudizi anche all’interno della sua stessa comunità, come se a una donna afroamericana far valere i suoi diritti non fosse permesso, se non con lo stigma del vittimismo. Nandi lo racconta, “le storie delle donne di Washington sono come quelle delle donne del terzo mondo. Una cosa difficile da mandar giù… ma la comunità spesso invece di aiutare ti condanna: perché sei senza un lavoro, senza una casa, senza un compagno, e magari sei rimasta incinta in queste condizioni, perché eri disperata e cercavi un po’ d’amore o sei caduta in una dipendenza. Ma se tieni il bambino sei una pessima madre, se abortisci sei una cattiva persona… Persino all’interno della mia famiglia se esternavo il mio dolore nessuno mi prendeva sul serio, dicevano che esageravo, e che comunque le nostre bisnonne erano schiave, partorivano e poi tornavano nei campi di cotone a lavorare…”. Eppure Nandi, sorretta dalla sua forza e dalla lucida consapevolezza delle ingiustizie subite, ha potuto mettere la sua esperienza a frutto per altre donne in difficoltà attraverso il lavoro con DCPCA: “Con loro è stata la prima volta che mi sono sentita ascoltata, supportata e forte, in grado di raggiungere degli obiettivi.” Con il suo team di altre donne che hanno avuto percorsi simili, Nandi gestisce una linea virtuale diretta di supporto alle madri, che include indicazioni sulle strutture sanitarie più adeguate e un progetto per sensibilizzare medici e sanitari sul trattamento delle donne di colore. “Cerco di battermi anche per il diritto delle donne di restare a casa per più di due settimane dopo il parto” aggiunge Nandi, “è assurdo che si sentano costrette a tornare subito al lavoro, il corpo della mamma ha bisogno di riposo, il bambino ha bisogno di lei… Ho sentito così tante donne che non credono più neanche che la loro voce sia importante. Non hanno tempo di lottare. In tante sono arrese. Quello che cerco di dire loro è quello che avrei voluto sentirmi dire io: sono qui per aiutarti, sono qui per incoraggiarti a realizzarti, siccome sei una madre single non significa che non riuscirai mai a ottenere niente. Sei forte, hai dato la vita. Sei una grande donna, ci sarà un giorno in cui riuscirai anche ad essere felice”.

Per tutto il viaggio di ritorno non riusciamo a parlare di niente, il racconto delle ingiustizie appesantisce il passaggio dalla parte “giusta” della città, e tra le luci di Capitol Hill, le ultime parole di Nandi risuonano in testa, più come una speranza che una profezia.

 

 

 

 

[1] Dati Unicef aggiornati al 2017

[2] Dati World Bank aggiornati al 2018

 

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Osservazioni sulla condizione femminile. Intervista a Marguerite Yourcenar https://minimaetmoralia.it/interviste/la-condizione-femminile-intervista-marguerite-yourcenar/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-condizione-femminile-intervista-marguerite-yourcenar/#comments Wed, 27 Mar 2019 07:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39831 di Bianca Moretti e Margherita Macrì Tempo fa ci siamo imbattute in un’intervista a Marguerite Yourcenar che guardava al femminismo in una maniera che potrebbe risultare un poco provocatoria, eppure intelligentissima a nostro parere. L’intervista la trovate su YouTube, non è stata trascritta in nessuna lingua, neppure in francese, tantomeno tradotta. Bianca ha deciso di […]

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di Bianca Moretti e Margherita Macrì

Tempo fa ci siamo imbattute in un’intervista a Marguerite Yourcenar che guardava al femminismo in una maniera che potrebbe risultare un poco provocatoria, eppure intelligentissima a nostro parere. L’intervista la trovate su YouTube, non è stata trascritta in nessuna lingua, neppure in francese, tantomeno tradotta. Bianca ha deciso di tradurla per sé, Margherita ha fatto la revisione e le ha dato una forma più fruibile. Non tutto è sempre chiarissimo perché nel video le domande che vengono poste alla scrittrice sono state tagliate. E spesso ci sono dei salti di argomento o ampie digressioni tipiche del parlato. Abbiamo conservato le parti che secondo noi sono le più interessanti riguardo la Yourcenar e il suo pensiero. Il ritratto della Yourcenar è sempre di Bianca Moretti.

*

Bisogna iniziare da cosa è una donna, andare all’essenziale e… la prima cosa che verrebbe fuori è che una donna è un essere umano e che, in tutto ciò che non riguarda la sfera sessuale – aspetto che è ovviamente considerevole –, una donna si comporta esattamente come un uomo: digerisce, il suo cervello funziona, cammina, usa le mani per entrare in contatto con gli oggetti e per lavorare, usa i piedi per camminare, quindi, l’insieme dell’organizzazione è innanzitutto un’organizzazione umana.

Credo che questo non bisogna mai dimenticarlo.

In genere, troppo spesso si pensa alle donne in due modi, o meglio, si pensa alle donne dal punto di vista dell’uomo, che dice “Oh, sono delle donne!”, e quindi in qualche modo le si inserisce in un gruppo a parte; oppure si pensa al modo in cui le donne reagiscono agli uomini e quindi le si pensa in quanto donne in opposizione all’uomo.

Quando si lasciano perdere questi due punti di vista, ci si accorge che una signora che compra il giornale, telefona all’idraulico per una riparazione, oppure firma un assegno per pagare le spese mensili, si comporta esattamente come farebbe un uomo nelle stesse circostanze e, alla stessa maniera di un uomo, è prigioniera delle circostanze sociali; mi stupirebbe perciò che questo la faccia sentire particolarmente donna. Mi succede spesso, quando vengo intervistata dalle donne, di chiedere loro quante volte al giorno si sentano particolarmente donne. È molto meno frequente di quello che si possa credere.

Sì, sicuramente ci sentiamo particolarmente donne quando compriamo un abito o delle scarpe e le scegliamo dal reparto donna […] ma mi pare che sono azioni che facciamo in automatico, senza rifletterci o sentirci particolarmente donne.

[…]

Ecco, credo che questa sia una cosa molto importante: “l’essere umano”, in entrambi i generi.

Poi ci sono alcune donne che, almeno in alcuni periodi della loro vita, sono molto più donne di altre, sono donne al 100%, e altre che lo sono molto meno, e hanno peculiarità maschili, e alcune ancora che appartengono a “un tipo mascolino” (grande dibattito su cosa sia un tipo mascolino).

E ci dimentichiamo spesso per esempio che parliamo di quella che era la condizione femminile in passato: si dice che le donne fossero svantaggiate dalle leggi, ed era così in effetti (…) non poter redigere da sole il proprio testamento, non poter gestire il proprio denaro, etc.

Mi pare però che di solito tutto questo è vero sulla carta. Prendiamo per esempio le donne della piccola borghesia che dirigono un negozio: spesso il loro marito ha l’aria del ragazzo delle consegne, ed è la signora seduta alla cassa che prende tutte le decisioni.

[…]

Ci dimentichiamo sempre che, se è vero che le donne del XVII e del XVI secolo non erano ministri né presidenti, avevano comunque un ruolo fondamentale nella politica, e che facevano e disfacevano i ministri e i membri dell’Accademia. Io stessa, quando sono entrata all’Académie Française, in quanto prima donna ad accedere all’Académie (doveva pur essercene una prima), ho avuto il compito di consolare questi signori sostenendo che non erano loro a essere particolarmente retrogradi, ma che semplicemente si adeguavano ai costumi del tempo, e che una volta le donne venivano poste sul piedistallo molto più di oggi, e che le si metteva talmente in alto che l’idea di offrire loro una poltrona non veniva neppure minimamente considerata. E io credo che sia vero da un certo punto di vista. Ciò non toglie che questa gente disprezzava le donne molto più di quanto accade oggi.

E ciò che spaventa del femminismo dei nostri giorni (con il quale io mi trovo assolutamente d’accordo finché si tratta di uguaglianza dei salari, di meriti uguali, della libertà della donna nelle sue peculiarità femminili, come ad esempio la limitazione delle nascite, in tutte le sue forme, etc naturalmente), un elemento piuttosto fastidioso, è la rivendicazione contro l’uomo; è questo che non mi sembra naturale, che non mi sembra necessario, e che contribuisce a creare dei ghetti.

Di ghetti ce ne sono già abbastanza, ne abbiamo troppi. E allora quando vedo le donne aprire delle case editrici per sole donne, o dei locali per sole donne, etc… pur non essendo contraria, mi dico che sono dei nuovi ghetti, e che mi sarei molto arrabbiata 30 anni fa se mi avessero detto “lei ha il diritto di entrare solo in un ristorante per donne”, come quando le ferrovie avevano scompartimenti esclusivamente femminili; e pensare che stiano ricostruendo questo mi pare un vero peccato. E soprattutto che non si stia facendo niente invece per facilitare una maggiore comprensione, collaborazione e simpatia fra uomini e donne.

Io penso che i rapporti umani, rispetto a quelli tra le altre specie, sono salvati dall’empatia, dalla comprensione, e mi piacerebbe pensare alla costruzione di una specie di fraternità umana invece che alla continua opposizione tra un gruppo e l’altro. Ed è ciò che mi impedisce di aderire, o meglio di firmare i manifesti della maggior parte delle associazioni femministe.

Non mi piacciono le etichette, e “Donna” in un certo senso è un’etichetta. Non mi piacciono le etichette, e non mi piace niente che separa e riduce gli esseri umani solo a delle attitudini. Vorrei che una donna avesse la libertà di essere tanto donna quanto poco donna a suo piacimento. Solo che qua c’è un’altra difficoltà che si manifesta nella nostra epoca, ossia che un po’ come per tutte le minoranze, anche un po’ come per le vecchie istituzioni quando si rigenerano, come la Chiesa cattolica e l’ecumenismo, si lotta in favore di libertà che sarebbero state molto utili 50 anni prima; forse si lotta di più per quelle che per libertà che sarebbero più utili oggi.  Comprendiamo bene che, una cinquantina di anni fa o 200 anni fa, quando le donne DOVEVANO essere chiuse in casa a non fare altro che lavori di cucina (se non c’erano i mezzi per avere una cuoca, o sorvegliare la cuoca se ce n’era una), sognavano di fare ben altre cose.

[…]

Ma ai nostri giorni la situazione non è così tanto drammatica, le donne fanno molto più di quello che vogliono, anche nell’ordine della vita casalinga, possono decidere di dedicarcisi o no, e quanto accade purtroppo è che molte donne si fanno un ideale della vita maschile – idea buffa, perché non penso che la vita degli uomini sia poi così ideale – e sognano di essere l’equivalente di un uomo che si sveglia alle 7.30 del mattino, con l’asciugamano al braccio, ingolla rapidamente il caffè e si precipita in ufficio. Questa, come idea di liberazione, devo dire che mi raggela.

E l’idea della carriera, e del successo, del successo economico, del potere, essere… un amministratore insomma, che gestisce le persone in maniera quasi militare, al proprio servizio, ai propri ordini, diventa per la donna – questo emerge bene da alcuni articoli su riviste femministe – l’ideale del successo umano.

A mio avviso è una sconfitta spaventosa, per entrambi i sessi. Se un uomo ha solo questo da offrire, la cosa è molto triste, e se una donna lo imita, e sogna una carriera del genere, si accorgerà a un certo punto che lo scopo della sua vita era vuoto e che si è persa un bel po’ di cose.

E quindi si dovrebbe pensare a un nuovo ideale UMANO, un ideale che offra agli esseri forse non maggiori divertimenti ma più libertà d’azione e di scelta; essere meno prigionieri del lavoro, che è diventato sacrosanto, una forma ipocrita di schiavitù – le persone non fanno che questo, ne sono ossessionate, e quando vanno in pensione non sanno più che fare e muoiono o si mettono a giocare a dei giochetti inutili –, e al posto di questo sarebbe bello stabilire una specie di uguaglianza umana nella quale le persone si dividono i compiti, i lavori, i piaceri, in maniera semplice… da amici.

E fino a ora il femminismo, il femminismo 100%, non ha affatto posto l’accento su questo.

[…]

Ma questa specie di comprensione fraterna che speriamo tra uomini e donne è, anche ai giorni nostri, molto rara. Purtroppo, in queste situazioni,  mi pare che abbiamo creato dei blocchi che ora è particolarmente difficile sbloccare, e che, per esempio, la donna, facendosi in qualche modo l’idea (artificiosa) che l’uomo sia il padrone, il capo, colui che guadagna i soldi, che è realizzato (cosa spesso lontana dall’essere vera), e dandosi questa come immagine ideale, si è terribilmente allontanata dall’ordine delle cose, e ha, per esempio, perso il sentimento (invece, al contrario, pare che alcuni uomini lo stiano guadagnando, perché nulla è mai del tutto perduto) dello charme e dell’importanza della vita domestica. Eppure, in fin dei conti, cucinare, mettere in ordine ciò che si ha intorno, organizzarsi affinché il piccolissimo regno che abbiamo diventi un po’ più gradevole da vivere, più ordinato… ecco, fare dei lavori per abbellire questo piccolo angoletto in cui ci troviamo, è davvero una cosa notevole.

Quanto a occuparsi della cucina, come dicono spesso gli psicologi, si tratta di una forma d’amore. Nutrire gli altri è la maniera di provare loro che li amiamo: noi dimentichiamo la parte sacra di questa cosa. Ai giorni nostri questo aspetto sussiste forse più spesso negli uomini, che a un certo punto iniziano a lavare i piatti, a cucinare, mentre la donna se ne va in ufficio.

E sono loro che ereditano questo grande sentimento umano, mentre a me piacerebbe che restasse non dico privilegio delle donne, ma almeno che non si sentissero sminuite nel ricoprire il proprio ruolo femminile, per il quale sono perfettamente adatte.

Idem per l’argomento figli: adesso gli psicologi ci vengono a dire, forse un po’ in ritardo visto che hanno detto il contrario per 30 anni, che un figlio può tranquillamente vivere molto bene senza un padre, come senza una madre, e che non è una questione di sesso, ma è una questione di cura, di tenerezza, etc., e non è il caso che questo sentimento di cura e di tenerezza si sacrifichi per la carriera.

 

[…]

Io non sono affatto competitiva, non ho mai avuto il gusto del successo, mi è, diciamo, capitato; non ho mai avuto il piacere di guadagnare soldi, quando non ne avevo semplicemente non ne avevo, e quando ne avevo, be’, molto meglio, insomma… bello spenderli. Ma è il solo pensiero che avevo sull’argomento. C’è stata un’epoca in cui mi sono trovata qui durante la guerra, assolutamente senza soldi, e avevo un lavoro. Per la prima volta in vita mia avevo un lavoro fisso: andavo 3 volte a settimana in un liceo a insegnare, per quanto male, la Letteratura Francese. E in questo periodo ho imparato molto sulla psicologia degli uditori, degli allievi, sull’ignoranza in cui vive generalmente l’uomo o la donna “intellettuale”, che si sente su un livello che gli sembra solido, ma che solido non è affatto, perché la maggior parte della gente sta più in alto o più in basso di lui. E insegnando ho capito la straordinarietà dei livelli esistenti e che non conoscevo prima.

Questa esperienza è durata circa sette, otto anni; in questo periodo è venuta a trovarmi un’amica da Parigi che mi ha detto: “E allora che fa? Non lavora più?” (intendeva il lavoro letterario), “Lei ha scritto 2 o 3 libri che sono buoni, perché non continua?”. Allora ho fatto un cerchio sul tovagliolo di carta del ristorante in cui eravamo e le ho detto: “Ecco. Il lavoro letterario è una fetta di torta piccola così nel panorama dei miei pensieri”. Ed è quello che davvero pensavo, quando non c’erano più editori disposti a farmi lavorare perché non c’era più denaro. E vedete, in quel momento davvero me ne importava poco. E adesso, al contrario, questo successo sfugge, scivola dalle dita e torno nuovamente ad affrontare la questione delle mie priorità, è la mia vita ciò che conta di più, se poi posso esprimere questo attraverso le mie opere, è meglio. Però se non sapessi esprimerlo scrivendo ma piantando una pianta nel mio giardino non sarebbe comunque male. E allora se si hanno questo genere di sentimenti è difficile essere una femminista militante, o una qualsiasi altra militante.

[…]

È importante che tutti abbiano sempre una finestra aperta sul mondo. Ma trovarla dipende in larga parte da noi, e trovarla anche in ambiti che non siano necessariamente remunerativi. Fate in modo di conoscere più esseri possibile e di amare più esseri possibile… e qui si torna di nuovo sulla questione della libertà sessuale etc.

Ovviamente il fatto che una donna non poteva muoversi se non sottobraccio al proprio marito non facilitava molto i rapporti umani. Ma dal momento che gli esseri lasciano gli uni agli altri diverse libertà, e si compiacciono di vedere l’arricchimento che entrambi guadagnano da questa libertà, questo sentimento di schiacciante incatenamento, di prigionia, diminuisce. Ed è molto difficile sapere in questo momento, nella condizione femminile, ciò che attiene veramente agli ormoni femminili, e ciò che attiene invece agli usi, alla vita sociale, alla vita coniugale, alla tutti gli aspetti della vita. Forse servirebbero diverse generazioni per rendersene conto.

[…]

Onestamente se credo che le donne abbiano qualcosa di speciale da portare alla nostra civiltà o a quella che sta nascendo e che ancora non sappiamo bene come sarà? Be’, qui ancora la questione è molto complessa perché noi stessi non sappiamo bene cosa sia una donna.

[…]

Fermo restando che la donna era considerata inferiore all’uomo, che era in una condizione svantaggiata, rappresentava comunque la creatura che metteva al mondo i bambini. Era la creatura che lavava, cresceva, nutriva e vestiva i bambini, dando loro la prima lezione d’umanità, in un certo senso. Era la persona che spesso si prendeva cura dei malati, che preparava i morti, etc… ed era molto più vicina alla realtà di base di quanto lo fossero molti uomini. La donna potrebbe portare questo senso profondo di realtà, fisica, carnale e fisiologica che manca tantissimo nella nostra società. Ed ecco come dovrebbe entrare in gioco la figura femminile: mostrando l’importanza e la sacralità di tutto ciò. E se la donna facesse questo, immediatamente giocherebbe un grande ruolo dal punto di vista del pacifismo, della libertà, del diritto civico, etc., perché comprenderemmo maggiormente i meccanismi della vita e della morte, a cui la donna è per forza di cose, poverina, estremamente vicina da secoli.

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I cosiddetti mondi maschili https://minimaetmoralia.it/interventi/i-cosiddetti-mondi-maschili/ https://minimaetmoralia.it/interventi/i-cosiddetti-mondi-maschili/#comments Wed, 04 Dec 2013 08:34:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16833 Riprendiamo un articolo dal blog Malpertuis

Tess è una ragazza carina e simpatica con una grande passione nella vita: i fumetti. Non si limita a divorare pile e pile di albi: vuole diventare un’artista e riuscire a costruirsi una carriera nel campo.
E, come tutti noi, frequenta le convention e le fiere.
Si immerge in mezzo alla folla di fan, cerca di far girare i suoi lavori, sgomita per conquistarsi un po’ di spazio.
È entusiasta, ama i comics ed è anche in gamba, più della media dei suoi coetanei.
Adora anche il cosplay e certe volte unisce l’utile al dilettevole, recandosi alle convention vestita da qualche eroina del fantastico.

Brian è un autore molto noto e amato.
Ha scritto e disegnato per le tutte le maggiori case editrici e ha la fama di essere un tipo alternativo, sempre pronto a lottare per i diritti, spesso dalla parte delle cause femministe o contro il razzismo o altro ancora.
È un tipo cool, aspetto rassicurante, gran sorriso, modi di fare che ti mettono a tuo agio.
Una star.
Ah, sì, quasi dimenticavo, che scemo: Brian è sposato, sua moglie incinta.

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Riprendiamo un articolo dal blog Malpertuis

Tess è una ragazza carina e simpatica con una grande passione nella vita: i fumetti. Non si limita a divorare pile e pile di albi: vuole diventare un’artista e riuscire a costruirsi una carriera nel campo.
E, come tutti noi, frequenta le convention e le fiere.
Si immerge in mezzo alla folla di fan, cerca di far girare i suoi lavori, sgomita per conquistarsi un po’ di spazio.
È entusiasta, ama i comics ed è anche in gamba, più della media dei suoi coetanei.
Adora anche il cosplay e certe volte unisce l’utile al dilettevole, recandosi alle convention vestita da qualche eroina del fantastico.

Brian è un autore molto noto e amato.
Ha scritto e disegnato per le tutte le maggiori case editrici e ha la fama di essere un tipo alternativo, sempre pronto a lottare per i diritti, spesso dalla parte delle cause femministe o contro il razzismo o altro ancora.
È un tipo cool, aspetto rassicurante, gran sorriso, modi di fare che ti mettono a tuo agio.
Una star.
Ah, sì, quasi dimenticavo, che scemo: Brian è sposato, sua moglie incinta.

Brian incontra Tess proprio a una convention e, ehi, è davvero interessato al suo lavoro. Davvero davvero davvero.
Interessato al punto da invitare gli amici di lei a farsi un giro mentre esamina i disegni e discute con la ragazza.
Si curva sulle tavole, sorride, indica alcuni punti di forza dell’autrice, è realmente convinto che Tess possa sfondare alla grande, l’industria ha sicuramente un grande bisogno di autrici che apportino la loro visione.
Brian però lascia a Tess il suo numero di camera d’albergo: stasera vieni, così discutiamo meglio.
Discutiamo, certo.
Tess è giovane ma non così ingenua e commette il reato di lesa maestà non recandosi nella stanza della star.

Apriti cielo.
L’indomani Brian, di fronte alla folla di fan e lettori, urla in faccia a Tess “Dove sei stata? Ho aspettato e aspettato e non sei venuta!”.
Prosegue poi in Rete, affermando che non gli sono mai piaciuti i disegni di quella ragazza e che lei dovrebbe solo ringraziare il fatto che lui le stesse parlando cercando di ignorare il suo “stupido vestito”.

Sposato.
Moglie incinta.
Reputazione da progressista e femminista.
E no, tranquilli, calmate i vostri testosteroni, lo so: il vostro Brian non ha commesso nessun “reato”, contenti?
Tutto a posto, no?

Anne.
Che dirvi di Anne?
Ama anche lei i fumetti, tantissimo.
Per dire: ha in libreria tutti i Cerebus, “come tante guide telefoniche”, li descrive.
E adora così tanto il fumetto che cerca di farne un mestiere, prima in un negozio e quindi in una grande e nota casa editrice.
E cavoli, bazzica anche lei, attraverso comuni amici, nello stesso ambiente del buon Brian.
Una sera come tante altre si trovano nello stesso locale e lui, manco a dirlo, è al momento fidanzato.
Un bicchiere qui, un bicchiere là e poco dopo la star suggerisce ad Anne di fare una passeggiata insieme fuori, nel quartiere, fino a un parchetto.
Lì Brian fa notare alla ragazza che “non possono essere visti” e quindi la invita a fargli un pompino.
Se preferite: la invita a inginocchiarsi e succhiargli il cazzo.
La ragazza esita, ricorda a Brian il suo impegno con un’altra persona e quindi rifiuta la generosa offerta: niente nettare degli dei per Anne.
Ovviamente, poco tempo dopo, la ragazza verrà a sapere da più fonti la versione ufficiale del Divo: quella là voleva a tutti i costi ciucciarmelo ma io sono serio e ho rifiutato.

C’è una spiacevole appendice.
Qualche tempo dopo Brian spunta negli uffici della casa editrice dove lavora Anne, la ragazza sa di essere riuscita a tenerlo a distanza e, discutendo del più e del meno, gli dice anche “guarda, mi spiace di non aver saputo che saresti capitato qui, ti avrei mostrato il magazzino”.
Poco dopo Brian fa amabilmente sapere alla Rete intera che in quella casa editrice le ragazze ti portano nel magazzino e ti mostrano qualcosa di più oltre ai fumetti.
“Le ragazze”, quando l’unica ragazza che lavora lì è Anne.
No, tranquilli, davvero, anche queste cose che vi ho narrato non sono reati, ci mancherebbe, non vorrei inquietarvi.
Ah sì, Anne lascerà la casa editrice poco dopo e non vorrà più avere molto a che fare con il fumetto ma ci tiene a dire, e le fa onore, che il suo licenziamento non ha certo a che fare con Brian.
Il suo disinteresse verso il medium forse un po’ di più.

Comics-3

Mariah.
Mariah disegna ragazze e polpi. Ragazze tentacolate. Sì, è anche autrice ed editor di alcune cosine che hanno scalato la classifica dei bestseller del NYT, mica pizza e fichi.
La sua storia non riguarda direttamente Brian.
O almeno, non si sa. Mariah non fa nomi.
Si trova alla stessa convention di Tess, non ricorda esattamente l’anno ma sembra anche quello coincidere con l’esperienza che vi ho narrato prima.
È al bar, parla con alcuni colleghi che stanno bevendo (lei no) e improvvisamente sente una mano tastarle il posteriore. Sì, qualcuno le sta palpeggiando il culo. Cosa volete che sia, quante storie…

Il tempo di sobbalzare e ritrarsi, di vedere che il tizio in questione (che lei conosceva poco o nulla rispetto agli altri) non ha fatto la minima piega e ha continuato a parlare con degli amici senza nemmeno guardare nella sua direzione ed ecco che in Mariah scatta quel che è scattato in fin troppe ragazze prima di lei: “me lo sono immaginato”, “deve essere stata colpa mia che ho provocato” e tutto il resto del carrozzone.
Quando poi ne parlerà con amici, scoprirà che il tipo è famoso nell’ambiente per questo suo comportamento.
“Famoso”.

Un’ora dopo Mariah si è ormai allontanata dal gruppo ed è da sola, vicino a una finestra, intenta a scarabocchiare idee e spunti.
Arrivano due uomini, ubriachi, che la accerchiano e cominciano a chiederle cose. Lei cerca di reagire in maniera ancora più cortese del solito ma i due, imperterriti, continuano.
“Cosa ci fa una ragazza come te a una convention di fumetti” e tutto il resto, fino alle mani addosso.
Mariah riesce a scappare e si chiude in camera.

Da allora Mariah non andrà mai più da sola alle convention. E anche quando andrà con amici, non berrà mai se non in occasioni in cui si sente totalmente protetta e sicura. Spesso la vedrete con dei drink che non le piacciono, almeno può fingere di bere e rimanere molto, molto cosciente nei confronti dell’ambiente circostante.
Tranquilli anche qui, siamo sempre in quella grigia e fumosa zona in cui non si può gridare al reato e anzi, se vi impegnate un minimo son sicuro che riuscirete a dare addosso a tutte queste ragazze con la consueta, usurata retorica d’ordinanza.
Che fortuna, eh?

Elvezio.
Elvezio si crede più sensibile della media nei confronti di certe tematiche.
Ma sapete cosa ha detto alla sua futura moglie, qualche anno fa, nei primi giorni in cui si stavano conoscendo?
“Ah, leggi fumetti! Che strano, per una ragazza”.
Ora gli sembra incredibile che sua moglie abbia sopportato questo e altro ancora.
Enella prima incarnazione di Malpertuis, ogni tanto piazzava qualche gallery fotografica di scream queen dell’horror, rinominando le foto con termini quali tits e ass, perché tiravano di più lato SEO, tanto sono oggetti, no?
Ed era pornodipendente.
Elvezio non ha scusanti e non ci prova nemmeno a cercarne.
Può solo chiedere perdono e , più che altro, cercare di dimostrare con le sue azioni un certo cambiamento.

Abbiamo già visto il tutto all’opera parecchie volte in vari ambienti che ci sembrano (mi sembrano: magari voi siete ben più svegli del sottoscritto) per qualche motivo più “sicuri” e potenzialmente “evoluti” rispetto ad altri.
Nei videogiochi online è praticamente impossibile per una ragazza completare una partita in team senza qualche battuta, proposta, invito o commento sgradevoli, per non parlare di quando qualche studiosa tenta un’analisi sui videogame, ricordate?

Le convention di fantascienza o persino quelle degli atei e scettici sono affollate di maschilismo e fioccano commenti molto, molto sgradevoli, persino da una persona apparentemente sensibile e intelligente come Richard Dawkins.

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Il sogno d’amore: la violenza invisibile https://minimaetmoralia.it/interventi/il-sogno-damore-la-violenza-invisibile/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-sogno-damore-la-violenza-invisibile/#comments Mon, 25 Nov 2013 09:56:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16601 Oggi, nella giornata internazionale contro la violenza di genere, pubblichiamo un testo inedito di Lea Melandri, che uscirà in un libro collettivo di prossima pubblicazione presso la Casa editrice Ediesse (Roma), curato da Barbara Mapelli e Alessio Miceli. Il titolo è: Infiniti amori.

di Lea Melandri

Non sembra muovere particolare attenzione il fatto che la violenza maschile contro le donne nel suo aspetto più manifesto - maltrattamenti, stupri, omicidi domestici, ecc.- sia anche la più sfuggente: sono poche le donne che ne fanno denuncia, molti addirittura non la considerano ancora un crimine, alcune vittime dichiarano di amare nonostante tutto il loro aggressore. (1)
Ora, è vero che non si uccide per amore, ma l’amore c’entra, dal momento che a uccidere le donne sono quasi sempre uomini a loro legati da rapporti intimi: mariti, amanti, padri, fratelli. Stando al dibattito in corso in Italia, è sicuramente una conquista del femminismo aver fatto riconoscere che non si tratta della patologia del singolo e neppure di culture straniere arretrate, ma che va interrogata la ‘normalità’, comportamenti e valori che passano come ‘naturali’ e perciò scontati. Difficile tuttavia fare un passo ulteriore: dire che la storia, la civiltà che abbiamo ereditato ha visto un sesso prevalere sull’altro, imporre un dominio del tutto singolare, perché passa attraverso la vita intima.

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Oggi, nella giornata internazionale contro la violenza di genere, pubblichiamo un testo inedito di Lea Melandri, che uscirà in un libro collettivo di prossima pubblicazione presso la Casa editrice Ediesse (Roma), curato da Barbara Mapelli e Alessio Miceli. Il titolo è: Infiniti amori.

Non sembra muovere particolare attenzione il fatto che la violenza maschile contro le donne nel suo aspetto più manifesto – maltrattamenti, stupri, omicidi domestici, ecc.- sia anche la più sfuggente: sono poche le donne che ne fanno denuncia, molti addirittura non la considerano ancora un crimine, alcune vittime dichiarano di amare nonostante tutto il loro aggressore. (1)

Ora, è vero che non si uccide per amore, ma l’amore c’entra, dal momento che a uccidere le donne sono quasi sempre uomini a loro legati da rapporti intimi: mariti, amanti, padri, fratelli. Stando al dibattito in corso in Italia, è sicuramente una conquista del femminismo aver fatto riconoscere che non si tratta della patologia del singolo e neppure di culture straniere arretrate, ma che va interrogata la ‘normalità’, comportamenti e valori che passano come ‘naturali’ e perciò scontati. Difficile tuttavia fare un passo ulteriore: dire che la storia, la civiltà che abbiamo ereditato ha visto un sesso prevalere sull’altro, imporre un dominio del tutto singolare, perché passa attraverso la vita intima.

Gli uomini sono figli delle donne. Il corpo che hanno sottomesso alla loro legge, sfruttato e violato in tutti i modi, è il corpo che li ha generati, che ha dato loro le prime cure, le prime sollecitazioni sessuali, un corpo che ritrovano nella vita amorosa adulta e con cui sognano di rivivere l’originaria appartenenza a un altro essere. Ma è anche il corpo che li ha tenuti in sua balìa nel momento della loro maggiore dipendenza e inermità, che poteva dare loro la vita o la morte, accadimento o abbandono. Confinando la donna nel ruolo di madre, facendola custode della casa e della sessualità, garanzia di sopravvivenza materiale e affettiva, l’uomo ha costretto anche se stesso a restare bambino, a portare una maschera di virilità sempre minacciata.

Se è vero -come dice Freud- che“un amore felice vero e proprio corrisponde all’originaria situazione in cui non è possibile distinguere tra libido d’oggetto e libido dell’Io”, che la coppia trova la sua stabilità “ quando la moglie ha fatto del marito il proprio figlio”, si potrebbe dire che per questo prolungamento dell’infanzia l’uomo non è mai andato “oltre le frontiere del narcisismo”. (2) Separandosi, la donna non colpirebbe perciò solo un privilegio e un potere indiscutibile della maschilità, ma l’ “amore di sé”, la fonte prima, rimasta tale anche nell’età adulta, dell’ “autoconservazione”. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la medesima sorte sembra esserne la conferma.

È dunque sulla famiglia che si dovrebbe portare l’attenzione, in quanto luogo che istituzionalizza l’amore nella sua forma originaria, creando vincoli di indispensabilità reciproca, destinati a diventare una minaccia per l’autonomia del singolo. Si può uccidere una donna perché troppo inglobante, oppure perché si sottrae alla presa. Se l’uomo fosse il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di uccidere.

Dobbiamo riconoscere che dietro il dominio del padre c’è la nostalgia del figlio. Forse è questa tenerezza che le donne continuano a spiare dietro la violenza dell’uomo. Verrebbe da dire che, per capire la violenza che passa nella relazione tra i sessi, bisogna interrogare a fondo l’amore, tenendo conto che le figure di genere strutturano, al medesimo tempo, gerarchie di potere e illusioni amorose. La possessività parla una lingua diversa nella bocca dell’uomo-padrone e dell’innamorato.

Il dominio maschile non è mai venuto meno, ma da un secolo a questa parte sono avvenuti grandi cambiamenti nel rapporto tra i sessi. Il terremoto più forte è stato prodotto dal femminismo degli anni ’70, in quanto critica radicale ai ruoli del maschile e del femminile, alla loro presunta “naturalità”, alla cancellazione della sessualità femminile e della donna come individuo/persona, alla divisione sessuale del lavoro, alla maternità come destino. E’ lì, nella sfera domestica, che le donne hanno mostrato di non volere più essere un corpo a disposizione di altri. Le separazioni, i divorzi, il numero crescente delle donne single, sono materialmente e simbolicamente la prova che la millenaria “oblatività” femminile, come “sacrificio di sé”, sta venendo meno. Di conseguenza, aumentano nell’uomo insicurezza, senso di fallimento e di impotenza, consapevolezza intollerabile della propria dipendenza, finora mascherata o rimossa.

Se, nonostante tutto, l’idealizzazione della famiglia è così duratura, forse è perché è negli interni della case che tornano a confondersi la nostalgia dell’uomo-figlio, il potere di indispensabilità della donna-madre e i residui di un dominio patriarcale in declino.
Il saccheggio che subisce quotidianamente il nucleo famigliare per l’invasività del mercato e dei nuovi mezzi di comunicazione, se per un verso lo costringono ad aprirsi verso il mondo, per l’altro ne rafforzano la funzione protettiva e l’immagine di riserva salvifica. Il dubbio che le donne –mogli, madri, sorelle, amanti- non siano più disponibili a portarne il peso maggiore in fatto di cura e sostegno morale, è certamente una delle ragioni che mette in questo momento allo scoperto la fragilità e la violenza maschile.

Che parte ha l’amore nel mantenere l’ambiguità che si annida in questi vincoli –famigliari, affettivi, sessuali- e che oggi, nel venir meno dei confini tra privato e pubblico, vediamo agire anche nell’economia e nella politica, nell’industria dello spettacolo e della pubblicità, dei consumi? Non è forse il fascino che ha ancora il sogno di una ideale riunificazione di “nature” diverse e complementari a rendere così difficili la volontà e la fantasia necessarie per ripensare il piacere e la responsabilità del vivere fuori dalla divisione dei ruoli, dalle gerarchie di potere e di valore che hanno segnato disastrosamente, non solo la relazione uomo-donna, ma anche tra natura e cultura, individuo e società? L’interezza l’uomo l’ha ottenuta dividendo il suo compito civile dagli interessi della famiglia, garantendosi l’accesso al corpo femminile sia come soddisfacimento erotico che come cura, sostegno morale.

Le donne, costrette ad abbandonare il rapporto con la madre, hanno cercato inutilmente di trovare la ricomposizione – bisogno di essere nutrite e di essere amate- nell’uomo; si può pensare che abbiano rinunciato per questo alla loro sessualità, sopportato di ricevere -in cambio di amore, cure, piacere- mantenimento, denaro, doni. Non un vero scambio, perciò, e tanto meno reciprocità. Eppure l’amore, nella sua versione romantica, ha mantenuto l’illusione di poter creare- come scrive Sibilla Aleramo- una “fusione assoluta , al di sopra di ogni differenza, il miracolo che fa di due esseri complementari un solo essere armonioso”. (3)
In uno dei suoi saggi più famosi, Il disagio della civiltà, Freud descrive con straordinaria lucidità le forme che ha preso storicamente la “guerra tra i sessi”:

“Le donne rappresentano gli interessi della famiglia e della vita sessuale. Il lavoro civile è diventato sempre più cosa di pertinenza maschile (…) la civiltà si comporta verso la sessualità come una stirpe o uno strato di popolazione che ne abbia assoggettato un altro per sfruttarlo. Il timore dell’insurrezione di ciò che è stato represso spinge a severe misure cautelative.” (4)

“L’uomo non è una creatura mansueta, vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare su di lui la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il loro consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo, a ucciderlo.”(5)

Ma dopo aver mostrato come l’intreccio tra Eros e Thanatos entri nella vita intima dei sessi, l’idealizzazione della coppia madre-figlio -“forse l’unica esente da ambivalenze”, tanto da poter essere presa come “modello di ogni rapporto amoroso”- gli impedisce di vedere quanto amore e odio, desiderio e paura, siano già presenti nell’esperienza che l’uomo fa del corpo che l’ha generato, soprattutto per avergli consentito di protrarre nella sua vita adulta il potere materiale e psicologico che ha esercitato su di lui bambino.
Ha ragione dunque Pierre Bourdieu quando si chiede, nell’ultimo capitolo del suo libro, Il dominio maschile, se l’amore è “l’isola incantata”, in cui si ferma la “guerra tra i sessi” -“smarrirsi l’una nell’altro senza perdersi”, il miracolo della reciprocità, creatori/creatrici e creature-, oppure “la forma suprema, perché la più sottile, la più invisibile, della violenza simbolica” .

“Il soggetto innamorato si vive come un creatore quasi divino che fa, ex-nihilo, la persona amata attraverso il potere che quest’ultima gli concede (…) ma un creatore che, di rimando e simultaneamente, si vive, a differenza di un Pigmalione egocentrico e dominatore, come la creatura della sua creatura. Mutuo riconoscimento, scambio di giustificazioni di esistere e di ragioni d’essere. (…) sono tutti segni della reciprocità perfetta che conferisce al circolo in cui si chiude la diade amorosa, unità sociale elementare, indivisibile e dotata di una potente autarchia simbolica (…) sostituto mondano di Dio” (6)

L’immaginario amoroso sembra parlare lo stesso linguaggio per uomini e donne, anche quando vi si accompagna la consapevolezza, nata dal femminismo , del vuoto di esistenza e di senso lasciato dall’interruzione del rapporto con la madre.

Scrive Agnese Seranis nel libro Smarrirsi in pensieri lunari:

“E’ come un rinascere in ogni momento è come se istante dopo istante ti fosse di nuovo concessa l’esistenza è come un rinascere ogni minuto ogni minuto lui ti partorisce in ogni minuto si rinnova l’atto di vedere la luce. E’ terribile questo legame di necessità dall’altro ma è il suo abbraccio la sua fisicità che avvolge il tuo essere a salvarti (…) Ma allora la conoscenza, l’amore non sono che vie che mezzi per allontanare da sé delle minacce o una sola minaccia? La minaccia della mia distruzione del mio possibile passare all’inesistente? (…) E perché mai l’amore di mia madre non dico padre perché già non esiste come necessaria datità non mi rassicura alla stessa maniera?” (7)

Del resto, se si leggono attentamente i teorici dell’amore romantico – Bachofen, Michelet, Mantegazza, ecc.- non è difficile accorgersi che, dietro il capovolgimento continuo delle parti – a volte è la donna-madre che sembra accogliere in sé l’uomo-figlio, altre è l’uomo che, dalla sua posizione di privilegio, si pone come figura protettiva, materna, rispetto alla donna , piccola figlia debole affidata alle sue cure- passano in realtà il potere e la centralità dell’uomo. In un rapido passaggio, da figlia la donna gli diventa moglie e madre, fonte di sussistenza e di sostegno morale. La metamorfosi è completa quando l’uomo può “rigenerarla”, fino a farla “diventare lui”. (8)
Il romanticismo ha riconosciuto alla donna un’ “anima”, ma un’anima che deve nutrirsi e vivere dei pensieri degli uomini, assecondare e prevenire il loro bisogni, compenetrarsi con l’amato fino a identificarsi o sparire in lui.

Il sogno d’amore è presente in tutta la cultura maschile, ma è stato visto come un tratto marcatamente femminile. La ragione può essere cercata nel segno che lascia l’essere stati tutt’uno col corpo della madre, ma anche il bisogno d’amore , la pretesa di infanzia, che la donna è costretta a colmare attraverso l’uomo.

Sacerdotessa dell’amore puro, dell’ “amore fusione”, “estasi”, “cosa sacra”, Sibilla Aleramo è anche la coscienza femminile anticipatrice che, all’inizio del ‘900, riesce a dissacrarlo, a vederne l’invisibile violenza, in quanto “atto sacrilego” dal punto di vista della individualità della donna, e a raggiungere lentamente “il fastidioso obbligo di vivere per sé.” (9)

“Ho bisogno di essere necessaria a un’altra creatura viva per vivere (…) Ecco l’amore è questo: l’attaccamento a una persona alla quale ci si crede necessari (…) L’amore delle donne almeno. Per otto anni io ho dato tutto di me a Franco, ho compiuto questo atto sacrilego dal punto di vista della mia individualità.”

“Qui ci sono le opere di lui: il suo libro, in cui è qualcosa di mio, ch’egli non avrebbe scritto senza il mio amore (…) egli è tornato alla vita, come creatura umana dovrei essere orgogliosa e non lo sono e mi faccio piccola e piango.”

“Compiacenza nel donarsi all’essere amato anche senza gioia propria (…) senso interiore di disprezzo per se stessi e considerazione esagerata per gli oppressori.”

“Il mio istinto mi dice che devo riconquistarmi (…) ma l’immagine dei giorni che verranno per me senza di lui, di libertà totale, lenta creazione in me di vita esclusivamente mia, questa immagine mi atterra, mi stempera, come davanti a un cadavere.”

A Umberto Boccioni che le rimprovera “il bacillo dell’amore unico, turbinoso, che fonde, innalza”, Sibilla risponde richiamandolo al fatto che nella stanza accanto allo studio di lui aveva visto la madre -“bella, mentre ti prepara la cena, e l’abbracci perché ti dico che è bella. Dove pensi tu ch’io distingua tra arte e natura, tra spirito e sangue? Io ho avuto in quel giorno di te un senso totale. E tu mi hai amata proprio per la mia sensibilità”.

Fronte a fronte sono qui descritti i due aspetti dell’amore come sogno di interezza: quello “fusionale”, l’unico che le donne hanno conosciuto come praticabile, e quello maschile fondato sulla complementarità e la divisione sessuale del lavoro. Rendersi indispensabili, “far trovare buona la vita all’altro” è stato a lungo il modo alienante con cui le donne hanno cercato di riempire il vuoto apertosi all’origine nell’amore di sé.

Nell’illusione di “foggiare se stesse” hanno impegnato tutte le loro energie nello sforzo di aiutare l’altro a divenire se stesso.
La dedica che Andrè Gorz scrive nel libro dedicato alla moglie, Lettera a D. Storia di un amore, dice: “A te, Kay che, dandomi te, mi hai dato Io”. (10)

Che cosa è cambiato nel sogno d’amore? Si può ancora considerarlo una “copertura” dei rapporti di potere tra i sessi, della violenza contro le donne nelle sue varie forme? Col venire meno dei confini tra privato e pubblico, col prevalere delle logiche di mercato e di consumo, sono venuti allo scoperto legami, nessi che ci sono sempre stati tra i poli opposti della dualità, altri nuovi si sono creati: tra sessualità e economia, sessualità e politica, amore e denaro, amore e lavoro. L’amore dunque non ha più la potenza illusoria di mantenere in ombra il dominio maschile, ma se si ha fretta di smascherarlo, si rischia di non vedere quanto ha contato e conta ancora nel rendere le donne “complici” -inconsapevoli e incolpevoli- dell’oppressione che subiscono. Bastano alcuni esempi per segnalarne le modificazioni e, insieme, le permanenze.

Il corpo e tutto ciò che con esso è stato identificato –la femminilità, le pulsioni, i sentimenti, ecc.- sono andati assumendo nella polis un protagonismo finora sconosciuto. Assistiamo oggi a una evidente femminilizzazione del lavoro, della politica, dei media, sia nel senso di una crescente presenza numerica delle donne, sia come utilizzo di qualità, competenze ritenute “naturalmente” femminili.
Non è questa la “politicità” della sfera personale su cui sono nate le pratiche del femminismo degli anni ’70. Il trionfo delle logiche di mercato ha prodotto cambiamenti culturali, sociali, economici e politici che non ci aspettavamo. Il corpo erotico e il corpo materno non sono più il rimosso della storia: le “doti femminili” sono richieste oggi, oltre che dai servizi alla persona, dalla scuola, dall’assistenza, anche dal sistema produttivo. La capacità di ascolto e di mediazione, le competenze relazionali, l’affettività e la seduzione, attribuite tradizionalmente al genere femminile, sono considerate dalla nuova economia, sempre più immateriale, una “risorsa” necessaria per uscire dalla crisi, oltre che un prezioso fattore di innovazione.

La “valorizzazione della differenza femminile”, da qualsiasi parte venga – dal lavoro cognitivo, dall’industria dello spettacolo, dalla pubblicità, dagli intrattenimenti erotici dei politici, o dalle donne stesse come rivalsa a secoli di marginalità-, ha come esito l’eclissarsi della conflittualità tra i sessi, l’adattamento delle donne a nuove forme di “oggettivazione” e mercificazione, l’allargamento del “ruolo ancillare” dalla sfera domestica a quella pubblica.

Da qui la domanda che viene spontanea: donne padrone di sè o schiave volontarie? Corpi liberati o corpi prostituiti?
La femminilizzazione della sfera pubblica sembra dunque ammorbidire la “guerra tra i sessi” e, come nell’illusione amorosa, fa balenare la possibilità di una “tregua”. Ma proprio come l’amore , lascia aperto il dubbio che sia, per riprendere le parole di Bourdieu, una nuova forma altrettanto insidiosa della violenza simbolica. A differenza del passato, oggi i nessi tra complementarità dei ruoli e rapporti di potere tra i sessi sono più visibili, così come la spinta a riunificare ciò che la storia ha diviso.

La “potenza dell’amore” e “la coercizione al lavoro”, dopo essersi fatte a lungo la guerra sembrano oggi destinate a un ideale ricongiungimento. “Professionalità sensuale”, “intelligenza emotiva”, “pensiero emozionale”, sono le forme linguistiche che prende il sogno d’amore quando si trasferisce dalla relazione di coppia all’ambito lavorativo. Il mito dell’interezza, che accompagna da sempre la cultura maschile, come nostalgica immaginaria riparazione a tutti i dualismi che ha prodotto, viene ormai reclamato da versanti opposti: dal sistema produttivo in ricerca di “talenti” femminili al business del sesso. Nella sua interessante analisi della prostituzione, Uomini che pagano le donne (Edizioni Ediesse, Roma 2013), Giorgia Serughetti scrive:

“La tarda modernità ha sconvolto, offuscato, riposizionato i confini tra privato e pubblico, tra femminile e maschile, tra la sfera dell’intimità, della sessualità, delle emozioni e la sfera delle relazioni economiche e politiche.”

A venire in primo piano è la crescente commercializzazione della sessualità come prodotto di consumo. Il corpo femminile diviene, come il denaro, una valuta di scambio. La prostituzione stessa è ormai parte di un variegato mercato di beni e servizi: locali di intrattenimento sessuale, materiale pornografico, linee erotiche, turismo sessuale. Tanto che si può parlare di un “contesto prostituzionale allargato”. Lo scambio sessuo-economico, che ha rappresentato -come scrive l’antropologa Paola Tabet (La grande beffa, Rubbettino Editore 2004 )- il continuum tra la vita coniugale, il matrimonio e la prostituzione, tra le “donne perbene” e le “donne permale”, oggi diventa evidente.

“Tra intimità e attività economiche esiste un continuum anziché una dicotomia. Il riferimento è alle molte figure che offrono servizi di cura retribuiti – colf, baby sitter – ma anche surrogati a pagamento dell’intimità sessuale e delle relazioni romantiche. Sono le esperienze di ‘fidanzate a noleggio’, sotto la dicitura di accompagnatrici, escort e top escort. Si tratta di servizi che non si limitano al soddisfacimento di impulsi o fantasie sessuali, ma offrono parvenza di un corteggiamento, di un rapporto di cura affettivo e di una reciprocità emozionale e sentimentale. L’autenticità, il romanticismo, l’intimità diventano così oggetti di consumo.” (11)

Sulle pareti urbane – dice sempre Serughetti – troneggiano corpi femminili rappresentati “con gli stessi stilemi dell’iconografia della prostituta oppure associati alla vendita di prodotti attraverso un linguaggio che richiama l’esplicita offerta di servizi sessuali”. Una “normalizzazione” del sesso a pagamento.

“Possiamo parlare di interni postdomestici ridisegnati dal mercato in modo tale che la domesticità coniugale -con i suoi portati di calore, intimità, emozione- vi si rifletta depurandosi però al tempo stesso da ogni vincolo o onere relazionale (…) rimozione della realtà dello scambio in denaro e la rappresentazione di una complicità femminile (persino di una reciprocità) che sostiene l’identità di genere maschile. Le trasformazioni in corso sul mercato del sesso paiono dunque funzionali alla conservazione e all’esercizio di un potere maschile imperniato sull’accesso ai corpi delle donne, o più propriamente alla loro disponibilità, complicità e cura affettiva.”(12)

Dobbiamo concludere a questo punto che le donne cominciano a non considerare più il lavoro domestico e la sessualità al servizio dell’uomo un “dono d’amore”? Che sono più consapevoli di aver dato cure, affetto, sostegno morale, piacere sessuale in cambio non dell’amore che desideravano o di cui avevano bisogno, ma di denaro, sopravvivenza, oppure di quel successo e potere che non hanno trovato altrimenti? Possiamo pensare che i vincoli di dipendenza conosciuti nella famiglia, nella coniugalità, comincino a essere visti sempre più come un pericolo più che un rifugio e una rassicurazione?

Un cambiamento rispetto ai ruoli e alle forme tradizionali del potere maschile c’è sicuramente, anche se tutt’altro che “neutro”. Ma come chiamare le nuove forme di complicità che vedono le donne nella posizione non più solo di “oggetti”, “corpi”, “merci”, ma “soggetti” di un volontario asservimento all’immaginario maschile, protagoniste di una rivalsa che si avvale degli stessi attributi -la seduzione, la cura materna- per i quali sono state per millenni sottomesse, sfruttate e violate dall’uomo? Mi verrebbe da dire: un’emancipazione malata.

Note:
(1) La 27esima Ora, Questo non è amore. Venti storie raccontano la violenza domestica sulle donne, Marsilio Editori, Venezia 2013.
(2) Freud, Introduzione al narcisismo, in Opere, vol. 7, Boringhieri, Torino 1975, p. 445.
(3) “Sibilla Aleramo. Un pudore selvaggio, una selvaggia nudità”, in Lea Melandri, Come nasce il sogno d’amore, Rizzoli, Milano 1988 (ristampa Bollati Boringhieri, Torino 2002.
(4) Freud, Il disagio della civiltà e altri saggi, Boringhieri, Torino 1971, p.238.
(5) Ibid., p. 246.
(6) Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, Feltrinelli, Milano 1998, p. 129.
(7) Agnese Seranis, Smarrirsi in pensieri lunari, Graus Editore, Napoli 2007.
(8) Jules Michelet, L’amore, Rizzoli, Milano 1987, p. 64, 95, 58, 106.
(9) “Sibilla Aleramo”, cit.
(10)Andrè Gorz, Lettera a D. Storia di un amore, Sellerio Editore, Palermo 2008.
(11) Giorgia Serughetti, Uomini che pagano le donne, Edizioni Ediesse, Roma
2013, p.161.
(12) Ibid., p. 315.

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D come donna https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/d-come-donna/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/d-come-donna/#respond Wed, 06 Jul 2011 09:14:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4679 uesto articolo è apparso sul numero del 23 giugno del settimanale cartaceo Il futurista.

di Emiliano Sbaraglia

“the times they are a-changin’” canterebbe il caro Bob Dylan, fresco dei suoi settant’anni. E qualcosa sta cambiando davvero in questa Italia di nuovo secolo, gli indizi ormai sono più d’uno. Il voto amministrativo della scorsa settimana ne è la prova più evidente, ma il terreno si è cominciato a preparare già da tempo.

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Questo articolo è apparso sul numero del 23 giugno del settimanale cartaceo Il futurista.

di Emiliano Sbaraglia

“The times they are a-changin’” canterebbe il caro Bob Dylan, fresco dei suoi settant’anni. E qualcosa sta cambiando davvero in questa Italia di nuovo secolo, gli indizi ormai sono più d’uno. Il voto amministrativo della scorsa settimana ne è la prova più evidente, ma il terreno si è cominciato a preparare già da tempo. In tutto questo, il ruolo della componente femminile, non più femminista, ha assunto e continua ad assumere un valore determinante, in un Paese non ancora “maschile”, perché ancora maschilista.

La caduta libera di Silvio Berlusconi inizia con la ribellione di una donna, la ex-moglie, che a un certo punto ha detto basta, e in poche parole ci ha spiegato come stavano le cose: il marito, nonché capo del governo, se la faceva con le minorenni, si trovava sull’orlo di una malattia mentale, e chi gli era vicino, per il bene suo e del Paese, doveva in qualche modo prendersi cura di lui. Lei no, lei aveva sopportato abbastanza. Arrivederci. Sono passati due anni da quell’intervento (sollecitato da un articolo sulle “candidature facili” di Sofia Ventura per Fare Futuro), e di Veronica Lario si è più saputo nulla, o quasi. Certe cose non la riguardano più.

Da lì in poi qualcosa è cambiato, l’incantesimo si è rotto, le feste e i festini del Premier si sono trasformati sempre più nella reazione compulsiva di un uomo innamorato solo di se stesso, e dal diciottesimo compleanno di Noemi alla nipote di Mubarak il passo è stato breve: nel mezzo, veline e parlamentari, api regine e igieniste dentali, sino all’inchiesta milanese. Fine della corsa.

Ma per fortuna non solo questo è accaduto negli ultimi tempi. Altre donne, in altre forme, hanno avuto modo di incidere nelle lente ma percepibili trasformazioni di un’Italia in movimento.
Qualche settimana prima delle elezioni politiche, nel marzo del 2008, per la prima volta una donna saliva il gradino più alto del potere di Confindustria. Emma Marcegaglia, a 43 anni, viene eletta presidente un po’ a sorpresa, prendendo il posto di Luca Cordero di Montezemolo. Dopo un periodo di orientamento, e di assestamento degli equilibri, la sua posizione comincia a disegnarsi chiara come le sue parole, divenute pietre negli ultimi mesi rispetto all’immobilismo del governo in tema di crescita economica e incentivi per un rilancio del “sistema Italia”. Si obietterà che c’era ben poco altro da dire, ma si converrà che non era così scontato dirlo, e dirlo in un certo modo, nelle sedi opportune. Molti uomini che hanno ricoperto il suo stesso incarico non hanno avuto il coraggio (o la voglia) di farlo, anche nel recente passato. Si può essere d’accordo o meno con le sue idee, ma almeno la signora Marcegaglia si è assunta la responsabilità che il suo ruolo impone.

A riconoscerglielo non sono soltanto gli estimatori, o quelli che gioiscono ogni volta che qualcuno “parla male del governo”, refrain tanto caro ai berlusconiani irriducibili. A riconoscere la possibilità di un certo tipo di dialogo con l’attuale presidente di Confindustria è anche il Segretario generale del più grande sindacato d’Europa per numero d’iscritti, la Cgil, che il 3 novembre del 2010 ha eletto, anch’esso per la prima volta, una donna al suo vertice, Susanna Camusso.
Sin dai primi giorni dal suo insediamento è stato subito evidente il diverso appeal rispetto al suo predecessore, quel Guglielmo Epifani troppe volte apparso negli otto anni del suo mandato arroccato su posizioni vetero-ideologiche, al di fuori della realtà contemporanea rispetto al complicato mondo del lavoro.

Susanna Camusso ha invece mostrato interesse per le ragioni degli altri, per esempio provando a ricucire lo strappo sui contratti nazionali avvenuto con le altre sigle sindacali, pur mantenendo una linea di confronto piuttosto forte; oppure partecipando alla manifestazione del 9 aprile scorso sul precariato, ma rimanendo in disparte, sotto e non sopra il palco, manifestando tra gli ultimi del corteo a fianco della figlia e di molte mamme solidali con il difficile destino delle nuove generazioni. Piccoli gesti che certo non cambiano l’ordine delle cose; ma piccoli gesti che dicono molto del carattere e della mentalità di una persona.

Lo scorso 25 febbraio, in un incontro a Bologna sul tema Giustizia e Lavoro dal titolo “La via nuova e il passo giusto: l’Italia nel cuore industriale dell’Europa”, l’articolata conversazione tra Emma Marcegaglia e Susanna Camusso si è rivelata ricca di spunti e anche di possibili convergenze su alcune proposte concrete, giunte da entrambe le parti. Mondi diversi a confronto su argomenti che inevitabilmente riguardano tutti. Qualche settimana dopo, nel corso di un incontro nella Sala del Seminario della Camera per la presentazione del libro della giovane deputata Pd Marianna Madia (“Precari. Storie di un’Italia che lavora”), il linguaggio di Giulio Tremonti e quello di Susanna Camusso, autrice della prefazione, sembravano essere distanti anni luce.

Sempre nel mese di febbraio qualcos’altro accadeva nel nostro paese. Era il sabato 13, e le donne scendevano in tutte le piazze d’Italia, accompagnate da non pochi uomini. Il loro slogan ha avuto molto successo, così “Se non ora quando?” in questi mesi è divenuto il liet motiv di parecchie iniziative e di molte riflessioni, individuali e collettive.
Quella giornata ha segnato un percorso, al femminile come al maschile. Ha fatto capire che tanta gente aveva voglia di dire basta: basta con l’annullamento di qualsiasi criterio di rispetto nei confronti dell’essere umano nel nome di un potere arrogante e presuntuoso, basta con la perdita dei valori basilari per una convivenza comune, basta col sacrifico dei molti per il godimento dei pochi. Basta con la “libertà dei servi”, per citare un recente saggio di Maurizio Viroli. A denunciare tutto questo nel nostro paese sono state per prime le donne, mettendo da parte bandiere e simboli di partito, sostituiti con un sentimento comune diventato ben presto contagioso. Donne che hanno semplicemente chiesto, nel ventunesimo secolo, di alzare la testa al livello minimo richiesto dalla propria dignità personale, al di là di qualsiasi differenza, sessuale o politica.

Chissà se le cose cambieranno davvero, cioè a dire in maniera decisiva. I segnali si moltiplicano, e per tornare alle recenti amministrative la vittoria di Rosalba Colombo, nuovo sindaco di Arcore, assume un valore simbolico di portata devastante. “Ho vinto nella tana del lupo, e ha vinto il fattore “D”, come donna”, sono state le sue prime parole dopo l’esito delle urne; parole di una casalinga di 53 anni appassionata di politica, madre di due figlie, fondatrice di un circolo culturale femminile, che una volta si sarebbe chiamato femminista.

E chissà se nel vortice di questi cambiamenti, dopo una presidente di Confindustria e una segretaria Cgil, non ci si ritrovi entro breve tempo a commentare un presidente del Consiglio donna. Una presidente del Consiglio.
Provocazione? Speranza? Sogno? Utopia? Può darsi. Fatto sta che in molte altre parti del mondo, anche del cosiddetto terzo mondo, provocazione speranza sogno e utopia sono già divenuti realtà.

C’è chi dice “Va bene, ma quale donna?”. Non si può certo scegliere un capo di governo in omaggio alla quota rosa. E in effetti, l’unica che potrebbe aspirare a un incarico simile, per ora e per una serie di motivi (difficile immaginare una candidata tra le fila dell’attuale centrodestra), pare essere il (la) presidente del Pd, Rosy Bindi. Che a dirla tutta, dopo tutto quello che ha subìto per bocca del Cavaliere (di certo non con la minuscola) sarebbe la vera ciliegina sulla torta, un contrappasso talmente chirurgico che nemmeno la mente infernale del genio di Dante Alighieri avrebbe saputo escogitare meglio: quel “non sono una donna a sua disposizione” risuona ancora come musica soave, composta di orgoglio e civiltà.
In alternativa, si diceva, sembra esserci ben poco. Ma che non ci siano molte donne papabili all’incarico di capo del governo forse non dipende tanto da loro, quanto piuttosto dall’impossibilità di potersi esprimere con pari opportunità ed eguali diritti.
I tempi, per fortuna, stanno cambiando.

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