Festival delle Letterature di Massenzio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/festival-delle-letterature-di-massenzio/ un blog di approfondimento culturale Tue, 11 Dec 2012 14:04:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Festival delle Letterature di Massenzio Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/festival-delle-letterature-di-massenzio/ 32 32 Lettera aperta e direi amichevole a Maria Ida Gaeta a proposito della Casa delle Letterature e del Festival delle Letterature (di cui, per chi non lo sapesse, è la direttrice da più di dieci anni) https://minimaetmoralia.it/interventi/lettera-aperta-e-direi-amichevole-a-maria-ida-gaeta-a-proposito-della-casa-delle-letterature-e-del-festival-delle-letterature/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lettera-aperta-e-direi-amichevole-a-maria-ida-gaeta-a-proposito-della-casa-delle-letterature-e-del-festival-delle-letterature/#comments Wed, 09 May 2012 12:33:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7788 Cominciamo da qualche mese fa.
Quattro giorni prima di Natale 2011 vengo invitato da un gruppo di amici sardi o giù di lì (i fratelli Soriga e Giovanni Peresson) a leggere un mio racconto sul Natale in un appuntamento ormai rituale che si chiama Natale Acido. Leggere pezzi inediti scritti sul Natale, racconti corrosivi, comici, roba così. Ci siamo io, Celestino Tabasso, Vins Gallico, Paola Soriga, Fabio Viola, mia sorella Veronica Raimo, Claudio Morici, Francesco Pacifico, Melissa Panarello, Flavio Soriga; i giornalisti Alessandro Mazzarelli, Daniela Amenta, Giuseppe Rizzo; il cantautore Giovanni Peresson. La cosa quest'anno si svolge a un locale di San Lorenzo che si chiama Le Mura, ci divertiamo molto, i racconti che vengono letti sono molto belli, alcuni scrittori tipo Morici o Flavio Soriga sono dei performer proprio bravi, c'è un sacco di gente. Bello, insomma, come dire, nonostante sia un reading. I Soriga e Peresson lo organizzano ormai da qualche anno, replicando anche a San Valentino con una cosa che si chiama Amori Acidi.

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Cominciamo da qualche mese fa.
Quattro giorni prima di Natale 2011 vengo invitato da un gruppo di amici sardi o giù di lì (i fratelli Soriga e Giovanni Peresson) a leggere un mio racconto sul Natale in un appuntamento ormai rituale che si chiama Natale Acido. Leggere pezzi inediti scritti sul Natale, racconti corrosivi, comici, roba così. Ci siamo io, Celestino Tabasso, Vins Gallico, Paola Soriga, Fabio Viola, mia sorella Veronica Raimo, Claudio Morici, Francesco Pacifico, Melissa Panarello, Flavio Soriga; i giornalisti Alessandro Mazzarelli, Daniela Amenta, Giuseppe Rizzo; il cantautore Giovanni Peresson. La cosa quest’anno si svolge a un locale di San Lorenzo che si chiama Le Mura, ci divertiamo molto, i racconti che vengono letti sono molto belli, alcuni scrittori tipo Morici o Flavio Soriga sono dei performer proprio bravi, c’è un sacco di gente. Bello, insomma, come dire, nonostante sia un reading. I Soriga e Peresson lo organizzano ormai da qualche anno, replicando anche a San Valentino con una cosa che si chiama Amori Acidi.

Per il giorno dopo Chiara Valerio e Carlo Carabba mi hanno invitato a leggere un racconto alla Casa delle Letterature per una cosa chiamata Natale Natale, che è l’appuntamento della Casa delle Letterature orgnaizza ormai da qualche anno per gli auguri natalizi. Titubo se andarci, le ultime volte alla CDL mi sono trovato sempre in un ambiente freddo, poco interessato a quello che si leggeva, distratto, istituzionale nel senso peggiore del termine. Ma decido di andarci uguale, mi fido di Carabba e Valerio, che sono due persone che stimo e hanno chiamato scrittori che stimo per fare le letture, da Paolo Sortino a Matteo Nucci a Lidia Riviello, poeti e narratori. Nella saletta dove si fanno le letture, me lo dovevo aspettare, non c’è una bella atmosfera. La maggior parte della gente sbicchiera negli altri spazi dove ci sono esposte alcune opere di Edith Schloss e c’è stato un aperitivo offerto. Non c’è molta gente a sentirci, i poeti timidi riescono a malapena a ottenere un ascolto decente, Maria Ida Gaeta si siede a ascoltare distrattamente quando il tutto è già iniziato da un pezzo. Mi sento, come al solito, come molte altre volte, a disagio. Leggo il mio racconto il meglio possibile, sono l’ultimo, il piccolo pubblico ride, applaude, faccio gli auguri, e poi chiedo un minuto per dire una cosa.

Dico questo: che nell’ultimo periodo a Roma sono successe moltissime cose nell’ambito della piccola comunità letteraria. Festival organizzati dal basso come Mal di Libri, iniziative di promozione alla lettura come Piccoli Maestri, una manifestazione alla biblioteca nazionale, le serate di 8 x 8 pensate da Oblique, le letture nelle case di Citofonare interno 7, etc… Ne enumero una ventina di cose che mi sembrano siano significative che sono successe recentemente a Roma, e mi chiedo e chiedo espressamente a Maria Ida Gaeta perché lei non partecipa mai a tutti questi eventi, o perché almeno io non la vedo mai.
MIG mi risponde in pubblico che almeno a metà ho ragione: mi dice che conosce molte di queste cose, ma mi confessa che la Casa delle Letterature anche nel suo menage normale è un impegno gravoso, mi chiede perché non la invitiamo quando facciamo queste cose. Io le rispondo: neanche a me m’invitano, m’informo, lo so da internet, sono cose che m’interessano. Chiacchieramo ancora e alla fine decidiamo che è meglio vederci e discutere con calma di queste cose.
Ci sentiamo qualche giorno dopo, lei mi chiede se mi va di parlare anche con qualche altro scrittore di possibili iniziative da fare insieme. Io le rispondo che vorrei che fosse un incontro allargato il più possibile: scrivo una mail allargata a quante più persone conosco che lavorano coi libri in città (librai, scrittori, editori, redattori, bibliotecari, etc…) e riusciamo a incontrarci dopo Natale alla Casa delle Letterature.
Ossia, il 18 gennaio. Alle cinque di un giorno feriale, ma siamo una cinquantina se non di più.
Maria Ida Gaeta ci accoglie dicendo che questa, la Casa delle Letterature, è casa nostra e ci racconta come è nata e come si è sviluppata. Ci racconta anche come è nato e come si è sviluppato il Festival delle Letterature, ossia quel Massenzio che lei gestisce fin dalla prima edizione. Noi attraverso varie mail ci siamo messi d’accordo prima nel farle alcune domande e alcune proposte.
La prima domanda è sul budget della Casa delle Letterature. Ci piacerebbe, le diciamo, organizzare varie cose qui, ma se non sappiamo se ci sono dei soldi da spendere, magari è inutile fare proposte velleitarie. MIG ci dà delle informazioni molto utili, ossia: di stanziamento ordinario annuale per il programma culturale non c’è ormai nulla. Ci sono solo i soldi per il mantenimento del posto (bollette, stipendi dei dipendenti…). E allora, come si fanno le iniziative?, chiediamo. MIG risponde che ognuna è una tantum. Se abbiamo un progetto, chessò una giornata sullo scrittore XY con la partecipazione di WZ e JK, glielo portiamo a lei, lei lo rigira a Mario Defacqz che lavora all’Assessorato alla cultura, che a sua volta chiede il placet di Dino Gasperini, assessore alla cultura. Tutto, pare di capire, passa attraverso questo tripla approvazione. Ci rimaniamo male. Davvero è impossibile cambiare questo metodo?
Poi le chiediamo se sarebbe comunque disposta a pensare, vista la qualità e la quantità delle energie che sono disponibili a Roma da parte di scrittori editori etc…, a immaginare qualche tipo di gestione condivisa del programma culturale della Casa delle Letterature, cerando di rendere organica – pur nella scarsità di fondi – una consulta, un’assemblea partecipata che dia espressione alle idee della comunità letteraria, una cosa così. Ci risponde no grazie.
Le chiediamo allora del Festival delle Letterature. Lì ci sono un po’ di soldi? Pare di sì. Quanti? Pare 300.000, 400.000 euro l’anno. Allora chiediamo se una cosa del genere, una gestione condivisa del programma, in modo da tesaurizzare le varie esperienze che vengono dal territorio, potrebbe essere applicata al Festival delle Letterature. Lei ci risponde no grazie.
Le chiediamo l’ultima cosa: di fare delle assemblee in cui ritrovarci tra scrittori, redattori, librai, etc… a discutere di politiche culturali lì alla Casa delle Letterature. Ci risponde di no. Ci dice che lei è dispostissima a parlare di politica ma non lì. La invitassimo altrove.
Ce ne andiamo un po’ delusi, ma con le idee chiare, la sensazione che alla Casa delle Letterature siamo comunque ospiti, anche graditi ma ospiti. E che il Festival delle Letterature è una creatura che viene pensata e gestita esclusivamente da lei. Sic.
Passa un mesetto. E Maria Ida Gaeta mi richiama per invitarmi a partecipare come scrittore a una giornata dedicata a Primo Levi, organizzata in occasione del Simposio internazionale su Levi. “Ti va di leggere qualche paginetta di Levi? La tua pagina preferita”. Tutto il discorso, franco e gentile ma evidentemente anticollaborativo, del 18 gennaio pare essere dimenticato, neutralizzato. Le rispondo, come al solito a disagio, di sì. Ma appena riattacco ci ripenso. E chiamo alcune delle persone che lei mi ha detto avrebbero partecipato all’iniziativa, persone che stimo come Marco Belpoliti (curatore delle opere di Levi) e Andrea Cortellessa. Avete detto sì anche voi?, chiedo. Sì, mi rispondono. E perché?, chiedono. Per cortesia, e per rispetto a altre persone che partecipano al convegno.
Ma perché mi chiedo e gli chiedo dobbiamo fare tutto questo per cortesia? Quando la nostra idea di letteratura è altra, quando proprio per commemorare uno scrittore come Levi l’ultima cosa che ci viene da provare è la cortesia o il non sapere dire no.
Decido di non partecipare. Come me fanno altri. La lettura degli scrittori in calce al convegno salta.
Mi dispiace, ma stiamo cercando di ragionare mi dico su cosa vuol dire la politica culturale di una città.
Con Andrea Cortellessa decidiamo che proprio per questo non è giusto far sembrare tutto questo un semplice e un po’ borioso boicottaggio. Pensiamo di organizzare un’iniziativa su Primo Levi come ci sarebbe piaciuto che fosse. Uno sciopero al contrario, ci diciamo, citando Danilo Dolci. Chiediamo allora a storici, critici letterari, attori, scrittori di partecipare non come ospiti, come scrittori-on-call, ma di condividere lo spirito di un’iniziativa dal basso che partendo da Levi ragioni anche su cosa vuol dire oggi commemorare uno scrittore in una città come Roma, dove muore un partigiano come Bentivegna e consiglieri comunali abbandonano l’aula al momento della commemorazione, e dove negli stessi giorni viene invitato in neofascista Franco Freda a presentare un suo libro in Campidoglio.

Il 5 maggio ci vediamo al Teatro Valle, con questo programma, cercando di pensare in modo problematico questo tipo di evento. Levi diciamo si pone come una ferita nel dibattito storico, nel contesto letterario. La stessa questione della memoria, in una città lacerata come Roma, in un contesto in cui quelli che David Bidussa chiama “ultimi testimoni” stanno morendo, come si rideclina? Ad attori, scrittori, critici, musicisti, chiediamo la stessa problematicità. Di condividere non solo una paginetta, ma un ragionamento. Di pensarsi politicamente, evitando gli impossibili neutralismi.
Le persone che intervegono accettano e riconoscono la diversità e l’efficacia dell’impostazione, che chiede un coinvolgimento non solo formale.
Alla luce di tutto questo oggi mi veniva da riformulare a Maria Ida Gaeta le domande che le ponevo il 18 maggio insieme alle altre cinquanta persone.
Ossia: accetta una condivisione della programmazione della Casa elle Letterature, in cui anche la parte decisionale possa essere delegata? Accetta che nel progettare il Festival delle Letterature dell’anno prossimo ci sia un piccolo gruppo e non una persona sola, ridimensionando questo ruolo di unica persona decidente che ha tenuto per più di dieci anni? Accetta di trasformare la Casa delle Letterature in un luogo dove si discute anche di politica culturale, un luogo aperto a tutta la cittadinanza, vivo, sempre frequentato, realmente pulsante, attento a quello che si muove anche oltre le mura storiche, non una casa sfitta come oggi si presenta, o da affittare per le presentazioni? (Su questo MIG è stata chiara ma fino a un certo punto, dicendo che la CDL è un posto disponibile gratuitamente per le presentazione, a patto di pagare – questo mi pare di aver capito – il tecnico che si occupa dell’amplificazione e qualcun altro per l’eventuale straordinario se c’è uno sforamento d’orario; quindi non è gratuito?) Può pensare di svincolare il suo nome dalla Casa delle Letterature e dal Festival di Massenzio; o le sembra – questa è una domanda che le poneva mia sorella e che io riprendo cercando di eliminare qualsiasi tono provocatorio – normale occupare due ruoli pubblici così centrali in una città come Roma per tredici anni senza nessun desiderio di ricambio?
E, domanda delle domande, meta-domanda direi, non è più bello in generale se uno vuole pensare la politica culturale di una città, immaginare che sia un processo collegiale, più partecipato possibile, responsabilizzante, con un coinvolgimento dei cittadini (non solo pensati come spettatori, come utenti passivi quindi) dal basso anche nella progettazione degli eventi, e non un dispositivo gerarchico, spesso condizionato da altri soggetti, che siano partiti o assessori anche questi poco attenti all’ascolto?

Cordialmente (ossia, etimologicamente, di cuore)
Christian Raimo

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Il romanziere e lo scrittore https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-romanziere-e-lo-scrittore/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-romanziere-e-lo-scrittore/#comments Tue, 21 Jun 2011 09:01:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4589 di Francesco Longo

Il romanziere e lo scrittore. La pop star della cultura e il sacerdote stimato dalle nicchie. Ovvero: il fabbricatore di bestseller Wilbur Smith, e il raffinato cesellatore letterario Michele Mari. Stasera, il Festival Internazionale delle Letterature di Massenzio a Roma abbina, in una sola serata, due scrittori lontanissimi, gli scrittori più incompatibili che si possano immaginare. Sarà come se si avessero insieme Theo Angelopoulos e il regista di un pop-corn movie.

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Questo articolo è uscito oggi sul Riformista.

Il romanziere e lo scrittore. La pop star della cultura e il sacerdote stimato dalle nicchie. Ovvero: il fabbricatore di bestseller Wilbur Smith, e il raffinato cesellatore letterario Michele Mari. Stasera, il Festival Internazionale delle Letterature di Massenzio a Roma abbina, in una sola serata, due scrittori lontanissimi, gli scrittori più incompatibili che si possano immaginare. Sarà come se si avessero insieme Theo Angelopoulos e il regista di un pop-corn movie. Un friggitore di McDonald’s e lo chef che sa quando aggiungere l’esatto tocco di tabasco. Il primo assaggio di questo impossibile tandem è andato in scena ieri mattina, alla Casa della Letterature, dove si è tenuta la conferenza stampa.

Wilbur Smith ha annunciato che leggerà stasera un testo inedito e totalmente autobiografico («ho scritto tutta la verità, nient’altro che la verità»), in cui racconta, tra le cose, di quando suo padre lottò contro tre leoni e si ferì al naso. Il testo si intitola “In origine era la parola e la parola era Dio” e certamente sapere che tutto è accaduto non sarà la stessa cosa. Michele Mari leggerà due racconti inediti che fanno parte della sua nuova raccolta che uscirà il prossimo febbraio per Einaudi. Protagonisti dei due racconti sono gli ospiti della celebre estate a Villa Diodati, Mary Shelley e Lord Byron (titolo del racconto “Villa Diodati”), e i fratelli Grimm (“Il patrimonio del popolo tedesco”). Anche Mari però, spinto da una domanda, finisce per dire qualcosa sulla figura paterna: «Mio padre, nel bene e nel male, mi ha marchiato. È stato un padre difficile, importante, per certi versi terrorizzante. Io lo vedevo come l’incarnazione dell’intelligenza e non ho mai messo in atto un rifiuto verso di lui. Lo subivo come un pontefice. Certo ne ho poi pagato le conseguenze in termini di equilibrio psichico». Wilbur Smith è solare, col volto disteso, abituato ai flash e ai fan; Mari è ombroso, solitario, schivo. Uno è la narrazione turbinosa, corale, di grande respiro, l’altro, a suon di cerebrale punteggiatura, è la caduta negli inferi deformi della coscienza. Continua infatti Mari: «Mio padre mi ha insegnato a non curarmi degli altri, mi ha insegnato a non cercare mai di piacere agli altri. Ero un bambino depresso, ma per lui essere soli era un titolo di merito. Mi diceva: “Le aquile volano da sole, i polli razzolano in compagnia” e io mi bevevo tutto quello che diceva».

Mai un duo letterario è stato più stridente. Wilbur Smith scrive per intrattenere e compiacere i suoi lettori, Mari contagia i suoi adepti inoculando le sue ossessioni e le sue angosce. Il primo, nato nella Rhodesia del Nord, ha un’idea di letteratura come momento di relax, i suoi romanzi, da leggere rigorosamente sotto agli ombrelloni, scorrono limpidi tra avventure misteriose e beati colpi di scena. Mari predilige invece il monologo, ama ritornare in modo nevrotico sugli stessi temi basta che lo si faccia con eccesso: la gelosia, l’infanzia, i grandi autori della letteratura di mare, il sangue, la morte. Non vuole che la lingua scorra e che le pagine volino, desidera che qualcosa si intoppi, che la sintassi si metta a gracchiare, che le parole siano riesumate da un lessico polveroso. Wilbur Smith ha lavorato nelle miniere d’oro, sui pescherecci, sulle baleniere. Mari è un professore di letteratura italiana, erudito settecentista, ha pubblicato saggi su Girolamo Tiraboschi e sulla traduzione tra Settecento e Ottocento.

Wilbur Smith ha venduto 120 milioni di copie nel mondo. Rondini sul filo, il più geniale e claustrofobico labirinto di stile che Mari abbia mai congegnato, è da anni fuori catalogo. Proprio in questo romanzo céliniano, Mari faceva i conti con alcuni autori che non amava: «uno scrittore che non ho mai sopportato… Bukowski […] quando uno ne parla bene diffido». Dava lì conto di tre «antipatie»: Fitzgerald, Salinger e Bukowski («l’idolo dei poveretti»). Anche in un’altra occasione tornò a parlare di questi autori, lamentandosi: «un’epoca che non ha esitato a promuovere a classicità autori come Salinger o Bukovski». In più, Mari ha sempre coltivato un amore per il passato e un sospetto per i contemporanei: «Sono vecchiotto di gusti io, do tutto il novecento in cambio dell’Alcyone e dei Colloqui».

La platea di lettori stasera sarà variegata come non è mai stata. Ci sarà la coda per firmare le copie da Wilbur Smith. Ci saranno pochi eletti a rimuginare con Mari. Non si sa bene dove sia il confine tra Letteratura e intrattenimento. Ma certamente sappiamo quali sono gli estremi.

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