Fidel Castro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fidel-castro/ un blog di approfondimento culturale Fri, 02 Dec 2016 13:06:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fidel Castro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fidel-castro/ 32 32 Matthews, Fidel e il New York Times https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matthews-fidel-new-york-times/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matthews-fidel-new-york-times/#comments Fri, 02 Dec 2016 13:30:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32976 «Fidel Castro, il ribelle, leader della gioventù di Cuba, è vivo e sta lottando duramente e con successo nell'aspra, quasi impenetrabile roccaforte della Sierra Maestra, nell'estremità meridionale dell'isola», recita l'incipit dell'articolo di Herbert Matthews, pubblicato dal New York Times il 24 febbraio 1957, che smentiva in modo clamoroso la morte di Castro e ne delineava la lotta.

Nel dicembre 1956, al contrario, si supponeva che Castro fosse stato ucciso insieme al fratello Raúl, colpiti subito allo sbarco sulla costa, e che i militari avessero i loro corpi. Almeno così riportava un dispaccio di United Press sul quale la corrispondente Phillips tentennò molto, e si spese invano per non farlo finire in pagina sul New York Times.

La passione di Herbert Lionel Matthews, uno dei corrispondenti esteri più influenti e controversi del XX secolo con alle spalle i campi di battaglia in Africa ed Europa, si era riaccesa per quello che stava avvenendo nell'isola caraibica. Aveva l'urgenza di andare a vedere con i propri occhi laggiù, oltre i 144 chilometri che separano Cuba dagli Usa, muovendosi dall'ufficio spazioso al decimo piano del Times Building a New York. Molto vicino e coccolato dall'editore Arthur Hays Sulzberger, dopo una vita al fronte, dal 1950 ricopriva il ruolo di editorialista, e ne approfittava per viaggiare e scrivere senza fretta. Nei diciassette anni successivi si occupò soltanto del Centro e dell'America Latina.

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«Fidel Castro, il ribelle, leader della gioventù di Cuba, è vivo e sta lottando duramente e con successo nell’aspra, quasi impenetrabile roccaforte della Sierra Maestra, nell’estremità meridionale dell’isola», recita l’incipit dell’articolo di Herbert Matthews, pubblicato dal New York Times il 24 febbraio 1957, che smentiva in modo clamoroso la morte di Castro e ne delineava la lotta.

Nel dicembre 1956, al contrario, si supponeva che Castro fosse stato ucciso insieme al fratello Raúl, colpiti subito allo sbarco sulla costa, e che i militari avessero i loro corpi. Almeno così riportava un dispaccio di United Press sul quale la corrispondente Phillips tentennò molto, e si spese invano per non farlo finire in pagina sul New York Times.

La passione di Herbert Lionel Matthews, uno dei corrispondenti esteri più influenti e controversi del XX secolo con alle spalle i campi di battaglia in Africa ed Europa, si era riaccesa per quello che stava avvenendo nell’isola caraibica. Aveva l’urgenza di andare a vedere con i propri occhi laggiù, oltre i 144 chilometri che separano Cuba dagli Usa, muovendosi dall’ufficio spazioso al decimo piano del Times Building a New York. Molto vicino e coccolato dall’editore Arthur Hays Sulzberger, dopo una vita al fronte, dal 1950 ricopriva il ruolo di editorialista, e ne approfittava per viaggiare e scrivere senza fretta. Nei diciassette anni successivi si occupò soltanto del Centro e dell’America Latina.

Lo disturbava la censura ferrea imposta dal regime del dittatore Fulgencio Batista, incontrando l’esigenza parallela degli aspiranti rivoluzionari di rivolgersi direttamente alla gente per generare il consenso e dunque moltiplicare la propria forza militare. Per usare le parole del generale Máximo Gómez: «Senza la stampa non arriveremo da nessuna parte».

Ruby Phillips, che aveva ereditato dal marito il ruolo di corrispondente per il New York Times all’Avana, fece pervenire un telegramma a Emanuel Freedman, il redattore degli esteri. Tra le righe, sottraendosi alle maglie della censura che non risparmiava neanche l’ufficio di corrispondenza, convocò Matthews. Castro aveva fatto riferire di essere intenzionato a parlare con un giornalista statunitense nella Sierra Maestra, qualcuno avrebbe dovuto raggiungerlo. Lei, oltre al timore di essere espulsa, era dubbiosa sugli esiti di quella ribellione. Matthews, dopo il via libera del giornale, che coprì le spese del viaggio anche alla moglie, rivelatasi fondamentale per la tutela degli spostamenti isolani, approdò all’Avana sabato 9 febbraio. Per superare le linee militari governative, i due posarono da turisti. Dopodiché il cinquantasettenne Matthews da solo, a piedi, completò la spedizione complicata nel fango della Sierra Maestra.

Il trasferimento dall’Avana durò sedici ore con numerose fermate. Condotto in un luogo impervio in montagna, attese a lungo, al buio, l’arrivo di Castro. Condivisero una colazione e nello spazio di tre ore Matthews aveva in tasca la notizia di portata mondiale, contenuta in sette pagine di appunti manoscritti. Per autenticare la testimonianza chiese a Castro una firma autografa, poi pubblicata all’interno del servizio.

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Matthews, come ricostruisce Anthony DePalma nel libro L’uomo che inventò Fidel, pubblicato dieci anni fa negli Stati Uniti e contestualmente in Italia da Nuovi Mondi Media, era affascinato dai ribelli. Nel 1995, durante un viaggio a New York, Castro fece visita al Times. Scorrendo le pareti con le fotografie e le figure luminose della storia del quotidiano, il Líder Máximo chiese: «Dov’è Matthews?». Lui nell’ultimo giorno in redazione rifiutò qualsiasi forma di commiato. Ai colleghi disse che festeggiare il pensionamento sarebbe stato come andare al suo funerale. Non dimenticò fino alla morte le critiche durissime dentro e fuori dal Times, dopo una carriera gloriosa oscurata dal mito.

La memoria di un osservatore acuto, particolarmente ammirato da Ernest Hemingway già nella Guerra civile spagnola, massima espressione dell’essenza giornalistica e della sua caducità, è scivolata nell’oblio, accusato di antiamericanismo, di aver sbagliato il ritratto del futuro dittatore che per dirla con Galeano era più abituato agli echi che alle voci. L’intervista costituì una svolta, in qualche modo fu la genesi mediatica dell’ascesa castrista. Nelle montagne remote della Sierra Maestra su un monumento marmoreo è inciso: «In questo luogo il Comandante in Capo Fidel Castro Ruz incontrò il giornalista nordamericano Herbert Matthews, il 17 febbraio 1957». Alla morte nel 1977, Matthews risultava disconosciuto nel proprio paese, mentre a Cuba era un’icona della libera stampa.

In realtà dopo lo scoop, in un’epoca radio e televisione iniziavano a contaminare l’influenza dei giornali, Matthews per un periodo breve conobbe l’adulazione, destinata ai futuri volti giornalistici televisivi, raramente riservata in precedenza a una penna della carta stampata.

Quali elementi emergono dalla corrispondenza esclusiva del 24 febbraio 1957, che scrisse la Storia? Lui è l’unico a sapere fino alla pubblicazione sul Nyt: «Questa è la prima notizia sicura, verificata, che Fidel Castro è ancora vivo ed è ancora a Cuba». Innanzitutto Matthews qualifica Castro come il «nemico più pericoloso del Generale Batista»; «centinaia di cittadini altamente rispettati stanno sostenendo il Señor Castro»; «si sta sviluppando in tutta Cuba un formidabile movimento di opposizione al Generale Batista»; «Fidel Castro e il suo Movimento del 26 luglio sono il simbolo ardente di questa opposizione al regime»; «da una valutazione dei fatti, il Generale Batista non ha la possibilità di soffocare la rivolta di Castro». Dopo i numerosi editoriali nei quali aveva stigmatizzato la censura di Batista, coglie l’occasione per ribadire che la stampa non si silenzia: «Questo resoconto, insieme agli altri che verranno, romperanno la censura più dura nella storia di Cuba».

Matthews tratteggia poi le difficoltà socioeconomiche dell’isola in cui «la disoccupazione è pesante» e «la corruzione è dilagante». Esprime alcune valutazioni sul movimento rivoluzionario, che si definisce socialista con una forte impronta nazionalistica: «Il programma è vago e redatto solo nelle linee generali, ma giunge a un New Deal per Cuba, radicale, democratico e anticomunista». Questo è il passaggio incriminato dall’America maccartista e non solo. Ancora: «La sua è una mente politica prima che militare. Ha una salda idea della libertà, della democrazia, della giustizia sociale, del bisogno di restaurare la Costituzione e indire le elezioni». Il corrispondente rassicura anche sul versante dei rapporti futuri con gli Stati Uniti, virgolettando: «Può esserne certo che non nutriamo alcuna animosità nei confronti degli Usa e del popolo nordamericano. Stiamo lottando soprattutto per una Cuba democratica e per la fine della dittatura».

Secondo l’accusa Matthews, che protesse la segretezza delle proprie fonti e dei luoghi attraversati per giungere al nascondiglio di Castro, l’avrebbe presentato con una partecipazione emotiva distante dal presunto concetto di oggettività e soprattutto avrebbe sottovalutato il pericolo rosso. In una corrispondenza successiva si legge: «Il comunismo ha poco a che vedere con l’opposizione al regime».

Abbiamo parlato con i mormorii più lievi, riporta Matthews evidentemente affascinato: «Castro è un grande oratore. I suoi occhi marroni brillano; il suo sguardo intenso penetra chi lo ascolta e la sua voce restituisce il vivido senso scenico del dramma». Castro si rivolge all’interlocutore, dicendogli che sarà il primo a informare il popolo cubano della loro esistenza: «Lottiamo da 79 giorni e siamo più forti che mai. Il morale dei soldati è basso, ne stiamo uccidendo molti, ma non ci sono esecuzioni sommarie dei prigionieri».

Matthews considerava un dovere professionale l’accesso non mediato ai protagonisti della Storia e ai documenti sensibili, senza spaventarsi dall’assumere posizione nei confronti dell’editore o competitori, riuscendo così a influenzare il discorso pubblico statunitense.

La vicenda, come evidenzia DePalma, corrispondente da oltre trent’anni del Nyt e penna del coccodrillo di Castro, ricorda la mutevolezza della verità, piegata poi al clima della Guerra Fredda, e la natura imperfetta del mestiere che Matthews esercitò sempre con lo spirito e la convinzione di assicurare la veridicità relativa della notizia. Si domandò e domandò poi: «Le metamorfosi di Fidel possono essere mia responsabilità?». Lui a differenza degli altri era stato nella Sierra Maestra, ottenendo l’informazione seppure controversa che nessuno aveva. Castro accreditò l’idea che questi articoli lo avessero avvicinato a prendere il potere, danneggiando ulteriormente la posizione dell’articolista. Per lo stesso Che Guevara il lavoro di Matthews fu più rilevante per i ribelli di una vittoria sul campo di battaglia.

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Nel corso di una visita negli Stati Uniti il Líder Máximo, umiliando Matthews, sostenne che al momento dell’incontro con l’inviato nordamericano il movimento fosse composto da appena una ventina di soldati che lo circondavano e gli giravano intorno. DePalma lo ritiene un eccesso dialettico castrista, Matthews non era così facilmente impressionabile, e a dispetto del titolo del libro Castro avrebbe comunque trionfato.

«Lottò contro l’etichetta pubblica di inventore di Castro. Insistette che nei suoi articoli non aveva fatto altro che dare a Fidel l’opportunità di essere sé stesso, rigettando l’idea che le pubblicazioni avessero garantito un aiuto sovrastimato all’insurrezione cubana», asserisce DePalma.

I principi liberali e democratici di Matthews erano fuori discussione. La sua figura non era associabile a quella di Walter Duranty, corrispondente del Times che nel 1932 vinse il Pulitzer con un servizio su Stalin destituito di ogni veridicità, tuttavia il rapporto con la fonte così primaria, per altri irraggiungibile e ricca di suggestione lo aveva spinto dentro a un cespuglio di spine.

Matthews, classe 1900, genitori di origine ebraica provenienti dall’Europa orientale, crebbe a New York, Manhattan. Dopo essersi arruolato nel 1918, al ritorno in patria si laureò alla Columbia University. Segnava come fondamentale per la sua formazione e visione della vita un libro: Real Soldiers of Fortune di Richard Harding Davis, famoso corrispondente estero del New York Journal e del New York Herald poi, considerato il primo corrispondente di guerra dell’età moderna. La madre gli aveva regalato il libro per un compleanno. Amava studiare Dante.

Nel 1922 c’era un posto vacante di segretario stenografo al New York Times, ma dopo il colloquio Herbert scoprì che l’impiego reale consisteva in quello di segretario del vicedirettore commerciale. All’inizio sognava una carriera da accademico, voleva occuparsi di libri. Nel 1931 il cambio di passo si concretizzò con l’opportunità di trasferirsi in Francia nella sede parigina del New York Times per seguire le notizie economiche finanziarie.

Il percorso umano e giornalistico è stato segnato dall’esperienza nella Guerra civile spagnola. Anche lì nel marzo 1937 realizzò uno scoop, individuando e testimoniando la presenza di soldati italiani combattenti; fu la prima evidenza del sostegno mussoliniano a Franco. In Spagna l’obiettività giornalistica cominciò a mischiarsi con le necessità della lotta, con l’attenzione all’ingiustizia sociale e al contributo che il suo scrivere poteva dare alla causa in cui finì per riconoscersi.

Nel 1961 Matthews entrò nella parabola discendente della propria carriera. La dichiarazione di Castro di essere un marxista leninista fino alla fine della propria esistenza, lo compromise ulteriormente. A causa della paranoia da Guerra Fredda ricevette numerose minacce di morte con un progressivo deterioramento dei rapporti col Nyt, che gli chiese e proibì di coprire l’attualità cubana, ma lui disobbedì. E a proposito di Fidel aveva ormai esplicitato la convinzione che fino a quando sarebbe rimasto al potere Cuba non avrebbe conosciuto democrazia e libertà, stretta anche dal giogo nordamericano. Nel 1967 si congedò dagli uffici di Times Square, ritirandosi sulla riviera francese a scavare tra le proprie memorie.

Nel ritratto, pubblicato a pagina 36 (Herbert L. Matthews dead at 77; Times Correspondent for Decades) del New York Times il 31 luglio 1977, Wolfgang Saxon ci dice che Matthews è morto in Australia ad Adelaide dopo una breve malattia e che pochi giornalisti hanno avuto una carriera del genere. Gli dà atto di aver scritto la verità osservabile nelle circostanze date, tanto in Spagna quanto a Cuba, mettendo a repentaglio la propria incolumità:

«(…) In both cases, as on others occasions, he wrote the truth as he saw it with an observant eye and a keen sense of language».

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Il club di Fidel Castro. Un racconto cubano https://minimaetmoralia.it/ritratti/club-fidel-castro/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/club-fidel-castro/#comments Fri, 02 Dec 2016 07:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32969 “Nell’epoca del capitalismo, succedevano cose che veramente non riusciresti neppure a spiegarti. Ascolta questa, Matteo. È una storia veramente incredibile”. Si mise a sedere e cominciò.

Credo di aver dimenticato poche cose delle tre ore in cui Felix sciorinò uno dei racconti più belli che io abbia ascoltato nelle mie settimane all’Avana. Mi ricordo il tavolo di ferro battuto e il sole che finalmente era tornato dopo tre giorni di diluvi incessanti. E l’amico di Felix, un tipo che veniva a aiutarlo in giardino, una specie di muratore. Era arrivato, si era messo a sedere sulla sedia a dondolo, fumava e Felix gli offrì un caffè e gli spiegò qualcosa a lungo finché quello non scese le quattro scalette e cominciò a lavorare. Io ero seduto lì e mi appuntavo note e stabilivo itinerari e lui, Felix, impugnò la spalliera di una seggiola, fece un cenno a sua moglie Lidia che usciva, vestita di tutto punto, per incontrare non so chi, poi mi guardò e prese a dire: “Nell’epoca del capitalismo…”

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“Nell’epoca del capitalismo, succedevano cose che veramente non riusciresti neppure a spiegarti. Ascolta questa, Matteo. È una storia veramente incredibile”. Si mise a sedere e cominciò.

Credo di aver dimenticato poche cose delle tre ore in cui Felix sciorinò uno dei racconti più belli che io abbia ascoltato nelle mie settimane all’Avana. Mi ricordo il tavolo di ferro battuto e il sole che finalmente era tornato dopo tre giorni di diluvi incessanti. E l’amico di Felix, un tipo che veniva a aiutarlo in giardino, una specie di muratore. Era arrivato, si era messo a sedere sulla sedia a dondolo, fumava e Felix gli offrì un caffè e gli spiegò qualcosa a lungo finché quello non scese le quattro scalette e cominciò a lavorare. Io ero seduto lì e mi appuntavo note e stabilivo itinerari e lui, Felix, impugnò la spalliera di una seggiola, fece un cenno a sua moglie Lidia che usciva, vestita di tutto punto, per incontrare non so chi, poi mi guardò e prese a dire: “Nell’epoca del capitalismo…”

Di tutte le cose che ricordo, quel che non so ora è perché quel mattino Felix volle raccontarmi del Country Club. Forse perché parlavamo spesso di scuola e il racconto sarebbe andato a concludersi proprio con le scuole che presero il posto del Country Club dopo la Rivoluzione. O forse perché la passione di Felix per il sistema educativo era così forte che non poteva fare a meno di tirar fuori aneddoti come quello che sto per raccontare. O forse perché ogni tanto aveva bisogno di ricordare i tempi del capitalismo. Gli capitava spesso, in realtà. Anche a sua moglie Lidia. “Nell’epoca del capitalismo”. Era una specie di formula. Un intercalare temporale che definiva un concetto. Ossia un concetto che aveva a che fare con la storia e che però la storia ormai l’aveva superata. Quel che era capitato a Cuba prima del 1959, infatti, era ormai  diventato simbolo, una specie di immagine paradigmatica di ciò che non sarebbe dovuto accadere mai più. Certo che dopo erano accadute molte cose dure, sgradevoli e anche tragiche, ma nulla che assomigliasse a quello che capitava prima.

Cose che Felix e Lidia conoscevano bene. Erano nati negli anni Trenta e si erano conosciuti dopo la Rivoluzione. Entrambi maestri ma di origini diverse. Lei ragazza della capitale: alla moda, attenta ai gesti e al portamento, attentissima alle parole. Lui contadino della provincia occidentale: sguardo sui campi, attento ai gesti del corpo, attentissimo alle parole. Entrambi maestri, dicevo, entrambi subito cooptati per la grande opera di alfabetizzazione. Felix era uno di quei giovani che la Rivoluzione aveva immediatamente spedito addirittura in montagna a cercare contadini, pastori, uomini e donne sperduti nella selva, chiunque non sapesse né leggere né scrivere. Ma in montagna a quei tempi si sfidava la controrivoluzione. Felix se l’era vista brutta più volte. Aveva rischiato di essere preso da qualche fanatico di Batista. Se lo avessero fermato, la pena per chi portava istruzione in montagna era certa.

Ma non lo avevano preso mai e così aveva potuto conoscere Lidia, maestra in città. Si erano sposati. Avevano vissuto decenni insieme al Vedado, il quartiere residenziale dell’Avana, dove avevano superato ogni prova e anche gli anni più difficili, quelli del período especial, quando Cuba, perso l’appoggio economico dell’Unione Sovietica e isolata dall’embargo di marca statunitense, aveva dovuto trovare il modo di sopravvivere. “Certe volte in tavola ci siamo divisi una patata bollita” mi diceva lui “Mancava tutto. Ma mai, dico mai, caro Matteo, che sia stato tagliato un centesimo di ciò che andava a sanità e istruzione”. Questo doveva essermi chiaro. Questo era diventato chiaro nelle settimane di racconti che mi fece spiegando che l’unica ricchezza di Cuba è la conoscenza, prima di quel mattino in cui cominciò a raccontarmi del Country Club.

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“Vedi, nell’epoca del capitalismo, il Country Club era una specie di istituzione. L’istituzione più esclusiva che esistesse a Cuba. A tal punto che, pensa un po’, successe questo. Un giorno, anzi una sera, arrivò sull’uscio del Club Fulgencio Batista. Ora, tu sai com’era Batista? Guarda, Batista è stato un dittatore, un nemico del popolo cubano. Però, io sono di origini umili, Matteo, sono nato contadino. Io riconosco a ciascuno lo sforzo che ha fatto per emanciparsi da un’origine disagiata. Batista non apparteneva affatto a famiglia benestante. E lavorò tantissimo per fare carriera, per educarsi, per imparare, costruirsi una sua conoscenza delle cose eppoi una reputazione. Questo io, al di là di tutto, glielo devo riconoscere e voglio che si sappia che glielo riconosco. Non accuso Batista integralmente. Penso che ci siano sforzi di grande dignità che ha fatto nella sua giovinezza. Il punto però vedi è che Batista soprattutto non era bianco. Non era neppure scurissimo. Ma insomma aveva pelle un po’ – come dire? – marroncina e non era certo abbronzatura. Lui cercava di spacciarla per abbronzatura. Perché sai, nell’epoca del capitalismo, Cuba era più che razzista. Dunque lui che voleva farsi dittatore e infine ci era riuscito non poteva mostrarsi per quel che era, cioè non bianco. Fingeva. Aveva addirittura escogitato qualche stratagemma per far perdere le tracce della nonna afrocubana tanto pensa che uno dei ritornelli più popolari era “E tua nonna dove sta?”, un ritornello che entrò addirittura in un telefilm. Aspetta, apro una parentesi, ti racconto di questo telefilm”.

Ora, chiunque sia stato a Cuba, e abbia ascoltato un cubano parlare, sa quello che voglio dire e può saltare questo paragrafo. I cubani sono geneticamente narratori, hanno l’oratoria nel dna e chi si stupisce dei lunghissimi e magnifici discorsi di Fidel Castro, oggi, semplicemente non conosce Cuba. A Cuba, se uno ha voglia di raccontare, che sia un raffinato intellettuale o il suo contrario, può coinvolgerti in discorsi narrativamente strepitosi. Ti può parlare per ore e ore, aprendo parentesi e richiudendole, usando tecniche teatrali brillantissime. Curando descrizioni di colori, odori, sapori e minuzie che non sai se ridere o piangere. Pensate a José Lezama Lima e a Paradiso, il suo capolavoro, che peraltro proprio in questi giorni è tornato in libreria. Se affondate nel delirio narrativo di quel libro potrete farvene un’idea letteraria. Altrimenti andate a Cuba e ascoltate. Felix per me è stato il massimo esempio di questa abilità retorica. Usava innumerevoli toni di voce per prendere le parti di donne, uomini, vecchi e giovani. Usava volume e cadenza per calcare sulla sintassi e sul periodare lungo. Sentivi i due punti e le virgolette aperte mentre le mani falciavano l’aria e ti predisponevano all’ascolto di un dialogo. Aveva la capacità di aprire parentesi in cui ti descriveva un luogo con una ricchezza di particolari indecente. Poi richiudeva la parentesi, riprendeva la principale e tirava dritto per qualche altro minuto, prima di perdersi in nuove divagazioni.

Non starò adesso a raccontare del telefilm in cui il ritornello “e tua nonna dove sta?” divenne una specie di slogan diffusissimo e tuttavia clandestino per ridicolizzare il dittatore. La parentesi sul film durò un bel po’ e Felix rideva e ci giocava e sfotteva il dittatore a cui prima aveva già reso l’onore delle armi. Ma insomma, fatto sta che Fulgencio Batista era nero. Lo sapevano tutti. E benché lui facesse di tutto per nasconderlo e benché la sua corte fosse accondiscendente come sempre capita con i tiranni, Cuba nell’epoca del capitalismo restava l’isola più razzista dei Caraibi e nell’istituzione più elitaria dell’isola non erano disposti a fare sconti. Perciò il giorno che Batista arrivò sulla soglia e fece per entrare, il portiere del Country Club disse al dittatore: “Mi scusi Presidente, ma non è permesso”. Lui rimase di stucco. “Io? Non posso entrare io? Io il Presidente della Repubblica di Cuba?” “No, non può entrare, mi scusi, non dipende da me, sono regole del Club, non posso farla entrare” “E perché mai?” “Non è permesso, Presidente, mi perdoni, sono le regole del Club”. Così andò quella sera. Felix me lo raccontava ridendo perché da una parte era assurdo il razzismo cubano ma dall’altra era straordinaria la coerenza e la dignità del Country Club: se quelle erano le regole in vigore in un paese che era diventato il puttanaio di America, che valessero a ogni costo. Molto bene. Batista quella sera fu costretto a fare dietro front. Sdegnosamente, nel suo magnifico vestito bianco (che esaltava ancor di più la presunta abbronzatura), se ne tornò verso la macchina fendendo a grandi passi la scorta che lo aveva accompagnato. Il dittatore di Cuba non era ammesso nel suo club più esclusivo.

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I giorni seguenti, stando al racconto di Felix, furono per Batista giorni di fuoco. Nulla delle questioni politiche di ordinaria amministrazione riempiva i suoi pensieri. Neppure il gruppuscolo di rivoluzionari che assieme a Fidel Castro continuavano a seminare scompiglio sulla Sierra Maestra. Il centro dei pensieri di Batista era costituito dall’origine della sua rabbia e della sua vergogna. Doveva vendicarsi del Country Club. Doveva trovare un modo. E infine il modo lo trovò.

“Qual è la miglior maniera di vendicarsi di chi ti ha umiliato? Non c’è dubbio. Un’umiliazione ancor più distruttiva. Caro Matteo. Quale potrebbe essere il modo di vendicarsi e umiliare il club che rappresenta l’istituzione più elitaria? Non c’è dubbio: creare un’istituzione ancor più elitaria, un club ancor più magnifico, un luogo fatato, fiabesco, divino. Fu quel che decise di fare Batista. Ora, se tu oggi o domani andrai a visitare i luoghi che furono del Country Club, Matteo, ti renderai conto dell’immensa bellezza di quei campi, le colline, le palme, la vegetazione, il manto di erba perfettamente curato ancora oggi che quegli spazi non sono più occupati da un circolo di golf ma dal fiore all’occhiello delle scuole d’arte cubane. Be’, allora? Come fare a trovare un posto migliore, ancora più bello e soprattutto vicino, così vicino da schiacciare e distruggere il Country Club? Dillo. Sai immaginarlo? Pensaci. Vediamo se riesci a farti venire in mente l’idea che esaltò Batista e gli fece credere che ce l’avrebbe fatta. Che dici? Indovini? Be’ lui ci pensò giorni. A te non posso dare giorni interi. Te lo dirò io. Il posto più impensabile: sul mare”.

Batista mise al lavoro una squadra di ingegneri, architetti, visionari creatori di giardini e tutti quelli che avrebbero potuto realizzare la sua impresa. Costruire un’isola artificiale, sul mare, proprio davanti al Country Club dove aprire il suo club, il suo circolo di golf, un luogo fiabesco e perfetto, un posto dove chiunque avrebbe pensato di trovarsi in un film o in un libro di favole, un luogo fuori dall’immaginazione, un sogno alla Gatsby, un’utopia, un’atopia anzi, perché non ci fu luogo in cui si riuscì a metterla in pratica  infine e non perché gli sforzi dell’équipe messa assieme da Batista fallirono ma perché nel frattempo qualcos’altro dovette prendere il posto dei pensieri del dittatore: Fidel Castro. Altro che sogni. Quando la rivoluzione trionfò il progetto non era che all’inizio e non avrebbe mai più visto la luce.

“Sai Matteo, la notte in cui Batista fuggì era capodanno. La festa era organizzata e nessuno aveva avvertito del pericolo ma Batista sapeva e fuggì. Un aereo era pronto per portarlo a Santo Domingo. Se la filò lasciando ogni cosa incompiuta. Del resto era già da due anni che Fidel giocava con lui come il gatto col topo. Io credo che Fidel cominciò a vincere definitivamente già all’inizio del 1957 quando diede quella famosa intervista al New York Times. La conosci la storia dell’intervista a Herbert Matthews? L’hai letta? Ma sai come andarono le cose? Ah, Matteo, tutto ti devo raccontare”.

L’ennesima parentesi di Felix in quelle tre ore di un anno fa è strepitosa e devo dare qualche cenno. Il celebre scoop con cui Matthews raccontò del leader rivoluzionario che si diceva pronto a prendere il potere potete trovarla ovunque in rete e non sta a me ora darne conto. Mi stupisce solo pensare che in questi giorni, mentre si scrive tanto di Fidel Castro, nessun quotidiano e nessuna rivista abbia pensato di ripubblicarne almeno qualche stralcio. Ma insomma, la cosa divertente secondo Felix non fu tanto quel che Castro disse al giornalista americano, infatuandolo, stregandolo, convincendolo di ragioni talmente semplici e evidenti che difficilmente gli si sarebbe potuto dar torto (la politica che Castro adottava con i soldati di Batista presi durante gli scontri per esempio. Rilasciarli dopo aver spiegato loro che avrebbero combattuto per una Cuba democratica e per uno stipendio che non fosse da fame. Le diserzioni salirono esponenzialmente). Gli aspetti divertenti furono quelli ingannevoli. Tutta la messinscena con cui si fece credere al giornalista che una rete molto ben rodata attraversasse l’isola, la rete che permise a Matthews di incontrare Castro dato da molti per morto. E soprattutto la messinscena durante l’incontro. Quando Castro organizzò le sue sparute truppe in maniera tale che comparivano e scomparivano, riapparivano e salutavano, presentandosi al Comandante come truppe ogni volta diverse per lasciar credere a Matthews che l’organizzazione sulla Sierra Maestra fosse ben più cospicua di quanto in effetti non fosse. Felix modulava la voce per ciascun soldato che si presentava a Castro dando notizie di una certa colonna per poi sgattaiolare via e spingere altri a farsi vivi con la medesima divisa sfilata e reindossata e tutti gli artifici che secondo Felix Castro escogitò per mostrare a Matthews una realtà ben diversa da quella che in effetti non era.

Comunque secondo Felix fu da quel 17 febbraio del 1957 che Batista entrò in crisi. Era certo che Castro fosse morto e se lo ritrovava più vivo e organizzato che mai. Aveva sbagliato a liberarlo, anni prima, convinto dai gesuiti. Avrebbe pagato il suo errore. E così visse i due anni successivi nel crescente timore che i barbudos potessero seriamente distruggere tutti i suoi sogni. Chissà se immaginava di dover lasciare la grande incompiuta, ossia il circolo di golf con cui aveva sognato di umiliare il Country Club. Certo che alla fine, fuggendo in quella notte di capodanno, dovette ripensarci. Forse dall’aereo vide brillare le luci sul molo che avrebbe dovuto portare all’isola? Forse diede un’occhiata eppoi pensò al suo futuro, alla Spagna di Franco che lo avrebbe accolto e gli avrebbe concesso ancora quattordici anni di vita, vita agiata ma nell’oblio, un oblio che tentò di rompere scrivendo libri sul presunto tradimento di Cuba. Inutile cercare di immaginare i suoi pensieri in quella notte, comunque. Se pensò al molo o meno poco importa. Quel che importa è che noi ancora oggi possiamo intravederlo, quell’unico visibile superstite del sogno di Batista. Felix mi spinse a cercarlo, davanti alla fermata dei bus di Playa, dove sarei arrivato in una mezzoretta quel mattino per andare a visitare la scuola di belle arti che aveva preso il posto del Country Club.

Non si rendeva conto, Felix, che quel mattino era già finito col suo lunghissimo racconto. Glielo dissi e lui battè le mani sul tavolo corrucciandosi. Ma non doveva preoccuparsi. Sarei andato l’indomani. Mi andò bene, fra l’altro. Il tempo era ancora più bello. Ormai le piogge erano passate davvero. Il cielo era terso, l’aria quasi fresca al mattino presto e io presi uno di quei taxi collettivi cubani che sono l’anima dell’Avana con la loro carcassa anni Cinquanta, la gente dentro che si racconta storie, i finestrini aperti nel vento del mare e la portiera da chiudere con estrema grazia perché la carrozzeria di quei confettoni motorizzati è la cosa più delicata del mondo e nessun torto è peggiore per un cubano che sbattere la portiera con noncuranza come siamo abituati a fare noi con le nostre automobiline di plastica. Presi uno di quei macchinoni fermandolo sul ciglio di Línea con il gesto che Felix mi aveva spiegato, un gesto che lascia capire all’autista dove sei diretto, mimica fisica da imparare con cura. Arrivai a Playa e rimandai la ricerca del molo a più tardi. Nel piazzale zeppo di bus, baracchette di venditori, mercanzie, banchi improvvisati e strambe opere d’arte disseminate qua e là, cercai il bus che mi portasse poche fermate verso l’interno. Saltai a bordo, attraversammo campi su cui si aprivano fattorie statali, cartelli su cui era scritto “La Agricultura es la ciencia de las oportunidades”, viottoli e casette e una bella statua in gesso di Che Guevara che una signora mi indicò: “Sai chi è quello? Bob Marley” disse e scoppiò in una fragorosa risata. Arrivai all’ingresso del CNEArt, il Centro Nacional Escuelas de Arte, in pochi minuti. Chiesi della direttrice della scuola di danza. Mi lasciarono entrare indicandomi il percorso da seguire.

Ecco il Country Club. Gli immensi campi, la vegetazione che mi aveva descritto Felix, i prati tagliati per bene, le colline, i fiumiciattoli, i ponticelli. Impianti di irrigazione spazzavano il cielo formando cenni di arcobaleno. Ragazzi e ragazze camminavano qua e là fra i grandi padiglioni disseminati tra le colline che un tempo avevano ospitato l’istituzione più elitaria di Cuba. Superai la scuola di musica e quella di balletto. Intravidi lontano – così almeno assicuravano i cartelli – la scuola di arti plastiche. Da qualche parte doveva esserci anche la scuola di teatro. Ma io tirai dritto lungo la strada che mi avevano accuratamente illustrato all’ingresso per raggiungere la scuola di danza. Qui, mi accolse Luisita, la direttrice. Mi fece vedere la mensa dove mangiavano ragazzi dai 16 anni in su, mi spiegò come venissero selezionati nell’isola i migliori ballerini. Elencò i corsi, le età. Tutto quello che lo Stato offriva ai ragazzi. Anni di corsi di livello altissimo. Vitto e alloggio ovviamente. Nessun bisogno inevaso. Mi disse i numeri delle scuole, le centinaia e centinaia di fortunati, ammesso che fosse la fortuna ciò che ricompensava lo sforzo e che andava di pari passo al talento quando il talento viene forgiato nello studio. Insomma, il merito. Mi portò a vedere i padiglioni. Spiegò che erano stati progettati da architetti italiani. Sciorinò nomi. Si aprivano sale dove ragazzi e ragazze si esercitavano. Corpi di bellezza inaudita. Sudore. Sforzi sublimi. Maestri e maestre concentratissimi. Prove, esami, la durezza della danza. Poi mi spinse fuori e indicò i campi e mi disse: “Sai come è nato tutto questo?” Io lo sapevo ma finsi. Così lei, mentre gli occhi le si illuminavano, mi raccontò la stessa storia che con cui aveva concluso le sue tre ore Felix il giorno prima, ossia quella del mattino in cui Fidel Castro era stato portato al Country Club.

Era arrivato lì in una giornata meravigliosa. Forse bella come adesso, più di mezzo secolo dopo. Forse anche lui aveva vagato come me fra campi e colline, attraversando i ponticelli che erano stati negati a Fulgencio Batista. L’invito era stato ufficiale. Probabilmente il club sperava di sopravvivere. Magari il golf poteva continuare a esistere anche con i tempi nuovi che arrivavano. Accompagnarono Castro con tutti gli onori indicandogli ogni cosa mentre lui ascoltava in silenzio. Sembrava pieno di felicità. Lo spinsero di qua e di là e lui si lasciò portare finché non lo invitarono a entrare nella casina sociale, mostrandogli la porta a cui il dittatore non era mai stato ammesso. A quel punto però, per la sorpresa di tutti, Castro volle fermarsi sull’uscio. Irremovibile, sorrise a tutti e disse che per lui la visita era finita. Spiegò che era felicissimo di aver potuto vedere per la prima volta in vita sua quel posto di cui tante persone avevano tessuto elogi. Aggiunse con enfasi che era davvero uno spazio straordinario, di straordinaria bellezza. “Tanta bellezza non deve essere persa” disse alla fine “Costruiremo qui nel modo migliore che sia per noi possibile spazi per ospitare le scuole d’eccellenza del paese. Tanta bellezza deve ispirare l’arte”.

Ringraziò tutti, si diresse verso l’automobile con cui era arrivato e tornò verso il centro dell’Avana.

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E Cuba aspetta Godot https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/e-cuba-aspetta-godot/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/e-cuba-aspetta-godot/#comments Mon, 15 Feb 2016 06:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29959 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

L’AVANA. A un certo punto, dopo più di due settimane a cercare il volto di quella che chiamano “la nuova Cuba”, tutto mi appare improvvisamente chiaro. Sono a Miramar, il quartiere delle ambasciate, a casa della scrittrice che ovunque in Europa chiamano per capire qualcosa di quest’isola caraibica che esattamente da un anno ha ricominciato a parlare con gli Stati Uniti dopo oltre mezzo secolo di gelo.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

L’AVANA. A un certo punto, dopo più di due settimane a cercare il volto di quella che chiamano “la nuova Cuba”, tutto mi appare improvvisamente chiaro. Sono a Miramar, il quartiere delle ambasciate, a casa della scrittrice che ovunque in Europa chiamano per capire qualcosa di quest’isola caraibica che esattamente da un anno ha ricominciato a parlare con gli Stati Uniti dopo oltre mezzo secolo di gelo.

Wendy Guerra si definisce “uno dei tre Moschettieri di Cuba”. Molto spesso infatti si ritrova assieme agli altri due scrittori simbolo – Gutiérrez e Padura – per raccontare all’estero una patria che ama e odia, un governo in cui non ha mai creduto, e un sogno che, a suo dire, era una semplice utopia di cui però molti occidentali mantengono un’idea romantica. Ma non è questo a colpirmi nell’attico in cui Wendy Guerra passa le sue giornate a lavorare. È che improvvisamente, quando alludo a un confronto fra l’estrema povertà dei cubani e l’estrema povertà degli europei (un dato inconfutabilmente favorevole ai cubani), lei salta su e con durezza mi dice: “Pretendo che non mi si chieda di fare alcun confronto con l’Europa. Non ha senso. E del resto: voi cercate di capire Cuba, ma questo è un paese senza capo né coda e siamo noi i primi a non capirlo”.

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Taccio. E penso che in una sola frase, mi sono finalmente trovato davanti a due idee che man mano, in questi giorni, si stavano facendo largo attraverso il caos dei paradossi che contraddistingue Cuba. Da una parte, la complessità immane che segna questa realtà, a tal punto intrisa di contraddizione da risultare sostanzialmente incomprensibile. E dall’altra, il disinteresse quasi completo dei cubani verso l’Europa, come se, a parte quel mondo opulento dove alcuni sono fuggiti, il resto fosse avvolto in una nube che a pochi interessa davvero dissolvere. Come capirci qualcosa allora? Se la misura è la contraddizione tanto che gli stessi cubani si arrendono di fronte al bisogno di capire se stessi, e se qualsiasi confronto è impossibile e nessuna unità di misura esterna è accettata, dove trovare un filo?

Ma vie imponderabili si aprono all’improvviso proprio quando sembra che tutto sia perduto. E così, per caso, mentre Wendy si alza per preparare un caffè e io mi guardo attorno tra fotografie d’autore e pezzi d’arte, a un tratto faccio il nome di un uomo con cui ho pranzato giorni prima, un cubano molto interessato all’Europa, un personaggio unico e dalle mille vite: Pepe Horta. Allora, di nuovo, Wendy salta su, scrolla le spalle e mi fa: “Ti sei trovato bene con questo Pepe qui. Ma Pepe non è uno. Pepe è mille. C’è un Pepe per ogni sua età e ogni mondo in cui ha vissuto. Chissà. Forse la prossima volta che tornerai, troverai un nuovo Pepe. Perché vedi: Pepe è contraddittorio e multiforme come Cuba. Pepe è Cuba”.

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(Pepe Horta)

Chi è Pepe Horta allora? E perché ci può spiegare Cuba meglio di qualsiasi altro dei mille personaggi che affollano le strade dell’Avana? Quando mi ha invitato a pranzo a casa sua, diluviava. Non lo avevo mai visto prima. Avevamo soltanto amici comuni che mi avevano consigliato di non lasciare l’isola senza averlo conosciuto. Ma lui che interesse poteva avere a invitarmi addirittura a pranzo? “Un ospite qui che vuole capire Cuba?” mi ha detto al telefono “Non si può che partire dalla cucina e io cucinerò per te”.

Poi ha cambiato discorso. Ha ripetuto che in un diluvio del genere non potevo muovermi. Dunque con la vecchia auto russa è venuto a prendermi. Pochi isolati tra le vie a scacchiera del Vedado e eccoci a casa sua, una specie di galleria d’arte. “I miei amici artisti mi lasciano qualcosa in cambio di ospitalità” ha detto “E molti poi sono regali del cosiddetto “gruppo degli anni Ottanta”, artisti che io in quel periodo contribuii a lanciare. Adesso però sono interessato soprattutto alla gastronomia come forma d’arte. Tornando a Cuba due anni fa ho deciso di riscoprire l’isola e questo è uno dei passi decisivi”. Sì perché per quasi vent’anni Horta ha vissuto tra gli esuli di Miami, benché prima fosse stato un pilastro della cultura di stato.

Ma andiamo con ordine. Se per capire Cuba dobbiamo capire Pepe, è bene prima scandire le tappe della sua biografia. Nato nel 1952, il giovane Pepe è un ottimo studente di chimica quando nel ‘69 lo Stato lo invia a specializzarsi in Ungheria. Lì vive quattro anni. Abbastanza per capire che la sua strada è un’altra, tornare all’Avana e votarsi all’arte. Inizia a lavorare all’Istituto del Cinema di Cuba, collabora con Alfredo Guevara, grande personalità del cinema cubano fin dal trionfo della rivoluzione nel 59, entra nell’organizzazione del Festival del cinema latinoamericano finché, nell’85, segue Guevara a Parigi in qualità di promotore culturale per l’Unesco.

Tra l’85 e l’89 organizza esposizioni ovunque, gira il mondo, in Italia diventa amico di Gillo Pontecorvo e Inge e Carlo Feltrinelli, e quando torna all’Avana, assume la direzione del Festival del Cinema. Sono anni trionfali che culminano con il successo straordinario di Fragola e Cioccolato, storia di amore omossessuale ai tempi del socialismo. Il film segna una tappa decisiva nella storia di Cuba e di Pepe. Lui infatti, nel gennaio del 94, a Berlino non esita a vendere la pellicola alla Miramax, senza parlarne con gli esponenti del governo. Pochi mesi dopo, partendo per il Messico, viene fermato troppo a lungo dalla polizia, così quando sale in aereo, decide di non tornare più indietro. Iniziano gli anni di Miami dove con l’unica cosa che ha in mano – pellicole per un documentario su Cuba – realizza una sua idea di locale notturno dove la musica e il cinema vadano di pari passo. Si chiama Cafè Nostalgia. I migliori musicisti suonano lì, il jet set lo frequenta, i cubani più violentemente anticastristi lo contestano. Diventa il club per antonomasia delle notti di Miami. Finché la nostalgia smette di essere soltanto un nome.

È il 2013. L’anno del ritorno all’Avana, della riscoperta di Cuba e dei nuovi progetti. “Vorrei aprire una specie di polo artistico a Viñales (ovest dell’Avana). Vorrei fare serate di cucina nelle notti di luna piena sul terrazzo di casa. Vorrei fare altre cose. Ho mille idee. L’iniziativa privata sta trasformando l’isola”.

 

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Quello a cui allude Horta è la vera grande novità di Cuba – che nulla ha a che vedere con la svolta nei rapporti con gli Stati Uniti, una svolta per ora solo diplomatica e mediatica. La parola decisiva è cuentapropismo: la dimensione dei lavori “per conto proprio” che da cinque anni il castrismo raulista ha liberalizzato assieme a compravendita di automobili e case. Il mio tour nell’apice di questo mondo, ossia tra i locali che stanno cambiando il volto dell’Avana, l’ho fatto con un giovane giornalista della nuova fonte di informazione cubana, il giornale online OnCuba: Abraham Jiménez Enoa.

Eravamo in coda (una delle eterne code cubane, dove nessuno ha fretta, nessuno si lamenta, perché soprattutto si socializza) al locale del momento: FAC, la Fabrica de Arte Cubano, un labirinto postindustriale di spazi per musica, teatro, architettura, fotografia, pittura. Un locale molto global, insomma. Abraham mi raccontava di non aver fatto esperienza di censura come uno se la immagina, ma semmai dell’idea che di certe cose si parla e di altre no. Anche questo molto global – gli dicevo io. Quel che mi interessava però era il locale notturno. Abraham mi spiegava che fino a pochi anni fa per le loro serate c’era solo il Malecón (il celebre lungomare) e le scale di casa su cui sedersi a prendere una birra. Oppure i locali turistici affollati di jineteras (le ragazze cubane in cerca di uomini ricchi).

Adesso che il cuentapropismo  ha preso il largo, gli spazi dove mangiare, bere, incontrarsi, ascoltare musica si sono reduplicati e la vita è cambiata completamente. Ma non di soli locali si tratta. Pepe Horta me lo avrebbe spiegato infilando uno stuzzicadenti nella carne morbida del pollo speziato. “Ci sono cose che lo Stato non può produrre. Gli stuzzicadenti per esempio. Non c’erano. E i bottoni? Può, lo Stato, occuparsi della produzione di bottoni?” Bottoni no, ma il minimo indispensabile per vivere sì. Questo me lo hanno ripetuto in molti, spiegandomi ogni dettaglio di uno dei più discussi simboli della rivoluzione: la libreta, la tessera annonaria, un mezzo che ancora consente a tutti indistintamente di procurarsi ogni mese una certa quantità di beni fondamentali alla sussistenza.

Le contraddizioni di Cuba vengono a galla immediatamente, quando si parla di libreta, perché, per quanto criticata e ridicolizzata, e benché fosse prevista già la sua abolizione da un anno, essa è ancora un mezzo di cui moltissimi non potrebbero fare a meno. A due passi da FAC, per esempio, c’è la baraccopoli più centrale dell’Avana. Si chiama Fanguito perché il fango la invade di notte quando le maree del fiume Almendares salgono. Il censimento di dieci anni fa enumerava centonovantanove abitazioni di cui una sola legale. Baracche in legno e lamiera, sentieri, saliscendi e al centro la baracca di Tomás, un cieco nativo di Santiago che sarà il protagonista del primo numero di una rivista di giornalismo narrativo che alcuni giovani cubani stanno preparando per accettare la sfida del tipo di narrazione che è la vague latina da qualche anno (riviste come il Malpensante colombiano e il Gatopardo messicano insegnano). Tomás senza libreta non potrebbe vivere. Negli spazi oscuri in cui si aggira da padrone difendendosi dalle piogge, impreca contro quelli che gli saltano sul tetto per cogliere i frutti dell’albero di mango ma impreca ancora di più se uno osa contestare la libreta.

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(Tomás, il cieco di Fanguito)

Tra i viottoli di Fanguito all’ora di pranzo potreste anche osseravare un altro straordinario paradigma dell’unicità cubana. Quando le scuole chiudono infatti decine di ragazzini compaiono con i libri sotto al braccio, perfettamente vestiti nella divisa che unisce tutti gli studenti di Cuba: pantaloncini o gonna giallo ocra, camicia bianca. È il famoso vanto della rivoluzione assieme alla sanità. E io vado a studiarlo nel posto più incredibile che abbia mai visto. Lontano da Fanguito, oltre anche Miramar, all’estremità di Playa, si aprono spazi di bellezza stupefacente.

Qui, “all’epoca del capitalismo” (l’intercalare temporale più usato da una certa generazione), c’era il Country Club, il golf più esclusivo dell’Avana, a tal punto esclusivo che, seguendo alla lettera i dettami della razzistissima Cuba, non fu ammesso all’ingresso neppure il presidente dittatore Fulgencio Batista. Preso il potere, Fidel Castro si fece un giro su quei campi e disse: “Tanta bellezza potrebbe ospitare solo l’eccellenza artistica del Paese. Progettiamo e costruiamo”. Quel che ne è venuto fuori nel 1962 è il CNEArt, il Centro Nacional Escuelas de Arte – gratuito ovviamente –, che mette assieme i più meritevoli dai quindici anni in su.

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Mi racconta ogni cosa Luisa Maria Olivares, direttrice della scuola di danza, una delle cinque assieme a balletto, musica,  teatro e arte plastica. Ragazze e ragazzi che escono dalla mensa la salutano come una madre, nelle grandi sale ci si allena e si balla, musiche di ogni genere si confondono tra i viali e lei mi mostra come un’utopia possa diventare realtà. “Non ho sfere di cristallo per osservare il futuro ma tutto questo non può certo finire”. Io domando: secondo qualsiasi trattato di politica dall’antichità a oggi, il dittatore taglia l’istruzione. Perché in occidente si taglia innanzitutto in istruzione (e sanità) mentre a Cuba, anche durante gli anni durissimi del “periodo speciale” (dopo il crollo dell’URSS e la fine dei rapporti economici con l’est), non si è mai tagliato in istruzione (né sanità)? “Perché Cuba non ha risorse naturali. L’unica sua risorsa è la conoscenza” mi dice lapidario un settantacinquenne che partecipò alla prima campagna di alfabetizzazione, sfidando i controrivoluzionari sulle montagne dell’interno pur di insegnare a leggere e scrivere a chi era più lontano dalle città.

La politica cubana da questo punto di vista è sempre rimasta la stessa. Non esiste paesino in cui non ci sia una scuola. Anche se non c’è angolo di Cuba dove non sia possibile trovare maestri e medici che in questi ultimi anni hanno abbandonato, fuggendo stipendi bassissimi, per affrontare la sfida del cuentapropismo. Maestri e medici devono essere pagati di più – lo ripete chiunque. Uno scrittore molto prolifico e amato, José Miguel Sánchez Gómez, in arte Yoss, si lascia prendere dall’entusiasmo quando parla di quello che era il vanto del Paese e che rischia di essere spazzato via dalla necessità. “Siccome scrivo di fantascienza, ti dirò il mio incubo. È una distopia: un futuro in cui, dopo l’apertura agli Stati Uniti e la perdita di maestri veri e competenti, Cuba diventa come Porto Rico, una specie di colonia, senza più storia né cultura. Máximo Gómez (patriota delle guerre d’indipendenza cubane di fine 800) diceva che Cuba o non arriva o supera se stessa. Ho il terrore che oltrepassi, si superi, e si disintegri. In fondo sarebbe bello se si potesse trovare un compromesso. Non il capitalismo sfrenato. Né questo socialismo. Ma il socialismo scandinavo del Novecento. Però ci vorrebbero le teste scandinave. Nonché i loro soldi”.

Che ne pensa Pepe Horta? Quando gli spiego che da più parti e non solo da Yoss ho visto l’immenso orgoglio cubano incarnarsi nel terrore di fare la fine di Porto Rico, siamo al Cocinero, il ristorante del momento, proprio accanto a FAC. “Ti dirò quel che penso ancora una volta attraverso l’arte della gastronomia” dice lui “Nei miei anni a Parigi, partecipai a riunioni che mi hanno insegnato molto. Ministro della cultura, al tempo, era Jack Lang. Dominava il terrore che Mc Donald’s potesse travolgere Parigi. Cosa fece Lang? Invitò a una riunione i principali esponenti fra i proprietari di bistrot e bar. Li rassicurò. Mc Donald’s non avrebbe avuto il diritto di usare insegne giganti. Ma non gli avrebbero chiuso le porte. L’importante era invece difendere la gastronomia francese. Chiese a tutti di abbassare i prezzi e rilanciare il panino francese in grande stile. Ecco. Non serve a nulla vietare. Non si può che andare avanti. Vietando ci si pesta i piedi da soli. Lo sai che il panino cubano si è conservato a Miami e non a Cuba? Le politiche culturali passano anche attraverso queste scelte”.

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(Pepe Horta)

Ma allora quale pensa che sia il futuro di Cuba, Pepe? Se Pepe è Cuba come dice Wendy Guerra, nessuno meglio di lui dovrebbe rispondere. Ma stavolta quel che dice è duplice. E soprattutto perché da una parte passa attraverso la parola, dall’altra attraverso un gesto. “Raul Castro vuole lasciare. E ho l’impressione che stia lavorando molto bene per una Cuba forte e capace di affrontare le sue sfide. Io sono ottimista. Bisogna essere ottimisti. Se non si è ottimisti non si cambia mai nulla”. Poi guarda l’ora e mi mostra il suo iWatch. Gli chiedo spiegazioni. Gli dico che parte del fascino di Cuba per noi vecchi europei sta in quel progresso che ancora non l’ha dilaniata. Per esempio internet. La difficoltà di connettersi ci risparmia lo spettacolo di esseri umani che girano per le città chiusi su uno smartphone. E intanto i luoghi dove invece ci si connette comprando una tessera per il wifi sono immense piazze molto giovanili dove la gente s’incontra. Internet ha ancora un potere aggregante qui. Lui dice di sì, che è d’accordo. Ma anche questo cambierà. È inevitabile. Mi spiega che del suo orologio non gli importa nulla. Però lui vuole conoscere la tecnologia e dominarla. E solo avendo al polso un iWatch può conoscerlo e dominarlo. Ma poi? Poi quando ne saprà tutto… “Ho una nipote”. Si sfila l’orologio e lo posa in tavola. “Un regalo per lei. Così finalmente potrò rimettermi quello di mio padre. Che è molto più bello”. Cuba o non arriva o si supera. Forse quel che ci dice Pepe Horta è che Cuba si lascerà alle spalle anche Porto Rico. Ma poi, in qualche imprevedibile modo, saprà tornare indietro.

Excursus: Cosa succede a Cuba dopo l’accordo con gli Stati Uniti

Cosa è cambiato a Cuba da un anno a questa parte, da quando Raul Castro e Barack Obama hanno annunciato, nel giorno del “viejito”, San Lazzaro, che le relazioni fra Cuba e Stati Uniti sarebbero riprese dopo oltre cinquant’anni di implacabile odio? A considerare con attenzione le mosse ufficiali verrebbe da dire: quasi nulla. Hanno riaperto le ambasciate. Il limite delle rimesse dei cubano americani è stato alzato. È di poco più semplice procurarsi un visto dagli Stati Uniti a Cuba.

Per il resto, l’embargo è ancora in piedi, monolitico come sempre, il “bloqueo” che i cubani definiscono colpevole di genocidio. E ancora in piedi è la legge che permette a ogni cubano che metta piede sul suolo americano di prendere la cittadinanza statunitense. E ancora in piedi è il Cuban Medical Professional Parole, il provvedimento stabilito sotto Bush Jr. con cui si spingono i medici cubani impegnati in missioni nei paesi del Terzo Mondo, ad abbandonare il campo e ricevere cittadinanza USA.

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Le mosse in effetti sono state soprattutto mediatiche. Scambi di prigionieri eccellenti. E soprattutto il lavoro di apertura sullo sport nazionale cubano, il baseball, per concretizzare la prospettiva che i migliori giocatori cubani possano giocare nella MLB (Major League Baseball) senza dover fuggire e cambiare cittadinanza. Proprio questo è stato l’atto simbolico a un anno dal disgelo. Lo sbarco all’Avana di giocatori amatissimi (come Yasiel Puig e Brayan Peña), accolti con tutti gli onori nonostante fossero fuggiti rocambolescamente per mai più tornare. Spettacolo, insomma, e poco altro. O forse molto altro, dipende dai punti di vista. Un enorme numero di cubani, infatti, nell’ultimo anno, temendo che Obama possa cambiare la legge sull’immigrazione, ha deciso di lasciare l’isola per inseguire il sogno americano. Il numero degli addii è spaventoso. Oltre 40.000: la fuga più massiccia negli ultimi dieci anni. I problemi si sono riverberati sul Centro America. Da novembre, oltre 8000 cubani sono bloccati in Costarica, vista la fermezza con cui il Nicaragua ha deciso di vietare ogni passaggio sul suo territorio.

Un piano per risolvere la situazione è stato messo a punto in questi giorni. Ma la prospettiva di un arrivo in massa preoccupa Miami che ha chiesto l’aiuto del governo centrale. I numeri parlano di un’ondata di arrivi seconda solo all’immenso esodo del 1980 quando Fidel Castro spinse quelli che ribattezzò gusanos, ossia vermi, a lasciar pure la patria, e riversò sugli Stati Uniti, dal porto di Mariel, una massa di criminali comuni che erano chiusi nelle carceri sovraffollate di Cuba.

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Il comandante biondo. Breve storia di William Alexander Morgan https://minimaetmoralia.it/ritratti/il-comandante-biondo-breve-storia-di-william-alexander-morgan/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/il-comandante-biondo-breve-storia-di-william-alexander-morgan/#comments Fri, 17 Aug 2012 08:45:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8583 Pubblichiamo un testo di Giulio D'Antona su William Alexander Morgan.

di Giulio D'Antona

Sono due gli stranieri ad aver raggiunto il grado di comandante, nella Cuba rivoluzionaria. L'altro è Ernesto Guevara.

C'è questa foto, in bianco e nero. Fidel è seduto in quel suo tipico modo debosciato, sorride e applaude. È l'unico barbudo ancora fedele al termine. La Sierra è lontana, non tanto nel tempo, quanto nella fatica e nelle battaglie. Santa Clara è ieri, ma sembra passata una vita.

L'uomo davanti a Fidel non è cubano, e si vede. Ma nemmeno sudamericano. E si vede. È biondo, alto un metro e novanta abbondante, la mascella squadrata da marmittone statunitense. Comandante William Alexander Morgan. Ha la faccia di chi ha combattuto, ma non quella che ci aspetteremmo da uno che ha assaltato un treno carico di armi governative a capo del Segundo Frente Nacionàl, spalla a spalla con il barbudo – anche lui uno dei pochi a mantenere lo status – Guevara, e ha tenuto d'assedio una cittadina per tre giorni, nel corso della battaglia conclusiva che dopo sei anni di guerriglia ha coronato il sogno rivoluzionario. Ha più l'aria di uno che ha bombardato la Corea. Eppure è stato lì, in prima linea assieme ai simboli del socialismo internazionale, unico yankee dalla parte sbagliata del fronte.

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Pubblichiamo un testo di Giulio D’Antona su William Alexander Morgan.

di Giulio D’Antona

Sono due gli stranieri ad aver raggiunto il grado di comandante, nella Cuba rivoluzionaria. L’altro è Ernesto Guevara.

C’è questa foto, in bianco e nero. Fidel è seduto in quel suo tipico modo debosciato, sorride e applaude. È l’unico barbudo ancora fedele al termine. La Sierra è lontana, non tanto nel tempo, quanto nella fatica e nelle battaglie. Santa Clara è ieri, ma sembra passata una vita.

L’uomo davanti a Fidel non è cubano, e si vede. Ma nemmeno sudamericano. E si vede. È biondo, alto un metro e novanta abbondante, la mascella squadrata da marmittone statunitense. Comandante William Alexander Morgan. Ha la faccia di chi ha combattuto, ma non quella che ci aspetteremmo da uno che ha assaltato un treno carico di armi governative a capo del Segundo Frente Nacionàl, spalla a spalla con il barbudo – anche lui uno dei pochi a mantenere lo status – Guevara, e ha tenuto d’assedio una cittadina per tre giorni, nel corso della battaglia conclusiva che dopo sei anni di guerriglia ha coronato il sogno rivoluzionario. Ha più l’aria di uno che ha bombardato la Corea. Eppure è stato lì, in prima linea assieme ai simboli del socialismo internazionale, unico yankee dalla parte sbagliata del fronte.

Morgan è nato a Cleveland – Ohio, nel 1928. A Santa Clara ne aveva trenta. Dopo qualche anno di guai con la legge, sempre dentro e fuori dai comandi di polizia, si è arruolato nell’esercito e ha servito in Giappone verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Congedato con disonore nel 1948, e non è dato saperne di più. La sua avversione al regime militaresco, comunque, è risultata da subito evidente. Un soldato svogliato, poco incline ad eseguire gli ordini, poco incline a tenere la camicia nei pantaloni. Qualcuno ha supposto che fosse addirittura un infiltrato dei servizi segreti, e che giocasse al finto tonto per mantenere la copertura, ma questo molto tempo dopo e senza nessuna evidenza a supportarlo. Dopo il congedo più niente per nove anni.

Ricompare all’Havana nel 1957 e fa in modo di perdersi nella dolce vita di quello che era il parco giochi d’America. I club esclusivi aperti tutta notte, le ballerine more e succinte, le slot-machine che sputano dollari d’argento in faccia a chi è abbastanza fortunato o motivato da starle a corteggiare, William non si lascia scappare niente. Eppure è sempre circondato dall’aura del sospetto, frequenta i salotti giusti guardandosi le spalle e di tanto in tanto si concede qualche passeggiata nella città vecchia, qualche telefonata ad amici cubani di cui nessuno sa niente, e una o due sigarette con alcuni esuli conosciuti a Miami. Come o perché sia approdato nei Caraibi statunitensi, resta un mistero. Di gente che scappa ce n’è, e in ogni caso l’isola brulica di uomini dei servizi segreti di Nixon, non c’è niente da temere.

Intanto, ignorata o meno, nelle alture la rivoluzione è in pieno sviluppo. Dal 26 luglio del 1953, l’assalto della Moncada, di anni ne sono passati quattro, vale a dire che ne restano due prima che tutto finisca. Ma nessuno può saperlo. Fidel è accampato sulla Sierra Maestra, e sta accentrando le forze e calcolando le risorse per tornare all’attacco.

William crede nel socialismo, ed è un acceso oppositore alla politica di Batista. Non è d’accordo con il governo fantoccio, con l’egemonia statunitense e pensa che il popolo abbia veramente diritto a un’occasione per mettersi alla prova, per far fiorire quest’indipendenza di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto in faccia. Non è l’unico yankee con idee rivoluzionarie, ma è l’unico a decidere di salire davvero sulle montagne, quelle di Escambray per l’esattezza, e di unirsi al Segundo Frente Nacionàl, introdotto da una vecchia conoscenza, di idee troppo capitaliste per il Frente ma troppo liberali per Batista. Il suo addestramento militare – e la generale penuria di veri soldati – lo porta velocemente a capo di una colonna. Come Camilo e il Ché, coi quali unisce le forze per marciare su Santa Clara.

Il resto è storia: la presa del treno, l’ingresso in città, l’assedio, e Batista che il 31 dicembre 1958 scappa verso la Florida.

Il primo gennaio del ’59, William e la sua colonna puntano a Cienfuegos, ma è una mossa di mantenimento, perché la rivoluzione è belle che fatta. Fidel, infatti, compare all’Havana per festeggiare l’anno nuovo e dichiarare l’indipendenza.

William crede nel socialismo, ma non nel comunismo. Quando viene interrogato sul destino di Cuba, sulla politica rivoluzionaria di Castro, afferma sempre con convinzione che non si tratterà di un governo comunista, bensì di una democrazia parlamentare. Libere elezioni, l’epoca dei caudillios finita, sarà il popolo a governare. Man mano che Fidel afferma il suo spirito marxista e totalitario, gli ardori dei primi tempi di Morgan si raffreddano, così come quelli di molti altri democratici che hanno fatto parte del SFN e vedevano il destino di Cuba come quello di una repubblica indipendente capitalista. L’opposizione, però, non è ancora matura per trascendere i sistemi golpisti e avvenire su un piano politico.

Nell’agosto dello stesso anno aiuta a sventare un colpo di stato messo in atto dal sanguinario ed egocentrico dittatore dominicano Rafael Trujillo, ai danni di Castro. L’idea è semplice, sfruttare la propria fama di scettico per infiltrarsi tra i cospiratori, quindi cambiare schieramento all’ultimo e fare saltare tutto. Funziona, ma l’esecuzione ha un che di sospetto. Sarà che Fidel sta già cominciando a sospettare di tutti, sarà che tutti stanno già cominciando a storcere il naso rispetto alle idee di Fidel, sarà che William ha l’aria troppo coinvolta per uno che fa il doppio gioco, fatto sta che alcune teste stanno per cadere. Camilo Cienfuegos affonda nell’oceano assieme al Cessna sul quale volava, i ministeri si fanno e si disfano nell’arco di pochi giorni, le proteste nascono e muoiono. Le persone spariscono.

William viene arrestato nell’ottobre del 1960, con l’accusa di cospirare contro il neonato – e confuso – governo rivoluzionario. Processato, condannato a morte e fucilato l’11 marzo 1961, due mesi prima che Castro dichiari ufficialmente Cuba uno stato socialista. Olga Rodriguez Farina, sua terza moglie e rivoluzionaria anch’essa viene processata in absentia e condannata a trent’anni di carcere come complice. Ne sconta dodici, riesce a fuggire negli stati uniti, poi aspetta cinquant’anni che le venga riconosciuto lo stato di esiliata politica, che la memoria del marito venga ufficialmente riabilitata e le venga concessa la cittadinanza. Dopo quarant’anni di silenzio ammetterà l’attività anti-castrista del marito.

Le idee di Morgan crollano con lui, lungo il muro della Cabana, il carcere simbolo delle torture di Batista e della prepotenza occidentale in cui è stato imprigionato e interrogato per quasi un anno. Il destino dell’isola è quello di diventare lo stato della rivoluzione, di fare da caposaldo russo durante la guerra fredda e di chiudersi in uno stoico eremitaggio politico, voluto tanto dall’embargo statunitense quanto dal proprio governo, per resistere alla caduta del blocco sovietico. Il destino di William è quello di venire dimenticato dai più. Non un muro con dipinto il suo volto, non una frase da insegnare nelle scuole, non un’accusa comprovata per cui odiarlo. C’è quella foto, in bianco e nero. Fidel che ride e applaude, gli ex barbudos, magri ma puliti e l’omone alto e biondo in piedi. Che sorride e sembra che stia aspettando qualcosa.

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