figli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/figli/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 Jul 2013 14:44:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg figli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/figli/ 32 32 La formazione passa per la via del Fallimento https://minimaetmoralia.it/societa/la-formazione-passa-per-la-via-del-fallimento/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-formazione-passa-per-la-via-del-fallimento/#comments Wed, 16 Mar 2011 12:55:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3981 Il problema che contraddistingue il nostro tempo consiste nel come riuscire a preservare la funzione educativa propria del legame familiare di fronte a una crisi sempre più radicale e generalizzata del discorso educativo. Come vi può essere educazione – e dunque formazione – se l’imperativo che orienta il discorso sociale s’intona perversamente come un «Perché no?» che rende insensata ogni esperienza del limite? Come si può introdurre la funzione virtuosa del limite

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Il problema che contraddistingue il nostro tempo consiste nel come riuscire a preservare la funzione educativa propria del legame familiare di fronte a una crisi sempre più radicale e generalizzata del discorso educativo. Come vi può essere educazione – e dunque formazione – se l’imperativo che orienta il discorso sociale s’intona perversamente come un «Perché no?» che rende insensata ogni esperienza del limite? Come si può introdurre la funzione virtuosa del limite – funzione che assegna un senso possibile alla rinuncia e che rende possibile l’unione di Legge e desiderio – se tutto tende a sospingere verso l’apologia cinica del consumo e dell’appagamento senza differimenti? Come può il legame familiare non cedere sulla sua funzione educativa, sul suo essere il luogo elettivo della trasmissione del desiderio e della soggettivazione, se il discorso sociale dominante esalta l’aggiramento della castrazione come perno della nuova morale iperedonista? Come è possibile sostenere la funzione formatrice della rinuncia e del limite quando l’assenza o il declino dei riferimenti normativi all’Ideale finisce per rendere la rinuncia al godimento pulsionale immediato sempre più insensata?

La difficoltà in cui versa ogni discorso educativo è doppia: per un verso è difficoltà ad assumere con responsabilità la differenza generazionale introducendo il potere simbolico dell’interdizione. Per un altro è difficoltà a trasmettere il desiderio da una generazione all’altra; è difficoltà nel dare testimonianza di cosa significhi desiderare.

I compiti della funzione paterna

L’assenza di conflittualità come fattore imprescindibile della formazione è uno dei sintomi maggiori del legame familiare e del legame sociale ipermoderno. Il nuovo disagio della giovinezza non è più segnato dall’Edipo, non si produce dal conflitto tra le generazioni, dalla tragedia dell’usurpazione, dal carattere trasgressivo del desiderio che infrange la Legge. Il disagio della giovinezza prodotto dal discorso del capitalista è un disagio legato a un effetto di intasamento e di intossicazione generato dall’eccesso di godimento e dal declino della funzione simbolica della castrazione. La clinica dei cosiddetti nuovi sintomi mostra bene come il problema dell’attuale disagio della giovinezza non sia tanto quello del conflitto tra il programma della pulsione e quello della Civiltà, tra l’immaginazione del desiderio e il peso opprimente della realtà, tra le ragioni dei figli e quelle dei padri, ma di come accedere all’esperienza del desiderio.

Questa difficoltà di accesso al desiderio ha certamente a che fare, come abbiamo visto, con l’egemonia incontrastata del discorso del capitalista e con l’evaporazione del padre che da essa scaturisce. Ma ha anche molto a che fare con un’assenza di adulti, con una caduta della differenza generazionale e della responsabilità che essa comporta.

Una mia giovane paziente raccontava tutto il suo disagio (e il suo godimento inconscio) nel dover sostenere il padre che, separatosi dalla madre quando lei aveva solo 2 anni, esige di essere consolato ogni volta che le sue storie d’amore finiscono nel nulla. Un’altra giovane paziente bulimica che rubava nei supermercati mi parlava della difficoltà di trovare un argine simbolico sufficientemente solido in grado di frenare la sua corsa rovinosa del godimento. Il suo problema non era quello di raggiungere il godimento della trasgressione per la via dell’aggiramento clandestino della Legge, ma come poter risvegliare la Legge paterna dal suo sonno sconsiderato, di come poter essere vista rubare da qualcuno che avrebbe assunto finalmente la responsabilità di fermare la sua deriva pulsionale.

La crisi attuale dell’operatività dell’ordine simbolico coincide con la crisi del potere di interdizione, ma anche con la difficoltà della trasmissione del desiderio da una generazione all’altra, coincide con la capacità degli adulti di fornire una testimonianza su come si possa esistere senza voler suicidarsi o impazzire, sulla capacità di rendere questa esistenza degna di essere vissuta. È il doppio compitodella funzione paterna. Essere chiamati a introdurre un «No!» che sia davvero un «No!» (un mio paziente tossicomane si lamentava di non aver mai incontrato un «No!» di questo genere) e, al tempo stesso, saper incarnare un desiderio vitale e capace di realizzazione. Perché questo doppio compito è oggi così difficile da sostenere?

Il dono di una generazione all’altra

Soffermiamoci su almeno due grandi nuove angosce dei genitori di oggi. La prima è relativa all’esigenza di sentirsi amati dai loro figli. Questa esigenza è inedita e ribalta la dialettica del riconoscimento: non sono più i figli che domandano di essere riconosciuti dai loro genitori, ma sono i genitori che domandano di essere riconosciuti dai loro figli. In questo modo la dissimmetria generazionale viene ribaltata. Per risultare amabili è necessario dire sempre «Sì!», eliminare il disagio del conflitto, delegare le proprie responsabilità educative, avallare il carattere pseudodemocratico del dialogo. In questo modo si produce una collusività patogena tra questo «Sì!» perpetuo e il «Perché no?» perverso che ispira il discorso sociale dominante.

La clinica psicoanalitica mostra che senza l’esperienza del limite, l’esperienza stessa del desiderio viene fatalmente aspirata verso un godimento di morte. Lo abbiamo ripetuto più volte. Resta indispensabile che qualcuno – al di là delle differenze di genere e anche al di là del legame di sangue perché, come usava ripetere spesso l’ultimo Lacan, «qualunque cosa» può porre in esercizio la funzione paterna – si assuma il peso dell’atto di introdurre la castrazione simbolica. Considerando però che in questo atto di interdizione è già in gioco un movimento di donazione. Perché la Legge che il padre incarna, senza pensare mai di esaurirla nella sua persona, non si manifesta affatto come una pura negazione repressiva, ma come ciò che sa rendere possibile il desiderio. È il problema della trasmissione: una generazione deve donare all’altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell’avvenire, il desiderio come fede nell’avvenire.

La seconda grande angoscia dei genitori di oggi è quella legata al principio di prestazione. Lo scacco, l’insuccesso, il fallimento dei propri figli sono sempre meno tollerati. Di fronte all’ostacolo la famiglia ipermoderna si mobilita, più o meno compattamente, per rimuoverlo senza dare il giusto tempo al figlio di farne esperienza. Le attese narcisistiche dei genitori rifiutano di misurarsi con questo limite attribuendo ai figli progetti di realizzazione obbligatoria. Ma, come ha scritto Sartre, se i genitori hanno dei progetti per i loro figli, i figli avranno immancabilmente dei destini… e quasi mai felici. Avere un figlio senza difetti, capace di prestazione, riflette le angosce narcisistiche dei genitori. Il fallimento della trasmissione può essere legato a un’esigenza di clonazione, di immedesimazione nel proprio discendente, di ripetizione dello stesso destino. Era ciò che accadeva nell’epoca edipica del disagio della giovinezza. Ma può accadere anche che esso si produca come effetto di un’assenza di atti simbolici, come accade nel tempo ipermoderno. In questo caso non avremo l’investitura fallica, la clonazione, il carattere sacro dell’identificazione – «Diventa come me!» – ma un’esigenza superegoica di efficienza. Non conta tanto la clonazione, ma la necessità di occultare ogni imperfezione. I genitori di oggi sono terrorizzati dalla possibilità che l’imperfezione possa perturbare l’apparizione del loro figlio come ideale. È un nuovo mito della nostra civiltà: dare ai figli tutto per poter essere amati; coltivare il loro essere come capace di prestazione per scongiurare l’esperienza del fallimento. Ne consegue che i nostri giovani non sopportano più lo scacco perché a non sopportarlo sono innanzitutto i loro genitori. Il principio di prestazione ipermoderno è un principio di affermazione dell’io. Ma siamo sicuri che il successo dell’io si accompagni alla soddisfazione?

Elogio del fallimento

La psicoanalisi non tesse affatto l’elogio della prestazione. Il lavoro dell’analisi è antagonista al narcisismo dell’apparizione, a quel successo dell’io che abbaglia e cattura i giovani di oggi. L’esperienza dell’analisi punta piuttosto a scorticare l’involucro narcisistico dell’immagine per porre il soggetto di fronte alla verità del proprio desiderio. Tutto nell’esperienza analitica mira a ridurre i falsi prestigi dell’io, come si esprimeva Lacan. La psicoanalisi non sostiene il culto ipermoderno della prestazione, ma tesse l’elogio del fallimento. Essa raccoglie i resti, i residui, le vite di scarto; lavora sulle cause e sulle vite perse. Per fare lo psicoanalista bisogna amare le cause perse… Ma cosa significa tessere un elogio del fallimento? Il fallimento non è solo insuccesso, sconfitta, sbandamento. O meglio, è tutto questo: insuccesso, sconfitta e sbandamento, ma è anche il suo rovescio. Il fallimento, secondo Lacan, è proprio del funzionamento dell’inconscio. La sua definizione di atto mancato è tutta un programma: un atto mancato è il solo atto riuscito possibile. Perché? Perché è un atto mancato per l’io, ma è riuscito per il soggetto dell’inconscio. Lo stesso accade in una sbadataggine o in un lapsus. Il fallimento è uno zoppicamento salutare dell’efficienza della prestazione. E, in questo senso, la giovinezza è il tempo del fallimento o, meglio, è il tempo dove il fallimento dovrebbe essere consentito. È quel tempo che esige il tempo del fallimento, dell’errore, dell’erranza, della perdita, della sconfitta, del ripensamento, del dubbio, dell’indecisione, delle decisioni sbagliate, degli entusiasmi che si dissolvono e si convertono in delusioni… del tradimento e dell’innamoramento…

Perdersi è necessario

I giovani sono esposti al fallimento perché la via autentica della formazione è la via del fallimento. Lo insegnava Hegel e lo insegnano i testi biblici, prima della psicoanalisi. È il fratello più giovane che, nella celebre parabola evangelica, chiede al padre la sua parte di eredità in anticipo per dissiparla nel godimento più ottuso. La formazione è erranza, discontinuità, incontro, rottura del familismo. C’è sempre nel cammino di una vita una caduta da cavallo, un incontro con la terra, un faccia a faccia con lo spigolo duro del reale. In questo senso i giovani sono più esposti alla malattia dell’inconscio. Perché ci sia incontro con la verità del desiderio è necessario smarrirsi, fallire, perdersi. Chi non si è mai perduto non sa cosa sia ritrovarsi… Ecco perché Lacan diceva di contare solo su di loro, sui giovani, e su di essi poneva la sua speranza per l’avvenire della psicoanalisi. I giovani sanno perdersi come nessun altro… Sanno perdersi e ritrovarsi… Ma è fondamentale la presenza degli adulti perché questo avvenga. Sono necessari una casa, un legame, un’appartenenza perché l’erranza dia i suoi frutti. È necessario che i genitori sappiano tollerare le angosce di questo andirivieni.

Il nostro elogio del fallimento sovverte drasticamente l’illusione del discorso del capitalista: «il fallito è l’oggetto», afferma Lacan. Questo significa che l’oggetto non si presenta come ciò che può colmare la «mancanza a essere» che abita il soggetto, ma che l’incontro con l’oggetto è strutturalmente marcato da una condizione fallimentare. L’oggetto è sempre fallito, è sempre insoddisfacente, è sempre un vuoto, una lacuna. La pulsione non si chiude su di esso, ma deve farne il giro. L’oggetto è fallito perché non è mai raggiunto, perché si raggiunge solo la sua ombra. È questo il fondamento della teoria lacaniana dell’inesistenza del rapporto sessuale. L’essere umano è condannato a fronteggiare il sesso senza possedere la chiave per decifrarne il mistero. Se nel mondo animale questa chiave è inscritta biologicamente, determinata geneticamente, valida universalmente, per l’essere umano non c’è alcuna natura che la regoli.

Una nuova forma di schiavitù

Cosa è il disagio della giovinezza nella civiltà dominata dal discorso del capitalista e dalla sua «libertà immaginaria», dalla libertà del godimento che in realtà è una manifestazione del Super-io, ovvero dell’istanza che nega ogni forma possibile di libertà, che rende schiavi? Questa libertà non è il lievito del desiderio, per usare un’immagine evangelica, ma una nuova forma di schiavitù che rigetta ogni forma di responsabilità.

Il discorso della psicoanalisi è antagonista a quello del capitalista perché la psicoanalisi denuncia l’oggetto come fallito, mentre il discorso del capitalista ne sostiene il potere feticistico, idolatrico, anche se astutamente ne sfrutta l’inconsistenza. Schierarsi dalla parte del fallimento dell’oggetto, del fallimento del rapporto sessuale, del fallimento proprio del soggetto dell’inconscio, è la sola possibilità per provare a far sorgere di nuovo il desiderio e la sua Legge.

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Passare il testimone https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/passare-il-testimone/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/passare-il-testimone/#comments Thu, 16 Dec 2010 09:28:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3476 Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

di Nicola Lagioia

Il mese scorso, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha individuato nel precariato uno dei motivi dello stallo del sistema-Italia. Al suo allarme, ha fatto eco quello di molti rappresentanti del nostro mondo politico. È difficile non pensare che – a livello istituzionale – venga certificato con ritardo ciò che per determinate categorie anagrafiche risulta sin troppo vero da anni sul piano sociale, privato, e perfino oniric

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

Alcuni mesi fa, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha individuato nel precariato uno dei motivi dello stallo del sistema-Italia. Al suo allarme, ha fatto eco quello di molti rappresentanti del nostro mondo politico. È difficile non pensare che – a livello istituzionale – venga certificato con ritardo ciò che per determinate categorie anagrafiche risulta sin troppo vero da anni sul piano sociale, privato, e perfino onirico (ho l’impressione che una classe dirigente formatasi in tempi di fantasia al potere soffra oggi di un grave deficit immaginativo rispetto alla sostanza di cui sono fatti i sogni che popolano stabilmente le notti di un precario). E tuttavia, se nei palazzi dell’economia e della politica per tastare il polso alla realtà c’è bisogno delle cifre, le quali spesso arrivano quando il danno è compiuto – i dati del Fmi elaborati da “El Pais” ci hanno recentemente collocati al penultimo posto nel mondo per crescita decennale –, questo succede anche perché i più danneggiati dal guasto che ora si muove verso le fasce alte delle dichiarazioni Irpef hanno pochissime occasioni per farsi ascoltare. Senza lavoro, senza figli, senza voce: il protagonismo di almeno due generazioni di italiani si è polverizzato in questo modo all’alba del XXI secolo.

Sull’Italia come teatro del ricambio generazionale più lento d’Europa si discute da tempo senza risultati, e ora un libro di Pier Luigi Celli (ex dg della Rai, ex direttore delle risorse umane di Omnitel, Olivetti, Eni, Enel, attuale direttore generale della Luiss) si propone di rilanciare il dibattito attraverso un’ammissione di colpa. Il libro si intitola La generazione tradita, e parte dal presupposto che l’Italia degli over 50 abbia trascurato quello che forse è il primo dovere di un buon padre di famiglia: passare ai figli il testimone in modo responsabile.
Dirò subito che – a lettura ultimata –, questo tentativo di raccontare il tradimento di una generazione ad opera delle precedente con l’intenzione dichiarata di porvi riparo, certifica in realtà la propensione di una classe dirigente composta da persone della stessa formazione culturale del suo autore a perpetrare il tradimento finché sorte non la separi dalla plancia del comando. Il vizio di base del volume (che per comodità definirò: “paternalismo di Crono”) era presente in forma minore nell’occasione che l’ha generato. Nel novembre del 2009 Celli pubblicò su Repubblica una lettera aperta al figlio neolaureato in cui gli consigliava di abbandonare l’Italia perché in un paese che calpesta il merito non c’è spazio per i talenti di buona volontà. La lettera scatenò una prevedibile polemica. Tra chi disapprovò l’arte di abbandonare la nave, fu Benedetta Tobagi ad avere la sensibilità di far notare quanto sarebbe stato salutare se la discussione fosse stata innescata dalla penna di un figlio e non da quella di un padre. La generazione tradita soffre nel grande stile di 134 pagine il difetto di quella lettera di un paio di cartelle: l’ansia fagocitatrice di ricoprire tutti i ruoli.
Il libro di Celli parla di giovani ma non parla mai davvero a loro (a creare la distanza è il paternalismo di frasi come “se si dedica loro tempo e attenzione, non è raro scoprire in questi giovani una consapevolezza che impressiona”), parla di come farli uscire da una situazione di minorità ma poi sembra anelare all’eterna dilazione di questo momento: noi li abbiamo traditi, – sembra il suo paradossale leitmotiv – noi ci dogliamo di questo tradimento (noi cioè ne siamo gli unici testimoni, dal momento che loro a causa nostra non hanno voce), e soprattutto soltanto noi adesso saremo in grado di salvarli, come si evince dal capitolo del libro dedicato al congedo della generazione dei padri dalla vita lavorativa (anche questo rimandato sine die) e significativamente intitolato “Farsi carico: un buon modo di chiudere in bellezza”.

Ma perché chi non è riuscito a dare ai propri figli un mondo migliore di quello che ha ricevuto dovrebbe togliere a questi ultimi persino la soddisfazione di provare a salvarsi da soli? Nella mancata risposta a questa domanda, risiede il secondo grave difetto d’impostazione di questo libro. La generazione tradita è pieno di teorie su come uscire dall’impasse in cui ci troviamo. Si tratta perlopiù di consigli su abiti mentali da indossare (le imprese dovrebbero recuperare un’anima, l’università non dovrebbe essere lasciata agli accademici, ecc.) Ma se davvero si vuole mettere la propria esperienza al servizio delle nuove generazioni, non sarebbe più istruttivo puntare più sui propri errori che sui propri auspici? Non: figlio mio, alleniamoci a pensarla in questo modo (ancora l’ansia di interpretare i ruoli altrui); bensi: questi, in modo molto pratico, sono tutti gli errori in cui sono caduto, se sarai più bravo di me riuscirai a evitarli. Mi sarei aspettato questo, da chi appartiene a una classe dirigente che ha evidentemente fallito, se il nostro paese negli ultimi dieci anni ha perso posizioni su posizioni per ciò che riguarda sia l’economia che l’istruzione, per tacere del disastro politico. E invece l’unica soddisfazione – una sorta di rimosso che torna a galla – si rinviene nella parte del libro in cui si dice: “eppure, anche a dispetto di tutti i tentativi di tirarla in lungo il più possibile, il fine carriera arriverà, indigesto”. Ecco. Ciò che l’Italia chiama “indigestione”, per un mondo più maturo è solo “l’ordine naturale delle cose”.

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