Filippo Bologna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/filippo-bologna/ un blog di approfondimento culturale Fri, 03 Mar 2017 22:21:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Filippo Bologna Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/filippo-bologna/ 32 32 I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/ https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/#comments Mon, 30 Jan 2017 14:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33456 È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

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È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

Il libro è molto compatto tematicamente, formalmente e stilisticamente: come hai lavorato? Sapevi da subito che tutti quei racconti sarebbero stati destinati a una raccolta unitaria o i primi sono nati in modo più sparso? Come hai stabilito, poi, l’ordine dei racconti nel libro finito?

Avevo un bel po’ di materiale che ancora non aveva trovato un indirizzo preciso, sapevo solo che era buono. Ho cominciato a lavorare da lì, una volta stabilito il filo conduttore degli scrittori immaginari. E poi ti dico una cosa che manderà in estasi gli appassionati di novelle, racconti e short stories. Tra questo materiale c’erano anche un paio di romanzi, che non ho esitato a smembrare. Cioè ti rendi conto? Sono l’unico scrittore al mondo che invece di allungare racconti per ottenere dei romanzi, taglia dei romanzi per fare dei racconti.

Cosa hai provato nel farlo? Ti sei sentito restituito al ruolo di “raccontista” e quindi è stato liberatorio, oppure hai sofferto e mediti di riprenderli in mano un giorno?

Dei romanzi fatti a pezzi non ho nessun rimpianto: funzionano molto meglio i racconti che ne ho tratto. Sai cos’è? Uno scrittore di racconti si pone sempre il problema della noia, sto lucaricciannoiando o no?, mentre le scritture più lunghe, con ampie variazioni narrative, suddivise in corposi capitoli, con digressioni e sottotrame, diciamo che hanno nel loro statuto un certo grado di noia, cioè la noia diventa quasi obbligatoria, e persino funzionale al raggiungimento dello scopo narrativo (se non proprio del risultato estetico). Poi, certo, la scrittura è come il maiale, non si butta via niente. Non è detto che dai brandelli avanzati di quei romanzi non nasca qualche altro racconto.

Nonostante tutti i personaggi dei suoi racconti siano scrittori, I difetti fondamentali finisce per rappresentare molto bene l’Italia di oggi: c’entrerà proprio la famosa storia secondo cui tutti gli italiani sotto sotto scriverebbero?

“Quanto è attuale il romanzo che ho scritto?” sembrano chiedersi costantemente molti di noi. Mentre una domanda fondamentale, rovesciando i termini del discorso, potrebbe essere: “Quanto è inattuale?”. Il potere delle storie, di qualunque storia, non può infatti prescindere da un certo grado di trascendenza e universalità. È valido cioè nella misura in cui disintegra la realtà, più che tentare di ricostruirla con puntigliose ricostruzioni storiche. Un libro di narrativa non può non essere attuale nella misura in cui nessuno di noi scriventi può fuoriuscire dal periodo storico che gli è toccato in sorte. Un altrove storico dal quale scrivere opere fuori dal tempo non esiste, perciò perché preoccuparsi di voler essere contemporanei a tutti i costi?

Del ”problema” dell’editoria italiana con la forma breve mi è capitato di scrivere, anche con le tue opinioni, allora apriamo il discorso: cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che vuole dedicarsi solo ai racconti?

munroL’unica cosa che paga in ambito letterario – e credo in tutto il resto – è la perseveranza, tenendo però ben presente che gli scrittori di racconti non costituiscono una setta. Pochissimi sono gli specialisti puri, così su due piedi mi vengono in mente Poe, Čechov e Munro. C’è poi una seconda categoria spuria di scrittori di racconti che hanno voluto scrivere anche qualche romanzo, e qui penso a Maupassant, Kafka e Buzzati. Infine c’è la categoria (affollata) degli scrittori che hanno saputo eccellere in ambedue i campi, Melville, Verga, Murakami. Direi così: diffido degli scrittori che non hanno saputo scrivere almeno un racconto memorabile.

Nella tradizione anglosassone il racconto è sempre stato rispettato anche perché ha sempre avuto palchi a grande diffusione: penso al New Yorker, a cui ti rifai anche per il titolo di un tuo corso di scrittura breve, all’Atlantic o alla Paris Review, ma anche al fatto che riviste più generaliste, come GQ o addirittura Playboy, ospitavano e ospitano racconti. In Italia sarebbe possibile secondo te avviare un discorso di questo genere?

La scuola può giocare un ruolo fondamentale nell’educazione al racconto, anche se il fatto che sia una modalità un po’ clandestina, da leggere sottobanco, continua a piacermi ancora di più. Però al liceo sperimentale che ho frequentato io, tra le materie opzionali c’era uno splendido corso sul «racconto fantastico», e credo che abbia avuto su di me un influsso importante. Il racconto non è figlio di un Dio minore, e qualche nuova rivista adesso prova a dirlo con forza. Penso a The FLR ad esempio, diretta dal mai domo Alessandro Raveggi, che presenta scrittori italiani con traduzione inglese a fianco, per aprirsi a quei mercati e quegli scenari che sul racconto hanno un’educazione migliore della nostra.

Uno dei racconti più divertenti del libro è ambientato allo Strega, un premio che non smette di stuzzicare l’immaginario dei nostri scrittori, penso a I pappagalli di Filippo Bologna, a un racconto come Vita e opere di Enzo Siciliano di Gregorio Magini, allo stesso romanzo-memoir La polveriera di Stefano Petrocchi… Credo sarebbe troppo facile attribuire ciò al solo fatto che il premio è molto ambito dagli scrittori, ci devono essere anche delle ragioni di costume: sbaglio?morante3_MGTHUMB-INTERNA

Proprio perché I difetti fondamentali non è un libro di satira su certo milieu artistico romano e italiano – Vade retro Satana –, ho dedicato al costume solo “Lo stregato”, anche perché onestamente sarebbe stato impossibile nel caso del Premio Strega disgiungere la narrazione dal suo rituale divinamente mondano e cafone, intellettuale e bestiale, metafisico e viscerale. Più in generale il costume non c’entra per niente, e il set è sempre funzionale allo scrittore in primo piano, che viene come ritagliato con un paio di forbicine letteraria in modo che possa distaccarsi nettamente dallo sfondo. Ecco cos’è (anche) I difetti fondamentali: il tentativo di restituire un poco d’importanza, di preminenza, perfino di autorialità agli autori.

In un racconto come “L’invidioso”, però, inquadri, e con precisione, sia un universale – il rapporto tra scrittori e mercato – sia uno specifico italiano-e-contemporaneo, anzi due, speculari: il complesso dei giallisti di successo nei confronti degli autori “letterari” (che sfocia non di rado in tentativi “alti” che di solito non funzionano) e il complesso – tutto economico – degli autori letterari nei confronti dei giallisti di successo (che pure a volte sfocia in commissari ben scritti ma poco convinti, sovente altrettanto poco funzionanti dei tentativi dei primi)…
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Sì, hai saputo inquadrarlo perfettamente, dentro “L’invidioso” c’è anche una battaglia tra intrattenimento e letteratura, una situazione che si è creata proprio a causa della cultura bestsellerista che ha suddiviso e parcellizzato le storie in generi merceologici ancora prima che letterari: se pensi ai thriller, ai chick-lit o agli young-adult, non ti vengono in mente questioni formali o estetiche, ma solo target di riferimento. A proposito dello scontro odierno tra intrattenimento e letteratura mi viene sempre in mente quell’aforisma di Flaiano (che dentro al libro viene ampiamente celebrato): “Oggi anche il cretino è specializzato”. Nel senso che tutta la grande letteratura è sempre stata anche un intrattenimento formidabile: basta leggere Ionesco ad alta voce per rendersene conto.

Mai statoAdamo_Basettoni tentato di inventarti uno sbirro?

Anche in questo caso siamo morti di specializzazione. La letteratura è sempre stata un thriller (l’incredibile e incalzante interrogatorio poliziesco dell’Edipo Re…), del resto la parola storia significa ricerca, indagine. L’egemonia del giallo è interessante da un punto di vista sociale e, direi, antropologico, per il resto sogno un giallo definitivo (gore-splatter) in cui tutti questi commissari fatti con lo stampino – inflessione dialettale italianizzata per essere comprensibile e fare simpatia, vita privata tormentata e qualche sottoposto mascotte o cagacazzi – si uccidono tra di loro.

Mentre leggevo quel racconto mi sono venute in mente le librerie francesi, che poche righe dopo hai puntualmente citato, dove una delle certezze è che lo spazio nobile e più ampio è sempre dedicato alla literary fiction, mentre le cose più commerciali se ne stanno ben in fondo. Non credi che se, oggi, in Italia, i libri migliori difficilmente finiscono in classifica a meno di vincere o classificarsi nei premi più importanti, c’entri anche un decadimento della struttura di vendita?

C’entra soprattutto il decadimento della struttura di vendita e l’intera filiera editoriale. Lo dico senza tema di smentita. Oggi in Italia ci sono autori interessanti, libri belli, narrazioni meritorie. Penso a Giorgio Falco, Vitaliano Trevisan, Laura Pugno, Francesco Permuniam, Andrea Tarabbia, Rossella Milone… Se questa gente non va in classifica è colpa della filiera. Qualcuno dovrebbe perdere il posto con ignominia. Invece restano tutti al loro posto, di anno in anno.

Mi pare che dai tuoi racconti emerga una descrizione dell’Italia che è efficace proprio perché inattuale, ma che appartiene certamente al nostro secondo Novecento – e lo dico dal punto di vista letterario. Quali sono i tuoi riferimenti in questo senso?vila matas

Facendo un libro che parla di scrittori – cosa che per l’appunto genererà una serie infinita di fraintendimenti – non ho voluto fare l’elogio dei giochi meta-letterari, del citazionismo, di tutto quello che ha reso il postmoderno insopportabile nel giro di un paio di decenni. Insomma mentre scrivevo avevo un’unica preoccupazione, cioè non diventare un altro Enrique Vila-Matas. Non m’interessava scrivere un libro che romanticamente elogiava altri libri. M’interessava parlare di scrittori, sì, ma attingendo alla mia forza creativa primordiale, e a quasi null’altro. Ogni scrittore ha il diritto e il dovere di ricreare il mondo dal principio.

C’è almeno un racconto che ha – almeno – un sapore postmoderno, “L’eccitato”. Lo uso come punto di partenza per una domanda: in quanto raccontista, possibile non ti sia mai venuta voglia di scrivere un racconto alla Barthelme (o alla Barth)? o uno alla Borges (o alla Cortázar)?

Non proprio, e per il motivo che ho appena detto sopra. Io ho avuto dei modelli e perfino dei maestri, ma scrivendo oltre a omaggiarli ho sempre voluto anche ucciderli. È una cosa che bisogna cominciare daccapo ogni volta che si scrive un nuovo libro, omaggiarli e ucciderli, è proprio un doppio movimento, una sorta di numero di M10814equilibrismo. Per questo ti dico che no, non voglio scrivere racconti alla. Alcuni scrittori li ho amati e letti più di altri – Poe, Maupassant, Verga, Buzzati, Carver – ma cerco di scrivere i miei racconti.

Durante un incontro al Pisa Book Festival con altri scrittori toscani hai detto due cose interessanti: che noi autori toscani tendiamo a essere cani sciolti, e che sei uno “scrittore da camera”, intendendo con ciò non solo la tua predilezione per la forma breve ma anche per le ambientazioni in interni. Mi pare che tutto ciò si confermi anche in questo libro, ma dimmi tu.

Dire che la toscana è rimasta il Granducato di Toscana, con tante Città-Stato che si fanno la guerra tra loro, è quasi un’ovvietà: ma negli ultimi tempi ho cominciato a prendere questa nostra inclinazione alla sempiterna belligeranza come un pregio e non più come un difetto. Nel bene e nel male gli scrittori toscani sono più liberi e disgraziati (disgraziati perché liberi) degli scrittori di altre regioni, che a volte mi sembrano proprio rinchiudersi in clan. Per quanto riguarda la mia poetica del “chiuso”, viene ribadita molto chiaramente ne I difetti fondamentali. In un racconto come “L’affittacamere” – la storia di un aspirante scrittore che si ritrova come affittuario Andrew Wylie,  l’agente letterario più importante del pianeta – la casa viene designata come tomba dei ricordi nella quale spesso ci tumuliamo da vivi.
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Un’altra cosa che dicesti era che non ti sentivi per niente uno scrittore pisano, e in effetti Pisa non si vede nei tuoi lavori, sebbene la si possa forse intravvedere in certi rimandi all’ambiente universitario. Anzi a guardar bene, nei Difetti fondamentali di rimandi all’ambiente universitario ce ne sono moltissimi, tanto nel racconto d’apertura, “Il rothiano”, quanto in quello forse più feroce e amaramente divertente, “Il manierista”. Come mai ti è rimasta così tanto addosso l’università?

Uno dei romanzi smembrati di cui ti parlavo prima s’intitolava proprio Gli studenti di Lettere, e naturalmente le varie città senza nome e di provincia che compaiono ne I difetti fondamentali per me hanno tutte le sembianze di Pisa. L’università l’ho vissuta come un evento traumatico, come la prosecuzione angosciosa dell’esperienza liceale, di cui salvo il summenzionato corso opzionale sul «racconto fantastico» e poco altro. Questa angoscia della scuola c’entrerà sicuramente con me, con la mia biografia, e perciò non è molto importante, se non forse per il fatto che mostra chiaramente uno dei motivi per cui si scrive: per superare dei traumi, per cercare di capire quello che ci fa stare male.

Nel “Manierista” non c’è Pisa (la città di partenza potrebbe essere quella ma anche un’altra città universitaria di medie dimensioni abbastanza vicina al mare, che so, Urbino, peraltro citata altrove nel libro), ma c’è Roma, una Roma vista e rappresentata con precisione, e che fa capolino anche in altri racconti: sarà mica che ti senti uno scrittore romano?

Nessuno scrittore italiano non può non sentirsi uno scrittore romano o milanese, nel senso che storicamente il flusso migratorio del letterato è sempre stato dalla provincia alla grande città, con tutto quelle che ne è conseguito circa Grandi Speranze & Illusioni Perdute. Nel libro, spazialmente, compaiano tanti set quante sono le esigenze narrative dei singoli racconti, cioè i luoghi sono funzionali alla storia (e mai il contrario), anche molto di maniera, ma in buona sostanza tracciano appunto questo grande, sempiterno movimento: la forza centripeta esercitata dalle uniche due specie di metropoli dello Stivale.

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John Cheever e Roma https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/john-cheever-e-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/john-cheever-e-roma/#comments Wed, 04 Jun 2014 14:55:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21232 È uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti dove, tra le altre cose, si può trovare Granturismo, una bella sezione curata da Francesco Longo con contributi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano e Fabio Stassi. Pubblichiamo il pezzo di Francesco Longo su Cheever e l'Italia e vi invitiamo a comprare e a leggere la rivista. (Fonte immagine)

«Dopo essermi interrogato per tanti mesi sulla profondità e la genuinità del mio amore per l’Italia, dopo aver immaginato tante volte questa scena, me ne sto sul ponte di poppa, fissando le scogliere lungo la costa: tutto scivola via e scompare con la stessa insignificanza e rapidità di un castello di carte.» La sensazione di un mondo che scivola verso l’oblio invade John Cheever quando, dopo quasi un anno trascorso a Roma, i motori della nave lasciano il porto di Napoli per riconsegnarlo all’America.

L’idea che il suo periodo in Italia sia giunto a un grande tramonto risulterà però un inganno dei sensi. I suoi mesi non spariranno affatto senza lasciare traccia, anzi, un immaginario nuovo affiorerà presto nella sua produzione artistica. A Cheever non soltanto capiterà di tornare col pensiero al suo soggiorno a Roma – sono sufficienti delle nuvole colorate di arancio «entrando a New York in macchina nel crepuscolo piovoso», perché il pensiero torni alla capitale italiana –; ma è soprattutto nella stesura dei racconti che riemergerà la terra assolata, lo stile di vita semplice, le donne seducenti, il paesaggio dolce e sciatto e l’ambigua mentalità mediterranea, tutto ciò che gli parve venisse inghiottito dall’orizzonte nell’atto di salpare.

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È uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti dove, tra le altre cose, si può trovare Granturismo, una bella sezione curata da Francesco Longo con contributi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano e Fabio Stassi. Pubblichiamo il pezzo di Francesco Longo su Cheever e l’Italia e vi invitiamo a comprare e a leggere la rivista. (Fonte immagine)

L’Italia: un castello di carte

«Dopo essermi interrogato per tanti mesi sulla profondità e la genuinità del mio amore per l’Italia, dopo aver immaginato tante volte questa scena, me ne sto sul ponte di poppa, fissando le scogliere lungo la costa: tutto scivola via e scompare con la stessa insignificanza e rapidità di un castello di carte.» La sensazione di un mondo che scivola verso l’oblio invade John Cheever quando, dopo quasi un anno trascorso a Roma, i motori della nave lasciano il porto di Napoli per riconsegnarlo all’America.

L’idea che il suo periodo in Italia sia giunto a un grande tramonto risulterà però un inganno dei sensi. I suoi mesi non spariranno affatto senza lasciare traccia, anzi, un immaginario nuovo affiorerà presto nella sua produzione artistica. A Cheever non soltanto capiterà di tornare col pensiero al suo soggiorno a Roma – sono sufficienti delle nuvole colorate di arancio «entrando a New York in macchina nel crepuscolo piovoso», perché il pensiero torni alla capitale italiana –; ma è soprattutto nella stesura dei racconti che riemergerà la terra assolata, lo stile di vita semplice, le donne seducenti, il paesaggio dolce e sciatto e l’ambigua mentalità mediterranea, tutto ciò che gli parve venisse inghiottito dall’orizzonte nell’atto di salpare.

I mesi romani non trascorsero diversamente dalla sua condotta americana. Cheever arriva a Roma nel 1957 con la moglie Mary, la figlia Susan (Susie) di quattordici anni e il figlio Benjamin (Ben) di nove. Il terzo figlio, Federico, nascerà proprio in un ospedale a Roma (Susan e Benjamin diventeranno scrittori, Federico sarà professore di diritto all’università).

Come sempre, anche durante il soggiorno italiano, Cheever è sopraffatto da sentimenti ambivalenti: oscilla tra fitte di gioia e assalti di tristezza, stati d’animo che vengono alterati dal continuo ricorso a bicchieri di gin e di whisky. Esattamente come avveniva nel mondo provinciale che si è lasciato alle spalle, l’autore che un anno prima ha pubblicato The Wapshot Chronicle è attraversato da crisi di insicurezza e passioni incontenibili, sempre alla ricerca di «un equilibrio fra lo scrivere e il vivere».

È sufficiente, per capire la contraddittorietà delle fazioni che si danno battaglia nella sua anima, osservare ciò che appunta nel diario proprio il giorno seguente alla nascita del figlio Federico. Cheever va e torna dall’ospedale in autobus. Una volta a casa, è consapevole di non aver mai amato così un bambino, eppure gli basta nulla perché i suoi assilli si accendano e lo portino altrove: «e mentre guardo giù in strada dal balcone bramo la libertà dei giovani maschi sulle decappottabili che vanno giù a Ostia a scatenare l’inferno, e noto che un uomo può ricevere quasi tutto ciò che il mondo ha da offrire e continuare ugualmente a desiderare altro».

Neanche Roma, dunque – col suo cielo incantevole, col vento gelido che fa muovere le foglie, traboccante d’arte e con un passato da scoprire in ogni rovina – riesce a sedare i suoi tormenti. «La prima notte a Roma vado a piedi sulla scalinata di piazza di Spagna. Sono un po’ deluso. Ma trovo le persone bellissime e non camuffate, come a casa. Le ragazze incantevoli e gli uomini belli, galanti. Quando vedo un americano non sembra altrettanto ben integrato né altrettanto ben vestito. Non siamo una nazione di guardoni però sembriamo introspettivi.»

Agli occhi di Cheever, Roma si manifesta soprattutto nei corpi attraenti dei suoi abitanti. Nel cuore della notte si sveglia preda di preoccupazioni senza nome. Non si contano le volte che scrive: «uscendo da Palazzo Doria verso le cinque o le sei – il tumulto di una grande città al calare della sera – sono preoccupatissimo e ho un bisogno lancinante di bere qualcosa»; oppure: «sono le quattro e sono a Roma e voglio da bere».

Non sarebbe John Cheever se non fosse scosso da ogni dettaglio della realtà, se non fosse pungolato da voglie vergognose e se non ormeggiasse continuamente su isole di serenità assoluta dove godere momenti di beatitudine. Roma non è una vacanza e non è un periodo di lavoro. Roma è uno specchio: «forse questo viaggio da un paese a un altro getta una luce troppo indiscreta sulla struttura raffazzonata della mia vita».

Com’è dunque questa Roma che si schiude sotto i passi di uno dei maggiori scrittori americani di racconti del Novecento? Quali furono le prime impressioni? «La gente – scrive sui taccuini – parla di Roma come noi parlavamo del campo scout: la odierai per le prime due settimane poi non vorrai andartene più. Quindi la cosa più intelligente da fare è lasciar passare queste tempeste di estraneità e vedere come si sta fra due settimane o un mese.»

Per uno scrittore straniero, il viaggio in Italia è sempre anche un momento di riflessione sull’arte, sul passato della civiltà e indirettamente sulle origini della cultura a cui appartiene. Ai tempi di Cheever, il mito del viaggio in Italia alla ricerca della bellezza è diventato però esso stesso un monumento di cui essere spettatori. Sono emblematiche, a questo proposito, le frasi che si leggono nei diari, pubblicati da Feltrinelli nel volume intitolato Una specie di solitudine (tradotto da Adelaide Cioni, 2012).

Com’è capitato a tutti gli scrittori che intrapresero il Gran Tour, anche in Cheever abita un senso di stupore verso l’antica Roma, seppure non cristallino e quasi mai immediato. Nel momento in cui sta per risuonare dentro di lui la sublimità, sopravviene sempre qualche elemento di distrazione:

Quanto alle rovine, il rappresentate di rotative americano venuto in aereo per un convegno di otto ore dice, nel bar di questo albergo scalcagnato: «Cristo, qui si vede proprio da dove veniamo tutti quanti: cioè il senso del passato è pazzesco». Ma non è sempre facile sentirlo. I libri turistici, le guide, i nostri amici e conoscenti, e persino gli sconosciuti ci invitano a soccombere di fronte al senso del passato, ma il presente allora? In piedi dentro il Pantheon rimango impressionato dalla cupola, ma i bambini mi tirano per la giacca e mi chiedono di comprare dei pasticcini o di portare a casa uno degli splendidi gatti che poltriscono sotto il portico. Andando a incontrare E: alle Terme di Caracalla in un crepuscolo piovoso, entro brevemente a guardare gli ammassi colossali di mattoni poi osservo dei ragazzini che provano dei colpi a calcio in un campetto. Mi interessano molto di più loro.

Ecco che già ai primi contatti, il fascino delle rovine sfugge per le troppe interferenze. Una via paradossalmente più autentica, forse, per accedere ai richiami millenari, è farsi allora spettatore non solo del paesaggio che evoca epoche remote, ma dei fantasmi dei pellegrini culturali dei secoli più recenti.

E così, sulle tracce di quanti si misero in cerca della classicità, Cheever diventa un osservatore di secondo grado:

Io e Ben passiamo accanto al Foro che, con l’erba verde che ancora cresce tra le pietre, sembra due volte una rovina: una rovina dell’antichità e un monumento alla tenerezza che provavano i viaggiatori del diciottesimo secolo e diciannovesimo secolo, poiché non vediamo soltanto i fantasmi degli antichi romani ma vediamo anche i fantasmi di signore con il parasole e uomini con la barba e bambini che giocano in cerchio.

I fantasmi che ancora si aggirano orientano lo sguardo di Cheever che altrimenti risulterebbe inadatto a sintonizzarsi con le voci più polverose. A volte, il suo atteggiamento pare addirittura scettico, sfacciatamente sordo davanti alla vertiginosa e suadente illusione di poter toccare la Storia: «al Colosseo dico a Ben che i cristiani venivano divorati dai leoni, anche se credo che non sia vero. Mi colpisce la mole delle arcate esterne, eppure non vengo colto dal senso del passato in maniera altrettanto diretta di quando mi sono trovato nell’ufficio contabilità di Portsmouth. Ci sforziamo di sentire la presenza degli antichi romani, poi accarezziamo un gatto randagio».

Tornato in America, Cheever scriverà racconti per tutta la vita. Storie brevi e potenti che hanno avuto la forza di raccontare la classe media che si stava formando e l’America intera che cercava la sua identità. Sarà anche lui, insieme a Richard Yates, Harold Brodkey o Raymond Carver, a influenzare tutti gli scrittori che in seguito racconteranno i sobborghi, le città e la vita delle coppie che le abitano.

Streeter è un americano a Roma. Sente la necessità di imparare l’italiano. Tra scuole di lingua e insegnanti troppo avvenenti, i primi tentativi sono fallimentari finché non incontrerà Kate Dresser, anche lei americana. Streeter «adorava la camminata serale dal suo ufficio, poco oltre il Pantheon, alla casa di Kate». Tra i lati positivi del suo «esilio», Streeter prova un esaltante senso di libertà e «un’accresciuta consapevolezza della bellezza di ciò che ogni giorno poteva ammirare».

Streeter è il protagonista del racconto di Cheever che si intitola The bella lingua, in cui Roma profuma tanto di caffè quanto di incenso. Per Streeter le rovine della Roma repubblicana e imperiale sono disorientanti e inafferrabili, «ma tutto sarebbe stato più chiaro quando avrebbe saputo parlare l’italiano». Se si potesse giudicare da questo racconto, per Cheever esisteva forse un nesso strettissimo tra la conoscenza della lingua e la capacità di integrarsi in una cultura.

Addirittura, descrivendo una gita, sostiene il narratore che Streeter «non era in grado di capire una sola parola. Questo lo portò alla convinzione che egli, parimenti, non era in grado di capire il paesaggio».

La fortuna di Streeter è l’incontro con Kate e suo figlio Charlie, giovane amante del baseball. Presto il racconto cambia tono. Sta per arrivare in Italia uno zio che vuole prendere Charlie e riportarlo in America e Kate è angosciata. The bella lingua è un’occasione per raccontare la Roma che Cheever ha conosciuto e infatti Streeter fa lunghe camminate. Una domenica, passeggia all’infinito tra lo sferragliare dei tram, le persone con i pacchetti di dolci in mano, un incidente stradale, un funerale: «accanto alla tomba di Augusto notò un ragazzo che chiamava un gatto e gli offriva qualcosa da mangiare. Era uno delle migliaia di milioni di gatti che vivono tra le rovine dell’antica Roma e che mangiano rimasugli di spaghetti». Ancora gatti e rovine, come nei taccuini: forse un ricordo autobiografico?

Arrivato a casa, Streeter: «si versò un po’ di whisky e acqua in un bicchiere e uscì in balcone. Ammirò il calare della notte e le luci nelle strade che via via si accendevano. Fu preso dallo sconforto. Non voleva morire a Roma». Whisky in balcone, un altro ricordo autobiografico?

Lo zio George arriva a Napoli. Si mette in viaggio verso Roma. Nel percorso viene truffato («inveì di rabbia contro i ladri, pronunciò parole cariche d’odio contro l’Italia e contro tutta la sua popolazione di ladri, suonatori d’organetto e muratori») riproponendo una specie di topos letterario circa la tratta Roma-Napoli, visto che di incidenti nel percorso scrisse già Petrarca.

Kate chiede a Streeter di stare a casa quando arriverà lo zio, il cui impatto con Roma è ruvido: «Roma era brutta – scrive Cheever – o perlomeno lo era la periferia: tram e negozi di mobili a prezzo ridotto, strade che si ripiegavano su se stesse e appartamenti in cui nessuno vorrebbe vivere». «“Ecco, ecco Roma,” disse la guida. Ed era proprio così.»

Arrivato da Kate, George è disgustato: «“Questo paese è immorale,” disse lo zio George sedendosi in una delle sedie dorate. “Non ero nemmeno arrivato che mi hanno rubato quattrocento dollari e poi passeggiando per le strade qui a Roma non ho visto altro che statue di uomini senza vestiti. Nulla addosso!”». La conclusione è scontata: «“Voglio che tu e tuo figlio torniate a casa con me”».

Meno scontato è il finale del racconto, ed è impossibile non chiedersi con quale personaggio si identificò di più Cheever. Il figlio di Kate accetta subito la proposta dello zio, vuole lasciare l’Italia e andare in America. Cheever a Roma avvertì forse questo richiamo? La madre lo fulmina: «Come puoi avere nostalgia dell’America?». Cheever a Roma provò forse quest’impossibilità di avere nostalgia dell’America? Il figlio lotta, insiste, spiega: «Qui mi sento sempre estraniato. Tutte le persone per strada parlano una lingua diversa». La madre tuona: «La nostalgia di casa non esiste». Ecco un esempio classico di come nei racconti di John Cheever la tensione cresca fino a esplodere a volte in conflitti drammatici, con valori che conflagrano uno contro l’altro.

«Charlie, l’Italia ti mancherà» minaccia la madre. Cheever in America provò nostalgia per l’Italia? Il figlio sferra il colpo per ucciderla: «Mi mancheranno i capelli neri nel piatto».

Dopo aver ferito la madre ed essere corso a consolarla, il racconto si chiude. Qualche giorno dopo, Streeter torna a prendere la sua lezione di italiano, il figlio è partito: «E mentre si domandava se lei avrebbe menzionato Charlie o zio George, Kate si complimentò per i progressi fatti e lo incoraggiò a completare I promessi sposi e a comprare una copia della Divina Commedia».

Sono tanti, suggestivi e tutti interessanti, i volti con cui Roma si affaccia nei racconti di Cheever. Nella prima pagina della Duchessa, si legge: «Non era la Roma delle guide turistiche ma la Roma di oggi, il cui fascino non è certo dato dal Colosseo al chiaro di luna o da Piazza di Spagna bagnata da un acquazzone improvviso, ma dallo struggersi di una grande e antica città che, confusa, soccombe sotto la spinta del cambiamento». È in questo stesso racconto che le figure femminili si sciolgono nella città, che ora le incornicia e ora le esalta: «Ovunque l’avrebbero considerata bella, ma a Roma i suoi occhi azzurri, il suo pallido incarnato e i suoi capelli pieni di luce erano qualcosa di straordinario». Roma e le donne che vi abitano – il racconto è ambientato tra gli anni Trenta e Quaranta – sono a tal punto inscindibili che condividono un destino comune: «Sembrava che su quella donna affascinante, come in molto di ciò che ammirava di Roma, incombesse la minaccia dell’obsolescenza».

Nel racconto Una donna senza patria un americano e un’americana si incontrano al bancone di un bar dentro un hotel di Via Veneto, Roma è una terra in cui è impossibile mettere radici, la loro conversazione è appena iniziata quando lui dice a lei: «Ci sono giorni in cui non sento parlare una parola di americano decente. Si figuri che certe volte me ne sto in camera mia e mi parlo da solo per il piacere di sentire il suono della nostra lingua». Torna dunque il senso di estraneità dovuto alla differenza linguistica. Altre volte, come in Clementina, Roma è nobiliare e principesca.

Fu inevitabile, per il Cheever scrittore rientrato in America, tornare con la letteratura al porto di Napoli. E ripercorrere con la scrittura narrativa proprio il momento della partenza della nave che si stacca per tornare oltreoceano. L’occasione gli si presentò nella stesura del racconto che si intitola Boy in Rome, i cui personaggi vanno da Roma (qui descritta come una città in cui non si sente il rumore della pioggia: «mentre ero a letto quella notte, nella città in cui la pioggia non fa rumore») a Napoli. «Partimmo per Napoli quello stesso giorno, la nave per l’America salpava la mattina seguente: salutammo e seguimmo con lo sguardo le cime cadere nell’acqua non appena la nave cominciò a muoversi.»

Qui, rispetto ai taccuini, la prospettiva è dunque ribaltata. Il punto di vista non è di chi è a bordo in partenza e guarda la costa, ma di chi è a terra e osserva la nave che sta per prendere il largo. Scrive Cheever:

il porto di Napoli era ormai un fiume di lacrime, erano sempre tanti quelli che si commuovevano ogni volta che un’imbarcazione si staccava dal molo con il suo carico di emigranti. Mi domandai ancora una volta che tipo di sensazione avrei provato ad andarmene da qui e pensai agli amici di mia madre che non facevano altro che parlare di quanto amassero l’Italia, tanto che qualcuno, ascoltandoli avrebbe potuto immaginare che la penisola avesse più la forma di una donna nuda che di uno stivale.

Dopo averlo vissuto sulla propria pelle, Cheever fa sì che il protagonista si chieda cosa proverà nel lasciare l’Italia a bordo di una nave. Ed ecco che quel lontano timore che aveva vissuto in prima persona – la paura che tutto precipitasse nell’oblio – e che aveva registrato nei taccuini, trova, in un secondo momento, una forma letteraria: «Ne avrei sentito la mancanza, mi chiesi, o tutto si sarebbe sgretolato in un istante, crollato come un castello di sabbia? Tutto sarebbe scivolato via in un baleno e caduto nell’oblio?».

È la stessa identica immagine. L’Italia è un castello che si dissolve. Le traduzioni italiane suonano leggermente diverse, «castello di carte» nel diario, e «castello di sabbia» nel racconto Boy in Rome (tradotto da Leonardo Giovanni Luccone, uscito per la prima volta nel 1960 sulla rivista «Esquire», e contenuto nei Racconti, Feltrinelli 2012). Nella versione inglese invece c’è quasi una sovrapposizione: nei diari si legge «I stand at the stern deck, staring at the clile along the coast; it all slips and falls away as insignificantly and swiftly as a card house» e nel racconto Boy in Rome: «Would I miss it, I wondered, or would it all slip away like a house of cards, would it all slip away and be forgotten?».

Ma se la sensazione espressa nei diari può essere ancora vagamente autentica, la versione letteraria pare in confronto inevitabilmente una domanda retorica. L’uomo Cheever credette che l’esperienza italiana potesse svanire, il Cheever scrittore dovrebbe sapere che non è questa la realtà e potrebbe rassicurare il suo personaggio. Invece lo mette nella condizione di dubitare: tutto si sgretolerà?

L’Italia, per Cheever, non si sarebbe affatto sgretolata, né sarebbe caduta nell’oblio, ma sarebbe stata riedificata in America, mattone su mattone, parola su parola. Forse già nel viaggio di ritorno, Roma si sarebbe preparata nella testa di Cheever a diventare letteratura. Di certo, i suoi racconti avrebbero imitato la vita, e quell’inclinazione a credere che tutto ciò che fugge via possa essere recuperato con la nostalgia, il grande sconfinato magazzino dove tornano in piedi tutti i castelli di carte.

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