Fiorella Mannoia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fiorella-mannoia/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Dec 2015 14:19:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fiorella Mannoia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fiorella-mannoia/ 32 32 Le stelle mancanti di Loredana Bertè https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-loredana-berte/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-loredana-berte/#comments Fri, 11 Dec 2015 12:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29343 Questa intervista è uscita su La lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Loredana Bertè torna con un nuovo singolo scritto da Luciano Ligabue Amici non ne ho... ma amiche sì, titolo anche del disco in uscita a gennaio. Intanto ha da poco pubblicato la straordinaria autobiografia scritta con Malcom Pagani: Traslocando (Rizzoli) dove racconta la sua vita che no, non spiega come si diventa Loredana Bertè, come nessuno può spiegare come si diventa Marilyn Monroe, Janis Joplin, Jimmy Hendrix. Nascita, arte e vita che coincidono, destino forse, o forse no, nemmeno l'infanzia buia che accomuna molti di questi miti pop. "La nostra infanzia è fatta di tutte stelle mancanti" dice Loredana, riferendosi a se stessa e a Mimì, la sorella.

Mai un regalo?

Il Padre e La Madre erano due statali, prendevano lo stipendio il 27, noi siamo nate il 20.

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bertèQuesta intervista è uscita su La lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Loredana Bertè torna con un nuovo singolo scritto da Luciano Ligabue Amici non ne ho… ma amiche sì, titolo anche del disco in uscita a gennaio. Intanto ha da poco pubblicato la straordinaria autobiografia scritta con Malcom Pagani: Traslocando (Rizzoli) dove racconta la sua vita che no, non spiega come si diventa Loredana Bertè, come nessuno può spiegare come si diventa Marilyn Monroe, Janis Joplin, Jimmy Hendrix. Nascita, arte e vita che coincidono, destino forse, o forse no, nemmeno l’infanzia buia che accomuna molti di questi miti pop. “La nostra infanzia è fatta di tutte stelle mancanti” dice Loredana, riferendosi a se stessa e a Mimì, la sorella.

Mai un regalo?

Il Padre e La Madre erano due statali, prendevano lo stipendio il 27, noi siamo nate il 20.

Come festeggiavate i compleanni?

Non li festeggiavamo. Verso i dieci anni con un pasticcino e una candelina. Io e Mimì da sole. Oppure con Clito.

Clito?

Il cane che Il Padre comunista aveva addestrato ad addentare le tonache. Appena vedeva un prete o una suora quello partiva e azzannava il polpaccio.

Aveva ragione Il Padre?

Per me non ha ragione nessuno. Non ho mai creduto in niente, non mi bevo una parola della Bibbia. Non so se in alto c’è qualcuno.

Perché nel libro i suoi genitori vengono chiamati La Madre e Il Padre, mai mamma e papà?

Io e Mimì ci guardavamo e dicevamo: che c’entriamo noi con questi? Non c’entravamo davvero niente. Tante volte sognavamo: che bello sarebbe essere orfane. Il Padre era il peggiore, violento, una bestia feroce. Io sono sopravvissuta per caso.

E la madre?

La Madre era una ragazza bellissima che si è sposata troppo presto, a quindici anni, non sapeva niente della vita. Si è ritrovata un uomo che la menava, ha avuto quattro figlie, e quando è riuscita a liberarsi del marito non ha capito più niente.

Per esempio?

Dopo i primi successi, con i soldi guadagnati Io e Mimì ci siamo comprate un terreno, via Flaminia, chilometro ventitré, lì abbiamo costruito la villa dei nostri sogni. Cucina, salotto, cinque camere da letto, dove abbiamo messo anche La Madre e una sorella. I mobili li avevo disegnati io: azzurro psichedelico.

Il tentativo di ricostruire una famiglia?

In realtà era già tutto perduto.

E voi non l’avevate capito?

Stavamo lì, insieme, i cani, avevamo nove cani. Il dubbio ci doveva venire con la piscina.

La madre ci chiedeva i soldi per costruire la piscina, ogni volta che una di noi partiva: “mi lasceresti un assegno per la piscina?”. Noi glieli davamo, ma nessuno è mai arrivato a scavare la buca.

Che faceva La Madre coi soldi?

Ritocchi estetici e borse, aveva l’ossessione delle borse firmate. Per le borse si è venduta anche le pellicce mie e di Mimì. Due pellicce spelacchiate per la verità. Ma il peggio è venuto dopo.

Cioè?

Io vado in America per un periodo. Quando torno rientro direttamente a Riano, alla villa: i nostri nove cani in giardino, le Cinquecento, quella mia e quella di Mimì, ogni cosa come l’avevo lasciata, solo che c’era un cameriere nero in livrea che annaffiava i fiori.

Chi era?

Gli dico: questo è casa mia. E lui: ancora? è la terza sorella che viene, lo volete capire che questa è l’Ambasciata del Venezuela? La signora ha venduto tutto.

La signora era sua madre?

La Madre si era venduta la casa con le nostre cose dentro, pure i cani.

Come è riuscita a venderla?

Ma scusa: se nella vita riesci a costruirti una casa, la prima casa, a chi la intesti?

Le manca una famiglia?

Se non hai avuto una famiglia, non ti manca. Mi manca mia sorella. Eravamo noi la nostra famiglia.

I regali che non ha avuto nell’infanzia se li è fatti dopo da sola?

Tutto quello che non mi hanno regalato Il Padre e La Madre, anche i giocattoli.

Come l’orsacchiotto con cui andò alla Casa Bianca?

Era una borsa, l’avevo presa a Ibiza quando ancora non ci andavano i dentisti.

Il Presidente gradì?

Al tempo in Parlamento c’era Cicciolina con l’orsacchiotto. Alla Casa Bianca mi si avvicina Bush padre e dice: “sto dalla tua parte”, mentre la sicurezza mi seguiva a ogni passo. Io non capivo.

Poi ha capito?

Pensavano mi volessi spogliare come Cicciolina, credevano che in Italia ci fosse una specie di partito di donne che di colpo si spogliano con ‘sto cavolo di orso di peluche.

Alla Casa Bianca lei andò con Bjorn Borg?

Bush padre aveva regalato a Bush figlio Borg, una partita con Borg. Poi iniziò a piovere. Uomini della Cia e dell’Fbi asciugavano col phone il campo da tennis.

Riuscirono ad asciugarlo?

Gli americani pensano che tutto sia possibile. Non lo è.

Come si è comportata Loredana Bertè alla Casa Bianca?

Giravo per le stanze, lo Studio Ovale, mi sono distesa sul mappamondo gigante. C’erano i Bin Laden, padre e figlio, amici di famiglia, avevano affari petroliferi con i Bush.

Bjorn Borg apprezzava la sua eccentricità?

All’inizio sembrava di sì, ma all’inizio ogni cosa sembrava diversa. L’ho sposato perché si era presentato in un modo: “I love you”, “honey”, poi è diventato un altro.

È stato un grande amore?

Ci sposò Pillitteri. Io in rosa, Borg in azzurro.

Una favola?

Niente di più lontano. Con Borg ho perso sentimenti e conti in banca. Pagavo sempre io, i miliardari non hanno mai soldi in tasca. Anche oggi, se ci ripenso, non lo so se è stato amore vero, sono stata trascinata dell’idea che potesse essere per sempre, e io non avevo mai avuto niente per sempre.

Rimpianti?

L’ho lasciato troppo tardi, nel 1992, dovevo farlo prima.

La vita dopo Borg?

Torno in Italia, a Milano. Daniela Zuccoli, la moglie di Mike Bongiorno, mi affitta casa sua. Fa schifo, gliela ristrutturo completamente, faccio la cucina all’ingresso, entravi in casa e c’era il frigo.

È stata felice in quella casa?

Ricordo la festa di inaugurazione. Venne anche Craxi che lasciò la pistola nel forno.

Perché nel forno?

Era un Frost, mai capito come funzionasse, lo usavo come cassetto.

Inizia un periodo di pace?

Macché. Un giorno Daniela Zuccoli vede la casa e dice: voglio trasformarla nel mio show room. E grazie! Gliel’avevo messa benissimo. Siamo finite in Tribunale con gli avvocati che ci dividevano nei corridoi.

Chi ha vinto?

Ha perso lei.

Finalmente la serenità?

Siccome nel condominio stavano sempre a ristrutturare, primo piano, secondo piano, terzo piano, e a me scoppiava la testa, un giorno esco fuori con una mazza da baseball e spacco la portineria. Chiamano la polizia,  ma io riesco a fuggire.

Dove va?

All’albergo di fronte. Rimango quattro giorni all’hotel Ariosto. Dalla finestra guardavo se c’erano ancora i poliziotti. Il giorno che se ne vanno, torno. Quelli arrivano subito, quattro volanti, sfondano la porta, m’immobilizzano, mi prendono come Brusca. Mi legano. C’era la Croce Rossa, questa gente con le tute fosforescenti. Mi portano in manicomio.

Si è spaventata?

A casa non avevo l’acqua da giorni, in manicomio c’era. Ho pensato: che culo. E mi sono fatta  una doccia.

Quanto è rimasta là dentro?

Da fuori è venuta Aida, la mia corista, a portarmi lo stereo Sony. Abbiamo fatto uno showcase . Le pazienti cantavano con noi Sei bellissima. Il giorno dopo arriva un infermiere del reparto maschile: di là stanno impazzendo, non è che puoi cantare anche per loro?

E ha cantato anche per gli uomini?

Sì. Poi la dottoressa mi ha detto: lei non è matta per niente, meglio che se ne torna a casa sua.

Loredana Bertè non è matta?

Non lo so. Che poi tra quelli dentro e quelli fuori non c’è tanta differenza.

Si è rialzata da tutto lei?

No. La morte di Mimì, è come se fosse successa ieri.

Non passa?

Risuccede ogni giorno. Vedo alla televisione Mara Venier che piange, poi la foto di Mimì. Mi chiama Renato: spegni la televisione, sto arrivando. Andiamo all’obitorio. Appena entro vedo la bara con  Mimì dentro. Mimì è piena di lividi. Allora capisco. L’hai ammazzata, grido al Padre. Lui mi si avventa contro, botte, calci, mi strappa i capelli. E io cado nella bara, sopra a mia sorella.

Il padre è ancora vivo?

Purtroppo. Aspetto che muoia per riprendermi le ceneri di Mimì. Ho saputo che l’aveva cremata dalla televisione.

Perché vuole le ceneri?

Per spargerle a Bagnara Calabra.

Lei spesso parla al plurale.

Io e Mimì.

Se ci fosse ancora Mimì?

Vorrei che fosse fiera di me. Di questo nuovo disco.

Prodotto da Fiorella Mannoia, giusto?

Nella vita mai pensavo di poter duettare con Fiorella Mannoia e Patty Pravo.

Scusi, ma lei è Loredana Bertè, lo sa?

E chi é?

Come è nata la collaborazione con la Mannoia?

Devo ringraziare Renato Zero. Se non c’avesse tirato una sòla sia a me che a lei, non ci saremmo mai incontrate.

Da quanto tempo non parla con Zero?

Sei anni.

Motivo?

Mi ha prodotto un disco, ma come voleva lui, ci ha messo pure i cori delle suore, gli ho detto: questo è un disco per Suor Cristina, tienitelo.

Non pensa che potreste far pace?

Io ho perso due persone: Mimì e Renato.

Lui l’ha più cercata?

Io non ho telefonino, ho solo il fisso, un Sirio, mai cambiato, mi sono letta trecento pagine di istruzioni, non posso leggermene altre. Chi vuole mi chiama lì, zero due, e mi lascia un messaggio in segreteria.

Messaggi di Renato Zero?

Nessuno.

Il futuro per Loredana Bertè?

Equitalia. Mi hanno pignorato tutto.

Le mancano dei figli?

Avrei voluto un figlio per dirgli: non credere a quello che ti dicono gli altri di tua madre, ora te la racconto io la storia vera.

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Il cantante veterano https://minimaetmoralia.it/estratti/il-cantante-veterano/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-cantante-veterano/#comments Sat, 27 Jun 2015 06:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27566 Vasco Rossi è nuovamente in tour, come ogni anno, o quasi, per la gioia dei suoi fan. Pubblichiamo un estratto da Siamo solo io. Dimissioni, latitanza e e ritorno di Vasco Rossi, scritto da Tommaso Naon e Francesco Zani per Italica edizioni. Il libro racconta la rockstar emiliana alla soglia dei sessant'anni, tra il 2011 e il 2013, in un momento particolarmente critico. Ringraziamo gli autori e l'editore.

di Tommaso Naon e Francesco Zani

Terminate le prove a Pieve di Cento, arriva il momento di fare sul serio. L’inizio del tour è sempre più vicino, e il primo giugno Vasco pubblica un video nel quale lo si vede attraversare il prato dello stadio del Conero, diretto verso il palco dove fremono i lavori coordinati da Diego Spagnoli. Pochi giorni ancora per mettere a punto lo show, e finalmente il 5 giugno si comincerà con la data zero.

Certo in Italia sono ben pochi i musicisti che possono permettersi un concerto di riscaldamento davanti a uno stadio pieno e un’attenzione mediatica da grande evento. Come succede ormai da diversi anni, i biglietti per questa prova generale sono stati riservati in un primo momento solo agli iscritti del Fan club ufficiale Vasco Rossi, e solo in un secondo tempo si sono aperte le vendite al pubblico, ma non è stato difficile esaurire i trentacinquemila posti a disposizione.

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vasco-rossi

Vasco Rossi è nuovamente in tour, come ogni anno, o quasi, per la gioia dei suoi fan. Pubblichiamo un estratto da Siamo solo io. Dimissioni, latitanza e e ritorno di Vasco Rossi, scritto da Tommaso Naon e Francesco Zani per Italica edizioni. Il libro racconta la rockstar emiliana alla soglia dei sessant’anni, tra il 2011 e il 2013, in un momento particolarmente critico. Ringraziamo gli autori e l’editore.

di Tommaso Naon e Francesco Zani

Terminate le prove a Pieve di Cento, arriva il momento di fare sul serio. L’inizio del tour è sempre più vicino, e il primo giugno Vasco pubblica un video nel quale lo si vede attraversare il prato dello stadio del Conero, diretto verso il palco dove fremono i lavori coordinati da Diego Spagnoli. Pochi giorni ancora per mettere a punto lo show, e finalmente il 5 giugno si comincerà con la data zero.

Certo in Italia sono ben pochi i musicisti che possono permettersi un concerto di riscaldamento davanti a uno stadio pieno e un’attenzione mediatica da grande evento. Come succede ormai da diversi anni, i biglietti per questa prova generale sono stati riservati in un primo momento solo agli iscritti del Fan club ufficiale Vasco Rossi, e solo in un secondo tempo si sono aperte le vendite al pubblico, ma non è stato difficile esaurire i trentacinquemila posti a disposizione.

Meno rosea è la situazione per il concerto in programma a Messina: proprio in quelle ore si sparge la voce che lo spettacolo è stato cancellato perché la magistratura ha sequestrato lo stadio, dopo che ne era crollata una parte. Vasco quindi compare di nuovo su Facebook per rassicurare tutti annunciando che gli organizzatori si limiteranno a ridurre l’agibilità e che il concerto si farà. Se la questione non fosse, per alcuni, tremendamente seria, ci sarebbe da dubitare delle parole del rocker, se non altro perché le foto che corredano i post lo ritraggono mentre indossa un paio di improbabili occhiali da sole a forma di chitarra, ricordo del recente matrimonio di Stef e della Corvaglia.

Il 4 giugno, alla vigilia dell’esordio del Live Kom 011, Vasco pubblica la foto del palco, che svetta come una torre mastodontica. L’immagine accompagna una riflessione:

«Quando sono sul palco è il momento in cui sono più sicuro e tutto è chiaro. Il bello è che prima dei concerti sono sempre un po’ preoccupato. Dovrei essere  molto più preoccupato quando mi sveglio la mattina e comincia una nuova giornata».

L’ultima testimonianza prima dell’inizio della nuova avventura è un clip datato 5 giugno, ore 16.43. Vasco è all’interno di un’automobile e, con l’ormai inseparabile sigaretta elettronica in bocca, si dirige verso la stazione a prendere il giornalista Vincenzo Mollica, al quale ha dato appuntamento per un’intervista che riserverà parecchie sorprese (ma questo lo sapremo solo in seguito). E poi il tempo a disposizione è davvero finito. Poi è ora che si spengano le luci e che cominci lo show, ma questo, su Facebook, davvero non lo si può seguire.

Una volta varcata la soglia dello stadio, la prima cosa che salta agli occhi è il palco. Dai vertici della sua base triangolare si innalzano tre torri in acciaio alte oltre cinquanta metri, e la panoplia di fari e maxischermi lascia presagire effetti speciali futuristici. La pioggia cade incessante per tutto il pomeriggio. Si placa solo verso sera, quando arrivano le prime note dell’introduzione strumentale a riempire il catino dello stadio. Nello schermo a led che funge da sipario compare l’immagine della Ford Taunus gialla – la stessa già vista sulla copertina del cd – che si avvicina al pubblico, quasi a investire la folla. Finalmente il sipario si alza e il palco viene rivelato. I musicisti sono già al loro posto, e i fan possono indicarseli uno a uno: Claudio Golinelli al basso, Matt Laug alla batteria, Maurizio Solieri e Stef Burns alle chitarre, Alberto Rocchetti al piano, Andrea Innesto al sax, Frank Nemola alla tromba e Clara Moroni ai cori.

Al centro c’è lui, Vasco: cappellino nero calcato in testa e occhiali da sole sul naso, veste dei jeans e un giubbotto in pelle. Attacca con tre brani tratti dall’ultimo album: Sei pazza di me, Non sei quella che eri e Starò meglio di così. Il pubblico risponde bene, i trentamila dello stadio del Conero conoscono le canzoni a memoria, ballano e saltano come sempre, anche se ormai le luci degli smartphone hanno definitivamente sostituito le fiamme degli accendini.

Gli enormi schermi ai lati del palco restituiscono con sapienza le immagini del concerto, indugiano spesso sugli occhi azzurri del Blasco che, dal canto suo, dà sfogo al repertorio fatto di “eeh…” strascicate, braccia che mulinellano nell’aria e giochi allusivi con l’asta del microfono. Tutt’attorno è un tripudio di luci, lingue di fuoco, elaborazioni grafiche e raggi laser che salgono e si inseguono sulle torri. Vasco esegue quasi tutti i brani del suo ultimo lavoro, e si lascia andare a qualche discorso nelle pause tra un pezzo e l’altro: «Vivere o niente vuol dire saper vivere senza Dio, saper rischiare perché la vita non è garantita, non basta stare buoni e tranquilli».

Per i fan è una situazione inedita: fino a oggi Vasco aveva sempre lasciato parlare le canzoni, affidando più volentieri il suo pensiero ai versi che alla prosa. Questa sera appare invece molto arringatore. Sulle note dell’interludio strumentale – ricco di passaggi interessanti e finanche divertenti, ma che spezza un po’ il ritmo dello spettacolo – gli schermi mostrano le immagini di un omino blu che, animato graficamente, cammina in equilibrio sul filo. Spiega Vasco: «È una metafora della vita, dell’importanza di stare in equilibrio fra forze e poteri. Un equilibrio che bisogna sempre cercare, ma che non è ricerca di un punto di stabilità fisso e sicuro».

Terminato l’interludio, il pubblico accoglie con un boato un vecchio brano che raramente è stato proposto dal vivo, Alibi. Contenuto nell’album Colpa d’Alfredo del 1980, è un pezzo visionario che si conclude con questi versi: «Lo portarono in questura, e lo fecero sedere. / Uscirà fra qualche mese, dice devono accertare, / controllare, verificare, analizzare, / eventuali coincidenze, connivenze, alibi!» Vasco ne approfitta allora per lanciarsi contro la modifica alle norme che regolano il fermo di polizia, che, nel silenzio più totale, è passato da ventiquattro a quarantotto ore: «Non è come nei telefilm americani che puoi chiamare l’avvocato, anzi non ti fanno telefonare nemmeno alla mamma». Poi continua: «Negli anni Settanta manifestavamo, ma la libertà va difesa ancora: milioni di persone sono morte per questo. E anche la vita non è garantita. Nemmeno dal governo che usa le vostre paure per fottervi, anzi per fotterci: non dimenticavelo».

Nella seconda parte del concerto c’è spazio per altri due momenti inediti. Il primo è un medley dance che propone in sequenza Rewind, Ti prendo e ti porto via, Gioca con me e Delusa. Sono i pezzi del rocker i cui remix più hanno fatto successo in discoteca, e non a caso sul palco salgono le dodici ballerine del Vasco Rossi dancing project, l’associazione culturale che ha come obiettivo la promozione della danza, presieduta dal regista Stefano Salvati ma voluta e finanziata dallo stesso Blasco.

Un altro medley, questa volta acustico, accompagna il concerto verso la sua chiusura. Come già si era visto nei palasport durante il tour europeo, Vasco si presenta da solo al centro del palco, armato di chitarra e microfono: «Ora voglio farvi vedere come nascono le canzoni» annuncia, e le dita cominciano a pizzicare le corde della chitarra. Inizia subito, riconoscibile, Jenny, e la voce del pubblico quasi sovrasta quella del cantante. L’esecuzione però termina in fretta, con Vasco che incespica, sorride e promette: «Facciamo che stasera me la studio in albergo, così la prossima volta la faccio meglio», e non si capisce se si tratti di uno scherzo oppure no. Seguono quindi un’infilata di classici da brivido fino al tripudio finale: con Vita spericolata e Albachiara si chiude, come da tradizione, il concerto.

Vasco non abbandona per molto i suoi amici virtuali. Alle 5.36 della mattina del 6 giugno posta su Facebook un video girato al termine dello spettacolo: si trova nel camerino, e Tania Sachs introduce un pugno di giornalisti, venuti a raccogliere le dichiarazioni a caldo, ognuno con il medaglione del pass al collo. Si riconoscono i volti delle più famose firme musicali, e Vasco li accoglie con l’obiettivo di un telefonino puntato su di loro. Li saluta uno alla volta, e in sottofondo si sentono le note di una canzone ancora inedita, I soliti. Ne anticipa l’uscita per settembre, cercando la frase ad effetto: «Questa uscirà a settembre, ed è la nuova… la nuova… come si dice?», ma si perde e, prima di lasciare spazio alla musica, conclude con un semplice: «A me piace un casino».

Si rivolge quindi ai giornalisti, ci scherza assieme e poi, con un sorprendente ribaltamento di ruoli, li presenta alla videocamera. Loro paiono un po’ imbarazzati, ma accettano di buon grado. Vasco comincia abbracciando Renato Tortarolo del Secolo XIX e lo avverte: «Poi vai a vederti i commenti al video di Youtube, così ti leggi un po’ di insulti anche tu. Lui si chiama Tortarolo, se volete scrivergli» dice poi rivolto all’obiettivo. Il riferimento è ai commenti astiosi che spesso compaiono sulla rete e che in passato hanno molto turbato il rocker.

Tocca quindi a Mario Luzzato Fegiz, storica firma del Corriere della sera: «Vi voglio far vedere Fegiz, perché voi ne sentite parlare ma ve lo voglio far vedere». Lo abbraccia e dice: «Lui è uno dei più grandi critici di serie, teste… teste…» si blocca, le parole non gli vengono.

Fegiz allora suggerisce: «Teste di serie!» E Vasco riprende: «Come si dice “teste di cazzo serie”? “Serie teste di cazzo” che io abbia incontrato nella vita» dice, rifilandogli una manata sulla spalla. L’esile critico abbozza e annuisce, prima di dichiarare: «Sono l’inventore del rock rurale».

«Mi definì, la prima volta, rock rurale, perché venivo da Zocca» chiarisce il Blasco. «Se invece fossi venuto da Milano, avrei fatto rock metropolitano» ironizza. Se c’è qualche altro artista che può permettersi di definire in questo modo un intoccabile come Fegiz, è difficile immaginarlo. Vasco poi si dirige verso l’unica donna della compagine di giornalisti, che rimane un po’ in disparte e viene colta dall’obiettivo mentre è intenta a sgranocchiare qualcosa. «Adesso posso salutare la signora?»

E quella risponde: «Non sono disponibile». Ma Vasco ribatte: «No, lei è disponibile perché lei è la signora che sempre mi bacchetta negli articoli». Si tratta di Marinella Venegoni della Stampa, che infatti coglie l’occasione per rimproverargli una giacca mimetica usata durante il concerto: «Non mi piace, perché tu non sei mimetico».

Quel che succede dopo questa presentazione, però, è affare privato e noi lo possiamo imparare solo dalle pagine dei giornali del mattino successivo. Da quel che riportano gli inviati, Vasco pare rilassato e ben disposto, e anticipa qualche informazione sulla sua nuova canzone, I soliti. «Uscirà a settembre per un documentario che andrà alla Mostra di Venezia» annuncia. Il titolo provvisorio, si apprende, è “Da Zocca a Los Angeles” e la regia è affidata a Alessandro Paris e Sibylle Righetti. La musica si ferma e Vasco chiacchiera volentieri, per cui è inevitabile riprendere i discorsi iniziati durante il concerto. Il Komandante parla subito di libertà: «La libertà va difesa, non è mai definitiva, consolidata, ma è sempre a rischio, mentre i ragazzi la danno per scontata». E poi anticipa quello che diventerà uno dei temi caldi delle sue polemiche estive: «C’è gente che 40 anni fa è morta per la libertà e mi fa ridere che oggi si accetti un sacrificio di un pezzo della propria come l’obbligo del casco per maggiorenni».

Si parla anche di proibizionismo, tema da sempre caro al Blasco: «Chi difende il proibizionismo fa gli interessi della mafia, spezzare il proibizionismo significherebbe sfiancare la mafia. Ma significherebbe anche rompere certi alibi dei benpensanti. Io vorrei fare l’Arci-tossico, in difesa dei tossicodipendenti, i più fragili, i più indifesi che vengono invece trattati come dei cani: la pericolosità sociale del drogato non esiste, il drogato ha bisogno di aiuto semmai. Io però non potrei fare il presidente dell’Arcitossico, pensavo di portare la candidatura di Capezzone: da radicale, mi sono molto stupito, quando è diventato il portavoce del Pdl, così invece si potrebbe riscattare».

Di lì a pochi giorni l’Italia sarà chiamata a votare ai referendum sui temi del nucleare, della privatizzazione dell’acqua pubblica e contro il legittimo impedimento. Quest’ultimo, in particolar modo, viene vissuto come un referendum sul governo Berlusconi, così in questi giorni alla televisione e sui giornali non si parla d’altro. Anche in camerino viene affrontato il tema, e il rocker di Zocca si sbilancia: «L’acqua è il problema più grande che c’è, io sono per l’acqua pubblica, è impensabile che possano usufruirne solo quelli che possono permettersi di pagarla. Lo dico da radicale, un radicale di sinistra: io da sempre sto accanto a quelli che hanno bisogno». Il Blasco si dimostra invece più possibilista, sul nucleare: «C’è in Francia, lo farei anche qui». Sul legittimo impedimento infine commenta: «Berlusconi quando era capo delle tv era un simpatico personaggio. Oggi penso che si debba avere rispetto per le cariche istituzionali, se si vuole che anche gli altri ne abbiano. Lui è sceso in politica per salvarsi dal fatto che negli anni 80 tutti facevano certe cose… Nel ’92 avrei fatto un’amnistia: tutti pari, Berlusconi tiene le tv, ma non fonda un partito del 30 per cento».

Negli ultimi istanti prima del congedo, Vasco fa ascoltare altri due brani inediti. Il primo si intitola Cambiare macchina, il secondo è un provino nel quale Vasco canta La luna, il pezzo scritto per Fiorella Mannoia. I giornalisti salutano e si fiondano a consegnare i loro articoli. Il Blasco, tra dichiarazioni e annunci di nuovi progetti, ha fornito parecchio materiale. La vera notizia, però, è per tutti la stessa: Vasco è in forma, la data zero si è conclusa alla grande, e ora è tempo di guardare alla prima, vera prova. Venezia e l’Heineken jammin’ festival lo stanno aspettando.

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