flapper Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/flapper/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Nov 2012 13:04:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg flapper Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/flapper/ 32 32 Beautiful Beginners https://minimaetmoralia.it/arte/beautiful-beginners/ https://minimaetmoralia.it/arte/beautiful-beginners/#comments Wed, 18 Jan 2012 09:44:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6213 Questa intervista di Tiziana Lo Porto al regista Mike Mills è stata pubblicata su «D-Repubblica» in occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche americane del suo ultimo lavoro, «Beginners».

di Tiziana Lo Porto

Si definisce un “regista designer”, spiegando che lo è nel modo in cui riprende le cose, o al montaggio, dove “sono felicissimo ogni volta che posso inserire un fermo immagine o un disegno”.

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Questa intervista di Tiziana Lo Porto al regista Mike Mills è stata pubblicata su «D-Repubblica» in occasione dell’uscita nelle sale cinematografiche americane del suo ultimo lavoro, «Beginners».

di Tiziana Lo Porto

Si definisce un “regista designer”, spiegando che lo è nel modo in cui riprende le cose, o al montaggio, dove “sono felicissimo ogni volta che posso inserire un fermo immagine o un disegno”. Mike Mills fotografa, disegna, dirige magnifici videoclip e film incantevoli. Ha esordito disegnando alcune delle più belle copertine dei dischi dei Sonic Youth, ha diretto pubblicità di Gap e video dei Blonde Redhead e dei Pulp e degli Air e di Moby e di Yoko Ono e di molta altra gente (uno dei suoi primi e più geniali videoclip è quello di Sometimes dei Rhytmes Digitales del 1999 in cui un giovane orsacchiotto di peluche molto depresso, dopo avere scritto un biglietto d’addio ai suoi, si suicida lasciandosi cadere giù dal comò). A fine anni novanta ha partecipato al movimento artistico dei “Beautiful Losers” (basato sull’estetica e la pratica del DIY, Do It Yourself, e fatto essenzialmente di street artists e skaters). Ha fondato una sua linea di poster, magliette e vestiti che si chiama “Humans by Mike Mills” e che ha per manifesto un’infilata di frasi sagge nella loro stranezza. Tipo: “Gli unici animali che soffrono di ansia sono quelli legati agli umani”. Oppure: “Quando ti senti in colpa perché sei triste, ricordati che Walt Disney era un maniaco-depressivo”. Nel 2005 ha diretto un lungometraggio che si chiama Thumbersucker (era la storia del passaggio all’età adulta del diciassettenne Justine che sublimava l’angoscia di separazione dalla madre ciucciandosi il pollice) e che lo ha portato al Sundance Festival dove la regista, artista e scrittrice Miranda July stava presentando il suo di esordio, Me and You and Everyone We Know. È lì che i due si sono incontrati, conosciuti, innamorati, fidanzati, sposati. Sei anni dopo, quasi in contemporanea all’uscita internazionale del secondo film della moglie, The Future, Mills ritorna nelle sale americane con la sua opera seconda, Beginners.

Il film è in parte autobiografico e racconta di un quasi quarantenne, Oliver (Ewan McGregor), che alla morte della madre apprende che il padre Hal settanticinquenne (Christopher Plummer) è gay, lo è sempre stato, e ha sposato la madre consapevoli entrambi che lo fosse. Raccontato in due tempi, Beginners ripercorre la vita sentimentale del padre, prima e dopo il coming out, e la vita sentimentale di Oliver dopo la morte del padre, quando incontra l’attrice francese Anna (Mélanie Laurent) e se ne innamora. “Non è un film catartico”, precisa raccontandomi del coming out del padre, degli ultimi anni della sua vita “vissuti come fossero solo un inizio, un beginning” (da qui il titolo del film), della sua morte, e di come sia stata la vicenda “più singolare e umana a cui mi sia stato dato di accedere”. “Beginners è un film che non potevo non fare”, dice, spiegandomi che “catartico è stato andare in terapia, parlare di quello che era successo con le mie sorelle e i miei amici, e alla fine cavarne fuori una storia. Dopo l’incubo della ricerca di un produttore e la consapevolezza che forse non l’avrei mai trovato, quando finalmente mi sono ritrovato a girarlo, lì me la sono goduta. Amo fare il regista, e quello è stato uno dei momenti più divertenti della mia vita”. Nel film Oliver fa il grafico, e i suoi disegni (nella realtà tutti fatti dallo stesso Mills) sono raccolti e pubblicati in un bel volume dalla copertina gialla: Drawings from the Film Beginners by Mike Mills (Damiani Editore).

Il libro, rigorosamente in bianco e nero, è diviso in tre parti. La prima parte si chiama “La storia della tristezza” e comincia dalla creazione della terra (“tristezza non ancora inventata” dice la didascalia) per proseguire con il mare, gli uomini di Neanderthal e i disegni di momenti particolarmente tristi della storia dell’umanità. Come il giorno in cui venne inventato il romanzo, che isolando lo scrittore e inchiodandolo alla scrivania lo rese necessariamente triste. O il giorno in cui venne scoperto il primo tumore. O ancora, il giorno in cui vennero lanciati nel mercato internazionale i chicken mcnuggets (1983, con grande tristezza dei polli). La tristezza di Raymond Carver prima di riuscire a trovare il proprio stile. E quella della prima coppia che scoprì di essersi sposata per le ragioni sbagliate. Il primo gay che venne diagnosticato dagli psichiatri come mentalmente disturbato. E il primo topo su cui venne sperimentato il Prozac.
La seconda parte del libro si chiama “Scene del 1955”, l’anno in cui si sposarono i genitori di Mills. E sono disegni che raccontano le ricerche fatte dal regista-disegnatore su quell’epoca per contestualizzare (e capire) le nozze dei suoi. Di quell’anno il matrimonio di Rock Hudson con la segretaria del suo agente, l’apertura del primo parco a tema Disneyland e del primo McDonalds.
Terza e ultima parte è “La storia dell’amore”. E qui ci sono altri uomini di Neanderthal e un paio di flapper: Louise Brooks e Zelda Fitzgerald (“Zelda non è stata solo una musa ma una scrittrice superinteressante”, precisa Mills. “L’ho sempre considerata punk, e nel cercare un modo per vivere più libere lei e le altre flapper hanno aperto la strada alle adolescenti moderne”). C’è il divano di Freud nella sua essenzialità. Ci sono due tavole con sopra disegnate le facce delle otto ex fidanzate di Oliver prima di conoscere Anna. Probabilmente le stesse di Mills.

“Io e Oliver abbiamo alcune cose in comune”, dice Mills parlando del protagonista del film, “entrambi disegniamo e facciamo i grafici, abbiamo entrambi dei cani, abbiamo entrambi dei padri che sono usciti allo scoperto tardissimo nella vita, e abbiamo disegnato entrambi le copertine dei dischi di una vera band che si chiama The Sads”. Uno dei Sads è Aaron Rose, scrittore e regista (suo il bel documentario sui Beautiful Losers) che ha fondato la band come “tentativo di creare una situazione musicale dominata dal crepacuore” (da cui il nome “The Sads”, i Tristi). Ovvero musica per scandagliare nel proprio privato emotivo e riuscire a portare a galla la vera essenza di tristezza e felicità.

E proprio mentre i Sads lavoravano su questa sorta di autoanalisi musicale che Mills ha iniziato a scrivere la sceneggiatura di Beginners. Band e regista hanno collaborato così a un tour europeo in cui Mills allestiva un’installazione video fatta di spezzoni di vecchi e struggenti film hollywoodiani e i Sads suonavano dal vivo. L’idea (banale ma utile) era di accendere l’emotività in sala. A quel punto sono iniziate le riprese del film, e i Sads sono diventati a loro volta personaggi del film prestando il nome alla band a cui Oliver propone un booklet con disegnata la sua “Storia della tristezza”. Ma i Sads rifiutano idea e disegni. “A me è capitato un sacco di volte che una band o qualcuno mi bocciasse un’idea”, dice Mills. “M’hanno rifiutato idee per videoclip, idee per film, sceneggiature… Dietro quella copertina di disco che Oliver si vede rifiutare dai Sads c’è un po’ di tutto”.

Nel film c’è anche un cane parlante (e la possibilità che gli animali domestici parlino dev’essere una preoccupazione condivisa dalla coppia Mills/July visto che anche in The Future c’è un gatto che parla) e ci sono frammenti presi in prestito alle vite degli altri. A Lou Taylor Pucci (protagonista di Thumbersucker, cameo in Beginners), per esempio, che una sera a una festa ha incontrato una ragazza senza voce che comunicava con penna e taccuino. E l’aneddoto è diventato una scena del film.

L’unico personaggio veramente autobiografico è il padre, che a settantacinque anni, invece di considerarsi vicino alla fine della vita pensò bene di darle un nuovo inizio. “Per me è lui il centro assoluto del film”, dice Mills, preferendo alla definizione di “memoir” quella di “ritratto”. “A me piace ritrarre le persone”, mi dice a fine intervista, “anche se lo so che è praticamente impossibile catturarle per come sono fatte veramente. Le persone sono talmente complicate, contraddittorie, stratificate, e strane. Ma questo non significa che uno debba smettere di cercare di capirle”.

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Come diventare una flapper https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-diventare-una-flapper/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-diventare-una-flapper/#comments Mon, 20 Jun 2011 12:55:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4576 di Tiziana Lo Porto

Di tutti i costumi fabbricati in casa e indossati per le feste di carnevale della mia infanzia, ce n’è uno che ricordo più degli altri. Era un vestito anni venti, bordeaux e ghiaccio, eravamo nel 1983, e io avevo undici anni. Arrivata alla festa il mio abito anni venti mal si adeguava al resto dei costumi nella stanza facendomi sembrare quanto mai un’aliena, una ragazzina piovuta da un altro pianeta.

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Questo pezzo è uscito su D-Repubblica.


di Tiziana Lo Porto

Di tutti i costumi fabbricati in casa e indossati per le feste di carnevale della mia infanzia, ce n’è uno che ricordo più degli altri. Era un vestito anni venti, bordeaux e ghiaccio, eravamo nel 1983, e io avevo undici anni. Arrivata alla festa il mio abito anni venti mal si adeguava al resto dei costumi nella stanza facendomi sembrare quanto mai un’aliena, una ragazzina piovuta da un altro pianeta. Eppure, a ripensarci adesso, posso dire che mai ci fu abito in cui mi sentii così a mio agio. A modo mio ero una flapper, anche se ancora non sapevo cosa volesse dire la parola “flapper”. Lo avrei scoperto una manciata d’anni dopo, leggendo i romanzi di Francis Scott Fitzgerald, guardando i film muti con Louise Brooks e Mary Pickford, scoprendo che non si trattava di una moda, ma di un’attitudine, di un modo di scegliere chi volere essere senza mai perdere di vista sé stessi.
Alcuni dizionari traducono la parola “flapper” con “ragazza emancipata”, altri con “maschietta”. Ma come definizione nessuna delle due è sufficiente. Il termine flapper viene dal verbo flap e allude allo sbatter d’ali degli uccellini che imparano a volare. Il primo a usarlo per definire una precisa categoria di ragazze fu Desmond Coke, nel 1903, nel suo The Sandford of Merton: a Story of Oxford Life, romanzo parodia del classico per l’infanzia The History of Sandford and Merton di Thomas Day. La flapper in oggetto era una ragazza giovanissima che in qualche modo emanava irriverenza: una sorta di Lolita che fumava, beveva e ballava lo shimmy e il charleston evocando col fruscio dei vestiti il flapping degli uccellini al loro primo volo. Flapper diventarono così tutte le giovani donne che negli anni venti sfidarono, con il loro modo di vestire, parlare e comportarsi, le convenzioni dell’epoca. Protofemministe anche loro, anche se in modo talmente irriverente e politicamente incorretto da essere viste con un misto di diffidenza e antipatia dalle coetanee suffragette. Mentre queste ultime si battevano per essere pari agli uomini nel lavoro o in politica infischiandosene dell’aspetto estetico, le flapper usavano la propria bellezza e femminilità come armi per emanciparsi dall’immagine della donna infelice e vittima, prigioniera di una famiglia non sempre desiderata, personaggio secondario e mai protagonista della propria vita. La parità la cercavano anche loro, ma di notte, fumando e bevendo come uomini negli speakeasy e nei nightclub. A dar loro popolarità, facendo della flapper un modello di vita per le donne più o meno giovani, furono Francis Scott Fitzgerald e le attrici del muto. Il primo fece della moglie Zelda (indiscutibilmente regina delle flapper e autrice lei stessa del Panegirico della flapper, pubblicato dal Metropolitan Magazine nel giugno del 1922) un’icona rendendola irresistibile protagonista dei suoi popolarissimi romanzi e racconti. Le seconde (da Clara Bow a Louise Brooks e Anna May Wong), diventarono flapper tanto sul grande schermo che nelle vite reali. E tutte vennero amate e imitate dalle giovani donne dell’epoca.
Oggi, quasi un millennio dopo, continuano a tornare utili i consigli delle flapper, rintracciabili indirettamente in alcuni film e telefilm (la serie tv Boardwalk Empire prodotta da Martin Scorsese, per esempio, o l’atteso Grande Gatsby diretto da Baz Luhrmann) e in modo più diretto nell’accurato saggio di Joshua Zeitz Flapper. A Madcap Story of Sex, Style, Celebrity, and the Women Who Made America Modern (Three River Press), nei racconti e poesie di Dorothy Parker, nelle innumerevoli biografie di Zelda Fitzgerald, Louise Brooks & co., e nel dizionario della flapper pubblicato nel luglio del 1922 dalla rivista Flapper (consultabile online sul blog bookflaps.blogspot.com). Quanto segue non vuole essere un manifesto, ma solo un po’ di saggezza condivisa. Dodici consigli evergreen per giovani donne che alle mode condivise preferiscono la consapevolezza dell’essere e apparire uniche, e che al fare come fanno le altre prediligono il fare quello che vogliono.

1. Fate quello che vi pare
La flapper, scriveva Zelda nel 1921 nel suo Panegirico, “era consapevole del fatto che le cose che faceva erano le cose che aveva sempre voluto fare”. Diventate anche voi consapevoli che quello che state facendo è quello che avete sempre voluto fare. E se così non è, non abbiate paura di cambiare: a fare quel che si è sempre voluto fare si migliora solo la qualità della vita. Propria e altrui.

2. Siate voi stesse
E siatelo dappertutto. Anche sul lavoro. Nel 1925 la ventitreenne Lois Long cominciò a scrivere sull’appena nato magazine New Yorker. Anche lei era una flapper, e firmava la sua seguitissima rubrica di cronaca mondana con il nom de plume Lipstick. Lois Long passava le notti negli speakeasy e ai party più in e sfrenati di New York. Poi, alle prime luci dell’alba, si presentava direttamente in redazione, senza passare da casa, in abito da sera e totalmente ubriaca. Quando dimenticava la chiave del cubicolo con la sua scrivania, scalciava via le scarpe e noncurante di chi le stava intorno scavalcava.

3. Non siate un luogo comune
“La cosa che le flapper detestano più di tutte sono i luoghi comuni”. Così dichiarava una flapper diciottenne intervistata nel 1922 dal New York Times Book Review and Magazine. Di fatto i luoghi comuni non piacciono a nessuno. Smettete dunque di essere voi stesse un luogo comune e siate qualcos’altro.

4. Siate irriverenti
O meglio, usate tutta l’irriverenza di cui disponete per ottenere quello che volete. Non abbiate paura che gli altri vi giudichino sfrontate. Furono le flapper a inventare l’abitudine di imbucarsi alle feste. Nel loro vocabolario crasher era chi andava una festa senza essere invitato, e un crashing party era una festa in cui senza invito ci si presentava in tanti, giovani, belli e rigorosamente in gruppo. Mentre i petting party erano i party in cui ci si strusciava. Tutti il tempo.
5. Baciate
Baciate gli altri, baciate voi stesse, usate con gli uomini il bacio con la stessa facilità con cui usate le parole. Dice Zelda: “Gli uomini sposeranno le donne che sono riusciti baciare prima di averle chieste in moglie ai loro papà”. E se proprio dovete usare le parole, inventatele. Fate come le flapper, che chiamavano “manette” gli anelli di fidanzamento, “spremilimoni” gli ascensori e “ombrelli” gli uomini da usare come accompagnatori il pomeriggio e scaricare la sera.
6. Sorridete
Uno dei motivi per cui Zelda si teneva alla larga dalle altre donne era la sua idiosincrasia per la gente che si piange addosso. Le donne che si lamentano non piacciono agli uomini. E nemmeno alle donne. Smettete di fare le martiri, e vivete al meglio la vita che avete. Piangere non serve altro che a farvi venire più rughe. Saggio chi ha detto: “Ridi molto e quando sarai vecchia avrai le rughe nei punti giusti”.
7. Mettetevi in mostra e trattateli male
“Tutti i riflettori sono puntati sulle sue battute”, scriveva Dorothy Parker in una poesia. La poesia si chiamava The flapper e finiva così: “La sua regola d’oro è abbastanza semplice: sceglierli giovani e trattarli male”. Come darle torto.
8. Siate fedeli solo a voi stesse
Con ciò non vi vogliamo spingere sulla strada dell’infedeltà. Diciamo solo che è meglio tradire che essere tradite. E che è ancora meglio lasciare prima di essere tradite. Sempre Dorothy Parker, in Congedo: “Non offendetemi miei cavalieri, e giudicatemi con tenerezza. È la mia forza e la mia debolezza – li ho amati finché amavano me”.
9. Circondatevi di uomini
Le giovani flapper, a detta di Zelda, più che di amici avevano bisogno di folle. E più maschi c’erano in quelle folle, più si affollavano intorno alle giovani flapper. A dirla in altri termini: se siete belle e volete anche diventare popolari, sarà più facile farlo circondandovi di uomini che non di donne. Fidatevi.
10. Non mentite
Nemmeno sull’età. Tanto è inutile. Ed è anche noioso. Scrive Louise Brooks nella sua autobiografia: “Non avendo mai avuto bisogno di mentire a casa, feci il mio ingresso nel mondo con una radicata abitudine alla verità, eliminando automaticamente dalla mia vita quella piatta monotonia che devono provare i bugiardi. Tutte le bugie si assomigliano”. È vero.
11. Vivete bene
Zelda Fitzgerald, secondo la sua biografa Nancy Milford, “vedeva nella flapper un codice per vivere bene”. E dato che vivere bene è un concetto relativo, sta a voi trovare il modo di farlo. À chacun sa vie!
12. Soprattutto non siate noiose
Scriveva infine Zelda nel suo Panegirico della flapper: “E si rifiutava di essere annoiata soprattutto perché non era noiosa”. Una frase talmente illuminante che nel 1990 i Pet Shop Boys ci fecero quello che sarebbe diventato uno dei loro singoli più amati. La canzone si chiamava Being Boring e, parlando di Zelda, a un certo punto faceva così: “She said. ‘We were never feeling bored / ‘Cause we were never being boring / We had too much time to find for ourselves”. Annoiarci noi? Naaaa.

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