Flavia Gramellini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/flavia-gramellini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 15 May 2026 08:47:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Flavia Gramellini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/flavia-gramellini/ 32 32 Effetto Strega: Ermanno Cavazzoni https://minimaetmoralia.it/libri/effetto-strega-ermanno-cavazzoni/ https://minimaetmoralia.it/libri/effetto-strega-ermanno-cavazzoni/#respond Fri, 15 May 2026 08:47:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=57421 In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del […]

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In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corso. A questo indirizzo le puntate precedenti.

a cura di Giulia Cipriano, Flavia Gramellini, Alessia Liberti

Storia di un’amicizia (Quodlibet, 2026), selezionato nella dozzina del Premio Strega 2026, narra con ironia malinconica il legame tra due amici di lunghissima data, scandito nel tempo lento della provincia, fatta di equivoci, silenzi e una complicità che resiste all’usura degli anni.

Il racconto della storica amicizia con Gianni Celati diventa il pretesto per un’indagine profonda sul tema della fine e dell’aldilà, affrontata con quell’approccio stoico che da sempre lo contraddistingue, in un gioco di specchi con la sensibilità più umorale dell’amico scomparso. Tra ricordi nitidi e quelle “fantasticazioni” che sono il suo marchio di fabbrica, Cavazzoni costruisce una narrazione libera dalla rigidità cronologica, seguendo il flusso irregolare del pensiero. Ne emerge il ritratto di un intellettuale che, pur nella nostalgia del tempo perduto, non rinuncia a uno sguardo lunatico e paradossale, trasformando la riflessione sulla mortalità in un atto letterario di suprema libertà.

F.G.: Storia di un’amicizia nasce come un libro di memorie dedicato a Gianni Celati – scrittore, amico, compagno di cene bolognesi, di vodka e di conversazioni che andavano da Wittgenstein ad Ariosto. Non è una biografia, lei stesso lo precisa: è «quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia». Come nasce il desiderio di raccontare questa storia? È stato impegnativo, emotivamente, condividere un legame così profondo?

E.C.: Quando Gianni Celati è morto, nel 2022, non sono potuto andare in Inghilterra per il suo funerale. Negli ultimi anni viveva lì e non era in grado di tornare in Italia, neppure accompagnato e io, tra il Covid, il passaporto scaduto e la Brexit, non sono riuscito a partire, mi è dispiaciuto moltissimo. Dopo qualche mese abbiamo organizzato un evento commemorativo insieme agli amici più stretti e ai lettori. Per prepararmi, sono andato a riguardare le ultime mail che ci eravamo scambiati e gli appunti presi nel corso del tempo. Ho scritto un primo discorso per un incontro a Bologna e poi uno per Reggio Emilia, nella biblioteca a cui lui aveva donato i suoi libri e i suoi scritti. È stato allora che ho iniziato a pensare di cercare altri spunti e altre annotazioni legati ai nostri scambi e alla nostra lunga amicizia.

Volevo parlare soprattutto della morte di Celati e di una delle tragedie del nostro tempo: si vive sempre più a lungo, ma questo spesso significa andare incontro all’Alzheimer, alla demenza senile o ad altre forme di decadimento mentale. Oggi arrivare alla morte è un percorso dolorosissimo non solo per chi alla fine se ne va, ma anche per chi gli resta accanto. Nel libro raccolgo le mie riflessioni anche su come Celati abbia attraversato la vita. Credo che dal carattere di una persona, dalle sue inclinazioni e dalle scelte che compie, si possa già intuire quale sarà la sua “strada finale”. È un sapere a posteriori, ovvio, ma nel suo caso le analogie erano fortissime. Per questo ho deciso di parlarne in un libro: perché, a partire dalla fine, non si poteva non raccontare com’era Gianni Celati e come è stata la nostra amicizia.

F.G.: Lei e Celati siete entrambi legati a Quodlibet, e questo libro sembra anche un modo per custodire una memoria che appartiene non solo a voi due, ma a un ambiente culturale e editoriale che vi ha visti protagonisti. C’è chi potrebbe leggervi non solo un omaggio personale, ma anche il desiderio di preservare un patrimonio condiviso, quasi un atto di cura verso qualcosa da conservare. È una dimensione che sente parte del progetto?

E.C.: Sì, avete colto un aspetto molto importante. Attorno a Celati si era creato un giro di amicizie. Non lo definirei un “gruppo”, termine che richiama le avanguardie e una certa idea militante della letteratura. Non c’è mai stata una scuola, ma piuttosto una sintonia: un modo comune di sentire, una simpatia reciproca, la voglia di ritrovarsi negli incontri che organizzavamo a Modena. Da quella sintonia è nata la collana “Compagnia Extra” per Quodlibet, proposta da me, Celati e Jean Talon all’editore Stefano Verdicchio. Volevamo fare libri sull’ onda dei sentimenti e dei pensieri. Celati aveva anche un progetto con Italo Calvino e Natalia Ginzburg, una rivista chiamata Alibabà, che non fu mai realizzata. Solo di recente la rivista Riga (n.48) ha pubblicato le lettere che Calvino e Celati si scambiavano per parlare del progetto, al quale partecipava anche lo storico Carlo Ginzburg e il filosofo Enzo Melandri. Da quel periodo proviene uno scritto di Celati, “Bazar Archeologico”, che considero il vero programma di quello che abbiamo fatto in seguito: pubblicare opere anomale, scritture in forma di enciclopedie, repertori, fiabe dove la vita si trasforma in materia fantastica. Anche il mio libro non è un romanzo nel senso tradizionale del termine, è piuttosto un racconto in cui la vita e l’amicizia assumono una dimensione fiabesca, fatta di avventure e di immaginazioni.

A.L.: Il lettore viene coinvolto all’interno delle vicissitudini che hanno segnato alcuni momenti peculiari delle vostre vite. La sensazione, in chi legge, è quella di stare seduti al tavolo di un bar con due amici di cui non si vuol smettere di ascoltare le avventure. Eppure, dietro questa apparente leggerezza si intravede un grande lavoro di costruzione: appunti presi nel tempo, ricordi da riordinare, e probabilmente qualcosa che la memoria non conservava più e che la scrittura ha dovuto reinventare. Come ha tenuto insieme questi tre piani – annotazioni personali, ricordi e riflessione – senza che il testo perdesse quella sua naturalezza quasi orale?

E.C.:I piani li ho riconosciuti anch’io ma solo a posteriori: c’è un livello narrativo, uno di fantasticherie – se così possiamo chiamarlo – e uno di riflessione. Io non ho, e non avevo nemmeno allora, l’abitudine, così come non l’aveva Celati e nemmeno Federico Fellini, col quale ho lavorato, di costruire una scaletta precisa di quello che poi sarebbe diventato un libro (o un film, nel caso di Fellini): eravamo d’accordo che, se uno sa già tutto in anticipo, gli passa la voglia di farlo. Scrivendo, invece, si scopre cosa può venire fuori. Si entra quasi in una dimensione di sogno, in cui le parole, i ricordi e gli episodi affiorano e si susseguono liberamente e ci si lascia guidare per vedere dove conducono. Si tratta di piani diversi, che si intrecciano in continuazione, come succede quando due persone chiacchierano e passano dai ricordi alle riflessioni. Per questo, non c’è mai stato un progetto per il libro. Solo verso la fine ho rimesso un po’ in ordine il materiale, anche se i pezzi non sono disposti cronologicamente.

G.C.: La struttura del libro, priva di una divisione netta in capitoli, restituisce l’idea di un viaggio nei ricordi, come se il racconto si formasse mentre li attraversa e li rievoca. Questa forma aperta è nata fin dall’inizio con la scrittura o si è consolidata durante l’editing? E nel lavoro di selezione c’è qualcosa che è rimasto fuori e che avrebbe voluto trovare spazio nel testo?

E.C.: Non c’è stato un lavoro di editing. Dopo la pubblicazione però, ho ricevuto moltissime email di persone che mi scrivevano: “Mi ricordo questo episodio”, “Mi ricordo questo fatto”, ed è stato allora che ho pensato che anche quelle storie avrebbero potuto finire dentro il libro. La vita di una persona e il corso di un’amicizia sono fatti di un numero infinito di dettagli che col tempo si perdono. Io ho cercato di consolidare il racconto scegliendo episodi che potessero interessare e catturare l’attenzione di chi legge.

Ho volutamente evitato di assumere il ruolo di critico letterario, cito alcuni suoi testi, ma solo di sfuggita. E non era mia intenzione scrivere una biografia: ho voluto raccontare quello che in una biografia non c’è mai. Nei Meridiani Mondadori, ad esempio, si trova una raccolta di opere di Celati e una biografia curata da Nunzia Palmieri e ricca di informazioni utili, che ha aiutato anche me a orientarmi tra i ricordi. Ma uno scrittore come Celati non passava le giornate pensando esclusivamente alla scrittura. Io racconto di passeggiate, cene, pensieri, fantasie, progetti mai realizzati, tutte cose che non finirebbero mai in una biografia abituale. Quel tipo di biografia finisce sempre per dare l’idea che un autore sia posseduto dalla letteratura. La vita, invece, per fortuna, è molto più vasta e piena di sorprese.

G.C.: In un passaggio in cui ricorda una domanda che lei fa a Celati riguardo cosa ci si debba aspettare dalla vita, lei scrive “la soddisfazione vera è lasciare qualche seme, come dice Platone, che possa continuare a germogliare”. Quale crede sia il seme più rigoglioso che Celati ha lasciato nella sua vita?

E.C.: Non si tratta solo della mia vita. Nel nostro giro di amici è come se Celati avesse seminato a piene mani, lasciandoci però la libertà di andare ognuno per la propria strada. Quello che ci ha trasmesso è la passione per i libri, per la letteratura, per il gusto di parlarne e di scriverne. L’immagine più giusta, forse, è proprio quella della semina: si spargono semi e poi cresce qualcosa d’altro, persino l’erbaccia, magari roba che Celati stesso non avrebbe voluto.

Pubblicare è l’unica maniera per sopravvivere: un’opera pubblicata dura più della vita del suo autore e, forse, un giorno potrà continuare a parlare con lettori che ancora non esistono. È un pezzo d’anima che continua a vivere in dialogo con la vita e con il tempo. Se ci pensate siamo in colloquio costante con gli autori antichi, con i classici e persino con il futuro immaginato dalla letteratura e dal cinema. Pensate a quanti libri o film di fantascienza meravigliosi influenzano il momento presente. Siamo immersi in una dimensione orizzontale, fatta di scambi e relazioni con la società, ma anche in una dimensione temporale: certi morti vivono ancora accanto a noi.

A.L.: Ad un certo punto del suo libro lei scrive: “Uno si rende conto che durante la vita ha tutto in prestito, per un po’, e poi le sue cose le deve passare in prestito a qualcun altro dopo di lui, quindi perché accanirsi? Volere questo, volere quello. Basta poco per vivere”. Se tutto è in prestito e destinato a passare, anche le persone che amiamo, cosa significa allora scrivere di loro: è un modo per trattenerli o per lasciarli andare?

E.C.: Certo! Molte di queste idee vengono dalla filosofia stoica, dal Manuale di Epitteto, un libretto di appena trenta pagine, ma strepitoso. Quando si è giovani, come è capitato anche a me, si pensa di essere immortali: invece il pensiero che siamo esseri finiti fa sì che tutto ciò che abbiamo – gli amori, le proprietà, le amicizie – sia transitorio. Sono tutti elementi che ci vengono dati in prestito per il tempo della vita, questa sorta di commedia in cui recitiamo per un periodo limitato prima di lasciare il posto ad altri, che a loro volta avranno tutto in prestito.  

Le amicizie, i libri durano un po’ di più, come se permettessero di prolungare nel tempo la propria esistenza, ma anche questo non è destinato a durare per sempre. Credo, l’insegnamento dello stoicismo sia: anche il bene e il male sono transitori. Se attraversiamo delle disgrazie, ricordiamoci che prima o poi finiranno, ma allo stesso modo anche i momenti felici sono destinati a finire. Il rischio, diceva Gianni Celati, era quello di diventare un po’ insensibili. Mi chiedeva: “Ma se uno si arrabbia e gli viene uno scatto d’ira che deve fare? Deve controllarsi?” Io rispondevo: “Beh, se gli viene, gli viene; altrimenti gli si rovina il fegato a tenere tutto dentro”. In questo senso, mi sentivo più stoico di lui, che invece era una persona attraversata dai propri umori.

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