Flavio Briatore Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/flavio-briatore/ un blog di approfondimento culturale Thu, 19 Dec 2013 09:45:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Flavio Briatore Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/flavio-briatore/ 32 32 Vacanze a Malindi https://minimaetmoralia.it/reportage/vacanze-a-malindi/ https://minimaetmoralia.it/reportage/vacanze-a-malindi/#comments Thu, 19 Dec 2013 09:45:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17125 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l'Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l’Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

L’italiano in arrivo si ferma a Mombasa – l’aeroporto di Malindi è perfettamente attrezzato ma è attualmente chiuso per beghe burocratiche, viene aperto solo per aerei speciali tra cui il Gulfstream del Cavaliere in arrivo da Linate (LIN), ma di questo si dirà in seguito. A Mombasa l’italiano dormirà, affidandosi a tassisti che nelle albe livide ti portano in giro per una megalopoli anche pericolosetta (ma mai come Nairobi, di cui si dicono violenze inenarrabili) perché gli aerei dall’Italia atterrano spesso nel cuore della notte.

Quindi Malindi: tre ore di macchina, e si è subito immersi in buche e arredo urbano da Esquilino (i romani infatti si abituano subito alle strade e al traffico e anzi non notano molte differenze, ci sono molte bici e risciò pur senza piste ciclabili, mentre i lombardi sbroccano subito) e profumi forti, anzi un profumo predominante che è proprio introvabile in altri luoghi anche africani: note di testa di tubo di scappamento e note di coda di copertone bruciato; in mezzo, mare, e polvere. Dolce, in fondo, e dà dipendenza, pare. Arrivati al proprio resort, in regime di soft all inclusive o full all inclusive (tema che meriterebbe approfondimento a parte) l’italiano si impossessa della sua camera in costruzioni mediamente scrostate, ricchi banchetti, piscine sempre molto clorate, decorazioni con palme e fiori sui letti (in caso di houseboys premurosi e/o ricche mance).

Di fronte c’è l’oceano (e Zanzibar), e la spiaggia, la più maestosa è Silversand, la stripe di Malindi su cui si affacciano gli hotel più famosi e soprattutto il terziario avanzato di Malindi: i beach boys. Ragazzi minorenni che parlano un italiano corretto, e offrono manufatti, souvenir, gite, servizi vari, sesso (ma attenzione perché tutto ciò che è piacevole in Kenya è annacquato o illegale, e la joint venture tra gioventù e polizia locale, dietro la frasca, è attivissima); sono specializzati in dialetti, tra cui molto gettonati il bolognese, il bergamasco e il bresciano. Tra gli italiani, una colonia a parte è infatti quella bresciana, molto cospicua, con forte spirito di corpo, molte signore con villa, che si aggirano in chemisier e gioielli sobri, fanno del bene alle locali attività di beneficenza, tra cui un meritevole orfanotrofio. Giocano molto a carte, comprano il pesce lamentandosi che è diventato sempre più caro. Milanese è invece Marco Vancini, patron del Coral Key, grande classico dei resort sulla spiaggia, da poco console onorario d’Italia, figura molto popolare, noto playboy che un tempo scorrazzava per la macroregione in Rolls Royce, e adesso qui trasvola invece le sue prede su un piccolo aereo a elica.

I resort sono poi specie di compound diplomatici non comunicanti con la spiaggia: la notte solerti guardie con bastoni di legno impediscono che esuberanti indigeni entrino nei giardini all’inglese; di giorno il buonsenso impedisce al turista di scendere sulla pur magnifica Silversand: i beach boys ti assalgono quasi subito, infatti; hanno nomi imaginifici come “Albero di Natale”; “Francesco Totti”; “Barcaiolo”; ti chiedono il tuo, di nome, ed è il primo tassello dell’escalation che li porterà, dopo averti seguito per tutto il tempo in spiaggia, a proporti, in ordine decrescente di profittabilità (per loro): un safari Masai Mara; una gita su isolotti che compaiono solo con la bassa marea, al largo del Parco Marino, e grigliata in loco, e tante fotoricordo, in luogo chiamato “Sardegna 2” (sic), con trattamento soft-all inclusive che qui significa «se vuoi vino, lo porti tu».

Braccialetti col tuo nome ricamato, oppure, opzione più economica, semplice scorta sulla spiaggia («ti difendiamo noi, amico», cioè poi dai dalle profferte dei beach boys loro concorrenti) con mostra delle meraviglie ittiche – stelle marine in accoppiamento («matrimonio, amico!»), granchi vari, e «stronzo di mare, amico». Infine, il ricatto morale: a un certo punto disegnano con un bastone qualcosa sulla sabbia, ed è una grande scatola di farina, o Taifa, con cui dovranno sfamare parenti e cugini al villaggio, e il suo prezzo, già quotato in euro: quaranta. Per difendersi, se si ha il physique du rôle, conviene fingersi inglesi: e si viene rispettati. Quando scoprono che sei italiano, al contrario, è finita (con necessarie riflessioni sulla nostra storia coloniale, forse).

Il nome “Sardegna 2″ naturalmente non può non evocare il genius loci della Silversand, ovvero Flavio Briatore, che qui dai beach boys è molto amato e ha un compound tutto suo al cosiddetto Parco Marino. Si chiama “Lion in the sun”, è un cinque stelle e sta nella Rodeo Drive di Malindi, la punta estrema della Silversand, chiamata con un nome che evoca contesse craxiane, “Casuarina Road”. Il suo motoscafo di legno, non particolarmente opulento e forse addirittura ecologico, viene mostrato in rada dai beach boys come attrazione turistica. Briatore è molto stimato dai ragazzi della spiaggia perché applica una politica di microcredito forse più efficace delle varie Fao e Unicef, con donazioni agli indigeni di beni durevoli come coppie di ovini pronti a figliare, farina, olio. Non si vede in giro molto, peraltro: tranne qualche passeggiata, a volte con Silvio Berlusconi, esiliato qui per qualche vacanza dopo la presa della Certosa per mano del fotografo Zappadu.

Ma si sbaglierebbe a giudicare Malindi rifugio di loschi figuri antidemocratici: tralasciando i noti episodi dell’ex ministro Giovanna Melandri – acquirente peraltro della villa di Roberto Vecchioni, altro insospettabile amante di Malindi, e compositore di un album Rotary Club Malindi (2004) – può capitare di imbattersi in parecchia società civile e intellettuali già organici al Pci, con case chiuse a Palermo per riscaldamenti esosi e qui quasi stanziali, con biblioteche, discussioni, dibattiti in belle case minimaliste sotto il makuti (i pannelli di foglie di palma pressati, che reggono le piogge e sono habitat ideale per pipistrelli, e infiammabilissimi).

Ognuno trova la sua dimensione, a Malindi: anche Edoardo Agnelli che andava a prendere i suoi gin tonic al White Elephant, il più raffinato e british dei resort sulla Silver Sand, tra palme giganti, bancone del bar sdrucito e fané il giusto, dove ci si sente subito lontanissimi dall’aria Cafonal, e dentro invece una Mia Africa di eleganze britanniche e europee (e del resto la baronessa Blixen bazzicava Malindi). Agnelli e Martelli, cui spesso si associa il nome della spiaggia kenyota, qui sono considerati casi inspiegabili se si considera che la polizia locale è forse la più corrotta della terra ed essendo qualunque controversia legale risolvibile con un buon quantitativo di denaro, si dice che in entrambi i casi invece che pagare la mini-tangente si sia sprofondati nel più classico “lei non sa chi sono io”, o addirittura nel “chiamate la mia ambasciata”, coi risultati che si conoscono.

Quando escono dai loro compound, gli italiani prendono un tuk-tuk (le apette con calessino, pericolosissime ma economiche) e vanno in centro. Gli intellettuali amano il Bob Marley, ristorante all’aperto con musica reggae, pavimenti di sabbia, personale come si vuole rasta e molte fontanelle per lavarsi le mani. Qui infatti si mangia quasi esclusivamente una delle specialità malindine, il pollo ai ferri. Un pollo che regala sensazioni ataviche, con una consistenza nervosa e soprattutto un sapore unico: si ciba soprattutto di monnezza, per le strade della città. Tutti vanno poi a bere il caffè (Palombini) al Karen Blixen (appunto), bar-ristorante vicino alla piazza del Cambio, dove per Cambio si intende cambio al nero di euro-dollari contro scellini kenyoti, con lunghe e gustose contrattazioni, a chi piace. Qui si trova un maxischermo tv per partite e sceneggiati Rai in una piazzetta circolare simil Porto Rotondo o Milano Tre, con portici e negozi fighetti e prezzi occidentali. Una trovata recente è quella del giornale in affitto: si prende la Gazzetta o il Corriere – di qualche giorno prima – per mezzora, costo cinquanta scellini (cioè cinquanta centesimi), invece che trecentocinquanta scellini in edicola.

La sera, si va ai beach party nei resort sulla spiaggia, dove impera la camicia celeste e il maglioncino sulle spalle e l’occhiale di celluloide; chi vuole provare il brivido di una malinconia speciale va, almeno una volta, al casinò di Lamu Road: con l’aria condizionata migliore di Malindi, due bar con camerieri regali nei loro smoking bianchi; un grande Klimt tarocco, poltrone di cuoio consunte, barmen sapienti e di alta scuola, e cuochi leggiadri con alto cappello; suonatore (si chiama Francis) di pianobar sapiente e nostalgico, brizzolato, un Kofi Annan ma più elegante, con aria professionalmente malinconica, e occhio di chi ha visto tutto e non giudica niente. L’atmosfera Casablanca contrasta molto con tutta un’umanità virile e bassa e da piccola e media impresa di Verona, Padova, Bergamo, che invece ordina camomille e cocacole, con magliettine rosse o gialle, tipo “Lotto” o “Tepa sport”, seduta accanto invece a bellissime ragazze molto alte che bevono vodka tonic; sono tutte “studentesse di Nairobi” (un codice à clef malindino per significare mignotte) e si guardano come per dire: come siamo cadute in basso. E probabilmente sognano Briatore.

“Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va/ e nel silenzio si addormenta il sole/ ti prende in fondo una tristezza che non sai/ che non sai da dove viene/ sta nell’odore della sera/ nel colore così basso del cielo/inventato dal vento/ e tutto passa e tutto è vivo/ e niente può tornare, neanche Dio/ da qualche stella d’argento”. 

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Sweet home Grazioli https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/ https://minimaetmoralia.it/societa/sweet-home-grazioli/#respond Thu, 12 Dec 2013 14:03:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17025 Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest'estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d'Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Naturalmente Berlusconi ci provò anche con la famiglia Grazioli, non accontentandosi dell’affitto del palazzo di via del Plebiscito 102 in cui risiede dal 1995. Anche qui, garbato rifiuto: il duca Giulio Grazioli-Lante della Rovere resistette infatti alla lusinga grazie alle sue doti di finanziere esperto – mise insieme 42 milioni di euro di plusvalenza nella scalata Unipol – Bnl del 2004, quella dei “furbetti” – ma soprattutto a una fortuna familiare consistente, seppur non antichissima.

Rassegnato all’affitto, Berlusconi rese mitico l’indirizzo trasformando il palazzo in un compound diplomatico al centro di querelle simboliche vecchie e nuove: l’affaccio sul palazzo Venezia; la rimozione delle fermate di autobus davanti all’ingresso, nel momento di massimo splendore berlusconiano, con «un blitz notturno», come da interrogazione parlamentare Pd. Poi, ripristino dei bus, verso il crepuscolo del Cav. e gli spread; e poi manifestazioni di piazza, passanti osannanti o sputazzanti; anche lanci di letame verso la dimora gentilizia, tanto “Grazioli” – come è chiamato semplicemente dai cronisti politici, in contrapposizione a “Chigi”, le due sedi governative, ufficiale e ufficiosa – era diventato sinonimo di potere berlusconiano (“Grazioli” come versione 2.0 di “Palazzo”, definizione pasoliniana d’epoca, si potrebbe dire).

Eppure “Grazioli” ha una vita sua, e la rivendica. Il Cav. ha in affitto solo il primo piano, con uffici e segreterie sul lato di via del Plebiscito, quello con balcone e bandiere; e appartamento privato sul retro, su piazza Grazioli. Di collegamento, saloni e locali di rappresentanza, la cucina del famoso cuoco Michele e del maggiordomo Alfredo che si è appena messo in proprio, con un ristorante suo dalle parti di piazza di Firenze (triangolo del fritto, di fronte a una mozzarelleria Obikà). Il Presidente, molto signorilmente come suo solito, ha già visitato e apprezzato i locali.

In tutto, il piano nobile di “Grazioli” è un dado ristrutturato come altre dimore berlusconiane dall’architetto Giorgio Pes, che collaborò anche alle scenografie del Gattopardo viscontiano; al primo piano si aggiungono alcuni locali ai piani bassi, fondamentalmente il “bivacco” per le scorte e il “parlamentino” in miniatura per le riunioni plenarie. Il resto del palazzo sono uffici e abitazioni e preesistenze non berlusconiane.

Altri inquilini di palazzo celebri non se ne conoscono. Non c’è più la sede di Reti-Running, la struttura di lobbying-comunicazione messa su da uno dei due lothar di Massimo D’Alema, Claudio Velardi, in anni in cui pareva ironico installarsi sopra il premier, disponendo anche di terrazze per festeggiare non si sa che. Chiusa anche – dal 2010 – la sede di Red Tv, la Cnn dalemiana che aveva i locali in un seminterrato del palazzo dal lato di via della Gatta (la gatta in questione è quella archeologica di marmo murata sul primo cornicione del palazzo, in ricordo di una gatta che miagolando salvò un neonato dalla caduta. C’è anche una misteriosa leggenda: nella direzione in cui l’animale guarda dovrebbe essere sepolto un tesoro, ma nessuno finora è riuscito a trovarlo).

A metà agosto, il palazzo è giustamente deserto, e de-berlusconizzato; su via del Plebiscito solo una Punto dei Carabinieri, vecchia; dietro, sulla piazza Grazioli dove affaccia l’appartamento presidenziale, sgombra dai parcheggi, una Land Rover sempre dell’Arma, a vegliare sul nulla. Sopra il primo piano nobile e politico, un appartamento vistosamente abbandonato, con finestre murate (metafora?). Si gira attorno al palazzo, tra le fioriere bombate e cementizie con fascia bronzea, ed ecco il commissariato di polizia molto gaddiano di via Santo Stefano del Cacco, dove è di servizio il «dottor Ingravallo comandato alla mobile» del Pasticciaccio; e poi verso il Visconti, liceo della Roma-bene con precipue dinamiche di classe, dove soffrono allievi proletari in Caterina va in città (regia di Paolo Virzì, 2003) e sottoproletari (nell’Estraneo di Tommaso Giagni, libro sitiano e einaudiano del 2012); e poi si arriva naturalmente al palazzo Doria-Pamphilj, con collezioni inenarrabili di Velazquez-Rubens-Caravaggio e soprattutto adozioni e inseminazioni molto moderne – e il principe Jonathan che toglie d’imperio dai balconi aviti le bandiere vaticane imposte da amministrazioni poco laiche quando il Papa attraversa il Tevere.

Ma se i Doria discendono dal mitico ammiraglio, sempre su piazza Grazioli proprio sotto l’appartamento presidenziale una targa di bronzo commemora «il sottotenente di Vascello Riccardo Grazioli Lante de la Rovere, caduto a Homes il 28 ottobre 1911 emulando avite gesta fra gli eroi». In realtà i Grazioli non erano stirpe molto marinara, e anche poco guerriera. Il Vincenzo Grazioli fondatore settecentesco della razza, valtellinese, era fornaio a Roma nel rione Monti, e poi – uomo del fare – prestatore a interesse e gestore di soldi propri e altrui; grande acquistatore di titoli del debito pubblico pontificio, dunque molto benvoluto alla corte vaticana; buon immobiliarista: acquistò nel 1823 la tenuta di Castel Porziano, sul litorale romano, per la somma di 80.993 scudi, che rivenderà poi nel 1874 alla Real Casa Savoia, e di qui poi passerà con la Repubblica in dotazione presidenziale, con molti futuri scandali di cacce al cinghiale in elicottero dei gemelli Leone (narrate da Camilla Cederna nella Carriera di un presidente) e poi di manutenzioni poco ortodosse recenti ad opera di nipoti di segretari generali (però con famosa piscina olimpionica d’acqua di mare, benefit molto amato dai presidenti). Da Maria Luigia di Borbone, duchessa di Lucca, Vincenzo Grazioli acquista invece nel 1835 anche la residenza della (non ancora) via del Plebiscito, in origine palazzo Gottifreddi, edificato dal Della Porta nel Cinquecento. Con il real estate arrivano poi i titoli, tutti papali (anche grazie agli acquisti di buoni del tesoro, come un Mario Draghi in piccolo): nel 1836 papa Gregorio XVI lo nomina barone di Castel Porziano; e nel 1852 addirittura duca di Santa Croce di Magliano.

I Grazioli sono ormai una delle famiglie più ricche di Roma e si imparentano subito con le antiche case patrizie: nell’aprile del 1847 il figlio di Vincenzo, Pio, sposa una Lante della Rovere soprattutto per aggiungersi due cognomi che gli servono molto nelle mondanità: il figlio Giulio Grazioli Lante della Rovere e la moglie Maria sono infatti una coppia molto fitzgeraldiana nella Roma pre-unitaria: si mettono in mostra per molte cacce alla volpe nel loro villone neogotico nuovissimo sulla Salaria, oggi sede della ambasciata del Canada. Giuseppe Primoli, una specie di Andy Warhol della Roma umbertina, che è un nipote di Napoleone, e fotografa tutti e conosce tutti e gira sempre con la sua macchina fotografica, fa un sacco di scatti ai Grazioli cavallerizzi con bombetta. Giulia Bonaparte, anche lei napoleonide del ramo romano, lascia nei suoi velenosi diari cattiverie d’epoca: «Il padre del giovane Grazioli era un boulanger (un panettiere)» e Giulio, che sposa una marchesa Lavaggi, «non ha molto spirito ma ha molto denaro» sottolineando che la coppia aspirazionale «ha appena acquistato un cavallo da sella da 10 mila franchi».

I napoleonidi sono poi vicini di casa dei Grazioli – forse di qui tanto interesse – essendo il palazzo Bonaparte a poche decine di metri, e oggi sede romana del Corriere della Sera, tutto stucchi e aquile imperiali e altane, dove i redattori angosciati per gli esuberi vanno a fumare forse meditando suicidi. Mentre i Grazioli per qualche tempo sono stati anche un po’ padroni del Messaggero. Almeno morganaticamente, e non gli porterà per niente bene: nel 1977 il rapimento del duca Massimiliano, da parte della banda della Magliana, che segna l’escalation dell’organizzazione criminale, pare scatenato proprio dalla vendita del quotidiano da parte della famiglia di Isabella Perrone, sua moglie (i Perrone posseggono ancor oggi il Secolo XIX) e dalla presunta liquidità discendente. Per il rapimento vengono chiesti 10 miliardi, cifra enorme, e ne verranno pagati solo uno o due, ma invano, perché il corpo del duca non sarà mai restituito né ritrovato – è stato probabilmente ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori, e si scoprirà poi l’esistenza di un basista in amicizia con la famiglia, mentre il denaro Grazioli permette il salto di qualità e l’entrata nella leggenda nera della Banda.

Con tutte queste storie, di Berlusconi non sembra importare molto, qui. Certo, siamo in Agosto, e il presidente è lontano: il portiere solertissimo Vincenzo veglia sulla guardiola; la sorveglianza è discreta ma presente, ci sono telecamere e led ovunque, ma come in una palazzina di ricchi dei Parioli. Nessun apparato di sicurezza vistoso, cancelletti bassi e niente vessilli militari. Ci sono altri uffici e altre scale; ci sono le cassapanche antiche con gli stemmi Grazioli sempre riprese dalle telecamere dei telegiornali; c’è una Panda blu parcheggiata, vecchia. C’è un annuncio di affittasi, per una mansarda all’ultimo piano, per chi fosse interessato (chiedere a Vincenzo). Ci sono lussi d’epoca grazioliani: buche per la posta d’ottone, come piccoli periscopi da nave; e maniglie dorate con iniziali Grazioli ovunque. La famiglia, molto – come si dice – schiva, non abita più nel palazzo, tranne il ramo dei principi Caravita di Sirignano; una Anna Grazioli negli anni Quaranta sposò infatti il celebre Pupetto Sirignano, dandy e genius loci caprese, playboy, discendente di San Gennaro; e il giorno del Santo, il 19 settembre, mentre in Cattedrale a Napoli si liquida il Sangue venerato, una macchia appare sulla nuca dei Sirignano primogeniti. È uno dei tanti aneddoti di una poco nota autobiografia del genere dandistico-dannunziano-Due Sicilie (Francesco Caravita di Sirignano, Memorie di un uomo inutile, Mondadori, 1981) dove il gentiluomo si racconta.

Un altro aneddoto riguarda Tomasi di Lampedusa: l’autore del Gattopardo, in cerca di un erede – per il nome e il titolo, perché per il resto ormai squattrinatissimo – negli anni Cinquanta sonda i cugini Sirignano, che vengono dunque invitati per un tè nella scombinata abitazione palermitana. Tomasi vive in povertà, ha appena fatto un mutuo per ricomprarsi un pezzo del palazzo avito alla Marina di Palermo; la moglie lettone Alessandra Wolff-Stomersee, sedicente baronessa freudiana, psicanalizza valletti di palazzo e aristocratici in crisi. I Sirignano invece molto liquidi vengono invitati per questo tè col piccolo secondogenito Alvaro, preposto all’adozione; ma nel modesto alloggio vengono offerti cioccolatini talmente vecchi da essere diventati bianchi (mentre i Sirignano probabilmente erano abituati al tempio della pralina, Moriondo & Gariglio, luogo di culto romano del cioccolatino, nei pressi del palazzo dall’Unità d’Italia). Dunque ringraziano molto i chers cousins e (soprattutto la mamma Grazioli) scappano inorriditi: l’incontro è andato malissimo, e Tomasi adotterà poi un altro parente, Gioacchino Lanza; e soprattutto diventerà un grande bestsellerista postumo. Oggi Alvaro Sirignano amministra il patrimonio di famiglia e abita al quarto piano del palazzo, sopra Berlusconi. Nel suo ufficio, tra i ritratti di famiglia, uno con dedica autografa di Pio XII a donna Caterina Grazioli, nel famoso gesto ieratico con indice e medio eretti. Di Berlusconi neanche una foto.

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