Florencia Andreola Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/florencia-andreola/ un blog di approfondimento culturale Mon, 15 Jun 2020 14:26:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Florencia Andreola Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/florencia-andreola/ 32 32 L’epoca dei malesseri https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lepoca-dei-malesseri/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lepoca-dei-malesseri/#comments Wed, 17 Jun 2020 12:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43562 Questo intervento è una rielaborazione dell’introduzione a “Disagiotopia”, di cui Florencia Andreola è curatrice. Il libro è in uscita il 18 maggio per D Editore. L’epoca dei malesseri di Florencia Andreola La chimera dell’imprenditorialità nutre l’illusione che chiunque possa essere un Alan Sugar o un Bill Gates, senza considerare che dagli anni Settanta è molto più […]

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Questo intervento è una rielaborazione dell’introduzione a “Disagiotopia”, di cui Florencia Andreola è curatrice. Il libro è in uscita il 18 maggio per D Editore.

L’epoca dei malesseri
di Florencia Andreola

La chimera dell’imprenditorialità nutre l’illusione che chiunque possa essere un Alan Sugar o un Bill Gates, senza considerare che dagli anni Settanta è molto più improbabile che qualcosa del genere avvenga. […] Le tossine del capitalismo egoista più velenose per il benessere sono racchiuse nelle idee per cui la ricchezza materiale è la chiave per il successo, solo i ricchi sono vincenti e l’accesso alle sfere più alte della società è consentito a chiunque voglia lavorare abbastanza sodo, a prescindere dal suo background familiare, etnico o sociale (se non ci riuscite, c’è solo una persona cui potete dare la colpa: voi stessi)[1].

Nel passaggio citato de Il capitalista egoista, Oliver James mette in luce alcuni aspetti essenziali del momento storico che stiamo attraversando: l’illusione che un futuro di benessere economico sia ancora possibile, la nostalgia di un passato tanto opulento quanto irripetibile, la convinzione che solo la ricchezza possa realizzare le nostre aspirazioni, il dramma legato alla responsabilizzazione individuale di fronte al fallimento e alla mediocrità delle nostre vite. In questo breve paragrafo sono contenuti alcuni dei nodi più significativi che danno origine al malessere diffuso che caratterizza la società contemporanea.

A sua volta, Christian Marazzi apre il saggio Il posto dei calzini[2] facendo riferimento al «cambiamento epocale» che ha investito le società occidentali e il cui lascito ha, evidentemente, dato vita a una struttura differente dal punto di vista economico e, conseguentemente, da tutti i punti di vista. Più precisamente l’autore si riferisce alla natura del lavoro, ma si può dire che sia proprio intorno a questo tema che ruotano tutti gli aspetti della vita quotidiana nella nostra società: welfare, tempo libero, prospettive sul futuro, potere d’acquisto, accessibilità ai servizi, riconoscimento/discriminazione, realizzazione di sé, eccetera.

A partire da questi presupposti, è importante provare a fare luce su questo cambiamento epocale, su ciò che tale trasformazione ha determinato nelle nostre vite, individuali e collettive, nei nostri spazi e nelle nostre città, nella nostra quotidianità e nella proiezione verso il futuro.

Sono ormai diversi anni che alcuni dei malesseri endemici della società contemporanea sono trattati dagli studiosi (le prime indagini sui problemi relativi alla vita online, per esempio, risalgono almeno al 2003[3]); le tesi di Byung-Chul Han espresse in Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere[4] sul panottico digitale dei social che domina tutti noi, che si nutre delle nostre vite private, che ci costringe a fare uso degli smartphone 2.617 volte al giorno in media, ne sono certamente prova efficace. Questo tipo di trattazione si può dire però che abbia spesso dato luogo a letture semplificatrici, limitando l’interpretazione dei problemi della contemporaneità alla supposta pericolosità di internet e della vita digitale in generale, ai like che aumentano la dopamina, che gratificano a breve termine, che producono innumerevoli psicosi. Non che si vogliano qui sminuire queste argomentazioni, tuttavia è difficile non considerare che la rete e tutto ciò che ruota intorno ai social media siano aspetti sovrastrutturali rispetto a ciò che ha determinato la loro esistenza e alla ragione per cui ne facciamo l’uso che ne facciamo.

Al fine di evitare inutili generalizzazioni, il problema del disagio individuale e collettivo necessita di essere scorporato in varie parti, affrontato da molteplici punti di vista, alla ricerca delle origini che hanno condotto a questa nuova struttura psicosociale che ci fa soffrire, che ci ha deprivato di prospettive solide sul futuro, che ha trasformato il nostro modo di vivere le città e gli spazi più in generale. La ricerca delle origini come percorso risolutivo di un problema nasce come pratica psicanalitica utile a sciogliere i nodi che impediscono il superamento dei traumi rimossi: mi pare utile applicare lo stesso tipo di processo ai fenomeni collettivi della contemporaneità.

È dunque fondamentale provare a fare luce sulle cause del malessere generalizzato che ha travolto le società occidentali a partire dai primi anni Ottanta del secolo scorso[5] (e ben prima nelle sue radici), e che oggi la mia generazione e le successive stanno attraversando nella sua fase di piena maturazione. Si tratta di un disagio nuovo, destabilizzante, che si nutre della mancanza di certezze, dell’assenza di riferimenti solidi, della decostruzione dei pilastri stabili delle società che ci hanno preceduto (la religione, la politica ideologica e/o di partito, la famiglia, la garanzia del lavoro); un disagio che Bauman[6] prova a inquadrare nell’epoca postmoderna (non a caso definita da Jameson la «logica culturale del tardo capitalismo»[7]) attraverso una lettura che vede ribaltati gli originali presupposti freudiani[8], e che si fonda sull’incontrastata predominanza della libertà individuale. Tutto questo non è che il frutto di una condizione ormai radicata, che Mark Fisher definisce Realismo capitalista, vale a dire l’impossibilità di immaginare un’alternativa coerente all’unico sistema politico ed economico oggi percorribile. «Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale»[9], sostiene Fisher, e aggiunge: «il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine». Un panorama non certo confortante, e tuttavia piuttosto persuasivo.

È intorno a molteplici temi, dunque, che diventa necessario concentrare l’attenzione per poter impostare un quadro comprensivo di dinamiche sociali e individuali. Cercherò qui di fornire una sintesi dei temi a cui mi riferisco:

  • le condizioni di lavoro precarizzate e mal retribuite, per mestieri sempre meno precisi nelle mansioni e sempre più astratti, generici e soprattutto flessibili[10], intorno a cui si annidano dinamiche individuali legate alla valorizzazione del capitale umano e all’auto-sfruttamento; ma anche il tema della forza lavoro sovraqualificata, di un mercato che non risponde in maniera adeguata ai fornitissimi curriculum dei giovani alla ricerca di lavoro, che li costringe a emigrare o a erodere i patrimoni familiari accumulati negli anni del boom economico[11];
  • il costante aumento dell’ansia, della depressione, dei sintomi causati da stress[12] negli individui delle società occidentali – in particolare nei giovani[13] –, a causa del momento storico «nichilista» nel quale ci troviamo, che determina la richiesta performativa dei social media con le sue molteplici distorsioni, le difficoltà relazionali in real life, le trasformazioni del rapporto genitori-figli con le sue aspettative, le sue mancanze e le sue dipendenze economiche;
  • il divario economico sempre maggiore tra le “potenze” economiche e i paesi del Terzo Mondo, i quali vivono una costante strozzatura a base di debiti internazionali, forniti dalle banche occidentali, a cambio dell’imposizione di nuove culture e nuovi mercati e dello sfruttamento delle risorse locali[14];
  • la cosiddetta gentrification[15] di ampie parti di città, con la conseguente espulsione dei ceti meno abbienti verso le periferie e la “riqualificazione” di luoghi un tempo accessibili e popolari, oggi sede di nuovi insediamenti residenziali di lusso (stabili o temporanei, dentro alle dinamiche di airbnbizzazione delle città[16]), laboratori “creativi”, ristoranti/bistrot hipster, “rigenerazioni” di intere aree che tendono a far aumentare esponenzialmente il valore immobiliare e al contempo a snaturare/devitalizzare gli spazi pubblici dei centri storici;
  • la narrazione relativa all’era della post-verità[17], della crisi di fiducia nei confronti della scienza, della politica e del giornalismo, con il conseguente pervasivo fenomeno delle fake news[18] e delle teorie del complotto;
  • la crisi economica che ha investito la nostra generazione – i nati tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso – e alla quale si potrebbe dire che ci siamo abituati, se consideriamo che il nostro potere di acquisto (si noti che si tratta di un fenomeno prettamente italiano) si è ridotto del 3,8% in venti anni[19].

A questo quadro va sommato l’effetto di alcuni processi di lungo corso:

  • il vuoto di riferimenti e princìpi dovuto alla secolarizzazione della religione e all’uscita di scena del ruolo di guida dei partiti politici, entrambi pilastri ideologici che non sono stati sostituiti con alcuna struttura ordinatrice[20];
  • il quasi superamento della famiglia tradizionale – e le conseguenti difficoltà dei precursori di nuove forme relazionali (dai divorziati alle coppie omosessuali, dai misconosciuti bisessuali ai poliamorosi), in una società che ancora fa i conti con profondi rigurgiti conservatori e patriarcali; e dunque le mai tramontate discriminazioni di genere e di orientamento sessuale. Al contempo il profondo disagio relativo all’isolamento genitoriale, dove i sostegni familiari nell’allevamento dei figli – non solo economici, ma soprattutto pratici ed emotivi – sono sostanzialmente venuti meno, insieme al fatto che entrambi i genitori sono oggi tenuti a produrre salario[21];
  • il cambiamento climatico, qui in ultima posizione a sottolinearne la centralità nel momento storico che stiamo attraversando. Su questo tema il dibattito è corposo e in costante aggiornamento[22].

Si pone oggi necessario fornire una risposta maggiormente articolata e meno semplicistica alla condizione che stiamo attraversando, anche alla luce dell’inattesa e sconvolgente reazione generale alla pandemia da Covid-19. L’imposizione di uno stand-by alle prestazioni di produzione e consumi, per quanto necessario al contenimento dei contagi, non poteva che generare ulteriore disagio individuale e collettivo, da molteplici punti di vista: economico in primis, ma anche psicologico e sociale.

L’emergenza sanitaria, del resto, si innesta in una già esistente condizione di malessere di natura economica – ancora in parte eredità della crisi finanziaria del 2008 – e, in maniera ancor più violenta e repentina, condanna innumerevoli piccole e medie imprese, liberi professionisti e lavoratori dipendenti a un presente di miseria[23] e un futuro più incerto che mai.

Tanto il fenomeno di lockdown ha sconvolto il Paese – sia per la forma impositiva con cui è stato applicato, ai limiti delle aspettative nei confronti di una gestione democratica, sia per le misure economiche senza precedenti che sono state adottate per ovviare al dramma – che molti hanno addirittura ipotizzato potesse trattarsi dell’inizio di una nuova fase, come fosse giunta finalmente l’occasione di rovesciare il piatto e abbracciare una nuova modalità di vita sul pianeta, più attenta ai diritti dei lavoratori, alle condizioni climatiche, più consapevole del ruolo dei singoli in ogni aspetto che riguarda la qualità della vita. In realtà, l’unico aspetto indubitabile è che la pandemia si fa portatrice di una crisi economica senza precedenti, che mette in ginocchio tutti i paesi investiti e svela la debolezza di un sistema capitalistico che non può permettersi pause o ripensamenti.

Molto è cambiato negli ultimi decenni, in particolare negli ultimi vent’anni: l’apparato legislativo cerca faticosamente di trovare soluzioni – di volta in volta – a questioni che hanno mutato modi, tempi, soggetti. È determinante, a questo punto, assumere maggiore consapevolezza delle dinamiche complessive della società in cui viviamo: solo in questo modo potremo costruire, pezzo per pezzo, un apparato di salvaguardia interno ed esterno che ci permetta di stare al mondo – nella misura del possibile – liberi dal disagio.

[1] Oliver James, The selfish capitalist. Origins of affluenza, Vermilion, London 2008; trad. it, Il capitalista egoista, Codice edizioni, Torino 2009, p. 85.

[2] Christian Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi effetti sulla politica, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. 11.

[3] Janet Morahan-Martin, Phyllis Schumacher, Loneliness and social uses of the internet, in «Computers in Human Behavior» n.19 (6), 2003, pp. 659–671. doi:10.1016/S0747-5632(03)00040-2

[4] Byung-Chul Han, Psychopolitik. Neoliberalismus und die neuen Machttechniken, S. Fischer, Frankfurt am Main 2014; trad. it., Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere, Nottetempo, Roma 2016.

[5] Come sostiene l’economista Christian Marazzi, la data del 6 ottobre 1979 ha determinato il passaggio dalla società fordista a quella post-fordista. In quella data infatti, l’aumento dei tassi di interesse ha reso possibile una nuova organizzazione dei mezzi di produzione e distribuzione, determinando la deregolamentazione del capitale e della manodopera. A tal proposito si veda il suo testo E il denaro va: esodo e rivoluzione dei mercati finanziari, Bollati Boringhieri, Torino 1998.

[6] Zygmunt Bauman, Ponowoczesność jako źródło cierpień, Wydawnictwo Sic!, Warsaw 2000; trad. it, Il disagio della postmodernità, Bruno Mondadori, Milano 2002.

[7] Fredric Jameson, Postmodernism, or the cultural logic of capitalism, 1984; trad. it., Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo, Garzanti, Milano 1989.

[8] Secondo Freud il disagio nell’epoca moderna si annida intorno all’attrito fondamentale che scaturisce tra la necessità individuale di liberare gli istinti primitivi e la richiesta della società di limitarli in quanto dannosi per il funzionamento della civiltà. Le leggi che puniscono tali desideri inconsci (l’uccisione, lo stupro, l’adulterio) renderebbero gli individui profondamente infelici e insoddisfatti, in quanto governati dal principio di piacere che tuttavia non può essere espresso. Sigmund Freud, Das Unbehagen in der Kultur, 1930; trad. it., Il disagio della civiltà, 1949, oggi Il disagio nella civiltà, a cura di Stefano Mistura, traduzione di Enrico Ganni, Einaudi, Torino 2010.

[9] Mark Fisher, Capitalist Realism. Is there no alternative?, Zero Books, Winchester, UK; Washington [D.C.] 2009; trad. it., Realismo capitalista, Nero, Roma 2018, p. 31.

[10] Su questo tema Riccardo Staglianò, Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri, Einaudi, Torino 2018.

[11] Su questo tema Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata, Minimum Fax, Roma 2017; sul tema del lavoro, si veda il contributo di Federico Chicchi, “Contro la società della prestazione”, in Disagiotopia. Malessere, precarietà ed esclusione nell’era del tardo capitalismo, a cura di Florencia Andreola, D Editore, Roma 2020, p. 58.

[12] Su questo tema interessante il testo di Franco Palazzi, Accademia e depressione. Un bilancio sul rapporto tra disagio mentale e gestione neoliberale dell’università, in «Il Tascabile», 24 settembre 2019 https://www.iltascabile.com/societa/accademia-e-depressione/

[13] Il tasso di individui che hanno riferito sintomi depressivi è aumentato del 52% negli adolescenti tra 2005 e 2017 (passando dall’8,7% al 13,2% dei teenager) e del 63% tra i giovani adulti di 18-25 anni tra 2009 e 2017 (passando dall’8,1% al 13,2%). È stato riscontrato anche un aumento del 71% dei giovani adulti che hanno lamentato forte stress (dal 7,7 al 13,1%) e del 43% del tasso di giovani che hanno dichiarato di pensare al suicidio (dal 7 al 10,3% dei giovani). Si veda Umberto Galimberti, “Il disagio dei giovani nell’età del nichilismo”, in Disagiotopia, cit., p. 168.

[14] Si veda Saskia Sassen, “Pulizia economica. Il fallimento vestito in abiti eleganti”, in Disagiotopia, cit., p. 90.

[15] Si veda Loretta Lees, “Gentrification planetaria. Apartheid istituzionalizzato?”, in Disagiotopia, cit., p. 108.

[16] Sara Gainsforth, Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale, DeriveApprodi, Roma 2019.

[17] Su questo tema si vedano Fake news, post-verità e politica, a cura di Corrado Fumagalli e Giulia Bistagnino, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 2019; Flavio Pintarelli, Fatti non foste, ma solo interpretazioni, in «Prismo», 3 ottobre 2016 http://www.prismomag.com/fatti-interpretazioni-verita/

[18] Su questo tema si veda Luca Sofri, Notizie che non lo erano. Perché certe storie sono troppo belle per essere vere, Rizzoli, Milano 2015.

[19] Chiara Bussi, Euro, l’Italia perde potere d’acquisto. Ma non è colpa della moneta unica, Il Sole 24 Ore, 25 dicembre 2018 https://www.ilsole24ore.com/art/euro-l-italia-perde-potere-d-acquisto-ma-non-e-colpa-moneta-unica-AED6XU2G?refresh_ce=1

[20] Su questo tema si veda il contributo di Guido Mazzoni, “Quattro crisi”, in Disagiotopia, cit., p. 24.

[21] Su questo tema si veda l’opera di Chiara Saraceno e in particolare L’equivoco della famiglia, Laterza, Roma-Bari 2017.

[22] Per una lettura scientifica dei fenomeni che hanno causato il climate change si veda l’articolo, Alkiviadis F. Bais, Germar Bernhard et al., Ozone–climate interactions and effects on solar ultraviolet radiation, in «Photochemical & Photobiological Sciences», 2019, vol.18 issue 3, The Royal Society of Chemistry, pp. 602-640; per una lettura più interpretativa, si veda David Wallace-Wells, The Uninhabitable Earth: A Story of the Future, Allen Lane, London 2019.

[23] Un milione di nuovi poveri in Italia per effetto della crisi da coronavirus, stima Coldiretti, in «RaiNews», 24 aprile 2020. http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Un-milione-di-nuovi-poveri-in-Italia-per-effetto-della-crisi-da-coronavirus-stima-Coldiretti-6c8be4f8-808e-453c-9c53-46e7a5c3700c.html

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