Florestano Vancini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/florestano-vancini/ un blog di approfondimento culturale Mon, 26 Sep 2016 16:06:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Florestano Vancini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/florestano-vancini/ 32 32 Bravi e cattivi. Gli italiani, la guerra, la memoria https://minimaetmoralia.it/interviste/bravi-e-cattivi-gli-italiani-la-guerra-la-memoria/ https://minimaetmoralia.it/interviste/bravi-e-cattivi-gli-italiani-la-guerra-la-memoria/#comments Tue, 27 Sep 2016 06:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32109 1943-1945: I «bravi» e i «cattivi» (Donzelli editore, 110 pagine, 24 euro) è un'interessante raccolta di cinque saggi, densa per contenuti pur nella foliazione limitata, che propone una comparazione del percorso compiuto dalla Germania e dall'Italia nell'elaborazione di una memoria condivisa e consapevole sugli ultimi anni della seconda guerra mondiale.

Il volume è stato curato da Massimo Castoldi, filologo e critico letterario, direttore della Fondazione Memoria della Deportazione di Milano. Thomas Altmeyer, direttore scientifico dello Studienkreis Deutscher Widerstand 1933-1945 e professore di didattica della storia presso la Goethe Universität di Francoforte, apre il libro con una riflessione sul complesso processo di recupero dei luoghi della memoria del nazismo e della fondazione dei memoriali, che solo dagli anni Sessanta ha conosciuto uno sviluppo intenso. Nel 1977 il ministero della Giustizia della Repubblica Federale riconobbe ufficialmente 1600 siti come campi di concentramento e unità esterne dei lager negli ex territori del Reich. La maggior parte dei memoriali fu inaugurata tra gli anni Ottanta e Novanta, quando si concretizzò l'istituzionalizzazione e il pubblico riconoscimento degli stessi e delle loro attività. Il ricordare è stato a lungo una lotta solitaria dei superstiti della Resistenza e delle persecuzioni. E oggi sono poste nuove sfide nell'ambito della divulgazione e della tutela di una memoria non limitata solo ai grandi campi di sterminio.

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1943-1945: I «bravi» e i «cattivi» (Donzelli editore, 110 pagine, 24 euro) è un’interessante raccolta di cinque saggi, densa per contenuti pur nella foliazione limitata, che propone una comparazione del percorso compiuto dalla Germania e dall’Italia nell’elaborazione di una memoria condivisa e consapevole sugli ultimi anni della seconda guerra mondiale.

Il volume è stato curato da Massimo Castoldi, filologo e critico letterario, direttore della Fondazione Memoria della Deportazione di Milano. Thomas Altmeyer, direttore scientifico dello Studienkreis Deutscher Widerstand 1933-1945 e professore di didattica della storia presso la Goethe Universität di Francoforte, apre il libro con una riflessione sul complesso processo di recupero dei luoghi della memoria del nazismo e della fondazione dei memoriali, che solo dagli anni Sessanta ha conosciuto uno sviluppo intenso. Nel 1977 il ministero della Giustizia della Repubblica Federale riconobbe ufficialmente 1600 siti come campi di concentramento e unità esterne dei lager negli ex territori del Reich. La maggior parte dei memoriali fu inaugurata tra gli anni Ottanta e Novanta, quando si concretizzò l’istituzionalizzazione e il pubblico riconoscimento degli stessi e delle loro attività. Il ricordare è stato a lungo una lotta solitaria dei superstiti della Resistenza e delle persecuzioni. E oggi sono poste nuove sfide nell’ambito della divulgazione e della tutela di una memoria non limitata solo ai grandi campi di sterminio.

L’analisi poi si sposta in Italia con i testi degli storici Filippo Focardi, Luigi Ganapini, Raoul Pupo e la riflessione interdisciplinare di Paolo Jedolowski, professore di sociologia all’Università della Calabria. Il primo problematizza lo stereotipo culturale del “bravo italiano”, opposto al feroce tedesco, teso declassificare o silenziare le nostre responsabilità belliche. Ganapini ricostruisce con efficacia il contesto dell’otto settembre, che individua come lo spartiacque dell’incapacità italiana di elaborare una memoria comune. Pupo invece affronta il quadro dei conflitti sul confine orientale, anche qui in opposizione a una lettura e autorappresentazione positiva e vittimistica degli italiani in guerra. Infine Jedlowski fornisce le chiavi interpretative di una memoria che corrisponda all’assunzione di responsabilità.

Castoldi, c’è una scena del recente film Lo Stato contro Fritz Bauer che ricorda La lunga notte del ’43 di Florestano Vancini, meritoriamente menzionato da Jedlowski. Il procuratore generale Bauer guarda dal finestrino della propria macchina e mostra al collega più giovane un boia nazista, riciclatosi come panettiere. L’oblio è l’unica strada dopo la guerra per ristabilire una convivenza?

«No, è il contrario, è la memoria consapevole. Il film di Vancini – come spiega Jedlowski – è un tentativo di riproporre alla memoria nella sfera pubblica un ricordo non edulcorato del fascismo e delle responsabilità collettive a riguardo. Il soggetto, ampiamente rivisto, deriva da un racconto di Bassani. Nel 1943 a Ferrara un farmacista assiste all’eccidio di undici cittadini per mano di fascisti della Repubblica Sociale. La moglie, che rientra dall’appuntamento con l’amante Franco che è uno dei figli degli assassinati, lo sa. Il gerarca fascista che aveva ordinato l’assassinio sospetta il farmacista, e lui risponde: “Dormivo”. Il testimone resta silenzioso e Franco fugge in Svizzera, rifiutandosi di ascoltare la verità.

Venti anni dopo Franco torna in città sposato per una breve vacanza. Il gerarca assiste a una partita di calcio al bar. I due si riconoscono e si stringono la mano. Alla moglie dice che è “un vecchio fascista” e “non credo abbia mai fatto nulla di male”. È questa la memoria pacificata? Addirittura i produttori del film chiesero a Vancini di attribuire l’eccidio ai nazisti. Episodi come questo furono numerosi nell’immediato Dopoguerra. Questa storia rappresenta un fatto collettivo. Oggi non sussistono più le ragioni, pur discutibili, di quegli anni, quando la tensione per possibili conflitti civili era alta in clima anche di Guerra Fredda. Ora abbiamo il dovere di riappropriarci completamente della nostra memoria, riconoscendo i crimini che gli italiani hanno commesso».

Lei nell’introduzione al testo cita il gesto del Cancelliere socialista Willy Brandt. Che cos’è la memoria autocritica alla quale richiama Jedlowski?

«Il 7 dicembre 1970 durante una sua visita a Varsavia Willy Brandt si inginocchiò di fronte al monumento in memoria della distruzione del ghetto della capitale polacca. Si trattò di una chiara ammissione di colpa per quanto commesso dal popolo tedesco, che Brandt rappresentava pur senza essere in alcun modo lui responsabile di quella vergogna storica. È la memoria di ciò di cui c’è da vergognarsi che conserva il ricordo dei torti compiuti verso gli altri. La memoria autocritica soppianta quella autocelebrativa, rivendicativa che spesso è diventata memoria istituzionale. Per usare le parole del filosofo camerunese Achille Mbembe: “La memoria è soprattutto una questione di responsabilità nei confronti di qualcosa di cui spesso non si è l’autore”».

Warszawa, 07.12.1970 r. W czasie swojej wizyty w Warszawie kanclerz NRF Willy Brandt z³o¿y³ kwiaty pod pomnikiem poœwiêconym ofiarom ¿ydowskiego getta w Warszawie. Nz. W. Brandt klêczy pod pomnikiem Bohaterów Getta. dl PAP/CAF/Stanis³aw Czarnogórski

E l’Italia?

«In Italia è prevalso il vittimismo. Fatti salvi gli eroi della Resistenza, ci sono state le vittime. Un popolo che in qualche modo ha subito il fascismo, la guerra, il nazismo ma non è stato protagonista. Non ha responsabilità collettive nella vicenda del fascismo. Chi ha fatto la guerra? Si è diffuso uno stereotipo innocentista, una cultura della non responsabilizzazione che ci ha affrancato da evidenti responsabilità storiche. Non è un caso che si sia venuto piano piano a rimuovere il ricordo della guerra di Etiopia: solo nel 1996 il ministero della Difesa e degli Esteri hanno ammesso l’utilizzo di agenti chimici in Etiopia da parte del nostro esercito. I massacri perpetrati dagli italiani nei Balcani, gli stessi eccidi nel territorio nazionale non sono stati tutti per mano tedesca. Milano è piena di luoghi che rievocano eccidi dove i nazisti non c’entrano niente: decretati ed eseguiti per mano fascista».

Thomas Altmeyer racconta la memoria rimossa e ritrovata in Germania. Qual è il futuro dei memoriali?

«Come evidenzia lui, in Germania i primi decenni del secondo dopoguerra sono stati segnati dagli imperativi di dimenticare e rimuovere. Anche grazie al Movimento per la fondazione dei memoriali è stata costruita poi una topografia degli stessi ampia e complessa che coinvolge tutto il paese. Attualmente in Germania esistono cento memoriali, ossia istituzioni che rendono accessibile un sito di interesse storico, illustrandone le caratteristiche con un’esposizione permanente. La memoria storica del nazionalsocialismo è stata una conquista dal punto di vista sia politico sia sociale. È stato un percorso lento che in Germania è stato facilitato e potenziato certamente dalla riunificazione. In Italia siamo paradossalmente indietro rispetto alla Germania, nonostante fossimo partiti prima. È ancora parziale la valorizzazione dei luoghi di memoria, molti non esistono più o sono sconosciuti. Il processo sta maturando ma molto faticosamente proprio per le contraddizioni di fondo che sottolineiamo nel volume. Oggi la domanda non è più se ricordare, ma come gestire la memoria».

Altmeyer raffigura la sfida incipiente per la nostra cultura posta dalla progressiva perdita della memoria culturale parlante. Che cosa comporterà la scomparsa dei testimoni diretti dell’orrore?

«Viviamo nell’ultima fase dell’epoca della testimonianza diretta. Nel cuore di molte persone i sopravvissuti alle persecuzioni e alle stragi naziste e fasciste hanno lasciato segni indelebili, commoventi. La perdita dei sopravvissuti è dolorosa, ma in futuro si dovrà tradurre in una visione condivisa della storia. La testimonianza è stata in gran parte raccolta. I testimoni hanno scritto o hanno rilasciato interviste. Noi possediamo questo materiale. Ora lo spazio è per gli storici, i quali devono lavorare su questo materiale, vagliarlo, confrontarlo con altre fonti, metterlo in relazione, farlo rivivere in una dimensione più critica, più complessa. Questa è la prospettiva dei prossimi venti anni. Non è un caso che in Germania siano sorti e stiano continuando a sorgere centri studi di didattica della storia, proprio perché si vuole rielaborare, rimettere insieme criticamente questo materiale. Il futuro sarà proprio ragionare, riflettere, interpretare criticamente queste testimonianze. In Germania lo stanno facendo e bisogna farlo anche noi».

Nel proprio saggio Focardi mette in discussione il binomio del «bravo soldato italiano» e del «cattivo tedesco», collocando temporalmente la sua formazione tra l’armistizio e la firma del Trattato di pace nel 1947.

«Si sono consolidati il mito del “cattivo tedesco”, nemico comune, responsabile della conduzione criminale del conflitto, con rimozione delle responsabilità italiane nella guerra dell’Asse, e quello speculare del “bravo italiano”, con conseguente operazione di autolegittimazione politica, all’inizio per evitare una pace punitiva. Tanto la monarchia, la diplomazia italiana, tutti coloro che erano desiderosi di liberarsi dalle troppe complicità con il regime, quanto le stesse forze antifasciste giunte al governo cercavano nel mito del “bravo italiano” una legittimazione interna e internazionale. Si è cercato di esaltare al massimo il contributo italiano in direzione anti tedesca, separando le responsabilità italiane da quelle della Germania, perché era nell’interesse sia degli alleati sia dell’Italia, che mirava a un trattamento diverso per l’accordo di pace».

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Che cosa ha provocato questa autorappresentazione collettiva?

«È stata un’immagine autoassolutoria che ha favorito la rimozione dei crimini commessi dall’esercito italiano e dalle camicie nere all’interno dell’Italia, nei territori occupati, soprattutto nei Balcani. Se ancora oggi l’Italia stenta a riconoscersi nazione, molte responsabilità sono da ricercarsi nella faziosità e nell’ipocrisia con la quale ci siamo voluti autorappresentare».

A che cosa attribuisce le cause delle spesso controverse interpretazioni dei conflitti sul confine orientale?

«Raoul Pupo dedica all’argomento un saggio molto articolato che ci fa comprendere come la storia delle terre adriatiche sia un vero e proprio laboratorio critico della contemporaneità, nella consapevolezza che, spiega, “nello scrivere di storia basta distrarsi un attimo, che si combinano pasticci, che poi sono difficili da rimediare”. Un esempio del metodo adottato può essere la messa in discussione del giudizio autoassolutorio ricorrente di considerare sempre la popolazione della Venezia Giulia come vittima di aggressori esterni, di un male che generano altri. Tale interpretazione è smentita dal dato dell’altissima frequenza delle delazioni, a partire da quelle a danno degli irredentisti durante la prima guerra mondiale, seguite dalle innumerevoli spiate durante l’occupazione germanica, e infine da quelle avvenute durante l’occupazione jugoslava. Ciò svela l’esistenza e il protrarsi di un corpo sociale profondamente e strutturalmente lacerato e disposto a rendere attivi questi conflitti non appena la circostanza storica ne offra il pretesto. Ovviamente una tale osservazione rischia di divenire superficiale, se non inserita nei diversi contesti storici che hanno determinato i fatti, ma è tuttavia produttiva in quanto consente di ridisporre in modo più critico ed equilibrato i termini della questione».

L’Italia elaborò un dossier, iniziato a redigere nel 1944 dal Ministero degli Esteri e consegnato nel 1946 a Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna, con gli episodi di salvataggio degli ebrei dalla deportazione. Che cosa non abbiamo ammesso?

«L’antisemitismo come si è connotato nella propaganda politica della Germania non trova un riscontro in Italia. Non abbiamo mai dichiarato apertamente una strategia di genocidio. Nonostante ciò in Italia già ai tempi della guerra di Etiopia si sono manifestati atteggiamenti palesemente razzisti. La prima legge razziale italiana dell’aprile 1937 non riguarda gli ebrei, ma vietava i matrimoni misti tra cittadini italiani e sudditi delle colonie dell’Africa orientale, prevedendo la reclusione da uno a cinque anni. Il nostro passato coloniale soprattutto nel suo carattere segnatamente razzista, sia nella propaganda per preparare il popolo alla guerra, sia nelle operazioni di conquista, è stato silenziato.

Non c’è un museo che ricordi l’esperienza coloniale e l’episodio della costruzione di un sacrario ad Affile in memoria del generale Rodolfo Graziani, noto in tutto il mondo come criminale di guerra, la dice lunga. L’Italia era un popolo già educato dal fascismo a un razzismo profondo che andava addirittura oltre l’antisemitismo. Basta leggere La difesa della razza, rivista pubblicata dal fascismo e diretta da Telesio Interlandi, un quindicinale attivo dall’agosto 1938 al giugno 1943. E si incontra pienamente con la propaganda antisemita di Hitler. È un incontro che rende facile e accettata  la pubblicazione delle legge razziali. Contro le leggi razziali non abbiamo in Italia manifestazioni proteste contestazioni, molto poco è avvenuto. Le leggi razziali passano perché sono la conseguenza di una cultura razzista che nel popolo italiano era ormai stata instillata».

Che cosa non funziona nel richiamo al nuovo Risorgimento?

«È stato un altro elemento della propaganda: il richiamo alle tradizioni del Risorgimento e della Grande Guerra con il repertorio di motivi antigermanici per spingere il paese stanco e disilluso dalla guerra alla lotta contro il Terzo Reich. Uno dei pochi strumenti rimasto alla monarchia dopo aver abbandonato Roma. I caduti sotto il piombo nazista furono paragonati ai martiri risorgimentali e a quelli di un’Italia che nell’altra guerra aveva fermato e sconfitto il nemico austro germanico. Paradossalmente anche il fascismo partiva da lì. Mussolini si sentiva il continuatore di un’idea risorgimentale, poi è stata la volta della resistenza dopo l’8 settembre. Il mito di Garibaldi lo ritroviamo tra i partigiani, si pensi alle Brigate Garibaldi, e anche tra i fascisti. Il Risorgimento è il nucleo spesso male interpretato, sfruttato da tutti. Il problema è molto complesso. Mussolini ha tradito il Risorgimento, trascinando il paese alla guerra imperialista, né  possiamo pensare alla resistenza come secondo risorgimento perché ne faremmo una semplificazione storica. La resistenza è un’altra cosa: fu anche lotta sociale ed ebbe una dimensione nazionale ed internazionale. È un movimento complesso con tante anime, tra loro anche divergenti, ma unite dalla contingenza storica».

Perché l’8 settembre è il momento fondante della memoria divisa e inconciliabile degli italiani?

«L’8 settembre vengono scardinati tutti i parametri che fino ad allora avevano governato il sentimento e il giudizio critico della nazione. Si raccolsero memorie di vittimismo, autocommiserazione, sconcerto, incredulità e indignazione nei confronti del comportamento del re e delle alte cariche dello Stato. Molti italiani disorientati non riuscivano a leggere gli eventi in corso. E in questa confusione Luigi Ganapini spiega la sensazione di solitudine collettiva che avviluppò il paese, per la quale nessuno si sentì responsabile come singolo e ciascuno si proclamò innocente in un crescendo di “irresponsabilità collettiva”. L’oblio, che è rimozione dei crimini del fascismo, assurge a fattore determinante nella costruzione insidiosa della memoria dell’otto settembre, accanto alla tentazione di porre storia e memoria al servizio di interessi legati alla politica contingente».

Che cosa ne pensa del ruolo di un’associazione come l’ANPI, tra quelle che hanno il compito di tutelare la memoria, nel dibattito sulla riforma costituzionale?

«La decisione dell’ANPI è innanzitutto in linea coi numerosi interventi pubblici che ne hanno fatto in questi ultimi vent’anni un baluardo della difesa della Carta costituzionale dai numerosi attacchi che ha ricevuto. Atteggiamento che ha radicato l’ANPI sul territorio, portandole anche molti nuovi iscritti tra i giovani. Si tratta pertanto di una decisione che segue una linea di indiscutibile coerenza, che nulla ha da condividere con gli usi faziosi della storia, che pure ancora in Italia da tante parti vengono fatti e che questo libro si propone non di contrastare, ma di superare».

Qual è il limite del confronto in corso?

«Occorre almeno avere presente che la Costituzione è un programma, ancora in parte da attuare, nato dalla sconfitta di un regime totalitario e che contiene gli anticorpi contro varie forme di deriva in tal senso. Sancisce il delicato equilibrio tra potere esecutivo e potere legislativo, che è uno dei fondamenti della democrazia. Proprio la memoria del fascismo impone cautela su ogni riforma a riguardo. Non mi sembra che ci siano oggi le premesse politiche per operare una riforma che ridefinisca questo equilibro, né soprattutto ne vedo la necessità e l’urgenza».

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Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/#comments Fri, 25 Sep 2015 13:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13895 (fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo "Ferrara, Italia", la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

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federico

(fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

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Una lunga notte https://minimaetmoralia.it/cinema/la-lunga-notte-del-43/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-lunga-notte-del-43/#comments Sat, 24 Jan 2015 15:55:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24978 Questo pezzo è uscito sul n. 22 di “Artribune”. 

L’inverno del ’43, a Ferrara, inItalia: una città livida, nebbiosa, in cui tutti i personaggi dall’inizio alla fine sentono freddo anche in casa – perché il freddo è dentro di loro. È dentro le persone.Il freddo è quello di un’atmosfera di totale insicurezza e precarietà, di minaccia indefinita che costantemente è presente e insieme lontana, tenuta a distanza di sicurezza (“bombardano Bologna…”). Il gelo è quello del trauma che sta avvenendo, lacerando il tessuto già fragile di una comunità cittadina e nazionale: le sicurezze piccolo-borghesi, il posto, l’attività professionale.

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lunga notte

Questo pezzo è uscito sul n. 22 di “Artribune”. 

L’inverno del ’43, a Ferrara, in Italia: una città livida, nebbiosa, in cui tutti i personaggi dall’inizio alla fine sentono freddo anche in casa – perché il freddo è dentro di loro. È dentro le persone. Il freddo è quello di un’atmosfera di totale insicurezza e precarietà, di minaccia indefinita che costantemente è presente e insieme lontana, tenuta a distanza di sicurezza (“bombardano Bologna…”). Il gelo è quello del trauma che sta avvenendo, lacerando il tessuto già fragile di una comunità cittadina e nazionale: le sicurezze piccolo-borghesi, il posto, l’attività professionale.

In questo quadro estremamente deteriorato di relazioni e di civiltà, in cui gli esseri umani appaiono tutti concentrati a conservare i gusci delle loro esistenze precedenti, e pochissimo a immaginare il tempo che verrà; in questo momento di attesa indefinita, di sospensione nel tempo della Storia e della propria esistenza (Ferrara era stata, non a caso, la culla della Metafisica), la coppia protagonista – Franco Villani (Gabriele Ferzetti) e Anna Barilari (Belinda Lee) – appare sin dall’inizio impossibilmente tesa a perpetuare e far rivivere l’amore passato, le emozioni di una vita precedente. Questa operazione nostalgica di un film che parla di nostalgia e che è intessuto di nostalgia (realizzato da un coraggiosissimo esordiente come Florestano Vancini e co-sceneggiato da Pier Paolo Pasolini, sulla base di un racconto tratto dalle Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani), segna la rimozione del contesto tragico che si sviluppa attorno ai due, e che si concentrerà nel nucleo narrativo e visivo della fucilazione che è l’oggetto – l’evento della “lunga notte”, dopo la quale nulla sarà come prima.

Ferrara, Italia, 1943: tutti i personaggi che ci scorrono davanti agli occhi e che impariamo man mano a conoscere sono bloccati, come congelati in una singola versione di sé. Il paradigma di questo blocco è la paralisi fisica, dovuta a una malattia venerea contratta durante la marcia su Roma, del marito di Anna, Pino (Enrico Maria Salerno): è il carattere più complesso, sfuggente, ambiguo del racconto. La sua impotenza fisica si riflette in quella morale e politica: nonostante sia l’unico testimone oculare della strage, il suo ‘stare alla finestra’ coincide con quello di un intero Paese, che tranne nel caso delle rare eccezioni decide di non decidere e si fa travolgere dagli eventi, da altre volontà più brutali e immediate. Come quella del cattivissimo gerarca Carlo Aretusi (Gino Cervi), soprannominato “Sciagura”: si può dire anzi che la sua psicologia, proprio per l’assenza totale di introspezione, sia l’unica veramente dinamica all’interno della narrazione. In grado di adattarsi mostruosamente all’ambiente circostante, e di determinare gli eventi e il loro corso. Anche, in definitiva, la loro percezione futura, la dimensione della memoria e quella dell’oblìo collettivi: nel comizio della penultima scena, lo sentiamo affermare con voce stentorea che “il passato sarà cancellato, le colpe saranno redente!”.

Laddove si istituisce un parallelo significativo tra rimozione del passato e redenzione delle colpe che non solo costituisce l’argomento stesso di riflessione del film, ma che dovrebbe essere uno dei temi centrali di discussione pubblica anche oggi: il tipo di relazione che l’Italia costruisce e intrattiene con il proprio passato, lontano e recente, era ed è un terreno importante e scivolosissimo. Ritroveremo poi “Sciagura” nella preziosa scena finale, nel presente del film, completamente cambiato ma identico a se stesso, nella prepotenza e nella caparbia irresponsabilità. Franco, Pino e Aretusi sono in definitiva tre volti dell’Italia – l’acquiescenza, la fragilità morale e la violenza – che, dopo il Ventennio, si appresta a mutare pelle e a soccombere per trasformarsi nella nazione post-bellica, una nazione sconfitta che rifiuta di sentirsi tale e dunque di elaborare questa sconfitta.

È lui che costruisce lo “spettacolo” dei cadaveri davanti al muretto del Castello Estense, spettacolo a cui assistono i cittadini come davanti a un prisma vetrificato e malefico che sta orientando la loro stessa vita al di là della paralisi e dell’attesa, oltrepassate con un colpo di coda drammatico. Ad assistere c’è anche Anna, che con il suo paragonare i morti a un “mucchio di stracci vuoti” rispecchia Berta, la fidanzata di Enne 2 e co-protagonista di Uomini e no (1945) di Elio Vittorini, capostipite della letteratura resistenziale. Come Berta, anche per Anna questa scoperta dolorosa coincide con la consapevolezza e la scelta morale.

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