Fortini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fortini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 14 Feb 2014 07:47:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Fortini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/fortini/ 32 32 Il linguaggio viaggia nelle costellazioni https://minimaetmoralia.it/libri/walter-benjamin/ https://minimaetmoralia.it/libri/walter-benjamin/#comments Fri, 14 Feb 2014 07:47:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18194 Pubblichiamo un articolo di Marco Pacioni uscito sul manifesto.

di Marco Pacioni

Se c’è un pensatore che riesce a tenere fisso il pensiero simultaneamente a cose diverse, o a svolgere una cosa fin dove questa si lega ad altre svelando che tutte erano in realtà già insieme, questo pensatore è Walter Benjamin. Tale disposizione si potrebbe anche definire come la capacità di collegare fenomeni disparati o viceversa di distinguere dentro quelli che appaiono unitari diverse componenti. Qualità rarissima quella di Benjamin nella storia del pensiero dove molti filosofi nello sforzo di trovare l’unico, l’origine, l’essenza e il fine sovente perdono di vista le articolazioni, i contesti, il respiro stesso del pensiero. Anche per questa straordinaria capacità di stabilire collegamenti Benjamin è in senso profondo il pensatore della «costellazione». Parola che lui stesso trasforma in concetto filosofico. Benjamin di-vide, non tanto in senso analitico, ma nel senso che vede o percepisce un fenomeno almeno due volte nello stesso tempo. Un po’ come avviene nella scena di una delle immagini più note che si associano a lui e cioè l’angelo di Paul Klee – per Benjamin l’angelo della storia – che guarda alle sue spalle mentre è trasportato in avanti dalla tempesta.

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Pubblichiamo un articolo di Marco Pacioni uscito sul manifesto. (Immagine: Paul Klee)

di Marco Pacioni

Se c’è un pensatore che riesce a tenere fisso il pensiero simultaneamente a cose diverse, o a svolgere una cosa fin dove questa si lega ad altre svelando che tutte erano in realtà già insieme, questo pensatore è Walter Benjamin. Tale disposizione si potrebbe anche definire come la capacità di collegare fenomeni disparati o viceversa di distinguere dentro quelli che appaiono unitari diverse componenti. Qualità rarissima quella di Benjamin nella storia del pensiero dove molti filosofi nello sforzo di trovare l’unico, l’origine, l’essenza e il fine sovente perdono di vista le articolazioni, i contesti, il respiro stesso del pensiero. Anche per questa straordinaria capacità di stabilire collegamenti Benjamin è in senso profondo il pensatore della «costellazione». Parola che lui stesso trasforma in concetto filosofico. Benjamin di-vide, non tanto in senso analitico, ma nel senso che vede o percepisce un fenomeno almeno due volte nello stesso tempo. Un po’ come avviene nella scena di una delle immagini più note che si associano a lui e cioè l’angelo di Paul Klee – per Benjamin l’angelo della storia – che guarda alle sue spalle mentre è trasportato in avanti dalla tempesta.

Molti degli scritti di Benjamin, all’apparenza sibillini, sono illuminazioni frammentarie rese tali però dalle vicissitudini di una ricerca filosofica che ha dovuto adattarsi ai tempi stretti della fuga, dell’esilio, della persecuzione. Essi sono dei ponti gettati, a volte interrotti di cui altri potranno eventualmente continuare il progetto. Gli scritti di Benjamin sperano programmaticamente, quasi prevedono a volte tale continuazione. Soprattutto in questo aspetto, al di qua di inconsistenti accuse di misticismo irrazionale, dovrebbe essere visto il messianismo di Benjamin. Raffigurandolo attraverso il linguaggio, si potrebbe dire che il suo è pensiero soprattutto sintattico. Un pensiero in cui il limite è più spesso un legame che una separazione tra parole e cose; una mappa di ciò che all’apparenza sembra essere disperso e pare vivere solo di luce propria come le stelle del cielo nelle quali egli sa vedere strutture quali sono appunto le costellazioni.

Il volume curato da Gianfranco Bonola, Walter Benjamin, Testi e commenti (L’ospite ingrato ns 3, Quodlibet, pp. 252, € 19,00) costituisce anzitutto una profonda comprensione di quanto all’insegna della costellazione, della collateralità si muove il pensiero di Benjamin. La sua capacità non solo di raccogliersi in folgoranti condensazioni aforistiche, ma anche di seguire le rotte e le interazioni della luce dei concetti su più direzioni. Il libro di Bonola, oltre ad antologizzare alcuni scritti rari o da poco editi o tradotti in italiano di Benjamin, mette insieme anche una serie di testi di interlocutori che in vario modo hanno interagito con la lingua e il pensiero di Benjamin. Ci sono Sholem, Rosenzweig, Jesi, Härle, Wizisla, Peterson e poi gli italiani che si sono soprattutto confrontati con la traduzione di Benjamin a cominciare dalla versione della ormai leggendaria versione del 1962 Angelus Novus di Solmi, fino a Chitussi e Agamben, passando per Cases e Fortini. Fra loro, Michele Ranchetti cui tutto il volume è dedicato e che con Bonola aveva curato uno degli scritti più famosi, testualmente problematici e discussi di Benjamin, le tesi Sul concetto di storia.

La lingua dell’infanzia, il linguaggio, la traduzione, la storia, la rivoluzione vista con gli occhi del messianico, i ripetuti tentativi di definire l’aura, lo sguardo, la giustizia, la scrittura di Kafka, tutti argomenti che nel merito sembrano convergere su un importante leitmotiv di tutta l’opera di Benjamin: l’urgenza della storia di farsi presente di cambiamento, l’idea di un pensiero mosso dalla speranza anche e soprattutto nella situazione in cui questa sembra negata, nella situazione in cui gli uomini sembrano rassegnarsi, adattarsi al male minore, alla necessità nella quale si muove il tanto aborrito da Benjamin tempo lineare anomico senza fratture, congiunzioni, intertempi, dove tutto alla fine si tiene, si giustifica e si neutralizza. Proprio nel rifiuto di questa progressività giustificatrice della storia, quello di Benjamin è un pensiero rivoluzionario e in un certo senso religioso come bene esprime il contenuto e già il titolo dello scritto di Bonola che commenta le tesi, La porta di ogni istante.

L’aura, oggi più che mai ancora presente nel discorso sulle arti, è l’altro concetto protagonista di questo libro, a cominciare dalla presenza di un testo di Benjamin ritrovato tradotto e da poco pubblicato da Agamben. L’aura non è semplicemente l’hic et nunc dell’opera, come pure sostiene lo stesso Benjamin. Per lui, anche questo concetto assume una valenza metodologica simile a quella della costellazione. In tal senso, l’aura è per Benjamin, l’indecidibilità fra emanazione dal soggetto e convergenza del luogo sul soggetto. È il trattino che da un centro verbale muove verso gli estremi per collegare e simultaneamente muovere tali estremi per farli convergere. L’aura è il con-testo, articolazione di espansione e condensazione, secolarizzazione e sacralizzazione e ciò che rende queste entrambe possibili.

Ranchetti, dedicatario del volume, ha seguito in parte il modus operandi del pensiero di Benjamin forse privilegiando un’idea di limite meno costruttiva, più separatoria e critica, meno consolatoria, fino ad assumere essa come cesura e  spesso dando l’impressione di  disperare di poter ricomporre questa, farne un legame. In ciò sta appunto una delle differenze più marcate fra Benjamin e Ranchetti. Differenza che passa forse per la distinzione fatta da Agamben fra messianico e apocalittico: fra due modi familiari che articolano tuttavia diversamente il rapporto tra inizio, fine, tempo e spazio – oggi più che mai, modi entrambi necessari alla riflessione politica.

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Critica letteraria e giornalismo culturale https://minimaetmoralia.it/libri/critica-letteraria-e-corriere-della-sera/ https://minimaetmoralia.it/libri/critica-letteraria-e-corriere-della-sera/#comments Fri, 26 Jul 2013 13:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15136 Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto. (Fonte immagine.)

di Raffaele Manica

Quante volte, aprendo un vecchio libro, vi si trova dentro, con sorpresa, un ritaglio dimenticato. Non si sa se questa attività, ritagliare pagine di giornale, sussista ancora. Se c’è, è demodée o, con più attuale anglo-preferenza, vintage. Ritagliare una parte di vecchie terze pagine, isolando per poi ricomporre un ampio puzzle, è il compito che si è assunto, assolvendolo in modo eccellente, Mauro Bersani per congegnare il secondo volume di La critica letteraria e il Corriere della Sera, dedicato agli anni 1945-1992 , aperto da un’introduzione che ricostruisce in maniera funzionale anche i rapporti con altre testate (Fondazione Corriere della Sera, pp. XXXVI-1869, € 60,00; un primo volume, per gli anni 1876-1945, è uscito nel 2011 a cura e con introduzione di Bruno Pischedda e con prefazione di Paolo Di Stefano). Non la letteratura, ma la critica letteraria, che è un restringimento di campo importante: proprio la critica letteraria, la sempre moribonda, soprattutto negli anni qui in considerazione, che vanno dall’ultima stagione infocata delle riviste – dal secondo dopoguerra agli anni sessanta e fino ai primi settanta – al tramonto delle riviste o almeno della loro presenza predominante nella discussione letteraria, con l’arrivo di mezzi di comunicazione più veloci almeno quanto, in genere, più superficiali.

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Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto. (Fonte immagine.)

di Raffaele Manica

Quante volte, aprendo un vecchio libro, vi si trova dentro, con sorpresa, un ritaglio dimenticato. Non si sa se questa attività, ritagliare pagine di giornale, sussista ancora. Se c’è, è demodée o, con più attuale anglo-preferenza, vintage. Ritagliare una parte di vecchie terze pagine, isolando per poi ricomporre un ampio puzzle, è il compito che si è assunto, assolvendolo in modo eccellente, Mauro Bersani per congegnare il secondo volume di La critica letteraria e il Corriere della Sera, dedicato agli anni 1945-1992 , aperto da un’introduzione che ricostruisce in maniera funzionale anche i rapporti con altre testate (Fondazione Corriere della Sera, pp. XXXVI-1869, € 60,00; un primo volume, per gli anni 1876-1945, è uscito nel 2011 a cura e con introduzione di Bruno Pischedda e con prefazione di Paolo Di Stefano). Non la letteratura, ma la critica letteraria, che è un restringimento di campo importante: proprio la critica letteraria, la sempre moribonda, soprattutto negli anni qui in considerazione, che vanno dall’ultima stagione infocata delle riviste – dal secondo dopoguerra agli anni sessanta e fino ai primi settanta – al tramonto delle riviste o almeno della loro presenza predominante nella discussione letteraria, con l’arrivo di mezzi di comunicazione più veloci almeno quanto, in genere, più superficiali.

Qualche settimana addietro, nel corso di  un’intervista a Marco Santagata, Gian Antonio Stella si chiedeva se una testata sulla quale hanno firmato tanti valorosi nomi, da Montale e Contini a seguire, possa essere considerata, nella burocrazia ministeriale, come sede di contenuti scientifici, buoni per i concorsi a cattedre (che non si fanno perché i bilanci delle università piangono come tutti i bilanci pubblici e privati d’Italia). Lasciamo stare, che è meglio, per quanto il quesito sia interessante e, in sostanza, domanda retorica.

L’organizzazione dell’intera opera è per autore, ognuno introdotto da un cappello del curatore che ne situa la vicenda generale ben incentrandola sui rapporti con il giornale. La posizione è determinata dall’inizio della collaborazione: dunque si ha una attestazione autoriale della collaborazione, fatto che significa qualcosa non solo dalla parte degli autori collaboranti ma anche dalla parte del giornale che ne ospita attivamente le collaborazioni. In altri termini: si viene chiamati a collaborare per un profilo già determinato, e la collaborazione conferma quel profilo, variandolo in molti modi e, con successive aperture, finisce per modificarne alcuni tratti.

Gli autori scelti da Bersani sono trentacinque: si apre con Pancrazi, forse, con Cecchi, il principe della critica letteraria sui giornali, e si chiude con Segre. Le differenze e le analogie tra critico, saggista, recensore si fanno spazio tra le pagine qui raccolte, e si assiste a storie ben diverse l’una dall’altra: poeti (Montale, Luzi, Zanzotto, Porta, Raboni), militanti e giornalisti di formazione letteraria (Gramigna, Nascimbeni, Barilli, Bo, Pampaloni, Pivano), scrittori di vena saggistica (Ripellino, Baldini, Citati, Mariotti), scrittori in trasferta (del Buono, Siciliano, Manganelli, Bevilacqua, Parise, Ginzburg, Calasso, Pontiggia), punte dell’accademia (Zampa, Bonfantini, Contini, Macchia, Branca, Magris, Gorlier, Perosa, Strada, Segre). Con molti che prenderebbero due o tre categoria a voler distinguere meglio o a diversamente catalogare.

A tale scelta, dichiaratamente ridotta in corso d’opera per non esorbitare nella foliazione del già imponente volume, non si recano obiezioni, esse stesse opinabili: è fatta, e i suoi criteri sono espliciti, e si evita il punto tipico di ogni discussione sulle antologie, il gioco facile vecchio e inutile del dentro e fuori, se Bersani stesso comunica e giustifica, sulla base delle date, le esclusioni per lui più difficili, per esempio Baldacci e Arbasino, e si capisce (un solo rammarico: la collaborazione di Fortini sarà stata non di tipo strettamente letterario, ma è un peccato aver perduto l’epicedio per Contini).

Tuttavia è interessante vedere che cosa consegue ai criteri di scelta e di organizzazione: non solo la questione accennata dell’autorialità. Il volume è infatti anche la ricognizione intorno alle mura di una città che non esiste più, dal momento che sono ormai numeratissimi i critici letterari ai quali si aprono le pagine del quotidiano, lasciando di preferenza dette pagine a romanzieri o a giornalisti interni alla testata. Constatazione storica e avalutativa, e non, si creda, rimostranza partigiana o sindacale (di un sindacato ben inesistente; e anche in via immaginaria, del resto, tanto slabbrato da avere nulla efficacia e meno potere contrattuale).

La città non esiste più perché non ha più ragione di esistere la terza pagina nella sua forma classica, a partire dal pilastro dell’elzeviro come prosa libera e quasi senza oggetto, proprio la richiesta che taluni collaboratori si sentono rivolgere alla ripresa dopo la guerra: non recensioni, che sono considerate lavoro di routine quando non di cucina, ma libere pagine, legate più a occasioni da inventare che alle occasioni che si presentano nei fatti. E negli ultimi decenni non solo la pagina culturale è scomparsa con l’infinito estendersi del concetto di cultura, diventato inafferrabile e buono per ogni scopo, ma l’istituto stesso della recensione è entrato in difficoltà: sotto la pressione di anticipazioni e gossip quasi più nessuno ha avuto quella continuità di discorso che serve per dare un’idea di critica “a puntate”, riservando lo spazio a qualche stroncatura (la stroncatura richiede continuità di discorso, altrimenti ha poco senso, e al massimo è un’indicazione igienica). Invece la recensione sembra sopravvivere solo in supplementi deputati all’accumulo di recensioni, dove cioè te l’aspetti e funziona forse un po’ meno (chi non ha memoria soprattutto dei libri citati fuori contesto?)

La critica giorno dopo giorno, secondo la formula di Cecchi, o la critica giornaliera, secondo una definizione cara a Pampaloni non ci sono più. E in questo senso La critica letteraria e il Corriere della Sera è un elegante monumento alla memoria. Soprattutto, come voleva un maestro della critica e del giornalismo letterario, Edmund Wilson, non si potranno che di rado scrivere recensioni che diventano saggi che diventano libri. Fuori dei giornali è successo qualcosa. Si dia un’occhiata alle discussioni in rete: la critica letteraria non solo si è democratizzata: la critica letteraria si è demagogizzata. Nessuno si farebbe curare da un medico che non abbia compiuto il corso degli studi adeguati a curare (esperienza a parte); nessuno farebbe costruire una casa da un architetto o un aereo da un ingegnere che non abbia familiarità con i calcoli o col disegno. Ma in letteratura siamo minacciati da pareri continui di chiunque, pronto a sparare le sue stronzate su Manzoni.

Un maestro della critica musicale osservava che un critico non è uno che scova aggettivi di volta in volta raffinati o sorprendenti; un critico è uno che sa o dovrebbe sapere di più, proprio quantitativamente, in modo che quella quantità diventi qualità del giudizio. La critica (e tante di queste pagine ne sono prova) è un evento, grande o piccolo, almeno paritariamente tecnico ed estetico, anche quando svolto con la rapidità e talvolta la fretta richiesta dalla collaborazione al giornale; un fatto pronto a scomparire con la stessa velocità con la quale si è prodotto, se non è ritagliato da una mano avida o pietosa.

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Letteratura industriale https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-fabbrica-di-carta/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-fabbrica-di-carta/#comments Thu, 18 Jul 2013 14:59:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15034 Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Alias, l'inserto culturale del manifesto.

Oggi l’immagine della fabbrica sembra quasi un ricordo sbiadito, un retaggio obsoleto del secolo scorso da relegare negli archivi degli storici. Eppure, per vari decenni del Novecento, quello della fabbrica rappresentò un motivo quasi obbligatorio per gli scrittori italiani: ne emerse un filone letterario ampio e variegato nel quale si distinsero autori come Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Primo Levi, Volponi, Pagliarani, Parise, Balestrini e Di Ruscio; né si possono dimenticare le incursioni in ambito industriale di Gadda, Calvino, Caproni, Sereni (celeberrima è la sua Visita in fabbrica), Giudici e Fortini. Gli autori nominati figurano ora (insieme a molti altri) nella prima antologia complessiva dedicata alla letteratura italiana di ispirazione industriale: Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (prefazione di Alberto Neomartini, introduzione di Antonio Calabrò, pp. 331 + XV, € 20), frutto della felice collaborazione tra uno storico dell’economia, Giorgio Bigatti, e un italianista, Giuseppe Lupo, che hanno progettato e curato il volume.

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Alias, l’inserto culturale del manifesto.

Oggi l’immagine della fabbrica sembra quasi un ricordo sbiadito, un retaggio obsoleto del secolo scorso da relegare negli archivi degli storici. Eppure, per vari decenni del Novecento, quello della fabbrica rappresentò un motivo quasi obbligatorio per gli scrittori italiani: ne emerse un filone letterario ampio e variegato nel quale si distinsero autori come Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Primo Levi, Volponi, Pagliarani, Parise, Balestrini e Di Ruscio; né si possono dimenticare le incursioni in ambito industriale di Gadda, Calvino, Caproni, Sereni (celeberrima è la sua Visita in fabbrica), Giudici e Fortini. Gli autori nominati figurano ora (insieme a molti altri) nella prima antologia complessiva dedicata alla letteratura italiana di ispirazione industriale: Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (prefazione di Alberto Neomartini, introduzione di Antonio Calabrò, pp. 331 + XV, € 20), frutto della felice collaborazione tra uno storico dell’economia, Giorgio Bigatti, e un italianista, Giuseppe Lupo, che hanno progettato e curato il volume.

Sebbene quasi tutti i testi antologizzati datino a partire dal secondo dopoguerra, l’archetipo novecentesco della letteratura italiana di fabbrica è senza dubbio il memorabile esordio romanzesco di Carlo Bernari Tre operai, del 1934, che negli ultimi anni ha conosciuto una rinnovata fortuna critica ed editoriale. In ogni caso l’antologia di Bigatti e Lupo non segue un criterio propriamente cronologico, bensì tematico, raggruppando i testi in due macrosezioni, Panorami dell’Italia industriale e Personaggi in cerca di lettori, a loro volta suddivise in più specifici nuclei tematici.

Molte narrazioni industriali nascono da una esperienza diretta, ma, come affermò acutamente Ottieri in Linea gotica, non è detto che ciò le renda più attendibili: «Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso […]. Quelli che ci stanno dentro possono darci dei documenti, ma non la loro elaborazione […]. I pochi che ci lavorano dentro diventano muti, per ragioni di tempo, di opportunità, ecc.»; d’altra parte, scrive ancora Ottieri, «Gli altri non ne capiscono niente: possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l’arte non nasce dall’inchiesta, bensì dall’assimilazione».

Posti dinanzi alla fabbrica, gli scrittori hanno espresso perlopiù un giudizio aspramente critico, rappresentandola nei termini di un inferno alienante (si pensi ad alcuni personaggi-operai di Volponi e Ottieri, devastati dalla nevrosi). Sotto questo profilo, certa narrativa industriale ha rappresentato un vero e proprio controcanto rispetto alle magnifiche sorti dell’Italia del boom economico; basterà citare un passo paradigmatico del capolavoro di Luciano Bianciardi, La vita agra: «Sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi. / È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. / Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti […]. / Io mi oppongo.»

Altri autori hanno intravisto, al contrario, nel lavoro industriale «una via di libertà» (Calvino), una condizione favorevole all’emancipazione sociale o all’acquisizione di una più matura coscienza di classe (si pensi, ad esempio, a Gli anni del giudizio di Arpino o a La costanza della ragione di Pratolini). Parise, invece, nel Padrone, ha raccontato il mondo industriale in chiave quasi metafisica, distaccandosi dai cliché neorealistici che, non di rado, hanno condizionato negativamente questo filone letterario.

Un altro interessante aspetto che questa antologia consente di approfondire riguarda le collaborazioni tra industriali e intellettuali: da questo punto di vista, fu assai importante la singolare parabola imprenditoriale di Adriano Olivetti, che affidò incarichi di prestigio a scrittori come Sinisgalli, Fortini, Giudici, Ottieri e Volponi; lo stesso Sereni, del resto, lavorò per anni alla Pirelli (e si potrebbero citare anche altri casi).

Il libro si conclude con una ricca appendice (Scritture del presente), che raduna brani narrativi tratti da opere uscite nel nuovo millennio. Il numero degli autori (Nata, Abate, Nigro, De Luca, Buccini, Pariani, Ferracuti, Avallone, Argentina, Santarossa) è tale da far pensare quasi ad un revival della letteratura industriale; oltretutto, a quelli qui antologizzati, andrebbero ora affiancati almeno due altri titoli usciti quest’anno: la sorprendente e terribile «storia operaia» di Alberto Prunetti Amianto (Agenzia X), che si inserisce nel solco ideale dei Minatori della Maremma di Bianciardi-Cassola, e Il costo della vita (Einaudi) di Angelo Ferracuti, già recensito su queste pagine (Ferracuti è comunque presente nell’antologia per un altro suo libro).

Occorre inoltre aggiungere che la letteratura industriale novecentesca continua ad agire come modello su alcuni dei più interessanti tra i nuovi narratori: penso, per esempio, a Francesco Targhetta, che, nel suo recente romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn), si rifà dichiaratamente a La ragazza Carla di Pagliarani e cita Tre operai di Bernari. Insomma: se la fabbrica novecentesca è tramontata (secondo Lupo, il periodo aureo della narrativa industriale si chiuderebbe con il romanzo di Ermanno Rea La dismissione, del 2002), molte delle inquietudini e delle problematiche antropologiche incarnate emblematicamente da quella esperienza storica assillano ancora il mondo contemporaneo, continuando a stimolare efficacemente l’immaginario letterario.

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La razza operaia e la Lega https://minimaetmoralia.it/libri/la-razza-operaia-e-la-lega/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-razza-operaia-e-la-lega/#comments Thu, 09 Jul 2009 08:20:51 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=230 Questo articolo è stato pubblicato dal Riformista il 10 giungo 2009. Gli operai votano a destra, gli operai sono di destra. Al di sotto dell’ottundimento collettivo prodotto dal caso-Noemi, questa sembra essere la sola, unica verità “sociologica” di questi tempi, tanto da spingere persino Liberazione a non riconoscerli più, a darli per persi, a decretare con sgomento […]

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Questo articolo è stato pubblicato dal Riformista il 10 giungo 2009.

Gli operai votano a destra, gli operai sono di destra. Al di sotto dell’ottundimento collettivo prodotto dal caso-Noemi, questa sembra essere la sola, unica verità “sociologica” di questi tempi, tanto da spingere persino Liberazione a non riconoscerli più, a darli per persi, a decretare con sgomento il loro amore con “gli imprenditori che li licenziano e li mandano a morire sul posto di lavoro.”

Per chi si colloca sul filone del post-operaismo, è dura dover riconoscere che gli operai di oggi non sono neanche lontani parenti degli Operai di cui parlano i propri testi di riferimento, della “rude razza pagana” esaltata da Tronti. Ancor più duro – forse – è digerire il fatto che quell’astratta rude razza non è mai esistita in natura. La “cultura proletaria” e “la “coscienza operaia” non esistono, se non in rarissimi momenti. E, quando ci sono, sono il risultato di un lungo lavoro politico e culturale più che di un forte sussulto sociale. I sussulti radicalizzano le posizioni, in un senso come nell’altro; la creazione di una coscienza è frutto di un processo più complesso, e spesso sotterraneo.

Due libri usciti quasi in contemporanea permettono di vedere la questione da un punto di vista particolare. Stranamente, ripubblicati negli stessi giorni, i due libri furono anche scritti nello stesso periodo (prima metà degli anni sessanta) e nella stessa città (la Torino industriale nel pieno del boom). Sono un romanzo di Giovanni Arpino, Una nuvola d’ira (edito ora da Bur, ma uscito per la prima volta nel ’62) e un’inchiesta di Goffredo Fofi, L’immigrazione meridionale a Torino (presentato ora in nuova edizione da Aragno). Entrambi i volumi, allora, furono osteggiati dalla sinistra ufficiale. Quello di Arpino per motivi che ricorda lo stesso autore: “Gli strateghi di un sinistrese appena nato mi bollarono di provincialismo operaio, di surrealismo periferico, di mistificazione dei grandi sentimenti di classe.” Quello di Fofi perché “oltre che parlar male della Fiat, osava parlar male anche del Pci, che niente faceva per gli immigrati”. Il libro uscì per la Feltrinelli sono nel 1964, dopo che – creando all’epoca un caso editoriale – l’Einaudi, che pure lo aveva commissionato, aveva rifiutato di stamparlo. All’interno del cenacolo einaudiano, erano favorevoli alla sua pubblicazione Fortini, Cases, Mila, e soprattutto Panzieri e Solmi. Contrari, e alla fine ebbero la meglio, Bobbio, Venturi, Calvino, Bollati, Cantimori.

Perché questi libri, pur molto diversi tra loro, erano così fuori dal coro? Perché ritraevano degli operai in carne e ossa, con la “o” minuscola, senza esaltazioni ideologiche né moralismi, avendo ben presente, come scrive Massimo Raffaeli nella prefazione alla nuova edizione di Una nuvola d’ira, che la coscienza di classe non è “un dato acquisito una volta per sempre ma, semmai, il risultato di una dolorosa metabolizzazione”.

Arpino ritrae un triangolo amoroso tra una giovane operaia (Sperata) e due proletari di diversa età: Matteo (un ex-partigiano delle Langhe, taciturno e disincantato, suo marito) e Angelo (un venticinquenne settario e logorroico, il suo amante). Alla fine Matteo muore tragicamente in un incidente in moto, dopo essere scappato dall’ospedale dove era ricoverato, e Angelo e Sperata si ritroveranno soli, in qualche modo complici e causa, con il loro tradimento, di quella morte-sucidio. Il fulcro del romanzo è tutto nella nevrosi di Angelo e Sperata: due giovani operai che pretendono di essere diversi, e lo pensano ideologicamente, ma sono irresistibilmente attratti da tutto ciò che abbia a che fare con la società dei consumi (soprattutto Angelo: è stato spedito in un reparto-confino, ma è ossessionato dai motori). Due alienati, spesso insopportabili, eppure profondamente umani, tanto quanto il terzo protagonista, il “fossile” partigiano.
L’inchiesta di Fofi parla invece dei meridionali a Torino, e di una città che in soli dieci anni ha visto cambiare radicalmente il proprio volto, vedendo cambiare radicalmente la propria classe operaia. I nuovi operai sono quasi sempre ex-braccianti che vengono dall’Appennino meridionale o dai grandi borghi agricoli (soprattutto pugliesi) che non riescono ad assorbire la propria forza lavoro. L’abbandono del paese, di un Sud per certi versi ancora arcaico, e l’ingresso in fabbrica, sancisce l’accesso alla società italiana, segna i primi contatti con il sindacato e con la politica in un contesto urbano e industriale, non più rurale e bracciantile. Eppure – come Fofi illustrava in oltre trecento pagine di inchiesta – tutto questo non voleva dire assolutamente creazione automatica di una coscienza politica, né tanto meno di una incondizionata adesione ai partiti di sinistra. La Torino dei primi anni sessanta è la Torino degli incidenti di Piazza Statuto, un moto di ribellione cui parteciparono in prima fili molti operai meridionali. Furono accusati di teppismo e, a sinistra, di essere addirittura manovrati dai “padroni”. Ma questa era una spiegazione semplicistica. Come scrive Fofi, c’era un carico di insoddisfazione, frustrazione, isolamento che non aveva trovato sfogo, o casa, nelle organizzazioni esistenti e che verso la fine degli anni sessanta – straripando – avrebbe imboccato altre strade: “Questi giovani furono, a Torino e altrove, al centro dell’autunno caldo, che sembrò a tutti un momento trionfale per la storia del nostro movimento operaio e fu invece il principio della sua crisi, trasformazione e fine, in un mondo in cui la fabbrica avrebbe contato sempre meno.”

Il romanzo di Arpino e l’inchiesta di Fofi nascono in una società in piena crescita e rimescolamento, in una città in cui la domanda di lavoro superava costantemente l’offerta. Ora siamo in una situazione diametralmente opposta, eppure entrambi i libri ci dicono qualcosa sugli operai, e sul rapporto tra operai e sinistra. Allora chiedevano principalmente un lavoro e una casa, oggi declinano l’idea di sicurezza in altri modi che non paiono più di sinistra, anche perché ci sono altri immigrati a occupare l’ultimo anello della catena, anche nelle fabbriche. Eppure, più che di articoli frettolosi, per capire cosa pensano, cosa vogliono, dove vanno gli operai ci vorrebbero inchieste corpose e dettagliate come quelle di Fofi. O romanzi che non dicano le solite cose sul precariato, ma che provino a scavare un po’ più a fondo, nella testa delle donne e degli uomini.

 

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