Forza Italia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/forza-italia/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:46:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Forza Italia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/forza-italia/ 32 32 Vent’anni https://minimaetmoralia.it/fiction/qui-ho-le-mie-radici-le-mie-speranze-i-miei-orizzonti/ https://minimaetmoralia.it/fiction/qui-ho-le-mie-radici-le-mie-speranze-i-miei-orizzonti/#comments Sat, 25 Jan 2014 16:55:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17902 di Christian Raimo L’anno in cui i miei si separarono avevo vent’anni, e vivevo ancora con loro. Ero un ragazzo senza equilibrio – forse come chiunque conoscessi. Ma io sentivo di esserlo: era come se mi mancasse un regolatore omeostatico, e questo mi trasformava in un sistema tortuosissimo di vasi comunicanti che non si pareggiavano […]

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di Christian Raimo

L’anno in cui i miei si separarono avevo vent’anni, e vivevo ancora con loro. Ero un ragazzo senza equilibrio – forse come chiunque conoscessi. Ma io sentivo di esserlo: era come se mi mancasse un regolatore omeostatico, e questo mi trasformava in un sistema tortuosissimo di vasi comunicanti che non si pareggiavano mai, restavano a secco o strabordavano. Ero esaltato per certe cose. La mia memoria, per esempio. O meglio, la mia capacità di raccogliere dettagli, di ricordarli, di catalogarli: in questo ero impressionante. Avevo il ruolo del registratore visivo domestico. Quando qualcuno, mio padre, mia madre, mio fratello, discuteva se quel giorno fosse successo questo o quell’episodio, se fosse marzo o maggio il mese in cui mentre tornavamo dalla gita a Venezia sull’autostrada all’improvviso ci era venuto incontro un pavone e papà era andato a sbattere contro il guardrail e aveva distrutto la macchina, o se era vero che quando mi ero ammalato di morbillo mio fratello non aveva voluto starmi vicino nella stessa stanza neanche nella stessa casa perché gli facevo paura, piagnucolava e aveva pregato di poter dormire a casa di un amico. Ero sempre io a fare il filologo: a riportare uno a uno tutti i dettagli. Quel periodo tu eri depressa mamma, quella volta papà l’hai detta quella cosa, quasi a ricordargli sempre: questi siete voi, questi siamo stati noi, non altro.
E quando, il primo febbraio del 1994, tre-quattro giorni dopo che Berlusconi aveva fatto quel discorso televisivo in cui diceva che amava l’Italia, mio padre invece di mettersi a cucinare matriciane o carbonare e tagliare corto, dicendo «Almeno mangiamoci una pasta fatta bene», si era ritirato a dormire. E sempre il primo febbraio, intorno all’ora di cena – una cena che poi non facemmo – a testa bassa, con una voce inopinatamente nasale, mio padre fece un discorso anche lui, prendendola molto alla lontana, dicendoci che da un bel po’ di tempo nei modi in cui ci sistemavano in casa si poteva enucleare una certa tensione, e poi disse che lui e mia madre insomma questo sì era forse evidente era forse comprensibile era normale lui e lei lui e mia madre non si trovavano bene.
Io, che al penultimo anno del liceo leggevo manuali di fisica universitaria, mi voltai di scatto verso di loro e cominciai a fare quello che sarebbe accaduto per gli anni successivi: a non guardarli come esseri umani. Mio padre e mia madre – gente che c’era e viveva e si guardava e si baciava e si giudicava e si faceva del male prima che io ci fossi. Non due esseri umani ora, ma due corpi per un esperimento. Mio padre: un grave che prende la parola per dire – dalla sua prospettiva inorganica –, per confessare di non trovarsi bene, di essere stato posizionato male. Qualcuno l’aveva messo fuori sesto lì, e lui dopo esserci rimasto tanto tempo, s’era reso conto che quello, quel posto, non era il suo, così l’esperimento non funzionava.
Primo febbraio, una giornata di vento calmissimo, anomala e calda. Le nuvole: dei parallelepipedi schiacciati, disposti in cielo come le isole di terra in Super Mario Bros. E io che esco di casa, mi vado a fare un giro, mio padre che ancora dice: «Adesso dobbiamo parlarne, questo fatto di non trovarsi bene… e le condizioni che… e l’equilibrio delle cose… e le dinamiche personali… e le conciliazioni sono difficili…» Come se aggiungere parole a altre parole potesse creare una specie di bozzolo analgesico intorno alle decisioni.
Io senza salutarlo sono fuori di casa e guardo il mondo, anche questo è tutto inorganico. Polvere, mura dipinte, lamiere, mattonati, il cielo rosa pantone. Le automobili sono sculture di pistoni e ferro, lo spiazzo con le altalene e gli scivoli è una colonia lunare disabitata, qui sorgeranno i palazzi, le insegne delle vie e i cartelli stradali saranno l’unica inflorescenza che sbucherà dalla terra. Le cose muoiono se hanno vita, ma se nessuno gliela dà questa iattura della vita non è detto che debbano morire.
Per questo mentre i miei si separavano, mentre mia madre restava a dormire da una sua amica, e mio fratello decideva di andarsene da Roma… io mi ricordo che passai quell’anno a dare un occhio al citofono ogni volta che uscivo e rientravo a casa. La targhetta con il cognome di mio padre accanto a quello di mia madre mi sembrava, a conti fatti, molto più intelligente di tutti noi esseri umani viventi che ci affannavamo per non rinfacciarci violenze, per fare o non fare quelle scene terribili in cui mentre si piange abbracciati a qualcuno, ci si distacca appena dall’abbraccio, perché la persona che pensavamo ci stesse salvando è proprio quella che ci sta facendo morire, e tutto l’amore che credevamo che ci stesse dando è soltanto l’infinita giustificazione alla sua impotenza.

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E mentre in televisione si consumavano ore di discussione su concetti astratti, come la #crisidigoverno… qualche giorno fa https://minimaetmoralia.it/interventi/crisi-e-lavoro/ https://minimaetmoralia.it/interventi/crisi-e-lavoro/#comments Wed, 09 Oct 2013 09:54:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15746 di Olga Mascolo

Ogni giorno è una delusione in più per noi trentenni something che restiamo. Si parla dei cervelli in fuga, ma non nel modo in cui bisognerebbe: cosmetica pompata della notizia.

Se ne stanno andando tutti, cervelli e controcervelli.

Gli italiani se ne sono sempre andati dall’Italia, da che mondo è mondo. Mia sorella è partita una decina di anni fa: fu l’Erasmus. Nel suo caso si trattava di un vero e proprio esempio di cervello in fuga, ma per amore, che si è trasformato in poco tempo in esempio di donna in carriera. Ora è uno dei 200 cervelli promettenti della Shell. Donna o non donna.

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cicchitto_sallusti

di Olga Mascolo

 

“Tu lo sai bene come la penso, io ho scritto un libro sulla strumentalizzazione politica dei processi”

“Guarda che stiamo facendo un favore alla sinistra”

Cicchitto a Sallusti, Ballarò 1-10-2013

Ogni giorno è una delusione in più per noi trentenni something che restiamo. Si parla dei cervelli in fuga, ma non nel modo in cui bisognerebbe: cosmetica pompata della notizia.

Se ne stanno andando tutti, cervelli e controcervelli.

Gli italiani se ne sono sempre andati dall’Italia, da che mondo è mondo. Mia sorella è partita una decina di anni fa: fu l’Erasmus. Nel suo caso si trattava di un vero e proprio esempio di cervello in fuga, ma per amore, che si è trasformato in poco tempo in esempio di donna in carriera. Ora è uno dei 200 cervelli promettenti della Shell. Donna o non donna.

Di questi tempi invece, andarsene non è quasi più una scelta, è un atto dovuto nei confronti della propria intelligenza, del tempo speso sui libri, del diritto a un forse. Di fughe amorose ce ne sono poche: anzi, è più comune che gli amori finiscano a causa delle nuove distanze. Se ne va chi sa l’inglese o chi non lo sa, chi non ha una famiglia che lo mantenga a vita, chi ha voglia di mettersi in gioco per ricevere una risposta rapida. Molto spesso alzando il dito medio, ma ancor più spesso portandosi dietro poca roba: chi se ne va non sbatte la porta. A voi altri la bega dell’eterna campagna elettorale, le discussioni eterne su #B, sui salvataggi di Alitalia, i talk show, ecc.

Di recente sono stata a Londra, città in cui ho vissuto per un po’. Londra è piena di italiani, mai come prima, di tutte le età. Uno dopo l’altro vedo i miei coetanei andarsene dall’Italia per trasferirsi nella swinging (o altrove). Ed è giusto così. Hanno studiato anni, si sono laureati a pieni voti, non hanno voglia di sentirsi giovani e precari a vita. Anzi, hanno voglia di fare una delle cose più belle che esista al mondo: godersi la giovinezza adulta con soldi, con un minimo almeno, senza chiedere ai vetusti ma e pa.

L’enciclopedia dell’abbandono del suolo italico è cominciata, per me, col mio ex fidanzato. Laureato in legge, 110 e lode, a Torino. Tipo brillante. Master a Bruxelles. Finisce il master e resta a Bruxelles. La pratica di avvocato in Italia è pagata 500-600 euro al mese. A Bruxelles, pratica o non pratica, se fai il lavoro di avvocato ti meriti lo stipendio di un avvocato agli inizi, ossia 2700 euro al mese.

Ma adesso, di questi tempi, le cose si fanno più gravi: se ne stanno andando anche coloro che hanno sempre contribuito alla res publica. Se ne vanno quelli della mia età che al liceo (o superiori, whatever) stavano in un partito, che poi a un certo punto si sono candidati alle comunali o cose, quelli che facevano politica. Se ne vanno gli “attivi”: quelli che leggono i giornali, gli editoriali, che si sparano qualcuno dei talk show di moda, che un po’ twittano o che comunque discutono. Insomma, se ne vanno quegli intellettuali che attivamente hanno sempre chiacchierato, blaterato, di quel blablabla dialettico necessario a.

Se ne vanno perché non c’è lavoro. Se ne vanno perché in Italia è tutta una delusione. Per molti, moltissimi di loro in prima istanza c’è stata una delusione politica: Forza Italia, PDL ecc. C’è tutta una destra giovane e illuminata, di miei coetanei, che fatica a trovare collocazione. Io al liceo stavo a sinistra. Per noi non c’è mai stata delusione, ma masochismo. E sbalordimento. E non c’è delusione se c’è masochismo. E sbalordimento.

Adesso queste divisioni non esistono più. Non esiste il “stai facendo un favore alla sinistra” di Cicchitto. Esistono problemi strutturali, e le collocazioni politiche sono lussi, lussi nutriti  dai populismi europei. L’esempio che ha fatto traboccare il mio vaso: Francesco, mio compagno di classe al liceo. Francesco ha aperto una startup di software in Italia. Si è indebitato, i lavori sono andati lenti, non ce l’ha fatta più. Si è trasferito a Londra, dove per aprire una società ci vogliono 10 £. Sempre a Londra ti apri una p. iva e ci paghi le tasse se ci guadagni (devo dire che l’unico cerotto intelligente del governo Monti è stato la p. Iva tariffa superyoung, che, connessa al mio tesserino da giornalista, mi consente di pagare ZERO tasse. Zero tasse su avvisi di fattura, comunque).

Io e Francesco ci siamo visti in un pub di Notting Hill, e abbiamo parlato un po’ di cose varie così come si faceva quando eravamo giovanissimi: lui è un liberista che come in tanti si è affidato al PDL della prima ora (e quindi a Forza Italia), per poi virare su Giannino e per poi. Tra noi ci sono sempre state discussioni, ma da molto tempo io non brucio la sella del suo motorino, e lui non mi scaglia lo spigolo del banco contro la mia cellulite. Io non gli dico “stronzo” e lui non mi dice “terrona”.

Ora non solo lui mi ha offerto i drink e non siamo più in due partiti diversi, ma la pensiamo molto spesso allo stesso modo. Spinti unicamente dal buon senso. È un peccato che non ci offendiamo più. È un peccato essere d’accordo.

Gli chiedevo se avesse letto tale editoriale o sentito altra cosa. La sua risposta è stata “no, non seguo più le cose italiane. Arrivo a casa stanco e non ne ho voglia”.

Non vedo molta prospettiva per questo Paese. Senza nemmeno dilungarsi su quello che va, o su quello che non va a colpi di sigle iva imu service tax robin hood yourmothafucker. Basti questo a un livello culturale: giovani che non ce la fanno più (non ce la fanno più), mettono da parte questa loro coscienza civica autarchica – che non si sa bene dove si siano procurati – e se ne vanno. Perché, ok masochismo, ma a tutto c’è un limite.

Ma ancora di più deve bastare il motivo strutturale, semplice come bere l’acqua: non c’è lavoro. Non è la crisi della politica, la crisi dei supermercati, la crisi degli stabilimenti balneari. La crisi delle meches versus sciatush. La crisi del verso a gradino sconfitto dall’elenco. La crisi delle canzoni di Vasco Brondi. La crisi di governo. Non.c’è.lavoro. Detto come se fossi una nera in una sit com americana. Muovo il dito indice e dico: hey man, lemme tellya: N.O.N. C.È.L.A.V.O.R.O.

La disoccupazione è tale che bisogna farsi raccomandare per fare il guardarobiere in un locale notturno. “so il francese e l’inglese, posso parlare con gli erasmus” (mi spiace: c’è già una con cui faccio cose che mi ha chiesto di poter fare la guardarobiera, e sa lo spagnolo).

Corollario antropologico amoroso riproduttivo

Senza contare un aspetto pratico. I giovani se ne vanno tutti e noi femmine usciamo coi gli almenoquarantacinquennialCIALIS – e va bene eh, c’è una vasta bibliografia fino al Medioevo che ci autorizza, e autorizza le milf a farsi i giovinetti. La gerontofilia può anche essere una passione. Non posso dirlo della pedofilia perché non sta bene (ma metti, dai, metti sopra i 18). Sicché, due sono le facce della stessa medaglia. Quando esco a Londra e porto fuori un mio amico italiano, state pur certi che è un tipo carino, intelligente e ACialitico. E le mie amiche straniere si fanno un’idea fastidiosamente TROPPO positiva dell’italiano medio.

L’altro aspetto è che visto che anche noi trentenni abbiamo bisogno di giovinezza, fissiamo appuntamenti telefonici con i ventitreenni, i quali sicuramente ci smerderanno con considerazioni di un cinismo senza pari che i vecchi se le vedono col binocolo, ma che ci danno nuove speranze per le nuove generazioni di figli che non avremo. Non so come, ma loro ce la faranno. Sia nell’estinzione, sia nelle quantità minime.

L’IMU

Come se non bastasse, a Ballarò (8 ottobre) ancora si parlava della seconda rata dell’IMU. E pagaTELA ‘sta rata. Usiamo quei soldi per finanziare le piccolo-medie imprese che collassano, per tagli al cuneo fiscale, per creare lavoro, per incentivare i consumi. (Usiamoli per salvare Alitalia!!! Scherzo…)

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Dalla comunità alla community, dalle sezioni ai meetup. Una storia di parole e politica https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-comunita-alla-community-dalle-sezioni-ai-meetup/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dalla-comunita-alla-community-dalle-sezioni-ai-meetup/#respond Tue, 23 Jul 2013 13:13:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15092 Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di Nuova Rivista Letteraria. (Fonte immagine.)

di Alberto Sebastiani

Le sezioni di partito sono state per decenni un luogo di discussione, dibattito, partecipazione, decisione. E quando si dice “sezione” e si aggiunge la parola “partito”, in Italia la prima associazione è Partito Comunista Italiano. “Il Partito”. Nella storia repubblicana del nostro paese, in particolare quella del dopoguerra e dei “Partiti Chiesa”, insomma della tanto vituperata “prima Repubblica”, il Pci è per antonomasia “Il Partito”. In cui avere fede (fino a diventare una situazione caricaturale: dal “Contrordine compagni” guareschiano al “perché il Partito è il Partito” della canzone Ambarabaciccicoccò di Vasco Rossi del 1978, fino alla vignetta di Andrea Pazienza sugli elefanti che non volano, va bene, ma se lo dice l’Unità allora diciamo che svolazzano, per non smentire la voce ufficiale del “Partito”). Un’immagine granitica, ricca di miti, ma tra luci e ombre. Guido Morselli nel romanzo Il comunista riprende il mito di Togliatti che non dormiva mai, del suo ufficio con la luce sempre accesa, fin dalla mattina presto. Eppure nel suo libro racconta le ombre meschine che vivono nel “Partito”, dalla provincia reggiana, da cui proviene il protagonista, alla capitale. Accanto ai “militanti” sinceri, una larga fetta di persone orchestra e si muove opportunisticamente sotto il parapioggia della tessera del “Partito”, fingendo di condividere ideali a cui non crede minimamente.

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predire-futuro

Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di Nuova Rivista Letteraria. (Fonte immagine.)

di Alberto Sebastiani

Le sezioni di partito sono state per decenni un luogo di discussione, dibattito, partecipazione, decisione. E quando si dice “sezione” e si aggiunge la parola “partito”, in Italia la prima associazione è Partito Comunista Italiano. “Il Partito”. Nella storia repubblicana del nostro paese, in particolare quella del dopoguerra e dei “Partiti Chiesa”, insomma della tanto vituperata “prima Repubblica”, il Pci è per antonomasia “Il Partito”. In cui avere fede (fino a diventare una situazione caricaturale: dal “Contrordine compagni” guareschiano al “perché il Partito è il Partito” della canzone Ambarabaciccicoccò di Vasco Rossi del 1978, fino alla vignetta di Andrea Pazienza sugli elefanti che non volano, va bene, ma se lo dice l’Unità allora diciamo che svolazzano, per non smentire la voce ufficiale del “Partito”). Un’immagine granitica, ricca di miti, ma tra luci e ombre. Guido Morselli nel romanzo Il comunista riprende il mito di Togliatti che non dormiva mai, del suo ufficio con la luce sempre accesa, fin dalla mattina presto. Eppure nel suo libro racconta le ombre meschine che vivono nel “Partito”, dalla provincia reggiana, da cui proviene il protagonista, alla capitale. Accanto ai “militanti” sinceri, una larga fetta di persone orchestra e si muove opportunisticamente sotto il parapioggia della tessera del “Partito”, fingendo di condividere ideali a cui non crede minimamente.

Il romanzo di Morselli è del 1964-65, pubblicato poi nel 1976, ma quella narrazione negativa della situazione era già anche altrove. Quando Pier Paolo Pasolini racconta in Una vita violenta (1959) la sezione della borgata romana, non mostra compagni pronti alla riscossa delle masse (sotto)proletarie, ma una situazione stanca di semi-abbandono. E Luciano Bianciardi nella Vita agra (1962) racconta la delusione per la vita di sezione, a Milano, con il capocellula padrone di un salone di bellezza per cani, e l’ottusità dei burocrati di partito. Con la “p” minuscola.

È una narrazione lontana dal mito, dall’immagine delle riunioni prima clandestine, poi pubbliche, del partito che educa alla discussione, alfabetizza e organizza i militanti all’interno di un orizzonte ideologico in cui aver fede. Lontana, però, anche dal racconto di Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso (2005), con le discussioni tra compagni che proseguivano anche in orari serali, fino a tarda notte. Con la passione e la durezza delle riunioni anche più importanti, come quella che sancirà l’uscita del Manifesto da Botteghe Oscure. Il suo racconto si svolge nel cuore del Partito e rivela problemi centralistici, rigidità, ma anche un positivo desiderio di discutere, cioè di riflettere insieme, di mettere in comune idee e pensieri, dubbi, e insieme cercare risposte. Specie nei momenti di disorientamento, come coi fatti d’Ungheria nel 1956, o i fatti di Praga nel 1968. O come avverrà, una ventina d’anni dopo, con la svolta della Bolognina e la fine del Pci raccontata nel documentario di Nanni Moretti, La cosa (1990). Si discute, cioè si elabora insieme: è un’esperienza collettiva. Si prende coscienza, attraverso un percorso comune. Attraverso la parola, il nominare che dà voce a cose, fatti, idee, dubbi…

La condivisione crea una comunità, e la prima comunità è quella in cui nasco, cresco, condivido una lingua, con cui comunico e apprendo usi, costumi, tradizioni. In cui interagisco, partecipo, accetto, discuto, insomma faccio politica, nel senso che agisco nella vita comune, pubblica, per mantenere una certa situazione, modificarla, riformarla, abbatterla, sostituirla con un’altra. Posso fare tutto questo muovendomi in modo isolato, autonomo (ma comunque perseguendo un fine appreso da parole altrui, scritte o orali, in cui mi ritrovo, che ritengo giuste). Oppure posso agire insieme ad altre persone, a cui mi accomuna un interesse, una passione, una visione delle cose, una critica o un sostegno allo stato di cose esistente, una prospettiva.

Per agire con altri è necessario mettere in comune il sapere, una competenza tecnica o teorica. Così si può declinare il termine “comunità” all’interno della discussione e della partecipazione politica. A lungo si è parlato, nominando i membri di una comunità che fa politica e si riconosce in un particolare gruppo o partito, di “militanti”. È un’espressione che suona antica, da Prima Repubblica, perché negli anni ’90, all’aurora della Seconda, nel desiderio del nuovo, nella nascita della nuova comunicazione, anche il lessico andava ripensato, e si parlava più genericamente di “base” (altro termine comunque datato), che inglobava i “militanti” di un tempo e una sorta di elettorato implicito. La “base” della sinistra, in crisi d’identità, era presa amaramente in giro da Corrado Guzzanti nei panni di Max, “giovane” dj di Radio Progo sul programma Tunnel di Rai3: “adesso che Berlusconi ha vinto cosa farete?”, lo provocava Serena Dandini, e lui si rifugiava nella ripetizione ossessiva di una parola d’ordine a cui si aggrappava contro il panico del vuoto: “solidarietà”.

Mentre a destra cresceva la “base”, quella della Lega, di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, a sinistra cresceva lo scollamento tra “base” e vertici dei partiti. Questi apparivano sempre più arroccati, chiusi, ingessati, antichi, legati a giochi di Palazzo, incapaci di risposte decise, di posizioni nette e condivise, di dialogo con gli iscritti, di capire il malessere del Paese.

Nella seconda Repubblica “Il Partito” non c’è più. Le sezioni iniziano a vuotarsi, ma le persone continuano a incontrarsi, e sempre più numerose scendono in piazza. A destra come a sinistra. Ma se a destra, dall’ampolla del fiume Po fino alle adunate contro Prodi, ci vanno persone legate a un partito o comunque a un leader, a sinistra la situazione è più complicata. In migliaia partecipano alla manifestazione del 25 aprile 1994 a Milano, a quella dei centri sociali nel 1996 contro l’aggressione al Leoncavallo, poi molte di più a Genova 2001, al Circo Massimo di Sergio Cofferati nel 2002, fino ai nostri giorni, con “Se non ora quando” e oltre. Chi scende in piazza, però, non è più una “base”, cioè un insieme composto da “militanti” di un partito (o coalizione) e dai suoi elettori impliciti. Lo scollamento è delusione, e sempre meno persone della piazza si riconoscono in (e votano senza turarsi il naso) singoli partiti, o coalizioni.

Chi manifesta si ritrova all’interno di movimenti, non sempre dall’identità precisa, con cui condivide magari solo certe posizioni rispetto a talune cose. E una nuova espressione prende piede: si parla ormai di “popoli” (il “popolo dei fax”, dei girotondi, della rete, come poi si materializzerà in esperienze come il “popolo viola”. Ma per calco estensivo c’è anche “popolo della Lega”). “Popoli” che per altro si uniscono in proteste non più solo legate alla politica nazionale, quindi non necessariamente cercano una voce nel Parlamento italiano. E se non si può più parlare di “internazionalisti” o “terzomondisti”, parole ormai abbandonate, si parla di “popolo di Seattle” da cui nascono i “noglobal” o “neoglobal” o altre espressioni che rivelano la centralità del problema della globalizzazione.

Quindi, finito “Il Partito”, continuano il dialogo, la discussione e il conflitto. E se le sezioni si svuotano, nascono social forum, in spazi fisici e on line. In rete si fanno circolare informazioni di cui discutere, e le comunità diventano a poco a poco community. Ma quanto si discute in questi spazi viene sempre meno accolto nel dibattito politico istituzionale, tradizionale, parlamentare. I partiti, soprattutto a sinistra, abdicano al loro ruolo, in un certo senso. Non catalizzano, organizzano, incanalano più l’agire collettivo, la partecipazione, il dibattito che c’è. O si sciolgono nei movimenti, nei “popoli”, o se ne scollano radicalmente, in maniera più o meno evidente, o esplicita. “Responsabile”. Si ragiona intanto di partiti “a rete”, o “leggeri”, ma in realtà l’immagine che sta vincendo nei vertici dei partiti attinge a un’area economica, non politica. Non è un caso che una nuova formula si faccia largo: “marketing politico”.

Già negli anni ’70 appaiono in Italia interventi sull’argomento. Il marketing politico è per Dominique David, Jean-Michel Quintric e Henri-Christian Schroeder la strategia per convogliare il maggior numero di voti su un partito o un progetto politico. Era il 1979, erano anni di ritorno all’ordine, di riorganizzazione, Eri pubblicava il loro Marketing politico, uscito in Francia l’anno precedente, che mostrava con esempi concreti, francesi, come analizzare una data situazione, il quadro d’azione, per definire il “prodotto” e un’immagine da comunicare, competitiva sul mercato dell’offerta politica. L’idea dell’applicazione del marketing alla politica risale alla fine degli anni sessanta, nasce negli Usa ma presto si diffonde in Europa, con un successo direttamente proporzionale, negli anni, al crescente allentamento dei legami tra partiti e cittadini, che porta a una maggiore volatilità elettorale, e che permette di considerare gli elettori come consumatori a cui fare offerte.

Una strategia che, per essere efficace, deve prima di tutto ascoltare, capire, interpretare l’elettorato, come sintetizza Marco Cacciotto in Marketing politico. Come vincere le elezioni e governare (il Mulino 2011). Un’indagine di mercato per comunicare al meglio il brand attraverso una narrazione (storytelling) efficace. Un processo complesso per il quale negli anni sono emerse professionalità specifiche, che agiscono come consulenti e organizzatori della comunicazione dei partiti e dei candidati, all’interno di un sistema mediatico non uniforme, con canali dalle peculiarità specifiche e utenze differenti.

In questo quadro teorico e operativo, i partiti diventano aziende politiche che producono beni politici da offrire all’elettorato, che va persuaso come consumatore. Il “militante”, la “base”, colui che stava nella sezione a discutere e poi volantinava, faceva propaganda elettorale, ora diventa una sorta di promotore, la «punta distributiva dell’offerta politica» (Antonio Foglio, Il marketing politico ed elettorale, Franco Angeli 2006, p. 143). Il lessico è qui espressione di una concezione della partecipazione e del dibattito. I frasari, gli slogan, le battute, il lessico sono orientati sull’uditorio, anzi sul target (esiste una manualistica sull’argomento, come (E)lezioni di successo. Manuale di marketing politico, di Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto, Etas 2003). I cui bisogni possono essere anticipati, o indotti.

Nel marketing politico s’incontrano la scienza politica e gli studi sulla società di massa, sul suo controllo, sui media, sulla comunicazione, sulla propaganda, sulla pubblicità. Le sezioni vissute dai militanti alla Rossanda o criticate da Pasolini e Bianciardi, o ancora vissute nella Cosa di Moretti, sono lontane, qualcosa di archeologico. Dagli anni ’90 vince il marketing politico, da Berlusconi in poi, perché vince il suo modello comunicativo. E i “popoli”? Sono in marcia. Continuano a comporsi, scomporsi e ricomporsi, tra piattaforme più o meno puntuali, con intenti o punti operativi, e attraversano gli anni Zero, fino alla crisi economica, quando diventano “accampati”, “indignati”, “occupy”, “99%”. Sono addensamenti nel magma del “popolo di internet”, un’espressione talmente generica e astratta che non significa nulla (come dire “Umanità”), ma che implica un certo tipo di competenze, e di cultura.

L’idea della passività dell’uditorio è una visione unidirezionale della comunicazione. Come una fontana che riempie la brocca d’acqua. Ma non è così, ed è cosa nota anche agli strateghi del marketing politico. Difficile fidelizzare e conciliare “apparenza e appartenenza”, come ricorda il titolo del volume curato da Angelo Mellone e Bruce I. Newman (Apparenza e appartenenza. Teorie del marketing politico, Rubbettino, 2004). Anche perché l’uditorio-elettorato-consumatore italiano negli ultimi vent’anni ha maturato una diffidenza e un disprezzo notevoli nei confronti del “teatrino della politica”. E, che sia frutto di un’altra forma di marketing o meno (senza scomodare eventuali teorie del complotto), è anche spia di questo malcontento il successo di espressioni spregiative come “casta” o “dipendenti” riferite ai Parlamentari, punta di un iceberg che, nella mentalità comune (e non solo), o viene abbattuto, o il paese fa la fine del Titanic.

“Casta” e “dipendenti” nell’accezione spregiativa sono termini diffusi dal successo del libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (La casta, Mondadori 2007) e del blog di Beppe Grillo. Il comico, che per altro ha subito ripreso anche “casta”, con “dipendenti” ricordava agli e-lettori che gli eletti sono pagati con soldi pubblici, quindi con le tasse, perciò stipendiati dai contribuenti, che diventano così coloro da cui dipendono gli onorevoli. Il popolo è sovrano, anzi: datore di lavoro. E dicendo “dipendenti”, Grillo urla a suo modo «il re è nudo», ridicolizza l’iceberg e lo riduce a un innocuo granello di grandine spazzabile via. Lo riavvicina alle persone, a suo modo, che è quello del comico. Lo sottrae infatti all’aura di intoccabilità, lo abbassa, secondo il classico rovesciamento carnevalesco che porta il potente fuori dalla torre d’avorio (e in questa prospettiva vanno ovviamente letti i nomignoli e gli insulti con cui sono appellati i vari personaggi della scena politica). Permette così un nuovo “incontro”, che è poi uno scontro, una forma di conflitto. Una risata vi seppellirà? Vedremo, di certo Grillo ha contribuito a creare un “noi” che si riconosce in un leader, in uno stile comunicativo, in un luogo (il blog), in una fede (tecnologica), in un progetto, in un ideale di rinnovamento. Un “noi” che si contrappone a quel “voi” da seppellire.

Il conflitto permane quindi anche nella società dello spettacolo e nell’era digitale 2.0, poi 3.0, e la storia recente ha dimostrato che la piazza virtuale non esclude quella reale. Se, per citare gli ultimi casi, prima il “Popolo viola” e poi “Se non ora quando” hanno portato in manifestazione migliaia di persone, in più occasioni, il blog di Beppe Grillo e le sue iniziative, le campagne come “Parlamento pulito” e la nascita dei meetup, nonché il V-day del 2007 a Bologna o lo “Tsunami tour” delle elezioni 2013, hanno dimostrato che la disaffezione ai partiti porta a movimenti di opinione di peso politico (come hanno rivelato i risultati dei referendum sull’acqua e sul nucleare del 2011), a nuove militanze che possono diventare masse elettorali (per i critici: essere incanalate in un voto per il brand indicato, il logo del M5S, garanzia per l’elettorato), attraverso una particolare modalità di partecipazione, cioè quella che parte dall’approdo al blog di Grillo: uno spazio in cui è lasciata libera di discutere la community.

Detto così suona riduttivo, e in effetti lo è. Grillo dal 2005, dall’apertura del blog, ha posto con uno stile accattivante dei temi precisi, problemi concreti, proposte risolutive di cui discutere, su lavoro, economia, ambiente, giustizia. Tra i detrattori c’è chi sostiene abbia sondato l’interesse dei suoi lettori, per poi decidere su cosa insistere maggiormente, ma centrale è sempre stata la “questione morale”. E la sua community lo ha seguito, animando con commenti il blog e partecipando ai suoi spettacoli. E dal blog sono nati i meetup, ovvero gruppi creati attorno a particolari interessi. Un’esperienza, quella della piattaforma Meetup, preesistente al blog di Grillo e alla sua community, che ha offerto spazi a discussioni, scambi di informazioni, organizzazioni di attività: una costellazione attorno al blog. E non è come, un tempo, tra direzione nazionale di un partito e sezioni.

Svuotate le sezioni dei partiti (non solo del “Partito” che non c’è più), le discussioni permangono, avvengono on line e si concretizzano in iniziative che radicano nei territori i nuovi militanti e nuove rappresentanze. Sono community che escono dalla rete. Ma le community, come afferma David Byrne, «tendono ad avvicinare il simile al simile, il che va benissimo per certi fini, ma a volte l’ispirazione viene da incontri accidentali con persone estranee al proprio profilo demografico, e questo è poco probabile se si comunica solo con i propri “amici”» (Diari della bicicletta, Bompiani 2010, p. 158). Byrne parla di ispirazione artistica, ma il discorso è declinabile in più direzioni. I simili dialogano coi simili. In fondo, è un po’ come avveniva nelle sezioni: erano incontri tra compagni di partito. Certo, tra correnti e deviazionisti, riformisti, massimalisti, moderati e altro ancora non si può pensare che un dibattito nella sezione del “Partito” avvenisse intonato con una sola voce, ma non è questo il punto.

Byrne parla della community come di uno spazio di discussione utile per certi fini. Da sempre, dal fandom alla comunità scientifica, dai gamers ai giocatori di fantacalcio, dai lettori ai musicisti, dalle mamme in apprensione agli uomini con problemi erettili, ci sono siti, blog, forum, piattaforme social in cui incontrarsi, consolarsi, confidarsi, consigliarsi, discutere. Con l’obiettivo della realizzazione o risoluzione pratica di qualcosa, dalla fanzine alla formazione migliore da mettere in campo. Un aspetto positivo della rete, in linea con l’idea che molte teste connesse possano creare un’intelligenza collettiva a cui ognuno possa contribuire secondo le proprie competenze per la crescita di tutti.

È però una visione ottimistica, lineare, speculare a quella che vuole l’elettore-consumatore come una brocca da riempire. In rete si comunica, ci si intrattiene, si cercano (contro)informazioni, si fanno cose. Chiunque, indipendentemente dalle competenze, in molte maniere, può commentare qualsiasi tema, dire la sua, o ripetere quel che ha sentito dire convinto sia verità o, peggio, di averlo pensato per primo, come fosse frutto di una sua riflessione. La rete è tante cose, è uno spazio di conflitto, di caos e di aggregazioni, di specialisti e dilettanti allo sbaraglio, non riducibile a immagini esclusivamente positive o negative. In questo contesto, ogni community o meetup a tema politico è un’esperienza di partecipazione come un tempo lo era la vita di sezione, ma in modo non istituzionalizzato, non rigido. E diverso sistemicamente.

Ai tempi delle sezioni, ognuna era potenzialmente in contatto con le altre (coi mezzi a disposizione, negli anni, dalla bicicletta per portare a voce o per iscritto un messaggio, al telefono, al fax…), ma lo era di fatto e direttamente soprattutto con la segreteria locale (comunale), a sua volta collegata alla provinciale, alla regionale, fino alla nazionale. Questo era lo schema verticista dei partiti. Una comunicazione e un confronto dalla base al vertice che deve prendere le decisioni principali (Gramsci auspicava secondo un verticismo democratico). Se s’interrompe la comunicazione, o se si muove di fatto in una sola direzione, cioè il centro non recepisce più sollecitazioni periferiche, o non gli interessano più, e comunica le decisioni prese in autonomia e impartisce disposizioni alla periferia come ordini, allora la struttura che prevede un ruolo di partecipazione decisionale alla periferia non ha più senso. La sezione diventa la sede da cui deve partire per la sua opera promozionale la «punta distributiva dell’offerta politica». Questo fatto è centrale per la crisi della politica tradizionale, che Carlo Formenti in Cybersoviet (Raffaello Cortina 2008) sintetizzava nella formula “partiti senza referenti e cittadini senza rappresentanza”.

Il concetto di strategia comunicativa e operativa in rete è teoricamente diverso. Un concetto a cui è molto legato il tanto citato Gianroberto Casaleggio, che lo applica al progetto di cui viene detto “guru”. La costellazione di meetup (tra riunioni virtuali e reali) attorno al blog di Grillo disegna una sorta di sistema solare, al cui centro è il blog, che distribuisce argomenti da approfondire e (a volte) recepisce sollecitazioni. Un sistema che funziona, che raccoglie proseliti, che si diffonde capillare. Senza entrare nel merito dei contenuti, la disponibilità alla partecipazione trova qui nuovi spazi dopo il suicidio dei partiti, col loro appiattimento sul marketing. La partecipazione 2.0 o 3.0, che predica on line (“sezione” assume ormai un sapore archeologico) l’estinzione dei dinosauri “partiti”, vive però sotto la bandiera dei “popoli”, dei “movimenti”, dove la parola “ideologia” è stata bandita, e “politico” è un insulto.

Ecco quindi le community in politica. Con il pericolo indicato da Byrne: la chiusura tra simili, nel “noi” narcisistico, nella risoluzione pratica di un fine che non contempla aperture, e che quindi rischia di impoverire discorsi in slogan sempre più vuoti come jingle pubblicitari per stimolare reazioni pavloviane. Se, ripensando a quanto detto da Formenti, una community decide di impegnarsi in prima persona, di rappresentarsi, sceglie per forza di aprirsi, di porsi verso l’esterno, allora sorge un problema che non è di poco conto: quello retorico, nel senso del come si argomenta, del come si parla. Un sistema chiuso tende a comunicare in modo sempre più economico, essenziale, perché i discorsi sono noti e in comune, anzi in rete. Chi non appartiene a quel mondo, a quella retorica, non sempre può interagire.

Se però la community si apre all’esterno (della rete) in un contesto repubblicano democratico, senza compiere una rivoluzione o un golpe, o si atteggia a fagocitatore (o diventate parte del “noi” o restate il “voi” da seppellire), o trova la via del dialogo, quindi deve ricostruire una retorica, al di là degli slogan, per comunicare con il “voi”: dialogare, ragionare, condividere un sapere, discutere una lettura dello stato di cose esistente e delle sue prospettive. Insomma, fare politica, uscire dalla community per confrontarsi con la comunità (di cui per altro è parte, magari). Che intenda o meno avere un atteggiamento evangelizzatore, per interagire con essa, quanto meno per spiegarsi, la community deve compiere un atto di umiltà: comprendere il contesto in cui si trova ad agire, per riuscirci al meglio, compiendo magari un’opera di alfabetizzazione (di sé e del “voi”), prima ancora che di informazione. Anche solo per costruire un tavolo attorno al quale sedersi per cambiare lo stato di cose esistente, deve reimparare a dialogare – sempre nel conflitto, nelle differenze, e laddove possibile – tra “noi” e “voi”. E ciò avviene ritornando a ragionare da un lato di prospettive ampie, orizzonti da delineare con consapevolezza (la tanto vituperata “ideologia”), dall’altro reimparando ad argomentare, a confutare, a discutere oltre lo slogan. Per costruire. Perché quanto si fa riguarda tutta la comunità, un “noi” più ampio, e “noi” siamo fatti della stessa sostanza delle nostre parole, del nostro parlare. Dalle sezioni ai meetup, prima e oltre.

[Excusatio non petita: In realtà le sezioni dei partiti esistono ancora, tanto a destra quanto a sinistra, e i militanti vi operano e vi discutono, ma l’iperbole mi sembrava utile per (e)semplificare, senza banalizzare, la situazione]

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Stili di Gioco: Gianluigi Lentini https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/ https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/#respond Fri, 15 Mar 2013 09:55:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13579 Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia '90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

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Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia ’90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

Dopo la parentesi in Serie B della stagione ’89-’90 il Torino era tornato, se non ai fasti degli anni quaranta (il Grande Torino cancellato dalla strage di Superga), a una sorprendente quanto (col senno di poi) estemporanea ribalta nazionale e internazionale. Lentini sembrava aver superato il periodo turbolento della crescita (complicato già da qualche infortunio) in cui era stato prima mandato in prestito punitivo/formativo all’Ancona, e poi alternato tra prima squadra e Primavera dal tecnico Eugenio Fascetti.

“Il mio peggior difetto è proprio quello di non riuscire a liberarmi della palla al momento giusto, ma di aggiungere sempre quel tocco in più che aggrava la situazione. Ma se a volte esagero nel tener troppo il pallone non lo faccio per presunzione; è un cercare di strafare che penso sia comune a molti giovani e che si perde con l’esperienza, nel tentativo inconscio di far vedere ciò che sai fare e quanto vali” (La Stampa, 2 marzo 1990).

Meno di un anno dopo, allenato da Emiliano Mondonico, Lentini impressionerà tutti con la sua prima stagione da titolare in serie A (34 presenze e 5 gol), guadagnandosi anche la maglia della nazionale (esordio nel febbraio 1991). Dopo il suo primo gol in serie A, alla terza giornata contro l’Inter, in giacca granata, coi capelli corti davanti e lunghi dietro, quando il cronista gli dice: “Lentini, un gol d’autore…”, lui sorride soddisfatto di sé: “Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol e sono molto contento, ecco. M’è venuto Battistini incontro, sono stato fortunato a fargli il tunnel, e poi a tu per tu con Zenga sono stato molto freddo”.

Il presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, diceva di aver ricevuto nell’estate  del ’91 un’offerta di 22 miliardi (di lire) da Berlusconi, alla quale si sarebbe aggiunta in corsa quella di Agnelli. Soldi inimmaginabili per l’epoca, capaci di scandalizzare lo stesso Gianluigi, figlio piemontese di emigranti siciliani: “Certe cifre fanno parte del gioco. Mi pare folle si possa spendere tanto per un calciatore. So cosa valgo, non mi faccio condizionare. Ringrazio il presidente per non avermi ceduto, devo tutto al Toro ed è qui che voglio cominciare a vincere”.

“Scoprire di avere in casa un giocatore così richiesto può far solo piacere. In fondo due anni fa era in B e non giocava sempre”, ricordava Emiliano Mondonico nel marzo 1992. Nonostante però il rapporto affettuoso e paterno che lo legava alla ventitreenne ala destra, Mondonico era consapevole dell’impossibilità di trattenere Lentini troppo a lungo: “Dispiace perderlo, però oggi la realtà è che Milan e Juve fanno quello che vogliono, le altre squadre fanno quello che possono”.

La stagione ’91-’92 resterà nella storia del Torino, oltre che per Lentini, per un terzo posto in campionato (miglior piazzamento dal 1985, tuttora imbattuto) e, sopratutto, per la doppia finale di Coppa Uefa contro l’Ajax, persa solo per la differenza di reti segnate fuori casa. Dopo aver pareggiato 2-2 a Torino, la squadra di Mondonico (ricca di giocatori affascinanti come Martin Vazquez, Scifo e Casagrande, oltre ovviamente a Lentini; capace di battere 2-0 il Real Madrid in casa) aveva giocato effettivamente meglio ad Amsterdam (qui il secondo tempo), anche perché l’Ajax di Van Gaal, proprio grazie al risultato dell’andata, si era per lo più limitato a gestire lo 0-0 con cui alla fine aveva sollevato la Coppa Uefa. Quella di ritorno verrà ricordata come “la finale dei tre pali”: quelli colpiti ad Amsterdam da Casagrande (colpo di testa su cross di Lentini), Mussi (tiro da fuori deviato) e, nei minuti finali, Sordo (traversa clamorosa dopo un tiro al volo in area).

Roberto Cravero, capitano, a fine partita collegherà la sfortuna di quella finale col solito destino avverso alla maglia granata: “Credo che esista una sola società al mondo che perde delle finali così. Questa qua è il Torino. Siamo maledetti, non so che dire” (e ancora anni dopo, nel servizio di Sfide dedicato alla finale, si dice che il Toro “ha fatto della sofferenza la propria bandiera”). Pochi giorni dopo la finale Mondonico pensa già alla stagione successiva (“proveremo a dare un calcio alla cattiva sorte”) e sembra pensare che Lentini sarebbe rimasto al Toro: “Questo ragazzo è l’unico della squadra che sappia fare la differenza in attacco. Lui ha capito che può essere il numero uno e questa idea lo affascina molto. Altrove potrebbe diventarlo, ma anche non diventarlo”. Ancora a fine maggio La Stampa titolava: “Borsano non vende più Lentini”.

Sembra che Borsano avesse però già accettato 7 miliardi da Berlusconi a marzo (in tempi non consentiti, quando il mercato era chiuso), con un contratto su cui Lentini si limitò a mettere la firma una volta presa la sua decisione: a fine giugno, dopo un risolutivo viaggio ad Arcore in elicottero e una chiacchierata con Berlusconi che lo convinse dell’opportunità: “Quando mi ospitò ad Arcore, capii che era un uomo da ammirare” (Corriere della Sera del 2 luglio 1992).

Sarà Borsano (che proverà anche a fari invalidare il contratto: “Sono vittima della mia stessa ingenuità”) a parlare di un costo totale di 65 miliardi tra cartellino, ingaggio e contratto d’immagine. Borsano disse addirittura che a garanzia della caparra versata (in nero) da Berlusconi  a marzo, momentaneamente girato il 68% delle quote aziendali granata (“Berlusconi è stato padrone del Torino”, La Stampa del 19 dicembre 1993) e in seguito nacquero dei dubbi sul montante reale dell’operazione e sulla possibilità che parte dei soldi fossero stati versati in nero su dei conti esteri.  Neanche il successivo processo per falso in bilancio (finito in prescrizione) chiarirà del tutto la faccenda, emblematica del periodo che va da Tangentopoli (febbraio 1992) alla discesa in campo di Berlusconi (anche se adesso pare si dica “salita”).

Il presidente del Milan già all’epoca parlava di “complotto di stampa e magistratura” e strumentalizzazione pre-elettorale; mentre dall’altra parte Curzio Maltese sosteneva, citando Sgarbi, che la “Macchina diabolica e modernissima”di Forza Italia derivava “Per intero dal mondo del calcio. Slogan, simboli, gadget, club, e perfino il culto della personalità che circonda la figura del Presidente, rimandano alle curve di San Siro e all’unico regno dove si sia realizzata l’Utopia berlusconiana: il calcio. Non certo nell’edilizia, in crisi da tempo, e nemmeno nel cinema e nelle televisioni, dove le mire espansionistiche del Cavaliere in Europa sono naufragate in un mare di debiti. Ma nel Milan, la società perfetta, la più forte del mondo, vero «miracolo» sul quale si regge l’immagine vincente del Presidente”.

2. Un italiano quasi come gli altri

“Viviamo in un mondo ambiguo, attraversato da contraddizioni strazianti. Miliardi di esseri umani campano di immondizie, lottano per non crepare di fame. Ma, nella parte illuminata del pianeta, la ragazzetta indossatrice Claudia Schiffer può chiedere trenta miliardi di indennizzo perché un tale l’ ha fotografata di nascosto, mentre si spogliava. E adesso aprite gli occhi, voi che vi strappate i capelli per Lentini. Conoscete il cantante Michael Jackson?”.

Questo era il genere di cose che si potevano scrivere nel 1992 per commentare il passaggio di Lentini al Milan:

Lentini annunciò la sua decisione negli uffici dell’Ansa di Torino il 2 luglio 1992. Borsano aveva già venduto Cravero, Benedetti, Bresciani, Policano e Martin Vazquez: cessioni giustificabili solo se Lentini fosse restato. La cessione dell’idolo della curva Primavera fece traboccare il vaso. I tifosi scesero in strada bruciando auto e cassonetti. A Lentini tirarono le monetine come un anno dopo a Roma sarebbe successo a Bettino Craxi. Per la stampa diventò Mister 65 Miliardi e i tifosi del Toro coniarono il fortunato slogan Lentini/ puttana/ lo hai fatto per la grana.

Se il presidente del Torino, Borsano, nel tentativo di prendere le distanze da una cessione impopolare, il giorno dopo dichiarava: “Io, anche se potessi, cifre simili non le spenderei perché le ritengo immorali”, l’Osservatore Romano (qui) parlava di cifre che erano “un’offesa alla dignità del lavoro”. Persino l’avvocato Agnelli non pensava si potesse arrivare a tanto. “Non avrei permesso che mi si avvicinassero per propormelo”, il suo commento sui 65 miliardi. Berlusconi, da parte sua, non ci teneva a remare contro la morale comune dando ragione ad Agnelli, anche lui non avrebbe preso Lentini a quelle cifre: “L’abbiamo avuto per molto, molto meno”.

Venti giorni dopo il suo passaggio al Milan, Luca Valdiserri lo descrive così sulle pagine del Corriere della Sera del (22 luglio 1992) : “Ha la barba lunga come un giorno senza pane. Ha la faccia del miliardario triste. Parla in un soffio, simbolo di un ritiro con poca voce”. Lentini è preoccupato: “Al primo sbaglio usciranno fuori tutti i miliardi. Cercherò di non farmi condizionare. Ma non è questo il momento di proclami: ci sono problemi più importanti del calcio”. Pochi giorni prima era stato ucciso Paolo Borsellino (Giovanni Falcone a maggio): “No, non è stato il presidente Berlusconi a dirci di non parlare: siamo ragazzi maturi”.

Non c’è una sola descrizione che riguardi il Conte di Carmagnola (come la stampa dell’epoca chiamava Lentini, senza apparente legame, se non il paese di origine, con l’opera di Alessandro Manzoni) che sia priva di un giudizio morale.

“Il ragazzo del Filadelfia oggi viaggia in Porsche, ha il telefono cellulare ed un brillantino al lobo sinistro. Quando entra nel cortile del vecchio stadio granata, gruppi di ragazzine lo circondano per il rito dell’autografo” (quando era ancora al Torino: La Stampa del 3 novembre 1991).

“La Porsche, nera e decappottabile, ha il muso rivolto verso il mare e Lentini ci sta appoggiato tradendo la sottile impazienza di chi vorrebbe trovarsi già da un’altra parte. (…) Anche il «look» è vacanziero-trasgressivo: la camiciola arancione e le braghe verdi pisello, la fascia nera che trattiene i capelli corvini, al lobo sinistro l’orecchino con i brillanti, ultimo status symbol dei signorini della pedata (…) E questa voglia di trasgressione? I capelli tinti dei sampdoriani, la moda degli orecchini. Credete che la gente vi capisca?”. (Marco Ansaldo all’epoca della prima offerta di Berlusconi nell’estate del ’91: La Stampa del 24 giugno 1991).

“Gianluigi Lentini si è presentato con il look abituale: fa brillare l’ orecchino di diamanti, dice di sentirsi a proprio agio nelle scarpe con gli strass, nei fuseaux, nel giubbotto scamosciato pure quello nero con un enorme cuore rosso trafitto da una spada, e con un paio di ali stampate sulla schiena” (il giorno dell’addio: qui)

“Dicono di lui: è il simbolo di questo sistema bacato e drogato, è la vittima di un ingranaggio perverso, è il punto di non ritorno di un mercato schizofrenico. A 24 anni, Lentini si guarda attorno e sorride. Scettico. Cinico. Assorbente.” (dopo sei mesi al Milan: La Stampa del 7 febbraio 1993)

Quest’ultima descrizione fa parte di un’intervista di Roberto Beccantini, alle cui domande sul tema del ridimensionamento degli stipendi dei calciatori (alcune non sono neanche vere e proprie domande, ma punzecchiature come: “Lentini, siamo alla frutta”) a un certo punto Lentini risponde: “Provocato, provoco: con tutta la gente che mangia nel calcio, mungendolo sino all’ultima goccia, noi calciatori prendiamo ancora poco. Le stelle siamo noi, non «loro», i mangioni, i parassiti”. Beccantini commenta: “Analisi superficiale, e pericolosa. Molto pericolosa”.

Il tentativo di trasformare Lentini in un modello sociale negativo tra l’altro si scontrava con l’immagine che lo Lentini voleva dare di se stesso. Non era un ribelle, non voleva distinguersi e imporre la propria personalità, voleva farsi accettare da quelle stesse persone che gli avevano tirato le monetine (perché in fondo al posto suo avrebbero fatto lo stesso).

“A mio padre la parola milione incute ancora rispetto, miliardo non entra nel suo vocabolario. Io sono nato a Carmagnola, perché lì c’è l’ospedale, ma sono di Villastellone: piena campagna piemontese, qualche fabbrica e d’estate il sole che picchia sulle case. Ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, possedere questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l’ho assaporato il giorno che ho comprato l’appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato. I miei fratelli me lo ricordano spesso: tu, a divertirti, guadagni cinquanta volte più di noi che lavoriamo. Ma poi vengono a vedermi e si divertono anche loro” (La Stampa del 24 giugno 1991 – lo stesso articolo, cioè, in cui Ansaldo lo rimproverava per la sua voglia di trasgressione).

Il giorno della conferenza il corrispondente del Corriere della Sera, Edoardo Girola, gli chiede: “Non si sente un modello negativo per i giovani? (tesi sostenuta dal gruppo Abele, associazione torinese che si occupa di emarginati)”, e Lentini risponde: “Mi sento una persona normalissima, che ha la fortuna di guadagnare certe cifre. Un modello positivo, i modelli negativi sono i drogati”.

3. Finalmente un italiano davvero come gli altri

“Non puoi accettare soltanto la parte bella della mela. Ho voluto i soldi e la forza del Milan, qualcosa devo pagare. Mi dispiace che quella sia comunque la mia gente, con la quale sono cresciuto e che mi ha voltato le spalle”, dirà Lentini un mese dopo, a Marco Ansaldo (La Stampa del 25 agosto del 1992). “Veramente è stato lei a farlo, andandosene”, lo correggerà il giornalista. “Però quando incontro i tifosi del Toro per strada, prendendoli uno a uno ci ragiono. E mi capiscono perché è gente che lavora e ciascuno sa che farebbe la mia stessa scelta. Poi i singoli diventano massa e allora non puoi parlarci più”. Ansaldo cominciava l’intervista con Lentini che teneva tra le mani la lettera di una ragazza, l’unica che gli avesse perdonato di essere andato al Milan, e chiude con l’augurio dal sapore amaro, oggi, che Lentini riservava a sé stesso: “Magari diventerò per il Milan il mito che avrei voluto essere per il Toro: anzi più grande”.

La prima stagione di Lentini al Milan (’92-’93) fu altalenante, magari al di sotto delle aspettative per quello che, a torto o a ragione, era stato presentato come “il giocatore più costoso del mondo”; ma con un po’ di distacco non si può certo dire fosse stata negativa. Per Lentini, anzi, con trenta partite e sette gol (in rovesciata a Pescara e col Napoli, un tiro a giro sotto l’incrocio nel derby di andata) era stata, e rimarrà, la sua migliore annata di sempre.

Capello dimostrò di credere in lui fino a fine stagione e Lentini è schierato tra i titolari anche nella finale di Champions League di Monaco di Baviera, contro l’Olympique di Marsiglia. Il Milan perde sorprendentemente dopo 10 vittorie in altrettante partite di CL e un solo gol subito. Per Lentini quella era la seconda finale europea persa in due anni. A conti fatti, però, può dire di aver vinto una Supercoppa italiana e sopratutto lo scudetto. “Per la prima volta nella mia carriera, vinco qualcosa di importante. Ci sono arrivato dopo anni di calcio e per questo voglio dedicarmi interamente questo scudetto” (La Stampa, 31 maggio 1993).

La stagione successiva sarebbe dovuta essere quella della definitiva consacrazione o dell’ufficialità del flop. Per come andarono le cose, .

A inizio agosto, di ritorno da un triangolare a Genova, sulla Torino-Piacenza, Lentini prima buca una gomma del Porsche giallo e poi, ignaro del fatto che non poteva superare una certa velocità, fa esplodere il ruotino con cui l’aveva sostituita, finendo fuori strada. Non è chiaro a quanto andasse esattamente, si diceva stesse correndo a Torino da Rita Bonaccorso, ex moglie di Totò Schillaci. Al centro della carreggiata (non si sa se sbalzato dall’auto mentre si ribaltava o se ci era arrivato con le sue gambe) viene salvato da un camionista che trasportava quaglie di nome Gianfranco Professione. Berlusconi ricorda che Lentini durante la preparazione estiva “era diventato forte e potente, molto più forte e potente rispetto a un anno fa, tanto che Capello e il preparatore atletico Pincolini gli hanno affibbiato il soprannome di Tarzan”. Ma è presto per pensare al rientro, per usare sempre le parole del Cavaliere: “L’importante è che Gigi salvi la ghirba”.

Se fosse morto, magari, Lentini sarebbe stato rimpianto come Luigi Meroni, ala destra del Torino degli anni sessanta, investito mentre attraversava la strada dopo una partita. Magari si sarebbe persino passati dal chiamarlo Mister Miliardo al ricordarlo più intimo e compassionevole Gigi (completando l’identificazione con Meroni). Per quanto grave, l’incidente non fu considerato come un evento tragico. Sembrava quasi potesse servire a far tornare le cose alla loro normalità.

Cesare Fiumi sul Corriere della Sera scelse un modo paradossale per augurargli una pronta guarigione, partendo proprio da un’atteggiamento che non gli piaceva: “Quell’aria annoiata, quella sorridente smorfia d’apatia (…) L’ aria di chi sorseggia vittorie e insuccessi senza ubriacarsi di gioia o di rabbia, col disincanto dei modi e dei mezzi (economici). L’impressione che tutto gli scorra sopra sfiorandolo appena: l’augurio è che le conseguenze dell’incidente e anche il fotogramma di quegli attimi facciano la stessa fine. ”. (qui)

All’interno di un articolo intitolato “Mister miliardo, una dolce vita spesa tra belle donne e motori”, Bruno Perucca dava un giudizio difficilmente comprensibile (nel senso che la sua retorica è così a spirale che io non ho capito in sostanza cosa volesse dire) dell’incidente: “Questa pesante esperienza gli servirà. Correre in autostrada con un «ruotino», dopo aver cambiato o fatto cambiare la gomma bucata, gli è probabilmente sembrato più agevole, più semplice, che scattare nelle zone abituali del campo (quella che in gergo si chiama la fascia, destra o sinistra) dove il massimo rischio è il tackle rabbioso di un difensore” ( La Stampa del 4 agosto 1993).

Lentini torna in campo a dicembre, in amichevole e Beccantini (La Stampa del 30 dicembre 1993) lo descrive così: “L’eccentrico dandy che ha capito di notte, su un’autostrada deserta, quanto sia gratificante, pur se faticoso vivere alla luce del sole. Non prendetela come una favola. È solo la fine di un brutto sogno,e  l’inizio di un’avventura. Che porterà laddove Lentini e il destino, uniti indissolubilmente dal rogo di una Porche gialla, vorranno”. Ovviamente il brutto sogno finito è quello in cui Lentini era il calciatore più forte e più pagato del campionato italiano.

Gigi sembra accettare il suo nuovo ruolo come un martire: “Devo soffrire. Soffrirò”.

4. Riscatto?

In cuor suo, però, Lentini sperava di tornare al livello di prima: “So perfettamente che dipenderà da me tornare il giocatore di una volta, addirittura meglio se possibile. Io darò tutto, anche perché vorrei contribuire a uno scudetto in cui credo e vorrei prendere parte a un Mondiale che mi affascina” (qui).

Salta tutta la stagione ’93-’94 (solo dieci presenze in totale) e il Mondiale, vince la sua prima Champions League da spettatore (la mitica finale del 4-0 al Barcellona di Cruijff). L’anno dopo si sente in forma, scalpita, pensa di essere tornato quello di prima, Capello però non è d’accordo. Maggio 1995, finale di Champions contro l’Ajax: la rivincita perfetta di Gigi contro il suo destino fatto di pali e ruotini di scorta. E invece non solo entrerà a cinque minuti dalla fine della partita con l’Ajax (persa, con un gol subito immediatamente dopo il suo ingresso in campo), ma l’anno dopo fa arrabbiare Capello al punto che lo schiererà solo nove volte in campionato.

In prestito all’Atalanta (allenata da Mondonico) per la stagione ’96-’97 Lentini pensava ancora di poter tornare quello di prima. “«Quando ho lasciato Milanello ho provato una gran tristezza, come quando ho abbandonato il Toro. Ma sono sicuro che la prossima estate, quando tornerò in rossonero, sarò un giocatore rigenerato». È sicuro di sé, ma se invece le cose andassero diversamente? «Vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare»” (La Stampa del 31 agosto 1996). All’Atalanta Lentini, che nel frattempo si è sposato con una modella svedese da cui ha avuto un figlio (“Chi l’avrebbe mai detto, cinque anni fa, che quel ragazzo “sconvolto” sarebbe diventato un tranquillo marito e papà”), torna a giocare continuativamente (31 presenze) e Sacchi lo convoca in Nazionale per un’amichevole contro la Bosnia. Lentini non può saperlo, ma sarà la sua ultima partita con la maglia dell’Italia e verrà ricordata come una “presenzia premio” (per essere diventato mediocre).

Il cerchio si chiude quando Lentini l’anno dopo (’97-’98) torna al Toro, nel frattempo sceso in B, con uno stipendio circa la metà di quello del Milan. È un Lentini diverso. Un Lentini normale. “Oggi certe follie non le faccio più. La vita mi ha aperto gli occhi. Le legnate, le difficoltà ti cambiano: ricordo quand’ero un ragazzino strafottente, sicuro che tutto, in campo e fuori, gli fosse dovuto: arrivò un certo Fascetti, mi diede delle scoppole «Giovanotto, continua così e starai sempre in tribuna» grazie a lui diventai un giocatore vero” (La Stampa del 23 giugno 1997). Anche se non è del tutto emendato dai vecchi peccati: “Un’avventura che comincia in pedalini perché gli fanno male le scarpe e quello che non ha coltivato negli anni berlusconiani è l’etichetta. I piedi poggiano sul tavolino del bar” (La Stampa del 19 luglio 1997).

Perché il riscatto sia completo, sia chiaro, Lentini non può tornare al successo (ed essere felice). Al Torino ha problemi con gli allenatori (tra cui lo scozzese Souness, uno dei giocatori più cattivi mai esistiti quando era in attività) anche se il primo anno sfiora un’incredibile promozione perdendo lo spareggio col Perugia di Materazzi. Finalmente la stagione successiva, grazie a Mondonico, il Toro torna in serie A. Ma è una felicità illusoria, dura solo un anno. Al termine della terza stagione del “figliol prodigo” il Toro scende nuovamente in B e Lentini viene liquidato a trentun anni senza troppi sentimentalismi: “Aspiravo, sopra ogni cosa, a chiudere la carriera con la maglia con cui avevo cominciato” (qui).

La definitiva trasformazione di Lentini in un calciatore qualsiasi, in un tipo di celebrità il più simile possibile a un ex-concorrente del Grande Fratello (nel 2009 Lentini doveva partecipare a un reality di nome La Tribù al posto di Andrew Howe ma si ritirò all’ultimo e alla fine il reality venne anche cancellato) avviene con la decisione di mettersi di nuovo in gioco in una piazza come quella di Cosenza (il viaggio uguale e contrario dei genitori meridionali), in serie B, anziché seguire le sirene del calcio moderno che lo avrebbero portato in Cina. Lentini vestirà per quattro anni la maglia rossoblu, nella gioia e nel dolore, dopo essere andato vicino a una nuova promozione in A alla prima stagione e un fallimento che condannerà il Cosenza a scendere tra i dilettanti. Lentini ormai è una bandiera e per amore della maglia del Cosenza gioca in Serie D.

5. Conclusione

Nell’arco di una carriera lunga vent’anni Lentini è passato dall’essere il simbolo di un calcio dove girano troppi soldi al simbolo opposto di un calcio fatto di sudore e campi in terra. Dopo Cosenza è tornato in Piemonte, giocando fino a quarant’anni in categorie come Eccellenza e Promozione (annullando di fatto qualsiasi distanza col pubblico degli appassionati calcistici, considerando che persino io ho giocato in Promozione). Convincendo Fuser a giocare con lui, in squadre come il Canelli, la Savignanese, la Nicese, alternando anche qui promozioni e retrocessioni.

Il Lentini coi capelli lunghi e l’orecchino, che ci teneva allo stile e voleva scrivere un libro di moda (che andava matto per le “videosfilate”), lo “scavezzacollo” che dopo notti “errabonde” dormiva in macchina davanti al Filadelfia e veniva svegliato dalla custode Carla per essere primo negli spogliatoi e prendere in contropiede l’allenatore che lo aveva cercato nelle discoteche, il Lentini cinico con le scarpe piene di strass e i giubbotti ricamati è adesso un quarantenne col maglione senza maniche verde e un’orecchino a forma di “G”, che gestisce insieme agli amici una sala da biliardo a Carmagnola.

Ai microfoni di Sky ricorda i tempi in cui a Milanello giocava a stecca con Boban e Albertini. Che quando gli chiedono: “Ti capita mai di pensare a quei momenti e dirti se non fosse successo dove sarei arrivato?” risponde: “Sì mi capita. Mi capita però rispondo subito… dicendo però alla fine sto bene, devo esser contento così”.

Quel Lentini che faceva tanto arrabbiare i cronisti è diventato il protagonista ideale di una qualsiasi puntata di Sfide: un uomo con le occhiaie pastose in felpa bianca e marsupio dalla saggezza consolatoria (“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale come ce ne sono tanti”) che ricorda con piacere le prime pagine dei giornali: “Perché vuol dire che ho fatto anche qualcosa d importante. Perché se sono arrivato a far parlare così tanto di me vuol dire che qualcosa di importante in vita mia ho fatto”.

Lentini gioca ancora.

Ho chiamato l’addetto stampa del CSF Carmagnola, un uomo simpatico a giudicare dalla foto sul sito e dalla voce, mi ha detto che, anche se non figura nella rosa, Gigi è “sempre del giro”, che ogni tanto va ancora a giocare. Suo figlio Nicholas, gioca in porta nel Torino ed è nel giro della nazionale Under 17.

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